Il testo unico sulla prevenzione infortuni ed il modello superfisso.

5 aprile 2008 axel bisignano

Ovvero: perché hanno ragione gli sfruttatori del proletariato.

È in corso di approvazione il testo unico sulla prevenzione infortuni. Le organizzazioni dei datori di lavoro l'hanno duramente contestato. Questa norma non solo non salverà una sola vita umana, ma contribuirà a distruggere diverse imprese che, comunque, fanno prevenzione. Inoltre questa norma tenderà ad innescare un consistente aumento di procedimenti penali, con ciò determinando un’ulteriore perdita di competitività del paese. Così, una “toga rossa” è costretta, suo malgrado, a dire che “gli sfruttatori del proletariato” hanno pienamente ragione.

Questa doveva essere la seconda puntata della telenovela sulla giustizia, ma vista l’attualità del tema, ho pensato di fare un piccolo (si far per dire) commento sulla questione, molto attuale, del testo unico sulla prevenzione infortuni in approvazione da parte del governo. Specifico che io, qui, utilizzerò il testo pubblicato sul sito del Sole24Ore e, quindi, un testo non ufficiale, né ancora approvato nella sua versione definitiva.

A dispetto del titolo apparentemente burlesco, il tema evidentemente non fa ridere. Nella mia carriera professionale ho visto giovani padri di famiglia con il cranio fracassato e ragazzi di 15 anni paralizzati dalla testa in giù e, quindi, mi asterrò dal fare le mie solite battute più o meno ciniche. Se il testo unico, pur facendo perdere competitività al paese, servisse realmente a salvare vite umane, non avrei scritto questo articolo. Personalmente ho cominciato ad occuparmi della prevenzione infortuni da uditore, quando alcuni giudici mi dissero che, per questi reati, era importante che al processo fosse presente un PM togato e non un semplice viceprocuratore onorario. Pian piano mi sono appassionato alla tematica ed ho scoperto che essa è uno dei pochi campi in cui ho ancora la sensazione di utilità sociale di quello che faccio. Questo articolo vuole essere una sorta di prosecuzione del lavoro che Andrea fece prima di Natale, ma anche un tentativo di fermare, in qualche modo, gli errori in cui, a mio avviso, sta per incorrere il governo. Inoltre l'articolo è una dimostrazione concreta dei tantissimi motivi per cui la giustizia in Italia non funziona.

Andiamo con ordine. In Italia, a livello penale, il fenomeno degli infortuni sul lavoro viene combattuto su due piani, uno, chiamiamolo di prevenzione, che, punisce penalmente il datore di lavoro o chi per esso per la violazione delle norme di prevenzione ed uno, meramente repressivo, che punisce un soggetto ad infortunio avvenuto a causa della violazione delle norme di prevenzione. Quest’ultimo piano dovrebbe avere una funzione di deterrenza, per gli altri datori di lavoro, ed una funzione educativa per il colpevole. La normativa di prevenzione cerca di anticipare e, quindi, di evitare gli infortuni. Si tratta di reati di tipo contravvenzionale puniti, fino ad oggi, con pena alternativa dell’arresto o dell’ammenda. A differenza della stragrande maggioranza dei paesi europei, queste violazioni, in Italia, sono sanzionate penalmente. La cosa, di per sé, presenta qualche vantaggio derivante dall’indipendenza della magistratura. Ho potuto verificare direttamente come gli organi di vigilanza siano soggetti a notevoli pressioni di natura politica, pressioni cui possono resistere solamente perché rispondono all’autorità giudiziaria. Fino al 1994 la prevenzione era regolata da alcuni provvedimenti legislativi degli anni ’50, ottimamente scritti, ma retaggio di una vecchia cultura di impresa. Nel 1994, grazie alla legislazione europea, in particolare alla direttiva n. 89/391/CEE ed alle successive direttive di dettaglio, la prevenzione ha visto un radicale ed innovativo cambio di impostazione, attraverso la nota “legge 626”. Si è passati da un intervento parcellizzato sul singolo settore lavorativo o sulla singola macchina, ad un intervento globale che agisce sostanzialmente su tre fronti: quello della valutazione preventiva di tutti i rischi presenti nell’ambiente di lavoro e conseguente pianificazione delle misure da adottare, con la nomina e l’ausilio di un soggetto particolarmente qualificato denominato responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP); quello della formazione costante di tutti i lavoratori; quello del coinvolgimento dei lavoratori nella gestione della sicurezza attraverso i rappresentanti per la sicurezza dei lavoratori (RLS). La legge, pur affetta da una criticabile tecnica legislativa, secondo me, ha funzionato, ed ha contribuito alla crescita del paese. Gli studi di Andrea (qui, qui, e qui ) lo documentano chiaramente.

Nel contempo, sempre nel 1994, il Legislatore ha varato una legge che non esito a definire assolutamente geniale per il suo pragmatismo, tanto che sembra scritta da marziani o da ameriKani. Si tratta del decreto legislativo 758/94. Questa norma prevede che, quando l’organo ispettivo ravvisa una violazione fa una cosiddetta “prescrizione”, imponendo al datore di lavoro o a chi per lui la rimozione della situazione pericolo entro un certo termine. Se il termine viene rispettato, l’indagato è ammesso al pagamento di una sanzione, definita amministrativa, corrispondente ad un quarto del massimo della pena pecuniaria prevista, dopodiché il reato si estingue ed il procedimento viene archiviato. Con questa legge si raggiungono immediatamente, o quasi, tre obiettivi:1) l’eliminazione del pericolo e, nel contempo, l’educazione del responsabile, ove non si fosse reso conto della violazione; 2) un rapido incasso della pena pecuniaria. Mi sono informato presso l’organo di vigilanza. A Bolzano si parla di una somma complessiva di circa € 400.000,00 nell’ultimo anno. Infine, si ottiene anche 3), l’eliminazione del potenziale contenzioso. Sempre a Bolzano parliamo di una percentuale tra il 5 ed il 10% delle notizie di reato che, in un anno, arrivano in Procura. Ciò comporta vantaggi organizzativi anche per l’organo di vigilanza, il quale si limita a trasmettere alla procura solamente il verbale di prescrizione e successivamente a comunicare l’ottemperanza alla prescrizione ed il pagamento della sanzione. In caso di contenzioso deve invece mandare una dettagliata informativa alla procura con allegazione degli atti e, successivamente, l’ispettore deve recarsi a testimoniare ai processi che si celebrano.

Và, quindi, fissato un primo paletto e cioè che non siamo all’anno zero della prevenzione infortuni, e che, nel settore, abbiamo, tutto sommato, delle buone leggi. Tuttavia, evidentemente, siamo ancora indietro rispetto al resto dell’Europa e c’è ancora molto da fare. In presenza di numerose leggi, non coordinate tra loro, si
è sempre reclamata un’armonizzazione delle stesse in un unico corpus
normativo che poi sarebbe il testo unico. Essendo comunque un intervento di natura legislativa, era opportuno adeguarlo alle esigenze del nostro tempo e siamo dunque giunti all’oggi. Nell’agosto dello scorso anno il Parlamento ha approvato la legge 123/2007, contente la delega al governo a riformulare la normativa in un testo unico. Nel medesimo provvedimento legislativo si sono previste alcune norme immediatamente precettive sulle quali tornerò in seguito. Và detto che la legge 123/07 prevede alcune cose buone che vanno nella direzione di aumentare e migliorare i controlli mediante un maggior coordinamento tra i vari servizi ispettivi e l’assunzione di circa 800 nuovi ispettori del lavoro e, nel contempo, di incentivare le aziende che vogliano migliorare, nonché di incentivare la diffusione della cultura della sicurezza.

In questa sede vorrei invece mettere in risalto alcune delle “chicche” che ha voluto introdurre il legislatore e che hanno suscitato le, più che legittime, ire di Confindustria. Come dicevo, uno dei pilastri sui quali si basa la legislazione di derivazione europea, è quello della pianificazione, mediante il c.d. documento di valutazione del rischio predisposto dall’RSPP. Questi è un soggetto particolarmente qualificato, dotato di una competenza specifica acquisita mediante appositi corsi di formazione. Le imprese di minori dimensioni possono rivolgersi a tecnici liberi professionisti esterni all’azienda. Il decreto legislativo 626/94 non prevede nessuna sanzione per l’RSPP che fa male suo lavoro. Del documento di valutazione fatto male sarà sempre solo il datore di lavoro a rispondere. La ratio di tale scelta sembrerebbe discendere dal comma 2 dell’art. 7 della direttiva 89/391/CEE, laddove dice che “I lavoratori designati non possono subire pregiudizio a causa delle proprie attività di protezione e delle proprie attività di prevenzione dei rischi professionali”. Và aggiunto che giurisprudenza e dottrina hanno sempre ritenuto sanzionabile come mancante il documento di valutazione incompleto. Spesso, a seguito di infortuni sul lavoro, si va a prendere il documento di valutazione, si verifica se il fattore scatenante era stato previsto e valutato ed, in caso contrario, si persegue il datore di lavoro. Senonchè, con il senno del poi, è facile dire che un determinato rischio doveva essere previsto e valutato (ricordate la famosa sentenza del gatto nel forno a microonde? Non era una sentenza di un giudice amerikano? Sempre che non si tratti di una leggenda metropolitana). Così ci troviamo nella seguente paradossale situazione. Io, legale rappresentante di un’azienda di notevoli dimensioni, non mi intendo di prevenzione e mi occupo delle strategie globali dell’azienda, pertanto delego un mio dirigente alla gestione della prevenzione ed assumo un RSPP particolarmente qualificato. Se l’organo di vigilanza ritiene che il documento non contenga l’analisi di tutti i rischi, logica vorrebbe che ne risponda in primis l’RSPP e poi il dirigente addetto alla materia. Sempre logica vorrebbe che si scinda tra la mancanza della valutazione (da addebitare al datore di lavoro) e l’incompletezza della stessa (da addebitare in primis all’RSPP e poi, ma solo eventualmente, al dirigente delegato o allo stesso datore di lavoro). Invece no, il legislatore ha stabilito che la valutazione non è delegabile e l’RSPP non è sanzionabile.

Aggiungo un altro particolare. Nel settore edilizio il datore di lavoro, a prescindere dalla dimensione della sua azienda, deve predisporre, per ogni singolo cantiere, un piano operativo della sicurezza (POS). Questo piano, per espresso dettato normativo, corrisponde all’obbligo di redazione del documento di valutazione del rischio. In altre parole, esso è parte integrante del documento di valutazione. Anche qui la norma è, a dir poco, paradossale. Prendiamo una grande impresa edile che opera a livello nazionale che ha decine di cantieri aperti. Poiché la redazione del POS non è delegabile, il legale rappresentante dell’azienda, dovrà rispondere del contenuto di ognuno di questi documenti sparsi per il territorio nazionale… In caso di infortunio la giurisprudenza, fin dall’inizio, non si è attenuta a questo sistema e gli RSPP sono stati spesso perseguiti assieme ai datori di lavoro. In caso di controllo in sede di vigilanza, dell’errore dell’RSPP continua a rispondere solo il datore di lavoro e la mancanza e l’incompletezza del documento sono sanzionati in egual misura. Ma, attualmente, la cosa è un po’ meno grave di quello che appare, laddove esiste e si applica il famoso decreto 758/94. Dopo la contestazione, metto a posto il documento secondo la prescrizione dell’organo di vigilanza, pago la sanzione ed il reato si estingue, dopodiché mi arrangerò a livello contrattuale con l’RSPP. Invece, cosa fa il Governo nel testo unico? La direttiva, pur impedendo la sanzione dell’RSPP, non impedisce di graduare la sanzione tra l’omessa e la parziale redazione del documento. Il testo unico prevede, invece, che l’omessa redazione venga sanzionata in egual misura alla redazione incompleta, ed, inoltre che, per tutta una serie di aziende, tra cui tutte le aziende edili anche di piccole dimensioni, che operano in cantieri aventi un’entità superiore ai c.d. 200 uomini-giorno, la sanzione non sia più alternativa (arresto o ammenda), ma solo quella dell’arresto da 6 a 18 mesi, con ciò impedendo l’applicazione del decreto 758/94. E così arriviamo all’ulteriore paradosso per cui l’imprenditore che su di un cantiere con pericolo di caduta dall’alto non monta il ponteggio, esponendo i lavoratori ad un rischio immediato e mortale, sarà punito con l’arresto da due a quattro mesi o con l’ammenda da 1.500 a 5.000 euro, mentre quello che ha realizzato un bellissimo ponteggio, ma lo ha descritto in maniera generica nel POS, dovrà, in linea teorica andare in galera per almeno sei mesi e, comunque, non potrà mettersi in regola seguendo il decreto 758/94… Se l’azienda si mette in regola, il giudice può applicare solo un’ammenda che va da un minimo di € 8000,00 fino ad € 24.000,00. Così si innesca un meccanismo di contenzioso per cui l’accertamento del fatto deve passare il vaglio del processo penale.

Mettiamoci nei panni di coloro che si sono inventati questa norma. Questi imprenditori, titolari di grosse aziende ma anche di piccole imprese, se edili, sono dei padroni sfruttatori del proletariato e, quindi, è giusto che vadano in galera. Ecco che scatta il modello superfisso (ammesso che, leggendo l’articolo di Brusco, io abbia capito che cos’è, visto che la logica (?!!) del modello continua a sfuggirmi): di fronte ad un numero fisso di magistrati e di risorse nel settore giustizia, si introducono sempre nuove fattispecie di reati, perché tanto la giustizia (non) funziona lo stesso. Infatti, il legislatore, tanto per cambiare, fa i conti senza l’oste e, in particolare, non tiene conto del procedimento penale e del principio di effettività della pena. Proviamo, infatti, a prefigurarci il seguente scenario: titolare di grossa azienda edile sottoposta ad ispezione dell’organo di vigilanza cui viene contestato un documento incompleto. È ovvio che questo datore di lavoro non patteggerà la pena, ha disposizione le risorse finanziarie per affrontare il processo, dunque si mette alla finestra ed aspetta che il PM avvii il procedimento penale. Ricordo che questi reati sono delle contravvenzioni e che esse si prescrivono in 5 anni dal fatto, periodo che, apparentemente potrebbe sembrare lungo, ma, per la giustizia italiana, è alquanto breve. Per questi reati, generalmente, si agisce con l’emissione di un c.d. decreto penale con i seguenti passaggi: richiesta del PM al GIP, emissione del decreto, notifica dello stesso, opposizione da parte dell’imputato, inizio del processo, primo grado, se condanna all’arresto, appello e successivamente Cassazione; totale 4 gradi di giudizio in soli 5 anni. Evidente il concreto rischio di prescrizione del reato, ma anche quello di un’assoluzione, di uno dei soliti provvedimenti sananti e quant’altro. Ma, poniamo che il processo non abbia questa fine ingloriosa e l’imputato venga condannato a giusta pena. Se fosse condannato al pagamento di una pena pecuniaria, il nostro industrialotto, potrebbe, in linea teorica, essersi spogliato di tutti i beni, per cui non ci sarebbe nulla da incassare. Ma, mettiamo che venga condannato ad una pena detentiva (i famosi sei mesi di arresto), ci va finalmente in galera? Nossignori, viene concessa la sospensione condizionale e, se ciò non dovesse essere possibile, perché l’imputato ha già dei precedenti, allora c’è pur sempre l’affidamento in prova ai servizi sociali. Così abbiamo il seguente brillante risultato: mentre, potendo applicare il decreto 758/94, lo Stato incasserrebbe subito del denaro ed eviterebbe il contenzioso (e le spese ad esso connesso), con questa norma, lo stato spende tanti soldi per il processo, non incassa nulla e l’unico a guadagnarci è l’avvocato.

