Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sul limite del 3% del rapporto deficit/Pil e che non avete mai osato chiedere

25 settembre 2013 Luigi Marattin

Come in tutte le guerre che durano abbastanza a lungo (e di cui ad un certo punto nessuno si ricorda più come sono iniziate), molti sembrano aver dimenticato l'origine del famigerato vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil degli Stati membri dell'Euro-zona. Esso dipende fondamentalmente da un obiettivo e da un'ipotesi. L'obiettivo è la stabilizzazione del rapporto debito/Pil al valore medio degli aderenti all'euro all'inizio degli Anni Novanta (il 60%). L'ipotesi è una crescita annua del Pil reale attorno al 3%. A distanza di vent'anni, sia quell'obiettivo che quell'ipotesi sono del tutto irrealistici. Come conciliare questa considerazione con l'esigenza (intatta e rafforzata) di prevedere credibili e stringenti vincoli di finanza pubblica, rimane tuttavia da discutere. Specialmente per l’Italia che, comunque vada, rischia di continuare ad avere un rapporto debito/Pil superiore al 120% probabilmente per tutto il decennio.

Per fortuna da qualche secolo non vi è più occasione di verificarne la fondatezza, ma nei meandri della storia si dice che quando una guerra dura abbastanza a lungo, non si riesce più a trovare nessuno che si ricordi come e perché sia scoppiata.

Da circa vent'anni un numero magico impera nei resoconti giornalistici, nei programmi delle forze politiche, nei report del governo o delle organizzazioni internazionali, nei congressi di partito e nelle scelte dei vari esecutivi: il limite del 3% del rapporto deficit/Pil. Sarebbe interessante fare un sondaggio (non tra i comuni cittadini, ma tra addetti ai lavori e politici) per sapere chi si ricorda da dove questo numero salti fuori. Nel 1992 era uno dei criteri (cosiddetti "di Maastricht") per l'accesso all'Unione Monetaria Europea; nel 1997 è diventato la prescrizione del Patto di Stabilità e Crescita, lo strumento di coordinamento delle politiche fiscali tra i paesi membri dell'area-euro, ed è sopravvissuto alle due riforme del 2005 e del 2011. E' rimasto immune persino dall'entrata in vigore del Fiscal Compact (il 1 gennaio scorso), visto che quest'ultimo vincolo si riferisce ad un diverso aggregato di finanza pubblica, vale a dire il disavanzo corretto per il ciclo e al netto delle misure una-tantum.

Da vent'anni, dunque, il limite del 3% è un vincolo ormai strutturale nelle scelte pubbliche. Ma da dove proviene?

I criteri di accesso all'Unione Monetaria Europea prevedevano l'armonizzazione di alcune variabili macroeconomiche: il tasso di cambio (per evitare manipolazioni dei valori esterni delle valute nazionali prima che fossero irrevocabilmente bloccate), il tasso di interesse a lungo termine (per preparare la curva dei rendimenti all'unificazione dello strumento di politica monetaria), il tasso di inflazione (per armonizzarlo al target della BCE) e i due principali aggregati di finanza pubblica (debito pubblico e deficit pubblico) per prevenire esternalità negative di politica fiscale all'interna dell'area valutaria comune. Come per le prime tre variabili, anche per il debito pubblico si scelse il criterio quantitativo più ovvio: il 60% del rapporto tra stock del debito e prodotto interno lordo era, semplicemente, la media dei paesi candidati all'ingresso nell'euro all'inizio degli Anni Novanta. Una volta fissato quell'obiettivo di stock (=il rapporto debito/PIL), per determinare il livello-obiettivo per la grandezza di flusso (il deficit/PIL) bastava una semplice espressione algebrica. La relazione tra queste due grandezze di finanza pubblica, infatti, non è una questione politica. Non è una relazione stocastica e non dipende dal congresso di questo o quel partito, o da questa o quella opinione di qualche benpensante: è una precisa - e invero abbastanza semplice - espressione matematica, derivata dalla banale constatazione che ogni anno lo stock nominale di debito è uguale al valore dell’anno precedente maggiorato del disavanzo annuale. A rigore, la misura di flusso che aumenta (o diminuisce) lo stock di debito non è quella di competenza (indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni) ma quella di cassa (fabbisogno). Tuttavia in quest’articolo, per semplicità, non considereremo la differenza – spesso invero molto piccola - tra questi due aggregati di flusso. In stato stazionario vale la seguente equivalenza:

image                                                                                                                       (1)

Laddove b è il livello di stato stazionario del rapporto debito/Pil, d il rapporto deficit/Pil e g il tasso di crescita del prodotto nominale.

