Tasso alcoolico o tasso glicemico ? Tasso e basta.

6 aprile 2012 marco esposito

Sul sito del Governo è disponibile il rapporto, stilato dal Ministro dei Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, riguardante la spesa pubblica in Italia. La pubblicazione è del maggio 2011, quando Giarda non era ministro, e non indica alcuna soluzione al tema della eccessiva spesa pubblica, se non per linee generali. Probabilmente è adesso sul sito del Governo per far vedere che la voce “spesa pubblica” sarà esaminata, sia pur dopo quella “tasse nei denti fino a romperli”.

Ma alcune conclusioni sembrano possibili, al di là del chiacchericcio di chi non ha letto (o capito?) di cosa si parla quando Giarda afferma che 100 milardi di euro sono sotto l'occhio della ''spending review''. Esaminiamo quindi cosa dice il rapporto, che è diviso in tre parti: la prima, la più corposa, è incentrata sulla storia della spesa pubblica in Italia dal 1951 al 2010.

La spesa pubblica italiana è passata, come incidenza sul PIL, dal 23,6 % del 1951 al 51,2% del 2010, passando per il massimo del 56,6 % (sic) del 1993. Andando a vedere la spesa pubblica al netto degli interessi sul debito (la spesa primaria) si parte dal 22,5 del 1951 per arrivare (senza top, ma con solo un rallentamento nel 1995-1997) al 46,7 % del 2010. La prima tabella che vi riporto è quella di pag. 9 della relazione che riguarda l'evoluzione della composizione della spesa pubblica nel tempo.

 

Tabella n. 3 : Composizione spesa delle amministrazioni pubbliche nel 1951, 1980 e 2010
(valori assoluti in milioni di euro e composizione percentuale)

 

1951

1980

2010

valori  ass.ti

comp %

valori ass.ti

comp. %

valori ass.it

comp. %

Consumi pubblici

824

54,4%

34.413

40,9%

328.607

41,4%

Pensioni

142

9,4%

19.089

22,7%

240.000

30,2%

Previdenza, assistenza, trasferimenti famiglie

183

12,1%

6.795

8,1%

69.947

8,8%

Contributi produzione

55

3,6%

5.368

6,4%

15.330

1,9%

Altre spese correnti

21

1,4%

362

0,4%

15.579

2,0%

Spese correnti netto interessi

1.225

80,8%

66.027

78,5%

669.462

84,4%

Interessi passivi

57

3,8%

9.003

10,7%

70.152

8,8%

Totale spese correnti

1.282

84,6%

75.030

89,2%

739.614

93,2%

Spese capitale

234

15,4%

9.076

10,8%

53.899

6,8%

Totale spese

1.516

100,0%

84.106

100,0%

793.513

100,0%

La tabella n° 4 invece chiarisce cosa c'è nella voce “consumi pubblici”, che, insieme alle pensioni e alla previdenza costituisce oltre l'80 % della spesa dello Stato, a cui sono da aggiungere gli interessi passivi, che sono soggetti al mercato e non alla politica. Vediamo:

Tabella n. 4 Composizione percentuale della spesa per consumi collettivi,

per funzione – dal 1980 al 2009.

1980

1990

2000

2009

Servizi generali

12,3%

12,9%

14,1%

13,8%

Difesa

7,1%

7,0%

5,9%

6,9%

Ordine pubblico e sicurezza

9,0%

9,7%

10,3%

8,7%

Affari economici

7,3%

6,8%

6,7%

6,7%

Protezione dell'ambiente

0,3%

0,8%

1,1%

1,4%

Abitazioni e assetto del territorio

2,3%

2,0%

2,3%

2,2%

Sanità

29,7%

29,6%

30,7%

33,8%

Attività ricreative, culturali e di culto

2,1%

2,1%

2,2%

2,2%

Istruzione

25,7%

25,1%

22,5%

20,0%

Protezione sociale

4,2%

4,0%

4,3%

4,3%

Totale consumi pubblici

100,0%

100,0%

100,0%

100,0%

 Prima di commentare l'evolversi della spesa (più sanità, meno istruzione, frutto della diversa composizione della popolazione italiana per classi di età), spendiamo due parole sulla voce consumi pubblici, in particolare sulla sua percentuale deflazionata. Cedo volentieri la parola a Pietro Giarda:

Ponendoci una domanda che non ha un grande contenuto operativo, ma che stimola qualche riflessione , ci si può interrogare:

se i prezzi dei beni di consumo collettivo (i deflatori costruiti dall’ISTAT ai fini della costruzione dei quadri di contabilità nazionale a prezzi costanti) fossero cresciuti negli ultimi 40 anni con la stessa velocità dei prezzi dei beni di consumo privati (come rilevati dall’ISTAT), quale sarebbe stata la spesa per i beni di consumo collettivo prodotti nel 2010 ?”

La risposta a questa domanda è molto agevole dal punto di vista numerico ed è la seguente:

la spesa per consumi collettivi nel 2010 sarebbe risultata pari a 236,5 miliardi di euro, contro l’importo di 328,6 miliardi rilevato per le spese effettivamente sostenute, con una differenza in meno di 92,1 miliardi di euro”

Ovvero se la spesa dello stato, al di là della componente pensionistica, fosse aumentata in linea con l'inflazione avremmo 92 miliardi di spesa in meno nel 2010, rispetto alla base del 1970, che comunque non era bassa. Poiché i “processi produttivi” del settore pubblico non sono soggetti a particolari innovazioni tecnologiche, ma solo al diritto amministrativo che non è praticamente mai cambiato, gli aumenti di spesa sono da riferirsi praticamente solo alla componente salariale, senza alcun riferimento alla produttività e/o all'efficienza.