E veniamo ad un’altra chicca della quale Confindustria nemmeno si lamenta, forse perché non si rende conto delle potenziali conseguenze. Nella legge delega 123/07, per ragioni sconosciute, è stata introdotto, quale norma immediatamente precettiva, anche l’art. 25septies del decreto legislativo 231 del 2001, che prevede la responsabilità amministrativa degli enti in caso di infortunio sul lavoro. Il predetto decreto legislativo sancisce, in generale, la responsabilità degli enti, nel caso in cui i suoi responsabili o anche dei dipendenti di esso commettano determinate fattispecie di reato, quali, ad esempio, truffa in danno dello Stato per pubbliche erogazioni, corruzione, concussione, reati societari, terrorismo ecc. Si badi bene che per enti si devono intendere non solo le persone giuridiche, ma anche associazioni e società di persona. Non si applica allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale. Quali sono gli enti con funzioni di rilievo costituzionale? Ma i partiti ed i sindacati, ovvio no? Quindi, se un manager di un’azienda privata, corrompe il cassiere di un partito, risponde anche l’ente, il partito non risponde (perché è importante per la patria). A seconda della fattispecie di reato sono previste sanzioni economiche. Oltre alla sanzione economica il decreto 231/2001 prevede anche delle gravissime sanzioni di natura interdittiva che possono consistere: a) nell’interdizione dall’esercizio dell’attività; b) nella sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; c) nel divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio; d) nell’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi; e) nel divieto di pubblicizzare beni o servizi. L’art. 25septies sancisce la punibilità dell’ente con una sanzione non inferiore a mille quote in caso di infortunio. Quant’è una quota? Nel minimo € 258,00, nel massimo € 1.549,00. Dunque, facendo un piccolo calcolo, per un infortunio sul lavoro, in cui un lavoratore si rompe una gamba, rimanendo in malattia per 50 giorni, senza invalidità permanente, l’ente viene sanzionato con una pena minima di soli € 258.000,00, se poi il Giudice si arrabbia, potrebbe, in astratto, applicare anche una pena di € 1.549.000,00.

Ma vi è di più. Il decreto legislativo prevede la pena di 1000,00 quote come limite massimo di pena irrogabile. In altre parole, il minimo corrisponde al massimo: devo trattare la gamba rotta dell’esempio predetto alla stessa stregua di un infortunio mortale, sempre € 258.000,00. Non vi basta? Eccone un’altra. La gamba rotta è una cosiddetta lesione colposa (e quindi, per definizione, non voluta) grave. Tra i reati puniti dal decreto legislativo 231/2001 c’è anche quello dell’infibulazione, per la quale vengono puniti gli enti religiosi che la praticano. Questa è una lesione dolosa gravissima perché lede in maniera permanente l’organo genitale della donna. Quant’è la sanzione in questo caso? Da 300,00 a 700,00 quote. E così l’ente che tollera che, al suo interno, qualcuno deliberatamente mutili per sempre una persona è punito con una sanzione molto più blanda di quello che, suo malgrado, nonostante la formazione, la presenza di macchinari efficienti e quant’altro, si veda coinvolto in un infortunio dovuto, principalmente, ad un’imprudenza del dipendente… Come dicevo, infatti, la sanzione si applica anche nell’ipotesi in cui il reato sia stato commesso da un dipendente dell’ente purchè sia stato commesso a suo vantaggio. Secondo le prime interpretazioni della norma, tra i vantaggi rientrerebbero anche quelli consistenti in risparmi dell’ente, ad esempio, sulle macchine o sulla formazione.

Ed allora proviamo a fare un banale esempio di un infortunio che è tutt’altro che infrequente. Impresa di dimensioni medio-grandi, poniamo una Spa, con più stabilimenti autonomi, ciascuno guidato da un dirigente. Nel magazzino di uno di essi si utilizza un carrello elevatore perfettamente funzionante che viene guidato da un cartellista appositamente formato. Capita che, ogni tanto ed ad insaputa del dirigente, ed ancor più del legale rappresentante dell’azienda, il carrello venga guidato anche dall’apprendista privo di formazione, il quale, per una disattenzione, investe un collega causandogli la famosa frattura alla gamba. Secondo quella che è la pacifica applicazione della giurisprudenza in materia, il dirigente risponde penalmente dell’infortunio, perché si era instaurata una prassi distorta che egli aveva l’obbligo di impedire con un’adeguata vigilanza. La violazione della norma di prevenzione consiste nell’aver affidato un macchinario ad una persona non adeguatamente formata sull’uso della stessa. Poiché il dirigente non ha formato il lavoratore, la società ha risparmiato sulla formazione e quindi, anche se, penalmente, il datore di lavoro non risponde, essendo responsabili dell’infortunio l’apprendista ed il dirigente, risponde la sua società, con le sanzioni sopraindicate. Di fatto, la norma, nella sua attuale formulazione, è talmente folle che sarebbe stata immediatamente cancellata dalla Corte costituzionale alla sua prima applicazione. Lo capisce anche un bambino. Lo aveva capito perfino il governo (il che è tutto dire), tanto che, a distanza di due mesi dalla sua entrata in vigore, era stata creata un’apposita commissione per rivedere le sanzioni. All’errore si cerca, dunque, di rimediare in sede di approvazione del testo unico, graduando, come logica voleva, le pene, e così, l’art. 300 della nuova legge prevede una pena fino ad un massimo di 250 quote, in caso di lesioni, da 250 a 500 quote in caso di omicidio colposo, 1000 quote in caso di omicidio colposo in cui la morte sia stata determinata da un’errata valutazione dei rischi per quelle aziende ai cui titolari si applica la più severa sanzione dell’arresto da 6 a 18 mesi. Tornando, all’esempio di cui sopra, se quell’apprendista, guidando il carrello, malauguratamente uccide il collega, si applica all’ente una sanzione da 250 a 500 quote, cioè una sanzione che va, nel minimo, da € 64.500,00 ad € 129.000,00, per non parlare delle sanzioni interdittive, il cui periodo minimo parte da tre mesi fino ad un anno.

Resto del parere che la legge non sia conforme a Costituzione. Dunque anche qui si verrà a creare un inutile contenzioso. Infatti, mentre, rimanendo all’esempio di cui sopra, l’apprendista ed il dirigente, probabilmente, opteranno per il patteggiamento, l’ente sarà a costretto ad affrontare il processo, pena la chiusura dell’azienda. Bel risultato del tipo modello superfisso, non c’è che dire. Qualcuno mi potrebbe obiettare che sono un amico dei padroni, a libro paga di Confindustria, che non vuole tutelare i lavoratori ed un catastrofista perché la legge prevede la possibilità di evitare tutte queste sanzioni. Come? Adottando dei c.d. modelli di organizzazione e gestione previsti, attualmente, dall’art. 6 del DLVO 231/2001 ed, in futuro dall’art. 30 del testo unico. Senonchè, il modello deve essere “efficacemente attuato, assicurando un sistema aziendale per l’adempimento di tutti gli obblighi giuridici”. Cosa significa “efficacemente attuato”? Non potrebbe il Giudice argomentare che, essendosi verificato l’infortunio, l’adozione del modello non era “efficace”? Se non era efficace, allora l’esistenza del modello non scriminerebbe l’ente con conseguente applicazione delle sanzioni previste dal decreto 231/2001, e, quindi, ed ancora, contenzioso, contenzioso, contenzioso.

Non ho finito. A fronte di una norma che, di fatto, è già in vigore da 8 mesi, quante sono le società che sono al corrente del rischio potenziale di questa sanzione? Non è prevista nessuna moratoria. A quindici giorni dalla pubblicazione del provvedimento tutte le società avrebbero dovuto adottare il modello, pena l’applicazione della sanzione in caso di infortunio. Attenzione anche qui, se attualmente la norma è palesemente incostituzionale, e, quindi si potrebbe dire che per gli incidenti verificatisi da agosto ad oggi non ci sarebbe problema, in realtà, essendo la sanzione prevista dal nuovo testo unico norma più favorevole, essa si applica retroattivamente. In altre parole, a questi incidenti si applicano le sanzioni del testo unico anche se entrato in vigore successivamente.

Concludendo questo articolo, fin troppo lungo. Per quella che è la mia personale esperienza, i processi per infortunio sul lavoro non raggiungono lo scopo. Non rieducano, perché, quasi mai, il datore di lavoro o, in generale l’imputato, si sente colpevole, specie quando, a monte dell’infortunio, vi sia stato anche un errore del lavoratore; non fanno da deterrente, in quanto chi non fa prevenzione non teme il processo, mentre chi la fa, ha altre motivazioni; non puniscono, in quanto le pene non sono effettive. L’unico risultato effettivo che raggiungo è quello di far ottenere in tempi abbastanza celeri un risarcimento del danno alla vittima. Sanzionare eccessivamente in sede di vigilanza e per di più escludendo la possibilità di estinguere il reato con il meccanismo del decreto 758/94 è una completa sciocchezza, perché non favorisce i comportamenti virtuosi e crea solamente un inutile contenzioso, aggravando lo stato comatoso della giustizia. Un’efficace politica di prevenzione passa, necessariamente attraverso: a) una capillare diffusione della cultura della sicurezza; b) una capillare rete di controlli con applicazione di sanzioni che non possono essere troppo elevate in modo da incentivare la regolarizzazione; c) l’incentivazione, anche economica, delle prassi virtuose. Solo mediante un miglioramento culturale oltre che tecnologico ed una costante pressione sul territorio, in modo da riuscire ad evitare comportamenti distorti, si riuscirà a prevenire gli infortuni che, in fondo, sono una sconfitta per tutti. PS: rileggendo l’articolo di Brusco ho capito perché il modello superfisso mi ha colpito negativamente, sono un ragioniere anch’io (qui, in fondo).

45 commenti (espandi tutti)

Sono d'accordo con le tue proposte sulle politiche preventive. Ho solo un dubbio sull'efficacia dei controlli da parte degli ispettori. Un'amica spagnola che si occupa di ispezioni sanitarie (negozzi di alimentari, piscine, ...) mi ha raccontato di come fosse difficile svolgere il suo lavoro per le minacce e gli insulti che riceveva. I suoi colleghi piu' anziani non andavano piu' neanche a controllare ma redigevano dei documenti falsi, in cui raccontavano di aver ispezionato tizio e caio. Non immagino cosa succederebbe in alcune zone d'Italia dove bisognerebbe controllare l'azienda del mafioso locale!

Non capisco invece bene la legge nell'aspetto repressivo.

1) Se un lavoratore si rompe la gamba ma il datore di lavoro ha il POS in regola, non si attiva nessun procedimento penale. O mi sbaglio? Se fosse cosi, non sara' il caso che presto circoleranno POS standard che ispettori e giudici considereranno validi?  

2) Parlando di un lavoratore che si rompe una gamba e che resta a casa 50 giorni, dici che l'ente e' punibile con una sanzione non inferiore a mille quote in caso di infortunio. Ma poi, quando fai l'esempio del carrello elevatore, dici che all'ente si applica una sanzione di 250 a 500 quote in caso di omicidio colposo, e 1000 quote se l'omicidio deriva da un'errata valutazione dei rischi. Come mai questa differenza? Forse perche' nel secondo caso, la morte e' dovuta ad un'altro collega che stavo utilizzando il carrello elevatore?

Infine: chi e' il "legislatore"? Come si arriva a scrivere tante porcate? Forse e' colpa dei politici che le approvano ma non credo che siano loro a scriverle.

Non è tanto un problema di chi materialmente scriva le leggi (sebbene, in generale, anche quest'aspetto produca guasti inenarrabili), quanto, nel caso specifico, il risultato della trasformazione in normativa di una visione alquanto ideologica del mondo.

Bisogna, insomma, colpire l'avido "padrone" (ricordate il manifesto elettorale "anche i ricchi piangano"?) ed ogni mezzo è buono, senza star troppo a pensare a quale sia la normale realtà dei luoghi di lavoro, che troppo spesso lorsignori conoscono solo per sentito dire, potendo contare su un'esperienza lavorativa ridotta al ruolo di sindacalista in servizio permanente effettivo ......

 

Questi testi di solito li scrive qualcuno non difficile da identificare. Sarebbe utile fare i nomi ed i cognomi di chi riesce a provocare tanti danni sociali con la sua opera d'(in)esperto. La responsabilità individuale a questo serve, dopo tutto.

Da che ministero esce questa cosa e per che commissioni è passata? Se qualcuno ha accesso alle liste dei consulenti son certo che troveremo i due o tre "giuslavoristi" con la testa bacata di "padroni sfruttatori" che, ritenendosi l'ignorante avanguardia del proletariato, hanno scritto questa mostruosità. Probabilmente insegnano in qualche facoltà di giurisprudenza o di economia, basta che qualche esperto cerchi e gli incompetenti si trovano.

È vero, comunque, che tali brutture passano solo perché l'ambiente ideologico-politico è di un certo tipo ed il ministro o sottosegretario che segue il problema è ancora più incompetente ed ideologicamente bacato. Così funziona la casta, non è composta solo di politici che vanno in televisione, ma anche di centinaia di competenti che lavorano per loro e ne supportano la dannosa attività. 

Purtroppo é proprio cosí. Molte leggi italiane sono frutto di un sacro furore ideologico e mancano completamente di spirito pratico. Deprimente... specie in questo campo, dove di vite umane, ma anche dei destini dei dipendenti di queste aziende si sta parlando

Le tue domande chiedono articolate risposte:

1)      L’efficacia dei controlli: Io, ovviamente, posso parlare solo per la realtà di Bolzano, dove, qualche volta, è capitato che l’ispettore abbia subito delle minacce, tuttavia, generalmente, questo non costituisce un problema. In ogni caso, un ispettore che fa prevenzione ha molti più strumenti di uno che agisce nel campo amministrativo perché opera in un contesto penale. Noi, a Bolzano, ad esempio, ci siamo concentrati sul pericolo di caduta dall’alto nei cantieri, essendo esso la principale causa di morte. A tal fine abbiamo coinvolto anche l’arma dei carabinieri, da noi capillarmente diffusa, facendo loro un apposito corso sugli aspetti sui quali devono focalizzare l’attenzione. In presenza di un cantiere con evidenti e gravi rischi di caduta dall’alto, l’ispettore procede al suo sequestro preventivo di concerto con la procura della repubblica. Così si blocca immediatamente il pericolo e, nel contempo si disincentiva le aziende dal non adottare le misure di prevenzione collettive, in quanto il sequestro del cantiere comporta un notevole danno per l’azienda stessa. Tutto ciò funziona solamente se il rischio di essere “beccato”, non sia semplicemente possibile, ma abbia un certo grado di probabilità, altrimenti all’imprenditore conviene monetizzare il rischio stesso coprendosi, in caso di infortunio, con una buona polizza assicurativa. L’assunzione di più ispettori, in parte, finanziariamente, si coprirebbe da sé, dato che, come dicevo, vengono incassate discrete somme di denaro attraverso il meccanismo del decreto 758/94. Oltretutto ridurre gli infortuni significa anche ridurre i costi economici e sociali ad essi collegati. Un altro grosso problema, specie sui cantieri, è costituito dall’esistenza di un numero impressionante di imprese fittizie, prive di struttura, capitale e quant’altro che si limitano a fornire mano d’opera a basso costo, non qualificata e non assicurata. La soluzione è, necessariamente, quella di trovare il modo di eliminare tali imprese dal mercato, sanzionando coloro che se ne avvalgono. Il testo unico punta invece sulle sanzioni alle imprese fantasma. Sanzionare con pene pecuniarie i datori di lavoro fittizi è una completa idiozia, poiché essi non possiedono assolutamente nulla e, quindi, non pagheranno mai. Anche qui è necessario incrementare i controlli, con sanzioni per chi utilizza queste aziende. Se è possibile ma improbabile che io venga controllato, sono incentivato ad avvalermi di tali imprese, poiché sono a basso costo, non devo assumere dipendenti, chiuso il cantiere, mi libero dell’impresa e dei suoi lavoratori.

2)      Il POS: generalmente, in caso di infortunio, oltre alla presenza di un POS fatto male, vengono contestate anche una serie di altre violazioni (se ad esempio in un cantiere un lavoratore cade da un’altezza superiore a 2 metri e si rompe una gamba in assenza di misure di prevenzione ed in presenza di un POS generico o assente, verranno contestati questi due profili di colpa). La problematica del POS non vale tanto in caso di infortunio, in cui, come dicevo, il POS inidoneo apre la porta a contestazioni più sostanziali, quanto in caso di controllo in sede preventiva (senza che vi sia stato alcun infortunio). È qui che, con il testo unico, si finisce con il dare più peso alla forma (POS fatto bene) che alla sostanza (misure di prevenzione contro il rischio di caduta dall’alto) ed a creare un inutile contenzioso. Sul contenuto del POS hai perfettamente centrato la problematica, essi sono standardizzati e, quindi, fatti male, ed in quanto tali, vengono contestati dagli ispettori e dalla magistratura, e capita anche che il giudice, in assenza di un chiaro criterio per stabilirne il contenuto c.d. minimo, assolva perché non sa fino a che punto il piano debba essere dettagliato.

