Un'agenda di politica economica per la giustizia civile

14 gennaio 2013 Leonardo D'Urso

L'Italia si colloca tra l'Iraq e l’Afghanistan per la durata dei processi civili. La situazione disastrosa in cui versa la giustizia civile italiana è anche frutto dell’assenza di una chiara strategia di politica economica per la giustizia. Con un approccio tipico di analisi economica di domanda e offerta, questo contributo ha lo scopo di proporre delle soluzioni concrete per rendere più efficiente il servizio di giustizia civile e innescare un dibattito soprattutto tra gli economisti.  

Secondo la classifica Doing Business 2013” della Banca Mondiale, con il primato negativo di 1.210 giorni l’Italia si colloca al 160° posto, sui 185 paesi analizzati, per la durata di una normale controversia di natura commerciale. La Germania è al 5° posto, gli Stati Uniti al 6°, la Francia all’8° e il Regno Unito al 21°. In questa classifica diventata punto di riferimento per gli investitori internazionali, l’Italia è persino battuta dall’Iraq al 141° posto. Riusciamo a stento a superare l’Afghanistan che si colloca dopo di noi al 164° posto. Per secoli l’Italia è stata considerata la culla del diritto moderno, oggi ne rappresenta la tomba. Operatori del diritto e classe  politica e dirigente non hanno mai compreso appieno l’importanza che riveste il funzionamento della giustizia civile per la crescita economica e le misure urgenti e indifferibili che occorrono attuare immediatamente.     

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La situazione disastrosa in cui versa la giustizia civile italiana è anche frutto dell’assenza di una chiara strategia di politica economica della giustizia. Tutti gli studi di analisi economica del diritto, raffrontando i dati internazionali, convergono sulla conclusione che in Italia i tempi dei processi civili sono straordinariamente lunghi a causa di un eccesso di domanda di giustizia, a fronte di una offerta e di investimenti in linea con le medie europee. Tra costante aumento delle iscrizioni a ruolo e durata dei processi esiste infatti una relazione positiva.

Per accelerare i tempi dei processi civili occorre pertanto, prioritariamente, adottare politiche volte a: (1) disincentivare il ricorso pretestuoso al tribunale; (2) ridurre drasticamente l'arretrato; (3) migliorare l'efficienza dei tribunali; (4) aumentare i luoghi e le occasioni di risoluzione delle controversie in affiancamento ai tribunali. Diversamente, ogni proposta per snellire lo svolgimento del processo e di spending review della spesa pubblica della giustizia sarà vanificata dal profluvio di cause pretestuose, e dal peso di quelle arretrate. Inoltre, la riduzione della domanda patologica di giustizia nel campo civile libererebbe giudici, personale e strutture a favore della giustizia penale, rafforzando l’attività di contrasto dello Stato alle mafie e alla criminalità, accelerando i processi degli imputati in attesa di giudizio e impendendo la prescrizione delle pene.

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Disincentivare il ricorso pretestuoso alla giustizia civile – lato domanda

Fino a quando ricorrere o resistere in giudizio sapendo di avere torto conviene, i tribunali continueranno ad essere polo d’attrazione per cause pretestuose, o facilmente risolubili diversamente, a danno di quelle serie e che invece richiedono l’intervento del magistrato. Il Rapporto 2012 del Cepej - European Commission for the Efficiency of Justice del Consiglio d’Europa - evidenzia che in Italia vengono iscritte a ruolo 3.958 cause per 100.000 abitanti, il doppio della Germania e il 43% in più della Francia. L’obiettivo di  avvicinarsi alla media dei Paesi aderenti al Consiglio d’Europa di 2.738 cause per 100.000 abitanti richiede una riduzione della domanda del 30%.

  1. Adeguamento del tasso di interesse legale al tasso di mercato. L’applicazione di un tasso legale (attualmente al 2,5%) inferiore al tasso di mercato favorisce il debitore, cui conviene resistere in giudizio pur sapendo d‘avere torto. A fine causa, in sede di liquidazione delle relative spese, gli interessi sul capitale devono essere calcolati in base ai tassi di mercato – aumentati di uno o due punti – vigenti durante la durata della pendenza. L’eliminazione del differenziale tra tasso legale e di mercato, e della sua predeterminazione ex-ante, rimuoverebbe uno dei maggiori incentivi ad agire e resistere in giudizio per calcolo economico.
  2. Pagamento di un ticket integrativo di fine processo pari alle spese sostenute dallo Stato. Lo Stato italiano spende per il funzionamento dei tribunali 50,3 euro per abitante, il 36% in più della media europea, ossia 37 euro per abitante. Di contro, l’erario incassa, tramite il contributo unificato, solo il 10,7% della spesa pubblica per la giustizia civile, contro una media europea del 28,3%. Di conseguenza, circa il 90% del costo del servizio giustizia ricade su tutti i contribuenti, alimentando l’effetto noto come moral hazard: le parti sono incentivate a ricorrere o resistere in giudizio in quanto i costi associati a un eventuale esito negativo ricadranno sulla collettività. Per evitare un ulteriore aumento del contributo unificato all’inizio del processo, si può raggiungere l’obiettivo della media europea applicando automaticamente la regola della soccombenza e condannando al pagamento, a favore dell’erario, di un “ticket integrativo di fine processo”, pari alla eventuale differenza tra il contributo unificato e le spese effettivamente sostenute dallo Stato per celebrare il processo (calcolate sulla base delle ore effettive impiegate dal magistrato). In caso di mancato pagamento, il recupero dovrà essere affidato a Equitalia Giustizia che iscriverà a ruolo il credito.
  3. Sanzioni automatiche per l’abuso del processo. Occorre applicare criteri automatici e oggettivi per infliggere sanzioni pecuniarie, a favore di chi vinca, in caso di lite o resistenza temeraria (ex art. 96 cpc), sganciate dall’entità del danno e collegate alla condotta del soccombente. Inoltre, si dovrebbe punire anche l’eventuale condotta dell’avvocato, in caso di dolo accertato nell’accesso ingiustificato al tribunale, e introdurre la segnalazione obbligatoria all’Autorità Giudiziaria da parte del Ministero della Giustizia, in caso di statistiche anomale in particolari aree geografiche o settori di contenzioso (ad es. la distribuzione anomala per cui nel 2010 il 52% di tutte le cause di RC auto davanti al Giudice di Pace iniziate in Italia si sono concentrate nel distretto di Napoli con un distacco enorme dal secondo posto del distretto di Roma di appena il 6%).
  4. Eliminazione della liquidazione giudiziale delle parcelle. E’ opportuno introdurre la “regola americana” in cui ciascuna parte paga il proprio avvocato, indipendentemente dall’esito del giudizio. Conseguentemente, occorre eliminare la liquidazione giudiziale delle parcelle degli avvocati – anche con i riferimenti ai parametri -  perché altera la libera concorrenza dei prezzi nel settore dell’assistenza legale e la libera contrattazione dei diversi possibili criteri di remunerazione. In tal modo si favorisce la libera contrattazione tra avvocato e cliente e il ricorso al patto di quota lite o ai criteri intermedi tra una remunerazione a  forfeit, a tempo e a successo. Gli economisti del diritto hanno dimostrato che la regola della soccombenza applicata alle spese legali disincentiva le transazioni e le conciliazioni, favorendo l’escalation del ricorso ai gradi superiori anche nella speranza della riallocazione delle spese legali.
  5. Obbligo e incentivi alla sottoscrizione di polizze di tutela legale. Nei settori ad alta litigiosità (es. condominio, rc auto, locazioni, etc.) si dovrebbe introdurre l’obbligo della stipula e dell’effettivo utilizzo di polizze assicurative di tutela legale, oltre a incentivarne l’uso più generale da parte di tutti. In questo modo, il rischio economico legato a tutte le spese giudiziali e stragiudiziali e alle eventuali sanzioni, saranno coperte dalla compagnia di assicurazione a fronte del pagamento di un premio assicurativo. Cosi facendo, gli avvocati delle compagnie assicurative disincentiverebbero contenziosi inutili. Esiste infatti una relazione positiva tra la diffusione delle polizze di tutela legale (come in Germania e Olanda) e la riduzione del contenzioso, perché gli accordi stragiudiziali vengono favoriti.