Giarda inoltre rileva che di questi 328 miliardi di euro una parte consistente (circa 97 miliardi) non deriva da scelte “politiche”, ma da automatismi di legge, perché sono contributi pensionistici figurativi, imposte indirette e ammortamenti (pag. 29). Ciò significa che le possibilità di compressione della spesa pubblica non pensionistica andrebbe vista sul valore di 230 miliardi di euro, pari al 40 % della spesa pubblica, mentre la percentuale più significativa è proprio sulla spesa pensionistica e assistenziale, che contribuisce con il 45% alla spesa pubblica, sul valore ricalcolato di 230 miliardi. È interessante notare, come fa Giarda, che in Italia esistono 22 milioni di pensioni, ma non di pensionati, difatti ci sono 4 pensioni ogni 3 pensionati. Infine, è utile notare che la spesa pubblica al netto di interessi e spesa pensionistica assistenziale è attualmente divisa in modo quasi paritario (52%-48%) fra Amministrazione Centrale dello Stato e Enti Territoriali (regioni, province comuni). Le percentuali nel 1980 erano invece 61 % Stato Centrale, 39 % Enti Territoriali.

Questo breve excursus (riassunto di un riassunto) ci porta adesso a delle considerazioni. Cosa produce lo Stato italiano ? Essenzialmente è un'azienda che offre servizi di vario tipo, con due grossi centri costo: Pensioni /Assistenza e Beni di Consumo Pubblici, al cui interno la parte del leone la fanno Sanità e Istruzione, con una percentuale significativa (quasi il 10%) l'ordine pubblico. Abbiamo visto come la spesa per Beni di Consumo Pubblico sia costantemente aumentata nel tempo, anche al netto dell'inflazione, e con una dinamica di costi crescenti a confronto di costi decrescenti nel settore dei beni privati. Questo sovra-costo è stato pagato con l'aumento della tassazione e del deficit. Ricordo peraltro che all'interno della categoria “Beni di Consumo Pubblici” il traino è avvenuto sulla spesa sanitaria (invecchiamento della popolazione) a scapito dell'istruzione (non è un paese per giovani), oltre all'esplosione delle spese ambientali. Sulla spesa pensionistica mi accodo al pensiero di Giarda: “la giungla delle pensioni”, con la nota (di Giarda, non mia) che le pensioni del settore pubblico sono mediamente più alte di quelle del settore privato e quelle dei maschi più alte di quelle delle femmine. Ancora è da notare il calo delle spese “in Conto Capitale”, oramai ferme e ridotte praticamente al solo pagamento delle annualità di mutui accesi per finanziare opere già realizzate. Infine lo spostamento dei costi dal Centro alla Periferia ha comportato un forte aumento delle “spese generali”, incluso l'aumento del “costo della politica” con il proliferare di istituzioni e organi pubblici a livello locale.

Le considerazioni finali di questa parte del paper sono le seguenti:

 La spesa pubblica è stata quasi sempre, a partire dall’inizio degli anni sessanta, strumento di contrasto alle fluttuazioni nello sviluppo del reddito, sia attraverso i meccanismi incorporati nelle leggi di spesa (gli stabilizzatori automatici), sia per effetto di esplicite decisioni politiche assunte nel durante delle fasi di recessione. C’è qualche evidenza che una parte di queste decisioni, operando su componenti permanenti della spesa, abbia comportato un innalzamento permanente dei livelli di spesa pubblica e quindi dei suoi tassi di crescita di lungo periodo.

Le pagine 35 e 36 le ritengo incomprimibili, le riporto per intero, essendo un Bignami dell'analisi dei costi e degli sprechi in ambito aziendale privato, rapportata al settore pubblico:

Si ipotizzi, in via di esempio, che in un settore di attività pubblica esistano uno o più modi diversi per realizzare il prodotto o l’obiettivo proprio dell’attività finanziata con la spesa.

NELLA PRODUZIONE DI SERVIZI PUBBLICI

Sprechi di Tipo 1. Utilizzo di fattori produttivi in misura eccedente la quantità necessaria. E’ questo il caso quando due impiegati vengono utilizzati per fare un lavoro per il quale uno sarebbe sufficiente, oppure quando una macchina costosa e ad alto potenziale viene sistematicamente sotto-utilizzata.

Sprechi di Tipo 2. Acquisto di fattori produttivi pagando prezzi superiori al prezzo di mercato o all’effettivo valore. A titolo di esempio, si può citare il caso, più volte riscontrato nell’acquisto di farmaci, che diverse aziende sanitarie pagano prezzi diversi per lo stesso prodotto.

Sprechi di Tipo 3. Adozione di tecniche di produzione sbagliate rispetto ai prezzi dei fattori produttivi impiegati e quindi produzione a costi superiori al costo necessario. Nella produzione pubblica c’è una tendenza inarrestabile ad utilizzare, tra le diverse tecniche di produzione disponibili, quelle che si caratterizzano per la più alta intensità di lavoro.

Sprechi di Tipo 4. Utilizzo di modi di produzione antichi, chiaramente più inefficienti (e quindi più costosi) di quelli che si avrebbero utilizzando le tecnologie più avanzate e innovative. Ciò è notoriamente associato all’incapacità delle strutture pubbliche di investire ed innovare nelle tecnologie di produzione utilizzate.

Sprechi di Tipo 5. Utilizzo di modi di produzione che impiegano fattori di produzione incompatibili tra di loro, ad esempio lavoro non specializzato applicato al funzionamento di macchine innovative ed evolute.

NELLE POLITICHE REDISTRIBUTIVE

Sprechi di Tipo 6. Errata identificazione dei soggetti meritevoli di essere sostenuti nei programmi di sostegno del reddito disponibile. In questo caso i modi di produzione (le procedure di selezione o ammissione), si caratterizzano per spreco e inefficienza.

In molti dei tipi di spreco elencati finora, la spesa potrebbe essere ridotta senza causare riduzione dell’offerta di servizi. In altri casi, come il numero 4, l’eliminazione delle inefficienze nella parte corrente, richiederebbe aumenti della spesa in conto capitale per il rinnovo dei mezzi di produzione.

