Tutti meritocrati col culo degli altri.

24 luglio 2010 Massimo Famularo

Si sente di frequente parlare dei benefici della meritocrazia (ad esempio quiqui e qui), ma raramente dei suoi costi. Eppure la meritocrazia ha necessariamente due facce: al lato  "che vinca il migliore" corrisponde quello "chi sbaglia deve pagare". Forse è il caso di approfondire l'aspetto più sgradevole e meno discusso della meritocrazia.

Di recente il piano nazionale Qualità (PQM) è stato presentato dal ministro Gelmini e da Roger Abravanel. L'obiettivo del progetto è migliorare la qualità del sistema educativo e per farlo si vuole estendere l’esperienza dei test oggettivi standard predisposti dall’INVALSI. I test permetteranno di

rilevare le carenze di ogni singolo studente e di pianificare azioni mirate per colmare le lacune dimostrate.

Lodevole intento a cui non si possono che augurare le migliori fortune. Tuttavia visto che dei benefici si parla tanto, forse è il caso di dedicare un pò di attenzione anche ai costi della fantomatica Meritocrazia.

L'idea di fondo è di quelle buone per tutte le stagioni, sufficientemente generica e qualunquista (tipo "l'importante è partecipare"), che, se dissenti, fai la figura del bastian contrario per partito preso. In fondo, a pensarci bene, quale persona dotata di buon senso, potrebbe sostenere le ragioni di chi non merita? Finché si rimane alle dichiarazioni d'intenti, che non devono trovare riscontro nella pratica, siamo  tutti d'accordo. Scommettiamo che, se approfondiamo le implicazioni pratiche, non c'è più tutta questa concordia?

Prima di proseguire mettiamo un punto fermo:

Non può esserci meritocrazia senza concorrenza

Un’organizzazione o un sistema sono meritocratici se l'attribuzione a ciascun individuo di ruoli, responsabilità e premi avviene sulla base delle capacità dimostrate di poter svolgere al meglio le mansioni e le attività connesse con detti ruoli e responsabilità. Un meccanismo (ero tentato di dire l'unico, ma poi mi son trattenuto che io di teoria dei meccanismi so poco) che, almeno teoricamente, può garantirci un risultato del genere e' la concorrenza perfetta.

A ben pensarci, l'approccio meritocratico non è altro che il tentativo di riprodurre al di fuori dei mercati quei meccanismi che portano all'allocazione efficiente delle risorse. Le implicazioni di questo tipo di approccio sono che:

  1. Il merito deve essere misurato con criteri oggettivi e non arbitrari.
  2. I risultati della misurazione devono determinare l’assegnazione dei ruoli.

Se manca il punto 1, siamo di fronte a una meritocrazia puramente formale: se definisco come meritevole quello che io voglio che tale sia, allora i ruoli nel sistema vengono allocati in base alle mie preferenze, non secondo le reali capacità.

Il punto 2 è dove casca l’asino di questo post: gli individui che non sono meritevoli di ricoprire un ruolo (o che non lo sono più), devono cederlo a chi invece lo è. Questo si dice a bassa voce e molto di rado, perché è impopolare. Certi amici amerikani mi hanno insegnato a fregarmene di quello che è impopolare o sgradevole da dire e a dubitare dei benefici presentati senza considerare adeguatamente il costo connesso. Proviamo ad approfondire chiedendoci chi sono quelli per i quali un sistema meritocratico ha un costo.

''Quelli che “nessuno mi può giudicare”''

Come si fa a mettere un voto all'attività dei magistrati? A quella dei medici? Degli insegnanti? Troppo complesso, troppi dettagli, troppi casi particolari, impossibile sintetizzare un giudizio ... Comodo. Se oggettivamente non hai meriti sufficienti per legittimare la tua posizione, la strada migliore per conservare la sedia è fare in modo che le tue preferenze soggettive divengano la misura del merito. Anche cambiare la legge a proprio uso e consumo rientra in questo tipo di logica, ma ci porterebbe lontano.

Rimanendo ad un livello molto più basso ci si potrebbe chiedere se chi ha vinto un concorso 30-40 anni addietro è oggi ancora in possesso dei requisiti minimi per svolgere il lavoro che fa. Non mi pare una domanda dell'altro mondo e posso congetturare che i risultarti di un'analisi di questo genere sarebbero sorprendenti. Senza lanciare insinuazioni o accuse pesanti  (che pertanto, per essere mosse, necessitano di evidenze altrettanto pesanti a sostegno) mi limito a osservare che, in media, chi vince un concorso pubblico potrebbe semplicemente "vivere di rendita" per il resto della vita, senza, non dico aggiornarsi, ma neanche mantenere le proprie competenze.

Se non c'è la minima valutazione sulla quantità e qualità dell'attività svolta, il passo è breve per arrivare a non svolgere affatto l'attività. D'altronde chi si sognerebbe di denunciarlo? Se non è previsto un controllo formale e non vi alcun controllo sociale, che succede? Niente di buono. Di che stavamo parlando? Mi pare che finisse in -crazia... era forse burocrazia?

D'altronde, per farsi un'idea di quanto siamo allergici, come nazione, alle valutazioni di merito, basta guardare all'atteggiamento nei confronti delle facoltà universitarie a numero chiuso. Forse più dell'idea di essere giudicati ci spiace che le risorse disponibili siano scarse e che non tutti possano avere tutto. Naturalmente l'ipocrisia più grande sta nel fatto che sappiamo benissimo di vivere in una realtà fatta di beni economici, ma ci piace fare finta che non sia così o far credere questo a chi ci ascolta badando bene che i nostri interessi particolari siano salvaguardati.

''Quelli che si nascondono dietro un dito'' C'è poi un accusa frequente nei confronti dei monetaristi (visto come di diffonde rapido il linguaggio erroneo?) affetti da meritocrazia: siete senza cuore e sparereste su Bambi. E i più deboli? E quelli che non ce la fanno? Li lasciamo indietro? Che ingiustizia è?

È una seria ingiustizia farsi scudo di istanze sociali per portare avanti i propri interessi. Facciamo un esempio semplice semplice: un certo paese decide di aiutare gli invalidi attribuendo loro un sussidio. Questa scelta non è affatto incompatibile con un'impostazione meritocratica, anzi.

Se la condizione di svantaggio è misurata in modo oggettivo e il sussidio è proporzionato alla condizione e sostenibile dal bilancio pubblico, aiutare chi sta peggio porta due benefici alla collettività: l'utilità per chi non riceve il sussidio di sapere che nel momento del bisogno non sarà abbandonato (ovvero, i benefici della condivisione dei rischi), e il contributo marginale che chi percepisce il sussidio viene messo in grado di fornire alla preparazione della "torta" che tutti mangiano nella collettività.

Che differenza c'è tra l'avere o meno una cultura del merito nello stato X? Se tale cultura è presente, è probabile che:

  • il sussidio sia quantificato in modo proporzionale ai mezzi disponibili ed allo svantaggio effettivo
  • gli abusi vengano individuati perché la gente fa la spia e perché esiste un efficace sistema di controllo
  • i percettori del sussidio siano motivati a tenere un approccio proattivo nei limiti delle proprie possibilità

Non credo ci sia bisogno di dire cosa succede se un paese la cultura del merito non ce l'ha.

Carissimi non-monetaristi, che avete a cuore le sorti dei più deboli, dove credete possano stare meglio i vostri protetti? Nel paese dell'altruismo ipocrita dove la regola  è "armiamoci e partite", oppure in quello dell'egoismo meritocratico dove si dice "aiutati che poi lo stato il mercato ti aiutano"?

''Quelli che dovrebbero fallire''

Non può esistere cultura del merito finchè il governo salva (direttamente o indirettamente), sussidia o protegge alcune imprese (e tra queste le banche). A che serve gestire bene, se in soccorso di chi amministra male viene lo stato? Tollerare l'evasione fiscale o più in generale il mancato rispetto della legge è un sussidio in favore di quelli che ne beneficiano e uno schiaffo nei confronti di chi è capace di far quadrare i conti onestamente. È anche l'esatto contrario della meritocrazia. In estrema sintesi non puoi pensare di estendere la logica della concorrenza e del merito fuori dal mercato, se non sei capace di mantenerla e farla rispettare dentro al mercato stesso.

Dei sussidi alla stampa su nFA si è parlato recentemente qui e prima ancora quiqui. Si è scritto di quelli all’agricoltura e ai prodotti tipici; ricevono contributi anche il cinema e naturalmente gli enti lirici. Questo per limitarsi ai sussidi espliciti. Poi ovviamente a falsare la concorrenza e tarpare le ali al merito ci sono le rendite: come può esserci cultura del merito quando anche per guidare un taxi (senza scomodare i soliti notai e farmacisti) devi rendere conto ad una corporazione?

Insomma, c'è poco da aggiungere, parlare di meritocrazia accettando che vi siano distorsioni della concorrenza vuol dire prendere per i fondelli chi ascolta.

''Un calcio a chi non merita''

La meritocrazia senza costi, per quanto attraente come concetto e comodo come argomento di propaganda, in concreto non esiste. Se vi piace la cultura del merito, dovrete farvi piacere anche la misurazione oggettiva e continua delle capacità individuali e le inevitabili conseguenze dei risultati di questa misurazione.

In alternativa, se proprio amate i pasti gratis, potete fondare un partito e unirvi ai mestieranti della politica, che per chi ha fumo da vendere c'è sempre posto.

Resta il fatto che:

Senza un bel calcio a chi non merita, parlare di meritocrazia è una cagata pazzesca.

96 commenti (espandi tutti)

Vorrei questo post fosse appeso al posto della foto del Presidente negli uffici pubblici (con in grassetto la parte "quelli che nessuno mi può giudicare") ed al posto di quello che preferite, in tutti gli altri uffici.

In realtà hai detto delle cose ovvie che incredibilmente tali non sono in questo paese, dove si usa la parola meritocrazia a sproposito è non si capisce come funzioni realmente non saprei se per buonismo, ipocrisia o vera ignoranza.

PS

Ma quant'è brutto l'acronimo "INVALSI" ?

Non è l'acronimo di INVAlidi faLSI?

Il merito deve essere misurato [...]

Ci sono diverse categorie di persone che rovinano il concetto di "merito".

Una categoria di persone è formata da coloro che pensano che il merito sia come una quantità fisica, tipo la temperatura: basterebbe costruire uno strumento di misura, e rilevarne il valore.
Costoro commettono quella che in filosofia è nota come "fallacia naturalistica", confondendo fatti e valori. E' chiaro, infatti, che parlando di "merito" stiamo parlando di valutazione, e quindi possiamo apprezzare certi meriti - quindi certi fatti come valori - solo a partire da nostri canoni di valutazione, che costuiscono i criteri del giudizio.
I criteri, in quanti criteri di valutazione, pertanto, non potranno mai essere "oggettivi", nel senso di indipendenti dal nostro pensiero. Siamo noi, cioè, che li poniamo come criteri, che li scegliamo. Anche quando tali criteri fossero oggetti concreti, e non concetti (uso inteso dell'apposizione "oggettivi" riferendosi ai criteri), il loro essere criteri, e quei criteri lì, dipende dalla nostra scelta, dall'apprezzamento della nostra ragion pratica, la quale ha fatto quella scelta in base a princìpi più o meno accessibili o scrutinabili, ma in definitiva pur sempre di apprezzamenti personali, di gusti.
Rendere espliciti, chiari questi criteri, le motivazioni per la loro scelta e la metodologia impiegata/da impiegare nel loro uso è l'obiettivo della scienza della valutazione. Ma non certo giustificare l'ingiustificabile, cioè il prendere lucciole per lanterne dando una versione fumettistica epperò fondamentalmente autoritaria del "merito".

Un'altra categoria di persone, schermandosi invece dietro alla presunta "insindacabilità" del giudizio, si fa forza proprio dell'attribuzione di autorità al soggetto del giudizio per sottrarlo ad ogni responsabilità - che significa, invece, abilità di "rispondere" a richieste esterne (semantica opposta rispetto all'uso che talvolta viene propagandato). Queste richieste esterne, in particolare, potrebbero essere anche i famosi "incentivi" di cui parlano gli economisti, ma questi non sono certo l'unica categoria possibile nè l'unica desiderabile, ovviamente.
E comunque a questa categoria si conformano in modo naturale gli Italiani, i quali usano proprio la loro sapienza ancestrale sulla natura soggettiva della valutazione per farsene padroni irresponsabili, costruendo una corazza attorno alla propria persona e alle proprie prerogative. Questo individualismo è il fondamento di tutta una serie di corruzioni, cioè di comportamenti difformi rispetto ad una norma richiesta dalla situazione, dal ruolo, o dal mero essere parte di una comunità, della società. Quei fascistoni degli Italiani diventano così delle macchiette etiche, delle maschere di un Carnevale di Biella, e in definitiva degli umani degradati.

RR

Per una volta mi sento di essere totalmente d'accordo con te.

Infatti di solito provo un certo fastidio quando si sbandiera il valore "merito" : preferirei si sbandierasse il valore "concorrenza". Non che questo cambi la sostanza degli argomenti espressi nell'articolo, ma almeno ci si può coprire da facili strumentalizzazioni.

Infatti di solito provo un certo fastidio quando si sbandiera il valore "merito" : preferirei si sbandierasse il valore "concorrenza".

Beh, si tratta di concetti distinti. Il concorso è uno dei modi con i quali possiamo valutare dei meriti.

Vogliamo sapere chi corre più veloce i 100 metri? Facciamo un concorso atletico, avendo cura di mettere tutti sullo stesso piano. Vogliamo sapere chi è il cavallo più destro, e ben guidato dal proprio fantino, a percorrere un certo tratto di strada, più o meno accidentato? Facciamo un concorso ippico. Vogliamo sapere chi si destreggia meglio in esercizi ginnici? Facciamo un concorso di ginnastica, avendo cura di nominare una giurìa di persone oneste e professionalmente competenti, e fissando una serie di criteri di valutazione dell'esercizio, che atleti e giudici conoscano preliminarmente. Siamo dei datori di lavoro e vogliamo trovare la persona più adatta a svolgere una certa mansione, per la quale non sappiamo già chi nominare? Mettiamo il posto a concorso pubblico, una open and fair competition, per la qual cosa potrebbe tornarci utile seguire le norme di una Professional recruitment guide (se siamo dei managers o amministratori per conto un gerente particolarmente esigente, o del popolo sovrano, potremo dover adottare quelle norme giuridiche che furono poste all'uopo dal proprietario). Vogliamo organizzare il commercio di beni e servizi in modo che molti e distinti operatori possano concorrere indipendentemente alla loro produzione e alla loro fornitura? Costruiremo e promuoveremo le basi giuridiche e sociali di un mercato libero e aperto, dove vi siano numerosi produttori in concorrenza fra di loro e dove gli agenti economici possano valutarne il merito relativo (ai propri criteri) e dare seguito effettivo alle proprie preferenze.

Il merito si giudica, ovviamente, anche in maniera non comparativa. Le valutazioni non comparative - anzi - sono incomparabilmente maggiori, nella vita comune, rispetto a quelle comparative. Noi cioè desideriamo spesso sapere se qualcosa (oggetto, attività) soddisfa certi criteri che abbiamo posto o che vogliamo definire come canoni di merito per i nostri giudizi. E' il caso dello studente che interroghiamo per accertare il profitto che egli ha tratto da un corso di studi, o dell'aspirante professionista che desidera il riconoscimento pubblico tramite l'abilitazione, o del candidato ad un esame per la patente di guida. E' il caso, più in generale, dell'azione che giudichiamo come consona o non consona a certi interessi o a certi valori morali, fissati come criteri del giudizio. Il giudice valuterà, con un processo ben definito, la legalità di certe azioni (conformità o non conformità alla norma giuridica).

