Uguaglianza fra i sessi sul posto di lavoro

13 marzo 2007 michele boldrin
Scusandomi per la protratta assenza, che perdurera' ancora un poco, una breve nota su un'altra delle tante ragioni per cui c'e' parecchio da imparare da Blair.

Su El Pais ho trovato questa interessante notizia, della quale invece non vedo traccia (guarda caso!) sulla stampa italiana. La notizia, si trova anche sul Times e sul Guardian, e probabilmente altri quotidiani inglesi, sotto titoli del tipo "Thousands face pay cut under new equality law" ...

Riassumendo brevemente, la notizia è la seguente. A seguito di un accordo sindacale quadro raggiunto nel 2004 e la cui applicazione esecutiva deve completarsi entro Aprile di quest'anno, le amministrazioni locali del Regno Unito devono procedere all'equalizzazione dei salari fra uomini e donne. Ovviamente a parità di mansione, titolo, anzianità . La scelta fatta dal governo Blair, sembra inizialmente con il consenso sindacale che ora invece sta svanendo e dal cui lato vengono minacce di scioperi ed agitazioni, è che l'equalizzazione si compia a circa metà strada o, a dir meglio, a costo circa zero per le casse pubbliche (un miliardo di sterline, pari ad una crescita del 4% del monte salari in questione, che ovviamente include anche gli aggiustamenti per inflazione e gli aumenti contrattuali). Detto altrimenti, alcuni salari femminili saliranno ed alcuni salari maschili scenderanno, in maniera tale da garantire che ciò che si spende di più da un lato si risparmia dall'altro, almeno in prima approssimazione.

Questa scelta implica che parecchi fra i circa 800.000 funzionari maschi delle amministrazioni locali si vedranno il salario decurtato per eguagliarlo a quello delle 700.000 donne che svolgono simili mansioni. I tagli - per chi li deve soffrire: non tutti i dipendenti maschi sembrano essere oggetto della misura - variano tra il 15 ed il 40%, che sono dei bei numeri. Ovviamente uno sciame di avvocati si sta offrendo per cercare di bloccare l'applicazione dell'accordo attraverso i tribunali, e varie battaglie sindacali e scioperi più o meno regolamentati (in UK lo sciopero selvaggio del dipendente pubblico non è tanto facile) punteggeranno durante i prossimi mesi le amministrazioni locali del Regno Unito. Ma, vedrete, alla fine l'accordo verrà messo in pratica più o meno nella forma che il governo ha deciso di adottare, gli scioperanti si calmeranno e le cause legali si risolveranno con poco o nulla di fatto.

Il ragionamento che giustifica questa scelta di politica economica mi sembra filare a meraviglia, quindi non mi dilungo troppo su di esso. In soldoni: se tu sei pagato più di me,
ed in teoria dovremmo essere pagati uguali perchè sembriamo avere lo stesso costo opportunità, non è ovvio che sia io
quello sottopagato, magari sei tu quello sovrapagato. Poichè risulta difficile determinare a priori dove sta l'equilibrio di mercato (per farlo dovremmo far finta che non siamo dipendenti pubblici, cercarci offerte di lavoro alternative, eccetera eccetera) facciamo l'aggiustamento a metà strada. Tanto, se si finisce per scoprire che abbiamo sbagliato e che ora siamo entrambi sottopagati rispetto alle nostre opportunità esterne, la tentazione di andarsene dove ci pagano meglio svuoterà gli uffici pubblici, ed il governo dovrà correre ai ripari. Come punto di partenza per risolvere l'ingiustizia (e le inefficienze) che una situazione di forte disparità provoca, questo mi sembra un ottimo punto di partenza.

Quello che mi preme sottolineare è la differenza abissale fra questo approccio di politica economica e quello che caratterizza il governicchio TPS-Prodi (ed anche i precedenti, a dire il vero). Pensate al caso dei precari o dei lavoratori con contratti a termine, insomma ad alcuni dei protagonisti del mercato duale italiano. Questo governo ha appena "eguagliato" a quelle dei "fissi" le condizioni di lavoro ed il salario di mezzo milione di precari del settore pubblico. Lo ha fatto in due mosse: prima elevando il trattamento contrattuale e salariale dei precari invece di farlo incontrare a metà strada con quello dei protetti (ossia, riducendo i salari di quest'ultimi), e poi finanziando l'abbondante spesa addizionale attraverso la tassazione ulteriore dei lavoratori e degli imprenditori del settore privato.