 NELLA ESECUZIONE DI INVESTIMENTI PUBBLICI

Sprechi di tipo 7. La progettazione di opere incomplete, il mancato completamento di opere iniziate, i tempi di esecuzione molto superiori ai tempi programmati. A queste tipologie si possono aggiungere la progettazione di opere di dimensione eccessiva rispetto alla capacità realisticamente sfruttabile, a volte eseguite con materiali troppo pregiati (opere utili che potrebbero essere costruite a costi minori).

Tra gli osservatori e gli studiosi che si occupano di organizzazione della amministrazione pubblica e che amerebbero vedere un settore pubblico capace di svolgere i suoi compiti in modo efficiente, c’è un sentimento diffuso sul fatto che la organizzazione sul territorio dell’offerta di servizi pubblici da parte di tutte le istituzioni coinvolte, dagli uffici periferici dello stato, agli enti territoriali, alle strutture quasi pubbliche come le Camere di Commercio, si caratterizzi per una organizzazione industriale o di sistema palesemente datata perché ancora oggi costruita sul modello “provinciale” tipico dello stato Ottocentesco. A ciò si aggiunga l’esistenza di un numero eccessivo di livelli di governo, con riferimento specifico alla questione mai affrontata delle province, di un numero eccessivo di enti locali (l’ultimo tentativo di riordinare l’assetto locale risale a una legge del 1810 nel Regno d’Italia napoleonico), di un numero eccessivo e indistinto di università, di tribunali e così via.

Secondo questa visione, quand’anche ciascuno dei centri di produzione dei diversi settori di attività distribuiti sul territorio nazionale potrebbe essere riorganizzato eliminando sprechi e inefficienze specifiche, resterebbe sempre un’endemica inefficienza di sistema, propria di un sistema industriale vecchio, cresciuto all’interno di barriere protettive, oltre che disorganizzato al proprio interno. Questa visione è propria di studiosi e politici che avevano poste molte speranze, nel 1970, sul ruolo che avrebbero potuto assumere le regioni a statuto ordinario nel riordino dell’offerta pubblica sui territori regionali. Le ragioni per cui, dopo 40 anni, le regioni sono divenute solo un nuovo livello di governo che si è inserito in un vecchio sistema industriale sono molte e non possono essere trattate in questa sede. Con pochi poteri nei confronti dei livelli di governo locale e senza effettiva autonomia finanziaria misurabile solo dall’effettivo comando su fonti di entrata propria, si sono progressivamente assimilate ai ricchi proprietari terrieri dell’Italia agricola, capaci di negoziare astutamente con l’ufficio del catasto (il governo centrale) gli estimi (i fabbisogni finanziari) delle loro proprietà.

 A pag. 40 (su un sito del governo!) Giarda si domanda se l'elevata tassazione causata dall'elevato livello di spesa non sia un freno alla crescita economica generale, e quali sono i “costi economici dell'alto prelievo tributario”. Il rapporto non fornisce alcuna indicazione specifica su come abbattere la spesa pubblica, ma solo dei generici indicatori, con cui ci si trastulla da tempo immemorabile (non è un atto di accusa a Piero Giarda, anzi). Oltre che rimarcare il problema della “spesa locale” non associata ad alcuna “tassazione locale”, personalmente noto solo che a fronte di programmi di spesa varati negli anni '70 e rimasti in vita a dispetto delle mutate condizioni economiche lo stesso si può dire di aumenti di imposta o nascita sic et simpliciter di nuove imposte, che, morti i programmi di spesa a cui dovevano far fronte, sono rimaste in vita per “finanziare qualcos'altro”, e le accise sui carburanti ne sono una imperitura memoria, oltre che solo un esempio.

E veniamo alle conclusione,  questa volta mie e non di Piero Giarda.

In nessuna azienda privata si lasciano aumentare i costi in maniera così significativa, soprattutto i costi generali. Se allo Stato Italiano è stato possibile fare ciò è perché anche il fronte delle entrate è elastico, attraverso l'aumento dei tributi o mediante il finanziamento in deficit (è il noto problema del soft budget constraint). Adesso che il finanziamento in deficit non è più possibile, perché i mercati ci randellano nelle gengive al primo accenno di disavanzo fuori controllo, il nuovo governo ha agito sulla leva delle entrate, senza fare molto sul lato dei costi (a parte la riforma delle pensioni). Poiché i margini di aumento delle entrate sono ormai ridotti (siamo il paese con un record mondiale di tassazione, primato non proprio entusiasmante), è il momento di fare qualcosa per abbassare i costi in maniera drastica.

Abbiamo visto che Giarda ha individuato due centri di costo: Beni di Consumo Pubblici, in cui gli stipendi dei dipendenti pubblici sono il costo maggiore, oltre che assolutamente slegati da produttività, efficienza e salario privato, e Pensioni/Assistenza. Da imprenditore non sono abituato a ragionare in termini di “pace sociale”, ma di costi da abbattere, perchè semplicemente non te li puoi permettere. Non essendo possibile licenziare grandi masse di dipendenti pubblici le soluzioni sono due: taglio lineare percentuale dei salari di tutti i dipendenti pubblici, a parità di orario (l'hanno fatto gli operai della Germania, quelli che piacciono tanto ai sindacati, quindi non ci dovrebbero essere problemi), a cui io introdurrei due correttivi: taglio totale oltre una certa cifra (6.000 € mensili, ad esempio) e nessun taglio al di sotto di una certa cifra; alternativamente, il taglio potrebbe essere graduale per fasce di reddito, 3 % da 1.000 a 1.200, 5% da 1.200 a 1.500, e così via, fino ad arrivare al 100% oltre 6.000 euro al mese. A nessuno piace farsi ridurre il salario, ma almeno stiamo mantenendo il posto di lavoro (cosa che non sempre accade ai “colleghi” del settore privato). Una misura più draconiana andrebbe presa per i “politici”: per loro il taglio del 100% avviene al di sopra dei 4.000 €/mese, oltre all'eliminazione tout court delle indennità per tutti livelli di Governo al di sotto del Parlamento Italiano.