E’ chiaro che l’equazione di cui sopra può generare precisi vincoli di finanza pubblica solo se si fissa esogenamente uno dei tre valori, e si determinano i rimanenti due sulla base di una precisa relazione matematica. Chi creò i parametri di Maastricht partì fissando il livello del rapporto debito/Pil al valore medio dell’epoca dei paesi candidati all’ingresso nell’Unione Monetaria, vale a dire il 60%. Poi fissò il criterio sul deficit ipotizzando un tasso di crescita medio del Pil nominale dei paesi dell'area euro  intorno al 5% annuo (per l'esattezza, 5,26%); il che significa - considerando un 2% di inflazione - poco più del 3% di crescita dell'attività economica reale ogni anno. Anche in questo caso si trattava, più o meno, del tasso di crescita medio realizzato (o realizzabile) in quegli anni.   

Quali altre combinazioni erano possibili?  Verifichiamolo, utilizzando l’equazione (1) e – di volta in volta – gli stessi parametri che furono effettivamente scelti.

Se si decide di fissare b= 0.60, allora la relazione tra deficit/PIL e tasso di crescita nominale è la seguente:

image

Quanto minore è la crescita ipotizzata, tanto più stringente deve essere il criterio sul rapporto deficit/Pil, dato l’obiettivo di mantenere un rapporto debito/Pil al 60%.

Se invece si vuole credere (sperare?) in un tasso di crescita nominale di stato stazionario intorno al 5%, allora gli obiettivi di debito e deficit devono essere legati dalla seguente relazione:

image

Quanto più alta è la soglia-obiettivo di stato stazionario del rapporto debito/Pil, tanto maggiore può essere il deficit tollerato.

Infine,  se si vuole fissare esogenamente il 3% del rapporto deficit/Pil:

image

In questo caso quanto minore è il tasso di crescita medio dell’economia, tanto più alto deve essere l’obiettivo di stato stazionario sul debito. 

Eccolo, dunque, l'origine del famigerato 3% del rapporto tra deficit e Pil: era il valore che serviva a stabilizzare il rapporto debito/Pil al valore medio dell'epoca (60%) e a condizione che il Pil reale crescesse, in media, intorno al 3% annuo. Una volta fissato un valore numerico, è difficile abbandonarlo, non fosse altro per il segnale di scarsa credibilità che verrebbe recepito dai mercati finanziari. E così quel 3% è sopravvissuto indenne nel corso di questi due decenni, fino ai giorni nostri. A nulla è valso rendersi conto che i primi sforamenti del Patto di Stabilità e Crescita avvennero proprio all'inizio degli Anni Duemila, quando il ciclo economico favorevole della seconda metà degli Anni Novanta fu interrotto dalla recessione causata dallo scoppio della bolla della New Economy, e aggravata dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001. I tassi di crescita reali crollarono ben al di sotto del 3%, e come conseguenza per molti paesi europei divenne impossibile rispettare il fatidico vincolo.

In realtà il nostro piccolo esercizio dimostra (Figura 2) che qualora si volesse semplicemente prendere atto che il valore medio del rapporto debito/Pil dei paesi dell’Eurozona non è più 60% (bensì circa 90%), allora – pur in presenza del mantenimento delle aspettative sulla crescita nominale – la soglia-limite sul deficit di stato stazionario può essere rivista al rialzo. Oppure, alternativamente (Figura 3), si può mantenere la soglia del 3% ma prendere atto che la crescita nominale di stato stazionario è sensibilmente più bassa rispetto all’inizio degli Anni Novanta; come conseguenza, l’obiettivo sul rapporto debito/Pil diverrebbe più alto.

Questo significa che possiamo mandare in soffitta ogni vincolo di flusso sulla politica fiscale? Certamente no, per almeno due motivi distinti ma strettamente connessi:

1)      Rimane infatti intatta la necessità di centrare obiettivi di riduzione dello stock, soprattutto per un paese come l'Italia che presenta un valore di debito superiore del 100% alla media dell'area euro di inizio anni Novanta, e superiore di circa il 50% alla media attuale (che come detto è circa il 90%). E l'unico modo esistente per ridurre il debito pubblico (a parte le dismissioni patrimoniali) è rispettare precisi e stringenti vincoli sul fabbisogno, che equivale circa alla versione di cassa del deficit. Data la voglia famelica di spesa pubblica imperante a destra come a sinistra, poi, ci mancherebbe solo che saltasse tout-court ogni vincolo quantitativo sulla grandezza di flusso: torneremmo immediatamente a disavanzi crescenti e ad un ritmo di crescita del debito pubblico persino superiore a quello attuale. 