Va infine chiarito che l'apprezzamento del merito può essere anche puramente sintetico, anzichè analitico (con riferimento a norme/criteri espliciti). Questo è, a dirla tutta, l'atto originario e puro che compie l'intelletto nel "sentire la bontà" della cosa da giudicare, con il proprio "senso assiologico" - un processo con tutta evidenza elementare, e che affonda le proprie basi in una biologia imperscrutabile fino a pochi decenni fa. 

RR

 

 

Mi pare centratissima l'osservazione sulla concorrenza come connotazione preliminare alla meritocrazia. Qualcuno potrebbe perfino pensare che tutto sommato la meritocrazia sia abbastanza praticata, non so, attraverso i concorsi pubblici. O attraverso le tutele offerte dagli accessi agli ordini professioali. O dagli adempimenti tutti cartacei che cosentono di ricevere i DOC,IGT e roba simile. Che sono sovrastrutture che negano in radice la concorrenza, Purtroppo la vedo dure 

Qualcuno potrebbe perfino pensare che tutto sommato la meritocrazia sia abbastanza praticata, non so, attraverso i concorsi pubblici. O attraverso le tutele offerte dagli accessi agli ordini professioali. O dagli adempimenti tutti cartacei che cosentono di ricevere i DOC,IGT e roba simile. Che sono sovrastrutture che negano in radice la concorrenza,

Il concorso pubblico casomai conferma in radice la concorrenza. Anzi è proprio quella cosa lì: cum-curro, cum-currere. Correre assieme (in una gara).

RR

 

Sulla luna potrebbe darsi.

Io mi fermerei a ragionare su di un punto sottolineato dall'articolo:

Il merito deve essere misurato con criteri oggettivi e non arbitrari

E qui casca l'asilo, e qualche volta.. anche il meritevole.

Chi stabilisce che un 30 in una data Università valga effettivamente un 30?

Nei giorni scorsi è uscita sulla stampa nazionale la notizia che una legge appena approvata in Germania garantirà uno "stipendio" agli studenti più meritevoli; Se qualcosa di simile dovesse arrivare anche da noi mi sembra già di vederle le Lodi sfornate come fossero brioches.

Un punto importante è quindi chi PREMIA il merito..e quindi in definitiva, chi PAGA.
Perchè se le Facoltà non avessero nessuna responsabilità in questo senso, allora è evidente che i criteri per definire il merito non possano essere lasciati alle Facoltà stesse.
Altrimenti si giocherebbe.. a carte truccate. Come spesso avviene in Italia.

Il riferimento ai "salvataggi" bancari è interessante. In linea di principio, infatti, l'impresa bancaria insolvente dovrebbe fallire o essere, in altra forma, liquidata: qualche volta succede, anche in Italia (ricordate la Banca Unione ed il Banco Ambrosiano?).

Ma la liquidazione coatta delle banche non solo si differenzia dal fallimento, per una ridotta protezione dei creditori: è anche un istituto di applicazione eccezionale. L'ordinamento bancario si fonda su una complessa architettura di autorità di vigilanza e di procedure, il cui scopo primario è preservare la sana e prudente gestione delle banche per garantire la stabilità del sistema (art. 5 del t.u.b.). Perciò le autorità creditizie ricorrono alla liquidazione solo nei casi disperati (come erano quelli citati).

Questo non è un atteggiamento solo italiano, è condiviso in tutta l'UE. La ragione di fondo, ovviamente, è il timore che l'insolvenza di una banca di un certo livello si comunichi a tutto il sistema: risultato che non ci si potrebbe certo augurare, viste le conseguenze della crisi del 2008.

Il punto critico, mi pare, non è se si debbano o no salvare banche: è piuttosto quanta discrezionalità si attribuiscono i regulators nell'esercizio della vigilanza e, forse ancor prima, quanto è efficace la loro attività.

 

 

 

L'ho sentito per radio (commentava la notizia che un numero elevato di insegnanti USA rischia il posto perchè un nuovo sistema di valutazione non li ha trovati all'altezza del loro compito) sembrava assolutamente conscio sia del fatto che la meritocrazia ha anche il lato "chi sbaglia deve pagare" sia che in Italia l'applicazione di questo lato è difficilmente attuabile.

Non so molto di Abravanel però quello che ho sentito per radio mi ha fatto ben sperare (visto che collabora con il ministro).

“Chiamavo” un post su questo argomento ed è arrivato...grazie.

Ne parlavo recentemente con un amico professore universitario e pochi giorni fa avevo azzardato un goffo commento, un po' OT, sul blog di Giannino.

L'aspetto che più mi pare trascurato, ancor più del come valutare il merito, è quello del "chi sbaglia deve pagare" e di come ciò si ripercuoterà sugli attori.

In altre parole, a quelli che si lamentano della linearità dei tagli di bilancio, pongo una questione, senza minimamente mettere in dubbio che i tagli lineari siano dannosi, ma solo per togliere un certo velo di ipocrisia che avvolge l'argomento “meritocrazia”.

1)Giannino e altri parlano di necessità di tagli 4-5 volte maggiori di quelli ora in discussione;

2)andando a memoria, la spesa pubblica per stipendi ammonta al 70-80% del totale, con investimenti limitati a 1-5% e il resto (15-25%) beni acquistati sul mercato per il normale funzionamento dei servizi (benzina, carta, toner, computer) che tutti sostengono essere insufficienti;

3)i famosi Costi Standard vengono abitualmente esemplificati con le siringhe da 50 cent, comprate in qualche ASL meridionale a 2 euro, o con le famigerate TAC palermitane passate da 134.000 euro a 9.000 dopo il commissariamento. Sono tutti costi di BENI e quindi rientrano in quel 15-25% del totale della spesa pubblica;

4)il taglio fin qui attuato sugli statali è limitato ad aumenti già concordati (3-4%?)

5)probabilmente il taglio a cui Tremonti pensa ammonta a 4-5 volte tanto, ovvero il 12-20% del totale.

Dove tagliare?

Dal punto 2, direi che riduzioni agli investimenti non sono solo impensabili; sono soprattutto inutili, data l’entità dei risparmi da conseguire, quindi non ne parliamo neanche.

Usando i costi standard quanto si potrebbe risparmiare dal costo dei beni acquistati? La benzina presumo costi uguale dappertutto… Ipotizziamo comunque un risparmio sugli altri beni utilizzando i Costi Standard del 20-30%? Fa il 3-8% del totale.

Sento anche parlare di 50 miliardi di costo della corruzione. Su 800 miliardi fa il 6,25%. Qualcuno pensa si possa eliminare completamente? La riduciamo di 1/3? Non mi pare stiamo parlando di una cifra che risolva il problema, oltre a essere estremamente aleatoria.

Per arrivare al 12-20% che si ritiene necessario bisogna tagliare i costi del personale.

Qualcuno che ha accesso alle cifre esatte ritiene che la conclusione possa essere sostanzialmente diversa?

Per il momento continuo come se fosse necessario tagliare il 10-20% dei costi per il personale della Pubblica Amministrazione e provo a ragionare sulla forma dei tagli.

Con un “taglio lineare”, che significa dividere il taglio sulla totalità dei dipendenti pubblici, si tratta di una mazzata notevole al tenore di vita di tutti.

Da operatore del privato - dove i fallimenti, la cassa integrazione e la riduzione dei benefit fanno parte della quotidianità di questi due anni - mi verrebbe da dire “finalmente si pareggiano le condizioni”, ma non posso nascondermi che non sarebbe uno scherzo, considerando anche che i dipendenti pubblici mi pare stiano intorno al 15% di tutti i lavoratori italiani.

Proviamo però a immaginare cosa vorrebbe dire non spalmare il taglio su tutti. Non fare i tagli in orizzontale come sindacati, economisti e tutti in generale chiedono al ministro.

Vedo solo 3 modi, se si tratta di tagli (e non premi).

1)Tagliare solo ai peggiori

2)Tagliare molto ai peggiori e un po’ ai mediocri, lasciando invariati i migliori

3)Tagliare moltissimo ai peggiori, abbastanza ai mediocri e poco ai migliori

Ora la valutazione da fare è scoprire quanti rientrano in queste categorie.

Vado, aneddoticamente e soggettivamente, alla mia esperienza scolastica (liceo scientifico di buona reputazione negli anni 80) e mi ritrovo con 8 insegnanti.

4 buoni (se vogliamo 1 outstanding). 2 (ginnastica e disegno) mediocri. 1 (storia e filosofia) decisamente inaccettabile e 1 (religione) che non ho mai capito perché debba essere pagato dallo stato.

Grossomodo è la suddivisione che poi ho trovato nella mia carriera: 5-10% da piangere, 5-10% eccellenti e il resto medi, con divisione abbastanza equa fra medi-buoni e medi-scarsi. Qualcuno potrebbe dire che Gauss non ne sarebbe sorpreso…

Ciò che mi preme di dire è che se il taglio (facciamo 15% del totale?) deve pesare solo sui peggiori (soluzione 1), significa azzerarli e ne rimane comunque un po’ da distribuire in qualche modo fra gli altri.

Non si tratta dunque di una riduzione di stipendio. Si chiama LICENZIAMENTO. Per un 5-10% dei dipendenti pubblici, in questa ipotesi.

Rimane da trovare ancora un 5-10% della spesa totale, da tagliare, sempre secondo ipotesi 1, alle retribuzioni della fascia immediatamente superiore. Questi sono il 40% del totale e devono subire il 5-10% di tagli. Ergo il loro stipendio si ridurrebbe del 15-20%. Guardiamoci in faccia: in Italia non si vive prendendo il 20% in meno, ma neanche il 15% in meno, se la partenza è a 1200 euro…

Non sono licenziamenti, ma quasi. E riguarderebbero per ipotesi solo persone che hanno lavorato poco e male (sono quasi i peggiori!) nel pubblico. Quindi facendo lavori che non esistono o quasi nel privato. Anche un liberista come me fatica a immaginare di far tagliare l’erba del giardino a un ex professore di filosofia fallito…

Ah, il 50% del 15% costituisce il 7,5% della forza lavoro italiana. Il 7,5% o poco meno di famiglie che non saprebbero come vivere…

Mi sa che dobbiamo provare la soluzione 2.

Risparmiare il 15% applicando i tagli agli “inaccettabili” più i mediocri. Come lo dividiamo? Il doppio agli inaccettabili? Ok, tutti insieme fanno il 50% del totale, di cui 10% inaccettabili e 40% mediocri. I loro stipendi costituiscono il 50% del totale e pertanto verrebbero ridotti in media del 30%, se applicassimo la stessa percentuale a tutti. Vogliamo però penalizzare di più gli inaccettabili. Mi risparmio i conti, perché mi pare chiaro che i soliti reietti si vedrebbero decurtata la paga del 70-80% e gli altri del 20-30%. Cadiamo nel caso di prima.

Ipotesi 3. Tagliamo a tutti, ma riducendo di più ai peggiori? Ok, abbiamo il 15% di tagli medi. Facciamo -5% al migliore 50%? Il 5% del 50% è il 2,5% del totale. Ci rimane un 12,5% da applicare solo a mediocri e inaccettabili…non troppo diverso da prima. Tagliamo il 10% ai buoni? Ok, qui siamo a -5%, con ancora un 10% da recuperare, colpendo solo il 50% dei dipendenti e colpendo di più il 5-10% peggiore. Ma se abbiamo tolto il 10% ai buoni, gli altri partono almeno dal doppio…non se ne viene fuori.

Cosa resta? I tagli lineari sono un’ipotesi: -15% di stipendio a tutti gli statali. Una mazzata notevole, ma forse sopportabile.

L’altra ipotesi è licenziare i peggiori. Se licenzio il 5-10% dei dipendenti pubblici ottengo i 2/3 del risparmio e poi posso spalmare il restante terzo su tutti gli altri, magari esentando il 5-10% di migliori.

Qualcuno ne vede un’altra?

 

Ottimo commento.

Ti dirò che, avessimo un governo serio e competente e dei sindacati responsabili, la soluzione consisterebbe nel bloccare per davvero il turn-over per un quinquennio, permettere la mobilità del personale pubblico da un ministero all'altro ed introdurre criteri di misurazione obiettiva delle performances a cui collegare aumenti/riduzioni dello stipendio.

Non servirebbe nessun taglio across the board, perché il problema italiano non è un problema di cassa immediato, di urgenza di risparmiare domani. Quindi si può fare in un quinquennio, tagliando ogni anno un 3-4% grazie a turnover ed introduzione del merito.

Ma non abbiamo né un governo serio né dei sindacati responsabili, quindi si fanno le cose che si stanno facendo.

Non servirebbe nessun taglio across the board, perché il problema italiano non è un problema di cassa immediato, di urgenza di risparmiare domani. Quindi si può fare in un quinquennio, tagliando ogni anno un 3-4% grazie a turnover ed introduzione del merito.

Questa è un'ottima notizia. Cercando da profano di interpretare i segnali di fumo che mi arrivano da internet ed essendo stato educato nell'idea che i debiti si pagano, ero seriamente preoccupato dagli aspetti cui accennavo nel commento precedente.

A questo punto però (e spero di non venir fucilato come al solito dai partecipanti al forum per presunta intelligenza con il nemico ;-) ) aggiungerei che il problema "esecutivo" non dipende solo da governo competente e da sindacati responsabili. O perlomeno non solo da questo governo e da questi sindacati.

Rischiando di apparire ossessivo, ripeto ciò che dicevo in un altro thread: la cultura della gente è così lontana da qualcosa di simile a uno strumento di interpretazione del mondo da rendere molto difficile l'attuazione di qualunque politica di buon senso.

Per esempio, nei commenti a un altro articolo qui su nfa, ci si chiedeva come mai i giovani non fossero incazzati neri per i privilegi pensionistici dei vecchi e si attribuivano le demenziali politiche sindacal/governative a una prevalenza di vecchi fra membri del sindacato ed elettori.

La verità è che i giovani qui in Italia si lamentano che i vecchi stanno troppo attaccati al posto di lavoro senza andare in pensione! Lo lamentava (spero di non sbagliarmi, andando a memoria) anche anxia ribattendo a una mia frase sulle pensioni baby qui su nfa. La common wisdom italiana è che quando uno va in pensione libera il posto per un giovane, riducendo quindi la disoccupazione e dando un vantaggio netto al paese! I soldi per la pensione vengono percepiti come slegati dalla realtà produttiva (e, volendo fare una battuta cattiva, per molti dipendenti pubblici è effettivamente impossibile distinguere fra la loro produttività da pensionati e da lavoratori “attivi”). Quando vai in pensione non occorre più pagarti lo stipendio e quindi c'è un risparmio.

Se devi rendere conto, per quanto indirettamente, a questo genere di opinione pubblica, anche ammesso che tu sappia cosa andrebbe fatto, lo devi fare con molta cautela e suddividendolo in molti step quasi impercettibili.

Io ho voluto leggere l'abolizione degli aumenti concordati lo scorso autunno come il primo di questi step. Un altro potrebbe essere visto nell'aumentata frequenza di citazione degli squilibri fiscali tra regioni italiane in TV e sui giornali di massa.

Per questo la notizia che mi dai qui sopra mi pare così buona. Se il problema non è immediato, allora la lentezza e la contraddittorietà delle azioni del governo e le reazioni dei sindacati potrebbero, con uno sforzo di ottimismo, essere interpretate come azione politica di una certa coerenza, mirante nei tempi lunghi, al raggiungimento di ciò che suggerisci. Senza nulla togliere alle critiche a Tremonti e senza essere personalmente convinto che dare un messaggio corretto e due sbagliati sia davvero la strada migliore.