I calcoli del risparmio non sono facili. Non avendo trovato una tabella riassuntiva per importi gli stipendi dei dipendenti pubblici in Italia, si può fare un ragionamento solo sul dato medio e il rapporto pubblico/privato (qui, in un file .pdf) la fonte dei dati. A fronte di un salario medio privato di € 28.380 abbiamo un salario medio pubblico di € 31.608, riportando i dati del settore pubblico a quello privato avremmo un risparmio di € 3,227,5 per ognuno dei 3.500.000 dipendenti pubblici, pari a circa 12 miliardi, senza considerare che la CGIA di Mestre ha calcolato che se le retribuzioni del settore pubblico fossero cresciute negativamente in termini reali dal 2001 (qui, a lato c'è il differenziale PIL/salari pubblici negli anni), come ha fatto la mitica Germania, il risparmio sarebbe superiore, intorno ai 20 mld di euro. Questo può essere ottenuto senza licenziare nessuno, ma applicando un minimo di decenza comparativa con il settore privato. Anche se teniamo conto del fatto che i dipendenti del settore pubblico possono avere caratteristiche (ad esempio maggiore grado di istruzione o maggiore anzianità) che fanno sì che i loro salari siano più alti di quelli dei dipendenti del settore privato, i risparmi sarebbero comunque consistenti.

Sarebbe opportuno inoltre un intervento sulle pensioni correntemente erogate, con l'obiettivo di portare il loro ammontare a un livello più vicino a quello che si otterebbe applicando il criterio contributivo (ossia il criterio che verrà applicato per determinare le pensioni di chi ora è giovane). Per le pensioni che risultano alte a causa dell'adozione del sistema retributivo o di qualche altro criterio più favorevole di quello contributivo, come accade per i vitalizi dei parlamentari, sarebbe opportuno imporre un tetto massimo per esempio 4.000 euro al mese (Amato e Bertinotti sopravviveranno). Giusto per dare un'idea in Italia, secondo l'Istat, ci sono 719.989 persone che nel 2008 percepivano una pensione di oltre € 3.000/mese, per una spesa complessiva di € 37,5 miliardi. Inutile dire che queste 719.989 persone hanno la fetta più grossa delle pensioni in Italia. Per capire di cosa parliamo se queste 719.989 persone avessero un importo pari a quello della classe che la precede (2.500/2.999 €/mese) avremmo un risparmio di € 16 miliardi annui.

Applicando quindi semplicemente dei criteri di equità pubblico/privato, senza nemmeno scendere nei particolari dei numerosi casi di sperpero di denaro pubblico di cui l'Italia è piena potremmo risparmiare fra i 28 ed i 38 miliardi di euro all'anno, con un semplice decreto, sul tipo di quello con cui si è reintrodotta l'IMU, e almeno alleviare di conseguenza un po' le tasche dei 22 mln di taxpayers italiani, in attesa della “riforma epocale della spending review” di cui parla Giarda nel paper, e che non ho commentato, poiché mi sembrava la classica carota davanti all'asino. Sempre che non sia sbagliato il lato.

29 commenti (espandi tutti)

Da pag. 4 del rapporto Giarda si ricava quanto segue 

     
  1980 2010
Entrate 34,4 46,6
Spesa primaria 36,9 46,7
Spesa totale 41,4 51,2

I numeri sono le percentuali di Pil di ciascuna categoria. 

Inoltre, se interpreto bene i numeri, la spesa pensionistica è passata dal 9,4% del PIL (il 22,7 di 41,4) al 15,5 (il 30,2% di 51,2), indubbiamente a causa del feroce smantellamento dello stato sociale messo in atto dai neoliberisti.

 Io quasi quasi farei una proposta alla CGIL: torniamo al 1980. Con la scala mobile e tutto il resto, però anche con lo stesso livello di spesa pubblica in percentuale del PIL, a cominciare da quella pensionistica.

la CGIL

marco esposito 6/4/2012 - 20:50

la CGIL della Camusso è di una povertà di idee sconcertante, forse a buttarla lì: torniamo al 1980 sarebbero pure capaci di dirti sì, tanto non capiscono.

“la spesa per consumi collettivi nel 2010 sarebbe risultata pari a 236,5 miliardi di euro, contro l’importo di 328,6 miliardi rilevato per le spese effettivamente sostenute, con una differenza in meno di 92,1 miliardi di euro”

quando ho letto questa frase, sarà un mio riflesso condizionato, ho pensato ai costi della corruzione. Sicuramente sbaglio.

Aggiungerei che se questi 28 Bn si avesse l'accortezza di usarli per ridurre la pressione fiscale sui redditi medio bassi potremmo avere qualche timido effetto espansivo.

S.E. Luigi Gianpaolino da qualche hanno afferma che in quelle spese si annidano 60 miliardi di corruzione.(un quarto della spesa per pensioni, metà della spesa netta per gli impiegati pubblici)

Se non è vero licenziamolo con chi gli prepara i dati e recuperiamo subito qualcosa.

Fosse invece vero perchè non cercare di recuperarne una parte: o dobbiamo considerare anche la lotta alla corruzione una partita chiusa (e persa) e farla pagare a pensionati e ai dipendenti pubblici (quelli estranei alla corruzione)?

A occhio penso che uno come  il direttore dei lavori pubblici della cricca preferirebbe vedersi dimezzato lo stipendio piuttosto che annullare la corruzione.

r.

marcodivice 6/4/2012 - 13:14

mi riferivo proprio a questo quando ho parlato di riflesso condizionato.quanto dice marco esposito è corretto soprattutto la proposta sui trattamenti pensionistici, ma possibile che non si possa recuperare nulla dal lato corruzione? se gli studi son corretti si potrebbe recuperare molto.

Corretta la proposta di ridurre i salari pubblici, piu' elevati in media di quelli privati corrispondenti.

 

Visto che hai fatto una proposta antipatica in Italia, ne aggiungo una che e' ancora piu' sacrosanta della tua ma con  conseguenze, nel disastro italiano, ancora piu' antipatiche.