2)     L’equazione (1) – come detto – vale solo in stato stazionario, e fu utilizzata proprio per stabilire soglie massime oltre le quali debito e deficit non avrebbero dovuto andare, pena l’erogazione di sanzioni (in questa sede sorvoliamo sul fatto che in quindici anni la soglia del 3% è stata violata 97 volte, senza che nessuna sanzione sia mai stata erogata verso nessun Paese membro dell’Eurozona). La dinamica dell'aggiustamento al di fuori dello stato stazionario e' stata storicamente governata da due diversi vincoli. Dal 1997 al 2011 dalla fissazione dell'obiettivo (mai raggiunto da nessuno) di bilancio in pareggio nel medio periodo, vale a dire un deficit complessivo in media pari a zero attraverso le fluttuazioni cicliche, in modo da consentire l'attuazione di una politica fiscale realmente contro ciclica (che presenti cioè deficit  in periodi di contrazione e surplus in periodi di espansione). Dal 2013 in poi, invece, la dinamica di convergenza verso lo stato stazionario e' dettata dal vincolo (costituzionalmente sancito) del Fiscal Compact, che prevede un disavanzo corretto per il ciclo - cioè il deficit al netto degli effetti del ciclo economico su entrate e uscite pubbliche - pari a zero in ogni anno. Le due formulazioni sono in realtà molto simili: entrambe prescrivono, sostanzialmente, un ricordo al disavanzo giustificato solo da una crescita dell'attività economica reale inferiore a quella potenziale, limitando perciò fortemente ogni politica fiscale discrezionale e quindi favorendo una naturale diminuzione del rapporto debito/Pil.

In un modo o nell’altro, e indipendentemente dal vincolo fissato da Bruxelles, per un paese con il terzo debito pubblico del mondo la riduzione dello stock di passività rispetto al reddito nazionale è un obiettivo per se. Per rafforzare questo convincimento, svolgiamo un piccolo esercizio.

Nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (presentata il 20 settembre scorso), il governo presenta un percorso programmatico di finanza pubbliche  che dovrebbe portare il rapporto debito/Pil al 120,7% nell’anno 2017.

Tale scenario si basa sulle seguenti ipotesi inerenti l’evoluzione delle variabili macroeconomiche:

 

2013

2014

2015

2016

2017

Tasso di crescita reale

-1,75%

+1%

+1,7%

+1,8%

+1,9%

Deflatore del Pil

+1,2

+1,9

+1,9

+1,7

+1,7

Costo medio nominale del debito

5,40%

5,4%

5,30%

5,30%

5,20%

Surplus primario

+2,4%

+2,9%

+3,7%

+4,5%

+5,1%

 

 

 

 

 

 

Debito/Pil

132,89%

132,8%

129,4%

125%

120,1%

Lo scenario contenuto nelle previsioni programmatiche del governo quindi sconta un costo medio del debito in lieve diminuzione (probabilmente  il famigerato “dividendo della stabilità politica”), una ripresa abbastanza sostenuta fin dal prossimo anno (con tassi di crescita dell’attività reale compresi tra l’uno e il due per cento nei prossimi quattro anni) con un’inflazione stabilmente sotto il 2%, e una manovra restrittiva di politica fiscale pari a ulteriori 2,7 punti di Pil da qui al 2017 (in grado di più che raddoppiare l’avanzo primario). Sotto tutte queste condizioni, il rapporto debito/Pil è destinato ad attestarsi al 120%. Vale a dire il punto in cui eravamo vent’anni fa, e l’esatto doppio di quello dove avremmo dovuto essere allora (per effetto dei parametri di Maastricht) e di quello a cui dovremmo essere oggi (per effetto del Fiscal Compact). Ma soprattutto, 60% è il livello a cui questo Paese era nel 1981 (appena dieci anni prima di Maastricht), prima che cominciasse lo sciagurato sentiero di rapido deterioramento delle nostre finanze pubbliche.

E se lo scenario immaginato dal governo non fosse così roseo? Proviamo a ipotizzare 4 scenari alternativi. In tutti ipotizziamo che il costo medio del debito sia quello previsto dal governo.