La common wisdom italiana è che quando uno va in pensione libera il posto per un giovane,

Dopo 40 anni  di servizio (40!). Replicavo a te che parlavi di baby pensioni come se fosse un fenomeno attuale.

 

E ancora, ché mi era rimasto nella tastiera, i fenomeni che lamenti tu non li pagano, come sostieni tu, soltanto gli imprenditori e gli operai (mondo che io conosco), ma anche i precari dello stato (tra i quali bisognerebbe distinguere quelli socialmente inutili da quelli che socialmente fondamentali, ci sono anche questi), sempre più numerosi e sempre più anziani e sempre più specializzati (credi pure che tua zia viveva in un'altra epoca, non per il numero degli anni trascorsi, ma per le profonde trasformazioni intervenute, sconosciute ai più; se mi mettessi a spiegarti quante volte oggi uno rischia di doversi iscrivere all'università dopo la laurea e prima di specializzarsi all'università per abilitarsi...), e in misura assai più rilevante: non soltanto non hanno carriera, cioè non hanno aumenti e vengono assunti e licenziati e sono in balia di bizze di ogni sorta, sempre sul punto di essere messi fuori gioco (altro che stabilità!) ma pagano con la loro stessa precarietà (i precari sono convenienti: ci si pagano i diritti acquisiti di altri), trascorrono la vita da precari, qualcuno ormai va in pensione da precario e sorvolo sulla misura abnorme son cui si manifestano le storture italiche (le sperequazioni dell'italia sono enfatizzate al massimo, lo scaricabarile di una parte del paese sull'altra è la regola). Per tacere del discredito con cui si avviliscono ruoli che si dovrebbero valorizzare, se si vuole andare avanti.

E invece di lamentarti degli aumenti degli stipendi dovresti magari chiedere la trasformazione in libera professsione: magari per qualcuno sarebbe conveniente: potrebbe incassare più che con gli scatti automatici per anzianità.

 

Il mondo, Giuseppe, non è quel monolite che  pensi tu. Mentre il mondo di cui tu illustri le problematiche io lo conosco bene e lo rispetto (da altre parti ci sono dinastie di statali), mi pare, che viceversa le tue convinzioni siano viziate da pregiudizi.

 

Dopo 40 anni  di servizio (40!).

E' irrilevante. Con il nostro metodo retributivo le pensioni vengono pagate con i soldi prelevati dai guadagni di chi lavora. Finché uno lavora, paga. Quando smette preleva. Se parliamo di dipendenti statali, finche Tizio lavora lo stato gli paga lo stipendio. Quando va in pensione e viene sostituito da Caio, lo stato paga la pensione a Tizio + lo stipendio a Caio. Se invece è un dipendente privato o un autonomo, finche Tizio lavora guadagna uno stipendio dal mercato e ne versa una parte per pagare la pensione di qualcun altro. Quando va in pensione e gli subentra Caio, Caio si mette a guadagnare dal mercato e a versare quello che versava Tizio per pagare le pensioni, ma una di queste pensioni va ora a Tizio, che prima non la percepiva. In entrambi i casi lo stato perde dei soldi quando uno va in pensione.

i fenomeni [pensionati] che lamenti tu non li pagano, come sostieni tu, soltanto gli imprenditori e gli operai (mondo che io conosco), ma anche i precari dello stato

CVD, Michele.

anxia, al mondo ci sono dei tizi che vanno sull'albero, prendono 3 mele, ne mangiano una e mettono le altre 2 in un cesto comune. Poi ci sono altri tizi che prendono 3 mele da quello stesso cesto e ne rimettono dentro 2, mangiandosi l'altra. Quando uno dei primi tizi cade dall'albero, uno dei secondi gli ingessa la gamba rotta o magari aiuta sua moglie a far nascere un nuovo raccoglitore di mele, perché è molto bravo con le macchinette che fanno bing, e tutti sono contenti. Ah, ci sono anche degli ex raccoglitori di mele e degli ex ingessatori di gambe che, per accordo comune, dopo un po' di anni smettono di arrampicarsi sugli alberi o di ingessare gambe rotte e iniziano (o continuano) il giochino di prendere 3 mele e rimetterne dentro 2, finché muoiono.

Se non c'è qualcuno che va nel campo a togliere le mele dall'albero per metterne qualcuna nel cesto, dopo un po' il dipendente pubblico o il pensionato trovano il cesto vuoto. Le 2 mele che ributtano dentro ogni volta erano già nel cesto ed erano state raccolte da dei privati che si arrampicano sugli alberi. Non ti pare?

Non c'è un economista che ha voglia di spiegare il giochino contabile del giroconto? Io sono solo un povero ingegnere e ho fatto lo scientifico. Non so la ragioneria.

Capisco perfettamente. Prova tu a seguire me.

Forse magistrati, medici e insegnanti non raccolgono e ripongono le mele nel cesto? Operano tutti in settori strategici. Nel caso dei magistrati per ovvi motivi il settore non può non essere statale (ma è meglio non offrire bizzarri spunti riformistici), negli altri due casi (per limitarsi a questi), checché se ne dica, la versione statale/pubblica è, in italia, malgrado tutto, quella più efficiente e affidabile; quando ci saremo liberati del monopolio di preti e suore e Compagnie varie, si riparlerà del privato più liberamente.

L'esercizio di alcune professioni si dispiega per forza di cose nel settore statale o pubblico. L'opinio comunis, che si rinsalda a furia di reiterazioni compulsive, vuole che una determinata professione sia scelta come tragitto al posto pubblico: in qualche caso è vero, in altri casi no e si sconta la scelta di una professione da esercitarsi nel pubblico più che se si fossero operate altre scelte. Poi, certo, sarebbe opportuno introdurre dei distinguo e dei meccanismi per renderli operativi.

Quello che ho provato ad esprimere accennando alla trasformazione di certi dipendenti in liberi professionisti (in parlamento giace qualche proposta di legge in merito, ma, riconosco, le resistenze esploderebbero, se si provasse a portarle avanti) è esattamente che, almeno per certi soggetti di certe categorie, il numero delle mele edibili in proprio è persino inferiore a quello delle mele raccolte.

Se è bravo, nessuno taccia di parassitismo un avvocato o un architetto o un ingegnere, scelto liberamente, che presenti una parcella salata: si riconosce che egli mangia le mele che raccoglie. Chi opera nel pubblico anche se è bravo e prende una miseria (specialmente in rapporto al percorso che ha dovuto affrontare per prepararsi e alle capacità)  è considerato un parassita.

Il tuo discorso è viziato dal pregiudizio di fondo di considerare parassiti tutti coloro che stanno fuori dal privato (è un pregiudizio assai diffuso anche dalle mie parti: hai toccato un mio nervo scoperto, te ne sarai accorto). Nel pubblico, ci sono ampie e diffuse sacche di parassitismo (creazione di posti socialmente inutili messi a disposizione delle proprie clientele, consulenze inspiegabili) da stroncare, è vero; ma ci sono anche resistenti che, malgrado il discredito e lo stipendio, erogano servizi fondamentali oggi e in prospettiva, se si vuole riscattare dal sottosviluppo questo paese.

Inoltre, per fare un po' di chiarezza, ci sono precari che non solo non sono di troppo, ma neppure   suppliscono qualcuno, piuttosto ricoprono ruoli, senza i quali non si erogherebbero servizi. Lo stato trova conveniente mantenere questa quota, anche evidentemente per alimentare certi suoi parassitsmi. L'instabilità è il loro orizzonte, il posto fisso una lontana chimera (c'è qualche mito da rivedere alla luce delle condizioni odierne).

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Chi parla di turnover di che cosa parla? Bisognerebbe informarsi invece di replicare schemi del passato. Coloro ai quali vengono rinfacciati i diritti acquisiti sono quanti non ne godono ma scontano più di tutti la pretesa acquisizione di diritti da parte di chi li ha preceduti.

Le sacche di parassitismo (direi conosciute anche all'interno: ricordo il caso di un dipendente negligente chiamato dai colleghi "lo statale"), quelle sole, dovrebbero essere escisse (neppure negoziate) e per il resto bisognerebbe  introdurre meccanismi meritocratici tali da spazzare via la selva intricata dei diritti acquisiti, baluardo di imbalsamatura, che non cascano solo o in misura maggiore su imprenditori e operai. L'indiscriminatezza è insensata.

 

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Peraltro, per quel che mi consta (ma sono problematiche che cerco di evitare di approfondire), dopo 40 anni, quelli che un giorno non avrà  quasi più nessuno, il vitalizio per il momento lo riscuotono tutti, ex lavoratori del privato o del pubblico. E magari uno i 40 anni anche oggi  li raggiunge in età avanzata.

Capisco il tuo discorso sulle pensioni, ma non bisogna anche considerare realisticamente il contesto nell'attesa di una società più fluida? Mantenre coattivamente (prescindendo ora dai recalcitranti) attivi coloro che hanno maturato 40 anni significa tener fuori qualcuno che magari avrebbe molto da offrire e, sollevando lo sguardo per abbracciare una visione panoramica, significa altresì sostanzialmente perpetuare la dipendenza dalla famiglia di origine.

Ci riprovo, ma prima devo sgomberare il campo da un assunto che continui a fare:

Il tuo discorso è viziato dal pregiudizio di fondo di considerare parassiti tutti coloro che stanno fuori dal privato

Non è vero. Non è vero per 2 ragioni:

1) Non considero parassiti tutti i dipendenti pubblici. Nel primo post dove mi hai attaccato parlavo di parassiti e simbionti. Sono figlio di statali che si facevano il mazzo e fornivano servizi indispensabili alla collettività e in ogni caso, non sono né idiota ne cieco. Vivo nel mondo e vedo e uso ogni giorno cose e servizi forniti dallo stato. Un parassita è un organismo che prende senza dare nulla in cambio. Un simbionte prende qualcosa da te, dandoti qualcos'altro in cambio. La differenza c'è ed è sostanziale. E mi è ben presente.

2) Ai fini del discorso meramente contabile che faccio, la distinzione fra simbiosi e parassitismo è irrilevante. La flora intestinale prende l'intero suo nutrimento dal tuo organismo, tanto quanto i batteri del raffreddore. Se tu muori, entrambi muoiono con te perché non sanno mangiare le bistecche.

 

Forse magistrati, medici e insegnanti non raccolgono e ripongono le mele nel cesto?

No. Le mele sono come le bistecche e gli stipendi pubblici sono come l'energia che batteri e flora intestinale assorbono dal tuo organismo.

Nessuno nella nostra società paga direttamente un magistrato per la sentenza che emette nel suo processo. Se fai un naufragio non paghi la Guardia Costiera che ti recupera, a meno che tu non stia facendo una regata intorno al mondo la cui pericolosità ha convinto le guardie costiere a chiedere un indennizzo "a prestazione" dalla società organizzatrice.

Lo stipendio del magistrato viene, indipendentemente da quante sentenze emetta e da quanto “buone” esse siano, da un pool di risorse che i privati cittadini mettono a disposizione obbligatoriamente con le loro tasse. Quando parlo di “raccolta di mele” mi riferisco a un tipo di reperimento di risorse che dipende direttamente dalla disponibilità spontanea delle risorse stesse e dall'abilità del raccoglitore di trovarle e prenderle. Se l'albero ha poche mele, il raccoglitore non potrà prenderne a sufficienza. Se sull'albero ci saranno altri racoglitori più abili gliene sfuggiranno molte, e così via.

Il magistrato non raccoglie le mele. Le trova pronte ogni mese nel cesto. Come la tua flora intestinale non deve inseguire, macellare e digerire la mucca. Lo fai tu per lei, ma ciò non significa che sia un parassita. Tu non puoi vivere senza la tua flora intestinale, come noi non possiamo vivere (come vogliamo) senza magistrati. Ma entrambi ricevono nutrimento da noi.

Riusciamo a metterci d'accordo?

 

Non cambia la sostanza. Valgono le mie precedenti considerazioni.

Ai fini del discorso meramente contabile che faccio, la distinzione fra simbiosi e parassitismo è irrilevante.

La distinzione, invece, bisognerebbe farla, se si vogliono far quadrare i conti seguendo una via razionale e produttiva e non farli quadrare tout court. Così sarei capace di far quadrare i conti pure io, che non so nulla di contabilità.

Individuata la malattia, cioè la carenza di risorse, la terapia consiste nella loro razionalizzazione, nel vero senso della parola, onde evitare di compromettere condizioni e potenzialità. Una razionalizzazione effettiva richiederebbe interventi ardui e impopolari, per tagliare sprechi e non servizi. Bisognerebbe fare tabula rasa dei diritti acquisti. Invece chi è dentro è dentro, chi è fuori si attacchi.

L'indiscriminatezza rischia di falcidiare servizi funzionali al buon funzionamento della società e alla sua crescita potenziale e di cristallizzare i diritti acquisiti, conculcando tutti gli altri,  lasciando intatte sacche di parassitismo.

Inoltre, a mio sommesso avviso, non si intaccano le sacche di parassitismo impedendo o rallentando il ricambio (dopo 40 anni), che metterebbe nelle condizioni di far fruttare capacità mortificate e che, mi pare, sarebbe un investimento; soprattutto quando non è stato sferrata alcuna aggressione agli sprechi, che continuano ad essere esosi.

C'è un modo intelligente di far quadrare i conti?

C'è un modo intelligente di far quadrare i conti?

Questo non è l'argomento che si stava discutendo la settimana scorsa quando mi sei saltata addosso, nè quello della mia osservazione nel commento a Michele Boldrin da cui hai ripreso a saltarmi addosso.

Te lo ripeto, anche se forse una rilettura un po' più aperta dei precedenti post aiuterebbe: nel contesto di una discussione su come è meglio agire per educare gli italiani all'economia, Michele sosteneva l'utilità delle discussioni di fondo, sui meccanismi macroeconomici e sulle teorie che meglio li spiegano e prevedono. Io suggerivo che a questo indispensabile tipo di approccio fosse affiancata anche una serie di "pillole", informazioni spot su singoli fenomeni, fattuali e non richiedenti complesse teorie per essere compresi, ma purtuttavia mal compresi o addirittura capovolti nella natura percepita dalla maggioranza della popolazione.

A titolo di esempio, avevo portato l'idea diffusa che i dipendenti pubblici cedano effettivamente delle nuove risorse al sistema statale quando pagano le tasse. E chiaramente avevo ragione nel ritenere questo argomento oscuro e "capovolto", come tu hai dimostrato con le tue obiezioni.

Tutto qui. Non avevo alcuna intenzione di affrontare l'argomento che ti sta così a cuore. La mia osservazione, come tu stessa continui a ripetere, non c'entra nulla con il "far quadrare i conti". C'entra solo con l'avere chiaro dove stanno entrate e uscite per lo stato. Per far quadrare i conti ci vuole ben altro, ma se non si sa neanche da dove arrivano realmente i soldi che si vogliono spendere, non si può neanche partire con il tuo discorso.

Spererei che tu seppellissi questa ormai inutile diatriba, dato che non siamo assolutamente in disaccordo sulla necessità di tagliare il superfluo, il vero parassitismo, i diritti acquisiti immeritatamente, ecc. e sulla necessità di valorizzare le risorse mortificate. Su questo siamo d'accordo perché è ovvio, ma non è ciò che il mio esempio sulle pensioni voleva discutere.

mi sei saltata addosso

 

davvero? scusa

 

comunque, e poi la chiudo, non è affatto lineare pacifico, neppure dal punto di vista contabile, che chi ha maturato 40 anni (non 15) resti al suo posto e debba provvedere a suo figlio, che un costo ce l'ha e non ricade soltanto sulla sua famiglia,  e che non sia invece suo figlio a provvedere a lui. Avrebbe un senso tenerlo lì in un mondo in cui a uno dei due non tocchi restare fuori.

