La teoria del ciclo austriaca e l'attuale crisi economica

8 settembre 2010 Pietro Monsurrò

La notorietà della teoria del ciclo economico di Mises e Hayek è fortemente anti-ciclica e così, negli ultimi anni, se ne è parlato su blog, giornali, e journals. In questo articolo si cerca di rispondere ad una semplice domanda: gli austriaci hanno qualcosa da dire sull'attuale crisi economica? Dapprima descrivo la teoria e spiego cosa questa dica riguardo ciò che va cambiato nel modo di implementare la politica monetaria durante le recessioni e soprattutto durante i boom. Occorre però anche chiedersi se la teoria sia completa e corretta, argomento che ho cercato di trattare, nei limiti del possibile, in appendice, sottolineando anche quelli che a parer mio sono ancora i suoi limiti.

La teoria del ciclo economico di Mises e Hayek ha almeno una cosa in comune con l’oro: sono entrambi anticiclici. Gli austriaci vengono dimenticati durante il boom, quando hanno qualche consiglio da dare, e riscoperti durante la recessione, quando è ormai troppo tardi per evitare guai. Il recente articolo del Wall Street Journal su Peter Boettke (George Mason University), conferma la maledizione di Cassandra, come anche l’interessante lavoro di Diamond e Rajan del 2009 sull’effetto perverso delle politiche monetarie sull’illiquidità degli investimenti, in cui si cita e in parte si recupera la teoria di Mises e Hayek in una nuova veste “finanziaria”.

Quanto esporrò non è la teoria originale di Mises e Hayek, ma lo stato attuale della teoria, con alcune aggiunte mie personali. La teoria si compone di due tesi principali. La prima tesi è che una politica monetaria persistentemente espansiva, modificando i tassi di interesse, modifichi il rapporto costi/benefici dei vari tipi di investimento, producendo un eccesso di capitale fisso, bisognoso di un continuo flusso di nuovi investimenti complementari (risparmi) per poter essere fruttuosamente impiegato: questo è il boom insostenibile, in quanto la produzione dapprima aumenta, per poi diminuire in un secondo momento, anche bruscamente.

Questa tesi si presta ad una serie di obiezioni. Ne elenco quattro: a tre rispondo nella prima appendice perché le risposte non sono né semplici né concise, mentre alla quarta obiezione dedicherò la seconda appendice, perché qui secondo me c'è ancora del lavoro da fare per ottenere una teoria ben fatta, e ci sono almeno due strade da percorrere per gli austriaci (che finora hanno scelto la più impervia, apparentemente senza grossi risultati).

Perché l’espansione monetaria non genera semplicemente inflazione? Perché beneficia gli investimenti di lungo termine e non ad esempio i consumi? Come si modifica la struttura produttiva durante il boom e durante la recessione? L’ultima obiezione - il problema ancora aperto - è: perché la politica monetaria è non-neutrale proprio nel modo richiesto dalla teoria? Perché gli imprenditori "sbagliano"? Si assume forse che siano degli allocchi? Quest'ultimo problema, chiamato "ratex critique" (critica delle aspettative razionali), tocca le fondamenta stesse del modo di considerare la non-neutralità monetaria, ed è il più complesso di tutti.

Per farsi un'idea - prima di leggere l'appendice I - di quale possa essere la risposta alle prime tre obiezioni, è forse sufficiente affermare - al momento senza scendere nei dettagli - che durante il boom i prezzi sono tenuti stabili da livelli di crescita economica insostenibili, che il boom è caratterizzato da un eccesso di capitale fisso (qui sia Mises che Hayek avrebbero protestato per la semplificazione), creato perché le politiche monetarie espansive persistenti hanno l'effetto di ridurre il costo del capitale (abbassando il tasso di interesse lungo tutta la curva dei rendimenti), e questo capitale fisso aggiuntivo, che aiuta a produrre di più nel breve termine, non sarà rinnovabile nel lungo termine per mancanza di sufficienti risparmi, cioè andrà a scontrarsi con un eccesso di consumo durante la recessione.

La seconda tesi tipica dell’economia austriaca è che un tale stato di cose non può durare, e che una crisi è quindi necessaria, cosa che comporta una serie di problemi quali la necessità di spostare risorse dai settori che sono cresciuti troppo, la perdita di capitale (fisico e umano) fisso inconvertibile, e potenzialmente la crisi degli intermediari finanziari (banche). In pratica, la recessione è la risposta del sistema economico a problemi preesistenti, e consiste in un doloroso processo di aggiustamento.

Da dove vengano i problemi della recessione, cioè l’insostenibilità della crescita che si ha nel boom, lo chiarirò nella prima appendice. Ma cosa succede esattamente nell'economia durante una recessione? Qui rimando nuovamente all'appendice I per i dettagli, ma, in poche parole, succede che sia gli investimenti che i consumi crollano, che si ha un panico bancario, e che una parte della dotazione di capitale si rivela inutilizzabile (come le gru delle imprese di costruzioni dopo la crisi del settore) e ciò comporta una compressione della frontiera delle possibilità produttive.

Sebbene la teoria della crisi in qualche modo spieghi parte della gravità delle recessioni, nessuno degli elementi considerati dalla teoria poteva però spiegare la Grande Depressione, e dopo la “General theory” la teoria finì nel dimenticatoio. Nessuno infatti aveva previsto le politiche di Hoover e Roosevelt, le cui conseguenze sono state solo di recente chiarite da Cole e Ohanian [1].

È quindi necessario aggiungere una terza tesi: che oltre ai necessari e costosi cambiamenti strutturali, ci siano dei fenomeni di accelerazione che intensificano la crisi, ad esempio dovuti al crollo degli aggregati creditizi (come sosteneva l’austriaco Richard Strigl nel 1937), cosa che rende la teoria austriaca simile all’attuale letteratura sul credit channel, e alla teoria di Irving Fisher delle depressioni [2]. La principale differenza è che contrastare i fenomeni di accelerazione della crisi tende, per gli austriaci, a perpetuarne le vere cause, ad esempio attraverso il "loan evergreening", cioè la perpetuazione di investimenti da liquidare [3]. Per le teorie del credit channel, invece, in genere l'intervento è praticamente un pasto gratis, senza conseguenze di lungo termine.

Chiarito di cosa stiamo parlando, chiediamoci: la teoria austriaca serve, magari opportunamente aggiornata, a spiegare la genesi e l’evoluzione dell’attuale crisi? Per rispondere, ripercorriamo la storia che ha portato all'attuale situazione, partendo dal 1987, anno in cui, per la prima volta dopo la disinflazione di Paul Volcker, i mercati cominciarono a rendersi conto di poter contare sull'intervento della Federal Reserve di Alan Greenspan in caso di crisi. La "safety net monetaria" - per gli austriaci il moral hazard non è nato con i recenti bailout - si è poi successivamente attivata in diverse occasioni, con la recessione del 1990, la crisi di LTCM nel 1998, il Millennium Bug nel 2000, e l'Undici Settembre nel 2001. Proprio in questo periodo si cominciò a parlare di Greenspan Put [4], ma la Fed continuò imperterrita a socializzare rischi e costi (per approfondire questo punto fondamentale, si veda l'appendice II). Arrivati al 2007, però, la Fed si ritrovò senza più munizioni, e sono cominciati i guai veri. Questa “narrativa” giustifica la prima tesi: un lungo boom, prodotto dalle autorità monetarie, intervallato da tentativi di aggiustamento abortiti “manu monetari”: nel frattempo, i problemi strutturali sono aumentati, rendendo la necessaria recessione più grave.

In sostanza, la teoria del ciclo austriaca sostiene che le politiche di stabilizzazione creino un trade-off tra la stabilità del breve termine (cioè finché l’economia può permettersi il boom e la politica monetaria è efficace) e la stabilità di lungo termine (quando la Fed – o magari la BoJ – diventa impotente e l’economia ha accumulato tanti di quei problemi da bloccarsi, o collassare).

Sto parlando di moral hazard. Mises e Hayek conoscevano tale concetto? Mises scriveva nel 1928 [5] riferendosi alla politica monetaria inglese del XIX secolo:

“It was usually considered especially important to shield the banks which expanded circulation credit from the consequences of their conduct. One of the chief tasks of the central banks of issue was to jump into this breach. It was also considered the duty of those other banks who, thanks to foresight, had succeeded in preserving their solvency, even in the general crisis, to help fellow banks in difficulty.”

"Era normalmente considerato molto importante difendere le banche che espandevano il credito dalle conseguenze della loro condotta. Uno degli obiettivi principali delle banche centrali di emissione era intervenire [quando necessario]. Era anche considerato dovere delle banche che, per via della loro maggiore oculatezza, erano riuscite a rimanere solvibili, anche in tempo di crisi generale, aiutare le altre banche in difficoltà."

Nello stesso testo, Mises afferma che il fatto che il Peel Act (una legge del 1844 che impediva l’espansione di credito tramite banconote – ma non depositi) fosse sospeso ad ogni crisi lo rendeva incapace di prevenire l’espansione, visto che nessuno lo prendeva sul serio. Anche Hayek parlava esplicitamente dello stesso problema, scrivendo nel 1937:

“the fundamental dilemma of all central banking policy has hardly ever been really faced : the only effective means by which a central bank can control an expansion of the generally used media of circulation is by making it clear in advance that it will not provide the cash (in the narrower sense) which will be required in consequence of such expansion, but at the same time it is recognised as the paramount duty of a central bank to provide that cash once the expansion of bank deposits has actually occurred and the public begins to demand that they should be converted into notes or gold.”

"il fondamentale dilemma di tutte le politiche delle banche centrali è stato a malapena compreso: l'unico metodo efficace attraverso cui la banca centrale può controllare l'espansione dei mezzi monetari è rendere chiaro in anticipo che non fornirà liquidità quando richiesta come conseguenza di tale espansione, ma, allo stesso tempo, è stato riconosciuto come dovere fondamentale della banca centrale provvedere alla liquidità una volta che l'espansione dei depositi bancari è già avvenuta e il pubblico comincia a domandare la loro conversione in banconote, o oro."

Sul moral hazard tornerò nell'appendice II.

Tornando alla situazione attuale, l’economia americana consuma troppo, ha un deficit pubblico e un debito privato eccessivi, e deve gran parte degli investimenti domestici alla buona volontà degli investitori stranieri. Inoltre la struttura finanziaria è ancora in condizioni critiche, per via dell'eccesso di leva finanziaria e dell’intrinseca opacità di strumenti finanziari che hanno funzionato finché qualcuno ha provveduto alla loro liquidità. Ritroviamo qui la seconda tesi: i mercati necessitano di una pausa di riflessione, che oggi è chiamata “deleveraging”, e che Mises e Hayek chiamavano “liquidazione del malinvestment”. La differenza è che Mises e Hayek avevano in mente una crisi della struttura produttiva, e la crisi bancaria era solo la conseguenza secondaria di questa crisi (anche se verosimilmente è la componente che causa più danni in recessione).

(Breve nota metodologica: cosa significa "debito eccessivo"? Rispetto a cosa? La mancanza di una definizione operazionale di “malinvestment” - cioè di investimenti insostenibili nel lungo termine - limita l’applicabilità empirica della teoria di Mises e Hayek. Lo stesso vale per le bolle speculative: nessuno sa se esistono, e magari un rapido aumento delle quotazioni è fondato, o forse no. Operazionalizzare aiuterebbe a testare gli aspetti testabili della teoria, come ad esempio i movimenti della struttura produttiva nelle varie fasi del ciclo economico. I lavori a riguardo saranno una decina in tutto. Sicuramente si può fare di meglio.)

Oltre alla finanza, ci sono poi una serie di problemi a livello di produzione da tenere in considerazione, e che è troppo facile dimenticare quando si ragiona in maniera aggregata: la necessità di ristrutturare interi settori produttivi, la perdita di valore dei beni capitali (fisici e umani) in questi settori, etc. La teoria austriaca, basata sulle nozioni di eterogeneità, specificità e complementarità dei fattori di produzione, può microfondare ad esempio l’aumento del tasso naturale di disoccupazione che probabilmente è accaduto negli ultimi tre anni (rimando a questo post di O'Driscoll). Investigare queste questioni con un occhio all’eterogeneità e alla struttura produttiva è quindi importante, e i primi a farlo furono Mises e Hayek negli anni ’30. Oggi probabilmente non sono più soli.

Una delle conseguenze importanti della teoria è che la macroeconomia ha ben poco a che fare con la domanda aggregata: chi parla di domanda aggregata usa spesso un qualche modello semplificato in cui non c’è alcun motivo per una crisi salvo la rigidità dei prezzi, e poi ne deriva, come necessaria conseguenza, che l’inflazione aiuta. Ma se l’economia ha problemi strutturali, le politiche di domanda aggregata sono inutili: anzi, se queste politiche impediscono l’aggiustamento, sono dannose.

A questo punto occorre porsi una domanda fondamentale: le politiche monetarie anticicliche sono irrilevanti, necessarie, o dannose? Al giorno d’oggi, non esiste una teoria standard che consenta di giustificare la dannosità di lungo termine delle politiche anticicliche, mentre per l'irrilevanza abbiamo ad esempio le teorie del ciclo economico reale, e per la necessità quelle neo-keynesiane. La teoria austriaca può coprire questo buco, a patto che si riesca a microfondare la non-neutralità monetaria in maniera rigorosa (si veda l'appendice II), che è il più importante lavoro teorico che è ancora da fare.

Questa intuizione di base della teoria di Mises e Hayek è finora rimasta fuori dai modelli di equilibrio generale (DSGE) che sono alla base di tutte le altre teorie macroeconomiche: purtroppo, per una serie di motivi (di cui all'appendice II), la loro teoria non è facilmente integrabile in questa cornice teorica, e comunque finora di tentativi ce ne sono stati pochi. Se qualcuno tra i lettori arriverà in futuro ad un modello del genere (magari sul solco del paper di Diamond e Rajan di cui si è parlato), sappia che starà recuperando quanto dicevano Mises e Hayek negli anni ’30.

Appendice I - Dettagli della teoria e risposte ad alcune obiezioni

Alle prime tre obiezioni riportate nel testo ho risposto in un solo paragrafo, che temo fosse incomprensibile. Questa appendice sviluppa le argomentazioni accennate.

La prima obiezione tipica alla teoria austriaca è che l'espansione monetaria dovrebbe semplicemente generare inflazione: a riguardo ci sono tre possibili argomentazioni.

La prima è che l'inflazione può essere coperta da guadagni di produttività. Negli anni '20, e negli ultimi venti anni, l'innovazione tecnologica ha tenuto i prezzi sotto controllo nonostante la politica monetaria. Lunghi periodi di innovazione tecnologica (o guadagni di efficienza, come la deregulation o la globalizzazione) possono nascondere gli effetti inflazionistici dell'espansione creditizia. Senza innovazione, il boom insostenibile durerebbe di meno, e farebbe meno danni, perché le banche centrali si spaventerebbero prima. La stabilità dei prezzi, in buona sostanza, non implica la stabilità economica: contro la stabilizzazione dei prezzi si espressero molto chiaramente sia Mises che Hayek, in diversi scritti.

La seconda risposta è che il boom genera un aumento delle transazioni, e una rivalutazione degli asset, che implica un aumento della domanda di moneta. Se la domanda di moneta è correlata positivamente col livello di attività economica, infatti, questo frena gli effetti inflazionistici impedendo a questa di fluire verso i mercati dei beni finali. Si noti del resto che il paniere "ISTAT" contiene quasi esclusivamente beni finali, mentre l'espansione creditizia genera sì inflazione, ma inizialmente degli asset finanziari. Qui il problema è che il livello dei prezzi dei beni finali è dato dai flussi monetari impiegati per comprarli, e non dal flusso monetario complessivo, comprese cioè le transazioni sui beni intermedi (per flusso intendo il prodotto dello stock di moneta e della sua velocità di circolazione).

La terza è legata al concetto di crescita insostenibile, e quindi gioca un ruolo fondamentale nell'analisi che segue. La politica monetaria espansiva genera un aumento insostenibile della produzione, che può durare qualche anno (per i dettagli, si veda la terza obiezione, sotto). In questa situazione il sistema economico produce più di quanto sia sostenibile nel lungo termine, perché la produzione di breve termine è stimolata a danno di quella di lungo termine. Questo contribuisce a ridurre l'inflazione, aumentando l'offerta di beni finali.

Qui è da sottolineare una cosa: durante il boom i risparmi diminuiscono, e sia i consumi che gli investimenti aumentano (qui Hayek non era d'accordo con Mises, almeno in alcuni lavori: negava che ci fosse il "sovraconsumo"). L’apparente contraddizione (Il vincolo di produzione Y = C + I che fine fa?) richiede di introdurre il concetto di crescita insostenibile, che spiegherò tra poco. Comunque, il sovraconsumo non è una condizione necessaria della teoria, è solo una conseguenza naturale dei bassi tassi, e delle rivalutazioni patrimoniali.

La seconda questione è perché la politica monetaria stimoli gli investimenti anziché i consumi. Il canale di trasmissione austriaco è il tasso di interesse reale, perché la politica monetaria genera un margine di profitto tra il tasso di rendimento sugli investimenti e il costo del capitale che le imprese pagano agli intermediari finanziari (i.e., il primo non si adegua istantaneamente al secondo come avverrebbe in equilibrio generale, altrimenti la moneta sarebbe neutrale).

Forse è abbastanza semplice concludere che in linea di principio uno sconto persistente sul tasso di interesse abbia forti effetti sui beni capitali durevoli, ma effetti secondari sul “capitale circolante”. Si noti che la persistenza dell’effetto richiede una politica monetaria espansiva nel lungo termine, in modo da distorcere tutta la curva dei rendimenti. Risulta difficile infatti credere che una diminuzione di breve durata del tasso a breve comporti forti profitti nell'investire in beni capitali durevoli, ma se l'effetto liquidità è persistente la cosa diventa meno misteriosa.

La terza obiezione standard è: cosa succede alla struttura dell'economia durante il boom e la recessione? Non esiste un modello formale di produzione “austriaca”, e ciò che ci si avvicina di più sono i “triangoli di Hayek”, un costrutto usato in “Prices and production”, ma di cui non sono un fan. Anche Huston McCullogh [6] ha fornito un buon esempio di struttura di produzione in cui un mismatch temporale tra risparmi e investimenti genera una perdita netta di produzione sia nel presente che nel futuro. Quel che è certo è che nulla della teoria austriaca si può ricavare assumendo funzioni di produzione come Cobb-Douglass.

Propongo un "mio" modello, che non si trova pubblicato da nessuna parte ma credo sia abbastanza fedele all’idea originale di Mises e Hayek: supponiamo che un’economia abbia beni capitali durevoli che durano N periodi, e che alla scadenza sono da ricostruire da capo. Il fondo di ammortamento per il capitale fisso lo chiamo fondo A: sono le risorse che si accumulano per N periodi e che ricostituiranno il bene capitale alla scadenza. Poi c’è il fondo che serve per usare il capitale fisso e produrre ogni anno beni di consumo, che chiamerò fondo B. Attenzione ai ruoli di questi due fondi (per fondo intendo le risorse necessarie a comprare forza lavoro, materie prime, semilavorati e altro "capitale circolante").

Durante il boom c’è un picco della produzione di beni durevoli, che aumenta la dimensione del fondo A che sarà necessaria tra N periodi (badate bene: non subito), generando cioè una domanda futura di risparmi. Infine c’è un incremento del fondo B, perché i consumatori neooccupati, o con salari maggiorati, o con asset sopravvalutati, consumeranno di più, magari con spostamento di risorse a danno del fondo A. Quello che conta è che dopo N periodi ci sarà un picco della domanda di fondi per il rinnovo del capitale durevole in scadenza (Hayek lo spiega qui), ma ci sarà anche un elevato livello di consumo, e questo tiro alla fune tra le due domande incompatibili smetterà di spingere l’economia verso un livello di produzione insostenibilmente alto e diventerà un “binding constraint”: questo avviene però dopo N periodi, non subito.

Dopo N periodi, quando comincia la recessione, dapprima i consumi, troppo alti, vanno a togliere risorse al fondo di ammortamento del capitale fisso, il fondo A; nel frattempo, il capitale fisso, ormai troppo vecchio, diventa un collo di bottiglia per la produzione di beni finali, che non può più espandersi come prima e anzi probabilmente deve contrarsi; poi, parte di questo capitale fisso, in mancanza di investimenti e di fattori di produzione complementari (un aumento dei consumi sposta ad esempio i lavoratori verso il fondo B [7]), diventa submarginale, e smette di essere utilizzato, con conseguente disoccupazione; e le banche, che hanno un portafoglio di prestiti in rapido deterioramento, si vedono costrette a diminuire il livello di intermediazione (cosa che Hayek chiamava “deflazione secondaria”).

In questa teoria viene naturale che l’output gap sia anticiclico, ma ciò non è (necessariamente) un’inefficienza. Il capitale fisso creato nel boom è veramente submarginale, non è un problema di domanda aggregata come nei modelli neo-keynesiani.

Si deve anche notare che la crisi bancaria, in questo modello, è in larga parte endogena: nessuno shock esterno colpisce le banche, sono gli investimenti in essere che prima o poi si riveleranno fallimentari. La cosa è banale: se la struttura della produzione è insostenibile, prima o poi deve collassare, e le banche rimangono vittime del processo, e lo aggravano col “deleveraging”. Ovviamente possono esistere shock esogeni al capitale bancario con effetti macroeconomici: ma questa è la teoria del credit channel, non quella austriaca.

Non ci sono molti lavori “empirici” che abbiano investigato queste modificazioni strutturali, che ad occhio però mi sembrano compatibili con i “fatti stilizzati” dei cicli economici. La struttura della produzione nelle società capitalistiche è però così complessa che probabilmente si nascondono problemi del genere un po' ovunque: non è detto che ogni crisi segua esattamente il percorso precedentemente descritto. Ogni domanda di risparmi al tempo t+x, necessaria a completare gli investimenti iniziati al tempo t, quando si scontra con un eccesso di consumo al tempo t+x, produrrà una liquidazione degli investimenti, e quindi una crisi economica. Ogni specificazione della funzione di produzione con queste caratteristiche è sufficiente per avere un modello austriaco della struttura produttiva.

La teoria austriaca è agnostica sull'andamento del livello assoluto dei prezzi. Se le banche hanno problemi, può esserci deflazione; se continuano a pompare liquidità, prima o poi ci sarà inflazione. Mises e Hayek insistevano che l'inflazione (o meglio l'iperinflazione) fosse l'esito finale necessario del processo: dopo vent'anni di crisi giapponese credo si debba ammettere che problemi strutturali che inibiscono il processo di moltiplicazione della moneta possano durare molto a lungo.

Rimane da vedere perché la moneta è non-neutrale, e perché agisce sui tassi di interesse (reali) in maniera persistente. Se ciò accade, diventa relativamente semplice capire il perché dell'eccesso di investimenti in capitale fisso (il cui valore è interest-sensitive), il perché dell'eccesso di consumi (che aumentano col tasso di interesse e la ricchezza finanziaria), e quindi rimane da spiegare come mai tutto ciò accada a discapito del fondo di rinnovo del capitale fisso (che non è detto comunque che debba ridursi: l'aumento della quantità di capitale fisso rende necessario un fondo ben maggiore quando ci sarà la necessità di rinnovo).

Appendice II - Il lavoro teorico che andrebbe ancora fatto

Rimane da discutere il quarto problema: come fa la politica monetaria ad avere effetti persistenti sul tasso di interesse (reale)? Questo è un problema ancora oggi aperto.

Su questo argomento gli austriaci hanno un approccio argomentativo (ne hanno più d’uno, ma tratterò il migliore) che non mi convince del tutto, e quindi ritengo che ci sia ancora del lavoro da fare per microfondare il meccanismo di trasmissione che va dalla politica monetaria alla struttura produttiva attraverso la curva dei rendimenti. Proporrò inoltre un percorso argomentativo alternativo più graduale e più compatibile con l'economia standard, che allo stato attuale non si trova però nella letteratura austriaca, salvo un paper del 2001 [8].

L’approccio austriaco tipico parte da una considerazione secondo me vera, e poi salta troppo presto alle conclusioni. La considerazione vera è che i modelli standard (quelli da libro di testo) di economia monetaria non sono adeguati per lo studio del loro soggetto: se si assumono mercati completi, prezzi flessibili, aspettative razionali, ed equilibrio walrasiano, di fatto si sta dicendo che la moneta è superflua, e che non c’è motivo per detenerla. Essendo superflua, è abbastanza naturale che sia anche neutrale o quasi. Insomma, questi modelli non aiutano a studiare come la moneta influenzi il processo economico, perché le loro stesse ipotesi escludono che la moneta serva a qualcosa (già solo giustificare l'esistenza della moneta richiede ipotesi ad hoc): questo problema è inerente alla teoria dell'equilibrio generale, a meno di non introdurre frizioni apposite (come nei modelli neo-keynesiani).

Per provare a dare un'idea della visione alternativa austriaca, ho scritto questo paragrafo, che è così conciso che forse genererà più confusione che informazione. Gli agenti economici austriaci non conoscono tutto ciò che serve per raggiungere l'equilibrio generale, ma si avvicinano all'equilibrio generale in maniera non-walrasiana, cioè effettuando scambi prima che i prezzi finali si siano formati (i.e., scambiando "at false prices"). Attraverso questo processo, si genera il sistema dei prezzi, che è la guida necessaria per prendere decisioni "informate", rendendo possibile il calcolo di profitti e perdite. C'è cioè un feedback tra l'attività imprenditoriale, che ingloba le nuove informazioni nel sistema dei prezzi, e quest'ultimo, che funge da guida per la prima. In questo modello in cui gli scambi sono parte del processo che dovrebbe portare all'equilibrio, e non sono successivi all'instaurazione di questo, e in cui la moneta ha un ruolo chiave nel permettere la coordinazione tra gli agenti (permettendo la formazione dei prezzi e il calcolo dei profitti), ovviamente gli shock monetari non possono essere neutrali, perché la moneta sarebbe tale solo se gli agenti fossero così razionali e onniscienti da poterne fare a meno, cosa che va contro l'ipotesi di partenza (qui c'è un breve testo di Mises sulla non-neutralità monetaria, che parte proprio da queste ipotesi). Un'altra conseguenza è che gli agenti non possono essere così razionali da formare aspettative razionali: hanno limitazioni cognitive che impediscono di comprendere la struttura di tutto il sistema economico in cui vivono, e devono limitarsi ad "algoritmi di massimizzazione" più euristici e locali. C'è una stickiness nelle aspettative e nell'apprendimento legata al fatto che di fronte ad un problema nuovo non si conosce subito "la soluzione ottima", ma la nuova informazione deve diffondersi nei vari mercati attraverso processi di arbitraggio che richiedono tempo. La caratteristica più peculiare della "visione" austriaca consiste nell'analisi della coordinazione microeconomica in presenza di limitazioni - cognitive e informative - che impediscono un equilibrio immediato, come invece supposto dai "neoclassici" (per inciso: tutti i marginalisti sono neoclassici, anche gli austriaci: non sono neoclassici solo i marxiani, gli sraffiani e i post-keynesiani, al giorno d'oggi).

Il problema è che questo argomento non è sufficiente a provare la tesi degli errori imprenditoriali orientati verso un eccesso di investimenti fissi. Se anche la moneta avesse un effetto maggiorato nel mondo reale rispetto ad un modello neoclassico standard, questo non è di per sé sufficiente a dimostrare che l’effetto vada nella direzione indicata dagli austriaci.

Inoltre, questa linea di argomentazione richiede di ricominciare da Adamo ed Eva, eliminando la teoria dell’equilibrio generale, sostituendola con una teoria del processo di mercato al di fuori dell’equilibrio, e costruendo sopra quest’ultima una teoria monetaria alternativa. Io trovo più illuminante la visione austriaca di quella "neoclassica", ma ritengo anche che alla teoria monetaria austriaca manchi ancora qualche pezzo. I lavori di Mises e Hayek degli anni ’30, come anche alcuni lavori successivi, come questo libro di O’Driscoll su Hayek, cercavano proprio di rifondare la teoria monetaria su una teoria microeconomica diversa da quella allora (e tuttora) imperante. La quantità di insights che ne è derivata sul processo di mercato è secondo me rilevante, ma una teoria sufficientemente dettagliata non fu partorita allora, e tuttora non esiste.

Si può provare quindi un approccio più graduale. A parte [8], questo approccio non si trova in letteratura, è quindi fondamentalmente una mia elucubrazione. Innanzitutto, basta introdurre una qualsiasi frizione per generare una maggiore non-neutralità: un modello con una qualche frizione finanziaria potrebbe quindi generare risultati simili al modello di Mises e Hayek senza dover tornare ad Adamo ed Eva. Qualsiasi frizione va bene: essendo tutte sostanzialmente ad hoc, più frizioni vanno bene più la teoria è robusta.

Qui gli austriaci hanno sempre posto l’accento sugli effetti redistributivi delle iniezioni di moneta: chi ottiene per primo la nuova moneta compra prima dell’inflazione, mentre gli altri comprano dopo. Siccome non tutti i prezzi aumentano subito e della stessa quantità, alcuni guadagneranno e altri perderanno. Siccome la coordinazione di mercato avviene attraverso gli scambi, e non prima di essi, la reazione allo shock richiede tempo e non può essere istantanea. Lo Stato guadagna a danno dei cittadini, e l’imprenditore a danno dei risparmiatori: questo è chiamato “effetto Cantillon”. L'esistenza di questo effetto è fuori discussione, altrimenti non esisterebbero i falsari, e lo Stato non si sarebbe mai interessato alla moneta: l'effetto esiste anche nella letteratura standard (i.e., il signoraggio), ma non è pervasivo come nell'approccio austriaco, dove la percolazione della nuova monea attraverso i vari mercati genera una lunga sequenza di profitti e perdite (gli effetti redistributivi non richiedono variazioni del livello dei prezzi, come nei modelli di credito con inflazione non anticipata: è sufficiente che cambino i prezzi relativi in modo da generare profitti e perdite fittizi).

Il trucco dovrebbe essere (uso il condizionale: sto descrivendo una teoria che non esiste ancora) che se la politica monetaria è redistributiva, allora gli agenti economici cercheranno di sfruttarla per ottenere profitti, e quindi si potrebbe dimostrare che espandere il credito ed investirlo è la strategia dominante per banche e imprese [8]. Che il moral hazard abbia di questi effetti è fuori discussione, il problema è microfondarlo in modo da "forzare" gli agenti ad adottare proprio la strategia che gli austriaci finora hanno imputato agli "errori imprenditoriali" indotti dalle politiche monetarie.

Per fare un esempio: se le imprese possono decidere tra un investimento rischioso A e un investimento sicuro B, il moral hazard renderà l'investimento A meno rischioso e quindi genererà profitti per chi investe in A; inoltre, l'aumento della produzione farà diminuire i prezzi finali, e aumentare quelli dei fattori di produzione, riducendo quindi i margini di profitto di B (sto immaginando che A e B siano due tecnologie che usano gli stessi input e producono lo stesso ouput, ma hanno diversi livelli di rischiosità). Insomma, con un po' di lavoro, forse, si può dimostrare che l'investimento B è dominante su A in condizioni normali, ma diventa dominato da A in condizioni di credito facile.

Una volta dimostrato che la politica monetaria ha (sufficienti) effetti redistributivi, e che agisce sui canali creditizi, il "moral hazard" (per gli austriaci "l'effetto Cantillon") può diventare il motore teorico della non-neutralità monetaria. Il boom avviene perché la banca centrale genera moral hazard, le politiche anticicliche funzionano perché il mercato si dimentica (generando endogenamente ulteriore credito) dei problemi grazie al moral hazard, e il gioco finisce quando la banca centrale cambia politica (magari per via di pressioni inflazionistiche), oppure quando non è più in grado di generare effetti redistributivi sufficientemente forti da perpetuare gli investimenti "erronei". In quest'ottica, gli investimenti non sarebbero più neanche erronei: il problema diventerebbe che gli incentivi individuali non sarebbero adeguati a generare risultati efficienti.

Credo di aver elencato le difficoltà di creare una teoria del genere, però a me non sembrano insormontabili: è difficile essere fedeli alla teoria originale, ma non dovrebbe essere difficile replicarne i risultati senza ripartire dalle microfondazioni. Alcuni temi della ricerca macroeconomica contemporanea mi sembrano convergere su temi austriaci: credo che i tempi siano pronti per tappare i buchi rimasti nella teoria e recuperare le lezioni di macroeconomia che sono andate perdute con la rivoluzione Keynesiana, e che oggi sono largamente assenti dal dibattito macroeconomico, e soprattutto dalle politiche delle banche centrali.

Credo che l'approccio graduale che ho descritto possa dar luogo a qualche risultato valido in tempi relativamente brevi, mentre l'approccio "massimalista" di ricominciare dalla critica all'equilibrio generale - per quanto convincente nelle premesse e affascinante nelle conseguenze (e io sono convinto che sia un approccio migliore di quello walrasiano nel comprendere certi fenomeni economici) - sia una strategia a più lungo termine. Entrambe sono fondamentali per il futuro delle teorie austriache o anche, semplicemente, per lo sviluppo della ricerca economica.

Riferimenti

[1] Su Hoover, “What, or who, started the Great Depression”, Lee Ohanian, Journal of monetary economics, 2009, e, su Roosevelt, “New Deal policies and the persistence of the Great Depression”, Lee Ohanian e Harold Cole, Journal of Political Economy, 2004.

[2] “The debt-deflation theory of great depressions”, Irving Fisher, Econometrica, 1933.

[3] "Unnatural selection: perverse incentives and the misallocation of credit in Japan", Joe Peek e Eric Rosengren, American Economic Review, 2005.

[4] “Moral hazard and the US stock market: analyzing the ‘Greenspan Put’”, Marcus Miller, Paul Weller e Lei Zhang, Economic Journal, 2002.

[5] “Monetary stabilization and cyclical policy”, Ludwig von Mises, 1928. Si trova nella raccolta “Causes of the economic crisis” [http://mises.org/books/causes.pdf]

[6] “Misintermediation and macroeconomic fluctuations”, Huston McCullogh, Journal of monetary economics, 1981.

[7] “The Ricardo effect”, Friedrich von Hayek, Economica, 1942.