 

I salari dei dipendenti pubblici (fino ai politici) non va ridotto per cattiveria e nemmeno per sanare i conti pubblico, ma per due basilari principi di 1) giustizia economica  ma in realta' giustizia in senso lato e 2) efficienza economica. La giustizia economica impone di pagare compensi reali comparabili per mansioni comparabili (aggiungo io, nel luogo dove il lavoro viene svolto). L'efficienza economica anch'essa domanda ci siano compensi comparabili a fronte di produttivita' comparabile, il contrario e' distorsivo e peggiora l'allocazione delle risorse e la produzione complessiva di beni e servizi.

 

In generale i salari dei dipendenti pubblici vanno aggiustati (come obiettivo finale, da raggiungere gradualmente) ai salari del settore privato, ad esempio la media provinciale, per qualifiche comparabili.  Dove non esiste un paragone facile di mercato, come ad esempio per i compensi dei dirigenti burocrati di Stato, oppure per i compensi dei politici eletti, vanno presi i compensi lordi medi di Paesi civili e funzionanti, e corretti per il minor PIL pro-capite iitaliano.

 

Questo meccanismo invece di essere stupidamente lineare come i tagl idi Tremonti e in generale quelli operati dalla politica italiana, colpirebbe prima lo stipendio del presidente della provincia di Bolzano, che quadagna piu' dei premier di interi Stati con popolazione 50 volte supeiriore, colpirebbe i salari dei barbieri del Parlamento, ridurrebbe di molto i compensi dei politici e soprattutto quelli degli alti burocrati , dei magistrati anziani, dei membri delle Authority, mentre lascerebbe quasi invariato il compenso degli insegnanti (che per ora di insegnamento sono remunerati piu' o meno come nel resto d'Europa). Inoltre, conseguenza antipatica ma giusta ed estremamente positiva per il mercato del lavoro meridionale, ridurrebbe in proporzione di piu' i compensi dei dipendenti pubblici in servizio nelle regioni con minore produttivita' del settore privato, piu' o meno le regioni meridionali.

 

Una netta maggioranza di italiani avrebbe tutto da guadagnare da misure di questo genere. Nella regione con piu' spesa per dipendenti pubblici pro-capite, la Calabria, non piu' del 35% degli occupati sono dipendenti pubblici (su un totale di occupati pari probabilmente a meno del 50% delle persone in eta' da lavoro).  La maggioranza degli italiani tuttavia non sostiene politicamente un programma del genere per una varieta' di ragioni, le principali secondo me sono l'esistenza di elites, partiti di massa e sindacati dominati da fanatismo di fazione, ignoranza profonda dei meccanismi economici, e disonesta' orientata a fare profitti personali e della propria corporazione con le risporse pubbliche.  Per questa Casta e' essenziale avere uno Stato ipertrofico per poterne estrarre piu' ricchezza, e dipendenti pubblici privilegiati per farne supporter e clientes.

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marco esposito 6/4/2012 - 13:22

La tua proposta è sensatissima, se non l'ho fatta era perchè mancano i numeri precisi.Ma una volta guardando dei dati sugli stipendi pubblici calabresi ho trovato che i dirigenti di una ASL in culo alla Luna, nel settore veterinario (ma quante vacche ha l'Aspromonte?) guadagnavano in media  50.000  e annui + i premi, alcuni arrivavano a 100.000.

E' ovvio che io farei il pazzo per fare il dirigente veterinario sull'aspromonte.

Nessun criterio, proprio nessun criterio.

Ideatore dell'ambizioso progetto del valore di 1,6 milioni di euro, già inserito nel bilancio di previsione 2012 del Campidoglio, è Augusto Bonvicini (Pdl), presidente della commissione Turismo nel XIII Municipio (circoscrizione che comprende il lido ostiense). "Il nostro modello è Dubai" ha detto il protagonista della trovata

 

LINK

 

Altro che stipendi bilanciati, qua bisogna passare alla shaaria e tagliargli le mani

L'Italia ha funzionato più o meno bene fintanto che gli stipendi dei dipendenti pubblici venivano fissati con legge votata dal Parlamento.

Se ci pensate bene è un sacrosanto principio. Il datore di lavoro dei dipendenti pubblici è il popolo sovrano (anche se questo termine non mi piace affatto) il quale quindi, attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento definisce quanto pagare i dipendenti pubblici.

Per quanto questi rappresentanti siano corrotti e corruttibili, essi bene o male devono fare i conti con il cittadino elettore. Inoltre la stessa lentezza della procedura di approvazione, il fatto che comunque esiste un vincolo costituzionale, per quanto blando, che impedisce di fissare per legge nuove spese se non vi è adeguata copertura finanziaria, erano ai tempi limiti all'aumento indiscriminato delle retribuzioni. Poi il sistema è stato cambiato. Forse basterebbe tornare a quel sistema per ridurre di almeno un po' la dinamica della spesa pubblica.

 

Hai date o link ?

un vincolo costituzionale, per quanto blando, che impedisce di fissare per legge nuove spese se non vi è adeguata copertura finanziaria

considerato il debito creato in quegli anni non deve avere funzionato granchè

...nella Tabella n. 3 sarebbe meglio se fossero evidenziati, in modo da chiarire quali percentuali sommino a cento. Grazie per il post.

Non ho compreso a cosa ti riferisci, a me sembra a  posto. I valori assoluti sono sulla sx per ogni anno, e sulla dx sono in % per ogni anno, fanno sempre 100 nelle tre colonne.

Le voci "Spese correnti netto interessi" e "Totale spese correnti" sono totali parziali e come tali li evidenzierei, onde evitare di confonderli con le voci elementari che devono sommare (e correttamente sommano) a cento nella voce "Totale spese"; altrimenti la prima impressione è che si tratti di percentuali che non sommano a cento. Per esempio metterei tutti i totali, inclusi quelli parziali, in neretto. Mi dispiace se ti ho fatto pensare che ci fosse un errore di sostanza: è una questione di gusto, ma anche un dettaglio che può essere rilevante quando si legge velocemente. Buona Pasqua.

marco, mi (ci) spieghi meglio questo periodo?