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Ridurre sensibilmente il contenzioso pendente - lato domanda (arretrata)

A causa del perdurante squilibrio tra domanda e offerta, alla fine del 2011 i tribunali italiani hanno accumulato ben 5.339.342 procedimenti pendenti. Un piano straordinario per la riduzione dell’arretrato è indispensabile per ridurre la durata dei processi. In mancanza delle risorse per assumere nuovi giudici, l’entrata in vigore delle sanzioni, dell’applicazione degli interessi di mercato e del ticket integrativo di fine processo (di cui al punto precedente), anche per le cause pendenti, stimolerebbe le parti e gli avvocati a un’accurata analisi decisionale se proseguire nella causa o trovare un accordo.

  1. Sessione informativa delegata dal giudice. Per ordine del giudice, in tutte le cause in corso le parti dovrebbero partecipare a un incontro informativo con un mediatore per valutare seriamente le possibilità di risolvere bonariamente la lite o proseguire la causa.
  2. Vantaggi fiscali per la risoluzione extragiudiziale delle cause in corso. Per un periodo di un anno, le parti e gli avvocati che avranno deciso di transigere una lite pendente in tribunale, ovvero di avviare una procedura di arbitrato o di mediazione, avranno diritto a incentivi fiscali sull’accordo, sul lodo e sui compensi maturati dall’assistenza legale. Sulla base di una valutazione dei rischi e dei costi del proseguimento della causa, i funzionari pubblici rappresentanti della pubblica amministrazione dovrebbero essere esentati dalla responsabilità personale in caso di transazione o mediazione.
  3. Assunzione di nuovi giudici. Con i ricavi provenienti dal “ticket integrativo di fine processo” e dalla ottimizzazione delle spese si potranno assumere giudici e cancellieri destinati esclusivamente allo smaltimento del contenzioso pendente.

Urgenza di spending review e della presenza di manager nei tribunali  - lato offerta 

Con 4.676 sentenze prodotte ogni anno per 100.000 abitanti, i giudici italiani sono tra i più produttivi in Europa: una performance superiore del 76% rispetto alla media europea di 2.663 sentenze. La produttività dei giudici italiani è del 150% più alta dei colleghi tedeschi e del 60% di quelli francesi. La spesa pubblica per la giustizia civile è di € 3.051.375.987 (se si escludono i pubblici ministeri, il gratuito patrocinio e le carceri), pari allo 0,20% rispetto alla spesa pubblica complessiva e di poco inferiore alla media europea dello 0,24%. Di contro, abbiamo la metà dei giudici e del personale amministrativo e, prima dei recenti accorpamenti, il 21% in più di tribunali. Le statistiche smentiscono quindi il luogo comune che dal lato dell’offerta i tribunali italiani non siano produttivi. E’ vero esattamente il contrario. In un periodo di contrazione generale della spesa pubblica, è sostanzialmente impossibile, nonché inutile, aumentare il budget destinato ai tribunali perché esso andrebbe solo ad accrescere il deficit a spese della collettività.

  1. Spending Review della spesa pubblica della giustizia. Occorre spendere meglio e incassare di più erogando il servizio giustizia per avere risorse finanziarie da reinvestire nel sistema. Come sta accadendo per il servizio sanitario, occorre una profonda spending review che identifichi ed elimini inefficienze, anche rinegoziando i contratti con certi fornitori. Ad esempio, a fronte delle concessioni governative per gli operatori telefonici lo Stato deve pretendere il servizio gratuito delle intercettazioni. Il solo raggiungimento della media europea di circa il 30% nella copertura del budget di spesa tramite il “ticket integrativo di fine processo” farebbe incassare circa un miliardo di euro. Ogni singolo tribunale dovrebbe redigere e rendere pubblico il proprio bilancio di spese e di entrate, nonché fornire statistiche in tempo reale sul numero, la tipologia delle cause e sui tempi medi di decisione.
  2. Rivedere i criteri di remunerazione dei giudici. I giudici togati italiani sono remunerati più della media dei colleghi europei; inoltre, gli avanzamenti sono quasi sempre decisi sulla base dell’anzianità. Occorre rivedere i criteri di remunerazione, valorizzando al tempo stesso il merito, la specializzazione e la responsabilità. Con il 48% di giudici in meno rispetto alla media europea, è indispensabile ridurre drasticamente le posizioni “fuori ruolo”. È poi urgente una revisione della remunerazione dei giudici di pace e un loro ricambio, innalzando la qualità e abolendo il pagamento per udienza, che tende ad allungare i processi e ad aumentare i costi della procedura.
  3. Introdurre la figura del “Direttore del Tribunale”. Occorre separare nettamente le competenze manageriali da quelle giudiziarie nella gestione dei tribunali, con l’inserimento della figura del manager. Come negli ospedali, il Direttore del Tribunale deve avere il potere di organizzare e informatizzare i processi lavorativi e i carichi di lavoro dei giudici e del personale. I giudici devono invece concentrarsi sulla celebrazione dei processi, supportati da un ufficio costituito anche da giovani laureati. Per poter avere effetti duraturi, ogni riorganizzazione o applicazione di best practices deve essere gestita da manager con i necessari poteri in collaborazione paritaria con i giudici.   

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Ampliare l'offerta affiancando i tribunali - lato offerta

La gestione del contenzioso civile e commerciale in Italia è affetta da una visione “tribunale-centrica” che, come osservato, vede lo Stato operare in regime di sostanziale monopolio. Eppure, non c’è ragione perché una controversia tra privati debba essere necessariamente gestita dallo Stato, addossando a tutti i contribuenti la maggior parte del suo costo. Come in altri settori fondamentali, anche nella giustizia civile è possibile, ed anzi occorre, meno Stato e più concorrenza. Attraverso il ricorso alle procedure di ADR (negoziazione diretta, tavoli paritetici, mediazione e arbitrato) si amplia l’offerta degli strumenti di risoluzione delle controversie a disposizione dei cittadini e delle imprese, senza gravare sulla spesa pubblica. Contemporaneamente, distribuendo la domanda di giustizia tra più soggetti che offrono il servizio si rendono molto più efficienti i tribunali, il cui carico di lavoro si riduce a livelli più gestibili.   

  1. Negoziazione diretta. Come ad esempio in Germania, occorre introdurre la possibilità di far divenire titolo esecutivo il contratto di transazione che chiude una lite se le parti sono assistite da avvocati. La negoziazione tributaria (impropriamente denominata “mediazione”) sta producendo ottimi risultati per tutte le parti.
  2. Progressività degli strumenti di risoluzione delle liti. Prima di iniziare una nuova causa, le parti dovrebbero partecipare a un incontro informativo per valutare le possibilità dell’inizio di una procedura di mediazione o di arbitrato. 
  3. Mediazione. Occorre rivedere profondamente i criteri di accreditamento degli organismi di mediazione perché ne venga assicurata la reale indipendenza, trasparenza e professionalità, e riscrivere insieme all’avvocatura il decreto sulla mediazione, in base dell’esperienza dei due anni di vita del decreto legislativo 28/2010. Le Camere di Commercio, gli organismi forensi e gli organismi di natura privata, se adeguatamente vigilati dal Ministero della Giustizia, possono affiancare molto efficacemente i tribunali nella soluzione delle controversie.
  4. Un nuovo arbitrato. Occorre rilanciare l’arbitrato, facendone uno strumento veloce, trasparente e poco costoso, ossia qualcosa di molto diverso da quello che si conosce oggi. Confermando il divieto per i giudici e i funzionari dello Stato a ricoprire la funzione di arbitri, come dimostrano diverse esperienze estere l’arbitrato può portare un importante contributo alla risoluzione di piccole e grandi controversie, se amministrato in regime di libera concorrenza senza tariffe minime.

In conclusione, il diritto di accesso alla giustizia non deve essere demagogicamente presentato come libera e indiscriminata facoltà di adire la cancelleria del tribunale per depositare un ricorso, bensì come diritto a chiedere e ottenere una soluzione definitiva della lite in tempi ragionevoli. Connotato come diritto della collettività, e non esclusivamente individuale, questo stesso principio fondamentale della Costituzione presuppone e rende persino necessaria, da parte dello Stato, la previsione di una molteplicità di tutele, di fori dove esercitarle, e dell’illiceità del contenzioso giudiziario pretestuoso.