[8] “Expectations in Austrian business cycle theory: an application’s of the prisoner’s dilemma”, Tony Carilli e Gregory Dempster, Review of Austrian Economics, 2001.

 

216 commenti (espandi tutti)

Molto interessante. Una domanda da ignorante. Se ho capito bene,  la teoria addossa la "responsabilità" della crisi ai banchieri centrali, che creano troppa moneta, e contemporaneamente riduce la responsabilità delle banche che agiscono da puri intermediari  per allocare la moneta generosamente creata (en passant, esattamente il contrario dell'intepretazione prevalente della crisi attuale). La domanda è: i banchieri centrali sono stupidi (non capiscono i danni futuri dell'espansione monetaria) e/o criminali (li capiscono ma preferiscono soddisfare le pulsioni più basse dell'opinione pubblica, magari per essere riconfermati nella carica) ovvero sono "costretti" ad espandere dalle aspettative dell'opinione pubblica? In altre parole, mi sembra che sia necessario anche microfondare il comportamento dei banchieri centrali, non solo degli  agenti

Io ho smesso di stupirmi quando i politici fanno cose insensate.

Esistono le microfondazioni del comportamento dei politici: si chiama public choice. Non conosco bene la teoria, ma sostanzialmente dice cose assolutamente evidenti: i politici sono miopi, raccontano balle, nascondono i costi, privilegiano le lobby organizzate, e fanno disastri, se non sono vincolati da leggi e costituzioni rigide.

Siccome la Fed non è vincolata da nulla - ha pure il problema del dual mandate, che praticamente concede al suo capo un certo margine di discrezione extra rispetto a Trichet - l'analisi "costituzionale" credo sia del tutto applicabile.

Quello che non capisco della public choice è come si fa a credere che dei politici del genere possano autolimitarsi rispettando una costituzione.

Comunque, tornando alla macroeconomia, i motivi principali sono per me i seguenti:

1. Una teoria austriaca completa ancora non esiste, e anche se la reputo molto verosimile, non la conosce nessuno. Di conseguenza, non può influenzare le policy.

2. I politici sono sempre miopi: il mondo finirà dopo la prossima campagna elettorale. Le recessioni hanno costi immediati, dunque bisogna evitarle ad ogni costo.

3. Gli economisti danno troppa importanza alla stabilità dei prezzi. Se la leva finanziaria va a 100 a 1 ma i prezzi sono stabili, molti dicono che non ci sono problemi. E così è stato per la Great Moderation, e per gli anni '20.

4. La cosa sorprendente non è che nessuno si fila gli austriaci, è che per venti anni un tizio di nome Greenspan ha eliminato la coda sinistra dei rendimenti dai mercati finanziari, e nessuno si è spaventato per il fatto che in questo modo il sistema economico diventava del tipo "profitti privati / perdite pubbliche". I mercati finanziari USA funzionano con lo stesso principio della FIAT fino a qualche anno fa...

come si fa a credere che dei politici del genere possano autolimitarsi rispettando una costituzione

La costituzione serve a trovare meccanismi efficienti nel lungo periodo. Questi sono desiderati dai politici, che nel breve vogliono avere mani libere, ma nel lungo i loro figli  probabilmente non sono politici (per semplice reversion to the mean). Anche Per questo la casta e' dannosa, se i figli dei politici fanno i politici...

A questo non avevo mai pensato, e probabilmente aiuta. Per interrompere il circolo virtuoso di mean reversion però basta mettere qualche soldo in Svizzera per i nipotini. La casta è ancora peggio, però mettere da parte un patrimonio è più facile di creare una dinastia.

La mia idea sul costituzionalismo era che è più facile fare una battaglia per limitare in generale un certo potere, che fare mille battaglie per evitare che un tale potere venga usato in tanti casi particolari (e.g., più facile costituzionalizzare il pareggio di bilancio che lottare contro mille lobby che vogliono fondi ad ogni finanziaria).

Però era solo un'idea vaga, se non altro perché "più facile" rimane sempre in un intorno di "impossibile".

Se ti interessano queste cose leggiti Tabellini e Alesina, Voting on the budget deficit. Li' l'idea e' che un partito spende in deficit per limitare il potere di spesa del partito concorrente che andra' al potere (con una certa probabilita') la legislatura successiva, con conseguente perdita di efficienza (una soluzione efficiente e' una costituzione con budget balance). 

Scusa, non riesco a trovare l'articolo di Cole e Ohanian del 2009 sulla Great Depressione sul JME- Mi puoi ripetere la reference

Ho sbagliato ref. E' il Journal of economic theory, novembre 2009. In rete c'è un file di 38 pagine con lo stesso titolo, scaricabile gratuitamente. Credo sia la versione working paper dell'articolo finale, che è più corto.

http://www.econ.ucla.edu/people/papers/Ohanian/Ohanian499.pdf

innanzitutto grazie per il focus sulla scuola austriaca, inspiegabilmente ignorata in toto nel corso di macro e storia economica della mia uni.

comunque non sono sicuro di aver ben capito una cosa riguardo la non-neutralità della moneta. dal momento che all'inizio dell'articolo viene messo in luce come le politiche monetarie evitino i naturali aggiustamenti di mercato nel breve periodo, non ne consegue che la moneta sia non-neutrale ?

Se la moneta fosse neutrale, la politica monetaria non potrebbe impedire gli aggiustamente. Il problema è spiegare da dove si origina e quali effetti abbia la non-neutralità, in modo da permettere poi alla politica monetaria di creare danni (nella teoria).

Se io dico che il ciclo è causato dalle macchie solari, ho bisogno di spiegare quale meccanismo leghi causalmente le macchie solari al ciclo economico. (La teoria delle macchie solari esisteva davvero, era di Jevons. :-D)

Senza questo meccanismo di trasmissione, Apollo può fare quello che vuole col Sole, ma non farà mai nulla di rilevante per il ciclo economico.

giusto.ho dovuto rileggere tutto un paio di volte per capirlo veramente. se ho capito bene dimostreresti la non-neutralità della moneta attraverso il guadagno che le imprese e le banche possono effettuare date le loro informazioni anticipate e il loro accesso al credito, che gli permetterebbe di guadagnare dalla differenza tra il valore della nuova massa monetarie e la svalutazione conseguente data dall'inflazione? 

(P.S.sono appena all'inizio dei miei studi economici, quindi non capisco e non so tantissimo)

Se sei appena all'inizio degli studi, non dar retta a me, ti confonderei le idee. :-)

Io ufficialmente gli studi di economia non li ho mai cominciati, salvo un corso a LSE (undergraduate education: consiste nel giocare con l'IS/LM e illudersi di capire l'economia), visto che sono ingegnere.

La mia idea fondamentale è che - una volta dimostrato che la politica monetaria ha effetti redistributivi di un certo tipo sufficientemente forti - le banche possono espandere il credito troppo perché sanno che la politica monetaria li salverà (questa è l'essenza della citazione di Mises e Hayek nel testo), e le imprese possono accettare più credito e intraprendere più investimenti perché sanno che le banche continueranno ad assisterle, con dietro la banca centrale.

A questo punto, però, siccome tutti sanno che le perdite almeno in parte - non trascurabile - non sono "di nessuno" (sono socializzate), non esiste nessun meccanismo economico che costringa banche e aziende a comportarsi in maniera ragionevole.

Pezzi dell'argomento si trovano qui e lì in Mises, Hayek, e anche scritti più recenti di Garrison, O'Driscoll, Carilli. Una sistematizzazione e un'analisi accurata del tutto però non l'ho vista.

pur avendo studiato poche cose ancora ho sentito parlare di Hayek e la scuola austriaca e in ciò che mi è stato detto ho trovato molte argomentazioni condivisibili, purtroppo al mio corso di macro non è stato minimamente citato, con mio grande disappunto.

quindi diciamo che l'articolo che hai pubblicato ha attirato particolarmente la mia attenzione, sai per caso il nome di un buon libro da leggere riguardo a ciò? (ho visto sul tuo profilo su Noise che dovresti essere ferrato)

Eh, la domanda non è facile. Non ho mai letto nessuna esposizione manualistica della teoria austriaca che fosse decentemente approfondita. Io gli austriaci li ho studiati leggendo i libri uno per uno. Percorso poco efficiente, che richiede un bel po' di tempo.

In Italia gran parte delle opere degli austriaci è stata pubblicata da Rubbettino. Su internet quasi tutta la letteratura storica si trova gratuitamente in PDF su mises.org.

Ho un solo consiglio da dare, perché è semplice ma anche abbastanza approfondito, ed è chiaro ma contiene anche un paio di idee nuove, oltre a risistemare un bel po' di materiale che prima era difficilmente comprensibile: "Time and money" di Roger Garrison.

In sostanza, il libro costruisce un modello grafico di tipo undergraduate e spiega giocando con 2-3 diagrammi tutta la teoria del ciclo. Poi c'è una lunghissima analisi della General Theory di Keynes, e una poco più breve del monetarismo: siccome gli austriaci hanno la pessima abitudine di parlare coi morti e non coi vivi, c'è invece poco o niente sulla macroeconomia contemporanea. Infine c'è una risistematizzazione del problema che ho chiamato "crescita insostenibile", un po' di analisi del moral hazard e di conseguenti bolle finanziarie. E costa poco (paperback 30$, credo).

Gli unici difetti sono che non risponde ai miei dubbi sull'appendice II, e non dedica sufficiente spazio a relazionarsi con gli economisti vivi. Però se dovessi scrivere un paper di teoria del ciclo austriaca, partirei da lì come prima reference.

Il libro però non parla dei temi diciamo di microeconomia. "Concorrenza e imprenditorialità" di Kirzner più o meno ne parla, è abbastanza semplice da leggere, forse un po' noioso. A me è piaciuto più "The meaning of the market process" di Kirzner perché c'è più teoria e meno chiacchiere, ma è anche più difficile da leggere.

Appena torno a Roma rileggerò "L'economia del tempo e dell'ignoranza" di Rizzo e O'Driscoll. Siccome non ricordo di cosa parla, o l'ho letto che ero ubriaco, o non è un libro facile - quando lo lessi non sapevo nulla dell'argomento. Temo però che sia un libro difficile, perché in genere reggo bene l'alcol.

Ho poi scoperto una serie di libri introduttivi di recente, ma ora che me la tiro perché sono un esperto non ho tempo di leggerli. Ad occhio mi sembra che "Economics for real people" di Callaghan sia fatto bene, con una buona attenzione ai temi micro. Ma ho solo sfogliato l'indice. In italiano c'è "La scuola austriaca" di Huerta de Soto, ma che io ricordi c'era troppa filosofia. "The economic way of thinking" (AA.VV.) è usato come libro di testo di microeconomia per principianti in corsi undergraduate di ispirazione austriaca. Data la mia esperienza di corsi introduttivi, deve quindi essere estremamente semplice, però dati gli autori sono convinto che sia chiaro e pieno di intuizioni.

http://ewot.typepad.com/the_economic_way_of_think/about-us.html

La mancanza di libri di testo non è tragica, ma poco ci manca. Dalle chiacchiere introduttive alle analisi avanzate c'è un baratro che è difficile da colmare.

Non è un modo per colmarle, però tanto vale: i miei appunti scritti per l'IBL nel 2007. Data la data, credo di aver scritto diverse fesserie. Giusto di recente mi sono accorto che il capitolo sul calcolo economico, il tema fondamentale della Scuola, mancava di parti fondamentali. Però è meglio di niente. Se dovessi riscriverlo ora sarebbe ben diverso: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000002055

cavolo 4 cose le hai lette eh.....grazie penso sia una buona visione d'insieme della materia, un ottimo passo per iniziare, il giorno che scriverai tu un libro sull'argomento fammelo sapere....

finora io ho trovato in libreria un testo pubblicato dalla mulino su hayek di andrew gamble non so se ne hai mai sentito parlare...

Eh, un libro. Sono troppo modesto per provarci. :-) Gamble non l'ho mai sentito. Credo che il 90% dei libri s Hayek sia di scienze politiche, cosa non incomprensibile visto che gli ultimi testi di economia di Hayek sono incomprensibili. :-)

Non capisco bene i dubbi espressi dall'appendice II e in ogni caso la crisi è destinata a manifestarsi persino indipendentement da effetti distributivi che comunque esistono

Le banche centrali non possono ovviamente sapere quale sia il prezzo del risparmio e falsificano il suo prezzo fissando tassi di interesse "politici". Ne segue che gli imprenditori assumono come data una vasta disponibilità di capitale che in realtà non esiste. Qui giova ricordare che contrariamente allo stupidario keynesiano il tasso di interesse non è affatto un fenomeno monetario. I progetti di investimento quindi prima o poi sono destinati al fallimento perchè quel capitale non esiste, il suo costo prima o poi è destinato a aumentare rendendo quindi non profittevole l'investimento o semplicemente il capitale è esaurito prima del completamento di quei progetti. Quelle allocazioni di risorse devono quindi essere liquidate da qui lo scoppio della bolla

E perché è la crisi destinata a manifestarsi? Il suo ragionamento è corretto se si ASSUME che i tassi reali siano pilotati dalla banca centrale in maniera persistente, ma non bisogna assumerlo, occorre spiegarlo.

Io sono convinto che non sia una cosa difficilissima, ma non è stato fatto in maniera adeguatamente rigorosa, né all'interno del paradigma austriaco (parte 1 dell'appendice II) né uscendo al di fuori (parte 2).

Non assumo che la teoria austriaca sia completamente e dettagliatamente fondata ma la crisi è destinata a manifestarsi necessariamente perchè i tassi di interesse fissati dalla banche centrali manifestano diponibilità di risorse risparmiate che non esistono.

Certo poi che le banche centrali pilotano persistentemente i tassi: hannoi il monopolio dell'emissione. Non vedo come sia possibile negarlo

Io non lo nego, nego che esista una teoria completamente soddisfacente che spieghi come fanno. E poi bisogna distinguere tassi reali e nominali in un ragionamento - anche se empiricamente mi sembra evidente che si muovano in larga parte assieme.

Appendice II

Lorenzo 8/9/2010 - 11:57

Complimenti per la presentazione! Affascinante. Avrei pero' un paio di dubbi che mi piacerebbe sottoporre all'attenzione di tutti.

1 - Per quale ragione gli agenti economici (i.e. imprenditori) persistono nell'intraprendere nuovi malinvestments a seguito dell'allargamento creditizio? Non dovrebbero, sia pure con diversi livelli di consapevolezza e in diversi momenti, realizzare che un tasso di interesse artificalmente basso non è sostenibile nel lungo periodo e, quindi, andare a detrimento della loro redditività? Come dire, percepisco un che di "meccanico" nel modo in cui gli agenti seguono pedissequamente le variazioni dei tassi.

2 - Mi pare di comprendere che la composizione totale fra beni capitali e di consumo si assume come data. Se questa assumption è corretta, quale ruolo gioca, allora, l'aumento della produttività del sistema nel suo complesso? 

Noterei che gli imprenditori anche nel caso conoscessero la teoria austriaca avrebbero interesse a sfruttare almeno inizialmente il boom indotto dalla banca centrale. Tentando di uscire dalla bolla prima del suo scoppio. Ma così facendo il boom sarebbe amplificato

Esistono poi ragioni pratiche per cui gli imprenditori non possono sottarsi agli effetti della manipolazione dei tassi: il boom è reale quindi rischiano di perdere importanti quote di mercato e/o essere oggetto di take-over 

 

Ciauz, provo a risponderti io

Per quale ragione gli agenti economici (i.e. imprenditori) persistono nell'intraprendere nuovi malinvestments a seguito dell'allargamento creditizio?

Questa è la cosiddetta obiezione ratex a cui esistono due filoni di risposte:

1) la politica monetaria incide sul tasso di interesse ma nessuno conosce il tasso naturale. Insomma ci troviamo in presenza di noisy signal (vedi Muprhy http://consultingbyrpm.com/files/2009.05.14%20ABCTRatExp%20Excerpt.pdf)

2) Gli imprenditori si trovano in una specie di dilemma del prigioniero. Anche se dovessero escludere un'espansione di lungo periodo (es. aprire nuovi stabilimenti), tuttavia in determinate condizioni potrebbe esistere una strategia dominante che le induce a sfruttare nel breve periodo la sua capacità produttiva in maniera subottimale per produrre un poco di più e non perdere la corsa.

Es. normalmente uso un macchinario operato da 10 lavoratori per produrre 100. Ora lo faccio utilizzare da 12 lavoratori per produrre 110. Nel farlo rovino il mio macchinario la cui vita operativa si accorcia e lo faccio lavorare in maniera subottimale (la produttività si è ridotta). Però magari mi conviene farlo perché nei prossimi anni so che ci sarà un aumento della domanda di questo prodotto indotta dal boom e se costruisco la tabella dei payoff del dilemma del prigioniero la mia strategia dominante è espandermi.

Marco

1) il modello di murphy l'ho letto un po' di tempo fa. non mi sembra dimostri che gli errori imprenditoriali vadano in una certa direzione, dimostra che crescono con il rumore. ciò è ovvio, però non basta. potrebbero benissimo portare ad un eccesso di consumo, ad esempio, come sostiene Tyler Cowen in "Risk and business cycles", libro con molti aspetti interessanti, anche se in esso compare la figura mitologica del boom-che-non-finisce-in-recessione, che in dieci millenni di storia umana non si è mai visto.

2) cito espressamente Carilli & Dempster 2001, purtroppo bisogna spiegare per quale motivo la politica monetaria è efficace prima di parlare di paradosso del prigioniero, altrimenti le banche se ne fregherebbero. non bisogna assumerlo, quindi, bisogna ricavarlo.

Ho trovato le citazioni del dibattito Mises/Lachmann del 1943 che spiegano il problema.

Lachmann, "The Role of Expectations in Economics as a Social Science":

" the Wicksellian theory appears to be based on a very special assumption, viz., of a capital market without a very strong mind of its own, always ready to follow a lead on the spur of the moment, and easily led into mistaking an ephemeral phenomenon for a symptom of a change in the economic structure. Without fairly elastic expectations there can be no crisis of the Austro-Wicksellian type"

Mises, ""Elastic Expectations" and the Austrian Theory of the Trade Cycle"

In my treatise Nationaloekonomie (Geneva, 1940) the chapter dealing with credit expansion ends with the following observation: " This typical course of the trade cycle has sometimes been altered through the interference of extraordinary events, mostly of a political character. But by and large one can observe in Great Britain since the end of the 18th century and in Western and Central Europe and in North America since the middle of the 19th century an almost regular alternation of booms and depressions. ... It may be that business men will in future react to credit expansion in another manner than they did in the past. It may be that they will avoid using for an expansion of their operations the easy money available, because they will keep in mind the inevitable end of the boom. Some signs forebode such a change. But it is too early to make a positive statement"

In sostanza, Mises dice che gli errori sono non una conseguenza della teoria, ma una generalizzazione empirica. Questo però è inconsistente con il metodo di Mises, secondo cui le teorie devono essere basate sulla deduzione logica a partire da ipotesi il più possibili evidenti.

Sono passati 67 anni, e dall'epoca i paper che hanno trattato la questione (O'Driscoll, Carilli, Garrison) sono stati pochissimi. Io credo che mischiandoli insieme si ottiene qualcosa, ma è un programma di ricerca, non lo status quo della teoria.

Riguardo l'utilizzo eccessivo del capitale fisso, questa è un'altra cosa importante legato le possibilità di sovraconsumo durante il boom e all'inizio delle recessioni.

Siamo sicuri che si tratti di errori, e non di disallineamento tra gli interessi di chi gestisce le imprese e quelli degli azionisti? Tutta la mia esperienza mi suggerisce che al crescere delle dimensioni di un'azienda il termine "imprenditore" diventa di significato sbiadito, e management e azionisti hanno interessi progressivamente divergenti, con il primo concentrato sul breve termine (quello in cui le stock options sono portate all'incasso). L'insostenibilita' e' l'ultimissima delle preoccupazioni del tipico CEO.

Per me l'economia è un sistema sufficientemente complesso che c'è spazio per tutte le spiegazioni. Bisogna vedere solo se la spiegazione è convincente.

Di problemi di principal/agent tra azionisti e manager ce ne sono, ma perché non si internalizzano? Cosa impedisce strutture migliori? Da cosa è determinata la struttura di controllo? Dalla legge? Da asimmetrie informative? Da incentivi legati alla finanza? Cosa impedisce di creare contratti che non paghino per la short-term performance (magari basta mettere un ritardo di 2-3 anni prima di poter realizzare le stock option)?

Credo di aver letto non più di un paio di paper su questi problemi, dunque non ne so niente. Però questo tipo di argomenti ha un aspetto che non mi convince mai: perché gli azionisti sono stupidi? A dir la verità non ho mai pensato agli azionisti, ma mi pongo domande simili ogni volta che qualcuno fa qualcosa che è palesemente rischioso.

Mi spiego: in un mercato dei lemons, i compratori scappano via, mentre in mercati finanziari con comportamenti opportunistici, viene fuori il razionamento del credito. Invece le corporation nei boom vedono la loro capitalizzazione raddoppiare o triplicare, e non c'è mercato o comportamento rischioso che non abbia un successo strepitoso.

Quindi la domanda che mi pongo è cosa fa credere a chi si comporta in maniera, a ben guardare, "autolesionista" che, qualsiasi cosa faccia, non deve preoccuparsi. Non ci ho mai pensato in dettaglio, ma forse la struttura dei premi del managament è un buon esempio.

Compratori e venditori scelgono di entrare in contatto, non sono costretti: entrambi devono pensare che sia la scelta migliore che hanno di fronte. Quando succedono problemi del genere, la mia prima ipotesi di lavoro è che entrambi hanno un paracadute (la mia seconda ipotesi sono i costi di transazione...).

Di problemi di principal/agent tra azionisti e manager ce ne sono, ma perché non si internalizzano? Cosa impedisce strutture migliori? Da cosa è determinata la struttura di controllo? Dalla legge? Da asimmetrie informative? Da incentivi legati alla finanza?

Mah, credo che il problema sia affine a quello che porta alla formazione di caste in politica: chi ha potere lo usa a proprio vantaggio, ignorando le condizioni sul mandato che ha ricevuto. Comunque, qualunque siano le cause della sua persistenza, e' un problema che esiste e puo' spiegare molte apparenti anomalie.

Quanto al "momentum investing": tutti cercano di cavalcare la tigre pensando che saranno in grado di scendere prima degli altri. La chiamano "the greater fool theory": la speranza di trovare qualcuno piu' scemo a cui vendere un asset a un prezzo ancora piu' gonfiato rispetto a quello, gia' irragionevole, a cui era stato acquistato.

Ma la politica non ha un mercato azionario. E' un gioco da cui non si può uscire, si è costretti a rimanere dentro dalla Guardia di Finanza. Se nessuno può costringere un azionista a non vendere, il potere del manager è limitato. Se potessi shortare i partiti italiani, sarei miliardario. :-D

Credo che il momentum investing sia un problema reale, dopo qualche anno di boom azionario anche gli analfabeti finanziari entrano nel mercato, e questa riduzione della qualità media degli "imprenditori" può giocare sicuramente un ruolo. Credo però che se c'è una politica che genera boom azionari persistenti (e.g., Greenspan put), il problema viene peggiorato perché gli allocchi entrano in massa dopo qualche anno che vedono boom.

Argomentazioni sensate, grazie per il commento. In effetti gli agenti potrebbero, per circostanze anche eccedenti le loro volontà, vedersi costretti ad intraprendere investimenti che, in circostanze normali, eviterebbero di fare. Sarebbe interessante, comunque, leggere in futuro il lavoro di qualche specialista sul il tema del moral hazard, specialmente per quel che concerne il comportamento opportunistico di determinate categorie di agenti (i.e. banche, grandi imprese). Mi riferisco, in particolare, all'argomento del "too big to fail".

 

1 - cercare di giustificare l'assunto è lo scopo della seconda appendice. sul piano empirico che gli imprenditori si trovino di colpo tutti insieme a scoprire che hanno fatto errori credo non sia sorprendente. perché ciò accade è la domanda teorica a cui gli austriaci devono rispondere meglio.

quando lei afferma che gli agenti si accorgono del problema in momenti differenti, però, ha già di fatto dimostrato che la moneta è non-neutrale. finché non se ne accorgono in numero sufficiente, è possibile infatti investire di più.

2 - al contrario, tutto l'articolo gioca con le variazioni strutturali della produzione. di progresso non ne parlo, tranne all'inizio dell'appendice I, quando dico che può nascondere l'effetto visibile sul livello dei prezzi dell'espansione monetaria. più il progresso è persistente, più manipoalre i tassi di interesse è pericoloso. per tutto il resto dell'analisi, credo che si possa trascurare il fenomeno della crescita economica, perché non influenza le dinamiche del ciclo.

Dimenticavo: vorrei ringraziare Leonardo, Silvano e Claudia per alcuni consigli sostanziali e/o stilistici.

Questo è probabilmente il post piu' interessante comparso sul sito dalla sua fondazione

Un vero peccato che gli economisti di noisefromamerika non abbiano nulla da dire. Saranno tutti impegnati a inseguire qualche correlazione o a capire la differenza tra risparmio e credito ma mi sembra davvero un'occasione persa

Grazie,

però il buco non sta nell'evidenza econometrica (la "correlazione"), ma nella teoria (appendice II). Se si riempie quel buco, magari si vince pure il Nobel (:-D), fino a quel momento è un'ipotesi di lavoro che reputo molto verosimile.

La correlazione non ha infatti spazio nella teoria austriaca, non è nemmeno scienza. Mentre per quantoriguarda la teoria a me sembra piuttosto solida

 Complimenti all’ing. Monsurrò per la sua continua ricerca nel campo della teoria economica. E non capisco dove trovi il tempo per studiare tutto quello che studia. Dirò subito che condivido molto di ciò che scrive. Le seguenti osservazioni vogliono solo integrare alcuni punti del suo ragionamento.

1) Cos’è il “debito eccessivo”? Con una battuta, si potrebbe dire che un debito è eccessivo quando non viene onorato e i creditori rimangono col becco asciutto. Il fatto è che quello che cerca Pietro nella “nota metodologica” – una “definizione operazionale di ‘malinvestment’” – nel senso da lui inteso, è impossibile formularla: nessuna ricognizione preventiva può dare certezze sull’esito di un qualsiasi particolare investimento, soprattutto con il crescere di M (il moltiplicatore di Hayek, che è tutt’altra cosa rispetto al moltiplicatore di Keynes). Il malinvestment, come la “bolla speculativa”, si scopre solo ex post.

Altro tipo di previsione è quella (generale) di Mises e Hayek sulla ineluttabilità di questi fenomeni, in conseguenza di una cheap money policy (soprattutto se protratta nel tempo). E chiedersi quale sia il limite tra una politica monetaria sana ed una malata, oggi, è una domanda senza senso, con le politiche del tasso zero (non per i veri imprenditori, naturalmente!).

2) Sull’Appendice I

A) L’espansione monetaria ‘endogena’, collegata all’innovazione, senza inflazione, è stata trattata ampiamente da Schumpeter.

B) Il “Modello Monsurrò” coinciderebbe con il modello di Hayek (di “Profits, Interest and Investment”, 1939), se si aggiungesse allo schema:

a) Il rapporto tra Investimento netto e Risparmio netto;

b) La distinzione tra obsolescenza tecnica e obsolescenza economica (nella recessione il problema non è il capitale fisso diventato troppo vecchio, ma l’impossibilità di completare l’ammortamento degli investimenti programmati, a causa della divaricazione dei tassi di profitto, che fa mancare il risparmio proprio a quel tipo d’investimenti).  

Grazie prof! :-)

1) So che le definizioni operazionali sono spesso impossibili, però esistono i proxy, le approssimazioni, le rule-of-thumb. Inoltre è possibile operazionalizzare ex post: una cosa è prevedere il problema - cosa che devono fare gli imprenditori - e un'altra è armarsi di strumenti concettuali per fare l'autopsia della crisi.

La Scuola austriaca non si è mai occupata di questi strumenti di indagine storica (detta anche: econometria, ma ovviamente non è solo questo). Che Mises e Hayek si occupassero solo di alta teoria è comprensibile, dato il costo-opportunità di occuparsi delle minuzie, ma i loro allievi meno dotati qualcosa di più pratico avrebbero pure potuto farlo, sarebbe stato più costruttivo di ripetere le teorie precedenti, inventando la letteratura dei "paper compilativi"... :-D

Il mio prof di Scienza delle Costruzioni diceva che la decadenza di una Scuola diventa evidente quando gli allievi cominciano a ripetere le teorie dei maestri, e, invece di arricchirle, perpetuano i vecchi errori, e ne aggiungono di nuovi. Come fan di Mises e Hayek, sono molto triste per questo. :-)

B) Avevo letto "Price Expectations, Monetary Disturbances and Malinvestments" (capitolo IV di "Profits") prima di scrivere, l'idea di base è molto simile, però io scrivo in maniera molto più chiara di Hayek. :-D

a) Cosa sono risparmio e investimento netti? Se si tratta di crescita, è un problema che ho "assunto via" - come direbbero negli USA.

b) Conosco la distinzione, ma nel mio modello non c'era abbastanza eterogeneità. Avevo in mente un solo capitale fisso che invecchiava, mentre per l'obsolescenza economica ho bisogno di introdurre la complementarità tra beni capitali, in modo che se uno manca l'altro diventa submarginale, o cambiamenti tecnologici.

Ad esempio, nel mio modello "a due fondi" non c'è materiale per dire "se hai un pozzo petrolifero ma non hai i soldi per una raffineria, il pozzo è economicamente inutilizzabile anche se tecnologicamente perfetto". Il mondo reale invece è pieno di questi problemi.

Comunque, il fondo di ammortamento serve per rinnovare i beni capitali, dunque questi devono invecchiare. Possono invecchiare per motivi tecnologici o economici, ma comunque devono invecchiare. Se non invecchiano, il fondo di ammortamento non serve, l'investimento è solo un costo sommerso.

Non vorrei fare il guastafeste (Pietro Monsurrò non si sorprenderà, ne son certo, di questi miei commenti perché li ha già sentiti) ma il problema della "teoria" cosidetta austriaca del ciclo è che, seppur sembri attraente ed interessante ha dentro a se alcuni buchi fatali.

Vorrei avere il tempo che non ho (fra le altre cose perché sto cercando disperatamente di finire un paper "pseudo-asutriaco" sulla politica monetaria, che devo prensentare la settimana prossima) per dilungarmi di più, ma in soldoni i problemi sono:

- cosa vuol dire "espansione insostenibilie"? La domanda è chiave: cosa si intende per "insostenibile"? Da nessuna parte nella letteratura "austriaca" ho trovato una definizione formale coerente e testabile. Quindi?

- gli imprenditori/investitori sbagliano sistematicamente previsioni o no?

- da dove vengono le risorse "straordinarie" usate nella crescita "insostenibile"? Detto altrimenti, la teoria assume che vi sono "idle resources" nel senso di "disoccupazione keynesiana"?

- i prezzi si aggiustano e contengono le informazioni rilevanti, a-la Hayek tanto per dire, o no?

- questo è già stato rilevato, ma è importante: ma la banca centrale è sempre gestita da delinquenti? E le banche, pure?

- il metodo di "aggiungere frizioni qui e là" non è solo che è poco scientifico è semplicemente assurdo: quali, perché e come?

Occorre anche aggiungere che molti elementi che vengono "menzionati" come chiave dagli austriaci (struttura multisettoriale, moral hazard, irreversibilità degli investimenti, tanto per dire i tre più rilevanti) sono "neoclassici" puri e duri. Basta dare un'occhiata a Von Neumann-McKenzie per il primo ed il terzo ed alla sterminata letteratura sul tema per il secondo. Che per colpa di JMK e seguaci tutti giochino con funzioni di produzione aggregate non è colpa della teoria economica, ma solo di JMK da un lato e della miseria della macroeconomia contemporanea dall'altro.

Vi sono poi questioni teoriche o di storia del pensiero (tipo la fissa assurda della scuola "austriaca", specialmente in tempi moderni, con la fractional reserve banking e via discorrendo) ma le lasciamo stare.

Infine, non me ne voglia Pietro ma il modello di produzione che lui descrive, spero lui intenda che non è un "modello" di nessun technology set. Se mi sbaglio me lo può provare scrivendo le funzioni di produzione e tutto il resto.

Anyhow, ritorno sull'argomento appena ho un po' di tempo in più, ma volevo evitare che si creasse l'atmosfera per cui è tutto "chiaro" e com'è che i "neoclassici", queste strane bestie, non hanno capito. Non è proprio chiaro nulla, purtroppo ... quella "austriaca", oggi come oggi e da 100 anni, è ancora una "bella storia" ed è molto lontana dall'essere una "teoria", let alone un "modello".

Aggiungo un paio di cose:

1. Di modelli "realistici" di tatonnement c'e' una letteratura, che non conosco ma penso che un fedele riassunto sia che non sia la strada da seguire per trovare grosse fiction

2. Sul "tuo" modellino a N periodi con i fondi A e B (appendice I):

Quello che conta è che dopo N periodi ci sarà un picco della domanda di fondi per il rinnovo del capitale durevole in scadenza

Perche' c'e' un picco della domanda? Se si e' accantonato in misura giusta il capitale accantonato nel fondo A viene speso per rinnovare il capitale e tutto continua. Gli imporenditori  sbagliano ad accantonare? E poi, perche' tutti devono rinnovare nello stesso momento? Il processo non dovrebbe essere staggered, ammesso anche che il numero N sia uguale per tutti?

**** Di modelli "realistici" di tatonnement c'e' una letteratura ****

Non escludo che esista una cosa simile a quanto ho in maniera pessima riassunto. Però non ne conosco una, ma sono quasi certo che non si trova sui libri di testo, né su alcun paper di teoria del ciclo che mi è capitato di leggere. Insomma, se esiste, nessuno ne ha tratto beneficio.

Però credo che il tatonnement non è la stessa cosa del processo che intendevo. Il tatonnement è un modo iterativo per annullare gli eccessi di domanda su tutti gli N-1 mercati e generare un equilibrio walrasiano, a meno così dicono i miei libri di Micro, che ho studiato malissimo.