Poiché i “processi produttivi” del settore pubblico non sono soggetti a particolari innovazioni tecnologiche, ma solo al diritto amministrativo che non è praticamente mai cambiato, gli aumenti di spesa sono da riferirsi praticamente solo alla componente salariale, senza alcun riferimento alla produttività e/o all'efficienza.

A me pare che in questi decenni il Parlamento abbia licenziato migliaia di leggi, ognuna delle quali ha impicato tutta una serie di lavori ed oneri amministrativi aggiuntivi, senza semplificare la situazione precedente e delegificare, implicando quindi ulteriore personale.

Cosa intendi quando dici che il diritto amministrativo non è praticamente cambiato?

Anche in costanza di diritto amministrativo, se l'amministrazione riceve nuovi compiti che si trasformando in burocrazia, le spese aumentano.  Poi come si misura l'efficenza e la produttività nella PA? Mi pare impossibile, infatti nelPIL la componente pubblica non è "valore aggiunto" ma il costo salariale lordo. Si rinuncia quindi già a livello contabile a misurare il valore prodotto dallo stato.

E' tutto esatto: il Parlamento ha fatto leggi che prevedevano percorsi burocratici anche complessi (come dici tu, ed è esatto), ovvero non ha mai "innovato" ripetto al diritto amministrativo precedente, ma ha solo utilizzato gli stessi iter esistenti, quindi ogni "nuovo" aspetto dell'agire dello Stato ha comportato automaticamente aumento di personale, e quindi di spesa pubblica.
Se invece gli iter amministrativi fossero stati semplificati e il diritto amministrativo cambiato, non ci sarebbe stato bisogno di nuovo personale e di ulteriori spese.

Spero che adesso il periodo sia più chiaro.

appare quindi che la rifoorma del diritto amministrativo appare essere prioritaria per riorganizzare la spesa dello stato. Sarebbe interessante avere un'idea delle proposte sul tavolo, se ce ne sono.

…si può fare un ragionamento solo sul dato medio e il rapporto pubblico/privato (qui, in un file .pdf) la fonte dei dati. A fronte di un salario medio privato di € 28.380 abbiamo un salario medio pubblico di € 31.608, riportando i dati del settore pubblico a quello privato avremmo un risparmio di € 3,227,5 per ognuno dei 3.500.000 dipendenti pubblici, pari a circa 12 miliardi…

Il confronto pubblico privato che proponi non è corretto. Il dato che citi riporta solo un sottoinsieme di dipendenti pubblici: quelli del settore sanità e istruzione, quindi medici, infermieri e insegnanti. Sono esclusi quelli della PA. Il confronto che fai non va bene perché in media questa categoria ha un titolo di studio superiore (laurea per medici e insegnanti) rispetto ai dipendenti del settore privato. Anche se gli insegnanti guadagno mediamente meno di quelli con analogo titolo di studio in altri settori (pubblici o privati che siano), prendere una categoria densa di laureati e confrontarla con una categoria dove la laurea è una rarità (cioè il 10-15% circa della forza) non va bene.

Ho scritto:

 

Anche se teniamo conto del fatto che i dipendenti del settore pubblico possono avere caratteristiche (ad esempio maggiore grado di istruzione o maggiore anzianità) che fanno sì che i loro salari siano più alti di quelli dei dipendenti del settore privato, i risparmi sarebbero comunque consistenti.

Per quel che riguarda la comparazione ricordo che istruzione e sanità sono la spesa in Italia, escluse le pensioni, gli altri comparti della PA non arrivano al30%, quind ila comparazione mi sembra significativa.


E anche la comparazione laureati/non lureati mi sembra fuorviante. per ogni medico ci sono (circa)   8  paramedici, poi c'è il "personale di concetto" che nella PA raramente è laureato, insomma il dato non è il massimo della comparazione, ma non è errato, e rende l'idea.


D'altronde che nel settore pubblico si guadagni più che nel privato è dato proprio  dalla comparazione sanità pubblica/sanità privata ( e mica nel privato i medici sono diplomati in ragioneria..) e istruzione pubblica / istruzione privata (come sopra, c'era anche un post su nFA in cui si è parlato di questo), e i salari pubblici sono molto più alti (perlatro anche meno produttivi..).

Siamo d’accordo quindi sul fatto che i confronti delle retribuzioni devono tenere conto di anzianità, istruzione etc. Però poi insisti nel voler affermare che nel pubblico si guadagna di più. Scuola+SSN fa circa il 50% del totale dei dip. pubblici e non il 70%.

 

Per quanto riguarda i sanitari, non ho capito il forum che citi cosa indichi. Servirebbero i dati sulle retribuzione effettive tra pubblico e privato nel comparto e qualche indicatore sulla diversa composizione. Comunque ti ricordo che i contratti nazionali pubblico/privato sono simili; che su 690 mila dipendenti del SSN oltre 100 mila sono medici, e che il rapporto medici/infermieri è intorno a 1:2 e gli altri paramedici e amministrativi sono in gran parte anch’essi laureati o con istruzione postsecondaria (biologi, fisioterapisti, infermieri etc.). In sintesi, il confronto con la media non va bene, e non ho dati per dire che i salari dei privati in campo sanitario siano di fatto diversi, e in che direzione, da quelli pubblici.