 

Dal punto di vista meramente contabile, non si possono equiparare sprechi e servizi veri. Soltanto questi ultimi contribuiscono alcuni al benessere, altri alla crescita.

Dal punto di vista meramente contabile, bisognerebbe tagliare gli sprechi: la questione non è né peregrina né oziosa, ma pertinente.

I servizi, e di alcuni non si può proprio fare a meno, o li finanziano le tasse o se li paga il cittadino di tasca sua: se si vuole parlare di contabilità non si può prescindere da questa considerazione.

 

Non è del tutto vero.

Chi si rivolge alla giustizia civile o amministrativa deve versare somme variabili a copertura delle spese di giustizia; chi è condannato per illeciti penali è normalmente condannato anche a pagare le spese di giustizia. Questa condanna, in molti casi, è teorica, nel senso che ad essa non segue l'effettivo pagamento; ma in linea di principio, in tutti i casi, si paga per ottenere giustizia. 

Bloccare il turnover era, per questo governo, sicuramente una ipotesi meno "sanguinaria" del taglio degli stipendi o dei licenziamenti. Se non hanno fatto nemmeno quello, nonostante alcune circostanze molto favorevoli - ampia maggioranza (a naso nemmeno troppo dipendente dai voti di chi è nel pubblico impiego), i sindacati divisi, la scusa di una crisi mondiale ed europea - dubito che qualcosa verrà fatto in futuro.

Mi domando : i soldi che servirano tra qualche anno da dove li tireranno fuori ?

Sarà il federalismo a trasformarsi in una scusa per "creare" nuove tasse (come dei miei colleghi fiamminghi dicono sia successo in Belgio) o tenteranno la strada di una patrimoniale (come ipotizza Phastidio)? E tutto questo come può conciliarsi con la diminuzione della pressione fiscale che servirebbe per rilanciare i consumi e la competitività ?

E perché non entrambe, Corrado? Perché non entrambe?

Il federalismo ora, per aumentare le tasse. La patrimoniale dopo le prossime elezioni.

Purtroppo nulla lo vietà però, dato che si continua a ripetere (soprattutto Confindustria) che bisogna agire sul sistema fiscale per rilanciare consumi e produttività, combinare patrimoniale e nuove tasse locali mi sembrerebbe un definitivo colpo di grazia alla crescita quindi, in cuor mio, speravo non fosse tra le opzioni percorribili.

PS

Ed io che pensavo che la brutta notizia del mese fosse la proposta di rinnovo a Kaladze!

Bloccare il turnover era, per questo governo, sicuramente una ipotesi meno "sanguinaria" del taglio degli stipendi o dei licenziamenti. Se non hanno fatto nemmeno quello, nonostante alcune circostanze molto favorevoli - ampia maggioranza (a naso nemmeno troppo dipendente dai voti di chi è nel pubblico impiego), i sindacati divisi, la scusa di una crisi mondiale ed europea - dubito che qualcosa verrà fatto in futuro.

Da diversi anni in Italia varie norme riducono o bloccano il turn-over nel settore statale.  Per esempio nell'universita' ora non si possono assumere piu' del 50% dei pensionati (la norma e' piu' complessa e prevede conteggi di punti-organico) e se non erro la manovra riduce il 50% al 20%.

Gli stipendi statali stanno venendo tagliati, all'italiana, cioe' non toccandoli come importi nominali ma bloccando rinnovi contrattuali e progressioni di anzianita'.  In termini reali in un periodo di tre anni si tratta di un taglio non trascurabile. Sarebbe stato piu' corretto tagliare tutti gli stipendi statali del 6% (il calo del PIL nel 2008-2009) e non toccare il resto, ma sarebbe stato troppo semplice e diretto.  In Spagna e Irlanda hanno fatto qualcosa del genere (modulando il taglio per ridurlo per gli stipendi piu' bassi) ma il livello dei nostri politici e' inferiore a quello spagnolo e irlandese.

Michele dice

Non servirebbe nessun taglio across the board, perché il problema italiano non è un problema di cassa immediato, di urgenza di risparmiare domani. Quindi si può fare in un quinquennio, tagliando ogni anno un 3-4% grazie a turnover ed introduzione del merito.

Con un programma del genere il PLV potrebbe andare al governo!

Buongiorno,

se pero' continuiamo ad accettare che MAI esistera' un taglio across the board (cit) neppure per i PIU' PEGGIORI (che per me sono una marea, ma sono dispostissimo ad essere smentito), allora implicitamente accettiamo la realpolitik piu' becera. (io Stato fingo di pagarti e tu fingi di lavorare)

Nel privato devo ancora incontrare qualcuno che fornendo una prestazione costantemente non in linea con quanto gli viene richiesto (e di lavori 'clerical' con richieste modeste me ne vengono in mente tanti), viene mantenuto in organico.

Qui leggo sempre la realta' dipinta per quel che e' (quella italiana sconfortante), per cui mi aspetto di non scandalizzare nessuno chiedendo che almeno quella fetta (i piu' peggiori) venga LICENZIATA.

Saluti

Forse era espresso in termini un pò eufemistici, tuttavia il punto

almeno quella fetta (i piu' peggiori) venga LICENZIATA.

credo fosse presente nell'articolo. Precisamente direi che era qui:

Senza un bel calcio a chi non merita, parlare di meritocrazia è una cagata pazzesca.

La penso anch'io così, ma, come ho cercato di argomentare più sopra, non credo sia ragionevole aspettarsi 350.000 licenziamenti (1/10=ordine di grandezza dei "più peggiori"?) anytime soon. Non senza dei sussidi, che dalle mie parti direbbero "pexo el tacon ch'el buso".

Dal punto di vista del livello dei "più peggiori" mi sa che dobbiamo solo sperare venga abbassato in futuro, con gradualità...

Nel frattempo, perché non ragionare in termini di penalizzazioni?

Non ci ho fatto gran ragionamenti (mi sono appena svegliato), ma quella più logica, visto il chiaro free riding dei soggetti, mi sembrerebbe la sospensione di diritto di voto per loro e per le persone che hanno a carico. In alternativa o in aggiunta perché non rendergli meno facile l'uso di alcuni dei servizi statali? Che so, stabilire che ogni volta che una lista d'attesa per una visita ambulatoriale dev'essere sconvolta per un'emergenza, per primi si spostano in avanti quelli della Lista? Oppure che finiscano automaticamente ultimi nelle graduatorie per gli asili nido?

Ovviamente, visto che si parlava di licenziamento in massa di 350.000 persone, do per scontato che la Lista sia acquisita e fuori discussione.

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Stavo per mettere una faccina con l'occhio strizzato alla fine.

Poi l'ho tolta perché non scherzo affatto, ma allo stesso tempo SO che nulla del genere può essere attuato perché più della metà di quelli che ogni giorno mantengono i free rider (o con le loro tasse o facendo il lavoro al loro posto), considerano il diritto di voto e tutti gli altri diritti costituzionali come inviolabili. In altre parole li mettono sullo stesso piano del diritto alla vita, senza alcuna correlazione con i doveri.

Non riesco a metterci il dito sopra, ma sento che c'è qualcosa di cruciale in questo: se non esistono scale di valori, ma solo valori al primo posto, dventa veramente difficile (auto)gestire una società.

Concordo davvero in toto con il tuo post. (cosi' tanto da chiedermi se io soffra di disturbo bipolare)

Ma se propongo il diritto di voto meritocratico anziche' universale (almeno in Italia), mi bannate dal sito e mi rimandate a Voghera?

Il diritto di voto è fondamentale.

Perché la distinzione tra "capaci" e "incapaci" viene fatta da qualcuno, i capaci direi altrimenti non avrebbe senso.

Una volta esclusi dal diritto di voto gli "incapaci" non avranno mai più alcuna possibilità (pacifica) di cambiare la loro situazione, salvo diventare "capaci" ma una volta che abbiamo creato una casta (i capaci) mi ci gioco il cappello che la mobilità sarà solo dall'alto verso il basso e non viceversa.

Poi questa categoria dei capaci potrebbe essere di volta in volta ristretta, prima si tolgono gli incapaci totali, poi chi lavora poco, poi chi lavora ma è mediocre, poi chi lavora benino ma prende troppo...

In altre parole torniamo alla nobiltà guerriera.

No, non credo sia una strada percorribile, non è sicura.

Li si mette a casa. Punto. Si troveranno un lavoro come gli altri. Poi se chi "ladra" è 100, dopo aver messo a casa i primi 10 credo ci sarà improvvisamente un aumento della produttività.

Il diritto di voto è fondamentale.

Perché la distinzione tra "capaci" e "incapaci" viene fatta da qualcuno...Poi questa categoria dei capaci potrebbe essere di volta in volta ristretta, prima si tolgono gli incapaci totali, poi chi lavora poco, poi chi lavora ma è mediocre, poi chi lavora benino ma prende troppo...

In altre parole torniamo alla nobiltà guerriera.

Naturalmente hai ragione. Per questo stavo per mettere la faccina sul mio post.

Credo comunque che non sia così automatica l'applicabilità della teoria del "piano inclinato".

Diversamente da un'oligarchia che stabilisce regole per giustificare la negazione del diritto di voto al resto (maggioranza) della popolazione, in questo caso potrebbe essere il 90% che stabilisce una soglia minima per farvi parte. E la dovrebbe stabilire democraticamente, quindi "a maggioranza"...ok, tu dici che domani l'80% esclude l'altro 10%, sempre democraticamente e così via finché il 9% esclude il sottostante 1% che ancora vota...e così via fino a Berlusconi che stabilisce che solo chi si chiama Silvio AND ha un medico che può farlo vivere fino a 150 anni AND possiede la quota di controllo di Mediaset AND è PdC AND...ok, ci siamo capiti. Boh? Essere d'accordo con Churchill non mi dà più molta soddisfazione, ma hai ragione: le alternative sono forse peggio.

Però so che:

Li si mette a casa. Punto. Si troveranno un lavoro come gli altri.

Non può funzionare. Non stiamo parlando del tornitore rimasto disoccupato perché la ditta ha chiuso. Stiamo parlando di gente che per anni è stata pagata per insegnare filosofia, ma non l'ha mai fatto. O per fingere di controllare che io non facessi abusi edilizi, limitandosi a dire no ogni volta senza neanche leggere le leggi in materia. O per spostare un paio di minuti al giorno un foglio dalla scrivania A a quella B. O per timbrare il cartellino la mattina e poi uscire a giocare a tresette fino alla timbratura pomeridiana.

Non stiamo parlando del dipendente statale medio, ma per ipotesi del 10% peggiore. Se fossero stati "beccati" da giovani, forse qualcosa avrebbero potuto fare, ma tu lo assumeresti uno di quelli lasciato a casa a 50 anni?

Mio padre con questa crisi è rimasto disoccupato a 50 anni tondi tondi.

Dopo aver sempre lavorato, non un esempio di eccellenza magari ma il suo lavoro l'ha sempre fatto (anche perché ha SEMPRE lavorato nel privato).

Ti posso dire che ben in pochi se lo sono ripreso, per un anno nessuno.

Durante quel periodo e anche adesso che è ripartito dal fondo della scaletta del pollaio, io e i miei fratelli ci siamo sobbarcati l'onere di mantenere la famiglia.

Perché la mia famiglia sì e la loro no? Perché io non piango ma lavoro e i loro figli no?

Quelli hanno RUBATO per 30 anni, che siano i loro figli a mantenerli non io.

Come vedi a "casi particolari strappalacrime" ci si riempie una nave container.

 

Perché la mia famiglia sì e la loro no? Perché io non piango ma lavoro e i loro figli no?

Quelli hanno RUBATO per 30 anni, che siano i loro figli a mantenerli non io.

Come vedi a "casi particolari strappalacrime" ci si riempie una nave container.

Mi hanno sempre detto che sono un bastian contrario, ma non ne avevo mai vista una dimostrazione più plastica.

Quello che dici è ciò che ho sempre sostenuto, ma poi la dinamica della discussione mi ha portato al ragionamento di prima. Cercavo di immaginare il futuro in ottica politica e non secondo la mia etica personale.

Volendomi cercare una difesa, potrei dire che tuo padre e diversi miei amici hanno perso il posto singolarmente o a poche decine alla volta. Quando sono state poche centinaia (mi viene in mente Alcoa o il centro ricerche Glaxo o Eutelia) c'è stato un gran casino politico-mediatico.

350.000 licenziati in un colpo dallo stato produrrebbero un casino diversi ordini di grandezza più rumoroso.

Qualcuno sa quanti abbiano perso il lavoro nel 2009-2010? 350.000 è davvero un numero abnorme o succede normalmente durante una crisi?

O forse, cercando di essere realista, ho iniziato ad arrampicarmi sugli specchi?

Più che bastian contrario mi sei sembrato realista, forse cinico.

Intendo dire:

bzbiz ha sicuramente ragione, ma: o cloniamo la Tatcher, o possiamo scordarci che qualcuno faccia una cosa del genere. Tu mi sembravi conscio di questo fatto.

Perchè, purtroppo, il "numero" (ed anche la "ferocia") hanno peso e rilevanza.

Se una tromba d'aria ti tira giu la casa...cazzi tuoi, sei sfigato; quando un terremoto abbatte casa tua, e tutta la città, mobilitazione nazionale ed internazonale per aiutarti. Rimani senza lavoro ad Arese e ti metti sulla A8 a fermare il traffico? Ti mettono in analisi, a meno tu non sia con 250 altri colleghi dell'Alfa.Idem con le multe, prova a fare come i Cobas del latte da solo!

Si potrebbe continuare con altri esempi. Non è giusto e bisogna opporsi, ma realisticamente bisogna rendersi conto che le cose stanno così.

Tornando ai 350000 esuberi considererei già un successo se i media e gli intellettuali almeno li considerassero tali e non povere vittime di uno stato che si disinteressa del pubblico. Cambiando la percezione sarà, forse, possibile muovere qualcosa.

Diciamo che per mantenere viva la discussione è spesso utile cercare di esplorare posizioni diverse dalle nostre se nessuno lo fa. Per me è un ottimo esercizio per comprendere meglio, altrimenti nell'80% dei casi sarebbe tutto un "bravo", "quoto", "concordo" :D

Penso che una riorganizzazione del pubblico impiego sia comunque per definizione impossibile da fare "tutta in una volta".

Si tratta di 350'000 ma non credo sia possibile (proprio dal punto di vista pratico) metterle a casa tutte insieme.

Non è poi detto che si debbano mettere a casa tutte e 350'000.

Se comincia a tirare una brutta aria ci sono vari casi che dobbiamo considerare:

* Quelli che un altro lavoro lo possono trovare rapidamente (e magari se lo cercano di spontanea volontà prima che gli affondi la barchetta di carta)

* Quelli che un altro lavoro lo hanno già

* Quelli che in fondo possono permettersi di non lavorare

* Quelli che si mettono a lavorare per la prima volta in 30 anni perché non hanno nessuno dei punti precedenti

Insomma riorganizzare non significa obbligatoriamente mettere 350'000 persone in mezzo ad una strada.

ho trovato un confronto dipendenti pubblici vs popolazione e non mi sembra che siamo i peggiori

 

quanto ai 350000 esuberi bisognerebbe anche esercitarsi a dove trovarli tenendo anche conto che con il federalismo p.v. gli stessi sono destinati ad aumentare.