Il processo che avevo in mente era un processo dove il percorso verso l'equilibrio avveniva attraverso gli scambi, cioè la gente si coordina man mano che sfrutta opportunità di profitto, e tende asintoticamente all'equilibrio generale. Ma ci tende in maniera non walrasiana, visto che ogni transazione avviene durante il processo di equilibrio e non dopo che il vettore die prezzi walrasiano è stato calcolato.

Sull'Economic Journal c'è un bel paper di Robert Axtell, un tizio di GMU che fa modelli economici ad agenti ed analisi computazionale dei processi economici, "The complexity of exchange".

Io sono affascinato dagli ABM, molto più dai DSGE che eliminano quasi tutti i problemi che mi interessano - come austriaco - per ipotesi. Però ne so poco, di ABM ancor meno che di DSGE.

L'idea del paper è comparare due tipi di modello economico di puro scambio: in uno si calcola il vettore dei prezzi, con N persone e L beni, in modo da annullare tutti gli eccessi di domanda, e quindi si calcola l'equilibrio walrasiano. Il risultato è che l'algoritmo ha complessità impensabile per il povero computer, se N e L sono dell'ordine di qualche decina o centinaio.

Nell'altro modello, invece, gli agenti si incontrano a coppie a caso (se ricordo bene) ed equalizzano i loro marginal rate of substitution localmente. Le proprietà del modello sono molto simili alla visione austriaca dell'economia:

1. Prima o poi si arriva ad un risultato efficiente sotto tutte le condizioni.

2. C'è un teorema di stabilità globale alla Lyapunov, per cui ogni equilibrio è stabile.

3. Ogni transazione genera profitti e perdite e modifica la ricchezza netta degli agenti ("trading at false prices", credo).

4. Ogni perturbazione dell'equilibrio dunque genera effetti patrimoniali, e il processo di riequilibrio tende ad un equilibrio diverso (perché nel frattempo sono cambiati gli endowment).

5. Il processo economico è path dependent perché a seconda di come si percorre la strada nell'equilibrio cambiano profitti e perdite.

6. La complessità dell'algoritmo è solo quadratica: il computer non esplode se deve simulare mille agenti e mille beni.

Ora, da qui alla visione del mercato austriaca il passo è lungo, ma le assonanze sono enormi, rispetto a quelle dei modelli di equilibrio generale dove tutti questi problemi non esistono per definizione.

Mi chiedo se tra 10-20 anni sarà questa la via per rispondere ai dubbi che ho espresso in App. 2.

Scusate l'intromissione ma molte domande mi sembra abbiano avuto risposta molto semplice:

- "insostenibile" vuol dire che il credito non è sostenuto da risparmio; è un tipico strafalcione del keynesismo considerare il tasso di interesse un fenomeno soltanto monetario e il credito (non il risparmio) motore dello sviluppo

- gli imprenditori sono indotti in errore dalla falsificazione di un prezzo ma anche se conoscessero la teoria austraica del ciclo avrebbero comunque un incentivo a partecipare al boom (se non altro per non perdere queote di mercato e quindi nel piu' lungo periodo l'impresa)

-le risorse "straordinarie" arrivano per esempio dal consumo di capitale (mancati o insufficienti ammortamenti) o dalla soppressione di alcune lavorazioni intermedie

- la banca centrale è governata spesso da new-keynesians (vedi Helicopter Ben) e comunque i banchieri centrali sono nominati da  politici; vi immaginate che fine farebbe un banchiere centrale che "austriacamente" dicesse: "mi rifiuto di manomettere i tassi perchè è necessario che il mercati sia ripulito dagli investimenti errati originati dalla precedente manomissione (...a parte che nessuno puo' sapere dove debba essere fissato un prezzo)"?

Non ho capito la storia di Hayek...ma visto che ha preso il Nobel per la teoria austriaca del ciclo...

 

""insostenibile" vuol dire che il credito non è sostenuto da risparmio"

No, la domanda era un'altra: siccome il credito è carta, e la carta non è un fattore di produzione, come è possibile che la produzione aumenti? Questa domanda è molto più complessa, spero di aver risposto decentemente.

"gli imprenditori sono indotti in errore dalla falsificazione di un prezzo ma anche se conoscessero la teoria austraica del ciclo avrebbero comunque un incentivo a partecipare al boom"

Sì, sono d'accordo. Ma come dico nell'articolo, sarebbe ora di provarlo, questo, e non di assumerlo.

"le risorse "straordinarie" arrivano per esempio dal consumo di capitale (mancati o insufficienti ammortamenti) o dalla soppressione di alcune lavorazioni intermedie"

Sì, perfetto.

"la banca centrale è governata spesso da new-keynesians (vedi Helicopter Ben) e comunque i banchieri centrali sono nominati da politici"

Sì, esatto. Comprereste mai un'auto usata da Bush o Obama? :-)

"Non ho capito la storia di Hayek...ma visto che ha preso il Nobel per la teoria austriaca del ciclo..."

Temo che Hayek non si capisse neanche da solo. E' uno scrittore atroce, pieno di intuizioni, ma confuso. Un'attenzione ai dettagli molto superiore a quella di Mises, che saltava i passaggi spesso e volentieri, ma espressi in maniera così ingarbugliata che serve un egittologo per capire quali intuizioni sono valide e quali erronee.

Mi chiedo come sarebbe cambiata la storia dell'economia se Hayek avesse saputo scrivere chiaramente come Mises, e se Mises fosse stato interessato ai dettagli meticolosamente come Hayek.

Non so cosa si intenda per questa "prova" dell'inganno subito dagli investitori ma attenzione che questa come l'adozione della funzione Cobb-Douglas rischia di portarci proprio al nulla del mainstream.

Non c'è altra guida che il sistema dei prezzi di mercato nella decisione umana e anche se gli imprenditopri lo sapessero rischierebbero di uscire dal mercato. Se c'è una lezione universale degli austriaci è che il positivismo mutato dalle scienze naturali è ingiustificabile 

- cosa vuol dire "espansione insostenibilie"? La domanda è chiave: cosa si intende per "insostenibile"? Da nessuna parte nella letteratura "austriaca" ho trovato una definizione formale coerente e testabile. Quindi?

- gli imprenditori/investitori sbagliano sistematicamente previsioni o no?

- da dove vengono le risorse "straordinarie" usate nella crescita "insostenibile"? Detto altrimenti, la teoria assume che vi sono "idle resources" nel senso di "disoccupazione keynesiana"?

Ovviamente non ho risposte esaurienti, altrimenti non sarei qui probabilmente, però in questo articolo Robert Murphy illustrava mi pare bene cosa si intenda per "unsustainable boom" e perché sia importante studiare la struttura del capitale. (la parte rilevante è dal capitoletto "A sushi model of capital consumption".

Quindi le risorse straordinarie usate nella crescita insostenibile possono provenire da:

- risorse non occupate precedentemente (durante il boom aumenta l'occupazione dopotutto), quindi il lavoro può costituire una idle resource

- risorse riallocate in modo subottimale. Durate il boom del dot com in quanti, tra programmatori, sistemisti, etc.  hanno mollato un lavoro in cui erano molto produttivi per passare ad una azienda della new economy dove erano pagati molto di più?

- sfruttamento subottimale delle risorse esistenti. Magari la mia azienda ha dei macchinari che producono 100 lavorando in maniera ottimale per 12 ore (ma poi richiedono 12 ore di riposo). Posso impiegare altri operai e farle lavorare 14 ore per produrre un po' di più (es. 115 per i primi 3 anni e poi sono da sostituire o produrranno solo 70 operando 8 ore al giorno). Può capitare che in particolari condizioni sia conveniente fare così (ved. gli accenni ad un ipotetico dilemma del prigioniero in tal senso).

Riguardo agli errori sistematici degli imprenditori non dimentichiamo poi che molte aziende si sono espanse a tal punto (magari integrando verticalmente la produzione) da non avere più un sistema di prezzi a fare da guida. In un certo senso soffrono in piccolo degli stessi problemi di calcolo economico di uno stato socialista e quindi molto più facilmente prendono abbagli.

Inoltre è difficile interpretare un segnale distorto e confuso. Possiamo avere il banchiere centrale con le migliori intenzioni di questo mondo, i migliori modelli e pur tuttavia avere un ciclo economico. Forse Greenspan conosceva il livello "di mercato" dei tassi di interesse? Anche con le migliori statistiche a disposizione spesso si troverebbe come un giocatore di poker texano che ha coppia d'assi in mano con un flop Re,9,9.  Punta e l'avversario rilancia all in. E' in vantaggio (l'avversario ha il Re o una coppia alta) e deve chiamare oppure è sotto un treno (l'avversario ha un 9) e deve passare la mano? Qual è il livello "giusto" dei tassi di interesse oggi? A sentire PK è -7% .....

Per finire, seguendo il paper di Friedman del '53 (ma forse semplifico troppo e traviso il pensiero di MF), se una teoria è buona perché fa buone previsioni e non ci interessa se le assunzioni sono realistiche, come dovremmo giudicare la teoria austriaca del ciclo?

Marco

 

Temo che la mia risposta sia lunghissima. Però ho specificato meglio il modello di produzione.

Io ho scritto in App. II che c'è un buco nella teoria, che sia fatale non credo - descrivo in maniera pessima due possibili linee di argomentazione - ma sicuramente c'è. Inoltre in App. I che mancano sufficienti dati per giudicare se quanto descritto è effettivamente rilevante, anche se mi sembra realistico.

**** cosa vuol dire "espansione insostenibilie"? ****

Venendo al dunque, ieri mattina stavo esplicitando cosa intendevo con quanto ho scritto sulla struttura produttiva.

Supponiamo che un'economia usi beni capitali che durano N periodi. Ogni anno il più vecchio "vintage" scompare e viene sostituito da un nuovo bene capitale prodotto attraverso il lavoro Lk. I beni capitali vengono poi usati in ogni periodo per produrre beni finali, attraverso il lavoro Lc.

La struttura produttiva che avevo in mente - molto schematica - era:

K*(1) = Lk (la nuova coorte di capitale viene prodotta impiegando Lk lavoratori ogni anno)
K*(2:N) = K(1:N-1)
Y = A * sum(K)^a * Lc^(1-a)
Lk + Lc = Ltot

K è il vettore di capitali di anzianità 1, ..., N, e K* il vettore futuro. Y è la produzione di beni finali, prodotta con una funzione di Cobb-Douglass. Ltot è la forza lavoro totale.

Ho definito nel testo "crescita insostenibile" come un aumento di Y che va a discapito di sum(K), di fatto, e cioè un consumo del capitale (nozione che ricorre in Mises, Hayek, Machlup) durevole legato ad un aumento della domanda di consumo odierna.

E' infatti possibile calcolare:

1. Il massimo Y compatibile con lo stato stazionario. Basta imporre credo K(i)=K=Lk, Lc=Ltot-Lk, e derivare sul controllo Lk.
2. Il dY/dt = Gy nello stato stazionario, che è zero, se la TFP A è costante.
3. Il massimo dY/dt che si può ottenere nel breve termine, con la conseguenza però di generare un dY/dt negativo in futuro (anzi, di far scendere Y sotto lo stato stazionario).

Per crescita insostenibile intendo un aumento di Y generato dal consumo di K, cioè dallo spostamento di lavoratori da Lk a Lc. Questo comporta un aumento della produzione perché il capitale invecchia lentamente, mentre la funzione di Cobb-Douglass permette di produrre di più rapidamente. Nel lungo termine però K diminuisce e l'economia si ritroverà sotto lo stato stazionario, e dovrà ridurre Y e il consumo (Y = C perché non ci sono investimenti).

Ciò è esattamente ciò che intendevo. Come ha fatto notare Muscatello nel commento, era anche la base - molto semplificata - di ciò che scriveva Hayek a fine anni '30.

**** cosa si intende per "insostenibile"? Da nessuna parte nella letteratura "austriaca" ho trovato una definizione formale coerente e testabile. ****

La definizione formale non esiste perché non esiste il modello. Credo che quanto ho scritto prima aiuti a chiarire però che il concetto è coerente e si può formalizzare, probabilmente in maniera meno "awkward" di come lo faccio io.

La definizione informale si trova in Garrison, "Time and money": la crescita insostenibile è un movimento dell'economia al di fuori della frontiera delle possibilità produttive di lungo termine (trascurando la crescita, ma immagino basti detrendizzare). Garrison non getta grande luce sul come ciò può accadere, salvo dire che Ltot è pro-ciclico (come nei modelli real business cycle e nei modelli di money illusion). Credo che il mio modellino sia più ricco e significativo a riguardo, ma sicuramente quanto dice Garrison è rilevante. 

Qui il mio modello fa schifo perché non tiene conto degli investimenti. Diciamo che la crisi avviene quando i consumi sono così alti che non è possibile investire a sufficienza per mantere il capitale, e la domanda di capitali netti per mantenere il capitale è così alta che non è possibile continuare la produzione senza ridurre il consumo.

Sulla testabilità, non so cosa si intende. Non credo che concetti come "potential output" o "output gap" siano testabili, ma vengono usati. La mia crescita insostenibile è un "output gap" negativo, di fatto, a patto di definire "potential output" come output massimo in stato stazionario. Non mi piace granché come definizione, però è tanto testabile quanto quella in uso in macroeconomia standard, e cioè non lo è. Anche la nozione di tasso di interesse naturale non è testabile, mi sembra.

A me piacciono le proposizioni testabili, ma dato che quasi tutti fanno economia usando idee non testabili, credo che non sia un difetto esiziale. Anzi, mi chiedo se qualcuno abbia mai testato l'equilibrio generale walrasiano. Un'idea è giusta o sbagliata, rilevante o irrilevante, illuminante o insignificante, indipendentemente dalla sua testabilità. La testabilità aiuta il lavoro di interpretazione dei fatti storici.

**** gli imprenditori/investitori sbagliano sistematicamente previsioni o no? ****

Empiricamente o teoricamente? Teoricamente dico in appendice II che non esiste una teoria soddisfacente del perché ciò accada: è il lavoro da fare.

Empiricamente parlando, sì: mi pare evidente che in recessione tutti si ritrovino con portafogli e investimenti erronei all'improvviso.

**** da dove vengono le risorse "straordinarie" usate nella crescita "insostenibile"? ****

Le risposte che si trovano in letteratura sono:

1. Impiego di risorse idle (Mises/Hayek)
2. Sovraimpiego di risorse durevoli in modo da ridurne la durevolezza rovinandole (Hayek)
3. Sottoinvestimento in fondi di ammortamento per il futuro capitale fisso (Hayek/Monsurrò: è il mio modello)
4. Pro-ciclicità dell'offerta di lavoro (Garrison, credo anche Hayek)
5. Uso di risorse idle, magari beni capitali submarginali.

**** i prezzi si aggiustano e contengono le informazioni rilevanti, a-la Hayek tanto per dire, o no? ****

Questa non la capisco. La interpreto come "per Hayek i prezzi contengono tutte le informazioni, o no?". La risposta è no. Per Hayek lo stato finale di perfetta coordinazione in cui ogni prezzo era associato a tutta l'informazione rilevante è un costrutto astratto: appena introduce la moneta l'equilibrio si rompe (il perché non fu mai chiarito, come ammetto in App. II).

E' più facile interpretare Hayek in questo modo: gli imprenditori usano i prezzi come guida per le decisioni, e le loro azioni, inglobando man mano l'informazione (Kirzner direbbe "eliminando opportunità di profitto"), avvicinano il sistema dei prezzi allo stato finale.

Credo che sia logicamente contraddittorio assumere che:

1. I prezzi servono per trasportare informazione
2. I prezzi inglobano tutta l'informazione

Infatti, se vale (2), gli agenti sanno tutto ciò che serve, e allora non hanno bisogno di (1). Se vale (1), gli agenti hanno bisogno di informazione, e dunque il sistema è ancora scoordinato.

Non ricordo, ma non è che Stiglitz e Grossman 1980 diceva la stessa cosa?

Riguardo l'interpretazione di Hayek non come "equilibrista" ma come "processista", probabilmente la tesi di dottorato di O'Driscoll del 1977 è il testo migliore: "Economics as a coordination problem". Hayek lesse la tesi e disse "non me n'ero reso conto, ma intendevo proprio questo!"

**** questo è già stato rilevato, ma è importante: ma la banca centrale è sempre gestita da delinquenti? E le banche, pure? ****

Sono politici, c'è bisogno che siano delinquenti per far far loro cose stupide? E' nella natura della loro professione cercare di massimizzare i benefici di breve termine, e un boom insostenibile è decisamente una fonte di voti nel breve termine. E poi la "policy capture" del settore finanziario - che prospera solo grazie ai politici, visto che vive in perenne stato di fragilità sistemica - è sicuramente una pressione potente, come anche i costi sociali di una eventuale inevitabile recessione, che rendono terribile per il politico l'idea che si possa avere un deleveraging finanziario o una eliminazione di investimenti erronei.

Le banche possono fare qualcosa? Non credo. Un mercato più o meno concorrenziale costringe le banche ad adeguarsi allo stato del mercato. Nel mercato ci sono reti di protezione, in primis le politiche monetarie anticicliche, e sono costrette a cambiare strategia per tenerne conto. Una banca assicurata dai rischi che non espande il credito è una banca masochista. Qui il link a Carilli e Dempster 2001 aiuta, analizzano - in maniera incompleta ma illuminante - proprio il tipo di problema. A parer mio non dicono nulla che non sia ovvio.

La banca centrale è monopolista e ha margini di manovra, le banche sono followers condizionate dallo stato del mercato, almeno in parte. Sarei estremamente stupito se la banca centrale offrisse protezione e tutte le banche insieme la rifiutassero.

**** il metodo di "aggiungere frizioni qui e là" non è solo che è poco scientifico è semplicemente assurdo: quali, perché e come? ****

Qui credo di non essermi spiegato. Il mio ragionamento si articola in quattro parti:

1. Assumere il mondo senza frizioni tipico dei modelli di base elimina la moneta come mezzo economico utile. Queste assunzioni non solo sono contrarie all'evidenza (uso della moneta, investimenti in Fed watching, effetti "annuncio" delle politiche monetarie).
2. Assumere frizioni specifiche è ad hoc: il mondo reale è un coacervo di rigidità dei prezzi, rigidità reali, asimmetrie informative, costi di transazione, limitazioni cognitive, incertezza pura (Knight).
3. Se una teoria si basa solo su un modello, non è robusta, perché dipende da assunzioni troppo specifiche.
4. Se una conclusione si può derivare da N modelli, è robusta, perché ci sono vari modi per immettere un po' di realismo nel modello, e vanno più o meno tutti bene.

Io credo che ogni frizione per cui: (1) la moneta serve a qualcosa, (2) la moneta influenza i mercati finanziari vada bene. Vedo le frizioni come qualcosa di puramente strumentale.

Il vero canale di trasmissione austriaco - che la moneta è essenziale nel processo di coordinamento - altrimenti ci sarebbe solo caos e niente ordine - non è in nessun modello di economia monetaria. Introdurre questo sarebbe la rivoluzione, mentre aggiungere frizioni qua e là è una toppa che serve a coprire - in maniera robusta - un difetto esiziale dei modelli di economia monetaria neoclassici: l'idea che la moneta è una cosa superflua.

Per me, studiare la moneta con un modello walrasiano è come investigare i processi cognitivi di un cadavere. C'è qualcosa che non va in profondità.

**** molti elementi che vengono "menzionati" come chiave dagli austriaci (struttura multisettoriale, moral hazard, irreversibilità degli investimenti, tanto per dire i tre più rilevanti) sono "neoclassici" puri e duri ****

Perché chiamare neoclassico cose che Mises e Hayek scrivevano negli anni '30? Quando Hayek diceva che la promessa della banca centrale di intervenire creava un boom creditizio, era forse diventato Stiglitziano ante litteram? Non è più semplice dire che il mondo si sta avvicinando alla teoria austriaca, se non in tutta la teoria perlomeno in alcuni suoi dettagli, perché gli economisti pian piano stanno sviluppando gli strumenti formali necessari a comprendere parti delle argomentazioni degli economisti pre-matematici?

Che i modelli multisettoriali siano migliori di un modello con un solo bene non lo metto in dubbio, ma chi ha posto in luce il problema? Che le banche siano assicurate dai politici e quindi facciano cose cretine è detto esplicitamente da Mises e Hayek, anche se poi oggi parliamo di "moral hazard" e scriviamo tutto in equazioni.

Insomma: a me le etichette non piacciono - a molti altri austriaci però sì - la teoria austriaca è una teoria neoclassica con 4-5 varianti. Alcune di queste varianti si stanno riscoprendo nella letteratura del credit channel, o nel paper di Diamond e Rajan sopra linkato, o nei modelli multisettoriali (che non conosco). Se tra 30 anni le 4-5 varianti austriache saranno ortodossia, tanto meglio per tutti.

Concordo su Keynes e la miseria della macroeconomia. Un testo di macro è così inutile per capire questa crisi che i difetti della teoria austriaca mi sembrano quasi secondari, anche se non lo sono.

**** la fissa assurda della scuola "austriaca", specialmente in tempi moderni, con la fractional reserve banking ****

Concordo che siano cretinate ideologiche. Non ne parlo apposta: niente di scientifico. La Scuola austriaca oggi è piena di matti, incompetenti, amatori, fanatici, ideologici, agit prop. Quasi tutti i problemi "sociologici" (cioè su come si comportano gli austriaci odierni) nascono con Rothbard. E' difficile liberarsi dalla sua eredità, ma è un binario morto, perché è una mentalità che non porta da nessuna parte sul piano scientifico. Esistono anche persone serie, sono solo una ristretta minoranza: Kirzner, O'Driscoll, Garrison, Rizzo, Boettke, Leeson, Koppl... la lista è incompleta ma temo che a completarla si arriverebbe a 20-30 nomi al massimo.

**** Infine, non me ne voglia Pietro ma il modello di produzione che lui descrive, spero lui intenda che non è un "modello" di nessun technology set. Se mi sbaglio me lo può provare scrivendo le funzioni di produzione e tutto il resto. ****

Fatto in precedenza. Posso ora anche elencare i difetti - cioè gli aspetti della teoria austriaca che nel modello non si trovano, ma già ne ho parlato nei commenti con Muscatello. Sono tanti, ma l'essenza dell'argomento torna, ed è già tanto. L'idea mi è venuta sabato mattina... e non ho mai modellato alcuna economia in vita mia.

**** è tutto "chiaro" e com'è che i "neoclassici", queste strane bestie, non hanno capito ****

Chi è convinto che è tutto chiaro nella teoria austriaca è perché non l'ha studiata bene. Io ho elencato i buchi teorici nell'articolo, credo che la differenza di prospettive è che io li ritengo colmabili. Però il problema esiste, ed è grave.

PS Credo che essere più critico e realista di me sugli austriaci sia difficile, quindi non voglio essere confuso con gli esaltati di cui sopra. :-)

Una delle strade per microfondare l'errore imprenditoriale in un contesto di aspettative razionali è l'analisi dell'esternalizzazione del rischio indotta dalla politica monetaria e/o altri fattori normativi (i.e. se il framework incentiva razionalmente un mispricing e/o una sottostima del rischio nel calcolo economico in una direzione la persistenza dell'errore diviene giustificabile anche in un contesto di aspettative razionali). Per inciso: l'idea è tua - forese influenzata da Garrison che ha scritto qualcosa sulla necessità di incorporare le distorsioni indotte sulla componente "rischio" del tasso di interesse della teoria del ciclo (ma, per quel che ho letto io, siamo al livello di enunciazione delle buone intezioni o poco più).

Quello che non mi trova d'accordo in pieno è la necessità "ottativa" di fondare l'errore imprenditoriale coerentemente con le ratex (non metto in dubbio che rappresenterebbe un risultato importante). Il motivo è abbastanza semplice: anche le aspettative razionali in ultima istanza sono un assunto. In particolare le aspettative razionali espresse in forma "forte" sono "microfondate" ? (mmh...).

Assumendo che le decisioni imprenditoriali si distribuiscano nello stesso modo in cui si distribuiscono le variabili rilevanti incluse nel modello (frizione più, frizione meno, asimmetria più, asimmetria meno) rimane poco spazio per ragionare di "profitto" e quindi distribuzione degli errori: appunto lo spazio concesso dalle "frizioni", dalle asimmetrie e dalle esternalizzazioni. Microfondare l'errore assumendo che l'agente si comporti secondo aspettative razionali da economizzatore puro (o simile: economizzatore razionalmente ignorante, ad ex.), senza rilassare almeno una parte delle ipotesi di partenza e senza rivedere i processi di formazione delle aspettative, è un po' come dimostrare che si può andare al bagno anche ingurgitando mezza scatola di Loperamide. Un grosso sforzo reso necessario da rigidità che vengono interamente prese come buone in sé.

L'agente "razionale" finisce per essere un aggregazione di aspettative collettive inserite nel modello nei termini da questo predefiniti. Anche quando gli agenti sono più di uno, soffrono di un isomorfismo eccessivo.

La formazione delle aspettative si dispiega nel tempo in modi e tempi diversi. Ciò implica che la ricognizione, la valutazione ex post e la riformulazione dei piani di azioni da parte degli individui possa essere asincrona, in circostanze differenti svilupparsi in tempi differenti e vi siano costantemente dei time lag durante i quali le variabili possono a loro volta subire mutamenti. Molti modelli RE sono carenti in fatto di processi di apprendimento e metodo di apprendimento delle informazioni. Non è necessario assumere che gli agenti posseggano identici set di informazioni o la conoscenza della struttura economica. Gli attori dialogano con prezzi e profitti senza conoscere necessariamente tutti i dettagli dei processi che li hanno generati (à la Hayek) e prezzi e profitti sono il veicolo per I) la ricognizione della realtà circostante, II) la valutazione ex-post delle azioni intraprese (inclusa la verifica delle precedenti aspettative), III) la trasmissione delle informazioni, IV) la formulazione delle aspettative future (congiuntamente alle esperienze passate e cumulate), V) la conoscenza - soggettiva e limitata - che nel medio termine gli attori stessi maturano del sistema economico (la quale a sua volta incide sempre con la capacità di formulare aspettattive).

Tutto questo per dire che l'importanza di microfondare l'errore imprenditoriale, secondo me, non può prescindere da una formulazione "rilassata" delle RE e di converso, nell'ottica di un dialogo "costruttivo" al termine del quale ognuno rimane della propria opinione (magari con qualche dubbio o intuizione in  più), è discutibile la pretesa che a ogni obiezione si risponda in termini formali strettamente neoclassici e/o si valuti l'adeguatezza di una microfondazione solo in funzione della propria impostazione epistemologica e metodologica. Errore, a onor del vero, frequentemente commesso spesso da parte di molti "austriaci", con l'unico risultato di finire a cantarsela e suonarsela da soli.

Michele, questa frase

Che per colpa di JMK e seguaci tutti giochino con funzioni di produzione aggregate non è colpa della teoria economica, ma solo di JMK da un lato e della miseria della macroeconomia contemporanea dall'altro.

 

è in riferimento a quella che chiami "struttura multisettoriale"?    Hai in mente dei modelli/papers?

 

 

Per fare un esempio: se le imprese possono decidere tra un investimento rischioso A e un investimento sicuro B, il moral hazard renderà l'investimento A meno rischioso e quindi genererà profitti per chi investe in A; inoltre, l'aumento della produzione farà diminuire i prezzi finali, e aumentare quelli dei fattori di produzione, riducendo quindi i margini di profitto di B (sto immaginando che A e B siano due tecnologie che usano gli stessi input e producono lo stesso ouput, ma hanno diversi livelli di rischiosità). Insomma, con un po' di lavoro, forse, si può dimostrare che l'investimento B è dominante su A in condizioni normali, ma diventa dominato da A in condizioni di credito facile.

Non so se qualcuno di voi gioca a poker e specificamente alla variante Texas Hold’em (il poker mi serve per fare un’analogia). Se la risposta è no il prossimo paragrafo vi aiuterà a capire di cosa si tratta, se siete invece figli illegittimi di Doyle Brunson saltate pure.

 Il Texas hold’em è una variante del poker che si gioca utilizzando un mazzo di 52 carte. Ogni giocatore ha due carte personali, che tiene coperte, mentre sul tavolo vengono man mano svelate fino a 5 carte che sono in comune. Ogni giocatore può utilizzare le sue due carte e le cinque del tavolo per formare la migliore combinazione di 5 carte.

 Nei tornei (ed è la situazione che ci interessa) ogni giocatore paga una quota di ingresso e riceve un certo numero di fiches che non rappresentano denaro vero. Quando rimane senza più chip viene eliminato (si può stilare quindi una classifica) e si continua fino a quando non ne rimane soltanto uno. Maggiori info ad esempio qui. Questo tipo di torneo si chiama “freezeout”.

 

Tutto sto spiegone per cosa?  Immaginiamo di essere all’inizio di un torneo ed avere 10000 chip, bui 25 50 (cosa sono i bui? Vedi qui). Abbiamo come mano una coppia di donne e rilanciamo fino a 200. Tutti passano tranne l’ultimo giocatore che decide di rilanciare con tutte le chip che ha (ovvero 10000). Insomma va all in. Che cosa ci conviene fare?

 Immaginiamo di conoscere abbastanza bene in nostro avversario. Gli abbiam già visto fare queste mosse con determinate mani e, pur non sapendo esattamente le sue carte, possiamo restringere il range. Diciamo che può avere una coppia vestita, Asso donna oppure Asso Kappa. Se usiamo un calcolatore per calcolare la nostra equity (ovvero se giochiamo infinite volte contro questo range di mani e puntiamo 100 euro, quanti ne vinciamo?) La risposta è 44,56 euro.

 Chiaramente non ci conviene chiamare. Ampliamo un po’ il range e diciamo che potrebbe fare la stessa mossa anche con una coppia di 10. Il nostro range ora è 51,03 euro. Questo significa è corretto chiamare? La risposta è di nuovo NO. Perché?

 Siamo all’inizio del torneo e a premi ci va il 10%. Raddoppiare le chip ora non significa raddoppiare le probabilità di andare a premi mentre invece uscire significa aver perso il buy in. Passiamo lo stesso. (*)

 E’ sempre così all’inizio dei tornei? No. Ci sono particolari tornei, i cosiddetti tornei rebuy, dove se rimaniamo senza chip possiamo, per un certo periodo iniziale, ripagare la quota di iscrizione e tornare al tavolo con le chip iniziali. Non solo! Se vogliamo possiamo pagarla doppia e partire col doppio delle chip (**). Bene, la strategia vincente in questo tipo di tornei è fare subito rebuy e poi giocare in modo molto aggressivo e da “gambler” situazioni in cui, in un torneo normale, avremmo passato. In un torneo rebuy non passerò mai QQ preflop, per lo meno durante la fasa di rebuy. (***)

 Ultima cosa. Chi gioca un torneo rebuy come se fosse un freezeout perderà sistematicamente denaro. L’inserimento di una piccola clausola, che non cambia drasticamente le regole del gioco,   cambia totalmente le strategie e le valutazioni delle singole situazioni.

 Marco.

 

(*) Non contateci se giocate online! Ho parlato di giocata corretta maturata analizzando le informazioni incomplete in nostro possesso. Questo non impedisce a certi giocatori molto gambler che non sanno nulla di come giocate di chiamarvi lo stesso.

 (**) Assomiglia un po’ al mondo bancario, no?

 (***) Il succo è che se mi va bene posso accumulare uno stack di chip importante che mi permetterà di arrivare lontano (ed più si avanza più i premi salgono). Se va male posso ripartire con le chip iniziali e giocarmela lo stesso quando il periodo di rebuy finirà. Il premio finale (e intendo quello dei primi posti in classifica) è infatti molto grande rispetto alla quota iniziale e quindi posso permettermi di pagare 5 o 6 buy in per giocare il torneo da “big stack”.

Aiuto, un commento totalmente folle! :-)

Ho capito l'essenza del ragionamento.

In condizioni normali conviene fare una strategia poco rischiosa, ma se c'è il continuo ripieno di fiches (non so se la s ci va, ma è meglio di scriverlo senza, poi chissà cosa pensate), tanto vale usare la strategia più rischiosa.

In entrambe i casi, giocare la stessa strategia è una soluzione dominante per tutti (per simmetria), e quindi i due equilibri "sono tutti responsabili" e "sono tutti pazzi" dipendono dalla regola del gioco.

Noi viviamo nell'equilibrio "sono tutti pazzi" perché la banca centrale fa il pieno di fiches ogni volta che servono.

Yes, era questo quello che volevo dire in appendice.

Rimane il problema: le fiches influenzano il gioco perché i giocatori hanno un vincolo di cassa (le fiches sono il cash-in-advance constraint), è possibile replicare lo stesso risultato in un modello di economia monetaria? Io temo che il vincolo CIA abbia effetti minuscoli, o almeno questo è quel che mi ricordo dalla mia pessima e svogliata lettura di parti del Walsh, Monetary Theory and Policy.

Il motivo è sempre lo stesso: la moneta è superflua, si può aggiungerla ad hoc, ma non la si può rendere granché utile, se non si introducono limitazioni forti sulle ipotesi di equilibrio, ratex, prezzi flessibili, etc.

Ah poi, per rimanere nel completamente folle, potremmo anche parlare dei bui che aumentano con il passare del tempo e che ti costringono a cambiare strategia di gioco ma era già abbastanza folle il commento precedente.

Il punto è che secondo me studiare il comportamento dei giocatori di poker può essere utile per capire il comportamento degli entrepreneur. Ci sono le risorse limitate (le chip), i progetti di investimento (le mani da giocare), i profitti e le perdite come segnali (piatti che si vincono e che si perdono e che influenzeranno il modo in cui giocheremo le mani future), player con percezioni differenti (c'è chi è convinto che una coppia di due sia una mano imbattibile perché "lui ha il punto", c'è chi non gioca più Asso donna perché ci perde sempre e così via). Dopotutto nel tomo di Von Neumann sulla teoria dei giochi c'era un capitolo dedicato "al poker", no (*)?

Marco

 

(*) In realtà quello non è poker e VN non voleva certamente insegnare il moto ottimale di giocare a poker, ma solo costruire un modellino per dire delle cose da riutilizzare in economia. Però qualche giocatore di poker "matematico" questa cosa non l'ha capita (Sklanky e Malmuth) e nel suo libro di teoria sul poker ha ripreso VN (senza citarlo) ed ha elaborato una teoria sul "bluff perfetto". Questa cosa è rimasta (purtroppo o per fortuna) in mente a molti giocatori che si lanciano in questi "bluff perfetti" con puntate senza né capo né coda e perdendo un mucchio di soldi.