39 commenti (espandi tutti)

48%

saul 14/1/2013 - 18:46

 "Con il 48% di giudici in meno rispetto alla media europea"; il 48% si riferisce ai fuori ruolo oppure alla numerosità in genere dei magistrati? Lo chiedo perchè il rapporto del CEPEJ sembra indicare un numero di magistrati per abitante in linea con gli altri paesi europei.

Tabella 7.1 a pag. 145 del rapporto Cepej 2012. L'Italia ha 11 giudici togati per 100.000 abitanti contro una media di 21,3 per 100.000 abitanti. L'anomalia è rappresentata dalla circostanza che la spesa pubblica sulla giustizia civile (di cui il 74% destinata agli stipendi) è allineata alla media europea. I dati Cepej non indicano se i fuori ruolo sono conteggiati (si presume di sì): qundi la percentuale dei magistrati effettivamente nei tribunali si riduce ulteriormente.

ok

saul 14/1/2013 - 20:35

ma non e' biased fondamentalmente dalla presenza dei paesi ex comunisti (e qualche outlier, cioe' stati piccoli) che hanno percentuali elevatissime?
Parlare di media europea inganna un pochino.

Ringrazio per l'analisi quantitativa e comparativa con altri Paesi: qualcosa di cui partiti politici, giornali e gran parte degli italiani sembrano incapaci di fare.

Innanzitutto le faccio i complimenti per l'ottimo articolo, il suo è il contributo tecnico che sarebbe stato lecito aspettarsi da parte dei ministri tecnici, ma che o non c'è stato o comunque non è stato portato a conoscenza dei cittadini.

Volevo chiederle se pensava che fosse giusto agire anche sul versante della prescrizione, che con l'accorciamento dei termini previsto nel 2005 è diventato uno dei maggiori incentivi a procrastinare i processi, al di là dell'uso strumentale di questo istituto portato avanti dall'ex pres.delcons..
Infatti da più parti vengono avanzate proposte del tipo:
- Allungamento dei termini
- Arresto del computo degli anni nel momento in cui inizia il processo
- Azzeramento della prescrizione dopo ogni grado di giudizio

Infine le volevo chiedere se pensa che sarebbe auspicabile che, qualora la sentenza venga confermata, la pena prevista in pimo grado vada a sommarsi (almeno parzialmente) a quella del processo d'appello.

Grazie per l'attenzione

I temi molto interessanti che lei solleva rigurdano i processi penali. La mia analisi economica si concentra esclusivamente sui processi civili. Come accennato nell'articolo una diminuzione dei processi civili pretestuosi libererebbe preziose risorse (giudici, cancellieri, etc..) a favore della celebrazione dei processi penali anche per evitare le prescrizioni. Negli Stati Uniti, per esempio, la celebrazione dei processi penali hanno sempre la priorità rispetto ai civili. Giudici, cancellieri e strutture prima devono smalitire il penale e poi il civile. 

Articolo davvero interessante, grazie. Analisi economica del diritto e della giustizia in Italia altrimenti e semplicemente inesistente...

due gradi

marcodivice 15/1/2013 - 11:12

ottimo articolo.  Aggiungo una proposta: non discutendo di privazione della libertà personale ed essendo il ricorso in cassazione previsto in costituzione, correggetemi se sbaglio, direi che due gradi di giudizio siano più che sufficienti: il giudizio vero e proprio e la cassazione.

Qui da me si sta serissimamente discutendo se non sia il caso di consentire ai diplomati di diventare avvocati tramite un apprendistato senza passare per l'università:

http://www.telegraph.co.uk/education/educationnews/9768438/Become-a-lawyer-with-no-degree-pupils-told.html

E già oggi è possibile diventare solicitor o barrister senza una laurea in legge, anche se richiede un paio d'anni di tirocinio, e se non si è membri dell'ILEX anche una laurea qualsiasi ed un corso annuale di conversione:

http://www.lawsociety.org.uk/careers/becoming-a-solicitor/routes-to-qualifying/

Nel caso italiano, probabilmente si potrebbe iniziare riducendo a 4 gli anni necessari per diventare avvocati (2 di università e 2 di tirocinio), ed introducendo il corso annuale di conversione per i laureati in altre discipline. Si potrebbe anche "promuovere" il 90% degli attuali procuratori a giudici, affidando la rappresentazione dell'accusa nei processi di bassa importanza strategica ai tirocinanti, come fa il CPS.

Ed ovviamente aumentare il potenziale bacino di entrate degli avvocati consentendo loro di svolgere anche servizi notarili.

 L'analisi  è molto interessante ed altrettando deve dirsi per le soluzioni/rimedi prospettati. Purtroppo, il problema è politico: il sistema giustizia è vittima di due lobbies. Una di queste gode di un potere assoluto. Quindi, provando ad esemplificare, i punti "remunerazione dei giudici" e "Direttore di tribunale" non hanno alcuna possibilità di vedere la luce, per la contrarierà dei magistrati. Mentre tutte le proposte sulla istituzione di vie parallele per risolvere le controversie saranno affondate dalla lobby degli avvocati. Il vero problema è trovare il modo di "riformare"; qui dovrebbe soccorrerci la politica. 

Nei settori ad alta litigiosità (es. condominio, rc auto, locazioni, etc.) si dovrebbe introdurre l’obbligo della stipula e dell’effettivo utilizzo di polizze assicurative di tutela legale

 

Però nel caso delle locazioni, dove il fatto da giudicare di solito è la morosità dell'inquilino, a che servirebbe la polizza per l'assistenza legale al locatario? parlando per esperienza personale, il mio interesse diretto non è tanto pagare io direttamente l'avvocato o farlo pagare dall'assicurazione, ma avere al più presto la disponibilità dell'immobile. E qui il problema non è la sentenza (io l'ottenuta senza particolari ritardi in pochi mesi), ma l'esecuzione e la disponibilità della forza pubblica per lo sfratto e la possibilità di avere il risarcimento sui beni del debitore.

Tanto, anche aumenti degli interessi legali e altri provvedimenti rivolti a sanzionare pecuniariamente la parte in difetto sono inutili, non ci vuole niente a figurare come nullatenente. Aspetto con ansia i diecimila euro che dovrebbe ridarmi l'inquilino moroso che sono riuscito a buttare fuori... 

Oltretutto, la possibilità di ottenere rapidamente gli sfratti contribuirebbe pure a rendere più efficiente il mercato degli affitti.

Finalmente leggo un articolo chiaro e lucido che confronta i numeri della giustizia italiana con quelli europei. La soluzione al problema sembrerebbe facile ma, c'e un ma: chi ci rimetterebbe?

Il sistema giudiziario italiano non funziona e non ha mai funzionato. Ma se da domani con una bacchetta magica (o seguendo le indicazioni di d'urso) portassimo l'efficienza di tutto il  sistema giudiziario, penale e civile, al livello di germania e francia, cosa accadrebbe? C'e' qualche categoria professionale che ne soffrirebbe?
Allora, una giustizia che funziona ridurrebbe la durata dei processi. Niente piu' prescrizione. Aumenterebbero le richieste di accordo tra le parti. Niente piu' 3 gradi di giudizio automatici. Minore numero di cause dato che se so che la giustizia fara' il suo corso saro' meno propenso a violare la legge. Questa riduzione dei tempi di una causa e del numero dei processi che conseguenze avrebbe sul giro di affari degli avvocati?
A me sembra ovvio che il numero di fatture (quando le emettono) e gli importi saranno minori.
Quindi niente piu' 200 mila avvocati.
Secondo logica avere una giustizia che si avvicini a quella francese e tedesca comportera' come conseguenza un numero di avvocati simile a quello dei nostri vicini.
Ora i 100 mila avvocati che si dovranno trovare un altro lavoro sono favorevoli all'assunzione di 8000 giudici, alla riduzione del numero di gradi di giudizio etc.?
Ho la vaga sensazione di no.
Questa categoria professionale conta qualcosa in Italia?
1 parlamentare su 7 e' avvocato.
C'e' qualche possibilita' che passi una legge che danneggi anche per qualche centesimo i suddetti lavoratori?
Sarebbe necessario che vada al potere un partito con una rappresentanza di 1 avvocato su 100 dei suoi eletti. Non credo che questo avverra' con la prossima legislatura.