 

 

Lavoratori del pubblico impiego per settore di appartenenza

Pubblici impieghi I lavoratori del pubblico impiego V. A. %

Servizio Sanitario Nazionale 692.002 20,49

Enti pubblici non economici 62.873 1,86

Enti di ricerca 16.992 0,50

Regioni e autonomie locali 578.657 17,13

Regioni a statuto speciale 26.735 0,79

Ministeri 261.915 7,75

Aziende autonome 34.368 1,02

Scuola 1.130.658 33,47

Universita 113.393 3,36

Corpi di polizia 321.673 9,52

Forze armate 125.564 3,72

Magistratura 10.514 0,31

Carriera diplomatica 1.007 0,03

Carriera prefettizia 1.567 0,05

Totale pubblico impiego 3.377.918 100,00

Fonte: Centro documentazione dellfEurispes.

 

 

 

tenendo anche conto che con il federalismo p.v. gli stessi sono destinati ad aumentare.

Queste sono le favole che gli anti-federalisti raccontano in Italia.  I paesi avanzati federali hanno tendenzialmente meno dipendenti pubblici rispetto a quelli centralisti, probabilmente perche' non c'e' la corsa a gonfiare i dipendenti pubblici negli enti locali allo scopo di farseli pagare dalla cassa comune dello Stato centrale.

Anche in relazione al fumoso federalismo che vuole applicare l'attuale governo?

E' una domanda senza polemica, con l'attuale maggioranza l'ideale e il reale si discostano spesso e volentieri e di molto anche.

Anche in relazione al fumoso federalismo che vuole applicare l'attuale governo?

Quello che il governo sta elaborando ha poco a che fare col centralismo ed assomiglia piu' all'usuale statal-centralismo demenziale all'italiana, con pero' un'enfasi positiva sul controllo dei costi a livello regionale e su una maggiore responsabilizzazione delle Regioni. Tutto cio' si ottiene con dirigismo statalista, non con una riforma federale che devolva competenze di spesa assieme a responsabilita' di corrispondente esazione fiscale. Finche' rimane la pressione della Lega e' probabile che i costi non aumenteranno, ma va detto che tutto il resto del sistema politico tende all'aumento della spesa pubblica, per cui l'equilibrio rimane instabile e tendenzialmente diretto ad aumentare la spesa pubblica.

quello che dici è vero

ma noi partiamo da uno stato centrale che non licenzierà una persona e ne trasferirà qualcuna alla regione  Lazio

Le regioni invece ne assumeranno

In ogni modo si vedrà 

Alberto hai ragione ma esiste un'eccezione "pericolosa" che io temo molto possa ripetersi in Italia: il Belgio.

Alberto hai ragione ma esiste un'eccezione "pericolosa" che io temo molto possa ripetersi in Italia: il Belgio.

Non mi risulta che in Belgio il federalismo abbia creato problemi di conti pubblici.  Il Belgio rimane un Paese ricco, che dopo aver accumulato un debito pubblico del 130% quando era piu' centralista di oggi, lo sta riducendo negli anni piu' recenti.  E' vero che il Belgio e' uno Stato semi-fallito, e il federalismo che hanno elaborato e' di scadente qualita' e non ha risolto i problemi percepiti dagli elettori.  Tuttavia non mi pare proprio che si possa dire che il federalismo ha peggiorato lo Stato semi-fallito che era col centralismo.

Mi riferivo al fatto che il "miglioramento" del bilancio pare sia dovuto ad un aumento della pressione fiscale portato dal pseudo federalismo, che pare aver introdotto nuove tasse locali in aggiunta alle nazionali senza aver generato alcun "circolo virtuoso".

Confesso che, nell'affermare questo, mi baso esclusivamente sui racconti di due colleghi (valloni), che spengono sempre i miei entusiasmi sul federalismo raccontandomi la loro situazione. In generale sono come te convinto della bontà del federalismo per l'Italia: diciamo che temo che una buona soluzione finisca per dare pochi o nulli risultati perchè applicata in maniera inetta. Spero proprio non succeda (però lo temo)

ero all'oscuro dei numeri ed in effetti questi non parrebbero cosi' 'fuori scala'...

qualcuno puo' darmi conto del peso delle 'esternalizzazioni all'italiana', cioe' le consulenze...

ed inoltre se sono gia' considerati tra gli enti pubblici non economici tutte quelle belle realta' quali comunita' montane, sviluppo spa...e simili?

grazie mille

Ma se propongo il diritto di voto meritocratico anziche' universale (almeno in Italia), mi bannate dal sito e mi rimandate a Voghera?

Si' si', propongo due metodi alternativi ma semplici semplici:

1. Insieme alla scheda elettorale si riceve un test a risposta multipla concernente i programmi dei partiti e fatti elementari di storia (recente) politica/sociale/economica del Paese. Se non raggiungi un punteggio minimo prestabilito il tuo voto e' annullato.

2. Rilevazione auditel obbligatoria su tutti i televisori. Se guardi piu' di 100 ore di TV al mese ti viene revocato il diritto di voto.

Ottima idea ;)

Io però aggiungerei anche un test di intelligenza oltre al quiz a risposta multipla.

Proposta degna del grande fratello (quello di Orwell).

eggià...

in realtà faccio o'Brien di cognome...

La sospensione del diritto di voto sarebbe lievemente incostituzionale, soprattutto se estesa ai dependents.

Non so quanto sia fattibile la tua proposta di tagli nella realtà. Io vedo due soluzioni, la prima meno praticabile della seconda:

1. Identificare possibili esuberi e pensare a una way out (i.e. licenziamento) di una parte dei dipendenti pubblici. Con way out intendo qualcosa tipo un piano che preveda un'indennità di disoccupazione ad hoc per compensare la perdita di un lavoro pubblico e aiuti al ricollocamento (e.g. fare corsi di aggiornamento per rafforzare la formazione dei dipendenti)

2. Negoziare aumenti di stipendi solo nella parte variabile, legata alla valutazione delle performance dei dipendenti. In questo modo chi è più bravo guadagna di più quell'anno. Per fare questo, bisogna mettere in piedi un meccanismo di valutazione serio

Quello che vedo io e che credo i politici faranno sarà una progressiva riduzione dei servizi al cittadino fino a renderli indecenti.
Con servizi intendo anche scuola, ospedali, forze dell'ordine, ecc.

Credo che la via scelta da chi ci comanda sia una lenta messicanizzazione dell' Italia.

Soluzioni alternative per ridurre la spesa pubblica ce ne sono molte, quello che viene in mente a me:
- Un'esercito, marina e un'aviazione più piccoli, diciamo delle dimensioni di quelli della Spagna. (15 mld/anno  http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_military_expenditures)
- Tagliare i finanziamenti ai partiti e giornali, ridurre i costi della politica (il quirinale da solo costa 1 mld di euro ad anno!), eliminare le provincie e trasferirne i dipendenti amministrativi nei tribunali fortemente sotto organico: 5 mld saltano fuori
- Ferrovie dello stato: privatizzarla e liberalizzare seriamente il settore (non so quantificare cosa ne potrebbe uscire ma non spiccioli sicuramente)
- Bando per l'assegnazione delle radiofrequenze del digitale terr. rimaste libere (una-tantum ma in Germania ha fruttato 4.5 mld di euro)
- FAS: dimezzarli: 5 mld risparmiati (toglierli no, sono indispensabili a chi ne ha veramente bisogno ed è veramente nella merda, come es abruzzo)

Da queste 5 iniziative un 25 mld di euro ad anno escono

 

Giuseppe permettimi di esprimere la mia visione del problema con la tabella seguente:

Nella prima colonna puoi vedere la spesa 2009 da "RELAZIONE UNIFICATA dell'ECONOMIA e della FINANZA -R.U.E.F. )

La seconda scompone secondo RUEF alcune voci , la terza è una mia scomposizione del lavoro.

Ho poi dato per lavoro ed acquisti il c.a.g.r. dei 4 governi dal 1996 e la crescita di queste spese dal 1995 al 2009.

Per ogni voce ho stimato la corruzione ( per me spreco = corruzione )

-l'80% delle consulenze date ad amici sono corruzione ( poi 1 dipendente su 7 è Dirigente )

- almeno il 20% sugli acquisti è corruzione ( la siringa si paga 2 invece di 0,5 perché qualcuno intasca la differenza ); notare che in 14 anni la spesa per consumi intermedi è più che raddoppiata.

- il 10% delle prestazioni sociali che non siano pensioni è corruzione

e così via trovo i 60 miliardi di corruzione stimati dalla Corte dei Conti.

Tempo fa ho fatto una simulazione :

con crescita e inflazione al 2% , crescita spese come inflazione ( prima di tagliare bisognerebbe non farle crescere ) recupero del 50% della corruzione e del 18% dell'evasione in 10 anni il debito puo scendere dal 120% al 50%.

Per i licenziamenti ti posto l'ultima distribuzione disponibile dei dipendenti pubblici affinché tu possa esercitarti dove tagliare.

Lavoratori del pubblico impiego per settore di appartenenza

 

Pubblici impieghi I lavoratori del pubblico impiego V. A. %

Servizio Sanitario Nazionale 692.002 20,49

Enti pubblici non economici 62.873 1,86

Enti di ricerca 16.992 0,50

Regioni e autonomie locali 578.657 17,13

Regioni a statuto speciale 26.735 0,79

Ministeri 261.915 7,75

Aziende autonome 34.368 1,02

Scuola 1.130.658 33,47

Universita 113.393 3,36

Corpi di polizia 321.673 9,52

Forze armate 125.564 3,72

Magistratura 10.514 0,31

Carriera diplomatica 1.007 0,03

Carriera prefettizia 1.567 0,05

Totale pubblico impiego 3.377.918 100,00

Fonte: Centro documentazione dellfEurispes.

Rispetto agli altri paesi abbiamo il doppio di appartenenti a corpi di polizia per abitante , 4 volte per km2

Anche eliminare un livello fra Regioni , province e comuni potrebbe aiutare ma temo che con il federalismo gli addetti agli enti locali aumenteranno.

 

O.T. : qualcuno sa dirmi perché "insert a new table" non funziona.

 

 

 

 

Giuseppe permettimi di esprimere la mia visione del problema con la tabella seguente:

Grazie lallo. Sapevo che qualcuno avrebbe corretto le mie "stime a memoria".

La prima cosa che noto è che i costi del personale sono il 58% invece del 70-80% e che avevo dimenticato (!) i pensionati, che ne costituiscono quasi i 2/3.

Investimenti 8,2%...c'ero vicino. Consumi intermedi 17%...anche qui ero in zona.

La differenza è costituita da un 2% scarso di contributi alla produzione, 5,8% di “altro” e un bell'8,9% di interessi.

Non mi pare che queste cifre cambino il senso del mio post. Anzi.

 

con crescita e inflazione al 2% , crescita spese come inflazione ( prima di tagliare bisognerebbe non farle crescere ) recupero del 50% della corruzione e del 18% dell'evasione in 10 anni il debito puo scendere dal 120% al 50%.

Mi pare ottimistico un calo del 50% della corruzione e un po' anche il 18% dell'evasione e comunque, la pressione fiscale mi pare già oggi folle e non ritengo che senza ridurre le tasse sarà possibile riprendere lo sviluppo. Ridurre il debito al 50% porterebbe gli interessi dal 8,9% al 4%? Ok, mi pare positivo, ma continuo a non capire perché devo vivere in un paese con una pressione fiscale da record mondiale. Non mi piacerebbe neanche se funzionasse come la mitica Svezia.

 

Per i licenziamenti ti posto l'ultima distribuzione disponibile dei dipendenti pubblici affinché tu possa esercitarti dove tagliare.

Mi sa che qui mi hai frainteso: non volevo dire che auspico licenziamenti in massa.

Mi rendo perfettamente conto che non possiamo sbattere 350.000 famiglie sul lastrico senza nessuna possibilità di recupero. E' proprio quello il senso del mio post: come facciamo a risolvere il problema senza licenziare un decimo dei dipendenti pubblici? O, dato che li avevo scordati (che mona...), senza togliere la pensione a un decimo dei pensionati?

Michele mi ha dato un'ottima risposta.

 

Rispetto agli altri paesi abbiamo il doppio di appartenenti a corpi di polizia per abitante , 4 volte per km2

Hai esemplificato perfettamente come andrebbe svolto l'esercizio se non ci fossero i 350.000 problemi con famiglia di cui sopra. In ogni settore sono convinto che esistano situazioni del genere.

Per coincidenza rientro da una cena con un amico che è un alto ufficiale della Polizia.

Mi faceva notare che tutti i servizi di polizia sono svolti anche dai Carabinieri e dalla GdF e mi raccontava che quando, da giovane, faceva il rappresentante sindacale diceva ai suoi colleghi: guadagnamo il 40% meno dei poliziotti francesi o tedeschi...e giù brusio incazzato...e poi aggiungeva: ma siamo il 40% in più. (A quanto pare oggi la situazione è peggiorata)

Lui sostiene che le cose andrebbero riorganizzate da subito unificando i servizi svolti e riducendo quindi di un bel po' il personale necessario per assicurare a noi lo stesso servizio.

By the way, Corrado si lamentava che il governo non ha iniziato neanche il blocco del turn-over. Questo mio amico sostiene che già da qualche anno il loro turn-over è molto ridotto, se non bloccato. Inoltre, giusto l'altro giorno i medici hanno scioperato. Mi pare di aver letto che sostenevano che fosse stato bloccato il turn-over.

 

r. Questo mio amico sostiene che già da qualche anno il loro turn-over è molto ridotto, se non bloccato. Inoltre, giusto l'altro giorno i medici hanno scioperato. Mi pare di aver letto che sostenevano che fosse stato bloccato il turn-over.

Visto le alternative che si prospettano spero proprio che sia vero.

Giuseppe volevo sottolineare ulteriormente il punto riguardante le forze dell'ordine. Si parla spesso del fatto che non hanno fondi nemmeno per pagarsi la benzina e nessuno si rende conto dei costi dati dal numero abnorme di forze di polizia rispetto al fabbisogno.

Abbiamo i costi per questo numero abnorme ma non ne godiamo i benefici; perchè le forze di polizia lavorano indipendentemente sul territorio, con una coordinazione minima, addirittura con gelosie fra le stesse. Solo una riorganizzazione taglierebbe nettamente i costi e migliorerebbe enormemente il servizio, questo senza toccare i reali sprechi all'italiana che comunque ci sono o porsi domande sui costi/benefici (esempi: a senso come fanno certi comuni aumentare i vigili urbani per poi metterli a dare multe dato che non ci sono isoldi per ...i vigili urbani medesimi; qualcuno a mai calcolati i costi annui di una struttura come la gdf ripetto ai soldi che fa recuperare allo stato? Sono congrui?)

PS

Complimenti per la citazione dei Monthy

nessuno si rende conto dei costi dati dal numero abnorme di forze di polizia

"Nessuno" spero che sia un'esagerazione. A parte il mio amico poliziotto, l'argomento entra spesso nei giornali.

Io credo che, come per la maggior parte dei cambiamenti, ci sia una grossa inerzia dell'apparato per via delle infinite sfumature sul come attuarlo. Da chi è esclusivamente attaccato alla tradizione e non considera nemmeno l'ipotesi di unificare carabinieri e polizia, a chi magari pensa di cominciare dividendo il territorio in zone, o le mansioni, o gli orari di risposta alla richiesta di pronto intervento, a possibili differenze sul calcolo dell'anzianità di grado o al valore di diversi corsi di specializzazione tenuti nei diversi corpi...boh?

Oltre all'inerzia dovuta alle dimensioni, che rende difficile la partenza del cambiamento, dell'apparato ci sono attriti, anch'essi dovuti a infinite cause, che ne rallentano la marcia.