In Italia, da quello che mi risulta, questa e la regola: l'uguaglianza nel settore pubblico si fa sempre al rialzo, che intanto paga Pantalone, ovvero il supervessato lavoratore del settore privato "emerso", che è sinonimo di altamente produttivo/competitivo. Ridurre gli stipendi risulta essere pura e semplice eresia, son certo che molti dei nostri lettori penseranno che sono pazzo ad elogiare una politica tanto "ingiusta" quanto quella di Blair perchè, diranno, i diritti acquisiti tali sono. Davvero? I diritti dei signori medievali mi sbaglio o erano anche quelli "acquisiti"? E quelli del monopolista, cos'altro sono? E del dirigente incapace che gestisce malamente l'azienda non sono forse anch'essi "acquisiti"? Che facciamo, ci tassiamo tutti allegramente per mantenere i lauti stipendi di dirigenti incapaci d'aziende decotte? No, vero? Allora perchè tassarci per mantenere i privilegi di tanti statali fissi quando è provato che lo stesso lavoro e servizio si può ottenere da gente che ha voglia di lavorare ad un costo pari a circa 2/3 o anche meno?

Mai visto in Italia una misura che avesse come obiettivo la parita di trattamento tra due gruppi e che implicasse che alcuni salgono ed altri scendono. No, in Italia evidentemente il lavoratore pubblico è sempre e comunque sottopagato rispetto al suo costo opportunità. Guarda caso nell'Inghilterra che cresce e si arricchisce questo non è vero ... che sia per caso?

 

18 commenti (espandi tutti)

Unrelated:

Ny-times select e' disponibile gratuitamente per studenti e professori:

http://www.nytimes.com/gst/ts_university_email_verify.html?incamp=ts:sell_pages_tsu_2

Laurence 

 

 

Notizia davvero interessante. Confermo che qui in Italia nessuno l'ha sentita... Decisamente inapplicabile, anyway.

@ Laurence:  Ma funziona anche con le uni italiane (i.e., quelle col ".it" anzichè ".edu" ??)

Ridurre gli stipendi risulta essere pura e semplice eresia, son certo
che molti dei nostri lettori penseranno che sono pazzo ad elogiare una
politica tanto "ingiusta" quanto quella di Blair perchè, diranno, i
diritti acquisiti tali sono. Davvero? I diritti dei signori medievali
mi sbaglio o erano anche quelli "acquisiti"? E quelli del monopolista,
cos'altro sono? E del dirigente incapace che gestisce malamente
l'azienda non sono forse anch'essi "acquisiti"?

Mentre sono d'accordo col principio secondo cui la perequazione non va fatta solo in salita, mi pare che gli altri esempi siano inconsistenti col caso specifico.

Il passaggio dal feudalesimo al capitalismo ha implicato la cessazione di una forma di governo (e di una concezione dello stato) e la sua sostituzione con un'altra, quindi non avrebbe molto senso richiedere una continuita' contrattuale.

Negli altri casi, quel che dovrebbe valere e' il principio secondo cui pacta servanda sunt: se un monopolista aveva il suo monopolio garantito dal governo, e il governo glie lo termina, il primo ha tutto il diritto di citare il secondo per danni e farsi risarcire per i minori introiti. Sta poi ai cittadini, come consumatori e contribuenti, decidere come trattare governanti che concedono monopoli (hanging, drawing and quartering e' purtroppo passato di moda ;-) ).

Sul dirigente incapace, la questione e' se ha violato il mandato dell'assemblea dei soci o no. Nel primo caso andrebbe quantomeno licenziato, e magari citato per danni, ma sappiamo bene che anche nel settore privato golden parachutes e simili spesso proteggono il management contro gli interessi dei soci. Si tratta di casi di appropriazione indebita da parte di semplici impiegati (seppure di lusso) ai danni dei proprietari, grosso modo equivalenti, in campo politico, agli abusi dei governanti ai danni dei cittadini. Se invece il dirigente incapace ha semplicemente approfittato della stupidita' dei soci nello sceglierlo e ha rispettato la lettera del suo contratto, be', chi e' causa del suo mal...