Oggi il mercato dell’assistenza legale è in profonda crisi. Il reddito medio per avvocato è diminuito sensibilmente e molti studi legali si stanno ridimensionando o hanno chiuso. E’ scoppiata una bolla altamente prevedibile. La crisi per l’avvocatura è profonda e, secondo me, irreversibile fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio tra domanda e offerta.

 

Interrogarsi sull'eccessivo numero di avvocati in Italia è come risolvere il dilemma dell'uovo e della gallina. Ci sono troppi avvocati perché ci sono troppe cause o ci sono troppe cause perché ci sono troppi avvocati? Secondo me il problema risiede altrove. Da economista liberista, osservo che il costante aumento del numero di avvocati in Italia (fino a raggiungere un numero triplo rispetto alla media dei paesi del Consiglio d’Europa) sia stato causato dalla naturale attrattività di un “mercato” – quello dell’assistenza legale - drogato e i cui prezzi sono stati sempre sostenuti artificialmente dall’intervento dello Stato oltre alla presenza di un buon numero di distorsioni economiche presenti solo nel nostro sistema giudiziario che ho tentato di descrivere. Occorre quindi interrogarsi sul perché il numero di avvocati è cresciuto in Italia molto più velocemente rispetto agli altri paesi?   


Come in tutti i mercati in libera concorrenza, il prezzo del prodotto o del servizio è determinato dall’incontro tra domanda e offerta. In Italia, il mercato dell’assistenza legale è caratterizzato da un surplus di offerta rispetto alla domanda. In presenza di tanti “venditori” di un servizio (gli avvocati mi scuseranno, ma sono abituato a ragionare da economista) e pochi compratori il prezzo del servizio dovrebbe diminuire allontanando dal mercato gli avvocati/venditori  poco competitivi o di scarsa qualità e premiando quelli che offrono un servizio di qualità superiore. In buona sostanza, in un mercato libero e trasparente il prezzo del servizio è proporzionale alla sua qualità. I parametri utilizzati dai giudici per liquidare le spese legali e la tariffe minime (abolite con il decreto Bersani e reintrodotte con la nuova riforma forense) sono elementi altamente distortivi del corretto funzionamento del mercato che a lungo termine danneggiano in primis gli stessi avvocati. Se si escludono i mercati gestiti in monopolio dallo Stato, il concetto di un prezzo minimo a “garanzia” della qualità del servizio è un concetto sconosciuto in economia in un rapporto tra privati. Nel tempo produce effetti esattamente contrari al suo scopo e nel caso specifico danneggia i singoli avvocati (aumentando il loro numero totale e impendendo la fuoriuscita di quelli meno efficienti).


Da liberista, sono contrario al un numero chiuso delle facoltà di legge, che in ogni caso non avrebbe gli effetti immediati che occorrono. Molto più efficace, e a tutela degli stessi avvocati più bravi, sarebbe quello di rendere veramente libera la determinazione del prezzo dell’assistenza legale e lasciare che le leggi del mercato facciano il loro corso.


Sugli avvocati in Parlamento, ovviamente dipende da avvocati e avvocati. Non farei di tutta l’erba un fascio. Non c’è dubbio che alcuni avvocati in posti chiave nelle commissioni giustizia hanno prodotto danni difficilmente riparabili. D’altronde Pietro Calamandrei nel 1921 in un saggio intitolato “Troppi avvocati!” scriveva, testuali parole: <<la esistenza di questo proletariato di forense è la sciagurata causa di tutti i mali della nostra professione. Gli avvocati in soprannumero invadono altre professioni , trasformandosi in spesso in procacciatori d’affari, e riempiono le aule del Parlamento, trasformato in “Camera d’Avvocati”.>>  Calamandrei descrive la decadenza intellettuale delle professioni legali e individua la causa principale nell’affluenza massiccia degli studenti nelle facoltà giuridiche, particolarmente indulgenti e facili a concedere la laurea come biglietto da ingresso agli impieghi burocratici e alla professione. La lettura di questo saggio del 1921 è molto interessante, anche se come ho scritto non sono del tutto d’accordo con le tesi di Calamandrei.

Innanzitutto, condivido l’approccio e gli obiettivi. Molti di essi sono stati segnalati anche dalla magistratura. Su questo sito è possibile trovare numerosi documenti e proposte della magistratura. Mi permetto solo alcune osservazioni in relazione alle proposte concrete, anche perché esse, in parte, a mio avviso non tengono conto della realtà.

 

Pagamento di un ticket integrativo di fine processo pari alle spese sostenute dallo Stato

 

Su questo faccio mie le osservazioni di Marino Panzanelli. Non conosco esattamente le statistiche, ma, a rigor di logica, nella media, gli attori (coloro che agiscono in giudizio), dovrebbero ottenere ragione con maggiore frequenza rispetto ai convenuti (coloro che resistono). Fatta questa premessa, è assolutamente inverosimile pensare che il convenuto, a fine processo, paghi questo ticket. Si tratta, spesso di gente che non paga già l’attore perché non ha i soldi o li ha fatti sparire. Di fatto, si creerebbe solamente un’ulteriore pratica di recupero del ticket da gestire con i relativi oneri (e costi) burocratici, e, quindi, un aggravio di lavoro per le cancellerie. Non vedo molti margini per agire sul convenuto, salvo agire sul suo difensore (nel senso di disincentivare la disponibilità a difendere dei convenuti che resistono per puro scopo dilatorio). Questa considerazione vale anche per la proposta sull’aumento degli interessi legali.

 

Obbligo e incentivi alla sottoscrizione di polizze di tutela legale

 

Anche questo può essere un boomerang. Attualmente, se vado da un avvocato, lui mi chiede un congruo anticipo e, quindi, se non sono certo di avere alte probabilità di vittoria in giudizio, non investirò questo denaro. Se deve pagare l’assicurazione, mi manca questo disincentivo, posso anche avviare cause temerarie, tanto l’avvocato lo paga l’assicurazione, altrimenti che senso aveva pagare la polizza? In Germania succede spesso che si fanno processi perché “tanto sono assicurato”. Ovvio, poi che non si può costringere nessuno a sottoscrivere queste polizze. Al limite si può introdurre un incentivo fiscale come per le polizze vita.

 

Eliminazione della liquidazione giudiziale delle parcelle. 

 

Questo, invece, non mi è del tutto chiaro. Questo non rischia di essere un incentivo a resistere in giudizio? Se devo pagare solo il mio avvocato e non anche quello dell’attore (che, come si è detto, nella maggior parte dei casi dovrebbe aver ragione), il gioco non finirebbe con il valere la candela? E colui che ha ragione non finisce con l’essere “cornuto e razziato, dovendo, oltre a fare causa, cui lo costringe il debitore anche pagarsi l’avvocato?

 

Assunzione di nuovi giudici. Con i ricavi provenienti dal “ticket integrativo di fine processo” e dalla ottimizzazione delle spese si potranno assumere giudici e cancellieri destinati esclusivamente allo smaltimento del contenzioso pendente.

 

Premesso che, come già detto, il ricavo tramite il ticket è irrealistico, questo comporta un aggravio di spesa. Oltretutto, questi giudici, nuovi assunti, come verrebbero inquadrati? Quale stipendio spetterebbe loro? Cosa succederebbe di essi, una volta smaltito l’arretrato? Credo che sarebbe meglio creare delle sezioni stralcio cui destinare i Giudici onorari, pagati a cottimo, che già adesso, danno un contributo fondamentale per tenere in piedi la baracca.

 

Ogni singolo tribunale dovrebbe redigere e rendere pubblico il proprio bilancio di spese e di entrate, nonché fornire statistiche in tempo reale sul numero, la tipologia delle cause e sui tempi medi di decisione.