3)      La responsabilità degli enti: evidentemente mi sono espresso male. La legge delega 123/07 ha introdotto la sanzione fissa di 1000 quote nell’agosto 2007. Essa è la sanzione attualmente applicabile perché il testo unico non è ancora entrato in vigore. Non appena esso sarà entrato in vigore, le sanzioni verranno graduate in base alla tipologia di infortunio (lesivo o mortale).

4)      Infine chi è il legislatore: Bella domanda. In questo caso la politica ha dettato la linea generale (ad esempio, introduzione della responsabilità amministrativa degli enti, sanzione penale dell’errata pianificazione, ecc.), le norme, materialmente, le hanno scritte i tecnici del ministero, senza, peraltro, avvalersi di veri conoscitori della materia. Le colpe sono di entrambi.

Grazie per i chiarimenti. Il punto 3 era gia chiaro, sono io che non avevo capito che si trattava di un cambio dalla legge delega al testo unico.

Un po' fuori tema, ma sempre relazionato con la giustizia (magari risponderai quando scriverai il secondo capitolo): cosa pensi della "giustizia ad orologeria", come BS era solito definirla? Questa volta sembra che sia toccato prima al buon Mastella (motivo per cui io mi asterro' dal votare!!!), ed ora a Pecoraro Scanio. Personalmente credo che sia una vergogna delegittimare un'indagine non sulle base delle accuse ma sulla base del momento in cui queste ti vengono contestate.

domanda rognosetta, qui per colpa tua, qualsiasi risposta do, mi gioco la carriera. Proveró a dare un´articolata risposta nell´ultimo capitolo della telenovela, dedicata all´indipendenza ed ai rapporti con il potere politico (sempre che riesca a copiare dal compagno di banco al test psicologico, visto che scriveró il capitolo quando il presidentissimo sará finalmente tornato a governarci). Comunque, secondo me l´unico episodio di giustizia ad orologeria fu il famoso avviso di garanzia in occasoine del vertice internazionale a Berlusconi nel 1993 o 94 (non ricordo esattamente). Quelli erano, tuttavia, anni particolari, in cui la magistratura fu attraversata da una sorta di delirio di onnipotenza, supportata dall´opinione pubblica che sperava di liberarsi della casta giá allora esistente. Si é visto come é andata a finire... Gli altri episodi, con la politica in sé non c´entrano nulla (nel senso che le indagini non vengono fatte per scopi politici). Del resto, in Italia ci sono elezioni ogni sei mesi. Proprio i due episodi che tu citi sono emblematici. Mastella é stato, tutto sommato, un buon ministro della giustizia. Non avrebbe senso per la magistratura farlo cadere, e le dimissioni del governo e le elezioni sono venuti dopo l´inchiesta, anche se, secondo me, l´inchiesta furono solo un pretesto per fare cadere il governo, dopo che la Consulta aveva approvato il referendum. Il caso Pecoraro, é diverso. La notizia, chiaramente, non é uscita da fonti giudiziarie. Il PM purtroppo, anche se si pensa il contrario, non controlla la notizia e, negli ultimi anni, c´é stata una certa moralizzazine nel settore (qui).

Ciao, magistrato fallito, leggendo con attenzione i tuoi "poemi" ho estrapolato una caratteristica per la quale puoi smentirmi: una certa vena di ironia mescolata ad una spalmatina di protagonismo...da semidio..come tu stesso ti definisci.

Non credi che questo modo di affrontare le tematiche potrebbe sviarti dalla retta via e portarti in un mondo di fantasia, dal quale poi sarebbe difficile uscire?

Grazie anticipate per la risposta. Ale

È arrivato un altro anonimo coraggioso, che non avendo nulla da dire insulta.

La regola, da queste parti, è che i commenti fatti solo con intenti distruttivi (vuoti di contenuto e pieni di insulti) non sono graditi. In rare circostanze gli insulti ci stanno, per carità, ma almeno vanno motivati intelligentemente.

Questo lo lasciamo qui, per il momento. Augurandoci che il signor "ale" ci ripensi e, se ha qualcosa di interessante da dire, lo dica. Sennò, beh sennò amen: la rete è piena di altri posti di successo in cui la gente che non ha nulla da dire si insulta a vicenda. Contenti loro, finché stan lì contenti tutti

Ale, dimmi tu: qual é la retta via? Spiegamelo ed io proveró a darti una risposta; cosí, obiettivamente, é un po´ difficile.

Qualcosa comunque la dico.

L'ironia. Tu fai un post ad un articolo in cui, dichiaratamente, ho evitato qualsiasi ironia, perché il tema é maledettamente serio (almeno per me). Se tu vi leggi delle considerazioni ironiche, sono assolutamente non volute e sarebbero sicuramente inopportune. Per il resto, l'ironia puó dar fastidio, personalmente cerco di non insultare nessuno, qualche volta non mi riesce.

La mania di protagonismo. Credimi, se avessi questa mania non scriverei per questo sito, ma avrei altre opportunitá per andarla a soddisfare. Io sto solo cercando di rieducare un branco di monetaristi (ops mi é scappata un´altra battuta ironica) ...

Credo ci sia stata una serie di equivoci, probabilmente per il mio modo di esporre l'argomento, e ringrazio sia Bisignano che Boldrin per avermelo fatto presente in maniera più che educata. Quindi, a scanso di ulteriori equivoci, specifico: non era mia intenzione insultare nessuno e se ho usato il termine "magistrato fallito", è perchè l'ho preso dalla descrizione del nick "Axl Bisignano", quindi non era farina del mio sacco. In secondo luogo non sono anonimo, in quanto il mio nick risulta, ma credo che sarebbe superfluo fornire le mie generalità, perchè non è questo che importa alla community.

Il terzo piccolo equivoco riguarda la mia definizione sull'ironia, che non riguardava l'ultimo articolo pubblicato, infatti ho scritto "leggendo i tuoi poemi", inteso come la totalità degli interventi, ma se ho messo il post proprio a quell'argomento era unicamente per il fatto che era l'ultimo in ordine cronologico.

Ultimo equivoco, e qui mi riaggancio alla domanda alla base del mio scrivere: è chiaro che ne io, ne voi siamo in grado di dare una definizione alla "retta via", tant'è vero che ogni cultura ha un altro modo di vedere la realtà. Quello che intendevo io era molto più semplice e credo attuale: succede che un magistrato sbagli nelle proprie valutzioni, dal momento che è umano, ma poi ci si dimentica del trauma provocato in chi è stato accusato o condannato ingiustamente. Quando si indaga su un presunto reato, è normale arrivare a farsi un'idea propria, ma credo che voler perseverare nella propria convinzione, con il rischio di sfociare nel surreale, provochi più danno che ammettere di essersi sbagliato. Se anche con questa esposizione sono riuscito ad offendere qualcuno, me ne scuso. Ditemelo e abbandono il sito.

Grazie, Ale

 

Incidente chiuso. Don't worry. Ego te absolvo, ecc., ecc..

Con Michele, metto una buona parolina :-).

Veniamo alla domanda nel merito. Essa può essere rivolta a me, come persona, ovvero a me come esponente della magistratura. Nel primo caso non capisco da dove tu trai questa convinzione per cui io sarei uno che persevera nei suoi errori. Premesso che un rinvio a giudizio di un soggetto poi assolto non necessariamente è da attribuire ad un errore del PM, potendo l'imputato fare la legittima scelta di difendersi nel processo e non nella fase delle indagini, personalmente non ho mai avuto problemi a chiedere assoluzioni, quando non ero convinto della colpevolezza di una persona. Oltre che esercizio di un minimo di onestà intellettuale, direi che si tratta anche qui di un obbligo deontologico. Se ti riferisci alle impugnazioni di sentenze di assoluzione, posso dirti che, in ormai 11 anni di attività, avrò scritto, si e no, una quindicina di impugnazioni, di cui non accolte 3, in tutti gli altri casi è stata riformata la sentenza del giudice. Se poi ritieni che, in generale, la categoria perseveri nel non voler ammettere i propri errori, non saprei come rispnderti, se non nel senso che, a mio avviso, dipende dal singolo magistrato persona.

 

Mi permetto, nel mio piccolo, di toccare questo argomento. Come dice Axel, in provincia di Bolzano, i Carabinieri controllano i cantieri e se del caso, ne danno notizia agli ispettori del lavoro. Questi comunque sono veramente troppo pochi in relazione alla mole di lavoro prodotta in ogni settore lavorativo in Alto Adige ed i Carabinieri stessi non sono all'altezza del compito, perchè comunque impegnati in molteplici settori. Oltrettutto la realtà sudtirolese abbisogna di verbali per lo più redatti in lingua tedesca (altro tema spinoso). Così come nel campo magistratura anche in questo campo le leggi e le norme troppo spesso sono scritte da burocrati senza alcuna esperienza diretta nel campo di applicazione e pertanto mancanti di buon senso (vale anche per il Codice della Strada).

Che dire? Bisognerebbe che gli esperti del ramo (esperti perchè ci lavorano) avessero la possibilità di mettere becco alle leggi, ma questa forse è solo utopia.

 

Couronne5

Hai perfettamente ragione sul fatto che gli ispettori sono troppo pochi. La provincia non ne assume perché i controlli danno fastidio. Per questo, da bravi italiani, ci siamo dovuti arrangiare ed abbiamo dovuto chiedere aiuto all´Arma gloriosa. Tuttavia, anche assumendo alcuni ispettori, i controlli sarebbero comunque insufficienti. É quindi importante il ruolo dei carabinieri. Sapere che la probabilitá di essere controllato é alta perché, in qualsiasi momento, potrebbe passare un carabiniere che sa dove guardare, induce ad adottare misure di prevenzione per non correre rischi. Il sistema ha dato i suoi frutti. Da quando lo abbiamo adottato e cioé da almento 5 anni a questa parte, abbiamo avuto un solo morto per caduta dall´alto per assenza di misure di protezione contro le cadute dall´alto. Io sono sicuro che i carabinieri hanno salvato molte vite umane. Credo che si tratti di un risultato formidabile.

Saluti a tutti. Sono un medico del lavoro temporaneamente
espatriato. Vivo a St. Louis e lavoro alla SLU. Qui mi occupo di
epidemiologia da circa 3 anni per cui non sono freschissimo in materia
di legislazione in materia si sicurezza sul lavoro. Il tema chiaramente
e' particolarmente interessante per me. La mia brevissima esperienza
italiana (durata il tempo della specializzazione a Milano) mi porta a
fare alcune considerazioni sull'articolo di Alex Bisignano. 

 1)
Ho avuto modo di leggere valutazioni del rischio di numerose piccole
imprese lombarde. Spesso fanno valutazioni del rischio generiche e
sostanzialmente inutilizzabili per fare prevenzione soprattutto quando
acquistano questo servizio da fornitori esterni. In realta' si tratta
di puri adempimenti formali che non hanno alcuna ricaduta pratica.

2)  Gli ispettori fanno un lavoro improbo, sono pochi e la
probabilita' che il datore di lavoro sia scoperto in fallo sono cosi'
piccole che gli imprenditori hanno tutto l'interesse a correre questo
rischio piuttosto che investire adeguatamente in sicurezza. Temo che
l'inasprimento delle pene sia una risposta (forse sbagliata) a questo
problema: Rischio=probabilita'*danno....Se la probabilita' di scoprire
un reato e' piccola e non sono in grado di aumentarla allora aumento la
pena. Mi chiedo allora: se il numero di ispettori ASL e le politiche di
law enforcement fossero decise a livello regionale, il governo centrale
avrebbe scarsa capacita' di intervenire sulla probabilita' di
individuare il reato e sarebbero costretti ad alzare la pena per
mantenere ad un livello accettabile il livello di deterrenza, che le
statistiche dimostrano essere insuffciente. E' cosi'? Mi rendo conto
comunque che la legge cosi' formulata, riduce la probabilita' di punire
un trasgressore della legge. Insomma un cane che si morde la coda...

3) Il sistema assicurativo INAIL dovrebbe essere rivisto e
l'assicurazione per gli infortuni e le malattie professionali dovrebbe
essere liberalizzata ma obbligatoria (come RC auto...). Ho
l'impressione che compagnie assicurative private sarebbero molto piu'
accurate nell'assegnare i premi assicurativi che non l'INAIL nato in
fondo come compromesso per protegere le imprese dalle cause dei
lavoratori e per risarcire i lavoratori infortunati. Questo sistema
automaticamente indurrebbe i datori di lavoro a fare valutazioni del
rischio veritiere perche' ridurre il loro rischio reale
corrisponderebbe a ridurre il loro premio assicurativo. Qualcuno ha
conoscenza di studi su questo tema?

4) Il fatto che gli
adempimenti per la salute e sicurezza sl lavoro non siano delegabili mi
sembra una giusta tutela e un modo per individuare chiaramente le
responsabilita'. Non essendo un giurista mi appello alla clemenza della
corte se dico fesserie. Ad esempio, se non ci fosse questa legge, nel
caso in cui il budget dato dal datore di lavoro al RSPP sia inadeguato
per adempiere agli obblighi di legge chi e' colpevole? Chiaramente si
verrebbero a creare infiniti contenzionsi tra datore di lavoro e RSPP.
Poiche' il datore di lavoro ha strumenti tecnici per controllare
l'efficacia del lavoro del suo RSPP (la produzione di sicurezza e' un
processo di lavoro organizzato tanto quanto la manifattura delle scarpe
o la fornitura di un servizio di call center), mi sembra utile che la
responsabilita' ultima risieda in chi ha il potere di ottimizzare
questo processo. 

Avrei molte altre considerazioni da fare ma per ora mi fermo qui.

 

Ciao Luca, rispondo solo adesso perché il sabato mia moglie mi proibisce il computer L.

Condivido molte delle tue affermazioni e mi permetto di replicare:

1)      Assolutamente vero quello che dici. Le valutazioni del rischio, spesso, vengono fatte con i piedi, proprio da soggetti professionisti esterni pagati per farlo. Qui il mercato, tanto amato da qualcuno di cui non faccio i nomi J, ha reso, sostanzialmente un pessimo servizio. Di fatto, vi sono professionisti poco seri che offrono valutazioni a prezzi stracciati perché si limitano a stampare un file standardizzato acquistato in qualche libreria specialistica o da qualche casa editrice. In tal modo viene collocato fuori mercato chi vuole fare seriamente il lavoro, dovendoci, necessariamente, investire del tempo e che, di conseguenza, presenta delle fatture troppo esose. Il datore di lavoro che si rivolge a questi personaggi puó tranquillamente argomentare che lui si è limitato a verificare la qualifica dell´RSPP, non essendo previsto da nessuna parte che debba rivolgersi a quello piú caro. In questo senso è sicuramente giusto che venga sanzionato il datore di lavoro, ma, a maggior ragione, non si vede perché debba andare esente da sanzione il professionista poco serio. Inoltre, la mentalitá per cui la valutazione del rischio sia solo l´ennesimo adempimento burocratico imposto dall´UE va spezzata, perché, spesso, è frutto di ignoranza e, quindi, è fondamentale la sensibilizzazione anche dei datori di lavoro;

2)      Anche qui hai perfettamente ragione. La questione è proprio quella: le nozze con i fichi secchi, tipiche per la politica italiana. Aumento le pene perché non riesco a controllare, credendo, con ció di fare da deterrente. Infatti, il nostro è uno stato serio, abbiamo pene elvetissime per mille reati e cosí, in Italia, c´é ordine e legalitá come a Singapore, dove non si butta per terra nemmeno una gomma da masticare…

3)      Qui non capisco il tuo ragionamento. Segnalo che l´INAIL tutela solo il lavoratore, se l´infortunio è dovuto al mancato rispetto delle norme di prevenzione l´istituto avvia un´azione di regresso nei confronti del datore di lavoro, il quale deve comunque assicurarsi anche presso un´azienda privata per tutelarsi da questo tipo di rischio.