Finalmente, sulla parita' di salario tra uomini e donne: e' un fatto (e posso dirlo apertamente, dato che contrariamente a Larry S. non sto a
Harvard
;-) ) che spesso le donne preferiscono dedicare piu' tempo alla vita privata e, conseguentemente, sono oggettivamente meno produttive. Se i minori salari medi dipendessero da discriminazione ingiustificata, ci sarebbe un'ottima opportunita' per imprenditrici femministe che volessero metter su ditte preferenzialmente femminili, che in base al postulato della pari produttivita' risulterebbero piu' competitive di quelle miste: la loro assenza mette in dubbio il postulato in questione. Ora, si puo' anche decidere che i salari devono essere uguali per principio e che la collettivita' deve farsi carico dei costi derivanti dalla conseguente inefficienza nell'allocazione di risorse, ma a quel punto qualcuno deve rimetterci (no free lunch); e probabilmente le disuguaglianze rispunteranno, spostate sui livelli occupazionali: dovendo scegliere, chi vorrebbe assumere persone meno produttive se per legge le deve pagare quanto altre piu' produttive?

Prendere alla lettera l'idea che i contratti ed i diritti di proprieta' "acquisiti" non si toccano puo' portare a risultati altamente inefficienti e dannosi da un punto di visto normativo, oltre che a teorie della "storia" e del cambiamento che fanno abbastanza a pugni con i fatti. Da un punto di vista astratto, la mia affermazione  si giustifica con il fatto che, in vaga analogia con la dottrina dei trattati internazionali, si da' molto raramente il caso che la condizione rebus sic stantibus valga per periodi estesi di tempo. Solo in un mondo perfettamente statico risulta ragionevole trattare i contratti ed i diritti acquisiti come "eterni". Per fortuna viviamo in un mondo dinamico.

Il passaggio da feudalesimo a capitalismo non avvenne dalla mattina alla sera, ne' consistette in un cambio di legislazione in un paese specifico. Duro' varie centinaia di anni (e dura tutt'ora: gli ordini professionali, le esclusivita' ed i brevetti sono alcuni dei tanti residui medievali che persistono nelle nostre societa') durante i quali dozzine e dozzine di "diritti acquisiti" vennero progressivamente eliminati, oggi uno e domani l'altro. I contratti vennero violati migliaia di volte, e non solo quando si cambio' repentinamente una forma di governo (che successe pochissime volte) o una concezione dello stato (che avvenne lentissimamente ed in paesi come l'Italia sta ancora avvenendo). Tale scempio di pacta sunt servanda fu molto utile.

Grazie a questo processo - a mio avviso ancora in corso e che continuera' con alti e bassi per i decenni a venire - un sistema di diritti di proprieta' basato su monopoli protetti dalla violenza, sulll'ereditarieta' del potere (o l'acquisizione dello stesso attraverso metodi inefficienti come la guerra, l'omicidio e la distruzione), sull'esclusione e sulla proibizione di "fare/possedere" per la grande maggioranza della societa', venne sostituito da altri che prevedono meno monopoli, piu' liberta' personale di entrata in tutto (ossia meno divieti di fare/possedere e meno esclusione), e (non sempre, ma frequentemente) metodi di acquisizione del potere e della ricchezza che sono altamente meno inefficienti dei precedenti. Dati i miei gusti e la mia "morale pubblica" (ossia la personalissima idea di come gli uomini dovrebbero vivere in compagnia) questo fu progresso. Quelli che ci rimisero i loro "diritti acquisiti" avrebbero fatto meglio a toglierli di mezzo prima, avremmo fatto prima a "progredire". Ma mi rendo conto che questo non fosse molto incentive-compatible, almeno per i detentori dei diritti che ora chiamiamo privilegi ... e' proprio vero che la storia la fanno sempre i vincitori!

L'affermazione secondo cui diritti di proprieta' stabili e garanzia dei contratti sono condizioni necessarie del progresso economico presuppone due condizioni, almeno, che si verificano solo in certe circostanze e comunque mai per sempre. La prima condizione e' che i diritti di proprieta' siano "non monopolistici" e "non esclusivi", ossia che permettano liberta' d'entrata a tutti, il che e' altamente dipendente sia dalla tecnologia disponibile che dalla distribuzione della ricchezza. La seconda condizione e' che l'ambiente "tecnologico" (in senso molto ampio) rimanga invariato nel tempo. Quando la tecnologia cambia (rebus non sic stantibus) occorre cambiare anche i diritti di proprieta' e l'organizzazione della produzione/distribuzione/consumo. A volte questo implica cambiare governi, a volte le costituzioni, a volte semplicemente una legge o un regolamento, o anche solo una norma di comportamento stabilita da tempo. Non puo' che essere cosi': ogni legge di bilancio, ogni riforma del sistema fiscale, o dei criteri di regolamentazione di un mercato o dell'altro, porta a violazione di diritti acquisiti. Il problema non e' evitare tale cambiamento, ma vedere se, fra le alternative possibili, si riesce ad avere quella meno inefficiente visto che nel processo vi e' una enorme "path dependence".