 

Si tratta del bilancio sociale. Ha iniziato la Procura di Bolzano con l’allora dirigente, dott. Tarfusser. Conosco l’iniziativa da vicino, facendo parte di quell’ufficio. Essa comporta un aggravio di lavoro non indifferente, tanto che, negli ultimi anni, è stata abbandonata.

 

Rivedere i criteri di remunerazione dei giudici... Occorre rivedere i criteri di remunerazione, valorizzando al tempo stesso il merito, la specializzazione e la responsabilità.

 

Su questo sono d’accordo, certo bisogna vincere le, fortissime, resistenze della categoria, come, giustamente evidenziato da Rosario Nicoletti. Oltretutto, questo sistema di carriera si mangia una fetta crescente delle risorse. Urge riformarlo già solo per questo motivo.

 

Con il 48% di giudici in meno rispetto alla media europea…è indispensabile ridurre drasticamente le posizioni “fuori ruolo”.

 

Sono due problemi distinti. Sono d’accordo sulla riduzione drastica dei “fuori ruolo”. Ma essi non sono poi così tanti (a me risulta, attualmente, intorno alle 200 unità sui circa 8000 magistrati, pari al 2,5% circa). Considerate che vi è un numero fisiologico di “fuori ruolo” sotto al quale, difficilmente, si può scendere senza andare a detrimento della stessa amministrazione (si pensi ai magistrati che stanno al ministero della giustizia o in organizzazioni internazionali come, ad esempio Eurojst, ecc.). Il punto è l’altra percentuale, quella del 48% di giudici in meno rispetto alla media europea. Ciò è connesso con quanto si è detto sulla carriera e cioè sul fatto che guadagniamo di più e facciamo carriera per anzianità, il che comporta, ovviamente, la necessità di ridurne il numero, per cercare i finanziare il sistema.

 

Introdurre la figura del “Direttore del Tribunale”. Occorre separare nettamente le competenze manageriali da quelle giudiziarie nella gestione dei tribunali, con l’inserimento della figura del manager. Per poter avere effetti duraturi, ogni riorganizzazione o applicazione di best practices deve essere gestita da manager con i necessari poteri in collaborazione paritaria con i giudici.

 

In linea teorica è già così. Il Magistrato a capo dell’ufficio giudiziario è affiancato da un “dirigente amministrativo” responsabile, assieme al Magistrato dell’organizzazione e, in particolare, della gestione del personale amministrativo. Il dirigente amministrativo gestisce il personale amministrativo, il dirigente magistrato, quello della magistratura. Nella pratica ci sono sovrapposizioni e conflitti di competenza, fermo restando che l’ultima parola spetta al dirigente magistrato, considerato capo dell’ufficio. Prevedere che un dirigente amministrativo stabilisca quale lavoro deve essere svolto dal magistrato è abbastanza inconcepibile. Il problema, come già segnalato, sta nella scarsa cultura manageriale sia del dirigente amministrativo, sia del dirigente magistrato. A ciò va associato un eccessivo peso burocratico/normativo sul quale questi due soggetti non possono incidere e dietro al quale possono nascondere le loro carenze. E, quindi, il presupposto per introdurre questa figura è darle, da un lato, la competenza di incidere su procedure e personale, e, dall’altro, una forma di responsabilità effettiva (retrocessione ad impiegato laddove non vengano raggiunti gli obiettivi prefissati).

 

Manca, nell’articolo, un accenno alla semplificazione delle procedure. Ci sono troppi riti civili diversi e quello canonico, di cognizione, è assolutamente bizantino e prevede una serie di passaggi completamente inutili, introdotti, temo per puro interesse corporativo degli avvocati.

Dott. Bisignano,

un intervento così bello sciupato nel finale! A che serve immaginare un interesse corporativo degli avvocati per "passaggi completamente inutili"? Crede che si ricavi molto dalla partecipazione a qualche udienza in più?

In ogni caso, la questione del rito è fondamentale; se avrò tempo interverrò in argomento.

Crede che si ricavi molto dalla partecipazione a qualche udienza in più?

No, non credo che sia quello il problema. Tuttavia, da quello che ricordo, sono gli avvocati ad opporsi all'abolizione di una serie di passaggi, in particolare, quelli introduttivi. Io mi sono sempre chiesto il perchè e quale fosse la loro utilità, ma non ho mai avuto risposta.

In soldoni e lasciando stare i cattivi pensieri: qualcuno mi può dire qual'è l'ostacolo all'introduzione del rito del lavoro (proposta immediata di tutte le richieste probatorie con la comparsa in giudizio, per coloro che ci leggono e non se ne intendono) per qualsiasi giudizio di cognizione?

 

Grazie molte per i suoi commenti molto interessanti e che mi aiutano a raffinare le tesi proposte. Cerco di esprimere al meglio e in poche righe il mio punto di vista che sottolineo ha un taglio prettamente economico.

Ticket integrativo di fine processo. La sua introduzione ha due scopi fondamentali. Il primo quello di modificare il rapporto 10/90 (10 a spese del soccombente e 90 dei contribuenti) avvicinandolo a quello della media europea 30/70. Alla luce di una generale contrazione della spesa pubblica e proprio per non aumentare il contributo unificato occorre rimborsare lo Stato di parte di quello che ha speso alla fine del processo. Un esempio eclatante si può osservare nella sentenza di Appello della famosa causa CIR-Fininvest. Seguendo perfettamente le leggi, oltre alla condanna sul merito i giudici hanno condannato Fininvest al rimborso delle spese dei legali della CIR nell’ammontare di oltre 8 milioni di euro e a fronte di decine di udienze di tre magistrati al rimborso del contributo unificato (anticipato da CIR) per soli 3 mila euro che rappresenta il costo richiesto dallo Stato per la celebrazione del processo. La sproporzione è evidente. Non solo. Perché mai lo Stato deve tutelare e determinare il prezzo di una prestazione privata (avvocato/cliente) e non il prezzo della sua prestazione erogata tramite la professionalità dei giudici e le strutture del tribunale? Il secondo motivo per l’introduzione del ticket di fine processo e dell’adeguamento dei tassi legali è di deterrenza delle cause pretestuose e della promozione di un reale "risk assessemt" prima di decidere di adire o resistere in giudizio. Come in ogni paese dove la giustizia funziona bene, coloro che sanno di avere torto (si pensi anche ad alcune ipotesi che vedono coinvolte le compagnie di assicurazione o le banche) devono sapere che alla fine del processo pagheranno le spese effettive sostenute dallo Stato per la celebrazione del processo, il capitale rivalutato al tasso effettivo di mercato e una sanzione per resistenza temeraria. Oggi è esattamente il contrario. Chi ha torto ha una chiara convenienza economica a resistere in giudizio.

Su questo tema rimando al video intervento del dott. Piercamillo Davigo ad un recente convegno http://www.youtube.com/watch?v=36prKq0TqPo


Polizze di tutela legale. Le polizze di tutela legale hanno di meccanismi per evitare gli abusi. Come la franchigia, tetti massimi di cause all’anno o l’aumento del premio in caso di ripetute cause (come per le Rc auto). Consentono di poter affrontare spese legali ingenti in caso di bisogno.

 Eliminazione della liquidazione giudiziale delle parcelle. Rispondendo ad un post precedente ho chiarito che questo meccanismo distorce il mercato dell’assistenza legale e può essere calmierato con le polizze di tutela legale.

Assunzione di nuovi giudici. Intendevo proprio dei Giudici onorari pagati con un criterio incentivante (e non ad udienza come i GdP). Si potrebbero per esempio equiparare i Notai a giudici onorari per molte materie di loro competenza (societario, diritti reali, eredità, separazioni, giurisdizione volontaria, etc…).

Giudici “fuori ruolo”. In questa situazione di emergenza, credo che ogni giudice sia prezioso e dovrebbe rimanere in tribunale. Vi sono molti bravi giudici, anche al Ministero della Giustizia, con compiti che nulla hanno a che fare con le loro competenza giuridiche (es. amministrazione beni e servizi).  

Semplificazione delle procedure. Non sono volutamente entrato nel campo giuridico (in cui ho poca competenza) di riforma e semplificazione di alcuni riti. In molti mi hanno segnalato l’opportunità di utilizzare il rito del lavoro anche in quelli di cognizione.