4)      Attenzione, su questo punto fai un po´ di confusione. Quando tu affermi che “gli adempimenti per la salute e sicurezza sul lavoro non sono delegabili” non dici una cosa esatta. Gli unici due atti non delegabili da parte del datore di lavoro sono la nomina dell´RSPP e la valutazione del rischio, tutto il resto è perfettamente e giustamente delegabile, lo diceva la giurisprudenza ed adesso lo prevede espressamente anche il testo unico. Si discute se si possa delegare l´RSPP interno, secondo me sí, secondo altri le due figure sarebbero incompatibili tra di loro. Giusta l´osservazione sul budget. Qualora esso non sia messo a disposizione del delegato (ma non dell´RSSP non delegato, il quale non ha nessun budget da amministrare anche perché non prende decisioni) sará comunque il datore di lavoro a rispondere.

5) rispondo in questa sede anche alla problematica sul lavoro nero. Certamente questo è un problema in Italia, ma, ti garantisco che, seppur in misura sicuramente minore, ce l´hanno anche in paesi europei piú civili del nostro quale la Germania. In ogni caso, anche qui, il problema è sempre lo stesso: l´efficacia dei controlli e le modalitá di sanzione. Attualmente si tende a sanzionare il datore di lavoro del soggetto assunto in nero e non chi se ne á avvalso. Si tratta di un grosso errore e mi permetto di illustrare la cosa con un esempio. Spesso i subappaltatori fittizi creano delle societá ad hoc per singolo appalto. Terminato il lavoro la chiudono e ne aprono un´altra. Essi stessi sono personaggi di bassa levatura sociale, economica ed ancor piú, culturale e, sanzionandoli economicamente non si ottiene nessun risultato, perché non hanno nulla da pignorare, non pagano nemmeno i contributi, figuriamoci le multe. Viceversa, i soggetti subappaltanti o direttamente i committenti sono soggetti economicamente forti che utilizzano consapevolmente queste imprese per non dover assumere mano d´opera. Sono questi in primo luogo i soggetti che andrebbero sanzionati e la sanzione deve essere, quanto meno, probabile ed efficace, altrimenti si consente di monetizzare il rischio.

Axel, alcune tue affermazioni mi lascia perplesso.

1) [...] Qui il mercato, tanto amato da qualcuno di cui non faccio i nomi J, ha reso, sostanzialmente un pessimo servizio.

Cosa c'entra il "mercato" in tutto questo? Esiste una legislazione, che tu stesso critichi come farraginosa e mal disegnata, che prescrive, richiede, assegna ruoli eccetera. Essendo la legislazione complessa, e quindi manipolabile, la gente la manipola e ci fa i trucchi. Cosa c'entra il mercato? Chiami mercato il fatto che esistano dei privati che offrono il servizio di valutazione? Secondo la stessa logica, chiameresti di "mercato" il servizio dei taxi nelle città italiane?

Potresti dire che c'è il mercato se la prevenzione infortuni funzionasse così: i dipendenti di un'azienda, singolarmente o collettivamente, stabiliscono parametri di rischio che son disposti a sopportare e poi contrattano a loro spese un valutatore esterno (con creazione di un mercato competitivo di "valutatori del rischio lavorativo") a cui pagano il servizio. Data la valutazione del rischio professionale che costui riporta, i lavoratori firmano contratti di lavoro con compensi che a loro sembrino adeguati, visto il rischio che affrontano. Ecco, una cosa del genere è il "mercato". Non so se va bene o male per risolvere il problema, non ci ho mai pensato e non voglio sostenere nulla. So solo che non ha nulla a che fare con quanto mi sembra esserci in questo settore in Italia.

2) Anche
qui hai perfettamente ragione. La questione è proprio quella: le nozze
con i fichi secchi, tipiche per la politica italiana. Aumento le pene
perché non riesco a controllare, credendo, con ció di fare da
deterrente.

A me sembra che, forse, su questo Luca Neri e te avete un'opinione diversa. L'inasprimento delle pene, dici tu, serve ben poco per la deterrenza. Anche il Beccaria, se ben mi ricordo, s'era accorto che il problema era la certezza. A me sembra che Luca invece propenda per la logica di "la probabilità di beccarvì è minuta, ma se vi becco vi faccio un sedere così, onde compensare tutte le volte che l'avete scampata." Devo dire che l'evidenza dà ragione a te e Beccaria, anche se io non ho mai ben capito, teoricamente, perché abbiate ragione specialmente in presenza di funzioni di costo convesse ... ma anche gli economisti che hanno studiato il problema sembrano pensarla come te e Beccaria. 

Ora vorrei capire una cosa, invece: che evidenza c'è che in Italia la probabilità d'essere colti in fallo dall'ispettore, CONDIZIONALE all'aver commesso il fallo (ossia dall'aver intenzionalmente violato le norme di sicurezza) è anormalmente bassa? Il puro fatto che gli ispettori riportino pochi casi di violazioni delle norme non prova che le norme siano comunque violate rimanendo impuniti. Quindi, da cosa viene l'idea che gli ispettori sono impotenti di fronte ad un'orda di aziende che violano le norme? Più frequente è la violazione della norma, più frequente dovrebbe essere la sua rilevazione (a parità di sforzo) ... Qualcosa non mi torna.

Infine, una cosa sembra mancare da questo dibattito: una valutazione anche solo a spanne del trade off costi-benefici, e della sua dipendenza con il tipo di industria, legislazione del lavoro, regime contrattuale, educazione della forza lavoro, dimensioni dell'impresa, eccetera. Se non si parte da lì, mi sembra difficile interrogarsi su quale sia la politica socialmente ottima di prevenzione degli infortuni.

Michele anche io sono d'accordo con Beccaria anche se non ho alcuna competenza nella teoria della deterrenza. Mi sembra pero' intutivo che nel valutare i pro/contro di un'azione illegale si valuti la probabilita' di essere colti in fallo e condannati assieme all'intensita' della pena.

Ad Alex chiedevo se il lavoro di indagine e verifica degli ispettori fosse regolato a livello locale piuttosto che centrale (ad esempio: sono le ASL che ne decidono il numero, le modalita' di intervento, il budget degli ispettori?). In questo caso un leva piu' facilmente disponibile al governo centrale per aumentare il livello di deterrenza sarebbe quella di intervenire sull'entita' della pena, pur essendo questo metodo non ottimale.

Rispetto all'altro post, ti rispondero' nel w/e quando avro' un po' piu' di tempo.

Prima ancora che tu mi chieda dati ecco un articolo che studia la relazione tra percezione della severita' della pena, probabilita' della pena, norme soggettive, identificazione con la comunita' nazionale e propensione all'evasione fiscale. In un altro contesto (efficacia della pena di morte nel prevenire gli omicidi) pare invece che la severita' della pena non sia correlata con la frequenza del crimine. Questo solo per dire che non e' cosi' chiaro se la severita' della pena sia o no importante nel determinare il livello di deterrenza e il suo effetto. Perlomeno non mi pare certo che il peso relativo di probabilita' della pena e severita' della pena sia identico per ogni comportamento illegale e per tutti i profili di soggetti (non e' detto ad esempio che le persone che commettono omicidi abbiano la stessa propensione al rischio degli evasori fiscali...).

 Ad Alex chiedevo se il lavoro di indagine e verifica degli ispettori fosse regolato a livello locale piuttosto che centrale (ad esempio: sono le ASL che ne decidono il numero, le modalita' di intervento, il budget degli ispettori?).

Proprio cosí. Sono le ASL. Faccio presente che il modello organizzativo del resto del paese non mi é esattamente noto, perché a Bolzano il sistema é un po´diverso, per cui la provincia rivendica una competenza esclusiva e non fa entrare servizi ispettivi statali. Nel resto d´Italia ci sono, da quello che so, anche ispettori statali ed esiste anche un apposito nucleo dei carabinieri.

Mi sembra pero' intutivo che nel valutare i pro/contro di un'azione illegale si valuti la probabilita' di essere colti in fallo e condannati assieme all'intensita' della pena.

Secondo la mia personale esperienza la valutazione pro e contro di essere sanzionato non viene fatta sotto il profilo dell´entitá della sanzione, anche perché viene completamente ignorata. Viene fatta solamente quella relativa alla probabilitá di essere sanzionati. Oltretutto queste fattispecie di reato sono anche e soprattutto di natura colposa, cioé, spesso, non sono il frutto di deliberate scelte di risparmio, ma, essenzialmente di ignoranza, sciatteria, disorganizzazione. In definitva le violazini non sono volute. La minaccia della sanzione, in teoria, dovrebbe essere un incentivo ad attivarsi per rendere piú efficiente l´azienda sotto questo profilo. Se io, comunque, non mi rendo conto di commettere una violazione, non ho fatto nessuna scelta consapevole di mancato rispetto della normativa.

Grazie Alex, per la risposta. Nello studio che ho allegato esiste una correlazione tra severita' della pena e propensione a compiere un reato amministrativo (evadere le tasse). Certo uno studio correlazionale e per di piu' basato su scale psicometriche e non su osservazione diretta del comportamento di interesse non e' una prova ma ci da un'indicazione di come si formano le intenzioni. Le correlazioni tra intenzioni misurate con scale psicometriche valide e comportamento sono solitamente buone, anche se non saprei dire nulla di preciso sul caso specifico. Dovremmo avere qualche studio longitudinale a riguardo ma non ne ho trovati. Magari qualcun altro ne sa di piu'.

Sul tema della probabilita' della pena: probabilmente non avremo mai statistiche italiane valide sulla sensibilita' e specificita' dei sistemi ispettivi italiani. Per ora pero' un qualche ragionamento "spannometrico" sulla loro adeguatezza possiamo farlo. Ho controllato il numero di nuovi cantieri (per uso residenziale e non residenziale) in Trentino nel 2003: sono stati aperti circa 3000 cantieri (secondo ISTAT).  Lo stesso nel 2004. E' bene ribadire che questi sono cantieri per cui e' stata fatta regolare domanda: e' ragionevole quindi che pensare che il numero reale sia maggiore. Di quanto? Forse Alex ha qualche idea dell'abusivismo nel settore edile in Trentino.

Partendo da questi dati: anche ammettendo che gli ispettori lavorino 5 giorni alla settimana per 52 settimane/anno, e che i cantieri vengano aperti uniformemente in tutte le stagioni dell'anno (entrambe queste assunzioni sono molto conservative) questo significa che i 7 ispettori trentini devono visitare 11 cantieri al giorno sparsi su tutto il territorio. 

Certo, non serve mica ispezionarli tutti per ottenere un effetto deterrente ma se si tiene conto che in Trentino ci sono circa 60.000 aziende in settori a rischio infortuni (estrattivo, manufatturiero, produzione, estrazione distribuzione di energia acqua e gas, trasporti, alberghi e ristoranti, costruzioni, commercio all'ingrosso, riparazioni auto, moto e beni personali, settore sanitario) il compito diventa improbo. Anche perche' l'attivita' di ispezione non riguarda solo le carenze strutturali del cantiere o dell'azienda ma anche la conformita' della sorveglianza sanitaria e del documento di valutazione del rischio. Insomma il lavoro ispettivo puo' essere lungo e laborioso. Ma su questo ne sa di piu Alex.

 PS: non sono un medico legale, ma un medico del lavoro.

PS: non sono un medico legale, ma un medico del lavoro.

chiedo scusa, hai ragione, sono io che ho avuto un lapsus nel rincoglionimento serale...

Ho controllato il numero di nuovi cantieri (per uso residenziale e non residenziale) in Trentino nel 2003: sono stati aperti circa 3000 cantieri (secondo ISTAT).  

Qui ti ho beccato io. Mai sentito parlare di "Los von Trient"? Guai a dare del Trentino ad un alto-atesino convinto (anche se di sangue italo-bavarese). Abbiamo messo la dinamite per molto meno :-). Oggi é venuto da me il responsbaile del servizio di vigilanza e mi ha fatto vedere i dati. Un po´smentiscono quello che mi dicevano per telefono ed, in qualche modo, danno ragione a Michele (non sai quanto mi costa dirlo...). Per ora mi hanno dato i dati solo su carta, me li faranno avere anche  su file. Il dato dei 3000 cantieri corrisponde piú o meno a quello medio alto-atesino, tuttavia non sono cantieri effettivamente aperti ma preannunciati (le c.d. "notifiche preliminari"). L´abusivismo edilizio rilevante sotto il profilo della prevenzione infortuni in Alto Adige non c´é, perché si tratta di lavori di modestissime dimensioni o di cantieri ufficialmente esistenti, ma i cui lavori non corrispondono alle autorizzazioni.

anche ammettendo che gli ispettori lavorino 5 giorni alla settimana per 52 settimane/anno, e che i cantieri vengano aperti uniformemente in tutte le stagioni dell'anno (entrambe queste assunzioni sono molto conservative) questo significa che i 7 ispettori trentini devono visitare 11 cantieri al giorno sparsi su tutto il territorio. 

Certo, non serve mica ispezionarli tutti per ottenere un effetto deterrente ma se si tiene conto che in Trentino ci sono circa 60.000 aziende in settori a rischio infortuni (estrattivo, manufatturiero, produzione, estrazione distribuzione di energia acqua e gas, trasporti, alberghi e ristoranti, costruzioni, commercio all'ingrosso, riparazioni auto, moto e beni personali, settore sanitario) il compito diventa improbo

esatto prova un po´tu a spiegarglielo a Michele, che a me non mi ascolta (i monetaristi sono un po´duri di comprendonio) 

Cosa c'entra il "mercato" in tutto questo? Esiste una legislazione, che tu stesso critichi come farraginosa e mal disegnata, che prescrive, richiede, assegna ruoli eccetera. Essendo la legislazione complessa, e quindi manipolabile, la gente la manipola e ci fa i trucchi. Cosa c'entra il mercato? Chiami mercato il fatto che esistano dei privati che offrono il servizio di valutazione? Secondo la stessa logica, chiameresti di "mercato" il servizio dei taxi nelle città italiane?

Lo sapevo. Lo sapevo che utilizzando le parole chiave mercato + fallimento, ti avrei fatto saltare sulla sedia, Michele sei troppo prevedibile J. Io non ho mai detto che la legislazione è farraginosa e mal disegnata, anzi, ho detto che, tutto sommato, abbiamo delle buon eleggi, ma che vengono applicate male. Il mercato c´entra eccome, perché qui c´e un servizio che viene offerto da soggetti esterni, i quali, a differenza dei taxi, sono tanti e non a numero chiuso. Questo determina un abbassamento delle tariffe che, in astratto, puó sembrare positivo, ma, in concreto, significa che c´è qualcuno che si fa pagare per produrre il pezzo di carta in modo che qualche datore di lavoro ignorante o comunque insensibile alla questione possa ritenere di aver adempiuto all´ennesimo onere burocratico di quei rompi… dell´UE. Qui ci dovrebbe essere una competizione come dici tu tra coloro che offrono un buon servizio, ma essa non c´è per i motivi menzionati. Comunque se il datore di lavoro si rivolge ad un soggetto che gli produce solo il “pezzo di carta”, sono affari suoi perché quello che paga penalmente è lui. A me, piú che altro, dá fastidio che ci siano degli RSPP poco seri che non rischiano nulla. L´unica soluzione che, cosí, di primo acchito, mi viene in mente è

…prima che io la scriva e soprattutto che tu la legga, ti pregherei di prendere un calmante, non vorrei avere nessuno sulla coscienza!

di tipo dirigistico, ovvero stabilire un tempo minimo necessario per fare una buona valutazione a seconda del settore e delle dimensioni dell´impresa e stabilire una tariffa al di sotto della quale non andare (spero che il calmante abbia fatto effetto).

Potresti dire che c'è il mercato se la prevenzione infortuni funzionasse così: i dipendenti di un'azienda, singolarmente o collettivamente, stabiliscono parametri di rischio che son disposti a sopportare e poi contrattano a loro spese un valutatore esterno (con creazione di un mercato competitivo di "valutatori del rischio lavorativo") a cui pagano il servizio. Data la valutazione del rischio professionale che costui riporta, i lavoratori firmano contratti di lavoro con compensi che a loro sembrino adeguati, visto il rischio che affrontano. Ecco, una cosa del genere è il "mercato". Non so se va bene o male per risolvere il problema, non ci ho mai pensato e non voglio sostenere nulla. So solo che non ha nulla a che fare con quanto mi sembra esserci in questo settore in Italia.