Scenario 1: mantenimento degli obiettivi fiscali ma con crescita-zero.

   La recessione termina ma il tasso di crescita dell’economia reale (anche per effetto dell’ulteriore manovra di consolidamento prevista) rimane costante ad un +0,2% dal 2014 al 2017, con un deflatore del Pil in crescita annua del 1,4%.

Scenario 2: Mantenimento obiettivi fiscali ma con crescita in accelerazione graduale

  La ripresa accelera gradualmente, Il tasso di crescita del Pil reale è zero nel 2014, +0,4% nel 2015, +0,8% nel 2016 e +1% nel 2017. Parallelamente il deflatore assume valori crescenti fino ad un +1,7% nel 2017.

Scenario 3: Mantenimento scenario macroeconomico del governo ma con nessuna ulteriore stretta fiscale.

Le previsioni del governo su inflazione e crescita reale sono rispettate, ma non è possibile nessuna ulteriore manovra restrittiva di finanza pubblica. Il surplus primario rimane quindi al 2,4% del Pil, il che implica un indebitamento netto che continua a ballare intorno al 3% da qui al 2017.

Scenario 4: crescita zero e nessuna ulteriore stretta

Lo scenario indubbiamente peggiore, vale  a dire la somma degli scenari 1 e 3.

Ecco l’evoluzione del rapporto debito/Pil in ciascuno dei casi sopra descritti:

image

Appare chiaro quindi che il percorso di rientro dal valore-record del rapporto debito/PIL (il 132,89% che si realizzerà a fine 2013) è molto impervio. Come evidenziato nello scenario 3, qualora il governo abbandonasse ogni ulteriore ipotesi di riduzione dell’indebitamento e continuasse “semplicemente” a rispettare il limite del 3%, nel 2017 il debito continuerebbe a rimanere ad un valore superiore a quello registrato all’inizio degli Anni Novanta, quando per la prima volta l’Italia prese consapevolezza dell’enorme problema che aveva lasciato sviluppare negli Anni Ottanta.

Proprio per questo non può certo essere all’ordine del giorno un “rilassamento” aprioristico dei criteri di Maastricht. Quello su cui però possiamo discutere, tuttavia, è se sia ancora così saggio considerare quei due numeri ( 3% e 60%) come messaggi consegnati da Dio sul Monte Sinai (e pertanto non questionabili) e non invece per quello che sono: vincoli derivati matematicamente da scenari macroeconomici che non esistono più da almeno dieci anni e che difficilmente potranno tornare. La vera sfida tuttavia, specialmente per Paesi con serissimi problemi di finanza pubblica come il nostro, è trovare il modo di conciliare questa consapevolezza con l'esigenza di evitare un tragico "tana libera tutti" e disegnare invece un nuovo (e credibile) sistema di vincoli di politica fiscale.

 

18 commenti (espandi tutti)

Moltiplicatori

PZ 25/9/2013 - 05:53

Tutto molto bello e giusto, specie la spiegazione sulle origini dei vincoli. Forse però manca il punto cruciale, che rende l'analisi forse incompleta: l'effetto delle scelte di politica fiscale sulla crescita del PIL. Nessuno si aspetta un DSGE qui, ma magari qualche scenario rispetto a moltiplicatori alternativi? Alla fine il grosso della polemica sul "fallimento delle politiche di Monti" (ed Europee in senso ampio) sta nel fatto che la stretta fiscale ha avuto un effetto più ampio del previsto sulla (de)crescita del PIL, essendosi il moltiplicatore fiscale rivelato maggiore di uno (come certificato dal FMI), e di conseguenza il rapporto debito/PIL è aumentato.

Hai senz'altro ragione, quello inerente la dimensione dei moltiplicatori (specialmente attraverso le fasi cicliche) e', come certamente sai, uno dei temi più "hot. Qui (http://www2.dse.unibo.it/wp/WP880.pdf) una piccola analisi, ancora sull'evoluzione del rapporto debito /Pil, appena più formale. 