Gentile Prof. Boldrin,

quelli che Lei chiama "buchi fatali della teoria", evidenziati dalle Sue obiezioni, sinceramente a me sembrano lacune Sue dovute probabilmente ad una conoscenza superficiale della letteratura sull'argomento.

In realtà, degli argomenti citati da Lei come non spiegati o lasciati senza risposta, la teoria austriaca ne parla in modo piuttosto approfondito, esauriente, e logico. Il commento di phileas ad esempio ne indica velocemente alcuni.

Mi chiedo sinceramente quale sia la sua bibliografia di riferimento a questa teoria, che forse c'è qualche editore da mettere in galera ;)

Cari saluti e complimenti per il sito, vi leggo spesso.

E' proprio necessario scrivere commenti del tipo "ci sono cose che non vi posso raccontare, che troverete se cercate abbastanza bene e che spiegano tutti i vostri dubbi, solo che oggi siete irrimedibilmente ignoranti"? Non è un po' maleducato? Le risposte o si danno o non si danno: è inutile riferirsi ad una letteratura generica senza neanche cercare di spiegare di cosa si tratta e dove si può trovare.

Non se la prenda Monsurrò, la prego.

Da una parte il Prof. Boldrin ci da la lezione sui "buchi" della teoria, ma le obiezioni portate fanno sinceramente sorridere chi la teoria l'ha letta con attenzione, e questo glielo dico con profonda sincerità e rammarico, visto che ho stima del Boldrin, essendo uno dei pochi economisti presenti in televisione con cui mi trovo quasi sempre d'accordo. Che poi io abbia usato un tono stile professore che bacchetta l'alunno in modo amichevolmente goliardico non credo rappresenti chissà quale nefasto evento, all'università ci siamo stati tutti, non dovremmo scandalizzarci per così poco. Dopotutto abbiamo avuto la lezione di economia del prof. Boldrin, la Sua di Bon Ton, lascerà che anche noi lettori/commentatori possiamo dare con affetto la nostra?

Comunque figurarsi se ci sono cose che non posso raccontare, non sia così affrettato nelle Sue rispettabili conclusioni. Ad esempio una brevissima bibliografia che risponderà esaurientemente alle domande/obiezioni del prof. Boldrin è questa:

M.N. Rothbard, La grande Depressione, Rubbettino, i primi 3 capitoli dell'opera sono tutti incentrati sulla teoria austriaca del ciclo economico nonché alle sue critiche e teorie concorrenti.

a questo link la trovate liberamente disponibile in lingua inglese,http://mises.org/rothbard/agd.pdf

segnalo che italiano ne esiste anche un'edizione economica, sempre edita da Rubbettino.

Un altro testo molto interessante sul ciclo economico ver. austriaca è rappresentato da "Moneta, credito bancario e ciclo economico" del prof. J.Huerta De Soto. Liberamente scaricabile in italiano dal sito del prof. all'url http://www.jesushuertadesoto.com/ , sezione articoli e libri in italiano.

Rinnovo l'osservazione nel ritenere le brevi e veloci osservazioni di phileas come interessante fonte di spunto.

Ossequi.

Conosco entrambe le opere. Quella di Rothbard è secondo me molto intressante - almeno se si escludono i primi capitoli, che riassumono la teoria in un modo che in confronto il mio articolo è sofisticato. L'opera di de Soto contiene troppe cose inutili - sul piano economico - come l'analisi della nozione di deposito nella giurisprudenza degli antichi romani - e che non hanno conseguenze di nessun tipo sulla teoria.

Entrambe i libri assumono - senza prova - che gli imprenditori sbagliano, di conseguenza non sono certo la risposta ai dubbi dell'Appendice II. Io ripeto: se si fa quell'assunzione, tutto il resto torna, di tutte le obiezioni che ho letto sulla letteratura critica sugli austriaci, quella è l'unica su cui non ho che un "abbozzo primitivo di risposta intuitiva" - cioè, de facto, niente.

La letteratura del 100% reserve poi mi sembra poco raccomandabile sul piano scientifico. Parte dal presupposto che ci sia una differenza fondamentale tra un deposito a vista e un deposito vincolato con scadenza tra pochi giorni, e ritiene che indebitarsi a breve per investire in lungo non sia mai un problema, mentre indebitarsi a vista sì. Peccato che ci siano anche le crisi finanziarie che non colpiscono le banche, ad esempio quelle sullo shadow banking (le due cose non ho ancora capito come sono collegate), e funzionano quindi anche senza depositi a vista.

Molto più coerente, su questo punto, Block, che dice che bisogna vietare il maturity mismatch a tutte le scadenze. In questo modo risolve il problema della crisi, uccidendo il sistema finanziario. Se l'avessimo saputo prima che bastava dichiarare la finanza illegale... ovviamente non si pone nessun problema di efficienza allocativa, esattamente come faceva Rothbard.

Insomma, c'è ben poco di cui rallegrarsi di quel genere di letteratura, anche se il libro di de Soto è il migliore del suo genere e ha molti spunti di riflessione interessanti. Un allievo di de Soto, Bagus, sta facendo un'opera di eliminazione di queste esagerazioni. Spero continui.

Mi piacerebbe dire che sul piano scientifico sia molto più interessante la letteratura sul free banking, e cioè Selgin, White, Horwitz, Sechrest, Dowd, Yeager. Praticamente si chiedono come un sistema di banche in concorrenza funzionerebbe senza una banca centrale.

Purtroppo i loro strumenti analitici non mi piacciono: fanno risalire tutto a scarsità/abbondanza di moneta, e non trattano mai alcun problema finanziario o produttivo. Sono troppo "monetaristi" per i miei gusti. Però sono persone serie, e su alcuni temi hanno scritto cose interessanti, è solo la veduta d'insieme che non mi piace. Poi anche loro hanno il problema che parlano con gli economisti morti anziché con quelli vivi: bisognerà finirla di fare le sedute spiritiche anziché i dibattiti.

Come scrisse ironicamente Ricossa: "Perchè non rendere incomprensibile una questione difficile?".

Sinceramente la chiarezza di Rothbard in "The Great Depression" la trovo un punto a suo favore, la teoria la trovo esposta chiaramente e con logica quasi chirurgica.

Sulle inutilità del "Salamancoso" De Soto non sono d'accordo, credo che l'analisi storico-giuridica dei concetti di deposito e prestito rappresenti un interessante sussidio nella comprensione della critica sul concetto di riserva frazionaria e le sue implicazioni sulla politica monetaria espansiva. Politca monetaria espansiva che poi sta alla base della ABCT.

Tra l'altro non capisco perchè sostiene che non venga provato che gli imprenditori sbagliano, quando avviene la recessione possiamo legittimamente sostenere che le imprese abbiano sbagliato le loro previsioni, e perchè le imprese "sbagliano" "tutte" nello stesso momento? mi pare che sia Rothbard che De Soto questo lo dimostrino piuttosto chiaramente e certamente meglio di quanto possa farlo io. Non ho ben chiaro che tipo di dimostrazione vorrebbe Lei.

Che con l'espansione del credito si manifestano preferenza temporali che in realtà non esistono, è piuttosto evidente, da qua il problema allocativo, tutt'altro che dimenticato da Rothbard e co. Interessante al riguardo la teoria del capitale di Bhom-Bawerk, che è di grande aiuto sull'argomento, ovvero sulla lunghezza dei processi produttivi e di come vengano selezionati in base alle preferenze temporali,preferenze che si manifestano con il tasso di interesse reale, e di come il tasso politico influenzi negativamente l'allocazione delle risorse e dei beni di capitale. Insomma, di come il mercato coordina il tempo e l'allocazione dei vari investimenti attraverso il tasso di interesse e degli effetti negativi che ha il tasso di interesse politico sull'allocazione delle risorse e sull'allocazione delle strutture produttive.

Nemmeno sulla riserva al 100% sui depositi a vista sono d'accordo con lei. Sia dal punto di vista utilitarista che da quello giuridico la trovo un fenomeno dannoso. E' un sistema che si "regge" da una parte con la legge dei grandi numeri, e dall'altro con il sussidio di un ente di diritto pubblico. Tra l'altro se assumiamo per buono che tutta questa ubriacatura di credito sia in qualche modo dannosa, non vedo come non si possa riconoscere nella riserva parziale (molto parziale) la causa principale di questa espansione. Tra l'altro anche dal punto di vista giurdico la riserva non sta in piedi e anche qua De soto lo spiega molto chiaramente, specie nelle sue lezioni del master (reperibili qua http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=483:indice-corso-di-economia&catid=40:corso-di-economia&Itemid=140).

Grazie Pietro e Marco per lo sforzo intellettuale.

Non rispondo alle cose serie per la ragione detta ieri, al ritorno spero di poter essere molto più esaustivo, incluso con un pdf.

Solo due cose, relativamente rapide.

- Pietro, c'è una letteratura gigantesca su tatonnement in prezzi e quantità, "out of equilibrium" transactions, eccetera. Purtroppo non ha prodotto nulla di chiaro: Sonnenschein's result on excess demand functions kills all hopes. Se entri "out of equilibrium price dynamics" o "out of equilibrium trading" in Google e poi passi a Google Scholar, ne escono a palate. Al tempo di fix-price models (Benassy, Grandmont, etc) inizio anni settanta, ci fu un esplosione. Yves Balasko mi ha mandato una cosa anche recentemente (cerca con il suo nome). Anche Andreu ci ha scritto, c'è un volume Springer edito da Hugo Sonnenschein con un pezzo di Andreu (premio a chi scopre l'errore :-)). 

- Pietro: ABM will go nowhere, trust me. Almeno, non per i problemi che ti interessano e che occorre cercare di risolvere per modellare come prezzi e quantità si aggiustano nel tempo all'arrivo di nuove informazioni. Ci abbiamo provato 20+ anni fa, non si arriva a nessuna conclusione robusta e convincente, purtroppo. Sono giochetti, interessanti, forse insegnano qualcosa su casi particolari e mercati ristretti e specifici. Certamente in auctions e bilateral trade servono. Anche qui, evito di citare troppo ma giusto quest'estate, in San Sebastian, Alan Kirman ed il sottoscritto hanno dibattuto la questione arrivando, di fatto alla conclusione di cui sopra. Dopodiché Alan continua a giocarci perché gli piacciono mentre a me annoiano un pelino ... ma quella è questione di gusti.

- Marco, quello di Murphy NON è un modello. Un modello, mi dispiace, o passa il testo della formalizzazione E dei dati o non è. Se almeno passasse il test della formalizzazione, son disposto a chiamarlo teoria, ma anche quella ancora non c'e. È anch'esso una storia, ed è una storia molto "classica" se vuoi ma anch'essa ... ma devo andare.

P.S. L' aspirante dottore di Salamanca si offenderà, suppongo, ad essere ignorato. Almeno lo spero, perché quella è la mia intenzione. L'ignorante che non sa di esserlo, saputello e religioso allo stesso tempo, non ha mai appartenuto all'insieme delle persone con cui ho interesse a dialogare; anche perché con costoro non si dialoga, si perde tempo. Al nuovo giovane anonimo, che sembra possedere una conoscenza accurata delle mie lacune intellettuali, posso solo consigliare (con sincera "paternalità" ed anche "cariño" come dicono dove mi trovo in questo momento) di fare due cose: leggere e studiare un po' di più (in particolare ciò che io ho scritto negli anni '80 e primi anni '90 sulla teoria del ciclo, visto che mi rendo conto non possa venire in classe mia il prossimo semestre ...) e fare uno sforzo per chiarirmele, le lacune, in modo rigoroso. Magari firmandosi, che non guasta mai fra intellettuali seri quando hanno fiducia nelle proprie idee ...

Mi dispiace non averle fatto raggiungere il Suo obbiettivo ma non mi sono offeso, come immagino che non si sia offeso Lei, quando Castelli l'ha sfottuta per l'orecchino in diretta tv.

Le parlo sinceramente, figurarsi se penso di essere onniscente come Lei ha sostenuto, so benissimo che Se potesse abbassarsi al mio livello mi potrebbe spiegare moltissimo degli studi mainstream di economia degli ultimi 50 anni (non sono ironico, sia chiaro).

Però vedere certe Sue obiezioni sulla teoria in oggetto di questo articolo, da parte mia che la scuola austriaca l'ho approfondita nel mio piccolo con molto interesse e da molti anni, è stato piuttosto desolante, proprio perchè queste obiezioni sono venute da Lei e non da uno dei firmatari della "lettera degli economisti".

Sempre con stima, 

Tommaso Gava, suo fedele amico e fan su facebook

Mi dispiace non averle fatto raggiungere il Suo obbiettivo ma non mi sono offeso, come immagino che non si sia offeso Lei, quando Castelli l'ha sfottuta per l'orecchino in diretta tv.

Caro Tommaso, di nuovo paternamente: leggi attentamente quello che gli altri scrivono e cerca di capire quello che dicono, prima di rispondere.

Quell'affermazione non era diretta a te, come è ovvio se leggi con attenzione. La frase mia è forse un po' ermetica, ma infinitamente più chiara dei testi hayekiani, credimi. Se leggi lui con la stessa attenzione con cui leggi me, andiamo male forte ...

Per quanto riguarda poi la desolazione che le mie critiche alla cosidetta "teoria austriaca" ti provocano, mi dispiace ma sono inevitabili. Così come è oggi (e da mezzo secolo), è internamente inconsistente ed empiricamente irrilevante, non so che farci. Non l'ho capito io, l'abbiam capito in tanti ed appena ho un attimo lo spiego per filo e per segno. Lo sforzo che Pietro fa per cercare d'utilizzarla come uno strumento analitico è encomiabile, ma "not successful", a mio avviso. Credo che, o si gettano via le cause dell'inconsistenza e si tiene solo ciò che è usabile o non si va da nessuna parte.

Invece di cercare d'eliminarne le inconsistenze interne (come aveva provato il buon John Hicks) gli appartenenti alla setta "austriaca" perdono il loro tempo a fare l'esegesi dei grandi vecchi ed a ripetere un mantra ideologico che lascia tutti assolutamente indifferenti. Da questo punto di vista sono diventati, letteralmente, il mirror image di destra dei marxisti. E te lo dice uno che al Von Mises ed a Cato ci passa spesso ...

Per fortuna quello che c'era di utile in Menger, Hayek e Mises si può usare lo stesso senza iscriversi alla religione di Rothbard e, per ancor maggior fortuna, è perfettamente possibile essere liberal-lbertari (eticamente e politicamente parlando) senza dover accender ceri all'altare d'alcuni confusi santoni che sono, in realtà, solo economisti e filosofi falliti. Falliti due volte.

Attendo la sua spiegazione per filo e per segno allora, mi farebbe molto piacere leggerla.

Inoltre vorrei sapere da lei cosa trova di utile in menger, mises, hayek e co. e che cosa rigetta, a parte la teoria del ciclo, che l'abbiamo capito.

Inoltre cosa ci può indicare come teoria di riferimento per illustrare decentemente il ciclo economico?

grazie per l'attenzione.

Inoltre cosa ci può indicare come teoria di riferimento per illustrare decentemente il ciclo economico?

Ci sono tante cause per il ciclo, questo è uno dei punti che pochi vogliono capire.

Anyhow, io credo che la "causa" più frequente sia quella teorizzata qui (ed altrove, ovviamente).

P.S. Spero ora il link funzioni. Altrimenti vedasi link seguenti.

 

Su Murphy. L'ha chiamato "sushi model" ma non credo che intendesse costruire nessun "modello". E' una storia illustrativa per chiarire cosa si intendesse per sustainable vs unsustainable growth e come venivano trovate le risorse per incrementare temporaneamente la produzione durante il boom. Tutto qua.

Cmq mi preme sottolineare una cosa. Qui in Italia a ad interessarci di scuola austriaca di economia siamo quattro gatti e non è vero (almeno x quanto mi riguarda) che pensiamo di "aver capito tutto". Ci mancherebbe. Però ci troviamo in grossa difficoltà. Nessuno di noi fa ricerca in accademia e non conosciamo nessuno in Italia che lo faccia (questo almeno x quanto mi riguarda). All'università io personalmente ho dato una decina di esami di economia (tra cui micro, macro, economia politica "che voleva essere una sorta di storia del pensiero economico", ecc.) e non avevo mai sentito nominare, non dico Mises, ma nemmeno Hayek.

Visto che all'università ho solo imparato "più volte" il modello IS-LM non ho una grandissima opinione dei nostri professori di economia. Quindi si pone un problema: uno legge Time and Money di Garrison e vede il suo schema della teoria austriaca del ciclo messo in termini più familiari. Si è magari letto Human Action, qualche saggio di Hayek, Kirzner etc. Ha delle domande, magari delle idee su come trattare alcuni punti, vorrebbe fare dei confronti, capire perché la teoria è andata da una parte e non dall'altra ma all'università spesso e volentieri è come se parlasse arabo e se un argomento è già stato dibattuto in accademia (magari in altri termini) è ben difficile saperlo.

Per cui se c'è da studiare, imparare, leggere paper interessanti e chiarire dubbi Wow alleluia, felicissimo di avere dei riferimenti....

Marco.

Credo che Murphy non avrebbe difficolta' ad ammettere che la sua era solo una storiella, non un modello. Bob Murphy era uno studente di PhD a NYU quando lo ero anche io. Avrebbe potuto fare ricerca scientifica, invece preferi' dilettarsi in opera di esegesi dei soliti testi sacri. Questione di preferenze. Dal mio punto di vista, un vero peccato e una cosa incomprensibile. Riferirsi alle "autorita'" non e' ne' scientifico ne' liberale. Se ci sono degli studiosi da cui non ci si aspetterebbe questo atteggiamento, questi sono proprio gli austriaci. Continuare a dire "Hayek ha osservato che…", "Mises ha spiegato che…" non fa avanzare la nostra comprensione dell'economia di un millimetro. Penso che Hayek e Mises se ne rincrescerebbero alquanto. Facciamo un esempio concreto: i prezzi e l' informazione.  Oggi sappiamo tante cose sul tema perche' il concetto e' stato sviluppato in molti ambiti: la letteratura su efficient market hypothesis, i lavori in REE,  gli studi di social learning, etc. Sono state fatte analisi teoriche, sperimentali, empiriche…Si e' capito che in alcune circostanze l'informazione si aggrega nei prezzi e in altre no, in alcuni casi l'apprendimento e' veloce, in altri lento, e molte altre cose. Niente di tutto questo si sarebbe imparato se ci si fosse limitati a leggere e rileggere i lavori pionieristici di Hayek. Il mio augurio e' che gli austriaci comincino a dare contributi seri, lasciando perdere  chi ha detto questo e chi quello, che dal punto di vista del progresso scientifico non ha alcuna importanza. L'articolo di Monsurro' mi pare scritto con questo spirito e in questo senso lo apprezzo.

Grazie!

Io per fortuna lavorando accademicamente nel mio campo (l'elettronica) ho una mezza idea di come si imposti la ricerca: se avessi dovuto imparare dagli austriaci odierni sarei stato fresco.

Anche se non ne parlo, comunque esiste una (dozzina? forse meno) di persone serie allo stato attuale che se ne occupano professionalmente. Praticamente tutti però sono usciti dalla macroeconomia e scrivono di new institutionalism, public choice, o organization theory.

A me, invece, piace soprattutto la macro, così per trovare qualcosa di nuovo mi sto interessando di credit channel. Ho una mezza idea di investigare sinergie e complementarità con questi approcci. In linea di massima i macro-austriaci dovrebbero: tappare i buchi (microfondare la non-neutralità monetaria), estendere la teoria (ai mercati finanziari), mischiarsi con altre teorie (credit channel), tradurre il loro linguaggio (parlare di moral hazard aiuta), e fare un po' di econometria (struttura produttiva).

Complessivamente penso che se non tutta la teoria, almeno diversi insight rilevanti da integrare nella macroeconomia standard si troveranno, o meglio si troverebbero. Per come funziona la Scuola austriaca oggi, è più probabile che le sue idee valide (secondo me, molte) verranno recuperate dall'esterno che sviluppate dall'interno. Di paper come quello che ho citato di Diamond e Rajan ne conosco una mezza dozzina, consapevolmente o meno dicono quello che ho imparato da Mises in un modo nuovo. Quando saranno un centinaio mi riterrò soddisfatto. E anche Mises e Hayek immagino. Che avranno fatto di male per meritarsi allievi del genere?

Ora però devo investire in formalizzazione... se solo avessi fatto controlli automatici invece che elettronica analogica saprei già tutti i dettagli su Riccati, Bellman e Kalman. :-)

Apprezzo la tua franchezza, Pietro. In effetti, più leggo gli auto-proclamati seguaci di Hayek e Mises più mi sento triste per i due vecchi ... Ma fa molto piacere leggere le riflessioni di persone che, come te, venendo da fuori colgono al volo dove sono i problemi.

Io oggi ho cominciato a dare il mio piccolo contributo. I colleghi di Madison, gente seria, non hanno circolato il paper che avevo loro consegnato, seguendo la mia richiesta. È ancora incompleto e vorrei avere il tempo di renderlo un po' meno spezzettato prima di farlo circolare. Spero d'aver tempo di produrre una versione circolabile prima di mercoledi prossimo, quando devo presentarlo alla Fed di NY. Ho quintali di note, enough per 5 papers, ma manca il tempo per scrivere le cose ordinatamente. Comunque, ci arriveremo e poi potete massacrarlo tranquillamente. Oggi a Madison non è andata così male e l'audience non era fra le più inesperte :-).

P.S. Ah, il titolo usato nel seminario era leggermente diverso da quello annunciato. Il titolo delle slides era A Pseudo-Austrian Model of Monetary Policy :-)

Magari prima di discettare di un "pseudo-austrian model" bisognerebbe prima capire quello VERO :-)

E dagli interventi del post mi sa che la sua comprensione è davvero scarsa...

Troll, io non sono gentile come Monsurrò ed altri. Se hai qualcosa di intelligente da dire, scrivilo. Nel frattempo, finché cerchi di capire, astieniti.

Un altro commento demenziale ed il tuo conto lo cancello io personalmente, e tutti quelli che poi ti creerai per venire a molestare.

Dopo tutto, visto che sei un austriaco puro, non dovresti nemmeno pensarci a protestare: i property rights sono sacri e questa è casa mia.

My patience for fools è solo epsilon più di quella di Drew, specialmente quando si parla di teoria economica.

Complimenti davvero per la risposta

Dopo aver dimostrato con varie domande e rilievi di non sapere nulla della teoria austriaca (Hayek è pure un premio Nobel)  proproni un modello che avrebbe qualcosa a che farci. Chi fa notare l'incongruenza sarebbe un "molesterebbe", sarebbe un "troll", un "fool". Anzi deve essere pure bannato, un approccio proprio scientifico, ehhh!? :-)

 

Senti un po', sei stato tollerato sin troppo. Nel caso non l'avessi capito, questo blog e' proprieta' privata, entro i cui confini la liberta' di parola vale entro i limiti decisi dai suoi proprietari, non dalla costituzione. Se ti va bene, bene, altrimenti sei libero di andare a leggere altre siti, sono sicuro che ce ne sono parecchi che puoi trovare interessanti. Per quanto mi riguarda, tutto di guadagnato per i ns lettori che cercano commenti e critiche circostanziate, possibilmente da persone si firmano mettendoci la faccia. L'anonimato qui e' appena tollerato, e solo perche' e' tecnicamente difficile fare altrimenti. Le critiche a vanvera come le tue ancora meno. 

Per cui, o cambi tono e decidi di perdere 10 minuti a spiegare la tua posizione, o e' meglio per tutti se (ci) lasci perdere.

Mahhh...quella di Murphy sarà una storiella ma mi sa che la storiella è l'unico modo per far capire agli economisti mainstream una banalità come il consumo di capitale e quindi il malinvestment

Sulla metodologia dell'economia poi forse sarebbe meglio iniziare a indagarci su visto che oggi l'unico suo sostegno è una baggianta datata 1953 di Milton Friedman. Mentre il suo strumentalismo è stato respinto a partire dagli anni '40 da Hempel, Popper, Lakatos, Bohr e molti altri

 

 

Infatti il problema non è l'idea - secondo me assolutamente valida - è il livello dell'argomentazione che è insufficiente. Le cose vanno fatte professionalmente di fronte ad un pubblico professionale: Murphy è il migliore del Mises Institute tra quelli che si occupano di fare divulgazione - perché almeno quello che scrive lo ha capito e lo sa spiegare bene, offrendo spesso insight su punti poco chiari della teoria.

Ma bisogna cambiare target: spiegare una teoria economica verosimile ma con molti punti oscuri alle casalinghe, senza cercare di convincere i professionisti che i punti oscuri sono in realtà chiari o possono essere chiariti, a che serve? Può forse resuscitare un programma di ricerca e renderlo credibile? Non si è mai vista una scienza resuscitata dalle casalinghe.

Molto meglio l'approccio GMU, dove si cercano sinergie tra neuroeconomics, experimental economics, computational economics, public choice, new institutionalism, e occasionalmente si riesce a farsi sentire anche in ambiti meno ristretti - come il paper di Leeson su AER dell'anno scorso (che devo ancora leggere).

Non che a GMU non abbiano problemi: il fatto di parlare con economisti morti anziché con i vivi è un errore presente anche lì, si dà più spazio a discutere coi post-keynesiani che con i new-keynesiani, quando i primi sono rilevanti e i secondi no, etc. Però è un approccio che tende a portare certe idee ad un pubblico più professionale, ad un livello più professionale. E poi non si cerca il "o tutto o niente" alla Rothbard: se un insight specifico è illuminante, può esserlo anche senza portarsi dietro tutto il resto della teoria.

Magari dopo aver diffuso dieci insight alla fine non si capirà la differenza tra mainstream e austriaci: ma questo dovrebbe essere l'obiettivo finale, infatti. Boehm-Bawerk non era un eterodosso, e fino agli anni '30 non lo erano né Mises né Hayek. Poi un po' per problemi loro, un po' per molti errori e manie degli altri economisti (la fissa con la pianificazione economica, con la macroeconomia keynesiana...) le cose non sono andate bene. Il problema è che il problema si sarebbe probabilmente risolto da diverse decadi se solo di nuovi Mises e Hayek ne fossero venuti una dozzina, dopo di loro.

Purtroppo si preferisce l'autocommiserazione e il confronto frontale, però ti pare che un professionista si mette a rispondere ad un post su un blog? Senza contare che in realtà pressoché tutti gli economisti a me noti conoscono gli austriaci e li leggono. Certo, non leggeranno Hoppe - ma perché farlo? - ma Mises e Hayek sì. Hicks, Phelps, Friedman, Lucas, Rajan, Diamond, Boldrin, Buchanan, Vernon Smith, Eichengreen, Stiglitz li hanno letti. Magari li interpretano male? Bene, si scriva un paper con la corretta interpretazione, o - cosa molto più importante - si scriva un paper che riprenda, rivaluti e sviluppi le loro idee (la teoria economica non è la storia del pensiero economico).

Posso concordare sul metodo costruttivo di diffondere le idee asutriache a mezzo paper e articoli. Come il tuo che ho definito ben prima di questo post "forse il piu' interessante intervento mai comparso su questo sito"

Ma è un profondo errore tentare di tradurlo nel linguaggio mainstream. Gli austriaci hanno spiegato  come l'econometria ha lo stesso valore scientifico della lettura dei fondi di caffè, la metodologia minstream (condivisa puerilmente da molti "economisti" intervenuti in questo thread) è una semplicioneria positivista superata da almento 80 anni. Nemmeno il piu' rimbambito dei positivisti viventi condividerebbe sciocchezze come "le premesse dell'economia sono irrilevanti", "la scienza ha valore solo per la sua capacità predittiva" ...dopo non aver nemmeno visto arrivare l'attuale crisi. Queste boiate sono state sconfessate come pseudoscienza dallo stesso positivismo.

Ormai sono sempre piu' convinto che la pseudosceintificità dell'economia dipenda dalla malafede degli economisti finalizzata ad occupare questo o quell'icarico governativo. Guarda per esempio Stiglitz come ha cambiato idea su molti argomenti dopo essere stato "assunto" da Clinton e poi dall'IMF

 

volevo segnalarvi le gradevoli scemenze che passano per sapere, e vengon passate al popolo

http://www3.lastampa.it/tuttolibri/sezioni/edicola/articolo/lstp/231332/

 

 

 

segnalo solo, per la grande componente di economistic he scrivo e leggono nFA

volevo segnalarvi le gradevoli scemenze che passano per sapere, e vengon passate al popolo

http://www3.lastampa.it/tuttolibri/sezioni/edicola/articolo/lstp/231332/

Interessante. Nell'articolo viene detto che Florence Noiville invita a "cambiare l'economia (modelli, equazioni, scopi) e i modi di insegnarla". Presumo che agli economisti faccia lo stesso effetto che ad un fisico provocherebbe un affermazione del tipo "cambiamo la legge di gravitazione universale di Newton (e aboliamo le equazioni differenziali). Potrete liberamente buttarvi da un palazzo di dieci piani."

Re(1): La teoria e

palma 11/9/2010 - 17:24

caro Frenckie, se leggesse gli appunti del professor De Michelis vedrebbe subito come lei (quanto io) sia affetto da coazione a ripetere. 

Per quanto riguarda la pulsione a distruggere del capitalismo, essa e' dovuta al notorio affaire del sottoconsumo, a lungo illustratoci dei firmatari del documento, discusso in Luglio.... presso Firenze...

Ma questa è una miniera d'oro!

Un po' di note buttate giù in un ozioso sabato pomeriggio...

Preso dalla curiosità sono anche andato a vedere chi fosse l'autore del sorprendente articolo: sarà per caso costui?  E' molto istruttiva la lettura degli appunti del suo corso: pur non essendo un sociologo ho molte perplessità (per esempio l'Economia come un mezzo per potenziare la Tecnica); a questo proposito mi piacerebbe conoscere il parere di qualcuno più addentro alla materia.

Nell'articolo ci sono alcune perle tipo questa sull'uccisione della ricchezza:

il capitalismo ha davvero in sé una potentissima coazione a ripetere gli errori e un'irrefrenabile pulsione di morte (uccidere ricchezza è importante quanto produrla)

Uccidere ricchezza in che senso?  Mi viene in mente la distruzione di beni: una casa abbattuta, dei generi alimentari lasciati al macero... Sarebbe interessante capire perché una cosa del genere è importante.  Ma che sciocco!  Ho gli appunti del suo corso!  Andrò a leggere, e infatti trovo:

Il moderno principio di riproduzione indotto dalla tecnica e dal con-seguente modello organizzativo  impone una sorta di eutanasia dei prodotti/servizi: tutto nasce per essere sostituito/distrutto, quindi “ucciso”, ovvero la durata non è più un valore, ma lo sono la transitorietà, il cambiamento, la velocità di sostituzione. Per molti beni/servizi si prevede la data di scadenza. Legata a valori come salute, benessere, ma non solo.

Ho la vaga idea che sia un cugino del modello superfisso: credo (mi sento buono) che intenda dire che in un determinato bene la durevolezza sia un valore con un vantaggio comparato basso; aggiungere questa caratteristica a un bene costa al produttore più di quanto l'utente sia disposto a pagare, quindi le risorse che sarebbero state impiegate per aggiungere quella durevolezza vengono usate per altro con maggior profitto.  In questo caso rinunciare alla durata e accontentarsi della transitorietà genera valore.  Ma quindi il valore non viene distrutto, viene solo allocato diversamente...

Ma l'articolo non finisce qui:

Un atto d’accusa, il suo, contro le scuole di economia (tutte uguali, tutte copia e incolla). Scuole dove da tempo marketing e finanza sono le discipline regine e il modello vincente è riassunto nell’acronimo MMPRDC, «Make More Profit, the Rest we Don’t Care about».

Le scuole di economia sono tutte uguali?  Avrei i miei dubbi, certo si insegnano materie simili.  Il marketing non mi sembra regni sovrano, la finanza già di più (ma in effetti è strano che venga insegnata in una scuola di economia).  Non vorrei che l'astio per queste materia sia dovuto a degli studenti che hanno trascurato l'insegnamento del Nostro per dedicarsi ad essa.  Riguardo al MMPRDC, non mi sembra venga insegnato (io poi sono ignorante e non avevo mai sentito questo acronimo).

Il punto non è banale, ma il dare per scontato che il modello vincente sia "fare profitto" (e non piuttosto massimizzare il valore dell'equity) presuppone un minimo di banalizzazione, che posso concedere all'autore dell'articolo, che evidentemente non è un tecnico della materia, ma che faccio più fatica ad accettare da parte dell'autrice del libro cui si riferisce (Florence Noiville, Ho studiato economia e me ne pento, credo di intravedere le motivazioni del pentimento); in ogni caso, a nessuno dei due viene in mente che esistono concetti come costo opportunità, per cui è vero che l'azienda guarda solo al vile danaro, ma non si capisce perché se a certe cose non viene dato valore da nessuno (e quindi il loro costo opportunità è zero) l'azienda dovrebbe invece occuparsene; se invece queste cose un valore ce l'hanno, ci sarà anche un costo opportunità che permetterà di tenerne conto in fase di pianificazione e di consuntivo.

Molti manager [...] capiscono che qualcosa non va,ma poi «sopportano in silenzio turpitudini e bassezze (“se non lo fa la mia azienda, lo farà un'altra”)»; e danno la colpa al «sistema», facendo finta di non vedere che il sistema sono loro stessi; al più cercano vie di fuga individuali, senza provare a cambiare le cose insieme (tanto, «non posso farci nulla»).

Turpitudini e bassezze?  Suppongo che non ci si riferisca ad illeciti nell'amministrazione, altrimenti il comportamento appena descritto sarebbe tout-court illegale e non ci sarebbe bisogno di dire altro; evidentemente si riferisce ad altro, magari a... no, mi vengono in mente solo casi border line e qui si sta parlando di qualcosa di sistemico.  Decisamente sono troppo ingenuo per capire queste allusioni.