Qui fai un esempio assolutamente contrario a tutti i principi di civiltá raggiunti nel settore, sicuramente in Europa e, secondo me anche in Amerika. Se ho capito bene, secondo te, i lavoratori potrebbero scegliere di avere un salario piú alto, accettando un maggior rischio. Un simile patto sarebbe nullo. La vita umana e la salute sono beni indisponibili e non negoziabili. Il principio è che, in presenza di un´attivitá lecita ma rischiosa, colui che la esercita per guadagnarci è tenuto a minimizzare il rischio, senza se e senza ma. Non si discute. Altrimenti torniamo ai tempi del tuo amico Smith (Adam) e della sua mano invisibile. Faccio un esempio, uno di principi cardine è di privilegiare la misura di protezione collettiva (ponteggio) su quella individuale (cintura) perché viene eliminato il rischio connesso al fattore umano. Il ponteggio costa di piú ed il datore di lavoro che stipulasse un contratto dicendo ai dipendenti, “vi pago di piú se non utilizziamo i ponteggi, ma le cinture” verrebbe perseguito in tutta Europa.

Ora vorrei capire una cosa, invece: che evidenza c'è che in Italia la probabilità d'essere colti in fallo dall'ispettore, CONDIZIONALE all'aver commesso il fallo (ossia dall'aver intenzionalmente violato le norme di sicurezza) è anormalmente bassa?

Ti cito due dati. In Alto Adige abbiamo in tutto 7 ispettori addetti alla vigilanza, contemporaneamente abbiamo almeno un migliaio di cantieri aperti sparsi su tutto il territorio provinciale, e non basta perché dovrebbero fare anche la vigilanza all´interno delle aziende, migliaia anche di queste. Dunque é, in astratto, possibile che io venga controllato, ma, di fatto, altamente improbabile. Con 7 ispettori sono state elevate nell´ultimo anno rilevato sanzioni per 400.000,00 Euro. Io ho solo una percezione empirica, ma mi sento di dire che, almeno nel 50% dei cantieri sottoposti a controllo sono state rilevate delle magagne e, se il dato fosse confermato (cercheró di farmeli dare dal responsabile del servizio), se ne dovrebbe poter trarre la conclusione che in generale, in almeno il 50% dei cantieri sparsi sul territorio vi siano delle irregolaritá.

Infine, una cosa sembra mancare da questo dibattito: una valutazione anche solo a spanne del trade off costi-benefici, e della sua dipendenza con il tipo di industria, legislazione del lavoro, regime contrattuale, educazione della forza lavoro, dimensioni dell'impresa, eccetera. Se non si parte da lì, mi sembra difficile interrogarsi su quale sia la politica socialmente ottima di prevenzione degli infortuni.

 Condivido, bisognerebbe distinguere sulla base di settori e dimensioni dell´impresa, ma, a livello leglislativo ció è difficilissimo. Lo si puó fare a livello di pianificazione dell´attivitá di vigilanza, con esigenze diverse a seconda del territorio. Ad esempio a Bolzano ci siamo concentrati sui cantieri e, in particolare, sulle cadute dall´alto perché era la tipologia di incidente mortale piú frequente. Sui dati dovresti attivare di nuovo Andrea, affinché provi a scorporarli ulteriormente (ammesso che si trovino).

Ma no Axel, ma no ... Qui i riflessi condizionati mi sembrano più tuoi che miei, suvvia! Dai l'impressione d'essere un lettore forse frettoloso ... che sia perché la moglie non ti lascia giocare con il computer i fine settimana?

Io ti ho solo descritto cosa sarebbe una soluzione di "mercato". Non ho detto che va bene (rileggimi: hai letto in fretta e ti sei messo a scrivere senza prestare attenzione a quello che avevo scritto); infatti credo vi siano delle ragioni per cui la soluzione di mercato che io ho descritto non vada bene, ma non ho mai riflettuto sul tema e le mie opinioni al momento me le tengo. Solo che non mi sembra legittimo chiamare "soluzione di mercato" una cosa che non lo è, punto. Se poi vuoi far finta di nulla e continuare a chiamare mercato la cosa che tu dici esistere in Italia, fai pure. Per me puoi anche chiamare "neve fresca" quella che c'era all'inizio di gennaio di quest'anno in cima al Piz Sorega, contento te! Però, così facendo si fa solo o confusione intellettuale, o cattiva pubblicità per la Val Badia.

Domanda: vorresti dire che queste imprese che fanno le ispezioni non sono regolate da qualche legge o regolamento? Che posso farlo pure io nel mio tempo libero quando vengo in vacanza in Alto Adige? Che non esiste un esame pubblico che abiliti a questo e a quello? Dimmelo, se è vero: così concludo, non solo che non c'è il mercato, ma anche che il legislatore è veramente impazzito.

Passiamo ad altro. In una discussione che non sia propagandistica, affermazioni del tipo

La vita umana e la salute sono beni indisponibili e non negoziabili.

andrebbero evitate. Hanno zero contenuto empirico, e persino logico: equivalgono ad affermare "la luna è fatta di formaggio svizzero, ma non è commestibile". La rischiosità di una professione è uno dei fattori (a volte il fattore principale) nella deteminazione dei salari e dei compensi non direttamente monetari. Non è così solo in Amerika, ma anche nei contratti sindacali firmati da CGIL, CISL, UIL. Prova a leggerteli, oppure dà un'occhiata alla legislazione pensionistica. A cosa pensi sia dovuto il concetto di "lavoro usurante"?

Il resto - comprese le lezioni di "civiltà"... suvvia, lasciamo stare - è, di conseguenza, aria fritta. Se ti rifiuti d'intendere che, magari erroneamente e magari con calcoli sbagliati, dietro all'insieme dell'attività di prevenzione degli infortuni (siano essi sul lavoro o facendo la Messner sul Sas de la Cruz) vi è SEMPRE ed OVUNQUE (e come potrebbe essere altrimenti!?) un calcolo di costi-benefici in cui vita e salute hanno dei prezzi (a volte impliciti, a volte espliciti) non andiamo da nessuna parte. Alberto Bisin se l'è presa spesso con i "giuslavoristi" ... vuoi proprio che cominci a dargli ragione?

Per quanto riguarda la probabilità di essere colti in fallo quando lo si è. Dati non ne avete, se capisco bene. Non ne ho neanche io, sia chiaro. Voi però ci raccontate le vostre impressioni o i vostri pre-giudizi. Amen, capita a tutti quando a disposizione non vi è nulla di meglio. Basta sapere che stiamo parlando di opinioni personali, e si evita la discussione. Potremmo, però, provare a fare un calcolo per analogia, usando dati che probabilmente tu hai. Questo, forse, ci permetterebbe calcolare dove spendere, in modo socialmente ottimo, il prossimo (ipotetico) milione di euro a disposizione della Regione Alto Adige per la prevenzione di incidenti dannosi alle persone.

Quanti sono i poliziotti della stradale in servizio (giornalmente) in Alto Adige e quante le macchine-Km percorse ogni giorno in quella regione? Io ho solo una percezione basata sull'esperienza personale, ma direi che almeno il 50% degli automobilisti commette infrazioni gravi, molte di esse potenzialmente mortali. Questo potrebbe darci un punto di partenza. Nota che, a differenza della macchina o del camion il cui comportamento è sempre mutevole come fattore di rischio (e che quindi, dal punto di vista della prevenzione degli incidenti, andrebbero costantemente sorvegliati) un cantiere è un cantiere ed una fabbrica è una fabbrica. La loro struttura (in quanto fattore di rischio) non cambia ogni giorno, o ogni cinque minuti. O i ponteggi giusti ce li hai o non ce li hai. Non credo li mettano una mattina e poi li tolgano il giorno dopo. Questo vuol dire che se un cantiere sta aperto 6 mesi o un anno, forse basta ispezionarlo un paio di volte per controllare che non violino le norme. Idem per la fabbrica, che non serve ispezionare tutti i giorni ma solo quando vi sono dei cambiamenti.

Nel caso della mia macchina, no: ogni sera, quando scendo da San Cassiano a La Villa per salutare gli amici, mi prendo dei rischi nuovi e diversi e ci vorrebbe un poliziotto ogni volta. Ma non l'ho mai visto: costi e benefici, suppongo. Tieni anche conto che le macchine che stanno dietro di me, o davanti di me, o che incrocio mentre prendo la strada di Costadedoi a velocità leggermente superiore alla consentita, non mi denunciano alla stradale. In fabbriche di dimensione anche minima ci sono le rappresentanze sindacali, oltre che lavoratori direttamente interessati a riportare la violazione delle norme sulla sicurezza. Se proviamo a fare questo conto seriamente forse possiamo calcolare se, dal punto di vista degli interessi della collettività, ci sono troppo pochi ispettori del lavoro o troppo pochi poliziotti della stradale. NB: la risposta secondo cui "sono entrambi troppo pochi", è incoerente e non è ammessa. Hai dei dati o puoi farteli dare?

 

L’ equivoco mi sembra sintomatico.

Il mercato si limita a fornire in modo efficace quel che gli viene chiesto. Il contenuto delle rischieste dipende da consumatore.

A volte il consumatore è un’ Istituzione Pubblica che formula le sue richieste tramite un provvedimento legislativo. In questo caso, qualora il consumatore non sappia fare la spesa, non si puo’ propriamente parlare di “fallimento del mercato”.

Se al mercato chiedi un “pezzo di carta” te lo produrrà in maniera efficientissima.

Per esempio, in campo scolastico, qui in italia, abbiamo dei “diplomifici” meravigliosi per efficienza (2, 3...4 anni in uno!). Morale: la scuola privata non funziona. Ma non certo perché fallisce il mercato (come a molti piace credere). Dal Consumatore Pubblico sono stati chiesti diplomifici, mica scuole. E i diplomifici sono arrivati.

Mi viene in mente come Tabarrok sintetizzava i tre classici step della privatizzazione: 1) il Pubblico si trasforma da Produttore in Consumatore 2) il Pubblico fallisce come consumatore 3) il Pubblico migliora nel suo ruolo e le cose procedono per il meglio.

Casomai il mercato fallisce quando, senza un Consumatore Pubblico, le cose vadano ancora peggio.

...

Se invece si tratta di una "guerra di civiltà", allora come non detto.

 

 

Nessuna guerra ideologica, da buon keynesiano mi sono solo divertito a provocare un po' Michele :-). Comincio a capire dove sta l'equivoco, ma mi domando. Se mi viene offerta la possibilità di acquistare questo prodotto inidoneo, in un'ottica di mercato, cosa si può fare, se non sanzionare chi acquista il prodotto e chi lo vende?

Sul resto rispondo con più calma questa sera.

prodotto inidoneo ...

definizione? Mi spiego: molte "cure" di questo e di quello tali non sono, perché non curano se non con probabilità molto inferiori a 1. Sono quindi "inidonee"?

... cosa si può fare, se non sanzionare chi acquista il prodotto e chi lo vende?

"Sorvegliare e punire", così vi chiamerebbe Foucault ...

Okkei, soddisfatto questo istinto "professionale", non viene in mente altro per migliorare la situazione? Gli esempi di bb, nel commento precedente, mi sembrano perfettamente calzanti. Lo stato chiede certificati e s'accontenta di quelli.

Come fare a creare una domanda per "sicurezza effettiva" e "commisurata al compenso" (ossia, razionalmente scelta e valutata da impresa e lavoratori)? Questo mi sembra il problema, e mi sembra un problema complicato perché c'è sempre da un lato la tentazione di sottovalutare il rischio per risparmiare e/o guadagnare di più (da entrambe le parti: pensa agli autisti di TIR) e dall'altra la tentazione di scaricare la responsabilità sull'altra parte dopo che l'incidente è avvenuto.

Vorrei anche far notare che, come l'esempio macroscopico dei TIR prova, vi è un interesse della parte pubblica in tutto questo, perché le esternalità negative possono essere enormi. In principio, quindi, il mercato puro e duro è probabile che non funzioni. Il problema non ovvio è come potrebbe funzionare meglio il sistema misto, quello dove anche lo stato interviene.

Gran bella discussione e grossi problemi sollevati, troppo grossi per il cervello piccolo di un PM keynesiano J.

Comunque mi sforzeró a dare qualche risposta dal punto di vista del leguleio.

Passiamo ad altro. In una discussione che non sia propagandistica, affermazioni del tipo “La vita umana e la salute sono beni indisponibili e non negoziabili”. andrebbero evitate.

Attenzione, questa non è un´affermazione propagandistica. Il mio linguaggio ed approccio ai problemi è inevitabilmente diverso dal tuo perché parte da diversi presupposti logici. Sto parlando di concetti giuridici, in quanto tali applicati in concreto nelle aule dei tribunali. Sarebbe interessante conoscere anche l´approccio del medico legale in questa discussione. Luca Neri, se ci sei ancora, batti un colpo! Contratti che negoziano la vita umana o la salute sono illeciti e quindi, giuridicamente parlando, nulli. Lo ribadisco.

Non è così solo in Amerika, ma anche nei contratti sindacali firmati da CGIL, CISL, UIL. Prova a leggerteli, oppure dà un'occhiata alla legislazione pensionistica. A cosa pensi sia dovuto il concetto di "lavoro usurante"?

Ecco, è proprio qui che non ci intendiamo, ció cui tu fai riferimento è diverso da ció di cui parlo io. Quello di cui parli tu è questo: esistono molteplici attivitá tutte in sé lecite ma che possono essere piú o meno rischiose (dal contabile allo stunt man). Il rischio che si assume lo stunt man oppure il lavoratore dell´acciaieria è un rischio lecito, ma maggiore rispetto a quello del contabile ed, in quanto tale, maggiormente remunerato. Perfettamente legittimo ed anche giusto (sempre che sia cosí). Tuttavia, all´interno del singolo settore (acciaieria) vi sono degli standard di sicurezza che devono essere attuati e non sono negoziabili. Non si potrebbe, quindi, all´interno del settore, consentire differenti standard di sicurezza a seconda di come poi venga retribuita la forza lavoro. Tu mi parli di “aria fritta”, ma ti garantisco che per le imprese questa “aria fritta” puó essere un problema di non poco momento. I giuristi parlano del principio del c.d. “massimo tecnologicamente fattibile”, in altre parole la mia azienda dovrebbe, in linea teorica, essere sempre aggiornata al nuovo standard di sicurezza esistente sul mercato. Tenuto conto del sempre piú rapido progresso tecnologico esistente, le aziende dovrebbero continuamente rinnovare o aggiornare il parco macchine fino allo sfinimento. È molto difficile per un giurista, comunque conscio de suo ruolo sociale e non invasato, applicare questo criterio. C´è una sentenza della Corte di giustizia europea che ha dato ragione alla Gran Bretagna, la quale, nella sua normativa parla, se non ricordo male di, aggiornamento “ragionevole”. Senonché questo principio di ragionevolezza, per quanto piú pragmatico è ancora piú sfuggente.

Dati non ne avete, se capisco bene… Potremmo, però, provare a fare un calcolo per analogia, usando dati che probabilmente tu hai.

Oggi ho telefonato al responsabile del servizio di vigilanza. Mi ha detto che sui cantieri hanno uno score del 100%, ogni colpo un centro! Ok, ok, ho taroccato i dati, ma del resto in Italia ho illustri esempi, Visco, Tremonti, poi ancora Visco, per non parlare del mitico Calisto! Il dato, a quanto pare, va letto cosí. L´ispettore decide di dedicarsi ad una determinata zona in un determinato periodo. Egli seleziona gli obiettivi facendo uno screening dall´esterno, dove vede, giá da fuori, delle magagne, fa l´ispezione andando, cosí, a colpo sicuro. Con ció va perso, purtroppo, il dato che cercavi tu, ovvero quello in percentuale dei cantieri regolari. Sempre parlando con il direttore del servizio, ad occhio e croce, hanno detto che su dieci cantieri ne visitano sei perché vi trovano delle magagne immediatamente percettibili dall´esterno. In ogni caso, entro mercoledì, dovrei avere alcuni dati che sará mia cura farvi avere.