Il "meta-teorema" coasiano secondo cui non importa come i diritti di proprieta' siano distribuiti (ed a chi diano piu' e a chi meno potere) e cio' che conta e' che siano chiari e certi, perche' il contrattare bilaterale o multilaterale degli individui aggiusta tutto per il meglio e raggiunge sempre l'allocazione efficiente, e' una bestialita' che non solo non si riesce a provare matematicamente (ci hanno provato a dozzine, ottenendo solo dozzine di controesempi) ma che e' cosi' ovviamente contradetta dai fatti che non so perche' qualche residuo collega continui a predicarlo come puro atto di fede. Oltre a non spiegare nulla di quanto succede (le cose che anche i "coasiani di fede stretta" chiamano "progresso" sono avvenute tutte perche' qualcuno ha violato i diritti acquisiti) muove il dibattito su un terreno futile in cui persone molto intelligenti perdono tempo con bizantini "trucchi" per mostrare che con un contratto super-complicato, costosissimo da implementare ed impossibile da verificare si potrebbe forse evitare l'enorme inefficienza che l'attuale distribuzione di diritti di proprieta' genera. Il dibattito, a cui partecipo, su brevetti e copyright mi sembra solo uno dei tanti casi eclatanti: oramai i difensori dei brevetti non fanno altro che ripetere "Assumi che abbiamo dei monopolisti che possono discriminare perfettamente perche' hanno informazione completa e perfetta ... eccetera." Insomma, peggio dei peggiori social-comunisti utopici.

Questo ovviamente NON implica che e' sempre bene violare contratti e diritti acquisiti, claro que no! Semplicemente occorre evitare di trattarli come feticci: a volte e' socialmente conveniente modificarli. Il problema difficile e' capire quando, e come.

L'affermazione secondo cui diritti di proprieta' stabili e garanzia dei
contratti sono condizioni necessarie del progresso economico presuppone
due condizioni, almeno, che si verificano solo in certe circostanze e
comunque mai per sempre. La prima condizione e' che i diritti di
proprieta' siano "non monopolistici" e "non esclusivi", ossia che
permettano liberta' d'entrata a tutti, il che e' altamente dipendente
sia dalla tecnologia disponibile che dalla distribuzione della
ricchezza. La seconda condizione e' che l'ambiente "tecnologico" (in
senso molto ampio) rimanga invariato nel tempo. Quando la tecnologia
cambia (rebus non sic stantibus) occorre cambiare anche i diritti di proprieta' e l'organizzazione della produzione/distribuzione/consumo.

Mica tanto. E' proprio la nuova tecnologia a rendere automaticamente obsoleti i monopoli esistenti, a meno che essi siano attivamente protetti dallo stato, che piu' spesso che no protegge gli incumbents meglio ammanicati contro gli innovatori. Ed e' per questo che assistiamo a fenomeni come la creazione "out of thin air" di concetti come "proprieta' intellettuale": senza la criminalizzazione del file sharing, entita' ormai inutili come i media conglomerates, nate per muovere pezzi di vinile, sparirebbero in sei mesi. Si fa tanto parlare dell'importanza dell'azione del Department of Justice nel break up di AT&T del '74, ma la verita' e' che Microwave Communications, Inc. dovette per anni battagliare contro i divieti imposti dall'FCC anche a semplici ponti radio privati per fonia. Sposto' addirittura la sede a Washington per essere piu' efficace nel lobbying, e dovette spendere tanti soldi in avvocati che per un po' MCI era definita "a law firm with an antenna on the roof"...

Questo ovviamente NON implica che e' sempre bene violare contratti e
diritti acquisiti, claro que no! Semplicemente occorre evitare di
trattarli come feticci: a volte e' socialmente conveniente modificarli.
Il problema difficile e' capire quando, e come.