Ma il vero capolavoro è questo:

Un libro prezioso come pochi altri per capire, sotto il velo delle apparenze e dei conformismi degli economisti, le ragioni di questa crisi. Partendo non dall’economia - che «è divenuta il referente della propria stessa logica, lanciando il sistema globale verso una crescita illimitata e una produttività fine a se stessa» e che dunque è incapace di giudicarsi e correggersi -ma da politica e diritto, dal loro dovere di interpretare la realtà e di governare l’economia e le sue crisi.

Cosa voglia dire quando afferma che l'economia è il referente della propria logica non è chiarissimo, ma volendo impegnarsi a trovare un senso non ne viene fuori nulla di scandaloso.  L'espressione potrebbe voler dire "si vuole applicare la logica della scienza economica all'economia reale", oppure "la logica dell'economia studia il rapporto fra il fenomeno economico (il referente) e la teoria (il contenuto o significato)".  Niente di scandaloso, anzi!  Sfugge perché sia stato fatto suonare ciò come qualcosa di grave.  Ho scartato l'ipotesi interpretativa "l'oggetto della scienza economica è ormai la scienza economica stessa" perché altrimenti non si capisce come mai questa possa lanciare da alcuna parte il sistema globale.

Non si capisce neanche perché la produttività sia fine a se stessa, dal momento che questa sottointende la creazione di valore e il valore sottointende il fatto che ci sia qualcuno che attribuisca quel valore.  A meno che non si intenda con produttività il produrre cose a raffica e senza senso, ma allora non si ha produttività e non ricordo alcuna logica economica che mi porti a farlo.

Commovente infine, il riferimento a politica e diritto e al loro dovere di governare l'economia e la crisi.  Da notare che il ragionamento, emendato da imprecisioni e passaggi di dubbia comprensione, suona più o meno: dal momento che l'economia pretende di applicarsi alla realtà e stimolare la creazione di maggior valore, allora è dovere della politica prendere il controllo della situazione.  Mmmm...

Mi conforta davvero che visto che la logica dell'economia e' rivolta a se stessa (?*?!@?**** non e' stampabile in testi rivolti a membri delle famiglie dei lettori), la politica invece e' come noto assai rivolta a chiare impostazioni di ordine scientifico e  metafisico che non subiscono, ahinoi come i cultori dell'economia la coazione a ripetere e l'istinto di morte.

Peccato, davvero peccato avrebbe esclamato mia madre...

la questione dell'economia come mezzo per potenziare la tecnica (ops, le maiuscole, Economia e Tecnica, che mi sa che il sociologo ci tiene...) mi ricorda una *simpatica* lettura dei miei anni di universitá (consigliata per un corso di Francese in facoltá d'Economia). spiegazione freudiana del capitalismo (Capitalismo?) come espressione della innata pulsione di morte (Thanatos, per chi ha fatto il classico...). o almeno, sia detto, questo è quello che ricordo di letture distratte. in ogni caso, sin comentarios...

 

E, poi, ci si lamenta del declino italiota: se costoro formano le giovani menti in Accademia .......

Chi si fa un baffo della logica dell'inferenza può dedicare meno tempo al rigore ed ai dati e più tempo alla caccia alla cattedra. Un vantaggio competitivo con esiti alquanto sgradevoli. Dentro e fuori la disciplina.

Ah, tra i due Lelio non c'è gara .....

Per quanto riguarda le sciocchezze, io credo che alla base di articoli come quello segnalato da Palma ci sia una grande incompetenza. Questa consente di ritenere credibili le favole, dunque spinge a considerare rispettabile qualunque posizione - che, appunto, non si è in grado di giudicare - ed a pensare che sia buona cosa dibattere le differenti visioni. Invece, pur se è perfettamente legittimo avere qualunque opinione, un minimo sforzo intellettuale dovrebbe render chiaro che non tutto ha uguale valore.

Dibattere insensatezze non pare un gran bel modo di occupare il tempo .....

Dibattere insensatezze non pare un gran bel modo di occupare il tempo .....

Parlami di  questo: pare si tratti di un documento che alcuni giovani (?) della segreteria del PD hanno fatto circolare. Nel motto “tornare avanti” c'e' l'evidente confusione di chi non si e' accorto che il mondo e' cambiato.

Almeno te e Marco scherzavate. Questi mi sa che non scherzano.

 

Beh, uno dei firmatari ci è noto ed abbiamo avuto l'opportunità d'apprezzarne sia lo spessore culturale che l'acume politico. Metonimicamente parlando, questo a me già dice tutto ...

testo istruttivo quello segnalato, poco prima della fine

Una coerente revisione del patrimonio culturale della sinistra deve dunque ripartire dalla negazione dell’assunto thatcheriano, troppo a lungo accettato anche da noi, secondo cui “la società non esiste”, perché “esistono solo gli individui”. Feticci completamente disincarnati dalle persone concrete e dai loro problemi reali, materiali e morali, che sono sempre, invece, problemi collettivi. Il Partito democratico dovrebbe avere la forza di affermare l’esatto contrario, e cioè che l’individuo non esiste, senza la società. Perché l’astrazione è l’individuo. E’ l’idea di un soggetto completamente autodeterminato e autosufficiente che non esiste, che non si incontra da nessuna parte, che non si può né vedere né toccare. Al di fuori delle sue relazioni con gli altri, della sua famiglia e dei suoi amici, del suo lavoro, del suo mondo, l’individuo si riduce al puro dato biologico. Non potrebbe nemmeno parlare, perché lo stesso linguaggio sarebbe impossibile, dunque non sarebbe nemmeno in grado di dire io. Non potrebbe nemmeno pensarlo. 
Dal punto di vista politico, il dato primario è la società. Il concetto cristiano di persona come nodo di relazioni, pertanto, si dimostra assai più fecondo del concetto liberale di individuo

Qui c'è tutta la prosopopea ignorante del loro nume tutelare, forse anche loro non sono riusciti a terminare gli studi? Ma allora perchè cimentarsi con queste scemenze? Secondo me perchè nessuno li prende a sonore e salutari pernacchie.

Ma ti ga altro?

Ma ki xeo 'sto mona?

 

Qual è la sostanziale differenza tra la spiegazione del ciclo economico della scuola austriaca e quella di H. Minsky ?

E' noto che Minsky si professava keynesiano fino al midollo, ma qs non mi sembra un aspetto rilevante. Così come non mi sembrano rilevanti, se si limita l'analisi alle cause del fenomeno, le "ricette" di Minsky per gestire l'instabilità del capitalismo.

 

Ho letto Kindleberger ma non Minsky, dunque non so quali siano le sue ricette. In linea di massima però nel modello austriaco le politiche di stabilizzazione peggiorano la situazione, perché l'espansione del credito fa "impazzire" il processo economico.

Nella forma forte della teoria - a cui non credo - i mercati sarebbero stabili senza i governi che fanno casino nel sistema monetario: questa teoria è più che altro ideologica, non credibile, e Hayek la criticò esplicitamente (non ricordo Mises).

Nella forma debole, errori e instabilità ci sono sempre, solo che le politiche di stabilizzazione rimuovono i processi di mercato che tengono il problema sotto controllo: ad esempio, il maturity mismatch è l'aspetto critico centrale dei sistemi finanziari (per gli austriaci), e può essere incentivato da politiche che garantiscono liquidità ai mercati monetari, e bassi tassi a breve.

Credo - non conosco Minsky - che quindi la differenza sia sul legata al rapporto tra la stabilità e l'efficienza dell'economia 'stabilizzata' dai governi rispetto alla stabilità e l'efficienza dell'economia lasciata da sola.

Se si ritiene che la prima sia molto maggiore, si è de facto "austriaci" nelle conseguenze di politica economica. Se si ritiene che non ci sia differenza - è un risultato "neoclassico" di irrilevanza della politica. Se si ritiene che si possa fare di meglio, si è keynesiani.

Le politiche anticicliche sono tutte strutturalmente time inconsistent: proteggono gli agenti dai propri errori, e dunque incentivano quegli stessi errori. Questo temo che i keynesiani non lo capiranno facilmente, continuando a danneggiare la stabilità economica con la loro "discretion".

Se poi invece ci si riferisce alle politiche di regolazione e non a quelle monetarie, per quanto possa sembrare assurdo, gli austriaci sono molto più per la regolazione che per la deregulation. Infatti il sistema bancario protetto dalla safety net è considerato irrimediabilmente instabile, e dunque in qualche modo bisogna frenarlo. Però si ha una certa consapevolezza dell'inefficienza di fare le cose in questo modo, dunque il "first best" è rimuovere completamente le safety net.

Di recente, O'Driscoll (un economista austriaco, ex vicepresidente della Fed di Dallas, credo) ha detto che tra tutte le alternative possibili tra sistemi bancari e politiche monetarie, l'unica certezza è che un sistema con banche libere ma politiche monetarie anticicliche sicuramente non funziona. Quindi o si legano le banche, o si impedisce alle autorità di salvarle: un processo di mercato con perdite socializzate non è un'alternativa per gli austriaci. Purtroppo per noi è anche ciò che fanno e difendono i "keynesiani": qui è la differenza, è più di politica economica che di teoria economica.

PS Io ho parlato sempre di politica monetaria anticiclica, ma ovviamente il moral hazard può nascere anche per aspettative di bailout, regulatory forbearance, etc. La citazione di Mises nel testo dell'articolo è un esempio di "regulatory forbearance": il Peel Act veniva rimosso ogni volta che c'era una crisis, e quindi nessuno lo riteneva credibile.

cosa intendi con mercati stabili scusa?

e dov'è che hayek avrebbe detto che non è vero che la causa del ciclo non sarebbero le espansioni del credito?

Inoltre non ho mai sentito austriaci sostenere che senza le manipolazioni monetarie sarebbe tutto rosa e fiori, hanno sempre sostenuto che crisi settoriali ci saranno sempre, quello che non dovrebbe esserci è il ciclo economico, almeno non nella forma in cui lo conosciamo oggi.

Ecco, questo è il tipo di discussione che mi fa paura e che sarebbe bene evitare. Una discussione in cui la ricerca scientifica diventa una serie di scatolette in cui infilare gente avendo a mente le conclusioni di policy invece dei dettagli dell'apparato analitico e la loro corrispondenza con i dati.

Hyman, che non è stato collega mio per due soffi, non solo era ancora più confuso degli austriaci, ma era ovviamente convinto che l'instabilità finanziaria di quella cosa che lui chiamava "capitalismo" fosse dovuta al motivo per cui gli austriaci pensano che i mercati funzionano, ossia la ricerca selfish del profitto. Mettere insieme i due è come mettere insieme Darwin ed il creazionismo, tanto entrambi predicono che la vita sulla terra assume forme multiple e molto "adattate" all'ambiente loro circostante!

D'altro lato, le conclusioni che Pietro attribuisce a O'Driscoll derivano (facilmente e, soprattutto COERENTEMENTE da un punto di vista logico) da principi base di economia: moral hazard ed informazione privata in situazioni di limited committment. Non so se anche questi sono concetti "austriaci" (quando la gente scrive cose vaghe e generiche, ci si può leggere dentro un po' quel che si vuole) ma io so che per certo questi sono temi sviluppati con grande rigore dalla teoria economica negli anni '60 e '70 e poi applicati in vari campi. Nel caso delle banche, la prima reference che mi viene in mente è Neil Wallace, in particolare fine anni '70 inizio anni '80.

Visto che si parla di Neil e che il mondo è pieno di "guru" che predicono questo e quello, lasciatemi sottolineare che Neil sì che "predisse" qualcosa in modo esplicito e chiaro. Predisse la crisi delle S&L elencando esattamente le ragioni per cui avvenne. Lo fece usando la teoria economica in modo corretto e puntuale, non perché passava le giornate a predicare la crisi del capitalismo o il disastro finanziario causato dalla mancanza di 100% reserve ratio! Neil, come dice lui, does mostly gardening ...

Minsky e Mises c’entrano come i cavoli a merenda, come giustamente ha scritto Boldrin.

 A proposito sarà solo una mia impressione ma rileggendo gli interventi in questa ed altre discussioni in cui sono menzionati “gli austriaci”, lasciando perdere i botta e risposta, ritrovo molto di quanto scriveva Kuhn riguardo i paradigmi e lo sviluppo delle teorie scientifiche (1).

 E’ difficile capirsi ed è molto facile liquidare tutto ciò che dicono “gli altri”. Ovviamente la cosa è reciproca e le osservazioni di Kuhn su incommensurabilità, incomunicabilità tra paradigmi e su come questi agiscano per spiegare internamente (ed attribuirsi il merito della spiegazione) le varie anomalie, su come marginalizzino le teorie altrui, etc. si applicano tutte. Ci sono rimasto un po’ male per alcune considerazioni sugli “austriaci semifascistelli di destra-destra riverniciati” che Boldrin ha fatto in un’altra discussione ma pazienza.

 Veniamo a due cosette che mi premeva chiedere.

 Ho letto di paper “Growth and cycles in the mode of Schumpeter and Marx”  e, per quanto sono riuscito a comprendere, devo dire che è indubbiamente interessante. Ad esempio si pongono validi dubbi al fatto che una crescita economica in cui gli investimenti sono finanziati da risparmi reali possa essere stabile e non ciclica. E’ però una teoria del ciclo economico generale oppure una teoria del ciclo economico di un settore (quello dove l’innovazione tecnologica adotta la labor saving technology?  Certo può essere abbastanza semplice  estendere le implicazioni al cosiddetto indotto (2) e quindi sulla struttura del capitale però mi pare molto più semplice determinare i «changes in the relative price of inputs» in diversi campi dell’economia dovuti all’effetto di un’espansione creditizia sui tassi di interesse (3).

 Infine, riguardo alle previsioni, non metto in dubbio quelle di Wallace, ci mancherebbe, però anche queste, riguardo l’ultima crisi, non mi sono sembrate vaghe predizioni di come “disastro finanziario [viene] causato dalla mancanza di 100% reserve ratio”

 - Ron Paul, 10 Settembre 2003, discorso al Congresso degli Stati Uniti

by transferring the risk of a widespread mortgage default, the government increases the likelihood of a painful crash in the housing market. This is because the special privileges granted to Fannie and Freddie have distorted the housing market by allowing them to attract capital they could not attract under pure market conditions. As a result, capital is diverted from its most productive use into housing. This reduces the efficacy of the entire market and thus reduces the standard of living of all Americans.

Despite the long-term damage to the economy inflicted by the government's interference in the housing market, the government's policy of diverting capital to other uses creates a short-term boom in housing. Like all artificially-created bubbles, the boom in housing prices cannot last forever. When housing prices fall, homeowners will experience difficulty as their equity is wiped out. Furthermore, the holders of the mortgage debt will also have a loss. These losses will be greater than they would have otherwise been had government policy not actively encouraged over-investment in housing.

Perhaps the Federal Reserve can stave off the day of reckoning by purchasing GSE debt and pumping liquidity into the housing market, but this cannot hold off the inevitable drop in the housing market forever. In fact, postponing the necessary, but painful market corrections will only deepen the inevitable fall. The more people invested in the market, the greater the effects across the economy when the bubble bursts.

(1) Immagino che tutti conoscano Kuhn e le sue tesi

 (2) Storiella d’esempio. Poniamo che una grossa azienda che produce beni di consumo decida di espandere la produzione (per i motivi più vari tra cui anche quelli descritti nel paper). Dovrà rivolgersi ai suoi fornitori per ottenere i semilavorati di cui ha bisogno. Specialmente è monopsonista (anatema, ho usato un termine neoclassico!) potrà pretendere contratti del tipo “ok io compro da te il 10% in più ma me lo offri al prezzo X e ti pago dopo 3 mesi”.  A quel punto le aziende dell’indotto devono anche loro aumentare la produzione per soddisfare i termini del contratto ed in più devono anticipare i costi, indebitandosi, non dico di tutti i loro input ma sicuramente di alcuni (manodopera e costi fissi). Le banche, d’altro canto, non credo che commettano particolari errori se prestano denaro ad un’azienda che ha appena ricevuto una grossa commessa, no? Il ciclo segue.

Spero si capisca cosa intendevo anche se l'ho scritto di fretta..

 (3) Forse questo è il tema del paper presentato negli scorsi giorni e di cui si accennava nell’articolo precedente

 

Ci sono rimasto un po’ male per alcune considerazioni sugli “austriaci semifascistelli di destra-destra riverniciati” che Boldrin ha fatto in un’altra discussione ma pazienza.

Commentare troppo, come faccio io, crea ambiguità spiacevoli, quindi mi scuso.

In quella frase, messa non a caso altrove, mi riferivo non agli economisti che più o meno si dichiarano austriaci e nemmeno a tutti coloro che, per una ragione o l'altra, a Mises ed Hayek si ispirano più di quanto, a mio avviso, valga la pena fare. Mi riferivo ad un sottobosco, che esiste e non è microscopico, di persone che hanno mischiato (MOLTO confusamente) il pensiero dei due sopra con altre cose (incluso certo Schmitt ...) ottenendone un cocktail assurdo che oscilla fra affermazioni pseudo-liberiste (what's good for the corporations is good for the world) ad esplicite affermazioni reazionarie (l'identità dei popoli e cosine del genere) a plateali inni all'Italia cialtrona (evadere è buono e fa bene ...). Vorrei evitare di fare nomi di persone ed organizzazioni, anche se più di qualche volta son stato tentato di scrivere un pezzo sul tema. C'è in Italia, da un decennio circa, un sottobosco orrendo di gente che s'è appropriata del vocabolario libertario e lo usa come una clava per fini che non solo non sono libertari ma non sono neanche "decenti".

Insomma, quella frase non c'entra nulla con questa discussione, né con le persone coinvolte in essa. Anzi tagliamo la testa al toro: io di Hayek on un enorme rispetto, sia personale che intellettuale (Mises, francamente, mi sembra uno che vale intellettualmente molto meno, ma that's irrelevant). E questo non da oggi. Se uno va a leggersi (non che dobbiate, per carità) la mia tesi di PhD, scritta nel 1985-87, che probabilmente si trova in qualche archivio on line, capisce cosa intendo dire.

E’ però una teoria del ciclo economico generale oppure una teoria del ciclo economico di un settore (quello dove l’innovazione tecnologica adotta la labor saving technology)

È una teoria di equilibrio economico generale, quindi si applica all'intero sistema. Come tale è stata scritta, se noti. Le innovazioni non avvengono in un settore solo, ma in tutti ... oggi qui, domani là, io amo la libertà ... cantano le innovazioni!

Previsioni di Ron Paul: t'immagini, certo! Paul è uno con cui sono in accordo 9 volte su 10. Ma, di nuovo, non c'è nulla di particolarmente "austriaco" nella sua analisi e, in quegli anni, erano dozzine gli economisti accademici che sostenevano quell'argomento. Non voglio citare sempre Minnesota e la Fed di Mpls, perché al tempo ero lì, ma trovi gente dire cose simili a UCLA, Arizona, Penn ... Cerchiamo di definire esattamente su cosa verta la discussione, altrimenti diventa una baruffa fra religioni e non appartenendo ad alcuna mi trovo spiazzato :-)

Kuhn c'entra sempre in queste discussioni, che è un sintomo del fatto che c'entra poco. Non andiamo lì, per favore. Non credo abbia niente da dire d'interessante ... quel poco che aveva l'ha detto, l'abbiamo inteso, qualche volte si applica qualche volta no ... qui NON stiamo confrontando paradigmi alternativi. Al più sottomodelli del medesimo paradigma. Gli "austriaci" sono tanto e più neoclassici di Robert E. Lucas Jr!

Infine, che è la cosa rilevante, puoi spiegare come funziona questo in formule? A me non torna, ma priva voglio capire esattamente cosa tu abbia in mente. Non servono grandi formule, ma uno schema analitico per capire come tu pensi che questo meccanismo possa originare il ciclo aggregato. In particolare, tieni conto che devi fare qualche ipotesi su cosa fanno LE ALTRE aziende (grandi o piccole) quando l'ipotetica azienda singola che consideri decide di espandere la produzione. A me non sembra per niente ovvio che da uno shock del genere segua il ciclo, come affermi alla fine. Ti dirò di più, anche se seguisse NON sarebbe quello descritto da Mises e dai suoi seguaci contemporanei, che parte dal tasso d'interesse e viaggia attraverso un aumento della spesa in beni capitali, non in beni di consumo (ragione per cui, infatti, QUELLA teoria austriaca proprio NON funziona con l'ultimo boom and bust USA ...).

Storiella d’esempio. Poniamo che una grossa azienda che produce beni di consumo decida di espandere la produzione (per i motivi più vari tra cui anche quelli descritti nel paper). Dovrà rivolgersi ai suoi fornitori per ottenere i semilavorati di cui ha bisogno. Specialmente è monopsonista (anatema, ho usato un termine neoclassico!) potrà pretendere contratti del tipo “ok io compro da te il 10% in più ma me lo offri al prezzo X e ti pago dopo 3 mesi”.  A quel punto le aziende dell’indotto devono anche loro aumentare la produzione per soddisfare i termini del contratto ed in più devono anticipare i costi, indebitandosi, non dico di tutti i loro input ma sicuramente di alcuni (manodopera e costi fissi). Le banche, d’altro canto, non credo che commettano particolari errori se prestano denaro ad un’azienda che ha appena ricevuto una grossa commessa, no? Il ciclo segue.

 

Confermo l'esistenza del sottobosco, ne ho avuto esperienza diretta in molte occasioni.

Riguardo l'ultimo boom, non vedo grossa differenza tra un bene capitale durevole e un bene di consumo durevole (case): il suo valore può essere distorto da - eventuali - distorsioni del tasso di interesse a termine di origine monetaria (cosa necessaria per avere gli effetti austriaci). La differenza è che la sua produzione è "finita" e non richiede ulteriori "lavorazioni", cosa che lo differenzia da un eccesso di ferrovie o acciaierie.

Inoltre, io la parte produttiva la andrei a vedere in Cina... cosa resa difficile dal fatto che la teoria esiste tuttora solo sub specie economica chiusa, nonostante un paio di lavori di Mises e Hayek. Ho scarse informazioni su eventuale "malinvestment": ho sentito di acciaierie in eccesso e intere città disabitate, ma niente di che. Però andrei lì a vedere alla ricerca di beni capitali durevoli in eccesso.

Non vedo quindi il problema con gli immobili. Il problema è che la parte "finanziaria" della teoria è sottosviluppata: credo che negli anni '30 la cosa fosse abbastanza scusabile (anche se lo "shadow banking" esisteva anche allora), oggi è solo sintomo di incapacità di innovarsi. Questa è una delle tante cose su cui si dovrebbe lavorare...

Riguardo l'ultimo boom, non vedo grossa differenza tra un bene capitale durevole e un bene di consumo durevole (case): il suo valore può essere distorto da - eventuali - distorsioni del tasso di interesse a termine di origine monetaria (cosa necessaria per avere gli effetti austriaci). La differenza è che la sua produzione è "finita" e non richiede ulteriori "lavorazioni", cosa che lo differenzia da un eccesso di ferrovie o acciaierie.

Pietro, NO! :-)

La teoria base "austriaca" (TA, from now on) dice: tassi below natural rate => more investment in capital => longer production period => LESS consumption for a while => when consumption goes back to NORMAL => not enough saving => crisis.

Le differenze con quanto accaduto sono tre e plateali.

1) I tassi bassi non hanno generato over investment in K, non hanno aumentato lo stock di K e la lunghezza del periodo di produzione. Hanno generato una crescita del valore di un bene di consumo durevole ed una over produzione del medesimo.

2) La crescita del valore dell'asset immobiliare (ed anche mobiliari, come ho cercato di far capire a svariati keynesiani-bernankiani due anni fa) ed i tassi bassi hanno generato una caduta IMMEDIATA e duratura (per circa 15 anni) del risparmio ed un'esplosione del CONSUMO! Ossia, l'opposto di quanto la TA predice. Durante il boom è calato il risparmio e cresciuto il consumo!

3) La crisi è arrivata perché il reddito non cresceva mentre crescevano i tassi d'interesse, non perché c'era risparmio "forzoso" che voleva smettere di essere tale. E con la crisi sono arrivate una DIMINUZIONE del consumo ed un AUMENTO del risparmio, again the opposite of what TA predicts.

I would not travel the Chinese path in search for escapes routes, if I were you ...  a parte che non funziona, diventa il solito giochetto del bersaglio mobile. E allora non facciamo più un dibattito scientifico e finisce come a Ballarò.

Infine, la parte "finanziaria" non è il problema di TA, assolutametne. È il MODELLO che è erroneo.

Loro (Mises, in particolare) hanno generato una specie di "storia stilizzata" di alcune crisi storicamente molto specifiche. Non quella del '29, tra l'altro, ma episodi di crisi nella Germania/Austria di fine XIX secolo e poi, soprattutto, post WWI (incluso weimar, iperinflazioni, eccetera), particamente gli stessi episodi che i marxisti tedeschi (guarda caso!!!) interpretarono come "sottoconsumo/sovraproduzione". Non scherzo, la coincidenza non è casuale ed è anche chiaro come Mises&Co scrivano avendo anche in mente gli argomenti "marxisti" sull'origine delle crisi. 

A quella "storia stilizzata" (ragionevole in alcuni di quei casi, specialmente quelli iniziali che erano la versione "ferro, carbone e fabbriche per l'acciaio" del boom and bust di dotcom tra 1995 e 1999) hanno cercato poi di dare una valenza universale dopo la crisi del '29. Hayek, che non era mona, capisce che funziona e non funziona e che una teoria generale delle crisi di crescita del tipo boom and bust deve essere più sofisticata e meno schematica. Molte delle contorsioni che rendono così difficili i suoi testi degli anni '30 si devono, chiaramente, a questa consapevolezza: vuole far derivare tutto da una certa teoria del capitale ma capisce che non è possibile, e quindi s'avvita. Hayek ha ragione nell'insistere che quella di JMK è una spiegazione che non tiene (lo sapeva persino JMK, ma non disperdiamoci) però capisce che quella sua (così come è) nemmeno funziona per la crisi del '29. Quindi diventa confuso e, per questo, perde la battaglia intellettuale con JMK. Anche perché era una battaglia soprattutto politica e lì JMK ha la upper hand sia storica che personale (Hayek era letteralmente insopportabile ed un disastro in pubblico).

A quel punto la cosa si avvita ed i "followers" di Hayek perdono, a mio avviso, la bussola.

Ok, enough history of economic thought for today ...

Una precisazione sulla 2) e sulla 3)

2) La crescita del valore dell'asset immobiliare (ed anche mobiliari, come ho cercato di far capire a svariati keynesiani-bernankiani due anni fa) ed i tassi bassi hanno generato una caduta IMMEDIATA e duratura (per circa 15 anni) del risparmio ed un'esplosione del CONSUMO! Ossia, l'opposto di quanto la TA predice. Durante il boom è calato il risparmio e cresciuto il consumo!

 

In realtà quella era la TA versione Hayek anni '30 (quella di "Prices and production" con il forced saving). La TA versione Garrison (ma anche Huerta) è diverso e parla appunto di crescita dei consumi ed investimenti (fuori dalla PPF) mentre i risparmi reali calano. Link

TA

La dinamica è aumenta offerta di credito da S a Saug e quindi cala il tass odi interesse ad i'. Questo porta ad un aumento degli investimenti I ma allo stesso tempo le famiglie risparmiano meno (e consumano di più) perché la loro offerta di credito è ancora sulla curva S.  Aumentano sia i consumi C che gli investimenti I e ci si sposta oltre la PPF (e questa è la parte in cui si parla di overconsumption e di overinvestment). Poi c'è la parte sul triangolo di Hayek in cui si analizzano i malinvestment dovuti all'allungamento temporale della produzione nei settori più lontani della struttura produttiva e la contemporanea reazione dei settori produttori di beni di consumo che tentano invece di cavalcare l'aumento dei consumi.

A me preme cercare di spiegare questa parte qua usando la teoria dei giochi e ipotizzando che gli imprenditori "consumino" capitale (sfruttando i macchinari al 110% e producendo di più in modo subottimale ma diminuendo la vita utile dei macchinari) per aumentare la produzione in modo temporaneo.

 

3) La crisi è arrivata perché il reddito non cresceva mentre crescevano i tassi d'interesse, non perché c'era risparmio "forzoso" che voleva smettere di essere tale. E con la crisi sono arrivate una DIMINUZIONE del consumo ed un AUMENTO del risparmio, again the opposite of what TA predicts.

Anche qui la TA dice che quando si alzano i tassi ed inizia il periodo di liquidation degli investimenti allora si innesca il forced saving e diminuisce il consumo. Qui inizia anche il periodo in cui si abbandonano i progetti fallimentari e si riorientano le risorse cercando un nuovo assetto.

movimenti oltre la PPF durante il boom

 

Avrei voluto replicare prima ma non ho potuto --- purtroppo Internet Explorer e NfA sono nemici (grazie a Andrea e Marcello per aver risolto il mio problema) --- e nel frattempo Michele e' riuscito a scrivere ben tre risposte. Concordo quasi pienamente con quanto Michele ha osservato. Il 'quasi' si riferisce solo alla storia del "bias ideologico" nelle domande, ma forse la divergenza e' solo semantica o forse la cosa e' cosi' complicata che, come suggerito sopra, e' meglio lasciarla cadere.

Faccio solo un punto per Pietro e Marco. Michele scrive che come ricercatori cerchiamo di essere precisi e di non fare gli stregoni. E come facciamo? Prima di tutto focalizzandoci su questioni molto specifiche, definendo bene il problema. Ognuno di noi si occupa di un pezzettino molto piccolo di mondo. L'alternativa e' discutere sui massimi sistemi, magari catalogando gli economisti come e' stato fatto sopra e finendo in un discorso puramente ideologico dal quale non apprendiamo nulla. Ecco perche' la discussione di sopra e' davvero pericolosa, come si e' fatto osservare. Non ci vedo niente di male se uno pensa di trarre ispirazione dalla lettura di Hayek, ma poi bisogna concentrarsi su problemi specifici e dare risposte teoricamente solide e empiricamente ben supportate (la maggior parte degli economisti sa fare solo una delle due cose --- divisione del lavoro).  

Pietro e Marco, altre risposte alle vostre obiezioni, domande, dubbi sulla macroeconomia, etc., le trovate qui, ve le da' direttamente Tom Sargent. Non condivido il 100% delle cose che dice, ma la maggior parte si'.

Finisco il tour de force di consigli di classe (a proposito devo ricordarmi di commentare sull'interessante articolo sulla scuola) e provo a mettere giù qualcosa in forma comprensibile partendo da qui.

Son passati i consigli di classe e visto che la discussione si è rianimata provo a rispondere a quanto il prof. Boldrin aveva chiesto.

Infine, che è la cosa rilevante, puoi spiegare come funziona questo in formule? A me non torna, ma priva voglio capire esattamente cosa tu abbia in mente. Non servono grandi formule, ma uno schema analitico per capire come tu pensi che questo meccanismo possa originare il ciclo aggregato. In particolare, tieni conto che devi fare qualche ipotesi su cosa fanno LE ALTRE aziende (grandi o piccole) quando l'ipotetica azienda singola che consideri decide di espandere la produzione. A me non sembra per niente ovvio che da uno shock del genere segua il ciclo, come affermi alla fine. Ti dirò di più, anche se seguisse NON sarebbe quello descritto da Mises e dai suoi seguaci contemporanei, che parte dal tasso d'interesse e viaggia attraverso un aumento della spesa in beni capitali, non in beni di consumo (ragione per cui, infatti, QUELLA teoria austriaca proprio NON funziona con l'ultimo boom and bust USA ...).

Premetto che

A) il lavoro ovviamente è solo una bozza e non è manco finita (manca tutta la parte su come lo shock iniziale diventa ciclo ma direi che si intuisce, spero). Inoltre volevo prima chiarire perché e come avvenisse l'espansione della produzione.

B) perdonatemi se i paper non si fan così, lo stile è sbagliato, non si capisce nulla etc. E' una cosa scritta in poco tempo e senza star lì a limare :-). Tra l'altro ho  messo tutti i dati per cui volendo potete replicare a casa i miei calcoli

C) Non crocefiggetemi in sala mensa (dotta cit.)

D) il titolo fa schifo

http://www.scribd.com/doc/40262780/ABCT-vs-ratex

 

Marco

 

 

Grazie per il link a Wallace.

Al di là delle scatolette in cui ho forzato la classificazione, credo che la domanda di Amadeus sia interessante e legittima: una volta assunto che i mercati sono imperfetti, cosa su cui tutti gli "austriaci" e tutti i "keynesiani" concordano indipendentemente dalle specificità analitiche, cosa li distingue? Dov'è il point of departure?

Il problema è che sia l'uomo di strada sia lo studente che si avvicina alla macroeconomia e si imbatte in teorie come l'RBC si fanno l'idea che la difesa di certe politiche economiche "di libero mercato" si basi intellettualmente su un insieme di teorie che sostengono che i mercati siano perfetti. Da liberale sono convinto che questa misperception sia dannosa, e da appassionato di economia sono convinto che se dovessi scegliere tra RBC e NUKE scapperei via e andrei di corsa a cercarmi una terza alternativa.

Certo, le scatolette che ho imposto sono molto imperfette: Mankiw deriva conclusioni opposte di Krugman, ma non per questo non è "keynesiano", ammesso che l'etichetta dica qualcosa. Taylor ha detto cose simili nello spirito agli austriaci, senza doverne usare l'apparato analitico.

Però ho l'impressione che non esista nessuna scuola di macroeconomia che dica esplicitamente e sistematicamente una cosa tanto ovvia, per me, come che le politiche di stabilizzazione esternalizzano le perdite e generano nel lungo termine instabilità deviando il normale processo di mercato. Conosco paper che lo dicono, ma non mi sembra esista una "scuola" che abbia investigato questi temi in dettaglio. O perlomeno non c'è nessuno che abbia convinto la Fed a tenerne conto.

PS Sulla pallosa letteratura del 100% banking e l'assurdo identitarismo del "questo è austriaco questo no" non dico niente perché non mi va di parlar male del Mises Institute, alla fine sono la mia biblioteca preferita.

una volta assunto che i mercati sono imperfetti, cosa su cui tutti gli "austriaci" e tutti i "keynesiani" concordano indipendentemente dalle specificità analitiche, cosa li distingue? Dov'è il point of departure?

Quali mercati sono imperfetti, secondo te, per i cosidetti "austriaci" e per che ragione? Per me non è ovvio.