Questo, forse, ci permetterebbe calcolare dove spendere, in modo socialmente ottimo, il prossimo (ipotetico) milione di euro a disposizione della Regione Alto Adige per la prevenzione di incidenti dannosi alle persone.

Questa cosa è interessantissima, come tutta questa discussione. Mi permette di vedere la problematica sotto un´altra ottica, purtroppo i dati sono quelli che sono, ma proviamo comunque a scorporarli assieme non appena li abbiamo.

In fabbriche di dimensione anche minima ci sono le rappresentanze sindacali, oltre che lavoratori direttamente interessati a riportare la violazione delle norme sulla sicurezza.

Magari, mai visto nel privato, solo nel pubblico ed anche lí raramente.

Questo mi sembra il problema, e mi sembra un problema complicato perché c'è sempre da un lato la tentazione di sottovalutare il rischio per risparmiare e/o guadagnare di più (da entrambe le parti: pensa agli autisti di TIR) e dall'altra la tentazione di scaricare la responsabilità sull'altra parte dopo che l'incidente è avvenuto. Verissimo, condivido. Vorrei anche far notare che, come l'esempio macroscopico dei TIR prova, vi è un interesse della parte pubblica in tutto questo, perché le esternalità negative possono essere enormi. In principio, quindi, il mercato puro e duro è probabile che non funzioni. Il problema non ovvio è come potrebbe funzionare meglio il sistema misto, quello dove anche lo stato interviene.

 Qui faccio fatica a seguirti, mi fumano le meningi…

In Italia (ma direi anche in Europa, Alex correggimi) il medico del lavoro deve indicare se il lavoratore e' idoneo o meno al lavoro (con diverse sfumature) che compie. Il lavoratore non puo' negoziare questo giudizio, ma puo' appellarsi contro il giudizio di inidoneita' presso un ente terzo. Il livello di rischio accettabile e' fissato dalle agenzie regolatorie.

Michele chiede come sia possibile "creare una domanda per "sicurezza effettiva" e "commisurata al compenso" (ossia, razionalmente scelta e valutata da impresa e lavoratori)? Non lo so, e' una domanda per economisti, nel frattempo altre domande....

Il rischio occupazionale, in particolare quello chimico, e' molto difficilmente valutabile per chi non ha conoscenze tossicologiche e statistiche. Poniamo il caso che l'azienda xy che bonifica l'amianto, decida che il livello accettabile di rischio per tumore pleurico a seguito di esposizone ad amianto e' 1/10.000 anni*persona. Il tumore pleurico ha una latenza media di 40 anni, per questo prevedono di continuare la produzione cosi' per 20 anni e impiegare 50 dipendenti per un totale di 1000 anni*persona. Se non sono proprio sfortunati non dovranno rispondere di alcun caso di mesotelioma fintanto che sono in attivita'.

L'azienda concorrente impieghera' gli stessi 1000 anni*persona ma decide di accettare un rischio superiore, 1/5.000. Questo permettera' di adottare misure di sicurezza meno costose ma dovranno pagare di piu' i dipendenti. La domanda per gli economisti e': Quanto di piu'? Ammesso che l'operaio capisca il conetto di anni*persona, la differenza tra un rischio dello 0.0001 a uno dello 0.0002 di contrarre un mesotelioma tra 40 anni per un singolo individuo e' insignificante e difficilmente valutabile. Una persona puo' maneggiare probabilita' in termini di percentuali ma quanto siamo in grado di apprezzare differenze cosi' piccole? E cosi' dilazionate nel tempo? Oltretutto al momento del contratto i lavoratori non possono prevedere quale sara' la loro esposizione life-time..  Il timore e' che se lasciassimo alla contrattazione tra lavoratori e imprese di stabilire l'accettabilita' dei rischi, temo che ci troveremmo ad accettare rischi dell'ordine di 1 su cento e ci troveremmo una societa' in barella nel giro di 30 anni e tanto inquinata come a inizio secolo...non so se conviene.

Dal punto di vista della societa' invece queste apparentemente piccole differenze di rischio avrebbero conseguenze ben piu' percettibili e valutabili. Nell'esempio dell'amianto, per ogni milione di esposti avremmo circa 100 casi in piu' all'anno. Mica poco considerati i costi della malattia. I costi diretti di un mesotelioma in Scozia si agirano sulle 90000 sterline ma negli USA si puo' spendere fino a $600.000 se si ha la sfortuna di sopravvivere 2 anni . Infatti l'amianto e' stato bandito da ogni attivita' produttiva in quanto cancerogeno e le operazioni di bonifica devono essere condotte con particolare procedure di sicurezza che abbattono l'esposizione.

 

In Italia (ma direi anche in Europa, Alex correggimi) il medico del lavoro deve indicare se il lavoratore e' idoneo o meno al lavoro (con diverse sfumature) che compie

sull´Europa non saprei esattamente, dovrei rileggere la direttiva.

L'azienda concorrente impieghera' gli stessi 1000 anni*persona ma decide di accettare un rischio superiore, 1/5.000. Questo permettera' di adottare misure di sicurezza meno costose ma dovranno pagare di piu' i dipendenti.

vietato, vietato, vietato (almeno in Italia)

Il timore e' che se lasciassimo alla contrattazione tra lavoratori e imprese di stabilire l'accettabilita' dei rischi, temo che ci troveremmo ad accettare rischi dell'ordine di 1 su cento e ci troveremmo una societa' in barella nel giro di 30 anni e tanto inquinata come a inizio secolo...non so se conviene.

Convengo in pieno, spiegagliela anche questa a Michele, che quello crede che si tratti di "aria fritta".

"L'azienda concorrente impieghera' gli stessi 1000 anni*persona ma decide di accettare un rischio superiore, 1/5.000. Questo permettera' di adottare misure di sicurezza meno costose ma dovranno pagare di piu' i dipendenti.

vietato, vietato, vietato (almeno in Italia) "

Si si, lo so che e' vietato, era un esempio per illustrare a che livelli di probabilita' si deve ragionare in termini di sanita' pubblica e introdurre la mia domanda agli economisti: siamo in grado di apprezzare e monetizzare differenze di rischio' cosi' piccole?  Lasciare a lavoratori e imprese di contrattare il livello di rischio accettabile a fronte di differenze nella retribuzione (era quello che chiedeva Michele, mi pare), implica questo tipo di valutazioni.

D'altronde un esempio della direzione che prenderebbe una strategia di questo tipo l'abbiamo proprio qui a St. Louis. Fino a qualche anno fa (2000) il 30% dei bambini di St. Louis erano intossicati da piombo sopra la soglia ammessa (che purtroppo non e' protettiva comunque) con punte anche del 50% in certi quartieri poveri (1). Il piombo provoca diverse malattie tra cui malattie renali, anemia e ritardo mentale nei bambini. Dal 1999 sono state via via introdotte leggi piu' restrittive e stanziati fondi per ridurre l'inquinamento delle case (aumentati nel 2003, ad esempio offrendo controlli e bonifiche gratuite o a costi agevolati) e il livello di quest'anno e' del 7%.

In definitiva il "mercato" sembra accettare livelli di rischio piu' alti di quelli di una regolazione centralizzata.

Che il mercato possa accettare livelli di rischio più alti di un livello imposto legislativamente è sicuramente vero, basta che il legislatore scelga questo livello sufficientemente alto. Ma in base a quale evidenza puoi affermare che i livelli di rischio che risultano dal mercato sono inefficienti? Io non ho dati per affermare né questo né il suo contrario.

Quello che posso dire è che la letteratura sulla valutazione del rischio da parte dei lavoratori è piuttosto vasta, e concorda nell'affermare che, anche a livelli di rischio molto bassi (per esempio, i dati usati in questo paper, 1.67 incidenti fatali ogni 10mila lavoratori per anno, con uno scarto quadratico medio di 3.43), i lavoratori si fanno compensare per il maggiore rischio. Molti studi empirici trovano una correlazione positiva fra rischio e salari: l'ordine di grandezza è di circa $500/anno per ogni 1/10000 di probabilità di incidente fatale (il che corrisponde ad una compensazione fra l'1 ed il 2 per cento del salario per accettare il livello di rischio medio piuttosto che l'assenza di rischio).

Puoi argomentare che -secondo i tuoi valori- questo corrisponda ad un differenziale di compensazione troppo basso, o che questo sia dovuto ad una percezione troppo bassa del rischio da parte dei lavoratori. Bassa o meno che sia la percezione in termini assoluti, quel che sembra emergere dagli studi però è che i lavoratori sanno valutare la differenza fra 0.000000, 0.000167, e 0.000510 (giusto per stare nei limiti dell'intervallo definito dallo scarto quadratico, che contiene una buona percentuale di lavoratori). Ma se sanno valutare la differenza, mi spieghi perché non dovrebbero saper valutare il livello, che in termini quantitativi è dello stesso ordine di grandezza?

Concludo che io non sono un grande amante di questa letteratura, che ha i suoi problemi, ma le correlazioni fra salari e differenze di rischio basse ci sono, quindi l'onere della prova è tutto tuo.

Andrea, a dir la verità quando si propone di cambiare
radicalmente un sistema che ha sostanzialmente dimostrato di essere efficace in
tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti (cioè quello di imporre limiti di
esposizione e procedure di sicurezza per legge) l’onere della prova spetta a
chi propone. Quando si introduce una nuova terapia chi vuole commercializzarla
deve dimostrare che e’ superiore a quella esistente ed e’ altrettanto sicura.

Ci sono chiaramente dei problemi, il sistema attuale può essere raffinato, ma
sostanzialmente funziona. L’articolo che citi, per varie ragioni che elenco
qui sotto, non può essere usato come prova di un rapporto di causalità. Può
dare indicazioni per suggestive ipotesi di ricerca ma usarlo per invocare un
cambio così radicale nei sistemi di prevenzione mi sembra azzardato.

Per prima cosa il disegno dello
studio e’ osservazionale, retrospettivo e di tipo correlazionale.
L’autore ha fatto tutto quello che poteva per affrontare il problema della
reverse causality con il modello  2 e
della self-selection con il modello 3 ma questo studio non può
essere certo di aver correttamente interpretato la relazione temporale tra
esposizione e salario semplicemente perché non ha misurato la dinamica
salariale dall’assunzione e successivamente. Ma d’altronde lo stesso autore avvisa
che solo studi di coorte longitudinali o sperimentali o quasi-sperimentali
potranno dirimere la questione.

Voi
proponete un sistema in cui il mercato stabilisce la soglia di rischio.
In questo caso la contrattazione e’ necessariamente individuale e a
livello
aziendale e non prevede contrattazioni per settore merceologico. Come
si può altrimenti premiare
un’azienda che migliori i suoi livelli di sicurezza? Nello studio però
si osserva l'associazione tra stipendi e gruppi di aziende con diversi
livelli di rischio: non vi
e’ neppure un indicatore seppur grossolano dell’organizzazione del lavoro a
livello aziendale
, presenza di procedure di sicurezza, e livello di automazione
che sono una causa importante di infortuni e della produttività dell’azienda. Nell’articolo non esiste alcuna misura della percezione del rischio
da parte dei lavoratori. Per misurare questo parametro si usa un proxy del  “rischio
reale”. Cioe'
questo studio puo' al limite mostrare che i lavoratori hanno una certa
percezione del ranking dei rischi per certi gruppi di aziende ma non
della loro capacita' di valutare il rischio reale specifico per
l'azienda che li sta assumendo. 

La
mis-classificazione dell’esposizione e’ uno dei problemi principali
dell’epidemiologia dalla sua nascita (questo libro:
Checkoway,
Research Methods in Occupational Epidemiology). Sono contento che il
problema
sia stato brillantemente risolto con l'idea che basti "chiedere al
lavoratore". Questa era una battaglia sindacale degli anni '70.

Veniamo quindi alla misura del “rischio reale”: l’articolo compara
aziende raggruppate con criteri merceologici come proxy del rischio effettivo
aziendale. In altre parole assume che il rate medio di incidenti in una certa
categoria merceologica sia una misura dell’esposizione valida per le aziende di
quella categoria. Sono andato a guardarmi questo sistema di classificazione
(qui ) e, giusto per fare un esempio, nella stessa rate class 853 ci sono
ospedali psichiatrici, generici, riabilitativi, e per la cura delle dipendenze,
ecc … Questo articolo da un'idea delle difficolta' nel classificare le aziende a seconda del rischio infortunistico negli Stati Uniti. Quando
si parla di rischio chimico (ovvero i rischi la cui entita' e'
regolata per legge) stimare il rischio con questo tipo di metodologia
e' ancora piu' difficile: questo articolo da
un’idea di quanto una Job Exposure Matrix costruita su 4000 job titles (non 109
classi come nell’articolo che avete indicato) possa mis-classificare il rischio
chimico perché nello stesso settore produttivo, addirittura a livello di job
title, il livello di rischio e’ molto eterogeneo. 

In conclusione, non escludo che l'osservazione sia "vera" ma
semplicemente che l'evidenza non e' abbastanza forte da farmi escludere
l'ipotesi che questa osservazione sia spuria. Piu' sotto qualche
evidenza che invece mostra quanto la valutazione del rischio da parte
dei lavoratori sia inaccurata anche per quanto riguarda il rischio
infrotunistico.

Infine l'articolo ha quache problema di generalizzabilita': l’articolo indicato e’ relativo al rischio infortunistico ma
quando si parla di limiti di esposizione stabiliti per legge si parla di limiti
tossicologici o batteriologici o bio-meccanici. Il problema che ponevo infatti
riguardava l’esposizione ad una sostanza chimica. L’amianto non si vede, non ha
odore, ma si respira. I problemi della valutazione soggettiva del rischio sono
molto diversi tra la valutazione del rischio infortunistico (vedere se c’e’ o
non c’e’ un ponteggio) e per la valutazione del rischio tossicologico (stimare
la concentrazione di amianto nell’aria).    
***

Mi si chiede quali evidenze ci sono che i lavoratori stimano il rischio in
modo inaccurato. Un modo per rispondere a questa domanda potrebbe essere: qual
e’ il livello di agreement tra una scala di rischio prodotta dai lavoratori e
il ranking di rischio oggettivo per un set di diverse attività lavorative? Solo
se il ranking soggettivo e oggettivo sono in accordo i lavoratori sono in grado
di premiare accuratamente (attraverso uno “sconto” sul salario) le aziende che
abbattono il rischio. Sarebbe anche molto utile avere un ranking cosi' denso da
avere due attività lavorative per le quali esiste una differenza di rischio
misurata oggettivamente ma che non viene discriminata dai lavoratori. In questo
modo sapremmo quali differenziali di rischio possono essere accuratamente
percepiti dal lavoratore. Ci sono pochi studi specificamente indirizzati a
studiare questi aspetti. In genere però indicano che i lavoratori sono poco
accurati in confronto alle misure strumentali o ai dati storici degli infortuni
per compito lavorativo.

Ecco una breve review sull'argomento (pagine 11-13) a cui segue un piccolo
studio che mostra che i lavoratori (ma persino gli esperti quando viene chiesto
loro di fare stime di rischio basandosi su valutazioni qualitative) hanno
mis-concezioni grossolane circa la pericolosità di alcuni comportamenti sul
luogo di lavoro. Il ranking dei rischi dei lavoratori persino all’interno dello
stesso compito lavorativo non corrisponde al ranking dei rischi misurati
oggettivamente. 

Un’altra indicazione delle mis-percezioni del rischio viene da questo survey: il contatto
con liquido biologico infetto e’ l’infortunio più grave che possa capitare nel
settore sanitario. Si presume che medici e infermieri siano ben informati sulle
modalità di trasmissione.  Questa nozione
e’ fondamentale per stimare il rischio a livello aziendale (che procedure
adotta l’ospedale che mi sta assumendo per contrastare il rischio di
trasmissione dell’hiv?). Solo il 68% dei dentisti, il 70% degli infermieri e il
73% dei tecnici hanno fornito la risposta corretta circa la possibilità di
trasmissione del virus tramite sperma/secrezioni vaginali, e addirittura meno
della metà sapevano che il virus non si trasmette con l'urina.