Eh, appunto. Anche perche', che vuol dire, esattamente, "socialmente conveniente"? Avverbi e aggettivi derivati dalla radice "social-" hanno una tradizione d'uso come "weasel words", come gia' notato da Hayek. Una funzione di utilita' collettiva e' sempre difficile da definire, soprattutto considerando che attribuire lo stesso peso a ogni individuo ha portato a soluzioni egalitaristiche disastrosamente inefficienti. Personalmente nutro un profondissimo sospetto nei cambi delle regole dall'alto (ope legis), anziche' come modifica consensuale di contratti bilaterali. Anzi, nella mia Isola di Utopia personale (che, me ne rendo conto, tale e' destinata a restare) esiste solo Common Law, molto piu' immune da cambiamenti all'ingrosso avviati per canali politici di quel che possa mai essere la Statute Law -- e, non sorprendentemente, le giurisdizioni dove la prima gioca un ruolo importante forniscono anche maggiori protezioni ai diritti degli investitori contro "espropri" da parte di insiders come dirigenti e impiegati (vedi il classico paper di La Porta et al.).

Sull'efficienza della Common Law, segnalo un articolo di Gennaioli e Schleifer sull'ultimo numero del JPE. Non sono completamente d'accordo con le loro conclusioni, ma il modello e' un buon punto di partenza.  

Se mi si consente un'indicazione bibliografica un pelino più goliardica consiglio a tutti il seguente paper, in cui si dimostra che il sistema legale spiega non solo il successo economico ma anche il successo nella Soccer World Cup!

Suvvia, che diciamo la stessa cosa ... perche' cominci con "mica tanto"? Che differenza c'e' fra

la nuova tecnologia a rendere automaticamente obsoleti i monopoli esistenti

e

Quando la tecnologia
cambia [...] occorre cambiare anche i diritti di proprieta' e l'organizzazione della produzione/distribuzione/consumo.

?

A meno che tu non voglia sostenere che non serve nessuna azione umana (politica, giudiziaria, militare, whatever) per eliminare i monopoli esistenti ... Bell System sarebbe rimasta monopolista ed avrebbe paralizzato lo sviluppo dell'industria delle comunicazioni per alcune altre decadi (c'era riuscita dal 1949 al 1974, a seguito del primo fallito assalto del DOJ) se non fosse stato per l'azione dell'antitrust USA. E, come sottolinei tu stesso, probabilmente il DOJ non si sarebbe mosso di nuovo senza il lobbying intenso dei potenziali concorrenti i quali volevano sovvertire e violare i diritti acquisiti di Bell System, e per questo facevano lobbying. Mi permetto di aggiungere che conto' anche la teoria economica: cosa nota a pochi, ma l'eccellente applied economics di due giovani ed a buon mercato consulenti della FTC, entrambi molto teorici-matematici ma entrambi molto svegli, tali Buz&Jose', gioco' un ruolo non indifferente a favore del DOJ ... Insomma, mi sembra che vuoi dire che non siamo d'accordo perche' cosi' ti va di sostenere, ma i tuoi esempi confermano brutalmente il mio punto. La trasformazione "spontanea" del sistema giuridico e la dissoluzione dei contratti o non esiste o, se mai e' esistita, ha richiesto tempi biblici e bloccato il progresso per secoli ...

Tanto per citare i classici, ecco cosa scriveva sul tema circa cento anni fa un tal Brooks Adams, pronipote del rivoluzionario John Adams e consulente di Roosevelt, durante la battaglia per rompere il monopolio delle compagnie ferroviarie USA che controllavano monopolisticamente il traffico Chicago -- West Coast:

There is no ancient and abstract principle of right and wrong, which
can safely be deduced as a guide to regulate the relations of railways
and monopolies among our people, because railways and monopolies are
products of forces unknown in former times. The character of
competition has changed, and the law must change to meet it, or
collapse. Such is my general theory.

La seconda parte del tuo argomento la trovo ancor piu' difficile da capire. La Common Law si fonda (letteralmente) sull'idea o principio che la giuria o il giudice possono modificare/alterarre i contratti, le leggi, le norme, le consuetudini e quant'altro a seconda delle mutevoli circostanze e con il fine di perseguire un quale obiettivo "sociale", sia esso massimizzare la ricchezza (come incoerentemente ed erroneamente il signor Posner sostiene) o una qualche loro "visione" della funzione di benessere sociale. Guarda che senza funzione di benessere sociale non riesci neanche a dare mezza giustificazione all'esistenza di Common Law, lasciando stare il fatto che sia efficiente ed internamente coerente. Nota anche che la scelta dei pesi e' da tutti riconosciuta essere una questione morale, ossia politica, ossia di rapporti di forza, appunto ... ed anche qua saltano contratti e diritti acquisiti appena un gruppo perde potere politico ed il suo peso nella funzione di benessere sociale diminuisce ...