Dal questore o colonnello in corsa per un comando che non vuole veder sparire, al sindacato preoccupato per esuberi o trasferimenti, alle diverse procedure da uniformare...mi viene in mente il casino seguito all'acquisizione della Cassa di Risparmio di PD e RO da parte di Intesa-S.Paolo. Per un paio d'anni CaRiPaRo ha continuato a usare i software di prima e il personale nelle filiali mi pare sia rimasto esattamente lo stesso. Poi un luglio hanno uniformato software e procedure...e poi per parecchi mesi abbiamo visto pagamenti bloccati, voci strane in estratto conto che poi dovevano essere corrette manualmente dai direttori. Molti clienti se ne sono andati semplicemente perché non gli piaceva la nuova veste dei documenti.

Sto parlando di un gruppo bancario che aveva proceduto per anni di acquisizione in acquisizione e che quindi avrebbe dovuto avere una grande esperienza in merito all'epoca dei fatti. Una volta ho incontrato un bancario finlandese, ex dipendente del reparto informatico della sua banca. Quando questa si è fusa con una banca svedese, lui ha prima trasferito tutti i suoi soldi in una terza banca 15 giorni prima della fusione e poi si è licenziato, piuttosto che passare attraverso la trafila di adottare nuovi software e procedure.

E stiamo parlando di banche: aziende private abituate ai cambiamenti e di dimensioni enormemente inferiori a quelle dei corpi di pubblica sicurezza.

In breve: è umano e pure utile che noi ci incazziamo per le lentezze burocratiche e per l'apparente ottusità del sistema e di chi lo governa, ma teniamo conto dei problemi reali, sia di quelli inevitabili tecnicamente, sia di quelli difficilmente aggirabili con rapidità dovuti all'animo umano.

Ok...dire "nessuno" è esagerato. Diciamo che, a mio avviso, il tema non è trattato con l'attenzione e l'urgenza che merita, e questo direi che è facilemente condivisibile.

Sono costi che paghiamo quotidianamente, una continua emorragia di soldi e soprattutto un servizio di sicurezza non all'altezza con tutte le conseguenze del caso (micro e macrocriminalità, stragi del sabato sera, ecc...ecc..) tra cui...ulteriori costi !

Che ci sarà inerzia al cambiamento e che organizzare il cambiamento sarà complesso (e richiederà tempo)  lo ritengo inevitabile, come in tutti i grandi cambiamenti (vedi il tuo esempio bancario), nondimeno è necessario.

Comunque la questione non è considerata  prioritaria dai programmi di nessuno dei principali partiti politici. Nonostante tutti si siano riempiti la bocca con "sicurezza", "efficienza della PA", "riduzione costi" quindi il problema nemmeno si pone!

Nel problema delle Forze dell'ordine oltre a quello di averne n , con n catene di comando a mio avviso ce n'è uno che ha a che fare con il sottogoverno : creare stazioni e commissariati in ogni dove.

Ogni Stazione / Commissariato rende praticamente inoperativi almeno 6 carabinieri / agenti : il piantone e l'addetto su tre turni.

Ma il Sindaco del paesello vuole la Stazione e quando la ottiene spende la cosa per le prossime elezioni.

 

Almeno questo è un aspetto che è stato migliorato, al nord quasi tutte le stazioni dei carabinieri hanno il piantone solo nelle ore d' ufficio, nel resto della giornata il servizio è stato sostituito dal 112, cioè citofonando, o telefonando, risponde in automatico il pronto intervento.

 

Giuseppe , ecco la simulazione di cui ti parlavo.

 

 

L'avevo fatta lo scorso anno con le previsioni 2009 e dava nel 2019 un debito del 52%; ho messo i dati reali 2009 ( peggiori ) ed il risultato a fine periodo è peggiore; ma ciò non cambia il messaggio che si puo trarne.

Dici che è difficile recuperare la corruzione : sarebbe facilissimo stroncare quella con cui i politici pasteggiano :

--- 12 miliardi di consulenze farlocche ( Comuni di 3500 abitanti , Dongo (CO ) che pagano 250 k€ il segretario comunale e poi conferiscono anche consulenze )

--- 20 miliardi su acquisti di consumable e macchinari ( 10% dei 203 miliardi spesi nel 2009 )Si era pensato di centralizzare gli acquisti con il CONSIP  ma le Amministrazioni se ne fregano perchè anch'esse devono mangiare.La centralizzazione renderebbe più facili i controlli ( su un ente anzicchè 10000 enti o magari su un maggior volume si accontenterebbero di tangenti del 5% anzicchè del 20% ) e si potrebbero spuntare prezzi più bassi. Ma i vari Tarantini , Tarantin , Tarantinu , Tarantengo rimarrebbero a bocca asciutta.E con il federalismo la polverizzazione sarà ancora maggiore ed istituzionalizzata e la situazione sarà peggiore.

Restano più di 60 mld in prestazioni sociali ( sussidi farlocchi a chi affitta ville in Sardegna , accompagnamenti compiacenti ma che pèortano voti , social cards )  e più di 40 di "altre" : vuoi non recuperarne quattro?

--- 18% dell'evasione fiscale da restituire pari pari a chi paga il giusto ( vorrebbe dire diminuire del 10% l'IRE ).La p.f. Rimarrebbe invariata ma forse si darebbero soldi a chi li spende in Italia togliendoli a chi li esporta all'estero.

Comunque il mio modello , come puoi vedere , prevede anche modeste riduzioni fiscali subito e sostanziose dal 2020.

Tagliare la corruzione taglia la capacità di spesa di corrotti e corruttori ma credo sia una spesa in minima parte interna.

Per quanto concerne la p.f. anche l'altro  ieri Bortolussi , abile a manovrare i numeri per omissione , osservava che la nostra pressione tributaria ( p.f. meno contributi sociali ) era nel 2008 al 29,5% contro il 24,3% della Germania. 

Non ha però detto che :

- se pagassimo le pensioni  al netto come in Germania le entrate tributarie sarebbero 43,8 mld in meno , - 2,9% di p.t.

- se trasformassimo i contributi alla produzione in sgravi fiscali le entrate tributarie sarebbero 15,1 mld in meno , - 1,0% di p.t.

-se  superassimo le partite di giro tipo le tasse pagate ( IRAP ) dallo stato agli enti locali ( contabilizzati come costi per lo stato e tasse riscosse dalle a.l. che nel conto consolidato delle P.A. si sommano alle altre tasse)  18,0 mld - 1,2% ) le entrate tributarie sarebbero 18,0 mld in meno -1,2% di p.t.

- se deducessimo dalle imposte i rimborsi fiscali oggi contabilizzati come costi la p.t si ridurrebbe di un altro 0,5%

 

 

Totale : -5,6% di tasse ( p.f. e p.t. ) , -5,6% di spesa ; la p.t. scenderebba al 23,9% , 0,4% in meno di quella tedesca.

 

Mi rimane una domanda : come mai togliere soldi con le tasse diminuisce la domanda mentre toglierli , per esempio licenziando o diminuendo salari o pensioni questo non succede?

 

Giuseppe , ecco la simulazione di cui ti parlavo.

Lallo, ti ringrazio, ma come ho detto, non sono un economista. L'ho letta comunque volentieri, ma non avevo espresso dubbi sui tuoi calcoli.

Dici che è difficile recuperare la corruzione : sarebbe facilissimo stroncare quella con cui i politici pasteggiano

Sarebbe facilissimo se i politici e i funzionari e gli impiegati e i magistrati e tutti quanti quelli potenzialmente coinvolti non ci pasteggiassero.

--- 18% dell'evasione fiscale

Stesso discorso per quella parte di evasione che si avvale di complicità negli organismi di controllo.

Per il resto, quella costituita da transazioni non controllabili in alcun modo in sedi private (come il classico conto dell'idraulico), ritengo probabile che, anche ammesso che si trovi un modo efficace di ottenere il pagamento delle tasse (ed è un grossissimo if...), l'effetto sarebbe molto meno del previsto perché molti idraulici smetterebbero semplicemente di fare il lavoro alle cifre che gli verrebbero imposte dalla tassazione. In altri casi sarebbe il cliente a farsi la riparazione da solo alle tariffe ivate. Insomma, il conto di Draghi del mese scorso (125 miliardi di evasione che si può azzerare o giù di li) mi pare scorretto.

Per queste e per altre ragioni, che da profano non conosco, mi pare che anche qui su nfa siano stati irrisi sia Tremonti sia il suo predecessore quando hanno fatto leggi finanziarie in parte coperte dalla "lotta all'evasione".

Ci sarebbe anche la questione del recupero istantaneo che postuli. Quando ipotizzavi -18% di evasione e -50% di corruzione, pensavo intendessi in 10 anni, ma vedo che le immagini ottenute già nel 2011. Scusami, sarò disfattista, ma non lo credo davvero possibile in alcuno scenario.

Mi rimane una domanda : come mai togliere soldi con le tasse diminuisce la domanda mentre toglierli , per esempio licenziando o diminuendo salari o pensioni questo non succede?

Questa non l'ho capita. Non solo non l'ho mai immaginata, ma nei miei commenti precedenti stavo appunto dicendo che non ritengo possibile applicare la meritocrazia nel ridurre le spese proprio perché ciò avrebbe necessariamente comportato dei licenziamenti, data la concentrazione su pochi soggetti (anche se 350.000 non sono mica tanto pochi, in realtà...) del risparmio di spesa.

Il fatto che personalmente vorrei smettere di mantenere quelli che se ne approfittano, non significa che mi aspetti che qualcuno lo faccia istantaneamente, o che, nel caso mi chiedessero cosa fare, suggerirei di licenziare in tronco il 10% peggiore dei dipendenti pubblici...magari sì, ma dovrei pensarci bene. Idem per il diritto acquisito dei pensionati baby o teenager, che quando sono incazzato vorrei trasformare in restituzione degli arretrati, ma quando scrivo sul blog cerco di risparmiarvi.

Altro discorso sarebbe se ciò venisse fatto su base territoriale mediante separazione sia fiscale che politica isolandomi dalle conseguenze materiali peggiori, ma qui cambiamo topic e andiamo a pié pari nel politically incorrect ;-)

Lasciando perdere le battute invece, mi pare che la tua domanda aut-aut possa dare utili spunti se proposta contemporaneamente. Se riduco le tasse ai privati (aumentando quindi in proporzione i loro salari) e contemporaneamente riduco la spesa pubblica per lo stesso ammontare, cosa succede alla domanda? Non rispondermi: lo so che senza i carri armati è un esperimento che non si può fare...

Come sempre, credo che Michele abbia citato l'unico modo per uscire da questo casino. Tutto il resto mi sembrano desideri, sia i miei che i tuoi.

l'effetto sarebbe molto meno del previsto perché molti idraulici smetterebbero semplicemente di fare il lavoro alle cifre che gli verrebbero imposte dalla tassazione

Oppure la tassazione traslerebbe, pesando anche su altri soggetti come spiegava, meglio di come saprei far io, SuperSandro qui.

Grazie Corrado. Non so come mi fosse sfuggito quell'articolo.

Evidentemente non sono bravo come credevo a setacciare nfa ;-)

.. ovvero le leggi di murphy sull'organizzazione, da cui il "principio di peter":

In una gerarchia ogni membro tende a raggiungere il proprio livello di incompetenza.


 

Caro Marco, il Principio di Peter ha poco a che vedere con le leggi di Murphy, se non che è stato esteso in forma volutamente ironica, col contributo del giornalista ed umorista Raymond Hull. Seguendo il link troverai alcuni dettagli, poi volendo il libro - del 1969, ma molto godibile anche oggi - è stato recentemente riedito.

Principio e corollari si possono riassumere così (la forma volutamente è generica e non riguarda solo le situazioni lavorative, perché il problema si può presentare dalla Bocciofila Ferrovieri al Lions Club International)

- in ogni struttura gerarchica, ciascun individuo tende a raggiungere il livello d'incompetenza che gli è proprio

- col tempo ogni posizione tende ad essere occupata da un individuo incompetente per le mansioni che deve svolgere

- tutto il lavoro viene svolto da quegli individui che non hanno ancora raggiunto il proprio livello d'incompetenza

Per il problema evidenziato da Peter si è ricorsi a vari tentativi si soluzione, dall'antico promoveatur ut amoveatur, alla lateralizzazione del ruolo ed altri che potrai gustarti nel libro.

Non gode invece di nessuna simpatia (per buonismo, opportunismo politico e tutti gli "ismi" letali che vuoi) la soluzione più diretta e naturale: il reintegro nelle mansioni precedenti. Detto in termini marziali: la degradazione. Certo, simili norme esistono anche in Italia, dove ad esempio i primari ospedalieri hanno contratti quinquennali al termine dei quali possono venire riconfermati o non confermati: bene, in quasi trent'anni di professione non ho mai visto UN primario non riconfermato; se è successo, non ne ho avuto notizia.

Torniamo così all'incipit dell'articolo di Massimo

Eppure la meritocrazia ha necessariamente due facce: al lato  "che vinca il migliore" corrisponde quello "chi sbaglia deve pagare"

Bisogna cominciare col figgere in testa queste ultime quattro parole a 60 milioni d'italiani, poi potremo riparlare di meritocrazia. Ma con gli esempi quotidianamente proposti negli ultimi tre lustri dalla vita pubblica, la vedo dura.

Ciao

Al di là dell'ironia mi pare, mi pare che il principio di peter metta in luce un rischio concreto.

Si tratta tuttavia, a mio modesto parere, di un fenomeno limitato ad tipo molto circoscritto di casi e a un'accezzione non corretta della logica meritocratica. L'esempio più tipico è quello dell'individuo, outstanding performer sul piano operativo che viene promosso ad un ruolo mageriale dove non è capace.

D'altronde,  a ben pensarci, il migliore degli infermieri, non diventerà mai un chirurgo, neanche dopo 50 anni di assistenza ad un chirurgo in sala operatoria (a meno che, ovviamente non prenda la laurea nel tempo libero). Penso che il punto sia tutto lì: se uno è un bravo venditore, non devi premiarlo facendolo diventare coordinatore di venditori, perchè magari non ne è capace. Lo premierai con riconoscimenti, soldi, cose interessanti da vendere etc.  e magari lascerai il ruolo di coordinatore a uno che è capace di gestire/motivare le persone anche se meno bravo a vendere.

L'equivoco sta tutto nella direzione dell'avanzamento: è utile che un'individuo cresca nei ruoli nei quali può mettere a frutto le proprie capacità (es a un bravo negoziatore, darò questioni sempre più importanti e delicate da negoziare), non che si metta a fare cose che necessitano skill differenti (sei un bravo capufficio, ti affido la filiale di un paese fatta di 15 uffici come quelli che gestivi).

PS l'esempio del venditore è poco felice, perchè in determinate professioni esiste sempre una sorta "rispetto da guadagnarsi sul campo" per cui si preferisce che chi ha un ruolo di coordinamento abbia anche esperienze dirette dell'attività svolta.

L'effetto che descrivi credo sia figlio anche lui della scarsa meritocrazia e della rigidità del mercato del lavoro in Italia.

Dove il migliore X (venditore, capo officina, capo ufficio, scriba, maniscalco ecc...) arriverà al massimo a prendere TOT di stipendio indipendentemente da quanto produce, perché lui è un X. (il bravo venditore arriverà ad un punto in cui si sentirà dire "lavori tanto e bene, sei una risorsa indispensabile per l'azienda, i margini per aumentarti la paga ci sarebbero anche, ma sei un venditore non puoi guardagnare di più del coordinatore dei venditori)

Quindi l'unica sua possibilità è la promozione ad un ruolo diverso "più alto" e diventare quindi il coordinatore dei venditori, ruolo in cui magari fa schifo, ma prenderà di più.

Insomma con lo stipendio slegato dalla produttività l'unica è cambiare ruolo, con tutti i problemi del caso.