 

Per quanto riguarda la scuola, sicuramente gli insegnanti italiani sono più di altri paesi, e quindi se vogliamo portarci in pari la misura in questo caso sarebbe quella di tagliare cattedre, ma non conosco proprio il termine di paragone nazionale con cui confrontare le retribuzioni, se non la miseria nera per gli insegnanti di materie umanistiche (qual è l’occupazione alternativa per loro nel privato?) e quasi nera per gli altri. Quindi se il riferimento deve essere il mercato, allora il salario alternativo di questi è zero. Se invece si usasse il concetto di capitale umano (titolo di studio, esperienza etc.) allora è molto difficile prendere un milione di dipendenti della scuola, di cui circa il 70% insegnanti a tempo indeterminato con una età media di 50 anni, un titolo superiore, e paragonarlo con il resto della popolazione dove il 50% circa arriva appena alla licenza media. In Italia i dipendenti pubblici sono meno e guadagnano meno rispetto agli altri paesi (USA inclusi). Questo secondo i dati OCSE. Sistema efficiente allora? Certo che no, i ritardi di efficienza sono da paura, vi sono casi poi particolarmente evidenti di mala gestio e di inefficienze strutturali. E ciò non esclude che si possano tagliare gli stipendi ulteriormente o tagliare i dip., ma la motivazione non può essere quella del confronto con il privato se non per motivi populistici.

 

I dati sono rintracciabili alla rinfusa qui e qui

I contratti collettivi sono invece ricercabili facilmente sui siti dei sindacati, mentre gli altri “numeri” sono presi a memoria dall’Annuario Istat.

Senza voler entrare nel confronto salari pubblici/privati (in cui io ho fatto un caveat, ma vedo che non è servito), senza avere assolutamente la voglia di vedere quanti insegnanti sono laureati e quanti no, senza voler sorridere sul concetto di laurea per i fisioterapisti, senza voler specificare che i contratti sanità pubblica e sanità privata sono completamente diversi, soprattutto per le indennità, insomma senza mettermi a fare studi comparati che molti accademici si rifiutano di fare per la disomogeneità dei dati, e che io ho fatto prendendo due dati: uno è il rapporto stipendi pubblici/privati, che può non piacere, ma l'altro è la crescita dei salari pubblici sul PIL reale calcolato dalla CGIA di Mestre.

Ovvero mentre i salari privati scendevano, quelli pubblici aumentavano senza rapporto e ritegno, invece facendo quello che ha fatto la Germania, la GB, l'Irlanda, la Spagna e così via (non capisco perchè i confronti vanno bene solo verso l'alto) avremmo risparmiato 22 mld annui.

Se non è chiaro ribadisco il concetto: si devono tagliare sostanziosamente i salari dei dipendenti pubblici, perchè non ce li possiamo permettere. Il come è materia di scelta, io ne ho indicate due, ma sul come l'unico limite è la fantasia.

Ho capito benissimo che vuoi tagliare “sostanzialmente” ma l’argomento che portavi a sostegno si basa su fatti insussistenti. Se tiene conto di tutto ciò che c’è da tenere conto, il divario retributivo non c’è, questo è peraltro tipico anche negli altri paesi. Le retribuzioni pubbliche sono superiori a quelle private per il semplice fatto che nel pubblico c’è una quota più sostanziosa di titolati. Su questo ormai siamo d’accordo, penso. Non è vero neanche che ci siano troppi dipendenti pubblici in Italia, tant’è che si potrebbe sostenere il contrario, l’Italia ha meno dipendenti della maggior parte degli altri paesi e con paghe in PPP più basse, grazie al fatto che proprio nella scuola e nella sanità i nostri sono pagati meno rispetto ai pari internazionali.

 

 Non è neanche vero che gli altri paesi hanno ridotto la spesa per salari pubblici e l’Italia no. In media tutti i paesi europei hanno aumentato la spesa. Eurostat mostra che in Italia i salari pubblici tra il 2000 e il 2010 sono passati dal 10,4% del PIL al 11,1%, mentre nello stesso periodo in UE lo stesso tasso è passato da 10,5% all’11,1%. Cioè l’Italia s’è mossa come gli altri facendo però un po’ peggio della zona euro, dove il tasso è salito dal 10,4 al 10,8%. Quindi i numeri non mostrano una anomalia della spesa aggregata per il personale in Italia che non ha fatto altro che seguire il trend generale europeo. Poi, ex post, si trova sempre un paese che ha fatto meglio di noi. Il caso che citi è la Germania, che si può imitare, però essa non si distingue per essere parsimoniosa con i dipendenti pubblici, visto che sia il numero di dip pubblici che le retribuzioni in questione sono superiori a quelle italiane (in PPP). Per la Germania la performance come calcolata dalla CGIA di Mestre è dovuta al fatto che in Germania si è avuto un aumento del PIL superiore (9,4% complessivo nel periodo in termini reali) all’Italia (misero 2,5%) e quindi l’incidenza della spesa stipendi pubblici è stata inferiore. Se il suggerimento è di collegare le retribuzioni pubbliche all’andamento del PIL non mi pare una buona idea, anche se immagino invece molto apprezzata dai sindacati (è una forma di indicizzazione rafforzata inflazione+pil reale). Per quanto riguarda lo specifico degli altri paesi che citi (GB, Irlanda e Spagna), il monte salari pubblici in termini di PIL non sono diminuiti come sostieni ma aumentati, attestandosi a livelli superiori a quelli italiani.

 

Per comodità ti riporto i dati eurostat salari pubblici/PIL nel 2010:

Svezia 14,8%

Finlandia 14,4%

Francia 13,4%

Portogallo 12,2%

Grecia 12,1%

Spagna 11,9%

Irlanda 11,8%

UK 11,4%

Italia 11,1%

Austria 9,7%

Svizzera 8,1%

Germania 7,9%

UE 11,1%

Euro area 10,8%

 

Resta il fatto che il monte salari/PIL è di 3 punti percentuali più alto in Italia rispetto alla Germania, ma non perché i ministeriali tedeschi siano di meno o meno pagati, ma perché la base del PIL è più elevata e di parecchio. Detto questo, tagliamo se è fattibile e se serve a salvare il barcone che affonda ma adducendo giustificazioni diverse dal "i ministeriali sono strapagati" o "ci sono tanti dipendenti pubblici". Ce ne sono tanti o pochi rispetto a nostri desideri, ma non rispetto agli altri paesi.Poi operativamente si deve specificare come operativamente si vuole tagliare, cosa che a parte il blocco del turnover, nessuno in europa ha fatto o intende fare.