             
***

Un'ultima considerazione: anche se lo studio canadese ha aggiustato per sesso, età, razza,
iscrizione al sindacato, esperienza lavorative, grado di specializzazione, ecc
sarebbe stato interessante vedere i modelli stratificati per queste variabili.
Se la relazione tra rischio e salario fosse diversa per ogni strato (come e’
lecito aspettarsi ) e volessimo lasciare al mercato il compito di posizionare
l’asticella dell’accettabilità’ del rischio dovremmo accettare che la salute di
un bianco o di un rappresentante sindacale hanno un valore diverso da quella di
un lavoratore non sindacalizzato o di un nero semplicemente perché hanno forza
contrattuale diversa. Ma queste sono considerazioni etiche...

 

Luca, scusa se rispondo con un po' di ritardo. Nella tua risposta hai chiarito cosa intendevo con la frase "non sono un grande amante di questa letteratura". Fa piacere sentire menzionare le frasi "reverse causality" e "selection" da un medico. Hai ragione che prendere quei risultati come indicazioni di policy e' alquanto ardito. E hai ragione che occorrerebbero dati molto piu' disaggregati e settoriali per capirne di piu'. Ma se qualcosa ho imparato dall'economia e' che a parita' di dettaglio campionario l'evidenza che si trae da dati oggetto di scelta dell'individuo (che lavoro hai scelto? che salario hai accettato?) sono piu' validi che dati tratti che da questionari dati in risposta alle domande (pensi sia piu' rischioso il comportamento x o y?)

Comunque sia, non ho evidenza per contraddire i risultati che citi sulla mis-percezione del rischio. Il punto di questa letteratura economica, secondo me, non e' certo fornire indicazioni precise di policy, quanto di fornire un'indicazione teorica, non contraddetta almeno da qualche grossolana evidenza empirica, dell'esistenza di effetti cui il policy-maker deve pensare. 

In questo caso, il punto e' che, ancora una volta, si tende a ragionare col "modello superfisso" (scusa se uso questo neologismo creato da Sandro, ma ormai fa parte del pane quotidiano dei lettori di nfa). E cioe' che imporre degli standard ha dei costi. Costringere le famiglie a togliere il piombo dall'intonaco significa fare pagare le case di piu', e magari per potersi permettere la casa finiscono a dare da mangiare ai bambini junk food. Cosa faccia piu' male ai bambini non lo so, ma a questo punto uno dovrebbe spiegare perche' l'intonaco va regolamentato ed il cibo no. E' solo un esempio stupido che probabilmente nel caso in questione non vale nulla, ma e' questo il tipo di riflessioni che si debbono fare. 

Un'ultima considerazione: anche se lo studio canadese ha aggiustato per sesso, età, razza,
iscrizione al sindacato, esperienza lavorative, grado di specializzazione, ecc
sarebbe stato interessante vedere i modelli stratificati per queste variabili.
Se la relazione tra rischio e salario fosse diversa per ogni strato (come e’
lecito aspettarsi ) e volessimo lasciare al mercato il compito di posizionare
l’asticella dell’accettabilità’ del rischio dovremmo accettare che la salute di
un bianco o di un rappresentante sindacale hanno un valore diverso da quella di
un lavoratore non sindacalizzato o di un nero semplicemente perché hanno forza
contrattuale diversa. Ma queste sono considerazioni etiche...

Non sono per niente considerazioni etiche, dovremmo finirla una volta per tutte con il pregiudizio che una posizione liberista sia quella di chi non ha a cuore il benessere altrui. Al contrario, l'idea e' che il benessere altrui, almeno in prima approssimazione, si persegue lasciando loro la liberta' di scegliere il trade-off fra rischio e compensazione. Lasciamo stare razza e sesso: la discriminazione e' un problema con un ambito ben piu' vasto che quello della prevenzione degli infortuni. Ma ricordati che sindacalizzazione, esperienza, specializzazione (le altre variabili che hai menzionato) sono frutto di scelta. Il lavoratore sceglie di specializzarsi in un certo ambito, di lavorare in un settore piu' o meno sindacalizzato, etc... anche in base alla propria propensione al rischio.

Ancora una volta,  stabilire dall'alto un livello di accettabilita' del rischio comporta dei costi per i lavoratori che hanno scelto questi lavori magari per ottenere altri tipi di vantaggi. Non sto dicendo che non sia giusto imporre certi standard minimi. In presenza di asimmetrie informative e' una possibile soluzione di second-best. Ma allora occorre discutere di queste asimmetre informative, consapevoli che di second-best si tratta. 

Dal punto di vista della società invece queste apparentemente piccole
differenze di rischio avrebbero conseguenze ben più percettibili e
valutabili. Ecc ...

Perfetto. Facciamo finta sia vero che i lavoratori non sanno valutare i rischi appropriatamente (discutere questo ci porterebbe all'eterna diatriba sul grande fratello, la programmazione, gli esperti che pensano di avere la verità, eccetera) e che i calcoli fatti dagli esperti siano perfettamente corretti. Se ben capisco il costo sociale che hai in mente consiste nel fatto che il servizio sanitario pubblico dovrebbe sobbarcarsi, usando i numeri dell'esempio che fai tu, $(100x600K).

<em>[Tralascio anche il problema, MOLTO complicato ma MOLTO importante, generato dai continui avanzamenti delle nostre conoscenze medico-biologiche e delle applicazioni dell'ingegneria alla medicina. Eccolo definito, per chi volesse discuterelo: nella misura in cui la scienza progredisce, un numero crescente di "cause di morte" di tutti i tipi diventano "curabili" o per lo meno "trattabili" (ossia, la vita viene estesa di N anni). È ragionevole pensare che tutto avvenga ad un costo crescente, se non per anno di vita media guadagnata, almeno per persona (cresce il numero di malattie che posso trattare, in media). Poiché vivere uccide (almeno in valore atteso), il numero di attività lavorative e non che, progressivamente, saranno causa di malattie trattabili crescerà esponenzialmente. Lo sta già facendo: decine di infermità che non erano considerate "professionali" (forse perché nemmeno erano conosciute) ora lo sono. Per esempio, il fatto che scrivo su nFA invece di andarmi a fare 5 miglia al parco di certo riduce la mia speranza di vita. A quale punto tireremo la linea e smetteremo di considerare la natura professionale della malattia X? O pensiamo davvero sia ragionevole estendere infinitamente l'insieme delle attivita' che causano morte, sino a coprire qualsiasi ambito della vita, lavorativa e non?]<em>

Torniamo al punto. C'è questo costo sociale $(100x600K) "causato" da aziende che fanno contratti di lavoro con dipendenti che non interiorizzano questo aspetto (perché sono tonti, o perché c'è l'assicurazione pubblica generale ed obbligatoria). Bene, se ci sono (per fare i calcoli semplici) 6000 aziende di questo tipo, tutte di uguale dimensione, le si tassa per $10K per unità di tempo in cui tale costo si determina. Esattamente come, in teoria, la tassa sulle sigarette dovrebbe coprire (infatti, più che copre, supercopre) i costi sociali delle malattie "causate" dal fumo delle sigarette medesime. Sic, et simpliciter.

Michele, le malattie da lavoro diminuiscono, non
aumentano. La differenza
tra la medicina del lavoro e le altre
discipline e’ questa: essendo preventiva, quando ha successo si
auto-estingue.
La Clinica del Lavoro di Milano e’ chiusa perché non avevamo più malati
da
trattare. Ci sono ancora ambulatori, e fanno ricerca, ma il reparto e’
chiuso. Per me chiaramente questo e’ un successo.

La causa
professionale delle malattie non e’ una scelta politica. L’asticella e’ posta
dalla scienza: c’e’ o non c’e’ un nesso di causa dimostrato? Mio
padre, nel
laboratorio della Montedison, si lavava le mani nel benzene negli anni
’60. La
medicina del lavoro ha scoperto che questo composto chimico e’
associato alla
leucemia. E’ bastato sostituire il benzene con il toluene e altri
solventi non cancerogeni per risparmiarci milioni di
leucemie in età senile. E lo stesso e’
accaduto per moltissime altre malattie che accadevano, ma poiché non ne
conoscevamo
la causa professionale, continuavano ad accedere: tutte le
penumoconiosi, le malattie
epatiche da solventi e da PVC, le malattie ematiche, renali,
neurologiche che erano causate dal lavoro oggi non esistono piu! 

Certo
l'auto-estinzione provoca un certo sconcerto tra i cultori della
disciplina e i meno fantasiosi cercano di salvarsi la carriera creando
nuovi fortini. Si sono messi a regolamentare per legge il numero di ore
in cui si puo' stare davanti al PC per prevenire "gli occhi
stanchi"....Questo e' una patetica sciocchezza che ruba soldi e risorse
al nostro sistema produttivo e ai lavoratori.

Ma
scoprire le cause delle malattie, professionali e non, non ha nulla a
che fare con questo processo di auto-difesa insensato che va
combattuto. L'ultima aggiunta alle malattie compensabili dall'INAIL
sono le malattie da sovraccarico bio-meccanico. Alcune malattie
muscolo-scheletriche sono causa di disabilita': se uno non puo'
sollevare la spalla, non puo' sollevare la spalla. Puoi anche dire "chi
se ne frega, si vive per morire", ma poi sta gente non puo' piu'
lavorare e spende un sacco di soldi dal medico senza poter avere una
terapia efficace. 

Fino a qualche anno fa si pensava che queste malattie fossero causate da un fragilita' intrinseca dell'articolazione. Oggi sappiamo con certezza che alcune malattie muscolo-scheletriche sono causate da alcuni processi lavorativi.
Sappiamo descrivere quali processi sono a rischio, e indicare una
soglia di non pericolosita'. Grazie a queste conoscenze e' possibile
costruire macchinari sicuri a costo aggiuntivo zero (costruire una
macchina per la stiratura delle calze di nylon che non richieda al
lavoratore di sollevare le braccia sopra le spalle non costa di piu'
che costruire una macchina che provoca la sclerosi della spalla per
scarso afflusso di sangue: significa abbassare di 10 cm il punto di
caricamento della macchina). Nel frattempo che la tecnologia si adegui
che facciamo, non compensiamo queste malattie che ci sarebbero comunque
anche se facciamo finta di niente?

Credo che la tua domanda si applichi meglio ad altre branche della medicina in cui ogni giorno si
inventano nuove diagnosi e si medicalizza tutto (compresa la
tristezza). Ma la salute e' un affare che macina il 15% del GDP
americano ed e' in costante crescita e anche questo ha i suoi lati
postivi. Bisogna sapere pero' cosa si compra...

 

Il mercato c´entra eccome, perché qui c´e un servizio che
viene offerto da soggetti esterni, i quali, a differenza dei taxi, sono
tanti e non a numero chiuso. Questo determina un abbassamento delle
tariffe che, in astratto, puó sembrare positivo, ma, in concreto,
significa che c´è qualcuno che si fa pagare per produrre il pezzo di
carta in modo che qualche datore di lavoro ignorante o comunque
insensibile alla questione possa ritenere di aver adempiuto
all´ennesimo onere burocratico di quei rompi… dell´UE. Qui ci dovrebbe
essere una competizione come dici tu tra coloro che offrono un buon
servizio, ma essa non c´è per i motivi menzionati. Comunque se il
datore di lavoro si rivolge ad un soggetto che gli produce solo il
“pezzo di carta”, sono affari suoi perché quello che paga penalmente è
lui. A me, piú che altro, dá fastidio che ci siano degli RSPP poco seri
che non rischiano nulla.

Il mercato dovrebbe essere piu' uno strumento che un'ideologia, e in ogni caso non di e' mai visto un mercato che funzioni senza leggi efficaci, o almeno di un molto favorevole consenso sociale che fissi potenti leggi non scritte. Quello che tu vedi come fallimento del mercato io lo vedo piuttosto come ambiente sociale sfavorerole (propensione all'illegalita' e alla faciloneria), leggi inadeguate, e anche perche' inadeguate non applicate efficientemente. 

L´unica soluzione che, cosí, di primo acchito ...
mi viene in mente èdi tipo dirigistico, ovvero stabilire un tempo minimo necessario
per fare una buona valutazione a seconda del settore e delle dimensioni
dell´impresa e stabilire una tariffa al di sotto della quale non andare
(spero che il calmante abbia fatto effetto).

A me personalmente sembra una cura sostanzialmente sbagliata. La cura piu' adeguata per me e' una legislazione migliore, e un maggiore investimento nel farla rispettare.

Negli USA sono stato testimone di come uno Stato degno di tal nome agisce concretamente per ridurre gli infortuni sul lavoro. In seguito ad un incidente grave anche se non mortale in un grande laboratorio nazionale di ricerca, le attivita' del laboratorio sono state bloccate per mesi per dar modo di fare un'inchiesta approfondita da parte di esperti esterni su tutte le procedure di sicurezza, producendo un rapporto dettagliato, cui la dirigenza del laboratorio ha risposto con dettagliato documento scritto.  Solo dopo un parere favorevole riguardo l'avvio della realizzazione di migliori procedure di sicurezza il laboratorio ha ripreso a funzionare.

Secondo me sono azioni come quelle che possono avere un qualche effetto, non certo la tariffa minima dei responsabili dei piani di sicurezza. 

Negli USA sono stato testimone di come uno Stato degno di tal nome agisce concretamente per ridurre gli infortuni sul lavoro. In seguito ad un incidente grave anche se non mortale in un grande laboratorio nazionale di ricerca, le attivita' del laboratorio sono state bloccate per mesi per dar modo di fare un'inchiesta approfondita da parte di esperti esterni su tutte le procedure di sicurezza, producendo un rapporto dettagliato, cui la dirigenza del laboratorio ha risposto con dettagliato documento scritto.  Solo dopo un parere favorevole riguardo l'avvio della realizzazione di migliori procedure di sicurezza il laboratorio ha ripreso a funzionare.

Secondo me sono azioni come quelle che possono avere un qualche effetto, non certo la tariffa minima dei responsabili dei piani di sicurezza. 

guarda che funziona esattamente cosí anche in Italia in caso di infortunio, specie se grave. La prima cosa che si fa é il sequestro del cantiere o della macchina o della fabbrica sia per ragioni di prova (ricostruzione del fatto in vista del processo), sia per evitare ulteriori pericoli. Solo dopo aver accertato le cause e, soprattutto, eliminato i pericoli, si dispone il dissequestro. Ma in un caso simile si agisce in ritardo, ad incidente giá avvenuto e per di piú in una singola azienda, non sullo specifico settore economico in generale. Per quel laboratorio messo in regola, ce ne possono essere mille pericolosi, ancora attivi semplicemente perché non vi si é verificato un infortunio. Lo scopo primario della normativa é invece quello di ridurre gli infortuni ad una dimensione fisiologica.

Ho l'impressione che il dibattito, nato
dal tecnicamente eccellente articolo di Axel, si sia gradualmente
spostato dall'analisi di questo ideologico – e perciò
sbagliato - Testo Unico sulla sicurezza a considerazioni in merito a
deterrenza, colpe, controlli e sanzioni, sulla cui centralità
mi permetto di dissentire.

Sebbene mi renda conto che un
magistrato ed un medico del lavoro, per formazione ed abitudine, non
possano che attribuire primaria importanza a tali aspetti, io ritengo
invece che il fulcro del problema non stia nell´efficacia dei
controlli e nelle modalitá di sanzione, ma tutta la questione
della sicurezza sul lavoro abbia una matrice di tipo culturale,
esattamente allo stesso modo di molte altre componenti del vivere
civile, rispetto della legalità in primis, e come tale vada
trattata.

A questo punto logica vuole che sforzi
(prima di tutto di tipo legislativo, con chiarezza e semplicità
di applicazione) ed investimenti (magari rendendo più
efficiente la gestione dei servizi pubblici deputati alla materia,
per convogliare risorse dallo spreco all'utilità) vengano
concentrati sulla formazione, in un'ottica collaborativa, anziché
da Grande Fratello orwelliano.