Prima di dire che il capofficina non può prendere più dell'inge bisogna considerare che in teoria l'inge dovrebbe produrre più valore aggiunto del capofficina (anche del miglior capofficina del mondo), salvo non ci sia un problema con il più alto in grado...

Insomma con lo stipendio slegato dalla produttività l'unica è cambiare ruolo, con tutti i problemi del caso.

Ecco è esattamente quello il punto. Almeno nei servizi finanziari e nella consulenza, in parte, un sistema più sensato è arrivato anche in Italia. Se di parte variabile puoi prendere tanto, non ti interessa più che il fisso sia cappato al livello X. Questo vale ovviamente fino a un certo punto, perchè credo ci siano anche fattori di prestigio: anche se guadagni più di tutti i venditori messi insieme, non vuoi rimanere venditore a vita (ad es mentre i tuoi colleghi di un tempo diventano coordinatori).

Ricordo che in una rete di promotori finanziari c'era un evoluzione di carriera che a un certo punto si biforcava. I primi due livelli tipo Junior e Senior erano comuni, poi potevi intraprendere la via del coordinatore prima Team leader poi Area Manager che gestiva sempre meno clienti e più promotori oppure una specie di Lone professional che continuava a gestire clienti e non altri promotori, ma clienti sempre più ricchi e quindi gerarchicamente cresceva al pari di quello che gestiva persone senza fare casini.

Io concordo con l'articolo, ma ci vedo una logica manichea che non condivido in toto.

Mi spiego:"vinca il migliore" e "paghi chi sbaglia" mi sembrano gli estremi della gaussiana, in mezzo c'e' una quantita' non trascurabile di persone che magari fanno decentemente un lavoro per il quale riescono a mantenersi sufficientemente aggiornate.

Per questo oltre al problema culturale, che c'e' ed e' pesante, io sono convinto che molti dei problemi nel pubblico, o in una azienda sufficientemente grande da permettergli di instaurare dinamiche del genere, derivino essenzialmente da un problema di dirigenza.

Se hai 10 persone sotto, diciamo che 1 sara' il top, 1 il bottom: le altre 8 faranno il loro lavoro decentemente. Se non dirigi in senso meritocratico, le 8 tenderanno verso il bottom, anche solo per una questione di autodifesa. E anche nel pubblico ci sarebbero delle armi, per quanto spuntate, per premiare chi fa meglio, ma non si usano - perche' altrimenti si scavalca il criterio di anzianita'. Ed ecco qua che si rende meno conveniente lavorare meglio (attenzione, non "di piu'").

L'applicazione del principio di Peter in Italia deriva dal fatto che si crede che con l'anzianita' di servizio uno diventi piu' capace - il che non e' automaticamente vero, soprattutto se non devi combattere per quello che vuoi. L'esperienza sul campo serve sempre, almeno per evitare figure alla Carcarlo Pravettoni.

Grazie 1000 della segnalazione perchè mi aiuta a chiarire dove evidentemente sono stato fuorviante: se c'è qualcosa che è il contrario di come io vedo il mondo è la logica manichea.

Totalmente d'accordo sulle responsabilità di chi dirige, cui però aggiungerei un epsilon di responsabilità di chi nello status quo sguazza: se ti fanno mettere timbri inutili a vita, se hai un pò di amor proprio te ne vai, non dico che lasci il pubblico, però fai un altro concorso, chiedi un trasferimento, o chessò io.

In merito al profilo culturale ricordo una cosa agghiacciante che mi disse un amico francese che si trovava a dirigere un ufficio in italia. Premiare un individuo capace,in Italia (in quell'azienda e in quell'ufficio,ma sfido chi legge a trovarne altri)   era a suo dire una strategia perdente: le reazioni negative di tutti gli altri sarebbero state un costo eccessivo capace di bilanciare il beneficio derivante dal trattenere il talento premiato. Era più efficace lasciare che l'individuo capace se ne andasse in cerca di sorti migliori, in modo che gli altri fossero tranquilli, poi di talenti a spasso ce ne sono e non è probabile riuscire a catturare un altro soggetto meritevole da tenere per un pò finchè non capisce l'antifona. Ho usato l'aggettivo agghiacciante, ma ho sempre pensato che, con riferimento alla realtà in cui operava, il mio amico francese avesse assolutamente ragione.

Sia chiaro, non parliamo di un meccanismo di spremitura delle persone con logica usa-e-getta, ma di un profilo strettamente culturale: se il trentenne che ti comanda viene dalla francia ed è un esterno lo accetti come capo anche se tu hai 40-50 anni e la sai lunga. QUello che non sei disposto ad accettare è che un trentenne italiano venga promosso al posto tuo. Ho detto, italiano/francese, ma va bene anche interno o esterno all'azienda. Un giovane manager, scelto dall'alto è più tollerabile di una persona di altrettanto talento che dovrebbe crescere all'interno, mentre tu ci hai messo 20 o 30 anni per arrivare al posto dove sei.

Totalmente d'accordo sulle responsabilità di chi dirige, cui però aggiungerei un epsilon di responsabilità di chi nello status quo sguazza: se ti fanno mettere timbri inutili a vita, se hai un pò di amor proprio te ne vai, non dico che lasci il pubblico, però fai un altro concorso, chiedi un trasferimento, o chessò io.

Questo che dici e' un secondo e ancor peggiore problema: gli sguazzatori sono in genere pochi, anche se piu' di un epsilon. Questo implica che chi non sarebbe sguazzatore si sente giustificato proprio perche' trova un esempio negativo (sguazzatore non punito) presente, costante e diffuso.

Riguardo l'amor proprio, quello e' altro punto dovuto al condizionamento culturale: meglio poco ma subito e certo, che tanto incerto e chissa' quando. Devi essere sicuro di te, e dell'ambiente che ti circonda (o ti circondera') per essere disposto a rischiare un trasferimento o un altro concorso, anche senza metterci in mezzo problematiche familiari - che in realta' sono un altro tipo di condizionamento culturale, ovvero "che fai, abbandoni la famiglia?".

e il trentenne che ti comanda viene dalla francia ed è un esterno lo accetti come capo anche se tu hai 40-50 anni e la sai lunga.

Sei ottimista: il ragionamento tipico che vedo in giro e' che un 30enne e' un ragazzino, e se viene dalla Francia e' uno che dell'Italia non sa un tubo ergo quello che dice sono cose inapplicabili o cazzate. Certo, poi te lo hanno mandato quindi obbedisci, e vista l'esterofilia endemica magari c'e' anche chi pensa che e' bello vedere uno "cosi' giovane" che e' anche "cosi' bravo".

QUello che non sei disposto ad accettare è che un trentenne italiano venga promosso al posto tuo. Ho detto, italiano/francese, ma va bene anche interno o esterno all'azienda. Un giovane manager, scelto dall'alto è più tollerabile di una persona di altrettanto talento che dovrebbe crescere all'interno, mentre tu ci hai messo 20 o 30 anni per arrivare al posto dove sei.

il guaio e' che non avendo agito in maniera meritocratica, i 20 o 30 anni sono assolutamente slegati dalla tua capacita', dalla corretta gestione dei tuoi capi, dall'ambiente in cui sei. Risultato, se arriva il giovane piu' capace, cominci a fregarlo con la maggiore conoscenza del dominio o facendo resistenza passiva: perche' lui non deve aspettare e tu si'?

E' piu' facile farlo con le terze parti, consulenti che prendi per periodi piu' o meno lunghi - ma dei quali sai che non interferiranno mai con il tuo percorso aziendale.

Sono parecchio sfiduciato, quindi potrei avere uina visione piuttosto negativa delle cose per quanto cerchi di non farmi guidare solo dalle mie esperienze personali :D

 

Sugli "sguazzatori" dovremmo intenderci come terminologia. Mi pare tu faccia una distinzione tra chi dello status quo è soddisfatto "sguazzatore" appunto e altri che in qualche modo "subiscono" influenze varie e pressioni familiari per cui, magari, vorrebbero cambiare le cose (o almento qualcosa) ma non se la sentono o non ci riescono.

Io sono un pò più stringente come responsabilità individuali. Chi vuol fare qualcosa di buono può sempre farlo (magari poco) chi non muove un dito, come minimo è corresponsabile. Ripeto non parlo di salti nel buio o di traumi familiari, per fare la differenza certe volte, basta fare la metà di quanto sarebbe dovuto, mentre gli altri ne fanno un quarto.

Riguardo alla definizione sguazzatore, potrei portarti vari esempi. Comincio con uno che conosco nei dettagli, portatomi da un mio amico ed ex collega di cui ho molta stima.

Quando e' entrato in una azienda pubblica, dal privato, per prendere conoscenza dei domini di riferimento (le tecnologie gli erano gia' note, almeno quelle fondamentali) fece svariate ore di straordinario. Lo riteneva necessario - e dovendo timbrare, rimaneva traccia. Ovviamente, avrebbe potuto timbrare tardi anche facendosi gli affari suoi, ma conoscendolo assumo non l'abbia fatto :) Questo gli attiro' le critiche dei colleghi, anche di molti che lui stesso non considerava sguazzatori, per due semplici motivi:

1. i dirigenti non avrebbero preso questo come una misura di "picco" dovuta alla necessita' di tenere in piedi vari progetti e contemporaneamente studiare per gestire al meglio domini nuovi, ma una misura "normale"

2. questa misura sarebbe servita alla dirigenza per abbassare le valutazioni di un lavoro "normale" o ridurre le risorse degli altri progetti - mentre il suo lavoro era, decisamente ed evidentemente, un picco.

Due anni dopo, per ottenere la parte variabile dello stipendio disponibile da contratto, il parametro cambio': anziche' la valutazione dei capi - il suo dirigente e il di lui dirigente - occorrevano casualmente poche piu' ore di straordinario di quante ne facesse lui in un anno.

Contemporaneamente, poiche' ormai conosceva i domini applicativi, le ore di straordinario diminuirono... ma prontamente l'anno successivo progetti e incombenze si aggiunsero, e torno' al livello di prima.

Appena provo' a far presente che il carico era abnorme, cominciarono le difficolta': la prima risposta, a voce, fu "organizzati". Mi e' rimasto impresso che un dirigente dica a un suo sottoposto una cosa del genere di fronte ad evidenti problemi (dall'alto) di allocazione risorse. Ad una mail circostanziata, il suo capo rispose con una telefonata (per iscritto, mi ha detto, agisce solo quando c'e' da rimproverare qualcuno). La richiesta di maggiori risorse fu prima ignorata, poi dissuasa e alla fine, quando arrivarono davanti al capo del capo che diede l'ok, venne successivamente ridotta del 50%.

Arrivarono ai ferri corti, con conseguenze nefaste sul suo stato di salute, perche' comunque faceva sempre il suo dovere, e anche di piu'. Tuttora la situazione non e' stata risolta.

Al di la' delle evidenti responsabilita' dirette del suo capo, se il mio amico fosse stato uno sguazzatore avrebbe evitato da subito tutti questi problemi: se fosse stato una semplice persona di coscienza avrebbe dovuto alzare piu' di un dito per risolvere la situazione.

Di fronte ad esempi del genere, in cui anche fare il proprio dovere e' un rischio, credo sia ragionevole che molti provino a difendersi limitandosi alla lettera di quello che devi fare e ridurre al massimo anche la "proattivita'" (non mi viene un termine migliore, scusate).

Certamente nel suo ufficio ci sono persone che lavoreranno meno del dovuto, non conosco i suoi colleghi: ma se la gestione dei carichi di lavoro e' come me l'ha descritta e' assolutamente fallimentare.

Certamente questo mio amico potrebbe andarsene, ha i titoli e le conoscenze per trovare altrove lavoro, sta anche cercando - solo che significherebbe probabilmente ritornare a situazioni in cui la sua famiglia esiste solo nel weekend o peggio, e in cui la citta' in cui vive e' una mera faccenda anagrafica. C'e' chi non troverebbe lavoro altrove, e chi ha altri motivi: non me la sento di pensare che queste persone siano sguazzatori. Che siano deboli forse, ma i forti non sono molti ne' si puo' pretendere che lo diventino.

EDIT: ovviamente non credo che questo esempio faccia statistica. Semplicemente e' un esempio di come si puo' avere il 10% sopra la media, un X% sotto la media e il resto che non puo' fare di piu' perche' se ci provasse si ritroverebbe a dover raggiungere sempre il picco, che non e' possibile.

 

Secondo me hai introdotto una nuova figura che complica/approfondisce il discorso. Anche io ho conoscenza di casi in cui l'assetto organizzativo (non solo delle società pubbliche) non solo non incentiva il merito, ma disincentiva la proattività e rende individualmente costoso fare del bene.

Riepilogando ci sono:

  1. Quelli che nello status quo sono soddisfatti (sguazzatori)
  2. Quelli per i quali darsi da fare ha un costo individuale superiore al beneficio (disinlusi-vittime)
  3. Quelli che potrebbero ma non fanno (imbelli-complici) 

Sono con te nel non colpevolizzare eccessivamente le persone del punto 2. Tutto sommato vorrebbero darsi da fare, ma non possono per i motivi che hai descritto e alla fine della fiera chi glielo fa fare di farsi il sangue amaro per salvare la patria?

Quelli che io non scuso sono le persone del punto 3 che a naso direi non sono poche (secondo me, sempre a spanne,  gli 1 puri non sono numerosissimi). A questi non riconoscerei lo status di vittime del sistema, ma li considereri complici.

Hm, qui la modellazione si complica, e non so nemmeno se il thread si puo' considerare alla stregua di una sequenza di iterazioni :D 

In realta' la modellazione che stai dicendo e' quella che ho proposto gia' qualche messaggio prima: il tuo punto 1 sono i top, il punto 3 i bottom, e il punto 2 sono i lavoratori "medi". Secondo me questi sono la maggioranza, mentre di top e bottom ce ne sono pochi. Ovviamente nelle diverse amministrazioni le percentuali variano: in quelle che ho visto, senza pretese di statistica, sono in media nella proporzione 1/7/2.

Anche per questo credo che molto del problema nel pubblico sia rappresentato dalla dirigenza, a tutti i livelli: a meno che tu non abbia il 50% di sguazzatori (il che implica una selezione negativa abbastanza forte, o nessuna selezione), non far lavorare bene un certo numero di persone e' un problema di chi le dirige. Questo ovviamente tralasciando il fatto che spesso ci sono troppi dirigenti rispetto ai "diretti" (ci sono realta' dove si arriva a proporzioni 1:1, o anche peggio, tra dirigenti e diretti).

 

Tutto chiaro, io però assegnerei 1 alla coda sinistra, 2 alla coda destra e 3 alla gobba centrale della distribuzione come a dire: il grosso non sono vittime-disincentivate, ma complici-imbelli.

Ovvio che varia molto a secondo dell'amministrazione. Direi che dove ci sono skills più elevati le vittime sono di più, dove i compiti sono più standard predominano i complici e gli sguazzatori.

Concordo. Ovviamente la mia esperienza e' abbastanza limitata e tende piu' verso amministrazioni specializzate, per questo avevo quel modello in testa. Sezionando il modello per tipologia di uffici, direi che i conti si avvicinano piu' al tuo modello.

Di fatto questo significa che non conviene essere specializzati nella pubblica amministrazione: se sei bravo o se sei medio finisci per essere una vittima. Se non sei specializzato, tendi a diventare un complice.

Di fatto questo significa che non conviene essere specializzati nella pubblica amministrazione: se sei bravo o se sei medio finisci per essere una vittima. Se non sei specializzato, tendi a diventare un complice.

Wow per quanto agghiacciante mi pare una spiegazione abbastanza plausibile del perchè nella PA  le cose vanno come sappiamo.