Prof. Marattin, trovo interessante questa intervista a Cottarelli (citato dal prof. Corsetti) ed
Alesina. Alesina sostiene la tesi di Corsetti che l’austerità crea crescita e riduce il premio al rischio. Cottarelli invece sostiene che nel breve periodo si riduce la crescita del PIL in parte compensata dalla crescita delle esportazioni. Se tutti però aggiustano i conti le esportazioni non crescono. Invece crea crescita solo nel medio-lungo termine:
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-10-10/ripresa-economica-ricette-contrapposte-165954.shtml?uuid=AYXKOhYC#continue

A questo punto chi ha ragione? Le due tesi portano a risultati diversi. La tesi di Cottarelli è credo quella del FMI

Personalmente sono convinto che non siamo nella situazione in cui qualcuno possa inequivocabilmente affermare che un economista "ha ragione" rispetto ad un altro.....chiaro, sempre nel perimetro (invero abbastanza ristretto) delle opinioni espresse su basi scientifiche, coerenza logica e validità empirica. Nella fattispecie poi, si tratta del dibattito forse più rilevante al momento, e quindi mi guardo bene dal prendere posizione....nel post precedente ho linkato un working paper in cui mi limito ad inquadrare la questione da un punto di vista teorico, senza fornire risposte univoche. 

Dipende

Alessandro Riolo 26/9/2013 - 14:45

Ci saranno casi in cui avviene quello che pare sostenere il Sig. Alesina, ed altri in cui avviene quello che pare sostenere il Sig. Cottarelli, e ci saranno anche altri casi probabilmente.

Se in un paese la crescita del PIL è stata realizzata, per dirla come Taleb, in maniera fragile, l'effetto negativo dell'austerità sul PIL sarà maggiore sul breve, mentre se il paese è più robusto, non solo economicamente, sarà ovviamente relativamente minore.

p.s.: ho visto, da spettatore interessato in prima persona, Cottarelli in azione nell'inverno 2000/01 in Turchia, e devo dire che mi fece un'ottima impressione.

In una tabella del post è riportata il valore di 5.4% per il costo medio nominale del debito. Nel 2012 gli interessi passivi sono stati pari a circa 5.5 punti di pil, su un debito al 120% del pil, con un costo medio nominale del 4.6% (5.5/120=4.6%). Dopo l'esaurirsi del panico di fine 2011 e della successiva fiammata della primavera del 2012, i tassi d'interesse sui Btp sono scesi. Il rendistato è al 3.5% e il rendibot sotto l'1%(http://www.bancaditalia.it/banca_centrale/operazioni/titoli/tassi/rendi/... ). Probabilmente i numeri della tabella rappresentano gli oneri finanziari complessivi in rapporto al Pil.

Come ricordato nell'ottimo post, il 3% da rispettare è corretto da ciclo e al netto di una tantum, perchè allora l'Italia è obbligata a rientrare dello sforamento sul deficit visto che è imputabile ad un peggioramento della crescita?  

Credo che in realtà non ci sia alcun obbligo e quindi i casi sono due:

  • .il governo vuole rispettare la soglia per questioni di credibilità, e allora lo dica chiaramente senza scaricare come al solito sulla UE facendo grossi danni alla già malandata reputazione dell'Unione
  • . il governo,malgrado il trattato, subisce pressioni in tal senso da Commissione e/o altri governi ed è troppo debole per opporsi.

Sbaglio?

In realtà (e come ricordato nell'articolo) il 3% da rispettare e' il deficit complessivo; quello al netto del ciclo e delle misure una tantum, invece, ha obiettivo 0,5% in conformità al Fiscal Compact.

domanda

marcodivice 25/9/2013 - 18:36

giusto per chiarirmi le idee l'art.3 dice tra le altre

le parti contraenti possono deviare temporaneamente dal loro rispettivo obiettivo di medio termine o dal percorso di avvicinamento a tale obiettivo solo in circostanze eccezionali, come definito al paragrafo 3, lettera b);

che dice:

per "circostanze eccezionali" si intendono eventi inconsueti non soggetti al controllo della parte contraente interessata che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione oppure periodi di grave recessione economica ai sensi del patto di stabilità e crescita rivisto, purché la deviazione temporanea della parte contraente interessata non comprometta la sostenibilità del bilancio a medio termine. 

ora il peggioramento della recessione non rientra in questa fattispecie?

Il problema non è il valore del parametro. E' il parametro stesso.

Poniamo che Maastricht abbia fissato la regola che un bimbo non può allontanarsi dal genitore più di 3 metri. Il nostro problema, però, è che quello non è il suo genitore. E comunque, non può fare nulla, perché è muto e paralizzato su una carrozzella. Infine, non si tratta di un bimbo, ma di un panda.

Esemplifico.