Per far ciò sarebbe necessario
evitare gli approcci da lotta di classe, secondo i quali i “padroni”
son cattivi per definizione e sfruttano i poveri operai – purtroppo
ancora presenti in questo paese, anche se finalmente fuori dal
parlamento – e tener presente, invece, la banale verità che
gli infortuni non sono certamente graditi alle aziende ma, a
prescindere da ogni – pur corretta e chiaramente espressa –
considerazione di ordine etico, costituiscono inefficienze con un
costo ben superiore al semplice pagamento di sanzioni anche cospicue.

Vorrei ricordare, a tal proposito, che
nel tipico sistema economico italiano, formato da un grande numero di
piccole aziende nelle quali gli addetti sono pochi ed i rapporti
molto personali, i collaboratori costituiscono per l'imprenditore una
risorsa fondamentale, il cui venir meno – anche parziale e
temporaneo – genera problemi non indifferenti.

È evidente, dunque, che le
piccole aziende abbiano tutto l'interesse a curare al meglio la
sicurezza (pur in un contesto di oggettiva carenza di risorse
economiche) e, di conseguenza, il primo compito di una legislazione
in materia dovrebbe esser quello di fornire supporto a tale scopo,
utilizzando strutture e programmando investimenti invece di “mostrare
la faccia feroce” di uno Stato patrigno, che così viene
comunemente percepito.

Chissà perché ..... :-)

Hai perfettamente ragione. Prima di tutto, bisogna educare. Il nostro é soprattutto un ritardo culturale. Durante la mia famosa ricerca su internet, trovai un sito tedesco in cui dicevano che, nei paesi del sud, c´é una correlazione tra gli incidenti stradali e qulli sul lavoro, dovuta ad una scarsa cultura della sicurezza in generale.

L´approccio sanzionatorio, comunque, dever rimanere, secondo me, parte della strategia, la quale, tuttavia, non deve buttare via il bambino con l´acqua sporca (come nel caso della responsabilitá delle persone giuridiche) e quindi con pene non troppo elevate. 

Non mi convince Franz la sua (tua?) diagnosi. In realta' non mi e' chiaro cosa si intende per "culturale".

A volte ho l'impressione che si usi questo termine per deresponsabilizzarsi. Un po' come quando la sinistra diceva "e' tutta colpa della societa'" per giustificare qualsiasi reato compiuto da una persona povera. Oggi la destra dice che la sicurezza sul lavoro e' una questione  "culturale". Se intende formazione di tipo tecnico (ovvero risk awarness e risk management), questa e' gia' obbligatoria in italia, in ogni luogo di lavoro. Poiche' il provvedimento e' gia' presente, non credo che la rimozione di altri norme possa renderlo piu' efficace di quanto gia' non sia oggi.

Le leggi e le sanzioni sono un modo come un altro per alzare il costo di comportamenti ritenuti indesiderabili e disicentivarne la pratica. Spesso provocano side-effects e si dovrebbe essere in grado di misurarne costi/benefici. Non sempre si hanno abbastanza dati per raggiungere certezze in merito. Come in questo caso. In alcuni casi addirittura la societa' puo' scegliere una soluzione inefficiente per preservare un bene ritenuto "irrinunciabile": il diritto alla salute e' uno di questi beni irrinunciabili? Nel nostro ordinamento lo e', sancito nella costituzione, come lo e' la privacy, la proprieta' e l'abeas corpus. In altre latitudini e culture, no.

Si deve notare pero' che in tutto il mondo industrializzato si prescrivono pratiche di sicurezza e limiti di esposizione. Ti diro' di piu'. L'Italia e' uno dei pochi paesi civili che adotta lmiti legali di esposizione solo per pochissimi rischi professionali (e quindi usiamo i limiti di varie agenzie internazionali per valutare il rischio).

Dici: "Vorrei ricordare, a tal proposito, che nel tipico sistema economico italiano, formato da un grande numero di piccole aziende nelle quali gli addetti sono pochi ed i rapporti molto personali, i collaboratori costituiscono per l'imprenditore una risorsa fondamentale, il cui venir meno – anche parziale e temporaneo – genera problemi non indifferenti.

Questo mi sembra discutibile: il costo di rimpiazzare un lavoratore varia da settore a settore, e dal suo livello di specializzazione e da altri fattori che gli economisti conoscono meglio di me, per cui non mi avventuro. Rimpiazzare un raccoglitore di pomodori in puglia o un lavoratore non-specializzato dell'edile, magari marocchino, costa meno che rimpiazzare un meccanico specializzato. Inoltre in Italia i costi legati al turnover dovuti all'assenza per malattia (forse scatta un aumento di premio dell'INAIL? non lo so) sono praticamente i soli costi che il datore di lavoro si deve accollare perche' abbiamo assicurazioni obbligatorie pagate solo in parte dal datore di lavoro (Servizio Sanitario Nazionale, INPS e INAIL) che coprono i costi di cura e riabilitazione e pagano in parte il salario del lavoratore se questi e' incapace di lavorare a causa di malattia

Inoltre la maggior parte delle malattie professionali, specialmente in un mercato flessibile, accadono dopo che il lavoratore ha lasciato il posto di lavoro che lo ha esposto a rischio (ovvero c'e' il serio rischio che i costi della malattia li paghi il datore di lavoro successivo a quello che ha provocato l'esposizione). Questo perche' le latenze delle malattie professionali variano tra i 5 e i 40 anni. Quindi il datore di lavoro che provoca il rischio non puo' internalizzare questi costi.

Aggiungi poi: "È evidente, dunque, che le piccole aziende abbiano tutto l'interesse a curare al meglio la sicurezza (pur in un contesto di oggettiva carenza di risorse economiche) e, di conseguenza, il primo compito di una legislazione in materia dovrebbe esser quello di fornire supporto a tale scopo, utilizzando strutture e programmando investimenti invece di “mostrare la faccia feroce” di uno Stato patrigno, che così viene comunemente percepito"

Su questo sono in parte d'accordo. Solo recentemente la medicina del lavoro si sta ponendo il problema di stimare i costi delle malattie professionali e di capire chi sostiene i costi e chi ottiene i benefici. Nel nostro sistema sociale i benefici di una maggior salubrita' dei luoghi di lavoro sono condivisi anche dalla societa' e quindi non si capisce perche' i costi debbano essere sostenuti interamente dai datori di lavoro. Le ASL gia' oggi offrono supporto gratuito per la gestione del rischio (non ho idea di quanto siano utilizzati dalle aziende). Forse premiare con benefici fiscali le aziende che ottengono risultati positivi in termini di riduzione delle esposizioni, delle malattie e degli infortuni potrebbe essere d'aiuto.

Probabilmente, Luca, per amor di sintesi non sono riuscito a farmi
capire correttamente, quindi cercherò di essere più preciso e di
rispondere alle tue legittime obiezioni.

Quando parlo di problema
culturale, in relazione al tema della sicurezza sul lavoro, intendo
dire che sarebbe il caso di ampliare il discorso alla sicurezza
comportamentale in ogni tipo di attività umana, dal momento che
l'attenzione per tale aspetto della vita è comunemente scarso nella
nostra società e, anzi, nelle aziende - e ne conosco molte, almeno nel
nord-est - mi pare mediamente di livello superiore rispetto ad altri
ambiti.

Ad esempio, siamo sicuri che l'accesso al ripiano
superiore di un armadio di casa sia sempre effettuato bloccando il
piano d'appoggio finale della scala utilizzata?

Oppure, quante persone indossano una mascherina per tinteggiare le
pareti domestiche o proteggere con l'impregnante il legno del balcone
(attività comune in montagna)?

Ancora,
il maggior numero di incidenti stradali rispetto alla media europea non
dipende, percaso, da un livello di indisciplina piuttosto evidente,
cioé da comportamenti troppo imprudenti?

Infine - ma solo per non
scrivere decine di pagine, cosa assolutamente possibile -  se un bimbo
di un anno e mezzo, in Svezia, indossa il caschetto prima di inforcare
il triciclo ci sarà un motivo?

Come vedi, invocare una
spiegazione "culturale" al fenomeno in esame non implica alcuna
deresponsabilizzazione ed è cosa alquanto diversa dalla "è tutta colpa
della società" di una sinistra ideologica ed irrazionale: tale
spiegazione, invece, a mio parere non solo non è "di destra", ma è
molto concreta e realistica, risultando necessaria per comprendere come
risolvere il problema, con impegno di tempo e risorse in un'opera lunga
e difficile di acculturamento, sempre trascurata nel nostro sistema
educativo.

Per quanto riguarda leggi e sanzioni, mai mi sono sognato di affermare che non servano ma - ed è questo il punto centrale
- la legislazione vigente prima del recente ideologico Testo Unico non
era affatto insufficiente, casomai il deficit sta nell'inadeguatezza
dei controlli e nella mentalità sanzionatoria anziché collaborativa dei
controllori (non lo dico io, ma il coordinamento Spisal del Veneto, che
lamenta pubblicamente tale atteggiamento, legato anche al fatto che
l'incarico sia dato agli ispettori Inail anziché ai medici del lavoro).

Certamente
alcune modifiche erano opportune, in particolar modo per porre rimedio
a quel vezzo tutto italiano di badare più al pezzo di carta che alla
sostanza, invece si è scelto ideologicamente di criminalizzare le
aziende, sull'onda emozionale provocata da alcuni casi molto
pubblicizzati (anche qui, non dico affatto che gli incidenti debbano
esser sottaciuti, ma in questo momento l'argomento è molto di moda sui
giornali che, non raramente, definiscono incidenti sul lavoro anche
episodi di tutt'altro genere) puntando a punire severamente i "padroni
sfruttatori".

In particolare, vorrei far notare che nel caso
Gravina - che ha provocato una forte accelerazione del provvedimento a
discapito dell'approfondimento critico - l'evidenza dei fatti racconta
proprio di superficialità ed ignoranza sul tema, tant'è vero che tra le
vittime c'è anche il titolare dell'azienda, prodigatosi invano per
salvare i suoi collaboratori senza utilizzare precauzioni: qualcuno può
davvero sostenere - senza sprezzo del ridicolo - che l'inasprimento
delle sanzioni sarebbe stato utile a salvare anche una sola vita?

Non voglio entrare nel merito del discorso sulle malattie
(professionali o meno), tema certamente rilevante e collaterale ma
diverso dall'argomento centrale del post (sul quale non ho riflettuto a
fondo e che è legato anche ai comportamenti, più o meno onesti, dei
singoli ed alla scarsa coscienza professionale di medici che,
abitualmente, non negano qualche giorno di ferie  - a spese per lo più
dell'azienda - travestite da malattia), mentre mi pare doveroso un
ultimo chiarimento per quanto riguarda i costi aziendali relativi
all'assenza dei collaboratori.

Non nego che un raccoglitore di
pomodori pugliese od un manovale edile generico, magari marocchino
(sono i tuoi esempi) abbiano un basso costo di sostituzione, ma
naturalmente questi casi non sono rappresentativi dell'intero universo
lavorativo e mi pare profondamente sbagliato basare il ragionamento - e
l'azione conseguente - su di essi, quando le piccole realtà industriali
che io vivo e conosco hanno, invece, seri problemi di reperimento e
formazione della manodopera e, perciò, tutto l'interesse a conservarne
l'efficienza e quindi la salute.

Le situazioni sono, come
giustamente rilevi, alquanto variegate e, proprio per questo, non mi
pare corretto ritenere (non lo fai tu, ma è opinione sostenuta con
forza dalle frange politico-sindacali vetero-comuniste purtoppo ancora
presenti, anche se ora ridimensionate, in questo strano Paese) che le
aziende badino solo ad un supposto "sporco" interesse in pieno
disprezzo dei valori umani e che, quindi, siano solo da "controllare e
punire".

Disgraziatamente, questa impostazione culturale da Stato
orwellianamente etico e padrone, invece che al servizio dei cittadini,
ha ispirato il Testo Unico sulla prevenzione degli infortuni.

Scusa,
Luca, se dalla mia tastiera è uscito, alla fine, un noiso papiro: ti
garantisco che ho comunque sfrondato quanto possibile e non ho esposto
altri argomenti che mi parevano, inizialmente, essenziali ma, in ogni
caso, spero di esser riuscito a chiarire il mio pensiero.

Non sapevo dove scriverlo ma lo volevo fare e questa mi sembra la collocazione migliore.

Stamattina, facendo una rilassata colazione, ho acceso il televisore e, dopo pochi istanti, il tema del giorno ha fatto immancabilmente capolino: ad "Unomattina" un giornalista (?) di cui ignoro il nome - ma dormirò ugulmente benissimo - ha presentato i suoi tre ospiti per parlare di sicurezza sul lavoro.

Una sindacalista della CGIL, un esponente delle ACLI ed il sindaco di sinistra del comune di Agrate Brianza.

Quando si dice completezza ed imparzialità dell'informazione ........ 

Direi che é il tipico sistema superficiale di affrontare le problematiche in Italia, sui mass media in particolare. Eppoi, i dati di Andrea me li anticipó un alto funzionario del ministero durante un convegno sulla materia cui fui invitato a partecipare in ottobre. Lui era perfettamente a conoscenza del fatto che gli infortuni mortali risentivano per una percentuale di gran lunga piú alta in Italia rispetto alla media europea degli infortuni in itinere (i quali con le "morti bianche" in senso stretto non c´entra nulla), ma che questo dato "non fa audience" (testuale)... 

Eh, peccato sia caduto il governo Prodi: avrebbe risolto senza dubbio il problema inasprendo le sanzioni per i divieti di sosta ed i ritardi di comunicazione del cambio d'indirizzo all'autorità competente, ma solo per i criminali possessori di auto lussuose, magari Suv ..... tra gli applausi della trimurti sindacale e della sinistra arcobaleno ........

Egregio Dottor Bisignano, innanzitutto mi congratulo con Lei per cio che oggi ho letto sl giornale Alto Adige, finalmente qualcuno che ha il coraggio di discutere un tema molto importante come l`efficienza dei Magistrati, so che molte persone hanno apprezzato quanto da Lei detto.

Anche io sono di Brunico come Lei, oltre a cio, ci conosciamo,

Desidererei dire la mia sull`argomento "sicurezza sul lavoro".

Tempo fa in quel di Brennero era in costruzione l`outlet "DOB", nulla di strano si penserebbe, ma se si sapesse come è stata garantita la sicurezza sul lavoro dei dipendenti del settore edile, ci sarebbe da rimanere stupiti.

Io con i miei occhi ho notato che al mattino prima delle ore 7,00 arrivavano i furgoni che scaricavano operai che prestavano la loro opera lavorativa nel cantiere del centro in costruzione.

I "caporali" scaricavano gli operai (meridionali ed extracomunitari) che rinforzavano la presenza degli operai delle due maggiori imprese edili della provincia, anche fino a qui si penserebbe "poche stranezze", si sa da anni che esiete un "traffico" illecito o poco lecito di personale proveniente da fuori provincia.

Io mentre stavo seduto nella mia auto dedicandomi al lavoro, notavo che molti (o quasi tutti) gli operai non indossavano il casco di protezione sulla loro testa, ed oltre a ciò, sul bordo dell`ultimo piano in costruzione, mancava la protezione che impedisce agli operai di cadere dall`alto.

Io pensai, cosa vuoi fare, se non ci pansano loro......., io posso fare ben poco.

Mentre pansavo ciò, sento lo spot dell`ente Provincia che alla radio diceva che gli operai debbono cercare di seguire le norme di sicurezza per evitare in questo modo che accadano incidenti, (tipo Pubblicità Progresso).

A questo punto, mi vidi anche preso in giro dallo stesso spot, perchè io mi ricordai che un mesetto prima avevo provveduto a segnalare alla Provincia Autonoma quelle irregolarità che io vidi in quel cantiere, ed oltre alla segnalazione inviai allo stesso ufficio le fotografie delle irregolarità.

In quell`occasione, un paio di settimane dopo la mia segnalazione, mi risposero che loro possono fare ben poco a causa della mancanza di ispettori addetti ai controlli, pur sapendo che le mie fotografie dimostravano con prove la mancanza del rispetto delle norme di sicurezza.

Qualche mio conoscente mi ha anche detto che la Provincia Autonoma è al corrente della scarsa osservazione delle norme, ma continua a disinteressarsi alla cosa perchè le imprese edili della zona sono troppo potenti e comaandano loro.

Mi piacerebbe conoscere la Sua opinione in merito a questo caso.

Le auguro una buona serata

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