Il problema è che sia l'uomo di strada sia lo studente che si avvicina alla macroeconomia e si imbatte in teorie come l'RBC si fanno l'idea che la difesa di certe politiche economiche "di libero mercato" si basi intellettualmente su un insieme di teorie che sostengono che i mercati siano perfetti.

Errore. Non sono un fan di RBC ma quella che tu sostieni NON è, nel modo più assoluto, un'implicazione di quella classe di modelli. Ripeto, nel modo più assoluto. Dire una cosa del genere vuol dire non aver inteso cosa fa quella letteratura, davvero, credimi.

Però ho l'impressione che non esista nessuna scuola di macroeconomia che dica esplicitamente e sistematicamente una cosa tanto ovvia, per me, come che le politiche di stabilizzazione esternalizzano le perdite e generano nel lungo termine instabilità deviando il normale processo di mercato.

È un bene che non esista!!! Guai se esistesse, finiremo tutti a fare i Voltremont.

Se si vuol fare scienza o, almeno, evitare di fare gli stregoni, affermazioni del genere non vanno fatte MAI, MAI! Troppo generale e generica un'affermazione di questo tipo. Troppo ideologica, infatti completamente ideologica. Per esempio: è ovvio che certe politiche di "stabilizzazione" (e.g. quantitative easing when financial markets collapse, or acting as a lender of last resort, or letting public debt go up in recession while keeping taxes and expenditure smooth, eccetera) NON hanno le proprietà che tu dici e sono da attuarsi nelle situazioni descritte!

Il punto, Pietro, è che anche se a volte sbagliamo, anche se ognuno di noi ha le proprie preferenze politiche, morali ed ideologiche, anche se tendiamo a sbracare ed uscircene con questa o quella raccomandazione ossessiva, quando facciamo ricerca CERCHIAMO, ripeto CERCHIAMO, di essere precisi e di non fare gli stregoni. Se vuoi la mia opinione (una cosa che Kuhn non credo avesse capito) l'impatto dell'ideologia si nota più nelle DOMANDE che il ricercatore si pone che non nelle conclusioni. Certe domande in un certo contesto IMPLICANO logicamente certe risposte ... la risposta è logica, è la domanda che rivela il bias. Ma questo è un discorso MOLTO MOLTO complicato oltre che OT, quindi lasciamolo stare.

Quali mercati sono imperfetti, secondo te, per i cosidetti "austriaci" e per che ragione? Per me non è ovvio.

La teoria austriaca del calcolo economico è costruita su due ipotesi: razionalità limitata e informazione imperfetta e asimmetrica (sottolineo: la cosa è filologicamente risibile, ma come approssimazione va bene).

Per Hayek, l'informazione è tacita, diffusa (alcuni ce l'hanno e altro no), etc... il knowledge problem è molto imperfettamente riassumibile come "informazione asimmetrica".

Per Mises, gli agenti economici hanno bisogno di un meccanismo di "divisione intellettuale del lavoro" (il calcolo economico) per riuscire a calcolare quali progetti di investimento sono proficui, non potendo - e questo riesco ad interpretarlo solo come limitazione cognitiva - raggiungere "gratuitamente" l'equilibrio finale.

Al di là della forzatura, queste due cose non stanno nei modelli standard dell'equilibrio generale. La frase di sotto mi fa pensare che non ho capito qualcosa, però.

Errore. Non sono un fan di RBC ma quella che tu sostieni NON è, nel modo più assoluto, un'implicazione di quella classe di modelli. Ripeto, nel modo più assoluto. Dire una cosa del genere vuol dire non aver inteso cosa fa quella letteratura, davvero, credimi.

Ho parlato di "uomo della strada e studente" proprio perché non ero sicuro dell'interpretazione. Ma comunque non capisco dov'è l'errore. Io nelle formule che ricordo (dal Romer) vedo (se ricordo bene): prezzi flessibili, aspettative razionali, moneta neutrale, equivalenza ricardiana, equilibrio generale, efficienza paretiana. Quel che ricordo del RBC è un modello dove le correlazioni rilevanti per il ciclo economico si ottengono nonostante non esista alcuna frizione, introducendo innovazioni persistenti nella produttività dei fattori e offerta di lavoro prociclica. Sono perplesso e imbarazzato, come quando sto un'ora a giocare a spot the difference e non vedo nulla.

l'impatto dell'ideologia si nota più nelle DOMANDE che il ricercatore si pone che non nelle conclusioni.

Certe domande in un certo contesto IMPLICANO logicamente certe risposte ... la risposta è logica, è la domanda che rivela il bias.

La prima frase mi sembra probabile, ma io non vedo alcuna implicazione. Se uno non vede una distinzione rilevante (o salta subito alle conclusioni, o dimentica parti ovvie dell'evidenza) perché è accecato dall'ideologia, è un problema, ovviamente. Ma se uno è colpito da un qualcosa che gli sembra assurdo e cerca di spiegarselo senza fare sconti alla coerenza logica e all'evidenza, dov'è il problema?

Concordo che la mia affermazione è troppo generica, ma era un commento breve, non un paper. Secondo me, se non si fanno sconti alla logica e all'evidenza, si possono avere tutti i convincimenti a priori di questo mondo. Col tempo si affineranno, o correggeranno, i convincimenti, e verranno fuori le distinzioni rilevanti.

Un esempio più semplice è "sul pianeta Vulcano non esiste nessuna teoria che dica che i salari minimi causano disoccupazione. Secondo me una tale teoria è manchevole e bisogna crearla."

Si può commentare che l'affermazione è generica (che succede, ad esempio, se i datori hanno potere di mercato?), ma se fosse una buona approssimazione della realtà, una tale mancanza teorica - con tutti i se e i ma che si possono aggiungere dopo averla indagata a fondo - sarebbe grave.

Se il riferimento è alla "fallacy of the loaded question", modifico il mio argomento con un'aggiunta: si possono avere tutti i priors del mondo... l'indagine modificherà anche il tipo di domande, cambiandole e affinandole.

Su queste cose mi è capitato di riflettere perché ho osservato le conseguenze deleterie di confondere fatti e valori tra gli economisti austriaci. Garantisco quindi la più totale devozione alla Wertfreiheit da parte mia, ho visto i pericoli di non prenderla sul serio. :-)

OT o meno, la discussione mi interessa, anche se temo di fare il free rider.

Info: prendo le tue affermazioni face value. Questo implica che la TA è un caso particolare della teoria neoclassica, nessun contrapposizione.

Sullo specifico punto di "razionalità limitata" la domanda è sempre la stessa: QUALE fra l'infinito numero possibile? Dimmi come è limitata e discutiamo. Altrimenti, se lo scopro sempre after the fact che non sapevano questo e quello, allora non è una teoria ma una panzana. Al momento nessun austriaco ha prodotto alcun modello usabile di razionalità limitata.

Informazione: non condivido. Hayek è molto esplicito molto spesso: l'info è diffusa ed individuale, ma viene aggregata dai prezzi concorrenziali. Sandy Grossman ci ha costruito la carriera e, che io possa dire, i suoi lavori e poi quelli con Stiglitz sono totalmente "hayekiani", sempre che si voglia un Hayek coerente. Se poi facciamo anche di Hayek un ciarlatano che si sposta after the fact, then it's over.

Idem per Mises: l'equilibrio è efficiente o meno? Se è efficiente siamo in un mondo walrasiano. Se non lo è siamo in un mondo con informational imperfections, però bisogna dire QUALI. La teoria economica che io e tutti i redattori di nFA pratichiamo si scontra con questo problema sin da ... gli scritti di Hayek!!!

RBC è una metodologia. Cito me stesso, ma se leggi i due papers due che ho scritto di RBC vedrai che in uno ci sono delle market imperfections (contratti lavorativi, mancanza di mercati) e nell'altro quelle che la gente chiama "frictions". La letteratura che usa RBC methodology per studiare questa o quella imperfezione di mercato è enorme, non saprei dove cominciare.

Il contributo di Ed e Finn (come quello di Long e Plosser 1984, va ricordato) era TEORICO: volevano mostrare che occorre trattare con le pinze l'idea che fluttuazione sia sinonimo di inefficienza (vecchio adagio "keynesiano"). Anche in un modello semplicissimo ed in qui valgono il I e II teorema del welfare, le oscillazioni generate da un aggiustamento ottimo a shock esterni sono pari al 65-70% delle fluttuazioni osservate. Questa era un'idea di Slutski, tecnicamente, mentre l'intuizione teorica e' completamente schumpeteriana, a dire il vero!!!

Una decade dopo io ed altri (Grandmont, Woodford, Benhabib, Nishimura, ...) facevamo osservare che addirittura senza shocks tecnologici si predicono vaste oscillazioni in competitive equilibrium, molte di esse efficienti, e tutte piuttosto ampie. Quindi, DI PER SE, il ciclo non implica alcuna inefficienza. Diciamo che l'approccio di Ed e Finn ha avuto piu' successo del mio ... ma chi vivra' vedra' ...

[Romer, brutto cognome in economia. Puoi attaccarci almeno tre nomi diversi, il risultato è da pessimo a mediocre. Io la mia macro me la studierei altrove ... try Sargent e Lars L, dove L sta per un  cognome finlandese di cui non ricordo lo spelling, ma Lars è un bravo ragazzo, if boring ...]

Mi fermo qui, enough lecturing for a day.

Forse dovrei scrivere un testo di teoria del ciclo ad uso dei lettori nFA, ma mi manca il tempo ...

Nota per Monsurro'

Ecco dimostrato l'errore che ho fatto prima notare di tradurre in neoclassico quello che non è e non  puo' essere.  Tra l'altro non è un caso che Stiglitz sia riuscito a fraintendere completamente il concetto di "informazione" di Hayek.

Qualcuno ha spiegato questo fenomeno come la confusione tra auditing e un "processo" di innovazione 

Conosco l'argomento e concordo, ma dubito che a Boldrin piaccia leggere affermazioni generiche. Sto preparando un commento che purtroppo è e rimane troppo generico, perché tratta di questioni di cui non so quasi niente. Probabilmente è quello a cui ti riferivi, però mi sono sforzato di spiegarlo in maniera dettagliata. Io non fornisco nessuna certezza perché l'unica certezza che ho è che di queste cose so veramente poco. Al massimo posso fare un piccolo argomento su un dettaglio che secondo me è cruciale, e mettere la pulce nell'orecchio.

Io ho qualche problema a scrivere, ad esempio, che l'equilibrio generale è un costrutto inconcepibile, anche se è il mio belief attuale, perché i capitoli relativi del Mas-Colell/Whinston/Greene di microeconomia non li ho capiti per niente. Posso permettermi di criticare gli austriaci perché li ho studiati e capiti abbastanza bene (è vero che ci sono più critiche agli austriaci che a - chessò - Lucas in quanto scrivo: ma è perché gli austriaci so cosa hanno detto; molti pare invece l'abbiano preso come lesa maestà). Tra qualche anno forse dirò una cosa del genere, ma lo dirò quando sarò convinto di sapere di cosa sto parlando, e lo dirò dopo aver studiato microeconomia seriamente. Oggi preferisco ammettere di essere ignorante.

Suggerisco, nell'imparare la micro, di cercare di capire bene il concetto di equilibrio, che a leggere il post di phileas sotto sembra essere completamente incompreso, ed infatti quasi nessuna delle frasi che ha scritto ha senso. L'equilibrio è un esito di un modello, il nome è completamente fuorviante perché fa pensare ad uno stato di riposo. Ma un equilibrio può essere un ciclo, un andamento caotico, una bolla...

L'equilibrio, dunque, è sempre definito dato un modello. Per cui non ha alcun senso dire cose del tipo "non siamo in equilibrio", "si tende all'equilibrio ma non ci si arriva..." perché se è vero che una certa evidenza empirica non corrisponde all'equilibrio di un modello, è anche vero che può corrispondere perfettamente all'evidenza di un altro modello. E nessuno di questi modelli è giusto o sbagliato. Ciascuno può essere utile ad interpretare l'evidenza, o pezzi di essa. 

Non vedo nemmeno la critica. Forse lo sarebbe "così c'è scritto nei testi di micro"? Ma infatti ne facevo notare l'incongruità affermando che l'equilibrio ha al piu' un valenza eurisitica, di processo mentre la sua quantificazione e individuazione non ne ha alcuna, di nessun genere. Per le ragioni che ho spiegato e che non vedo affatto sminuite dal post essendo quelle che mi hanno indotto a rivolgermi agli "austriaci" per comprendere l'economia

L'intervento sebbene irrilevante rispetto al tema è invece interessante perchè espone il solito superato "strumentalismo" che non puo' condurre da nessuna parte. A parte che è rifiutato da qualsiasi epistemolo (Popper, Lakatos, Heisenberg, Hempel solo per fare qualche esempio)  non potendo spiegare perchè una teoria è giusta o sbagliata non puo' evidentemente confutarne nessuna. In altre parole l'economia per come è oggi epistemologicamente (erroneamente) fondata finisce per provare tutto e il suo contrario. E infatti ci riesce benissimo rivelandosi essere  il terreno di scontro tra fazioni politiche. E questo senza nemmeno considerare altrettando evidenti errori metodologici

 

 

 

Mi intrometto per provare a dare una breve risposta ai quesiti “austriaci” nella speranza che la reazione non sia la solita di “so tutto io e gli altri so’ fessi” ma indurre qualche interesse per comprendere quale siano le differenze insormontabili che separano gli austriaci dal mainstream e quale sia il loro contributo ai richiamati concetti di equilibrio e di informazione. Per metterla con l’espistemologia sono paradigmi incommensurabili che non possono essere tradotti gli uni nella lingua degli altri.

 

L’equilibrio è irrilevante per gli austriaci se non forse come strumento euristico per comprendere come ci si spossa avvicinarsi senza mai raggiungerlo indipendentemente dai valori che puo’ assumere. Il mainstream è esclusivamente focalizzato sulla sua individuazione e quantificazione. Quello che gli austriaci fecero notare sin dai tempi del dibattito sul “calcolo socialista” è che i prezzi di equilibrio sono irrilevanti perché nessun operatore economico li considera nelle sue decisioni, non si spiega come a quei prezzi ci si arrivi e in particolare quali costi il processo implichi. In altre parole l’equilibrio non è nemmeno una vaga approssimazione della realtà e quindi non puo’ fornire alcuna guida per capirla. Mentre l’equilibrio per il mainstream è risolvere equazioni per gli austriaci è una questione che ha che fare con la mutua compatibilità e coordinazione di piani individuali.

 

L’informazione di Hayek è completamente altra cosa rispetto a quella di Stiglitz e del mainstream. Egli spiego’ chiaramente come questa non fosse semplicemente una questione di dati e statistiche ma di conoscenze diffuse, di luogo e di tempo che spesso non sono nemmeno comunicabili. Stiglitz la considera disponibile come a un supermercato e quello che conta è semplicemente ottimizzare i costi della sua ricerca rispetto ai benefici che offre. A parte l’ovvia considerazione che questo calcolo sarebbe di nuovo significativo solo in un mondo in equilibrio in cui costi e benefici sono oggettivi, Hayek si concentra invece su come faccia ad arrivare incessantemente sugli scaffali e quale assetto istituzionale ne favorisca la diffusione e la comprensione. Il punto è che il formalismo mainstream non puo’ nemmeno esaminare questi problemi perché evidentemente non si tratta di un processo di ottimizzazione eseguibile da un computer o un robot. Il problema che l’imprenditore affronta non è impiegare le risorse e le tecnologie date per soddisfare i gusti in essere. Ma anticipare i cambiamenti della domanda utilizzando nuove tecnologie e nuove risorse ignorate atte al soddisfacimento di quella nuova domanda. Non è un caso che mentre il mainstream si sofferma sulla teoria dell’impresa gli austriaci si focalizzino maggiormente su quella dell’imprenditore.

Quanto detto dovrebbe chiarire anche la critica austriaca alla perfetta efficienza dei prezzi e quindi la sterilità della diatriba Chicago-Stiglitz. Quelli  “imperfetti” di mercato sono gli unici prezzi utili perché offrono una guida all’azione facendo leva proprio sulle loro discrepanze informative e sulla loro inconsistenza complessiva. Sono questi elementi che infatti inducono gli operatori ad agire poichè mostrano loro opportunità di profitto.

Grazie per il chiarimento su RBC, io avevo in mente solo il modello di ciclo economico.

"Sullo specifico punto di "razionalità limitata" la domanda è sempre la stessa: QUALE fra l'infinito numero possibile?"

Su questo hai centrato un bersaglio centrale. Il problema della mia seconda appendice è in definitiva proprio questo: come dimostrare cose specifiche (e non generiche) eliminando l'ipotesi di razionalità illimitata? La teoria del processo di mercato degli austriaci ha problemi a fare predizioni specifiche, e - nel caso del ciclo economico - ha difficoltà a dimostrare un tipo specifico di errore (come il malinvestment) proprio perché dovrebbe tener conto anche dei processi cognitivi individuali, che però sono considerati estranei alla teoria.

Esistono infinite possibilità di razionalità limitata. Esiste un modo di fare le cose perfette, e infiniti modi per errare. Riconosco il problema, probabilmente è la vera causa dell'incompletezza del programma di ricerca di Mises e Hayek: è impossibile capire "cosa fa il mercato" quando si ha a che fare con la complessità e l'eterogeneità.

Però, temo che la difficoltà non stia nella teoria, ma nella realtà: è il mondo che è complesso, non è colpa di Hayek se è così. Mi spiego con una domanda molto complicata e di cui probabilmente non capirò la risposta.

Se i DSGE hanno la curse of dimensionality, come è possibile che possano essere considerati IL modello dell'economia in un mondo dove ci sono miliardi di agenti, milioni di beni e migliaia di controlli?

Io da ingegnere elettronico ho a che fare con circuiti che rispettano le leggi di Kirchhoff, che derivano dalle equazioni di Maxwell. So che il mio computer ci mette ore e ore per simulare pochi nanosecondi di un circuito, ma so che il mondo funziona "in tempo reale" perché la materia di cui sono fatti i circuiti ha quelle proprietà. La materia è un computer superveloce che simula le equazioni di Maxwell in tempo reale, il mio PC è lento e devo aspettare le ore.

Cosa è che risolve le equazioni di Bellman nel mondo reale? Cosa è che rende credibile l'ipotesi di razionalità illimitata necessaria a far risolvere agli agenti equazioni affette dalla curse of dimensionality? Chi è che muove tutto e ordina tutto? Ovviamente una risposta possibile è che basta supporre l'agente rappresentativo (o il capitale aggregato, o il bene composito): basta semplificare il mondo a sufficienza e l'equilibrio generale diventa computazionalmente possibile. Ma è una risposta significativa? Il mondo non è grosso come un condominio.

L'economia neoclassica trascura che il mondo è così complesso che le equazioni di Bellman non corrispondono a nulla nel mondo reale: assume un'intelligenza infinita e una comprensione strutturale dell'intera economia da parte degli agenti, dove c'è rischio ma non c'è incertezza... E' un caso particolare della teoria austriaca in cui non esistono limitazioni cognitive, e dove quindi può esistere l'equilibrio generale perché i superuomini che popolano il modello possono permettersi di raggiungere senza sforzo un livello perfetto di coordinazione.

Io di questo non so quasi nulla. Ci sono però economisti come Axtell e Koppl (il secondo austriaco molto strano) che studiano queste limitazioni e cercano di capire i mercati assumendo bounded rationality, limited information, agenti rule followers, modelli di cognition, e sistemi evolutivi. Non posso sapere dove andranno a finire: non so neanche che stanno facendo ora.

Insomma: gli austriaci si sono arenati su questo problema (sugli austriaci posso evitare il condizionale: conosco i miei polli). Forse i neoclassici hanno preferito negare che esistesse, ma non riesco ad immaginarmi un mondo walrasiano, lo trovo concettualmente inverosimile. Come dicevo nell'articolo, la teoria monetaria austriaca si basa proprio sulla negazione dell'equilibrio generale, al massimo la si può "simulare" in maniera ad hoc facendo qualche restrizione.

"Informazione: non condivido. Hayek è molto esplicito molto spesso: l'info è diffusa ed individuale, ma viene aggregata dai prezzi concorrenziali. Sandy Grossman ci ha costruito la carriera e, che io possa dire, i suoi lavori e poi quelli con Stiglitz sono totalmente "hayekiani", sempre che si voglia un Hayek coerente. Se poi facciamo anche di Hayek un ciarlatano che si sposta after the fact, then it's over."

Su Hayek proverò a scrivere qualcosa, almeno quello lo conosco abbastanza bene. Dubito di poter fare una comparazione con Stiglitz, visto che anche se ho letto il paper storico con Grossman, ma ci provo. Tra qualche mese, se faccio in tempo. Però il problema rimane: tutto sta a considerare l'equilibrio generale il modello dell'economia, oppure un'eccezione applicabile a casi straordinariamente semplici.

"[Romer, brutto cognome in economia. Puoi attaccarci almeno tre nomi diversi, il risultato è da pessimo a mediocre. Io la mia macro me la studierei altrove ... try Sargent e Lars L, dove L sta per un  cognome finlandese di cui non ricordo lo spelling, ma Lars è un bravo ragazzo, if boring ...]"

Sì, li avevo confusi 2-3 anni fa. Intendevo David, "Advanced Macroeconomics".

Ho il Sargent & Ljunqvist sul comodino, sono arrivato credo al capitolo 2-3, mi dovrei prendere un po' di tempo a prenderlo sul serio, al massimo ora riesco a risolvere il modello di crescita di Ramsey programmando con Matlab. Lo trovo più chiaro dello Stockey, Lucas w/ Prescott, ma hanno in comune il fatto che sono una lettura noiosetta.

"Forse dovrei scrivere un testo di teoria del ciclo ad uso dei lettori nFA, ma mi manca il tempo ..."

A me sembra un'ottima idea. E il paper pseudo-austrian?

Pietro, allora

La teoria del processo di mercato degli austriaci ha problemi a fare predizioni specifiche

Ha enormi problemi a tutto, perché non è nulla. Non è una teoria, non è un modello, non è niente. Sono parole in libertà di logici falliti. Non scherzo. Liberati dall'ipoteca della teoria dell'azione umana di Mises, da cui tutte queste fantasie discendono.

Domandati: puoi formulare la teoria in maniera "scientifica", ossia confrontabile con qualcosa di osservabile in modo condiviso da me e te (come minimo, possibilmente anche da altri :-))?

Per poter parlare di una teoria ho bisogno che quanto sopra sia verificato. E che, poi, la teoria mi dia due o tre assiomi (o 7 o 8, fai tu) formalizzabili e restittivi (i.e. tali che si possa inferirne che mentre X può accadere, Y non può accadere e, possibilmente, anche -X è impossibile) in modo che possa cominciare a creare una mappa fra i suoi elementi costitutivi ed il "mondo" che io e te condividiamo.

In secondo luogo, non confondiamo Hayek e Mises. Fatta eccezione per la tarda vecchiaia, Hayek è molto più cosciente di Mises dei problemi che incontra.

Il mondo è complesso? Certo! And so what? Di fronte alla complessità del mondo hai solo due scelte: quella di abbandonarti ad una contemplazione ieratica di tale fatto, rinunciando a chiederti se vi sono almeno alcuni meccanismi interni che puoi comprendere (non tutti, alcuni!!!) e misurare oppure, appunto, provare a identificare pazientemente alcuni di tali meccanismi. Anche il mondo fisico è estremamente complesso, basta aprire la finestra e guardare fuori. Nessuno sa "modellare" men che meno "prevedere" il movimento nel tempo del complesso del mondo "fisico" out there, visto che include tutte le forme viventi oltre che quelle non. Nemmeno i terremoti o il clima prevediamo, so what? Ci si prova e ci si prova con MODELLI.

La gravitazione newtoniana non spiega tutto, ma spiega molto. Specialmente quando isoli e misuri fenomeni precisi e ben definiti, anziché il "tutto". Idem per le equazioni di Maxwell, che ti permettono di calcolare esattamente un comportamento specifico, non l'universo intero nei suoi dettagli. Lo stesso vale per il modello del comportamento massimizzante dell'individuo di fronte a trade-offs ed incentivi: non spiega tutto ma spiega molto! Per quello è un buon MODELLO ed il suo potere di previsione è dovuto al fatto che è FORMALIZZABILE. Lo stesso vale per l'ipotesi di ottimizzazione ricorsiva che sottostà all'equazione di Bellman: quando la applico agli ambiti ristretti per cui è stata costruita, funziona molto bene. In ambienti stazionari dove si risolvono problemi ricorsivi, il comportamento osservato è molto vicino a quello predetto. Prendi i dati di consumo individuale ed offerta di lavoro nel tempo, lungo il ciclo vitale. Quando vai a livello micro e utilizzi storie individuali raccolte da panels e le confronti con le previsioni di modelli di programmazione recursiva del ciclo vitale, questi ultimi fanno incredibilmente bene nonostante siano molto parsimonious ed abbiano pochissimi parametri. Se poi li supplementi con i dettagli istituzionali di specifici paesi fanno incredibilmente bene. Ho lavorato per anni sul comportamento delle persone alla fine del ciclo vitale lavorativo (i.e. age 55-70) per capire le decisioni di pensionamento. Ed un modello recursivo di ottimizzazione fa incredibilmente bene.

Tutto questo chi fa economia lo sa. Che gli "austriaci" militanti non lo sappiano è solo misura della loro ignoranza oltre che della loro malafede intellettuale. Non scherzo, è malafede intellettuale e non ho voglia di dibattere con questa gente, tanto vale discutere con un fanatico religioso, è la stessa roba.

Non c'è IL modello, ci sono TANTI modelli, che si incastrano tra loro e si sussumono. E ne mancano tantissimi! Occorre capire questa banalità, per fare scienza. Altrimenti si fanno chiacchere da bar, Pietro. Tu continui ad oscillare fra lo scienziato-ingegnere che conosce e pratica la scienza ed il blah-blah dei confusi che ti tirano per la giacca. Togliti la giacca e rimbocca le maniche della camicia.

 

Ah, il pseudo-austrian model sta bene ed e' sopravissuto alche alla NY Fed oltre che a Randy Wright. Ora ti mando il pdf di note via email.

Eppure basterebbe leggersi Lakatos, Hempel persino Popper per capire che questa non è scienza, non è nulla. E' incredibile che per tenere dietro a questa infondata e infondabile storia del "modello" l'economia neoclassica sia stata ridotta a uno stato di pseudoscienza.

Basterbbe leggersi Hayek per capire che il suo concetto di informazione è opposto a quello di Stiglitz e il suo travisamento serve al piu' per farlo entrare in qualche "modello" che come tale necessariamente non puo' spiegare nulla

C'e' un aspetto paradossale in questa discussione: Friedrich Von Hayek non sottoscriverebbe nessuna delle affermazioni fatte da Pietro in questo commento.

Pare di capire che da quando Stiglitz ha travisato completamente Hayek ora questa è l'unica lettura di Hayek accettabile. Forse varrebbe la pensa leggerlo in prima persona

Tra l'altro Hayek ha rigettato la metodologia corrente dell'economia come "scientismo"

per la gioia di economisti grandi e piccini Larry Summers torna al lavoro (si dimise dal governo oggi.)

Tra l'altro torna a Harvard dove la sua gestione nel 2009 ha perso 1.8 miliardi di dollari (se non ricordo male il 27% dei suoi fondi) con scommesse varie su tassi. Gli USA è riuscito invece a mandarli in bancarotta direttamente in un anno o poco piu'

Il cronicapitalism è tanto sviluppato negli USA quanto in Italia ormai 

Buongiorno a tutti,

seguo da molti anni questo sito - con frequenza variabile - ed essendo il mio primo commento spero che sia in linea con i limiti e le modalità entro i quali le opinioni degli avventori sono ben accette. Faccio questa premessa perché mi trovo a voler commentare "contro", difendendo la teoria austriaca, in particolare, dagli "attacchi" del Prof. Boldrin. Avevo predisposto una lunga e noiosa risposta, che avrei poi dovuto rileggere, approfondire, condividere con gente fidata e quindi mi sarei deciso a postare, con il rischio di fare un lungo lavoro inutile (e certo sapete tutti quanto è prezioso il tempo): reputo necessario, infatti, che venga in primo luogo fatta chiarezza su alcuni aspetti in assenza dei quali non è possibile impostare un dialogo costruttivo. Se queste mie considerazioni non dovessero essere condivise, pazienza! Io continuerò a leggerVi con interesse e a poter riflettere sui sempre interessanti spunti che fornite, oltre che sulle utili informazioni, il mondo andrà avanti benissimo per tutti.

Bene, la mia domanda, la premessa, verte intorno al concetto di Scienza. Mi riferisco, in particolare, alle seguenti affermazioni del Prof. Boldrin:

quella "austriaca", oggi come oggi e da 100 anni, è ancora una "bella storia" ed è molto lontana dall'essere una "teoria", let alone un "modello".

economisti e filosofi falliti. Falliti due volte

Ha enormi problemi a tutto, perché non è nulla. Non è una teoria, non è un modello, non è niente. Sono parole in libertà di logici falliti. Non scherzo. Liberati dall'ipoteca della teoria dell'azione umana di Mises, da cui tutte queste fantasie discendono.

Domandati: puoi formulare la teoria in maniera "scientifica", ossia confrontabile con qualcosa di osservabile in modo condiviso da me e te (come minimo, possibilmente anche da altri :-))?

 Occorre capire questa banalità, per fare scienza

Mi fermo, il senso mi pare chiaro. Mi sembra che Mises si ponga esattamente lo stesso problema (lo ricordo nel primo capitolo di Human Action, ma penso sia riportato anche altrove) ovvero quali sono i limiti entro i quali la scienza economica può lavorare come le scienze naturali: entro quali confini, si chiede, è possibile formulare leggi universalmente valide? 

Evito di dilungarmi troppo, il succo è: Mises dice che il metodo matematico (ovvero l'unico metodo analitico della moderna scienza economica) è sbagliato e porta a conclusioni sbagliate e un qualunque osservatore ha potuto verificare la validità di questa affermazione recentemente, quando i migliori modelli quantitativi del mondo non hanno visto "la madre di tutte le crisi" nemmeno col binocolo, nemmeno ad aprile 2008 (ricordo un paper dell'FMI..). Cos'è scienza allora, formalizzare modelli inutili che portano a conclusioni contastanti? La domanda non vuole essere una provocazione, né essere oziosa. Ho il più profondo interessa a capire come vi ponete di fronte ad un fallimento così eclatante - che non implica, ovviamente, la validità del pensiero di Mises in tutto il resto.

Probabilmente per discuetere la scuola austriaca qui su NfA è meglio aspettare l'approfondimento promesso dal Prof. Boldrin.

Ne approfitto per ringraziare tutti per i contributi interessanti, la serietà e la disponibilità.

Andrea

Grazie per i complimenti e per l'interesse. 2 risposte rapide:

1) Sulla crisi: 3-4 anni fa a Minneapolis crollo' un grande ponte sul Mississippi provocando qualche morto. Forse che l'Ingegneria o la Fisica cessano di essere scienza?

2) Sui modelli inutili e contrastanti: i modelli non vegono mai scritti per spiegare "tutto", per questo sono contrastanti. Per cosa sia, cosa faccia e perche' non sia inutile la scienza economica e i suoi modelli, suggerisco cominciare da questo post di Alberto Bisin

Non ti sembra pero' un po' superficiale?

La fisica e l'ingegneria spiegano cosa è capitato a quel ponte cioè la causa del crollo o del suo mentenersi. Non vorrei sbagliare ma il crollo è stato poi dovuto a negligenza, cioè nessun ingegnere ha esaminato quel ponte per un po' di tempo. Cioè non c'era un ingenegnere. Basterebbe sentire invece su youtube cosa dicevano Bernanke o Greenspan sulle prospettive dell'economia poco prima che scoppiasse la crisi 

Mi sa che quello che si faceva notare è che l'economia mainstream non è in grado di fare altrettanto: spiegare cosa abbia causato l'attuale crisi. Il punto poi è che per lo strumentalismo economico la scienza non dovrebbe nemmeno preoccuparsi di questo visto che le teorie non sono nè giuste nè sbagliate. Servono solo a fare previsioni. Compito peraltro fallito e su eventi davvero macroscopici a parte questo. Vedi il crollo dell'URSS

A essere "strumentalisti" coerenti uno dovrebbe essere necessariamente austriaco :-)

OK, l'esempio del ponte era certo superficiale, ma il ponte era stato "controllato" pochi mesi prima. Non e' vero che non ci sono ponti che crollano, ce ne sono di continuo, solo che molti non fanno notizia. La fisica rimane una scienza, l'ingegneria e' una sua applicazione.

Comunque, Greenspan non e' un economista, non lo e' mai stato, e lascerei stare anche Bernanke su youtube. Valgono i suoi papers, che si possono criticare se si vuole, mai vista alcuna affermazione su  crisi su quei papers. Il punto fondamentale e' che la "scienza" economica non sa ancora come si sviluppano le crisi. Magari non ci arrivera' mai, ma questo non lo possiamo sapere. Fino a x anni fa non sapevamo fare i ponti sul mississippi, e ora lo sappiamo fare. 

Non per insistere ma Bernanke è uno solo. Secondo te quello che ha scritto, la sua produzione intellettuale non hanno niente a che fare con le dichiarazioni che ha fatto? Dice e fa il contrario di quello che scrive? Egli è tra l'altro considerato un esperto della Crisi del '29 per le pubblicazioni che prodotto in tema. Ma ha amplaimente dimostrato di non averci capito nulla nei fatti, empiricamente con le sue azioni

Greenspan è piuttosto uno degli esempi che possono spiegare perchè il mondo dell'economia continua a non cambiare strada: era un randiano quindi conosceva bene l'economia austriaca e pubblico' saggi in tema. Quando Nixon (o Ford non ricordo bene) lo chiamo' a un posto nell'amministrazione passo' immediatamenmte a predicare interventismo e patacche inetellettuali come il WIN ("whip inflation now").