In ultimo, l'analisi economica del diritto (in questo caso limitata al funzionamento della giustizia civile) si basa un concetto cardine della microeconomia: la razionalità individuale che guida gli individui nelle proprie scelte portandoli a prendere decisioni più consone ai propri interessi. L'homo economicus prende in considerazione esclusivamente gli obiettivi economici per massimizzare i propri interessi e precinde dall'etica o dall'altruisimo che sono come di consueto esclusi da ogni tipo di ragionamento economico. Per quanto possibile, cerco sempre di sostenere le mie tesi con l'analisi di dati e statistiche. Alcune volte le mie stesse ipotesi non erano supportati da dati e quindi li ho modificate o scartate. Come ho scritto nell'intervento, credo che in Italia accanto ai tanti dibattiti di base giuridica sia mancato totalmennte quello economico in materia di giustizia civile. La ringrazio ancora per i suoi commenti.

Si discute, amabilmente come in questo caso. Attraverso il confronto si affinano le tesi ed i concetti. Prima di collaborare con nFA ero convinto che la carriere automatica dei magistrati fosse sacrosanta, nel frattempo, sono stato vittima del lavaggio del cervello da parte del PUM (Pensiero Unico Monetarista)...

Ciò premesso, ritorno un attimo sul ticket. Il punto non è la sua autilità. Concordo con Lei che sarebbe utile, ci macherebbe. Il punto è la sua realizzabilità concreta in Italy. E' vero che il caso riferito da Marino Panzanelli non è del tutto pertinente, perchè il convenuto non ha resistito pretestuosamente in giudizio. Tuttavia, spesso, chi resiste è un soggetto che,  a fine causa, non paga nemmeno l'attore/vincitore/creditore, figuriamoci se si sogna di pagare il ticket di fine processo. Può essere andato in fallimento, oppure aver, comunque, fatto sparire i soldi. Spesso chi vince una causa resta con un pugno di mosche in mano, una bella sentenza, con la quale tappezzare i muri del proprio capannone ormai in disuso per la crisi.

Mentre il contributo unificato si incassa dall'attore, ovvero da colui che vuole avviare una causa ed ha, quindi un interesse a pagare, il convenuto entra nella causa contro la sua volontà. Il punto è, dunque, quello di fare in modo che questo ticket venga effettivamente pagato, altrimenti resta solo un'entità astratta che produce solo un aggravio di lavoro per le cancellerie dei tribunali. Si potrebbe, ad esempio prevedere che, sia chi agisce, sia chi vuol resistere in giudizio, debba versare una somma a titolo di garanzia di incasso del ticket e che tale versamento sia il presupposto per avviare la causa rectius per potersi costituire e difendere in giudizio. Tuttavia, faccio presente che una simile ipotesi, difficilmente, supererebbe lo scoglio della Corte costituzionale, considerato che, in base all'art. 24, comma 2, Cost. "La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento". 

Insomma, temo che non si facciano i conti con la realtà e, in particolare, con la realtà del Sud del paese, cui peraltro, anche il Nord si sta avviando a grandi passi e che l'iniziativa sia, concretamente, irrealizzabile.

Scusa se faccio una domanda ancora sulla liquidazione degli onorari. Le tue risposte in merito non mi hanno chiarito i dubbi:

 

1) In che modo questo tipo di liquidazione distorce il mercato? Essa segue alla soccombenza, quindi la liquidazione avviene "a favore" dell'avvocato che ha vinto la causa. Questo non dovrebbe favorire il merito? Potresti linkare gli studi che citi, perchè in effetti la questione è interessante.

 

2) Non a caso ho messo "a favore" tra virgolette. In verità, infatti, la liquidazione delle spese legali altro non è che una parte del risarcimento del danno in favore di chi ha vinto la causa. Cioè, se ho ragione e mi hai costretto a pagare un avvocato per farti causa, alla fine quello che ho pagato all'avvocato me lo devi rimborsare, non si scappa.

 

Per il resto condivido nella sostanza tutto, però vorrei farti notare che tutte le innovazioni che proponi (molte delle quali io stesso su queste pagine avevo proposto in passato, seppur con sfumature diverse) sono destinate a rimanere carta straccia se non accompagnate da una rivoluzione del processo d'esecuzione... me ne faccio poco di una sentenza che mi riconosca il dovuto, lo faccia in pochi mesi e nel farlo punisca adeguatamente il debitore che voleva perdere tempo, se poi non ho strumenti per mettere materialmente le mani in tasca a questo mio debitore e prendermi i soldi che la sentenza mi ha riconosciuto.

Non conosco esattamente le statistiche, ma, a rigor di logica, nella media, gli attori (coloro che agiscono in giudizio), dovrebbero ottenere ragione con maggiore frequenza rispetto ai convenuti (coloro che resistono).

In realtà, a rigor di logica nel civile uno ricorre e l 'altro resiste quando vi è incertezza nell'interpretaione della norma e le due parti hanno il 50% delle probabilità di avere ragione. Se le statistiche dicessero il contrario, cosa possibilissima, vorrebbe dire che vi è un incentivo da qualche parte a ricorrere anche quando le probabilità sono contro, ovvero a resistere nonostante la partita sia probabilmente persa. 

Non sono sicuro di chi abbia ragione tra lei e Axel Bisignano, a rigor di logica. Mi sono fatto un paio di ragionamenti e schemini che non riporto perché sono del tutto un profano della materia e non vorrei scrivere castronerie eccellenti...

Mi limito allora ad una domanda. Per caso ho letto il suo commento proprio dopo aver ascoltato il podcast di questa puntata di Nove in punto, dal titolo "Tutti contro il redditometro". Nella parte finale Serena Sileoni afferma:

Per quanto riguarda la questione delle coscienze sporche [...] la metà delle cause che finiscono in commissione tributaria vedono l'amministrazione fiscale parzialmente soccombente, il 30% la vedono totalmente soccombente.

Cosa ne dovrei dedurre secondo la sua linea di ragionamento (anche fuori dai processi civili)?

Grazie

vado a memoria, ma mi risulta che la maggioranza delle cause tributarie vedono l'amministrazione finanziaria vincente e questa quota sale a oltre il 75% se si considera il valore. Il "parzialmente soccombente" vuol dire che incassa comunque qualcosa?

Per quanto riguarda cosa "dedurre", a me pare che l'amministrazione finanziaria lasci una quota di potenziali cause intentate. Al netto dei costi di contenzioso per l'amministrazione e di vincoli di personale, se considerassi l'AF un agente razionale mi aspetterei di vedere un 50% di vittorie in valore, anziché il 75%. Potrebbe fare di più.

Spero di aver colto la domanda.

Provo a essere breve.

Diciamo che se agisco in giudizio mi aspetto di vincere (netto) X (€ e/o "soddisfazione") con probabilità P, di perdere (netto) Y con probabilità (1-P). Allora, se sono razionale, agisco "in media" solo se PX>(1-P)Y, quindi se P>Y/(X+Y). Diciamo che sono anche neutrale al rischio (come mi sembra si possa descrivere l'amministrazione fiscale). In tal caso vale, forse, PX=(1-P)Y, cioè P=Y/(X+Y). Da che ne traggo che P=1/2 sse X=Y. Che mi sembra quello che dice lei... Però non sta scritto da nessuna parte che P=1/2 o che P>1/2 (come, secondo il mio "schemino", dice Axel Bisignano): l'importante è che P>=Y(X+Y).

In altre parole non mi sembra che si possa concludere nulla sulla razionalità dell'amministrazione fiscale (per i dati che fornisce Sileoni o per quelli suoi, peraltro compatibili) né, in generale, su P nelle procedure civili.

Cosa mi sfugge?

Il contenzioso tributario è contenzioso d'impugnazione, vale a dire è promosso dai contribuenti.

 

L'amministrazione non promuove cause, perché i suoi atti sono esecutivi: si limita ad impugnare le decisioni che le hanno dato torto.