Wow per quanto agghiacciante mi pare una spiegazione abbastanza plausibile del perchè nella PA  le cose vanno come sappiamo.

In realta' e' ancora peggio. Per certi ruoli hai bisogno di personale specializzato: immagina una qualsiasi ragioneria. Allora o sei costretto a prendere gente qualificata, se puoi pagarla di piu' in qualche modo, oppure esternalizzi pagando tendenzialmente ancora di piu' (anche solo perche' rinunci ad economie interne) e affidandoti a contratti esterni su cui puoi fare poco o nulla - proprio per la tendenza ad avere vittime o complici.

Anche qui secondo me si potrebbe fare tanto con relativamente poco: ad esempio, affidando la mobilita' verticale ad una valutazione periodica fatta esclusivamente dall'esterno, quindi pubblico, o agli uffici "clienti": per tornare alla ragioneria, i clienti di questa ragioneria, escludendo i dirigenti della ragioneria stessa (quindi sopra un certo grado, in assoluto).

Alla fine di ogni ciclo di valutazione, chi soddisfa meglio il cliente sale di grado e/o di soldi, chi lo soddisfa peggio scende, gli altri restano. Il dirigente il cui ufficio non abbia avuto una certa media scende. Lo sguazzatore o il dirigente che non lo fa lavorare non possono dare nulla per scontato, perche' li tocchi nella tasca. 

Invece al momento sali di grado E soldi solo per anzianita' e titoli. Come dire: un 30enne con la scuola superiore (magari in ragioneria) vale meno di un 60enne vicino alla pensione, magari anche con la laurea in economia ma acquisita 30 anni fa e avendola usata solo per far concorsi. Un inno all'immobilismo.




Di recente il piano nazionale Qualità (PQM) è stato presentato dal ministro Gelmini e da Roger Abravanel. L'obiettivo del progetto è migliorare la qualità del sistema educativo e per farlo si vuole estendere l’esperienza dei test oggettivi standard predisposti dall’INVALSI. I test permetteranno di

rilevare le carenze di ogni singolo studente e di pianificare azioni mirate per colmare le lacune dimostrate.

Volevo spendere due righe anche per questo annuncio, ma siccome è veramente deprimente dover intervenire ancora sui fondamenti della scienza dell'educazione, lascio volentieri - per una volta - la parola alla CGIL, anche perchè trovare un'occasione in cui la CGIL dice cose sensate non è banale.

RR

 

 

 

Metriche

z f k 26/7/2010 - 10:20

In ambito informatico, si e' tentato e si tenta di valutare la produttivita' di un individuo introducendo le cosiddette metriche, tipo il conteggio delle righe di codice scritte (kloc, kilo lines of code).

Il problema riscontrato praticamente sempre e' che il programmatore rimodula il proprio lavoro in modo da massimizzare la metrica adottata. Prendiamo il caso delle kloc di prima; per scrivere una data funzione ci sono moltissimi modi, alcuni ottimizzati, altri con una logica involuta, altri ancora martellati a forza in barba a tutto quanto si insegna in materia; funzionano tutti, intendiamoci, ma la qualita' e' diversissima. Cosa fara' il nostro programmatore? Ovviamente scegliera' quello che produrra' il massimo numero di linee di codice, mantenendo la qualita' al minimo necessario a passare i controlli, magari inventandosi ridondanze inutili ma facili da ottenere copincollando pezzi precedenti (massimo risultato col minimo sforzo, anyone?).

Estendere l'esperienza di cui sopra al caso della meritocrazia penso sia immediato, data la natura umana comune :)

HTH

CYA

Mi sembre un punto interessante, però credo il problema risieda nella metrica che è inefficace e produce effetti distorsivi.

Ad esempio invece che contando le righe che uno scrive, potresti misurare quanto tempo impiega a raggiungere l'obbiettivo che gli si propone (il pezzo di programma completo) così come si potrebbero introdurre degli agiustamenti sulla qualità del prodotto: ad il programmatore A scrive 10 volte su 10 codici ottimizzati e corretti, mentre il programmatore B  fa tanti copia e incolla ed è spesso ridondnante. La valutazione sarà un mix di vari indicatori che includono capacità di raggiungere l'obbiettivo, tempo impiegato e qualità del modo con cui l'obbiettivo è raggiunto.

Faccio un esempio simile, ho dei legali che mando in due diligence per cui in tempi brevi mi devono "valutare" un campione di pratiche che poi metto nel modello di pricing con cui faccio investimenti. Inizialmente li pago a giornata per cui esiste il pericolo che qualcuno "furbo" lavori 5 pratiche al giorno rispetto alla media di 10. Ex post, utilizzando pratiche comparabili posso valutare chi è più e meno veloce e formulo anche un giudizio di qualità del lavoro svolto. Chi fa il furbo (o è più lento) o non viene chiamato più o viene impiegato per lavori più semplici in cui, ad esempio è anche possibile pagare per pratica lavorata, invece che a giornata. Un check di qualità evita che vadano di fretta pur di farne tante.

PS Credo che in molte organizzazioni italiane (non solo pubbliche) siamo uno step precedente. C'è gente che oggi non ha più neanche i requisiti minimi di quando è stato assunto, visto che per decenni non è stato valutato. Senza parlare ovviamente di chi semplicemente il proprio lavoro non lo fa per niente... non penso al solito "fannullone che non timbra", ma anche all'imboscato di tanti sistemi burocratici (anche privati) che al lavoro ci va pure, ma non fa niente (o molto poco) di produttivo.

Re(1): Metriche

lugg 26/7/2010 - 11:55

Mi sembre un punto interessante, però credo il problema risieda nella metrica che è inefficace e produce effetti distorsivi.

L'esempio portato non e' stato felice: le metriche che si usano per la valutazione di un prodotto software sono molte. Alcune vengono applicate meglio ex post, altre in between. Soprattutto, per prodotti di media o alta complessita', l'ex post e' molto usato per le versioni o patch successive.  Le metriche oltretutto cambiano a seconda della tecnologia o paradigma usato: ad esempio i function point non sono l'optimum per misurare la qualita' di un prodotto scritto con paradigmi object oriented (si possono adattare, ma non e' proprio la stessa cosa).

Di fatto quello che si fa e' piu' o meno come ti comporti tu con i legali, usando metriche diverse quando si arriva a certe milestones: sono all'iterazione X? Bene, verifichiamo come stanno le metriche X, Y, Z. Se ce n'e' qualcuna in sofferenza si sposta l'attenzione di uno o piu' membri del gruppo (o gruppi) su quell'aspetto.

Poi vabbe', in Italia la metrica piu' usata sono le lamentele dell'utente - che tipicamente dice che non funziona piu' niente...

PS Credo che in molte organizzazioni italiane (non solo pubbliche) siamo uno step precedente. C'è gente che oggi non ha più neanche i requisiti minimi di quando è stato assunto, visto che per decenni non è stato valutato. Senza parlare ovviamente di chi semplicemente il proprio lavoro non lo fa per niente... non penso al solito "fannullone che non timbra", ma anche all'imboscato di tanti sistemi burocratici (anche privati) che al lavoro ci va pure, ma non fa niente (o molto poco) di produttivo.

Su questo concordo e sottoscrivo ma sono costretto a fare un appunto: la produttivita' dei singoli dipende anche dal sistema. Anche senza voler fare l'imboscato, potrebbero chiederti attivita' (o dettagli di una attivita' utile) che nella produzione complessiva sono tendenti a zero. A questo punto e' facile sia perdere il requisito minimo, o comunque non tenerti aggiornato, o fare qualcosa di poco produttivo.

Recentemente mi sono interessato alla teoria dei grafi, e ti dico che con le norme che ci sono in italia ho trovato difficile riuscire a ricondurmi a classi di grafi note. Diciamo che sicuramente non sono planari :D

Grazie mille del feedback, in effetti sospettavo che il conteggio delle righe fosse una metrica un pò raw (ma mi ha fatto venire alla mente quando all'università, nel '96 circa, un prof di informatica ci parlava di questi fantomatici programmatori che venivano pagati x$ a riga).

Sul fatto che la produttività del singolo non dipenda solo dalle sue capacità e della sua volontà sono assolutamente d'accordo. In effetti, una valutazione sensata delle performance oltre a rivelare chi fa il furbo e chi merita di essere premiato, dovrebbe evidenziare anche una seriei di miglioramenti possibili ai processi esistenti per consentire alle persone di essere più produttive.

Metriche reprise

lugg 26/7/2010 - 16:21

all'università, nel '96 circa, un prof di informatica ci parlava di questi fantomatici programmatori che venivano pagati x$ a riga

Probabilmente il docente si riferiva a programmatori fino agli anni '70, ad esempio in ambienti Cobol o assembler. In assembler, fino all'avvento delle macro (anni '80) ogni riga era una istruzione elementare; in Cobol le istruzioni erano una per riga, di fatto. 

Uno dei miei docenti, per spiegare il concetto di algoritmo, usava le ricette dell'Artusi: come dire, il desueto spiegato con qualcosa di ancora piu' desueto :D

(Il concetto di algoritmo non e' desueto, ma che ad inizio anni '90 si usassero ancora l'assembler e i diagrammi di flusso in corsi universitari era decisamente frustrante: io sono stato fortunato, ho avuto a che fare con il Pascal. Adesso insegnano Java, che lo ha sostituito).

Gia' negli anni '80, in linguaggi come il C (che e' per certi versi abbastanza "a basso livello", vicino all'assembler) la correlazione tra numero di righe e numero di istruzioni non era diretta: potevi avere una istruzione su piu' righe di codice, o piu' istruzioni in una riga, anche se quest'ultima possibilita' non si usava spesso perche' rendeva il codice meno leggibile. 

Adesso il "conteggio delle righe" si usa commercialmente, quasi sempre come sinonimo di "conteggio delle istruzioni" e serve per dare una misura approssimativa della "capacita'" degli applicativi: c'e' infatti in genere una correlazione positiva tra numero di istruzioni, funzioni svolte dagli applicativi e tempo usato per sviluppare. La dimensione degli applicativi non sempre e' indicativa, perche' potrebbe includere librerie esterne o file multimediali.



c'e' infatti in genere una correlazione positiva tra numero di istruzioni [...] e tempo usato per sviluppare

Non ti do torto perche' non hai torto, ma facci presente che le cose oggi sono cambiate un pochino... Ah i bei tempi dell'assembler quando un programma scritto da Tizio risultava illeggibile per Caio! (anche nel caso Tizio = Caio)

Il concetto di algoritmo, invece, e' piu' antico persino delle ricette di Pellegrino Artusi.

Guarda, non ho nemmeno *visto* (i.e. passandoci sopra con il mouse) i link: alla definizione di algoritmo, volendo essere proprio pignoli, gli indu' ci erano arrivati prima di Al Kwaritzmi stesso (appena lo ritrovo passo il link) :D Il "desueto" era riferito al fatto di descriverlo con diagrammi di flusso come fossero l'ultimo ritrovato della tecnica, e soprattutto facendo riferimento all'assembler, o meglio a un meta assembler (PD32 in specifico).

Se noti poi sul conteggio delle linee di codice ho detto che "in genere si usa in ambito commerciale": con OCaML ci potrei vincere quei premi che si danno per il programma che fa piu' cose in una riga, con la differenza che sarebbero cose utili. Anche SmallTalk su questo non scherza comunque, soprattutto se devi fare delle GUI - e Smalltalk gira (commercialmente) dagli anni '80.

Ah i bei tempi dell'assembler quando un programma scritto da Tizio risultava illeggibile per Caio! (anche nel caso Tizio = Caio)

Se lo scrivi bene, e magari hai sotto anche qualche CPU decente (*) come quella del PDP o i Motorola 680x0 o PowerPC, puoi scrivere assembler come fosse C. 

(*) decente = numero adeguato di registri e ortogonalita' delle istruzioni rispetto ai registri e alle modalita' di indirizzamento

Ma figuriamoci Lugg, ti do ragione al 100%! Il mio era un commentino con l'unica velleita' di far sorridere (magari mal riuscito).

Sull'assembler, saro' un po' fesso o ignorante di cosa possa fare un CPU, ma mi risulta illeggibile anche quello sulle macchine ideali tipo MIXX. :-)

Evidentemente non ho messo abbastanza faccine: ho sorriso ampliamente, te lo dico io, anche perche' mi viene un po' di nostalgia per certe abitudini mentali :D

Considera che la programmazione funzionale richiede un po' di adattamento e non ha molto appeal commerciale sia perche' i programmi sono molto piu' corti, sia perche' non contiene la J nel nome. Insomma, non riescono a venderla anche perche' per certi versi e' "troppo" migliore, e chi dovrebbe decidere per la sua adozione non ha i metri di paragone per farlo.

Riguardo l'assembler, alcuni ambienti permettono di scrivere parti in assembler (lo stesso C++ ANSI se non ricordo male contiene alcune funzionalita' a supporto) per ottimizzare sezioni critiche di codice. Quando la CPU sottostante ha quelle caratteristiche che elencavo, a parte le parole chiave piuttosto stringate il codice assomiglia molto a pezzi di codice imperativo.

Dall'altra parte, scrivere codice con un buon macro assembler su CPU come sopra ti rende il tutto una composizione di blocchi non molto diversa dall'uso di un linguaggio "ad alto livello" un po' parco di istruzioni, insomma una specie di FORTRAN (che non a caso per certe cose ancora non e' stato sostituito).

Stai tranquillo: e' questione di gusti e di  attitudine mentale. Per esempio io sono anche un appassionato di linguistica, quindi con queste cose ci gioco da anni :D

Caro Lugg, sono io a non aver messo abbastanza faccine! Avevo capito bene la presenza del sorriso :-)

Nel mio campo (sono un risk manager quantitativo in ambito finanziario) la programmazione funzionale sta prendendo piede in quanto sostituto di gran lunga superiore da vari punti di vista (velocita', riutilizzabilita', costi...) a prodotti come Mathematica, che nel passato sono stati eccellenti. Conta che Credit Suisse a Londra ha assunto una sessantina di programmatori F#.

Ad ogni modo stiamo creando un thread un po' OT - anzi un po' tanto! Chiedo scusa agli altri

Ad ogni modo stiamo creando un thread un po' OT - anzi un po' tanto! Chiedo scusa agli altri

 

Concordo e chiedo scusa anche io. Devo dire che e' stato interessante comunque perche' mi sono messo nei panni di chi queste cose non le legge tutti i giorni e mi sono reso conto di quanto sia "spiazzante".

Conta che Credit Suisse a Londra ha assunto una sessantina di programmatori F#.

Notizia interessante, grazie :) Ho dato appena un'occhiata a F#, ma l'ho trovato molto interessante e anche piu' elegante di OCaML. Ci faro' un pensierino in piu' :D

EDIT: mi ero dimenticato di Scala! Un bell'oggettino, soprattutto per chi e' abituato ad usare Java...

 

F# e' molto interessante e da vari punti di vista. Il fatto di poter usarlo come linguaggio script (sebbene continui ad essere compilato JIT) fa si' che con appropriate librerie di funzioni persino economisti e statistici potrebbero usarlo al posto dei vari mathematica/matlab/R e compagnia. Risparmiando tanti soldi (nell'ordine di qualche migliaio di euro per utente) e guadagnando in performance (tra 10x e 1000x, a seconda di cosa si faccia).

Scala (ed in genere il mondo Java) non conosco bene, ma ne ho sentito parlare bene.

Praticamente Scala sta a Java come F# sta a C#. Ti confermo il bene, anche se non posso confermarti il guadagno di prestazioni - ricordiamo che F# ha un certo vantaggio competitivo, se parliamo di piattaforme Windows :D

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