Ti ringrazio della risposta e del link (simpatico tra l'altro :)). Faccio una puntualizzazione che forse potrebbe essere utile al confronto: ho una laurea specialistica in Discipline Economiche e Sociali e non mi affaccio al mondo dell'analisi economica da profano. Il punto della mia domanda, usando la tua metafora, è: cosa si direbbe di ingeneri e compagnia se ogni dieci anni tutti i ponti del mondo crollassero dopo che era stato assicurato che "questa volta" avrebbero tenuto? Come minimo, che c'è qualcosina che non va nei progetti :)

Credo che quello a cui si riferisce Marco Bollettino quando chiama in causa Kuhn e i paradigmi è il fatto che Mises non è che non si sia posto il problema di fare o meno scienza, ma che la risoluzione che ne da è avversa al metodo matematico. E non solo per i problemi dei macro-aggregati Keynesiani (e altri), ma anche in microeconomia. Da cui un altro modo di approcciarsi all'economia.

E' un tema che forse dovrei approfondire, purtroppo manca il tempo ora (come manca per fare una critica al post di ALberto Bisin, ma anche questo me lo riprometto)

Ciao

Andrea

A parte il fatto che non tutti i ponti sono caduti, c'e' una fondamentale differenza tra la realta' economico/finanziaria e quella dei ponti: l'umanita' costruisce ponti "scientificamente" da millenni - diciamo un paio, i ponti degli antichi romani sono un buon esempio di primi ponti moderni; la scienza economica ha una storia ben piu' breve (un ordine di grandezza in meno!), per cui gli incidenti osservabili - che son quelli con cui migliori il modello - ce ne sono stati pochi, e tutti piuttosto diversi l'uno dall'altro. Mises peraltro e' morto da quasi quarant'anni, e di progressi la scienza economica ne ha fatti.

Mises è morto???????

:)

Non starei qui a rettificare la metafora ad ogni post; che, comunque, rimane una metafora: non saranno caduti tutti i ponti, non ne è caduto nemmeno uno solo. A dire il vero non si sta parlando di ponti.

E dove sono? Non ha previsto il crollo dell'URSS, non ha previsto l'attuale crisi, quella del Giappone, quella del '29 non sa nemmeno spiegarsele. Nondi meno propone soluzioni. Siamo sicuri che abbia senso?

Quello che piu' colpisce è pero' come mai dopo fallimenti così ciclopici e nonostante si assuma che la scienza economica serva solo a fare previsioni indipendentemente dal realismo delle assunzioni non viene il dubbio che il metodo magari sia sbagliato Cosa lo rende così "giusto" nonostante sbagli praticamente sempre? Siamo sicuri che la matematica possa spiegare il comportamento umano e il funzionamento della mente?

 

il mises della scienza delle costruzioni, era il fratello. ma guarda che famiglia. il suo criterio delle tensioni ammissibili è ancora validissimo.

Come quello della probabilità che costituisce la miglior critica dell'applicazione della probabilità a casi singoli, diffusissimo invece nel maistream. E infatti Ludwig mutuo' a piene mani questa critica

Sui modelli inutili e contrastanti: i modelli non vegono mai scritti per spiegare "tutto", per questo sono contrastanti. Per cosa sia, cosa faccia e perche' non sia inutile la scienza economica e i suoi modelli, suggerisco cominciare da questo post di Alberto Bisin

L'articolo di Bisin mi pare non poco esplicativo. Non vi sembra che ci sia una bella differenza tra spiegazioni causali e modelli (punto 4)? La matematica (tipico il caso dei sistemi di equazioni) non spiega in termini causali come invece è spiegato il successo del Milan. A un certo punto si parla di creatività e mi viene in mente l'imprenditore. Coma fa la matematica a spiegarla? Siamo sicuri che non sia solo un problema di ottimizzazione ma invece di scoperta?

A mio modesto avviso, l'ingegneria non è mai stata una scienza, ma un insieme (complesso e sofisticato quanto si vuole) di tecniche utilizzate per applicare a fini pratici conoscenze scientifiche (ad es. quelle della fisica).

E l'economia cos'è? Scienza o tecnica? Descrive ciò che esiste e che in quanto tale si può conoscere (scienza) o prescrive sulla base di conoscenze scientifiche comportamenti da attuare a fini pratici (tecnica)? (Non è una domanda retorica, non l'ho mai capito davvero)

Oppure si occupa solo di costruire solo complicati modelli matematici che hanno poca o scarsa attinenza con la realtà e poca o scarsa applicabilità pratica? (e questa invece è una provocazione!)

io sono solo uno studente di dottorato e non pretendo di avere l'ultima parola; questi i miei 2 cents:

 

(1)  descrivere "ciò che esiste e che in quanto tale si può conoscere" e' uno degli obiettivi principali della moderna Economia accademica.  Ad oggi siamo lontani dal poterlo fare in maniera convincente.  Le motivazioni principali, secondo me, sono 2: l'impossibilita' di condurre esperimenti e l'oggetto di studio (≈ scelte degli individui).  In particolare sul secondo punto:  se anche gli economisti potessero condurre esperimenti, i risultati sarebbero assai meno robusti e generalizzabili rispetto a quelli della fisica, per dire...  A meno di non avere in mente un mondo tipo questo, in cui le "law of large numbers" si possono applicare con successo a tutti i fenomeni sociali rilevanti.  Non credo sia il caso,purtroppo.

Per spiegare quanto siano forti queste due limitazioni prendo un esempio da Industrial Organization (che, almeno sulla carta, dovrebbe essere piu' semplice di una bestia tipo Macro).   Quasi 30 anni fa, un mio docente ha pubblicato uno studio sul Joint Executive Committee, un trust ferroviario operativo in USA alla fine del 1800.  Non sembra una cosa difficilissima da studiare, no? Ebbene, da allora ogni 5 anni or so compare un paper che prende GLI STESSI DATI (o giu' di li') e racconta una storia diversa, con conclusioni differenti... 

 

(2)  la gran parte degli economisti tenta poi di prescrivere "comportamenti da attuare a fini pratici". Questo secondo passaggio e' molto delicato: per dare indicazioni di policy bisogna prendere molto sul serio gli assunti che l'Economia fa sull'utilita' ed il benessere degli individui ed  avere una buona idea del funzionamento della politica e delle realta' istituzionali di cui ci si interessa. Non sempre queste condizioni sono rispettate (qui non parlo tanto "degli economisti" come categoria quanto delle specifiche persone che di tanto in tanto si affannano a dare consigli a destra e a manca, spesso riguardo a cose che hanno studiato/capito poco e male).  D'altro canto,  il "comprendere il mondo" e' utile proprio perche' deve aiutarci a far scelte migliori, quindi le due "imprese" mi sembrano strettamente collegate.   In altre parole: governanti e pubblico chiederanno sempre "consigli" sull'andamento dell'economia, ed e' giusto e naturale che si rivolgano agli "esperti".  Nota che in un gioco come questo entrambe le parti hanno interesse a sovrastimare la qualita' dei "consigli":  l'economista per vendersi meglio ed il politico per pararsi il culo. Qui nascono molti problemi...

 

(3)  La supposta arroganza degli economisti non deriva da una scarsa comprensione dei propri limiti quanto, di solito, dalla mancanza di alternative credibili:   le proposte alternative sono spesso meno logiche e coerenti di quello che vorrebbero correggere.  parlo di "logica" e "coerenza", ovvero di cose dimostrabili alla lavagna, ad averne tempo e voglia   (cose che i "critici", di solito, non hanno)

 

Infine, non riferito a te in particolare ma anche e soprattutto ad alcuni dei commentatori qui sopra (e.g.,  phileas, Iuticone):  sull'utilizzo della matematica mi pare ci sia molta confusione.  La matematica in Economia serve essenzialmente a dare un linguaggio comune e quanto piu' possibile preciso ed esplicito ed a rendere piu' facile il collegamento fra "theory" e "measurement".  Tutto qui, nessuna alchimia strana.   Letture consigliate in proposito:

http://www.prickly-paradigm.com/paradigm4.pdf  (pagine 2-16)

http://arielrubinstein.tau.ac.il/papers/74.pdf

 

EDIT:  il testo di Rubinstein che linko alla fine e' provocatorio e considerato assai controversial anche all'interno della disciplina.  Secondo me e' una lettura interessante ma si tenga presente che non e' affatto "consensus"

Infine, non riferito a te in particolare ma anche e soprattutto ad alcuni dei commentatori qui sopra (e.g.,  phileas, Iuticone):  sull'utilizzo della matematica mi pare ci sia molta confusione.  La matematica in Economia serve essenzialmente a dare un linguaggio comune e quanto piu' possibile preciso ed esplicito ed a rendere piu' facile il collegamento fra "theory" e "measurement". 

In questo (raro) caso, nessuna confusione. Per Mises il problema è proprio il "measurement", non certo l'uso di un linguaggio (quello matematico), piuttosto che un altro.

Nota:  mi riferivo solamente alla possibilita' di misurare "observables" come pezzi venduti, prezzi, etc... mi sa che tu hai in mente "esercizi" piu' complicati

Temo, invece, che la confusione sia somma.

1) Cosa non si può misurare?

2) In che senso l'uso di strumenti logico-matematici presume "misurabilità"? (Qui, ovviamente, occorre poter specificare cosa si intende con "misurare", che non è parola priva d'ambiguità).

Tento di rispondere velocemente, ma non credo di essere in grado, né vorrei, di fare l'avvocato difensore di von Mises.

1) Molte cose. Sintetizzando il problema per Mises è che molte variabili determinanti dell'economia non sono misurabili. Se si tiene conto solo di ciò che si può misurare si hanno conclusioni fuorvianti. Questo il senso della frase all'origine di tutto.

2) In nessun senso l'uso di strumento logici-matematici presume la misurabilità, se ho inteso correttamente la domanda. Non c'è nessun problema ad usare delle funzioni per descrivere le preferenze, ma non si pretenda di vedere mai che i numeri che le compongono realmente

Spero di essere stato più chiaro, il mio tempo è scarsissimo

Prof, per favore, mi giustifico :)

molte variabili determinanti dell'economia non sono misurabili

Per inciso, se al posto di "economia" si mette "fisica", si ha una descrizione (ok, un po' superficiale, ma passatemela) del principio di indeterminazione di Heisenberg in meccanica quantistica - dove le variabili in questione sono la posizione e la velocita', mica nulla di esotico. Roba di un secolo fa :-)

No, il principio di indeterminazione dice che la posizione e la velocità di una particella non possono essere conosciute insieme. O l'una o l'altra. Il paragone è sbagliato.

Esempio di cosa si intendeva: Tizio scambia con Caio A contro B, perché Tizio valuta B più di A e Caio viceversa. E' misurabile quel di più? No. [E' solo un esempio]

Scusa se insisto, ma le cose non mi sembrano cosi' differenti. Tizio ha A (supponiamo che sia una certa quantita' di dollari) e compra una commodity B da Caio perche' crede che domani  (per dire) B varra' di piu'. Il prezzo pagato (cioe' A) e' assolutamente equivalente alla posizione, e lo stiamo conoscendo con precisione alta (cioe' lo sappiamo con precisione alla seconda cifra decimale di dollaro). La direzione del prezzo futuro (che equivale alla velocita') non la sappiamo, anzi, non la possiamo proprio conoscere. A me pare proprio simile al principio di indeterminazione. Dico una cazzata?

Quai mi vergogno a dirlo a un PhD sulla teoria delle stringhe ma... il principio di Heisemberg dice che ci sono grandezze che non possono essere conosciute contemporaneamente (gli operatori non commutano) mentre nel caso presente l'inconoscibilità della seconda grandezza è indipendente dalla misurazione della prima.

 

Credo di non spiegarmi bene. Anzitutto la mia e' un'analogia, non una descrizione scientifica, per cui qualche imprecisione puo' benissimo esserci. :-)

L'analogia. Tizio compra B per A dollari da Caio. Ci sono due quantita' che si vorrebbero conoscere, e le si vorrebbe conoscere contemporaneamente: il valore attuale e il valore futuro. Il valore attuale sara' MOLTO vicino alla quantita' di dollari A pagata da Tizio. Non sappiamo se e' il valore vero, perche' magari Caio, se avesse potuto, avrebbe venduto non per A dollari ma per A dollari piu' un millesimo di dollaro. La precisione e' alta, ma non perfetta. La precisione sul valore futuro e' bassissima, pressoche' nulla. Tizio probabilmente ha il suo modo di valutarla. In questa analogia la misurazione della fisica corrisponde all'azione di compravendita sul mercato - ed in effetti, la misurazione, in meccanica quantistica e' impossibile senza interazione col sistema (e questo e' in soldoni - e con imprecisioni mostruose di mi scuso - la ratio dietro la meccanica quantistica).

"qualche imprecisione puo' benissimo esserci"

nema problema

 

 

molte variabili determinanti dell'economia non sono misurabili

Per inciso, se al posto di "economia" si mette "fisica", si ha una descrizione (ok, un po' superficiale, ma passatemela) del principio di indeterminazione di Heisenberg in meccanica quantistica - dove le variabili in questione sono la posizione e la velocita', mica nulla di esotico. Roba di un secolo fa :-)

Secondo me non si tratta di un'analogia ottimale.  Il principio di indeterminazione riguarda il fatto che non e' possibile misurare o stato di un sistema senza perturbarlo, oppure che non e' possibile misurare contemporaneamente tutte le variabili che caratterizzano lo stato di un sistema con precisione superiore a quella stabilita dal principio.

Un'analogia migliore la vedo con la metereologia, dove non e' di fatto possibile misurare tutti i gradi di liberta' iniziale del sistema e quindi per predirne l'evoluzione occorre fare delle approssimazioni, che a loro volta conducono a previsioni imprecise (potenzialmente anche molto imprecise col passare del tempo).

Un'analogia migliore la vedo con la metereologia, dove non e' di fatto possibile misurare tutti i gradi di liberta' iniziale del sistema e quindi per predirne l'evoluzione occorre fare delle approssimazioni, che a loro volta conducono a previsioni imprecise (potenzialmente anche molto imprecise col passare del tempo).

non sono propriamente i gradi di libertà, le variabili,  bensì le condizioni al contorno che non si conoscono in modo puntuale. nemmeno in scienza delle costruzioni, dove c'è il mises che conosco, sono note. uno degli apporti di mises fu appunto di smettere di cercarle perchè in un sistema elastico di tensione/deformazione bastavano largamente le sollecitazioni medie, per la natura lineare di tale sistema.

in un sistema non lineare, una minima differenza di condizioni al contorno produce quasi subito evoluzioni diversissime, come appunto nella meterologia, oppure nel gioco di sponda di un bigliardo "reale".

in economia, si aggiunge alle complicazione del sistema sicuramente non lineare, alcune caratteristiche( la competizione fra gli attori, l'interazione e la retroazione) che lo rendono sistema "complesso". per chi la vede così, la pretesa deterministica si abbandona subito, per ricercare altri metodi di comprensione e controllo. metodi comunque matematici.

quando ero (molto)giovane io, questo era considerato divertente, più interessante del pacinko :-), che è solo non lineare.

Niente di cui giustificarsi.

Se il tempo non se, si rimanda ad un'altra volta.

Per il resto, tu capisci da solo che da un lato il fatto che Mises abbia o non abbia detto qualcosa è del tutto irrilevante quando si discute della validità della medesima. Mises, come tutti, ha detto tante fregnacce.

Quindi, inviterei a riflettere su cosa sia misurabile e cosa non lo sia.

Inviterei anche a riflettere sul fatto che, proprio perché non tutto ciò che è formalizzabile deve essere direttamente misurabile, vale la pena di chiedersi perché mai certe "verità" che a te, e ad altri adepti a questa religione, sembrano tali non siamo mai state adeguatamente formalizzate. Strano, no?

Ed  infine, io rifletterei più attentamente sui "numeri" della funzione di utilità. Eppoi, chi l'ha detto che non si vedano solo perché sono soggettivi. Camillo li ha visti e li ha fatti vedere anche a me: sono colorati ...

Inviterei anche a riflettere sul fatto che, proprio perché non tutto ciò che è formalizzabile deve essere direttamente misurabile, vale la pena di chiedersi perché mai certe "verità" che a te, e ad altri adepti a questa religione, sembrano tali non siamo mai state adeguatamente formalizzate. Strano, no?

E' strano solo a chi confonde la "formalizzazione" con i modelli o pensa che per formalizzare qualcosa sia necessario un "modello". E a parte il fatto che gli austriaci rifiutano per le ragioni piu' volte specificate l'uso della matematica nello studio dell'azione umana

Ed  infine, io rifletterei più attentamente sui "numeri" della funzione di utilità. Eppoi, chi l'ha detto che non si vedano solo perché sono soggettivi. Camillo li ha visti e li ha fatti vedere anche a me: sono colorati ...

Ma non ha senso e qualsiasi cosa abbia visto Padoa-Schioppa la mente umana è unica sulla terra è cio' che distingue l'uomo da qualsiasi altro essere vivente. Le scimmie poi agiscono per istinto mentre gli uomini a mezzo nessi causali che distinguono mezzi rispetto a obiettivi. Non hanno niente in comune. Mentre nel tuo mondo ci sarebbero scimmie che vanno in giro  amisurare in "utils". A questo punto le marmotte faranno il cioccolato

Infine è un altro mianstream come Varian (non io) a affermare che l'utilità è ordinale e non cardinale  per poi passare un attimo dopo a affermare implicitamente esattamente il contrario

...e Mises sarebbe quello che dice fregnacce???

Infine è un altro mianstream come Varian (non io) a affermare che l'utilità è ordinale e non cardinale  per poi passare un attimo dopo a affermare implicitamente esattamente il contrario

...e Mises sarebbe quello che dice fregnacce???

Oh, no ci sei anche tu e ne dici MOLTE di più. La cosa scary è che non te ne rendi conto!

Comunque, per questa settimana enough divertissement. L'ora di visite al reparto neuro è finita e devo andare.

Mi raccomando, non scordarti di lucidare lo scolapasta da mettere in testa, non vorrei ti confondessero con Walras mentre passeggi nei corridoi ...

La cosa scary è che non hai uno straccio di argomento. Hai solo fatto la stessa cosa per decenni. Non ti spieghi nemmeno perchè Varian come qualsiasi altro autore di manuali si contraddica nel giro di un paio di pagine e pensi di risolvere tutto con le scimmie che misurano il valore nonostante nè tu nè alcun umano si metta a attribuire misure a quello che piace o dispiace

Infine, non riferito a te in particolare ma anche e soprattutto ad alcuni dei commentatori qui sopra (e.g.,  phileas, Iuticone):  sull'utilizzo della matematica mi pare ci sia molta confusione.  La matematica in Economia serve essenzialmente a dare un linguaggio comune e quanto piu' possibile preciso ed esplicito ed a rendere piu' facile il collegamento fra "theory" e "measurement".  Tutto qui, nessuna alchimia strana

Grazie per gli articoli li ho scaricati e li leggro'. Su cosa fai il tuo PhD?

Il linguaggio matematico è usato dal mainstream con la scusa che tu hai ricordato. In genere si aggiunge in questi casi che sarebbe "rigoroso". Ma vedi per esempio Varian intorno alla pagina 100 (ho solo la 3a edizione inglese): dopo aver parlato sulle solite proprietà matematiche dell'utilità ricorda che questa è solo ordinale. Dopo di che iniziano a comparire diagrammi cartesiani che esprimono la funzioni dell'utilità rispetto al reddito, ottimizzazioni, etc. Il che è (spero concorderai) ben difficile considerare come ordinale

Al contrario quindi il linguaggio matematico non puo' che esprimere esclusivamente quello che è esprimibile in prosa mentre si presta a facili equivoci e confusioni e fughe dalla realtà

Dopo di che iniziano a comparire diagrammi cartesiani che esprimono la funzioni dell'utilità rispetto al reddito, ottimizzazioni, etc. Il che è (spero concorderai) ben difficile considerare come ordinale.

Impagabile.

Colpa mia, non ci dovevo mettere il becco... ma almeno ci si diverte, dai.

Diverte? Mah ...

Se ti diverti con uno come phileas dovresti frequentare maggiormente la neurodeliri.

P.S. Scomettiamo che ora scrive che l'ho offeso perché non ho argomenti? Non capisce che invece è una diagnosi clinica ... esattamente come quelli che ti spiegano che loro sono Napoleone ... a me fan tristezza.

Dopo il divertimento, magari hai anche qualche argomento, Sei poi basta "divertirsi" per passare sopra Varian...

Come è che da una concezione dichiaratamente ordinale si passa a funzioni continue? E' possibile misurare come si prova piacere e dispiacere? Spiegalo ...anche dopo esserti divertito

Caro Phileas,

mi pare di capire che il problema sia che Varian dica che preferenze ordinali possano essere rappresentate con funzioni continue.

Dopo il divertimento, magari hai anche qualche argomento, Sei poi basta "divertirsi" per passare sopra Varian...Come è che da una concezione dichiaratamente ordinale si passa a funzioni continue? 

Lei ovviamente non e' d' accordo. Direi che se avesse ragione avrebbe di che far crollare l' intero edificio della teoria delle preferenze neoclassica. Perche' non ci mostra esattamente in che modo ordinalita' delle preferenze e continuita' di una funzione di utilita' che le rappresenterebbe sono incompatibili? 

Anzi, leggo che piu' su scrive che l' esistenza di una funzione che rappresenta certe preferenze, una funzione che puo' avere un massimo, e' anch' essa una cosa incompatibile con la sola ordinalita' delle stesse. Perche' non ci spiega esattamente anche questa?

Lei capira' che avere queste rivelazioni in mano e non volerle rivelare sarebbe oltremodo egoista....

Buongiorno Giovannoni,

non ho detto questo anche perchè con panzane tipo che le scimmie misurino il valore o che si possa piacevolmente passare da una concezione (io direi necessariamente) ordinale a una cardinale da una pagina all'altra "un edificio delle teorie delle preferenze neoclassico" non esiste nemmeno.

Io ho solo detto come sembra inizialmente dire Varian che la matematica non puo' essere lo strumento di indagine dell'azione umana. O per lo meno puo' esserelo fino a che ripete quello che si puo' dire in forma discorsiva

Le preferenze sono solo ordinali e basta poco a verificarlo visto che le usiamo solo in questa forma e inavvertitamente lo dice anche Varian (ma è così in tutti i manuli) salvo contraddirsi una pagina dopo

Saluti

Passa da Varian a Mas-Colell. Avrai le risposte che cerchi.

Quanto alla misurazione:

1- chi ha detto che occorre una misurazione? normalmente non serve.

2- in ogni caso, c'è un sacco di gente che lavora su questo tipo di misurazioni: subjective well-being, quelli-che-il-pil-ci-fa-schifo, kahneman. A molti economisti non piacciono, ad altri sì.

Mahhh...mi sa che Mas-Colell non si pone nemmeno il problema a differenza di Varian. Prendi pagina 46 "For analytical purposes, it is very helpful if we can summarize the consumer's preferences by means of a utility function because mathematical programming techniques can then be used to solve the consumer's problem." Mas-Colell non si pone nemmeno il problema sul perchè la funzione dovrebbe essere in grado di risolvere qualcosa. Guarda poi che è proprio lui che "misura": "the consumer's problem" è la solita ottimizzazione vincolata. Non è misura questa? Se non lo è a cosa serve allora quella tecnica?

Di nuovo: non si discute sul fatto che quella funzione possa esistere sotto le assunzioni fatte (che peraltro appaiono molto discutibili) ma sul fatto che possa dire alcunchè sul comportamento di un individuo. Se lo dice è solo limitatamente a quello che si puo' esprimere discorsivamente: le utilità sono solo ordinali

Phileas

quello che con toni diversi stanno cercando di spiegarti un po' tutti e' che la contraddizione non c'e'.  Secondo me non hai capito cosa si intende per 'ordinale' e 'cardinale':  il punto e' che 'assegnare un numero ad un certo paniere di beni' NON e' operazione analoga ad adottare una teoria cardinale dell'utilita'.  Un numero puo' avere solo valenza ordinale, cioe' servire solo a sintetizzare una relazione d'ordine su un certo insieme di 'cose'.  E' quello che succede in Economia.

Magari invece non hai capito come si costruisce una funzione di utilita'.  Il Mas-Colell lo spiega, se non ti piace prendi un qualsiasi testo graduate di Micro  ( Jehle-Reny,  Varian's 'Microeconomic Analysis',  etc).  Piu' semplice ancora:  puoi aprire questo file, andare a pagina 15 (del libro) e leggere la dimostrazione dell'esistenza di una funzione di utilita' nel caso finito.

 

Ma hai letto le mie citazioni di Varian e Mas-Colell? Hai letto che non contesto affatto che quella funzione esista? Se no è solo ignorare quello che si è detto per ripartire sempre da zero e far finta di niente.

Come ho detto l'impressione è sempre piu' che fate quello che fate solo  perchè si è fatto così da qualche tempo. Non per altro

 

su varian e mas-colell ci ho perso parecchio tempo... te lo posso garantire  :)

ripeto, secondo me non hai capito cosa vuol dire 'ordinale'.

Forse il guaio è proprio quello: a furia di perderci tempo si arriva al punto di non essere nemmeno piu' in grado di comprendere o non voler comprendere le assunzioni e le critiche conseguenti. E si passa all'autopilota: insulti o "non hai capito"

 

OK, provo a farmi capire, anche se sono certo che sul mas-colell queste cose sono scritte chiare e tonde.

Problema del consumatore, visto che lo citi. Il consumatore ha delle preferenze razionali su un set finito (che è più semplice) di alternative. Fin qui siamo ordinali, ok? meglio A che B etc.

Le rappresentiamo attraverso una funzione di utilità perchè nel caso descritto è sempre possibile farlo. Facciamo l'ottimizzazione. Risultato.

Adesso prendiamo la funzione di utilità e la trasformiamo operando una funzione strettamente crescente sulla prima. Rifacciamo il problema. Risultato: Uguale a prima.

Posso ripetere l'esercizio quanto mi pare. Se la misura (cardinale) dell'utilità fosse importante questa sarebbe stregoneria. E invece...

Il fatto è che le preferenze entrano nel problema di ottimizzazione attraverso i saggi marginali di sostituzione. Che sono proprietà ordinali!

In sostanza, finché non dò valore alla differenza tra utilità, non è cambiato niente rispetto alle preferenze, che erano il nostro punto di partenza.

Mi segui? Alla maggior parte degli economisti l'utilità cardinale non piace affatto, proprio come a te. Puoi utilizzare funzioni di utilità ordinali o cardinali: dipende da quello che ci vuoi fare.

Chiudo con un consiglio che ti ho già dato altrove: studia la matematica! Almeno un po': io sono tutt'altro che un drago. Se spari a zero sulle fondamenta della teoria economica, su tutti i padri fondatori e gli addetti ai lavori contemporanei (che hanno nome e cognome, al contrario di te) e poi salta fuori che ti mancano le basi, ci fai una figuraccia. Oppure almeno vacci un po' più piano!

Sperando di esserti stato utile.

Quel discorso lo capisco e lo condivido, però ho paura (ma visto che ci siamo magari potete togliermi dei dubbi) che quando si “complicano leggermente” le cose vengano fuori dei casini.

Tenterò di spiegarmi.  Se dico che preferisco a>b>c>d>e ed uso una trasformazione monotona allora anche f(a)>f(b)>f(c) e così via. Ma poniamo di avere due beni e questo ordinamento di preferenze:

1 ) Mela (tot. 1 mela)
2 ) Mela (tot. 2 mele)
3 ) Arancia (tot. 2 mele e 1 arancia)
4 ) Arancia (tot. 2 mele e 2 arance)
5 ) Arancia (tot. 2 mele e 3 arance)
6 ) Mela (tot. 3 mele e  3 arance)
7 ) Arancia (tot. 3 mele e 4 arance)
8 ) Arancia (tot. 3 mele e 5 arance)

Poi chiamo X il numero di mele e Y quello di arance e scrivo questa funzione di utilità:

U(x,y) = 2 - (0,5^x) - (0,76^y)

Se facciamo i conti l’ordinamento è rispettato.

 

tabella con calcolo dei valori della funzione U(x,y)

Però….

L’ordinamento non era completo e non sappiamo come si colloca l’utilità di una mela ed una arancia oppure 3 mele senza arance. Il nostro consumatore utilizzerà i suoi soldi prima per comprare una mela, poi la seconda mela e non si porrà il problema di acquistare arance sino a quando non ha due mele.

Dopo aver introdotto U(x,y) però possiamo calcolare U(1,1)= 0,74 ed è solo marginalmente minore di U(2,0)=0,75.

Facendo così non si introducono delle “conoscenze” (i.e. il valore di U(1,1)) che in realtà non era lecito supporre di avere?

Vediamo un problema di massimizzazione:

prezzo arance = 1€

prezzo mele=3€

budget = 6€

Se seguo la scala ordinale compro due mele ma utilizzando U(x,y) vado a massimizzare la mia utilità con una mela e tre arance (U(1,3) = 1,06 contro U(2,0)=0,75). Con una funzione di utilità diversa potrei ottenere valori ancora diversi.

È un dubbio stupido il mio? Dovevo partire da un ordinamento completo delle preferenze e si considera sempre che il consumatore razionale lo faccia (o si comporti in maniera tale che è come se lo facesse)?

Marco

P.S. L’altro post  dove linkavo questo non ve lo siete manco considerato :-)

 

Non ho seguito l' esempio con molta attenzione perche' ho visto che te ne sei accorto da solo che se le preferenze non sono complete, la funzione di utilita' non si puo' fare in generale:

È un dubbio stupido il mio? Dovevo partire da un ordinamento completo delle preferenze e si considera sempre che il consumatore razionale lo faccia (o si comporti in maniera tale che è come se lo facesse)?

 Piu' precisamente, per un insieme finito di alternative, se le preferenze deboli (cioe' la relazione "non peggio di")  soddisfano le condizioni di completezza e transitivita' allora si puo' costruire una funzione di utilita'.

La discussione di tutto questo e' a pagina 9 del Mas-Colell....

 

P.S. L’altro post  dove linkavo questo non ve lo siete manco considerato :-)

Me lo sono, me lo sono.

Appena ho un attimo ti rispondo, con un post. Questo è un periodo con pochissimo tempo, due libri in dirittura d'arrivo ed altre mille cose ... pazienta.

Per quanto riguarda l'osservazione che fai in questo commento, invece, spero tu capisca che sfondi una porta aperta e banalmente risolta. E che, inoltre, non ha nulla a che fare con le scempiaggini philesiane ... dai, per favore, fra gente seria parliamo di cose serie.

Nessun problema :-) questa è l'ultima delle priorità. Temevo soltanto che fosse rimasto seppellito nella marea dei commenti, tutto qua.

Marco

 

marco, lascia perdere. Non e' che non abbia capito la differenza fra ordinale e cardinale. Quello l'ha capito. Purtroppo, non ha capito cosa e' l'utilita', le preferenze, e a cosa servono in economia. Devi spiegargli cosa e' l'economia. 

Devi spiegargli cosa è l'economia.

NOOOOOO! Per favore no, non ascoltate Andrea!

Andrea è buono, buono, buono, buono (4 volte) e non si rende conto delle conseguenze sociali di questo suo sentimento che dovrebbe indirizzare solo verso l'interno e non l'esterno ...

Costui, anzi costoro perché c'è n'è un altro paio ancora in giro, ha/hanno l'insalatiera in testa ... non gli si può spiegare nulla! Sanno già tutto: gliel'ha spiegato Mises (Marx, Maometto, Ratzinger ...).

La loro funzione sociale è ricordare a tutti i lettori cosa può succedere quando perdi il lume della ragione o, semplicemente, non l'hai mai avuto.

Mi sembra davvero ingenuo.

 

In primo luogo ogni volta che  leggiamo per esempio UM1/P1=UM2/P2 sembra difficile assumere che siamo in presenza di ordinalità. E’ forse possibile dividere 1°, 4° o 5° per qualcosa? Forse solo se quest’equazione è interpretata come un  mero rapporto o un’analogia è possibile attribuirle qualcosa di ordinale e non è nemmeno chiaro come. Ma non è evidentemente questo il modo in cui gli economisti trattano l’argomento visto che l’utilità marginale è il risultato di una derivata. Di un qualcosa di ordinale.

 

Qui è il secondo punto: l’ordinalità non richiede in alcun caso una funzione per essere espressa. Il fatto è che egli economisti vogliono quella funzione affinché ci sia computabilità e differenziabilità. Ma quest’ultima non ha alcuna rilevanza per le azioni dell’uomo che evidentemente non distingue nell’infinitamente piccolo ma solo discretamente. Prima che riparta la nenia del piccolo matematico faccio nuovamente notare che non si discute circa l’esistenza di quella funzione ma della significatività per lo studio delle azioni umane. Quindi non è nemmeno rilevante che la funzione in questione sia trattabile come o trasformabile in continua o viceversa

 

Infine mi ha fatto poi sorridere la storia del “finché non dò valore alla differenza tra utilità”. Cosa dire poi di tutte le analisi “costi-benefici”? Oltre ad assumere la misurabilità delle utilità queste sono sommate e sottratte tra individui diversi. Vedi per esempio l’analisi delle esternalità, delle inefficienze, del monopolio, dell’oligopolio, etc

Mi sembra davvero ingenuo.

Chi??? Cosa? Non mi piace l'aggressività di Michele Boldrin, non sempre almeno, ma comincio a pensare che fosse un mansueto agnellino prima di incontrarti. Hai posto un problema, ti ho dimostrato (DI-MO-STRA-TO) che ti sbagli: funzione di utilità non significa abbandonare un'ottica ordinale. Hai fatto una figura meschina, non per l'erroe, ma per l'arroganza con cui lo hai fatto. E insisti.

Riassumo: tesi: la funzione di utilità implica un passaggio dall'ordinale al cardinale. Nenia matematica: Falso. (logica elementare: un assunto generale è falsificato da un singolo controesempio).

Poi: l'utilità marginale è una proprietà cardinale. Qui un buon sussidiario alla voce "divisione" dovrebbe chiarirti la magia del saggio marginale.

non si discute circa l’esistenza di quella funzione ma della significatività per lo studio delle azioni umane

Immagino che se ne discuta dopo uno studio approfondito degli ultimi 3 secoli di storia del pensiero, un po' come per l'uso della matematica...

Hint: leggiti bene il commento di Marco Bollettino. Nel suo problema puoi trovare spunti per una critica un po' più seria delle funzioni di utilità (un problema in effetti dibattuto). Ora Boldrin mi defenestra...