Resta il fatto che il monte salari/PIL è di 3 punti percentuali più alto in Italia rispetto alla Germania, ma non perché i ministeriali tedeschi siano di meno o meno pagati, ma perché la base del PIL è più elevata e di parecchio.

Non credo che esista questo nesso causale, ma in ogni caso non dovrebbe esistere. Ogni Stato deve fare i conti con le risorse prodotte al suo interno, se gli italiani producono meno dei tedeschi e' doppiamente sbagliato dare ai dipedenti pubblici una frazione maggiore del PIL, il PIL va diviso secondo l'apporto delle varie categorie al prodotto nazionale. Secondo me il settore pubblico italiano ha produttivita' inferiore a quella gia' modesta del settore privato, e ritengo che sulla base di questo genere di confronti si dovrebbero determinare i salari pubblici. Penso che il  ~100% dei dipoendenti pubblici meridionali, per esempio, siano pagati significativamente piu' dei loro omologhi nel settore privato della stessa provincia. Nel Nord Italia forse cio' non avviene, ma non vedo problemi di carenza di dipendenti pubblici a causa di salari insufficienti nemmeno nel Nord. Mi sembra quindi che ci siano i margini per una riduzione dei salari pubblici, specie nel Sud Italia. L'ostacolo maggiore per questa scelta, che sarebbe utile oltre che giusta, e' che sovra-pagando i dipendenti pubblici specie meridionali Stato centrale e partiti politici "comperano" voti e consenso. Questo e' uno dei meccanismi che affossa lo Stato italiano.

Non è tanto difficile da capire per chi voglia intendere...

Porto all'attenzione l'intervista a Piero Giarda uscita oggi sulla Stampa.it

 

http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/449548/

 

In sostanza un nulla di fatto.. questa Spending Review non porterà a nulla e anzi dovremmo pure ritenerci soddisfatti per quanto fatto fin'ora, se lo stesso Giarda dichiara che "Questo perché i tagli varati nei passati tre anni, ancora prima dell’intervento sulle pensioni, sono stati molto significativi e dovrebbero esercitare i loro effetti proprio nel 2012 e 2013. Gli interventi sulla spesa hanno riguardato il blocco degli stipendi pubblici, il blocco parziale delle nuove assunzioni, la riduzione della spesa sanitaria, il taglio delle spese per acquisto di beni e servizi e anche la cancellazione o la drastica riduzione di programmi di finanziamento di enti e soggetti esterni alla pubblica amministrazione. Come risultato, il totale della spesa pubblica dal 2009 al 2013 si presenta costante, circa 727 miliardi di euro al netto degli interessi, un fatto che non ha precedenti nella storia della Repubblica che, al contrario, si è caratterizzata sempre per aumenti da un anno all’altro"


In sostanza si spacciano tagli agli aumenti di spesa prospettici per un lusso, dichiarando che il lavoro è finito lì.


Strano, il tono del report di Giarda, che ho avuto la pazienza di leggere tutto, mi sembrava alquanto diverso. Si vede che l'aria di Palazzo Chigi ha ubriacato pure lui.


Che palle, concludo..



Noto con preoccupazione che il Governo sta esaurendo le idee su cosa tassare,tanto che dovendo tassare ha riproposto l'ennesima tassa sui carburanti. Che scarsa fantasia! Propongo io delle idee innovative su cosa tassare, in modo che finalmente si possa raggiungere il 100% di tasse (obiettivo dei politici e dei tecnici).

Al punto 1: Tassa sulle scarpe: quando camminiamo sul suolo pubblico (marciapiedi, strade, spiagge) utilizziamo un bene da valorizzare (il suolo pubblico), quindi si dovrà versare un euro per ogni camminata,corsa , etc., etc, nei luoghi di pregio i comuni potranno raddoppiare e triplicare tale tassa, che sarà percepita attraverso l'assunzione a tempo indeterminato di nuovo personale (due piccioni con una fava...) posto all'angolo dei marciapiedi.

Al punto 2 : Tassa sui macchinari aziendali (inclusi PC, stampanti, etc., etc), poichè le aziende traggono un utile dall'uso dei macchinari è giusto tassare i macchinari, in modo che nulla sfugga, la tassa potrà essere applicata in vari modi a seconda del bene, e va pagata ogni mese, pena la requisizione del macchinario affidata a Equitalia.

Al punto 3 : Tassa sul macinato. Un'evergreen post-unitaria da rimettere in occasione dei 150 anni dell'Unità: quale miglior modo per festeggiarla ? Tassa a valore € 15 di bolli per ogni kg di grano macinato.

Al punto 4 : caso mai vi fosse rimasto qualche cent in tasca la madre di tutte le tasse: la tassa sull'aria respirata. Ogni volta che respirate sottraete ossigeno e immettete CO2, letale per l'ambiente (è una tassa ecologica, così i verdi son contenti),quindi tutti gli italiani saranno dotati di una speciale maschera per respirare,e ad ogni respiro dovrete immettere 50 cent, altrimenti la maschera si blocca. In questo modo contribuiamo a salvare il pianeta e le tasche dei politici.


a) una patrimoniale sul Sacro Monti di Varese

b) una tassa patrimoniale sui loden (® Spinoza)

c) una tassa sulle lacrime della Fornero (® Spinoza)

d) una tassa sulle parole inutili di Polillo.

e) una tassa sulla sobrietà

f) una simil vecchia I.G.E. sui bunga-bunga

g) una addizionale IMU su edifici in zona sismica causa metropolitana

h) tassa sui cognomi esagerati tipo Patroni Griffi, De Mistura, Terzi di Santagata o moltiplicati Bi-Ndi, Bi-Signani, Bi-Zarri, Tre-Monti, Tre-U, Quattro-Ne, Otto-Lenghi, Stra-Quadanio

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