Premessa non inopportuna: il mio intervento può essere biased in ragione della mia qualità di avvocato, come del resto quello del dott. D'Urso risente della sua vocazione professionale alla promozione delle ADR e, in qualche misura, della sua formazione economica e non giuridica. Se così non fosse, si sarebbe astenuto dall'affermare che il diritto enunciato dall'art. 24 Cost. è condizionato ad una soluzione definitiva della lite in tempi ragionevolmente brevi e che può essere soddisfatto anche da tutele estranee alla giurisdizione ordinaria.

Premetto, inoltre, di condividere gran parte delle osservazioni di Alex Bisignano che, da magistrato esperto, conosce bene le questioni sulle quali è iintervenuto.

Passo ora ad osservazioni puntuali:

1 - prevenire la cause pretestuose. D'Urso propone di adeguare il tasso d'interesse legale al tasso di mercato. A mio avviso, si tratta di una proposta inopportuna, perché non considera le ricadute di tale adeguamento al di fuori del processo: basti considerare che il locatore di immobili abitativi, se riceve una cauzione a copertura dei danni, deve corrispondere all'inquilino gli interessi legali. Per altro verso, il tasso legale è già attualmente adeguato, annualmente, a condizioni di mercato: la proposta dovrebbe allora essere corretta, prevedendo piuttosto una maggiorazione del tasso legale nelle ipotesi di condanna del debitore inadempiente, così da esercitare adeguata deterrenza. Ma allora perché non estendere la disciplina degli interessi dovuti in caso di ritardo nei pagamenti nelle operazioni commerciali (d. lg. 9 ottobre 2002, n. 231) oltre i confini attuali?

2 - ticket integrativo: aggiungo alle osservazioni, di assoluto buon senso, di Alex Bisignano che, se si tratta di scoraggiare il ricorso pretestuoso alla giustizia, sarebbe ragionevole innalzare in via generalizzata il contributo integrativo, eliminando o riducendo le ipotesi di esenzione totale o parziale;

3 - sanzioni automatiche per l'abuso del processo: proposta di sapore manzoniano, vista la reticenza delle corti ad applicare la responsabilità aggravata. Si dovrebbe diffondere tra i giudici civili una diversa cultura, più attenta alle ripercussioni sul sistema economico delle loro condotte;

4 - eliminazione della liquidazione giudiziale delle parcelle: significa, in realtà, soppressione della condanna della parte soccombente alla rifusione delle spese dell'altra parte. Non vedo come questa proposta - che va contro la tradizione europea - si concili con quella di sanzionare severamente la responsabilità aggravata né con una certa, recente, tendenza giurisprudenziale ad utilizzarla come proxy dei punitive damages;

5 - riduzione del contenzioso pendente: ci hanno già provato una ventina di anni or sono, con l'istituzione di "sezioni stalcio", non conosco dati sul loro lavoro, ma non credo che sia stato molto produttivo. In ogni caso, il giudice già può invitare le parti a tentare una conciliazione, davanti a sé o ad un mediatore professionale;

6 - ampliamento dell'offerta: più o meno tutti gli strumenti suggeriti sono già presenti nell'ordinamento giuridico (se si cerca un titolo esecutivo stragiudiziale, la transazione può essere redatta per atto pubblico o accompagnata dall'emissione di un pagherò cambiario). La mediazione deve essere disciplinata meglio, senza reintrodurre l'odiosa obbligatorietà, l'arbitrato ha ormai un ampio riconoscimento legislativo: ma non ci si illuda di avere un arbitrato efficace ed efficiente a basso costo!

Cosa manca nelle proposte del dott. D'Urso? Lo ha già rilevato Alex Bisignano: l'attenzione ai riti. Mi sembra troppo semplicistica l'estensione del processo del lavoro a tutti i processi, ma non c'è dubbio che una semplificazione è augurabile.

Io raccomanderei alcuni interventi:

a - definitiva adozione e diffusione del processo telematico, con contestuale eliminazione delle udienze anteriori a quella per l'ammissione delle prove e magari anche di quella per la precisazione delle conclusioni;

b - revisione radicale del processo d'appello, con eliminazione delle ridicole udienze collegiali nel corso delle quali non si fa nulla che non possa essere fatto per via telematica o davanti ad un solo consigliere;

c - estensione dell'azione di classe oltre le ipotesi previste dal codice del consumo, trasformandola in uno strumento ordinario, che permetta di assorbire anche le famigerate controversie seriali che deliziano il foro partenopeo.

Scusate

Franco Verzetti 17/1/2013 - 22:02

premesso che non sono andato a cercare i "numeri" però pur nel quadro negativo in cui si muove la giustizia italiana (e che sono daccordissimo a riformare), il tribunale di Torino ha ridotto drasticamente gli arretrati (credo dimezzandoli) nel giro di un anno (o qualcosa del genere) tanto da guadagnarsi il riconoscimento sia degli organi comunitari, sia del ministro Severino.
Cosa impedisce agli altri presidenti di tribunali (o chi per essi) di fare altrettanto?

purtroppo non non so come risponderLe, non essendo il dititto civile il mio settore e non conoscendo quell'esperienza.

Posso dire che i giudicie spesso hanno una tendenza a giustificare  se' stessi e quindi l'atteggiamento di molti e' stato "Si' ma a Torino e' tutto piu' facile, provi lui da un'altra parte..."

Credo

Franco Verzetti 21/1/2013 - 21:45

di ricordare che grossomodo il principio (e il conseguente ordine di servizio del presidente) sia stato quello di stabilire una data "spartiacque" e che a quel punto per ogni causa "post data" ogni magistrato ne dovesse smaltire due "ante data" in questo modo si è eliminato (o quantomeno drasticamente ridotto) l'arretrato e contemporaneamente si è evitato di crearne dell'altro. Non mi sembra nulla di trascendentale o no?

Essendo recentemente stato coinvolto in una causa civile, poi vinta, in cui dall'altra parte vi era una chiara pretestuosità, voglio lasciare un commento su tale aspetto anche in considerazione del fatto che è stato ampiamente dibattuto.

Riflettendo sull'intero andamento della causa sono alla fine giunto alla conclusione che l'altra parte, ragionando dal suo punto di vista, non aveva particolari motivi per ritenere la sua causa pretestuosa. Ma occorre fare attenzione; lui non li aveva, ma il suo avvocato li avrebbe dovuti avere.

In genere, fatti salvi casi lampanti come la morosità, il cittadino è in buona fede convinto di avere ragione, perché ovviamente non conosce i dettagli della legge. Ad esempio, nel caso che mi ha coinvolto, la controparte avrebbe più che altro dovuto fare causa a un terzo, anzi forse a quel terzo la avremmo dovuta fare congiuntamente.

L'avvocato, che invece conosce i meccanismi della legge, si può immediatamente rendere conto se la causa è una causa persa oppure no.

Ciò che mi ha sorpreso nella causa che mi ha coinvolto, in cui sia io che la controparte eravamo peraltro attore e convenuto allo stesso tempo dato che io avevo citato lui e lui citato me, è il fatto che vi sia stata scarsissima comunicazione ante-udienze tra gli avvocati, Entrambi avrebbero ben dovuto sapere come sarebbe andata a finire e quindi, nell'interesse dei rispettivi clienti, cercare una soluzione in anticipo.

Andando avanti hanno viceversa massimizzato il loro profitto; a me la causa è costata una fortuna, e meno male che l'ho vinta!

Per disincentivare veramente le cause pretestuose occorrerebbe meccanismi "punitivi" anche nei confronti degli avvocati, non solo delle parti in quanto tali.

Ma, appunto, un Parlamento dove 1 membro ogni 7 è avvocato non approverà mai tale norma.

Signor VincenzoS, la complessità dell'ordinamento giuridico è oggi tale che solo un avvocato cialtrone potrebbe affermare ex ante che la vittoria in giudizio è certa.

Anche quando si crede di avere ottimi argomenti, occorre sempre convincere il giudice ... è un'impresa non da poco, mi creda!

Temo...

credo che  Vincenzo volesse dire che i due legali in questione avrebbero dovuto cercare una transazione. 

Lui ha avuto la sensazione che  i due avvocati abbiano invece continuato nel processo e che, in definitiva, abbiano fatto i loro interessi anziche' quello dei clienti. 