 

Mi scuso per qualsiasi aggressivita´. Anche se "ingenuo" non mi sembra un´offesa

Saro´ rapido:

1. l´utilita´ non puo´essere cardinale: non e´ possibile misurare stati psicologici, tra l´altro empiricamente l´uomo poi non distingue quantita´ infinitesimali

2. non ho fatto nessuna figura meschina: l´ha fatta chi divide primo, secondo, quarto o terzo per un qualcosa d´altro e chi ritiene qualcosa di ordinale differenziabile

3. non e´ neccesarrio andare indietro di tre secoli per capire che l´utilita´ e´ solo ordinale, se n´era accorto persino Robbins solo 80 anni fa (a parte tutti gli austriaci: leggiti la Nobel lecture di Hayek: "The pretence of knowledge" o "The counter revolution in science" anche se l´argom,ento trattato e´ ben piu´ ampio), Coase, Buchanan (premi Nobel anche loro) hanno scritto bei saggi sulla soggettivita´ dei costi (sono disponibili in Internet)

Nel complesso confondi l´esistenza di funzioni (di utilita´) con il fatto che dicano qualcosa circa il comportamento umano. Nessuno ovviamente nega il primo punto ma la funzione di utilita´ puo´ solo dire quello che l´ordinalita´ esprime. Quindi continuita´, differenziabilita´, etc non hanno alcun rilievo epistemico, euristico rispetto al campo di indagine dell´economia. Altrimenti assumi l´utilita´ cardinale e misurabile: un totale nonsenso

Saro´ rapido

Non c'e' bisogno. Se si va per la via lenta si fanno piu' cose. Posso suggerire (senza polemica alcuna e senza entrare nello specifico di questa n-esima polemica in cui ti sei ficcato) di studiarti bene la matematica? Su nFA c'e' tanta gente che la matematica la capisce molto bene, tu non mi pari tra questi. Poi con delle solide basi si riescono a capire meglio tante cose.

Per l'ennesima volta: non ho dubbi che siate grandi matematici ma non capite che non si possono misuarare stati psicologici, intensità di piacere o dispiacere, l'uomo non distingue l'infinitesimamente piccolo ma solo il discreto, la transività non dice nulla circa le scelte di individui in carne ed ossa, la vostra funzione di utilità esiste o non esiste ma è irrilevante per lo studio di come agisce un uomo. Anzi conduce a errori

E il mainstream fa molto di piu': quelle grandezze sono anche sommate, sottratte e confrontate tra individui diversi. Non capite che un costo è soggettivo e quello che avete in mente sono certo numeri ma storici, contabili che non hanno nessuna rilevanza per le decisioni. La matematica non è numerologia. Capisci la differenza?

In altre parole vi nascondete dietro a questo matematicismo senza essere in grado di capire cosa vi si sta dicendo. La critica vi fa scattare il riflesso condizionato: è così perchè lo dice la matematica. E' QUESTO L'ERRORE!! Sveglia!!!

E basta far finta di non capire! O siete così davvero? E tutti poi?

Mi pare che tu non abbia capito il mio punto. Non sto criticando la tua tesi sull'inutilita' della matematica nelle scienze sociali. Ti sto dicendo che non sembra che tu abbia ben presente cosa sia la matematica. Continuo a dirtelo senza un velo di polemica, sia chiaro. Non sono un economista, sono un matematico, ed alla matematica ho visto fare cose che tu neanche immagini, credimi. E se tu studiassi un (bel) po' di matematica, scopriresti che tante delle tue obiezioni sono state affrontate in tanti campi in cui la matematica e' il linguaggio di riferimento.

Tanto per fare un esempio: in finanza - il campo in cui lavoro, per cui so di cosa parlo - ci sono modelli matematici assolutamente spettacolari , che, tanto per dirne una, prevedono e modellano quantita' non misurabili, e, pur non misurando, funzionano e sono utili.

Mi pare che tu non abbia capito il mio punto. Non sto criticando la tua tesi sull'inutilita' della matematica nelle scienze sociali. Ti sto dicendo che non sembra che tu abbia ben presente cosa sia la matematica.

Infatti non si sta parlando di matematica ma di economia. Sei un genio della matematica e nessuno ha raggiunto le tue vette (...va bene così?) ma si sta parlando di altro: in particolare di come un uomo agisce

E se tu studiassi un (bel) po' di matematica, scopriresti che tante delle tue obiezioni sono state affrontate in tanti campi in cui la matematica e' il linguaggio di riferimento

Non ti pare che questa sia puro chiacchiericcio da bar? Il fatto che delle "mie obiezioni sono state affrontate in tanti campi" non implica in nessun caso che le soluzioni valgano anche per l'economia. In particolare se leggessi da Mises, a Hayek da Robbins a Rothbard capiresti anche tu perchè. Magari è la volta buon che anche tu spieghi a te stesso perchè tutte le scienze dovrebbero avere lo stesso metodo.

Anche a voler ignorare spiegazioni teoretiche di fronte a fallimenti così ciclopici come quelli dell'economia mainstream (non sono riusciti nemmeno a prevedere il crollo dell'URSS nè oggi si spiega perchè) qualche dubbio sul suo metodo dovrebbe venire anche a dei matematici

lasciamo perdere. non hai voglia di discutere costruttivamente (come al solito) o accettare un consiglio, evidentemente. buon proseguimento

Ora Boldrin mi defenestra...

Ma t'immagini, io mi diverto! Nel senso che i dibattiti con phileas, italo e la banda con l'insalatiera in testa li leggo con lo stesso atteggiamento con cui si leggono i fumetti comici.

Si', sono aggressivo e non mi costa neanche tanta fatica. Ho pazienza zero per i fools, come dice Drew. Solo che lui è un aristocratico, si gira dall'altra parte e li ignora, ci viaggia sopra, mentre loro stan sotto nella nuvola di polvere che lui solleva. Io son più terra terra, non so volare alto e quindi ogni tanto provo a dibatterci sperando riescano a ragionare. Poi scopro che no e glielo dico in parole semplici ed a loro comprensibili.

Occorre fare poi distinzione. Ci sono quelli che non hanno l'insalatiera in testa, solo le fette di prosciutto sugli occhi e vengono qui a disturbare. Con quelli sono cattivo io e son cattivi anche gli altri, perché quelli fanno teppismo e vanno tenuti lontani altrimenti distruggono il forum. Essere cattivi, sino ad ora e teniamo le dita incrociate, ha funzionato. Dopo 4 anni il dibattito è ancora abbastanza di alta qualità, anche se ogni tanto si sbava.

Poi ci sono quelli con l'insalatiera, come phileas e italo. Qui siamo a dei casi clinici e gliel'ho detto ad entrambi. Parlo seriamente, non stanno bene poretti. Infatti di mio non li leggo più, perché no mi fanno più ridere, mi fanno tristezza e per davvero. È brutto vedere la mente umana che s'è imballata e gira in tondo. Però alcun di voi ci dibattono ancora (non sto protestando, solo constato) e, siccome non si capisce dalla lista dei commenti a cosa sia in risposta un commento nuovo (Grande Timoniere, che ne pensi? Impossibile fare altrimenti, temo ...) io clicco, per esempio, sul tuo e finisco per leggere quello di phileas ... e allora non resisto, mi scappa la battuta. Contraddizioni dell'animo umano: mi fanno pena in generale ma fastidio nello specifico, per cui leggendo la boiata butto lì la battuta.

Whow, che spiegazione lunga. Excusatio non petita accusatio manifesta, direi io se fossi quello che legge questo commento. In effetti, ogni tanto mi sento in colpa ad usare quei toni e smetto di leggerli. Ma quando poi ci casco e li rileggo le vecchie abitudini da bar riemergono ... ora questo ci ha promesso che per un po' non c'è. Speriamo duri. Tocca ferro ...

caro boldrin, approfitto di questo suo intervento che dà un attimo di pausa al botta e risposta di questi giorni e anche dell'inizio del week end che rilassa tutti (di solito) per una piccola richiesta.

Non so niente di economia (quella che insegnate voi) e fino a ieri credevo di averne un'idea grazie alla stampa nostrana; da "oggi" penso che di quest'ultima possa o debba fare a meno per capire.

Domanda da matricola spaesata: ma ci sono un paio di testi sacri, uno per ciascuna delle due "scuole" che qui si incontrano e si scontrano, da leggere? o addirittura qualcosa per i dummies?

grazie (per quel che fate con nFA) e perdoni il candore con cui chiedo.

Caro Canclini, grazie del messaggio e di quanto dice.

Testi ce ne sono, sacri nessuno. Qualcuno è meglio di altri, ma quelli buoni sono complicati per consigliarli ad un neofita, come lei si definisce. Però, mi creda, non esistono due scuole o tre. Ne esistono centinaia, nel senso che su alcuni problemi ci sono dozzine di punti di vista diversi. Su altri problemi, peraltro, il punto di vista è unico ed i pochi che sostengono il contrario hanno la stessa comprensione della realtà di quelli che vedono il sole girare intorno alla terra.

Non so davvero cosa consigliarle "in generale", anche perché non so quanta matematica e statistica lei maneggi. Forse la soluzione è quella che segue, scritta in forma di messaggio ai co-redattori e collaboratori:

Un giorno o l'altro, ragazzi, occorre fare una pagina sui testi base perché questa richiesta oramai arriva spessissimo. Dal semplicissimo e divertente (O'Rourke, per dire) al professionale (le Lectures di McKenzie) con commenti e suggerimenti. Finita la nuova edizione di Voltremonti, facciamolo.

P.S. Sempre per Canclini: se invece ha una DOMANDA specifica in mente, o una questione, la dica e vediamo di suggerire qualche cosa di specifico.

Approfitto al volo. Per fare la domanda saccheggio un vecchissimo articolo di Morgenstern del '49 antologizzato da Federico Caffè in un libretto della "Universale Laterza" pubblicato nel 1973, la cui lettura (un capitolo qua e uno là) è un bel ricordo del liceo.

"Il concetto di un eaquilibrio economico generale del tipo indicato in precedenza è desunto dalla meccanica, MA la meccanica NON fornisce un modello adeguato alla rappresentazione dei fenomeni che si riscontrano allorché si è di fronte all'interconnessione di forze monopolistiche. […] Non sembra esservi altro modo per uscire da questa situazione insoddisfacente che il riconsiderare le basi stesse del sistema economico". Segue poi la introduzione della teoria dei giochi che "è da ritenere che fornisca la soluzione".

Ecco. Quali sono i modelli affidabili? ce n'è uno che funziona ed esclude tutti i possibili altri? convivono e funzionano due, tre, x, modelli?

grazie

______

[O. Morgenstern, Economics and the Theory of Games, in «Kyklos», III,4, 1949]

C'e' secondo me un fraintendimento di fondo in queste domande. Non ci sono "modelli affidabili", che funzionano "meglio degli altri". I modelli servono a rispondere a domande specifiche, di natura teorica e/o empirica. C'e' chi preferisce rispondere con chiacchiere, chi usa case studies, e chi usa modelli. Ciascuno di questi metodi e' utile nel suo ambito, e vi sono preferenze diverse fra i ricercatori sul metodo, com'e' logico che sia. Quel che e' sicuro e' che non c'e' "un modello" che spiega l'economia. Ci sono domande, cui si cerca di rispondere usando una teoria/modello che isoli l'oggetto della questione da complicazioni inutili.

Quindi per andare al tuo esempio e riprendendo la tua ultima domanda, equilibrio generale e teoria dei giochi convivono e funzionano, perche' servono a rispondere a domande diverse, o alla stessa domanda in contesti diversi. Difficile dare una risposta piu' precisa ad una domanda cosi' vaga. Se avessi chiesto, che so, "a cosa e' dovuto l'aumento della disuguaglianza dei redditi negli usa dal 1980 al 1995" allora si potrebbe andare nel merito di quale modello sia migliore di altri, opinione spesso soggettiva.

Ti ringrazio, è chiaro.

Prendo spunto dal recente articolo "Mainstream ed eterodossi". Per capire cosa è mainstream, periferico-al-mainstream, eterodosso, forse allora mi/ci conviene iniziare con un handbook sulla storia delle scuole di pensiero e teorie/modelli economici? Sbaglio a pensare che chiarito questo poi ci si possa muovere (anche nella lettura di accese disputationes) un po' meglio pur avendo studiato matematica al classico?

Se vuoi capire quale etichetta dare a un economista o a un modello, può essere utile studiare la storia del pensiero economico, però per capire un pò meglio come funziona il sistema economico forse è meglio cominciare da quei modelli e teorie  più condivise, anche se la quantità di matematica usata a volte può essere scoraggiante.

Mi pare di ricordare che molti dei libri introduttivi di economia siano fatti con queste intenzione: presentare un po' di modelli e teorie ed esempi con dati abbastanza condivisi,e in alcuni capitoli finali parlare un pò delle controversie e degli argomenti meno chiari della disciplina. Inoltre hanno il vantaggio(??) di usare molta grafica e relativamente poca matematica. Quelli che ricordo sono il Samuelson e il Mankiw ma non li ho mai riletti con il senno(seppur poco) di poi, quindi non saprei dare un giudizio sulla loro qualità. Li per lì mi erano sembrati fatti bene, ma era l'impressione di chi apriva un libro di economia per la prima volta nella sua vita.

 

Luca Ravagnani

...............Samuelson e il Mankiw

Samuelson che sto riaprendo mi pare risponda alle esigenze di Canclini. Lo dico intendendo riprendere un pò di studio di economia. E di matematica

Scusate se mi intrufolo anch'io. So ancora meno di economia e anche di matematica e pochissimo di più di statistica. Ho letto libri sparsi, divulgativi o meno.

Per cominciare a farmi una visione complessiva, avevo pensato anch'io di cominciare con un libro di storia dell'economia, tipo: Warren j Samuels, Jeff E Biddle e John B Davis, "A companion to the history of economic thought", Blackwell Publishing 2003.

Per la matematica, immagino che prima dovrò tornare al liceo e poi procurarmi qualche testo "introduttivo" all'economia matematica, tipo: Alpha C Chiang, "Introduzione all'economia matematica", Bollati Boringheri 1978.

Vi sarei molto grato se qualcuno volesse indirizzarmi nella scelta.

Mi associo all'invito di non iniziare dalla storia del pensiero. A leggerla (e a leggere nfa negli ultimi mesi) vien da pensare che ci siano chissa' quali scuole. Comincia da un buon manuale di economia, se vuoi. 

Come diceva Pantaleoni, esistono solo due scuole di economia: quella di chi la sa e quella di chi non la sa.

Però, Andrea, via, son passati cento anni da quando il buon Maffeo lo diceva e qualche progresso la metodologia delle scienze (sociali e non solo) da allora lo ha pur fatto per, quanto meno, instillare qualche piccolo dubbio su tale visione puramente incrementalista (c.d. Whig history) del progresso delle scienze... ;-) 

Ma detto questo confermo il tuo consiglio: iniziare da un buon manuale basic di economia, tipo Mankiw, è la cosa migliore per non farsi subito rubare l'anima dalle contrapposizioni tra scuole. Infatti il mio suggerimento in generale è: prima capire bene l'economia moderna (ed in questo è ovvio che Mankiw non basta, ci vuole roba ben più avanzata) e poi, se lo si desidera, studiarsi un po' di storia del pensiero e di metodologia della scienza per capire da dove tali idee son venute fuori e se, eventualmente, qualche sentiero teorico alternativo sarebbe (stato) possibile.  

Perfettamente d'accordo. Penso  si tratta di materie  piuttosto specialistiche (la filosofia della scienza, la storia del pensiero). Proprio perche' sono importanti, studiarle senza capire di cosa si sta parlando crea danni, che vediamo ogni giorno, oramai, su questo sito. Per la maggior parte della gente studiare queste cose e' una perdita di tempo, almeno se pensiamo all'opportunity cost of time. 

Mi intrometto brevemente in questa discussione (che, per quanto concerne l'utilità, sarebbe forse andata bene nei primi anni Cinquanta, quando ancora qualcuno non aveva capito bene la differenza tra cardinalità nel senso di teoria della misura e cardinalità come misurazione del "quantum" delle preferenze: su questo errore Ellsberg 1954 EJ è la parola definitiva), solo per segnalare che nel brano citato Oskar Morgenstern voleva richiamare una vecchia di idea di John von Neumann, esposta chiaramente già nell'introduzione alla Theory of Games del 1944. Ovvero che, secondo vN, l'economia non doveva partire dal modello generale, con M agenti ed N beni, ma iniziare, come aveva fatto storicamente la meccanica, dai casi semplici di interazione tra 2 agenti con 2 beni (ed ovvia presenza di potere di mercato) e poi crescere un passo alla volta. Ed a questo serviva appunto la teoria dei giochi, letteralmente inventata da vN stesso e sviluppata, nel libro del 1944, proprio con la tecnica di aggiungere un giocatore per volta (giochi a tre, poi a quattro, a cinque, ecc.). Notare che vN esplicitamente rifiutava l'approccio probabilistico della termodinamica per le scienze sociali. 

E' chiaro quindi che per vN i due approcci, EEG e GT, NON erano complementari ma uno corretto, GT, ed uno metolodologicamente sbagliato, EEG, che per giunta si avvaleva all'epoca di strumenti analitici che vN giudicava obsoleti (n.b.: non fatevi ingannare dal suo grande contributo ad EEG: quello era per vN solo un giochetto analitico privo di significato, salvo il dimostrare che usando gli strumenti giusti - cioè quelli moderni, che per larga parte vN stesso ha introdotto in economia - il problema di EEG si risolveva "facilmente"). OCCHIO, però: non sto dicendo che vN avesse ragione sulla contrapposizione, ed i fatti hanno anzi dimostrato che aveva torto. In questo ha ragione Andrea nella sua risposta. Volevo solo chiarire a Cesare Maria il senso del brano di Morgenstern che, come arcinoto, non aveva su tali temi un pensiero "suo", ma faceva da mero portavoce di vN.   

Un giorno o l'altro, ragazzi, occorre fare una pagina sui testi base perché questa richiesta oramai arriva spessissimo. Dal semplicissimo e divertente (O'Rourke, per dire) al professionale (le Lectures di McKenzie) con commenti e suggerimenti. Finita la nuova edizione di Voltremonti, facciamolo.

Se fosse possibile, apprezzerei se tra i testi suggeriti ce ne fosse incluso qualcuno di matematica.

Questa è facile.

Kolmogorov e Fomin, Introductory Real Analysis.

Me lo consigliò Luigi Montrucchio 27 anni fa e non ho mai ricevuto un consiglio migliore.

Requisiti: aver fatto bene la matematica del liceo scientifico E aver risolto il compito di matematica alla maturità da solo, senza copiare.

Una volta che hai imparato K&F non ti servono altri consigli perché sai dove cercare risposta a qualsiasi domanda matematica.

Ma occhio, ci vuole almeno un anno per farlo se lo studi da solo. Due o tre pagine al giorno, religiosamente, e poi un paio di giorni per ogni gruppo di esercizi (non serve farli tutti, alcuni, gli ultimi di ogni capitolo, sono veramente difficili).

Ma occhio, ci vuole almeno un anno per farlo se lo studi da solo. Due o tre pagine al giorno, religiosamente, e poi un paio di giorni per ogni gruppo di esercizi (non serve farli tutti, alcuni, gli ultimi di ogni capitolo, sono veramente difficili).

Ai miei tempi ho fastto analisi matematica all'università. Me la cavavo benino ed un discreto pezzo me lo ricordo avendolo ripercorso. Comunque religiosamente seguirò il suggerimento. E te ne ringrazio.

P.S. Ho trovato il testo on line su scribd e l'ho scaricato per 9 dollari.

L'indirizzo è questo http://www.scribd.com/doc/31061823/Introductory-Real-Analysis-A-Kolmogorov-s-Fomin

Il lo comprerei, costa uguale ed il libro te lo porti dove vuoi ...

... è una di quelle cose che t'accompagna per una vita.

Avevi da poco attaccato (ironicamente) Andrea Moro per la sua bontà e relativi danni collaterali.  Io stavo dando un suggerimento benevolo a Phileas, da cui il timore (sempre ironicamente parlando) di defenestrazione.

Quanto ai modi... non amo parlare dei modi. Il senso della mia frase "non mi piace l'aggressività di MB, non sempre, ma..." era: non è il mio modo, ma di fronte a certi argomenti, quanto la capisco!

In efetti, non "petivo"!

belin, ancora ci perdete tempo???!!!!

come dicono a Roma, a carci l'avrebbi preso...

dato il preserquisito (necessario), ho imparato più cose qui che in OGNI altro luogo della mia vita adulta, credo, quindi a NFA renderò sempre grazie.

PS: Non credo che l'obiettivo dei fondatori fosse essere idolatrati da un poveraccio di Voghera...

Caro Calderoni,

il tuo e´ un modo tanto puerile quanto inconsistente di svicolare, tanto piu´ tragico se si pensa che tu insegni pure. Quello che fate e´ continuare a ripetere l´ha detto Mas-Colell, l´ha detto Varian. Siete all´ipse dixit ma vi ho fatto notare che non ne capite neppure le conseguenze

Il fatto e´ che non si possono misurare stati psicologici o emotivi. Se n´era accorto persino il buon Robbins ottanta (80) anni fa. Quindi non e´ affatto vero che "Puoi utilizzare funzioni di utilità ordinali o cardinali: dipende da quello che ci vuoi fare." E´ una corbelleria ciclopica perche´ comunque l´utilita´ e´ solo ORDINALE. C´e´ chi per dimostrare il contrario tira in ballo le scimmie. Le scimmie... capiscì???? Sara´ il famoso locale di Milano???

Inoltrte i costi come ben saprai sono ricavi, benefici persi dovuti al fatto che si utilizza una risorsa in un modoi anziche´ in un altro. Quindi sono soggettivi. Quelli che tu e il poveraccio di Voghera avbete in mente sono costi storici, contabili che quindi non hanno nessuna rilevanza nella decisione

PS: mi scuserete se nei prossiomi giorni non potro´ seguire la vostra fantascienza sono probabilmente irraggiungibile via Internet

Secondo voi, questi sono casi in cui monsignor Fisichella considererebbe la bestemmia accettabile?

Grazie delle risposte. Qualche commento in proposito:

(1) Questi sono esattamente i limiti dell'economia (e delle scienze sociali in generale) che fanno dubitare del loro statuto di "scienze" in senso stretto.

(2) Il problema dell'economia come tecnica è che essa si basa proprio su assunti (per definizione non dimostrabili)  sull'utilita' ed il benessere degli individui che hanno però, quasi sempre, scarsa corrispondenza  con la reale volontà dei soggetti intereressati e dei decisori politici, con le strutture politiche e i vincoli istituzionali. Senza contare che la matematizzazione di variabili qualitative come queste rischia di portare inevitabilmente tutti i ragionamenti nell'astrattezza teorica (lontano cioè dalla tecnica...)  

(3) L'arroganza di alcuni economisti (aldilà dei toni e dello stile personali) deriva probabilmente del mancato riconoscimento dei limiti di cui stiamo parlando.

Veramente stavo cercando la mia risposta, già inviata, a questo commento, ma non la trovo più! E dov'è finita la discussione che ne era scaturita? Tagliata? Troppo naif per un sito così colto? Dopo l'insulto continuo, prof. Boldrin, ha forse deciso di passare direttamente alla censura?!

Sveglia e cerca più sotto.

Scrivi troppo e ti fai confusione sui commenti perché l'insalatiera sulla fronte si muove e non ti permette di leggere bene ...

Inasalatiere a parte, non so cosa sia successo, magari lei come amministrare del sito riesce a vedere ancora tutto, ma io non vedo diversi commenti.

Ad esempio questo suo ultimo commento (quello a cui sto rispondendo adesso) lo vedo solo dal suo profilo e non ci arrivo dalla home page o dall'articolo in questione. Inoltre c'è anche un commento di Andrea Iuticone (27/10 h. 17.02) che è stato proprio tagliato, nel senso che ci sono solo le ultime righe (infatti comincia con un "infine...")

Se questi tagli non li ha fatti lei, i casi sono due: o il censore è qualcun altro o c'è un problema tenico apparentemente inspiegabile.

Escludendo naturalmente l'ipotesi di stregonerie di qualche natura. Va bene l'approssimarsi di Halloween e il fatto che economia e magia sono molto vicine, ma io non credo alla magia (e neanche all'economia, se non si era capito)

E' magicamente riapparso tutto! Ma allora è proprio vero che economia e magia sono imparentate!!

Buonanotte, prof. Boldrin.

Alla prossima

ps quel commento che comincia con "infine" era solo una citazione che non si capiva perchè il commento da cui era stata tratto era tra quelli che non si vedevano...

che non implica, ovviamente, la validità del pensiero di Mises in tutto il resto.

Mi chiedo: quanti seguaci di Mises sono diventati multimiliardari anticipando la crisi ed andando short in real estate, stocks e tutto il resto?

Mi chiedo: quanti seguaci di Mises sono diventati multimiliardari anticipando la crisi ed andando short in real estate, stocks e tutto il resto?

Se ci pensa la domanda potrebbe valere in generale per ogni economista. Il problema è che un "seguace di Mises" non sa né pretende di sapere quando avverrà la svolta, perciò come fa a piazzare queste scommesse? Comunque Gary North, se non ricordo male, aveva fatto incetta d'oro nel 2000 (anno più, anno meno) facendo una discreta plusvalenza. Ma, non occupandosi di finanza, non ce livedo quelli Auburn a fare i milioni col trading.

I see.

Sono quindi esentato anche io, che non mi occupo di finanza?

Allora siamo io e Mises, interessante.

\Endirony

Non ti rendi conto, visto che affermi d'avere interessi e conoscenze di tipo "epistemologico", quando incoerente (ad esser gentili) e' la tua argomentazione? In particolare, non ti rendi conto di fare confusione con i quantificatori?

Io me li ripasserei, se fossi te. Poi ne riparliamo.

Ciao,

mb

Ma infatti nessun asutriaco crede che sia possibile predire dimensionalmente e temporalmente le quantità economiche. A dire il vero non pensa nemmeno siano misurabili: costi e benefici sono soggettivi e non comparabili tra individui diversi. La differenza con il mainstream è fonadamentalmente qui

Che dire piuttosto del mainstream che credendo esattamente il contrario pensava che l'economia fosse in perfetta forma solo alcuni mesi della catastrofe? Per esempio Bernanke appare come un pefetto Benny Hill. Date uno sguardo qui  http://www.youtube.com/watch?v=HQ79Pt2GNJo Per quale ragione simile idiozia dovrebbetiraci fuori da dove siamo? Come ci si fa a fidare di un medico che sbaglia completamente la diagnosi così tante volte?

Grazie delle risposte. Qualche commento in proposito:

(1) Questi sono esattamente i limiti dell'economia (e delle scienze sociali in generale) che fanno dubitare del loro statuto di "scienze" in senso stretto.

(2) Il problema dell'economia come tecnica è che essa si basa proprio su assunti (per definizione non dimostrabili)  sull'utilita' ed il benessere degli individui che hanno però, quasi sempre, scarsa corrispondenza  con la reale volontà dei soggetti intereressati e dei decisori politici, con le strutture politiche e i vincoli istituzionali. Senza contare che la matematizzazione di variabili qualitative come queste rischia di portare inevitabilmente tutti i ragionamenti nell'astrattezza teorica (lontano cioè dalla tecnica...)  

(3) L'arroganza di alcuni economisti (aldilà dei toni e dello stile personali) deriva probabilmente del mancato riconoscimento dei limiti di cui stiamo parlando.

(1) Questi sono esattamente i limiti dell'economia (e delle scienze sociali in generale) che fanno dubitare del loro statuto di "scienze" in senso stretto

Non ti sembra pero' che assumi implicitamente che la scienza sia misurare e che il metodo di qualsiasi scienza sia necessriamente quindi quello matematico? La critica austrica è proprio qui

Per esempio la logica non è (necessriamente) matematica è sembra abbastanza robusta

 

 

 

Intendevo dire che scienze sociali e scienze naturali sono profondamente diverse, ma questa è una banalità, dato che il dibattito in merito è più che secolare.

Il punto è che gli economisti troppo spesso pretendono di quantificare e misurare con il metodo delle scienze naturali ciò che quantificabile e misurabile non è. 

Considerano gli esseri umani e le loro azioni come, ad esempio, il fisico considera gli atomi di idrogeno e i loro movimenti. Ma mi sembra più sensato il fisico che considera gli atomi di idrogeno uguali e intercambiabili tra loro, piuttosto che quando l'economista fa la stessa cosa con le persone e le loro scelte. 

In quanto tecnica, poi. l'economia è legata alla capacità di prevedere le azioni e quindi le scelte degli esseri umani, ma la prevedibilità del movimento degli atomi di idrogeno fatta da un fisico mi sembra più attendibile di quella relativa alle azioni umane fatta da un economista. 

Qui credo stia il problema dell'incerto statuto dell'economia come scienza.

Concordo praticamente su tutto. Aggiungevo solo che se è così allora forse la conclusione "l'economia non è scienza perchè non puo' (o non deve) usare la matematica" non è necessariamente vera. Puo' mantenere lo status di scienza fondandosi su quello che è piu' affidbile di un metodo scopiazzato da altre scienze senza alcuna giustificazione nè riflessione

Concordo poi sulla "diversità" dell'economia. Io direi "diversità" degli oggetti del suo studio. Infatti atomi, particelle, pianeti, molecole, polli e tessuti non agiscono intenzionalmente nè imparano nel tempo. Cio' che li separa completamente dal comportamento umano che evidentemente non ripete sè stesso nemmeno sotto le stesse condizioni

Da dove nasca l'errore dell'uso della matematica nello studio dell'economia non è facile capire. Se uno legge Samuelson gli sembra che sia dovuto a una sorta di complesso di inferiorità: in altre parole visto che la fisica è la regina delle scienze perchè l'economia deve essere da meno? Blaug nota invece che l'errore è dovuto al tentativo di nuovi economisti alla fine della prima metà del secolo scorso di far fuori quelli preesistenti con una metodologia a questi sconosciuta o al di là dei loro mezzi.

Probabilmente è solo dovuto allo stupidario positivista piu' becero e all'effetto collaterale dell'ideologia della regolamentazione, controllo e gestione pianificata dell'economia tanto cara ai politici e rispetto alla quale gli economisti cercano di lucrare qualche posizione nelle varie amministrazioni, consulenze e incarichi di sottobosco

Questo scambio me lo salvo.

A parte il fatto che si capisce lontano un km che con la filosofia della scienza ci azzeccate pochino. Avete qualche decennio di ritardo su quel fronte, a giudicare dall'immagine che avete delle scienze naturali. E discettate.

Io dico che la matematica non la conoscete molto bene. Visto che è un linguaggio, bisogna conoscerla per giudicare l'uso che se ne fa (e se ne può fare un uso anche cattivo, ovviamente). Io vi suggerirei di studiarla bene. Se poi ancora non vi è chiaro il perché gli economisti la usino (o se siete allievi di Mandelbrot - un'occasione per ricordarne la recente scomparsa- e mi sbaglio io), ne riparliamo.

Visto che ho fatto due scommesse (su filosofia e matematica) ne butto lì una terza: siete sociologi. Il mio dottorato è apparentato con quello di sociologia e sento continuamente commenti del genere.

Se sbaglio su tutta la linea... previsioni da (would-be) economista!

Sbagli infatti su tutta linea. In questo sei un buon economista :-) Partendo infatti da premesse "irrealistiche" (...cioè sbagliate) solo per caso si puo' arrivare a conclusioni corrette.

Tra l'altro questa è sostanzialmente l'obiezione di Lakatos allo strumentalismo e lui è morto solo qualche decennio fa. Non si capisce nemmeno cosa c'entri la supposta provenienza da ambienti non-economici. Le critiche sollevate sono molto simili a quelle di Hayek che in the "Pretence of knowledge" e in "The counter revolution in science" ha definito "scientismo" l'uso della matematica in economia. E notoriamente Hayek è un premio Nobel per l'economia. Quello che appare sempre piu' evidente e che progressivamente sfugga il significato di quello che l'economista fa ideando o testando modelli. E la giustificazione è sempre piu': "da un po' di tempo si fa così" oppure "la matematica è l'unica metodologia scientifica"

PS: grazie per salvarti lo scambio

Avete qualche decennio di ritardo su quel fronte,

Secondo me volevi dire: "avete molti (100?) millenni di ritardo sotto la fronte" ... però è ampia, la fronte, così l'insalatiera non oscilla troppo!

Va anche notato che, sulle rispettive insalattiere, uno ha scritto "mises" e l'altro "marx", eppure fra loro si capiscono ... tenero, quasi quasi mi commuovo.

Buongiorno a tutti.

Le do ragione prof. Boldrin, anche se non mi piace l'uso del voi generico, in generale e specialmente sui forum. Le do ragione perché non posso certo vantare le sue conoscenze e perché mi sto ripassando alcune cose "base" e col tempo che ho mi ci vorranno 3000 anni :-) Però Le ripeto, sia più indulgente con chi si è fatto affascinare dalla Scuola - a meno che non ci siano altri motivi per non esserlo, chiaramente - perché essa da un lato, ed è innegabile, ha offerto una buona previsione anticipando la crisi in corso (io con l'oro, nel mio piccolo, ci ho guadagnato, per dire. Non che sia importante, visto che l'ho comprato per allocare un po' di risparmio) - anche ammettendo che sia fallace. Inoltre è questione di tempo, e poco. Se gli economisti del Mises Institute hanno torto, max due anni e ci saremo tutti tolti il dubbio.

In secondo luogo, perché certo non sono religiosi. Molti hanno condotto, con fatica, ricerche, hanno studiato e - come probabilmente è il mio caso - sono giunti alla conclusione che "hanno ragione" (*) per la gigantesca crisi che, unici con quel rigore, avevano annunciato (è dal 2004 che insistevano sulla bolla immobiliare).

Se qualcuno si pone con arroganza è probabilmente giusto stroncarlo senza pietà, ma finché si resta nei limiti del discutere civile, consapevoli ognuno delle proprie parti, non mi sembra giusto includere tutti sotto un generico voi affibiando loro qualità personali del tutto indeducibili dalle convinzioni espresse.

Andrea

(*)Anche perché, in mezzo alle fregnacce, a leggere Mises e Hayek si impara pur qualcosina di convincente. Cosa ne pensa del teorema di Mises sull'impossibilità del socialismo?

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phileas 29/10/2010 - 14:31

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