Infine, sul paper che definisci "classico", e soprattutto sui suoi autori, stendiamo un velo pietoso. Il poco che vi e' di corretto nel suo contenuto e' davvero "classico", nel senso di ben noto 50 anni prima che il brillante quartetto lo ripetesse. Il contenuto "originale", invece, e' altamente discutibile se non incoerente, come l'amena regressione sul calcio che qualcuno ha qui postato evidenzia. Personalmente, mi guarderei dal classificare come "classiche" e prendere come oro colato rimuginature (se non addirittura scopiazzature) di seconda mano di cose fatte ed argomenti svolti da altre persone molto tempo prima. Molti, affascinati dalle regressioni, sembrano non aver ancora capito che nella ricerca scientifica - lasciando pure a lato la eterna questione "correlazione non implica causazione" - vale un principio ancor piu' basilare: not every correlation requires an explanation.

 

Insomma, mi sembra che vuoi dire che non siamo d'accordo perche' cosi'
ti va di sostenere, ma i tuoi esempi confermano brutalmente il mio
punto.

Ma perche' pensi sempre che io ti voglia dar torto? :-) In realta', spesso faccio followup ai tuoi interventi perche' li trovo interessanti, mica per contraddirti in linea di principio. Don't be so defensive!

Quel che volevo notare e' che lo stato ha attivamente supportato per decenni il monopolio AT&T. Se metter su links via ponti radio non fosse stato illegale, MCI sarebbe cresciuta molto piu' rapidamente e i consumatori ne avrebbero tratto beneficio, e la cosa avrebbe giovato molto piu' che dividere AT&T ope legis, specialmente considerato che le RBOC mantennero il monopolio locale (e ora si stanno riaggregando, sotto gli auspici di una FCC particolarmente amichevole).

Questo e' anche piu' evidente per i monopoli alle telecomunicazioni nel resto del mondo, dove il fornitore di servizio era spesso statale, o aveva con lo stato garanzie di esclusivita' (come Cable & Wireless in molte colonie britanniche, inclusa Hong Kong dove nel 1998 il governo dovette pagare 865.6 milioni di dollari in compensazione per la terminazione anticipata (nel 1999 anziche' nel 2006 come da contratto) del monopolio sul traffico internazionale. Non trovi un po' ironico che principi antitrust siano spesso ostentati da chi i monopoli li ha concessi, ed e' anche il piu' grande monopolista di tutti: lo stato?

La seconda parte del tuo argomento la trovo ancor piu' difficile da
capire. La Common Law si fonda (letteralmente) sull'idea o principio
che la giuria o il giudice possono modificare/alterarre i contratti, le
leggi, le norme, le consuetudini e quant'altro a seconda delle mutevoli
circostanze e con il fine di perseguire un quale obiettivo "sociale",
sia esso massimizzare la ricchezza (come incoerentemente ed
erroneamente il signor Posner sostiene) o una qualche loro "visione"
della funzione di benessere sociale.

Veramente no: sotto Common Law le modifiche sono rare e incrementali, e per lo piu' rappresentano aggiunte ad aree non coperte da precedenti sentenze, con risultante maggiore certezza sul futuro (il che e' ovviamente iportante per attrarre investimenti). Non e' un caso che demagoghi come Napoleone o FDR abbiano assunto posizioni molto aggressive verso il sistema giudiziario, varandosi codici su misura e/o minacciando di dimissionare giudici che non si adeguavano ai loro diktat.