Ho ripreso in mano l’Appendice della Relazione annuale del governatore della Banca d’Italia di quest’anno e ho riscoperto alcune cifre che meritano di essere commentate. Nel 2012 le amministrazioni pubbliche, centrale e locali, hanno incassato 753.449 milioni di euro e ne ha spesi 801.082, contraendo nuovi debiti per 47.633 milioni di euro. Si tratta di cifre spaventose: ogni minuto che passa le spese pubbliche aumentano di 1.520.000 euro, le entrate di 1.430.000, i debiti di 90.000. Per dirla con Oscar Wilde, “Il tempo è spreco di denaro”! Lasciamo la dimensione temporale e passiamo a quella spaziale. Considerando che una banconota da 100 euro è lunga 147 millimetri, le spese pubbliche del 2012 avrebbero consentito di dare vita ad una striscia di banconote da 100 euro lunga 4,6 volte l’equatore!

Qualcuno ha ancora dubbi sul fatto che la nostra spesa pubblica sia fuori da qualunque controllo, e che se ne vada per i fatti propri, qualunque sia il "parametro di Maastricht", il partito di maggioranza, il presidente del consiglio o delle finanze?

Il problema è sempre lo stesso: "un mercato è un sistema giuridico".

Fissare parametri economici come base di un mercato, anziché parametri giuridici, non ha senso, perché i primi discendono dai secondi.

In altre parole: le garanzie economiche discendono direttamente da quelle dei diritti individuali. Senza le seconde, le prime vanno sempre a ramengo. Qualcuno ha dei dubbi in proposito?

c'entra

marcodivice 28/9/2013 - 22:14

quello che dici lo trovo corretto, ma non mi vado ad "impiccare" per recuperare lo 0.2% di sforamento, qundo so che è avvenuto per il ciclo e so che con questa classe politca , ne stiamo avendo un esempio in questi giorni con la storia dell'iva e delle accise e in queste ore con B. che fa saltare il governo perchè non elimina un provvedimento fatto dal suo governo, avverrà con aumento delle tasse.

Caro Divice, in questo paese non sarà mai un ministro delle finanze ad "impiccarsi".Né per uno 0,2, né per un 2 od un 20. Anzi, non gliene importa proprio nulla.

La materia di cui stiamo parlando si chiama economia "politica" non a caso. Perché tratta (DEVE trattare) dei vincoli entro cui può muoversi l'autorità pubblica nell'economia di uno paese. Ovvero, tratta (deve trattare) in primis delle sue istituzioni e del sistema di controlle delle stesse contro l'arbitrio amministrativo.

E' da qui che si deve partire. Imporre risultati economici non ha senso. Perché questi dipendono direttamente dall'organizzazione del sistema paese, dalle sue istituzioni, dal suo sistema giuridico.

Sperare che imporre dei risultati economici possa imporre evoluzioni istituzionali è assurdo.

Altri, migliori di me, avrebbero detto: "è più facile che sia il cane a scodinzolare la coda, che la coda a scodinzolare il cane". E' più chiaro adesso?

per una discussione del genere, ma mi adeguo. A me del ministro e del governo non frega una cippa. M'interessa il paese e fare una manovra correttiva per recuperare lo 0.2% è assurdo. Si sfora e si usano gli appigli giuridici che ci sono. e ci sono. 

Piuttosto, invece di perder tempo dietro a punti decimali, IVA e IMU, si dovrebbe finalmente incominciare a riformare , ma sono discorsi superati visto lo spettacolo che ci sta offrendo ancora una volta la classe politica. E' più chiaro adesso?

 

Sperando di poter tornare a discutere con tono più consoni.

equivoco

Guido Cacciari 1/10/2013 - 10:46

Pensa tu sia incorso in un equivoco.

Se verifichi i thread logici, constaterai che io non stavo rispondendo al tuo intervento, né alla tua domanda. Che considero valida ed interessante, ma che non ha nulla a che fare con l'argomento da me proposto.

Stiamo parlando di due cose differenti, anche se hanno origine dal medesimo post.

ok

marcodivice 1/10/2013 - 10:58

lieto che si tratti di un equivoco.

Ooops, mi scuso. Risposta a Marcodivice.

Per quanto validi siano i modelli econometrici alla base di questi vincoli imposti ormai undici anni fa dal Trattato di Maastricht, a me sembra opportuno un aggiornamento dei dati alla base di tali modelli, maggiormente adeguati allo stato attuale dell'economia degli Stati membri, per osservare se ne deriverebbero indicazioni su di  una maggiore possibilità di crescita lasciando spazi di manovra più ampi alla politica economica. 

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