Devo dire che la maggior parte degli avvocati con cui ho a che fare, cercano  il compromesso nell'interesse dei loro clienti. Talvolta, sono questi ultimi a nonvoler sentire ragioni.

Ovviamente, si fanno mere ipotesi, non concoscendo il caso concreto. Pure, salvo casi clamorosi (che pure ci sono), è piuttosto difficile "rendersi immediatamente conto" se una causa è persa in partenza.

quindi il mio commento può anche non valere nulla.
Azzardo un paragone, un qualunque artigiano, quando viene richiesto di un preventivo se mediamente competente, dev'essere in grado di valutare la convenienza (per sè e per il cliente) del lavoro. Perchè un avvocato non può fare altrettanto ed eventualmente attivarsi per una transazione extragiudiziale?

Attivarsi per una transazione rientra nell'attività normale degli avvocati: ma la transazione è un contratto, bisogna essere almeno in due per concluderla e non è affatto detto che sia facile convincere entrambe le parti.

Il diritto è molto più complesso dei problemi che mediamente sono affrontati da un artigiano: come già detto, non solo entra in gioco la dialettica tra le parti, ma c'è poi il terzo che si forma una sua opinione, magari perché ritiene che la giurisprudenza sulla questione controversa non è soddisfacente, e decide in maniera difforme, sorprendendo entrambe le parti.

I mutamenti di giurisprudenza non sono affatto rari: molte volte si promuove o si resiste in una causa confidando su precedenti che sembrano consolidati e poi, magari dopo anni, la Corte di Cassazione muta indirizzo.

i tempi dei processi civili sono straordinariamente lunghi a causa di un eccesso di domanda di giustizia

 Ma il nesso causale in base a quale modello è stato stabilito per l'Italia? E' possibile citare qualche lavoro che riesce a dimostrarlo?

non credo vi sia una relazione tra lunghezza della causa civile e domanda di giustizia, ma forse esiste una relazione con la domanda di servizi giudiziari offerti sottocosto dallo Stato. Ad esempio, negli USA, citato come modello proprio dall'autore di questo articolo, i processi di primo grado sono abbastanza lunghi  (nonostante il report di Doing Business). Secondo le statistiche del DoJ, nel 2005 i processi civili durano in media tra i 20 e i 26 mesi (cfr. tav 9, si riferisce ai procedimenti con trial, pari al 3-4% del totale), mentre in Italia la durata stimata di un procedimento presso il Tribunale ordinario (metodo giacenza media) è di 15 mesi che sale a 36 mesi per quelli definiti con sentenza. Ad allungare la coda oltre i due anni, sono i procedimenti legati ai fallimenti, procedimenti esecutivi immobiliari, cognizioni ord., questioni previdenziali. Per i giudici di pace, i procediemnti sono più rapidi. Ora non sviluppo il confronto per tipologia di procedimento tra i due sistemi che tanto non serve, ma ciò che voglio sottolineare è che  negli USA oltre il 95% dei casi non viene dibattuto ma si risolve prima solo grazie ai metodi alternativi e stragiudiziali di risoluzione delle controversie che non necessariamente sono gli arbitrati, ma anche il semplice mediatore che spiega alle parti quali sono le probabilità dell'una e dell'altra parte e che quindi sarebbe inutile continuare nonostante l'accanimento incoraggiamento degli avvocati. Andare a sentenza è molto costoso e nessuno ha interesse a vedere come va a finire. Da noi, come giustamente nota l'autore, le parti pagano una tariffa molto  inferiore al costo del procedimento, per cui vi è un ricorso più massiccio.

Il primo link non funziona. Il secondo riguarda un periodo di pochi anni ma, in ogni caso, tre anni di durata non sono pochi (anche se, nella mia esperienza personale, spesso si va ben oltre) .

Non mi sembra corretto comparare casi che non vanno a processo con casi che ci vanno tutti: piuttosto, mi pare che nei processi civili USA vi sia una fase anteriore al trial vero e proprio, che può concludersi con una sorta di ingiunzione sulla base delle sole indicazioni del claimant se l'altra parte non si difende. Mi riservo di controllare questo ricordo e tornare in argomento.

il primo link funziona, se però il tuo browser non te lo fa aprire, sulla barra di indirizzo dell'url trovi comunque l'indirizzo corretto e fai return, dovrebbe aprirsi un pdf.

 

Quello che stai alludendo sono gli "adjudication without trial" che sono: quando il trial non è ritenuto necessario, il voluntary dismissal by plaintiff, l'involuntary dismissal (ad esempio l'attore fa il furbo), il summary judgment (su richiesta di una parte o del giudice) quando non vi è una questione di fatto da decidere perché evidente ma solo questioni di diritto.

ad una bella discussione.

prima cosa: l'incertezza del diritto civile, data anche dalla giurisprudenza ondivaga. Vi consiglio di leggere il Quaderno di Ricerca Giuridica Banca D'Italia (n. 61 del 2008, dal titolo Le impugnazioni in Italia: perchè le riforme non hanno funzionato?) la percentuale di reversal on appeal è quasi del 50%. per l'esattezza cioè  il 46% delle sentenze di primo grado è riformata in appello (e dunque forse è "sbagliata").

tantissime le ragioni (i tribunali dei centri minori sono uno spavento in questo senso, ai clienti consiglio di "fuggire" dalla giurisdizione).

inoltre non vi faccio esempi per via di tempo ma ci sono gangli vitali del sistema giuridico di diritto civile - specie in materia di tutele dei diritti -  che non funzionano e non sono chiari ed univoci nel loro significato complessivo (penso al fatto di non poter trascrivere i sequestri giudiziari ma solo quelli conservativi oppure al fatto di non poter opporre ad una banca ipotecaria gli effetti di una domanda di revocatoria (avente ad oggetto una compravendita finanziata dalla banca stessa) trascritta - giocoforza - dopo l'ipoteca ma prima del pignoramento (art. 2915, secondo comma) frustrando così gli esiti dell'azione stessa etc etc..

infine faccio presente che non è solo il giudizio di merito ad essere un problema quanto e soprattutto il giudizio di esecuzione: questo è un vero vulnus. faccio un noto esempio: i giudici dell'esecuzione non possono evitare (perchè nessuna norma glielo permette) che si presentino parenti o affini dell'esecutato - anche tramite società - ad offrire alle aste immobiliari salvo poi non versare il saldo e rinviare alle calende greche la soddisfazione dei creditori e così via.

insomma l'attuzione dei diritti di credito è secondo me anacronisticamente (pensiamo alla vendita del pegno!) legata a schemi ipergarantisti (il precetto a cosa diamine serve? a nulla) che la rendono macchinosa ed inefficiente l'esecuzione incentivando ulteriormente i comportamenti opportunistici del debitore in torto al quale conviene, sempre, comunque  non pagare.  già è difficile convincere un giudice della verità anche quando questa è evidente, se però, poi, diventa impossibile attuare una sentenza, beh...ancora peggio che non averla.

naturalmente anche l'incertezza del diritto e della giurisprudenza incentiva mostruosamente a resistere in giudizio e ad impugnare (se poi magari applicassero la soccombenza delle spese invece di compensarle sempre, davvero, le parti ci penserebbero di più a resistere in giudizio...). beh poi ci sarebbe il problema della qualità delle sentenze e del fatto che non vi uno standard di redazione e quindi di impugnazione (semplificherebbe di molto il tutto e non ci vorrebbe tanto, le eccezioni sono classificabili).

ah dimentivo: in italia ci sono 61 riti processuali civili diversi (se volete ve li elenco...).

una provocazione sulle tariffe e sulla eterogenesi dei fini: se fossero altissime (e fosse altissimo anche il ticket finale di cui parlate) e fosse applicata seriamente la regola soccombenza secondo voi ci sarebbero così tante cause?

quando invece la regola della soccombenza delle spese è pressochè disapplicata dai giudici (che compensano le spese quasi sempre) e comunque resistere in giudizio costa poco chi se ne avvantaggia? l'onesto o il disonesto? quale comportamento viene incentivato? quello di chi ha ragione o di chi ha torto?

ora devo andare, ciao.

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