La critica piu' comune alla Common Law, e a un sistema legale basato su Tort Law senza Giustizia Criminale (che ha prosecutors stipendiati dallo stato), e' semmai basata sulla difficolta' per i cittadini meno abbienti di mettere assieme le risorse necessarie per arrivare alla prosecution. E' un altro dei molti casi nella storia in cui la difesa dei meno abbienti e' stata usata come pretesto per arraffare potere, in questo caso sottomettendo il giudiziario all'esecutivo, minacciando cosi' una delle premesse fondamentali di uno stato liberale. I risultati: Gonzales licenzia federal attoneys scomodi; in Hong Kong nove anni fa il Chief Justice (=Attorney General per voi dall'altra parte del Pacifico) declina di iniziare la prosecution di editori indiziati per frode ma ben connessi come Sally Aw; Lord Goldsmith impone gag orders su notizie che danneggiano il suo boss Tony; e Silvietto nostro sogna di imbavagliare le "toghe rosse" che indagano sui suoi affari...

l'eccellente applied economics di due giovani ed a buon mercato
consulenti della FTC, entrambi molto teorici-matematici ma entrambi
molto svegli, tali Buz&Jose', gioco' un ruolo non indifferente a
favore del DOJ

Per la cronaca i prinicipali consulenti akademici del DOJ nel caso AT&T furono: Robert Bornholz, William A. "Buz" Brock, David S. Evans, Sanford Grossman, James Heckman, Michael Rothschild, Jose' Scheinkman.

Yup, grazie Alex ... Erano tutti una banda di appena trentenni, alcuni (e.g. Sandy e Jose) nemmeno, e quasi nessuno di loro si interessava di IO e di politica della competizione. Alcuni se ne interessarono da allora, ma non era quello il loro background. La storia, in sintesi e secondo le testimonianze di alcuni di loro, ebbe aspetti eroici.

Come nel recente caso contro Microsoft (dove MS l'ha avuta vinta anche per questo) Bell si era comprata tutti gli economisti che fossero qualcuno (ed anche quelli che qualcuno non erano) nel campo di IO, regulation, politiche della competizione, eccetera. Tutti sul libro paga di Ma' Bell e quindi nessuno disposto a lavorare per il DOJ che, tra l'altro, pagava una autentica miseria. Il DOJ era alla disperazione, ed uno dei due che coordinavano l'azione ne parlo' con Buz, che era stato suo amico ai tempi di Berkeley. Buz al tempo sfornava complicati modelli di crescita ottima, stabilita' ed altre cose astruse (e lontanissime da IO) da solo, con Jose (che aveva appena finito il PhD a Rochester, si erano trasferiti assieme a Chicago), David Gale e Mukul Majumdar. Buz, un uomo di un'onesta' intellettuale e di una spontaneita' e semplicita' umana uniche, apparentemente decise di provarci e divenne il leader spirituale del gruppo. L'idea era: visto che abbiamo un IQ almeno doppio della temperatura (in Farenheit) di una stanza molto calda e sappiamo economia meglio della media, faremo anche questo.

Montarono il team in casa e tra gli amici a disposizione. Infatti la gente che elenchi e' quasi tutta "nuova Chicago": Sandy Grossman aveva appena preso il PhD li', Jim Heckman era arrivato da due o tre anni come assistant professor, idem per Bornholz, Evans era ancora un PhD student che stava finendo. L'unico non strettamente "Chicago" era Mike Rotschild, che era amico di Buz. Tralascio ulteriori dettagli, ma avendo sentito la storia da vari di loro, ho l'impressione che si divertirono moltissimo a massacrare intellettualmente le vacchie sacre del momento. Chi li conosce sa che quello era una specie di "dream team", contiene almeno quattro delle dieci persone piu' intelligenti che abbia mai incontrato in vita mia, ed alcuni di loro hanno una capacita' di lavorare 24 ore di fila che fa semplicemente impressione.

Con cio' che guadagno' come compenso, uno di loro riusci' a comprarsi un tappeto persiano di media dimensione, che conserva ancora. Un altro si compro' una Honda Civic nuova, usando credito per la parte che mancava.

Questo ovviamente NON implica che e' sempre bene violare contratti e
diritti acquisiti, claro que no! Semplicemente occorre evitare di
trattarli come feticci: a volte e' socialmente conveniente modificarli.
Il problema difficile e' capire quando, e come.

Riprendo brevemente questo thread per segnalare un articolo su FT di Jacques Delpla e Charles Wyplosz, "The French will accept reform if the price is right" (la pagina dovrebbe restare liberamente accessibile per un paio di giorni). I due, riprendendo un'idea formalmente espressa da Pareto ma gia' precedentemente praticata in Giappone verso i samurai durante durante la Meiji Restoration, suggeriscono di addolcire l'opposizione alle riforme in Francia con sostanziosi indennizzi pecuniari. Pubblicizzando un loro libro, sostengono di aver calcolato (non so come) che il pagamento a saldo per i privilegi tolti ai vari rentier si aggirerebbe sul 20% del PIL, il che sarebbe tutto sommato praticabile dato anche che il debito pubblico francese si trova attorno a un relativamente modesto 66% del PIL. Pero' alcune affermazioni mi lasciano un po' perplesso: dicono ad esempio che il debito implicito del sistema pensionistico, stimato attorno all'80% del PIL, sarebbe spazzato via dalle riforme nel package: il che assume che l'insieme complessivo dei rentier sarebbe cosi' scemo da accettare una compensazione pari a un quarto di una parte delle rendite future...

Soprattutto, mi pare che il piano soffra della stessa pecca della proposta (e tacitamente abbandonata) riforma della Social Security in USA: trascura il fatto che i governi futuri, per comprarsi voti, potrebbero reintrodurre le stesse rendite di prima (o, creativamente, inventarne di nuove) facendone ovviamente ricadere il finanziamento sulle generazioni a venire, esattamente come fecero a suo tempo gli inventori dei presenti sistemi pensionistici pay-as-you-go. E questo debito implicito si aggiungerebbe a quello, esplicito, emesso per compensare la cancellazione del sistema esistente.

Finalmente, sulla parita' di salario tra uomini e donne: e' un fatto (e posso dirlo apertamente, dato che contrariamente a Larry S. non sto a
Harvard

;-) ) che spesso le donne preferiscono dedicare piu' tempo alla vita
privata e, conseguentemente, sono oggettivamente meno produttive.

La differenza è anche dovuta al fatto che per legge le ditte sono obbligate a pagare 7-8 mesi di "maternity leave" a qualsiasi dipendente donna che abbia un bambino, senza contare i costi e le difficoltà di trovare una persona che sostituisca temporaneamente la dipendente in maternità. E' normale quindi che questo si traduca in stipendi più bassi per le donne.

un'idea: come il Milan ha comprato Ronaldo, perche' noi non facciamo
un'offerta a Blair come capo del governo, visto che gli inglesi per
qualche ragione non lo vogliono piu'? se c'e' qualche problema con la
cittadinanza, magari lo facciamo giocare come 'oriundo'...

basta che non ci diate prodi in cambio.

blair in italia ci sta anche volentieri, non saprei pero' se farebbe il primo ministro. una volta dichiaro' di avere ancora la schiena tutta ferita per le battaglie con i dipendenti del settore pubblico. Quelli inglesi, mica quelli italiani.

 

Per me ve lo potete pure tenere, però ho paura che abbia mire un po' più ambiziose che fare il primo ministro in Italia.

Non ho mai capito l'ammirazione che molti liberali italiani sembrano avere per Blair. Forse danno per scontato che, essendo la Gran Bretagna un paese più libero dell'Italia, chiunque sia al potere qui debba essere per forza un liberale. In realtà i politici si dovrebbero misurare da quello che fanno, non dalla situazione che trovano quando prendono il potere. Secondo i dati di Reform (un think-tank liberale inglese)

"Since 1999-00 Britain's public sector has been
expanding rapidly.  Overall public spending increased by 25.5 per cent
in real terms between 1999-00 and 2004-05.  It is planned to increase
by 44 per cent between 1999-00 and 2009-10.

Public sector
employment has also risen quickly.  It is projected to increase by
720,000 employees between 1999 and 2006.  Only a minority of these
employees are teachers, doctors, nurses or police officers.

[...]   The
tax burden and public borrowing are both rising to pay for these
spending increases.  On current plans, by 2008-09 the tax burden will
reach its highest since 1984-85. 
Reform research indicates that such tax increases will reduce economic growth and prosperity."

Non ho mai capito l'ammirazione che molti liberali italiani sembrano
avere per Blair. Forse danno per scontato che, essendo la Gran Bretagna
un paese più libero dell'Italia, chiunque sia al potere qui debba
essere per forza un liberale. In realtà i politici si dovrebbero
misurare da quello che fanno, non dalla situazione che trovano quando
prendono il potere.

Esattamente quel che ho sempre pensato: e oltretutto ha un'inclinazione a costruire uno stato di polizia in puro stile INGSOC. Devo dire che ho sempre preferito l'Old Labour: meno ipocrita, e soprattutto ineleggibile ;-)

vogliamo compararlo ai ministri italiani, primi e non, di qualunque partito? se ne trovate uno (italiano) meglio, let me know.

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