Unindustria Treviso

15 giugno 2009 lodovico pizzati

Sabato 6 Giugno ho avuto l'occasione di andare all'assemblea generale di Unindustria Treviso.

Io ero impressionato da subito. Veneto Banca ospitava in questo enorme salone sotterraneo sotto Villa Loredan, una villa veneziana nei pressi del Montello. Il presidente di Unindustria Alessandro Vardanega parlava alla platea con in prima fila un paio di ministri, e a lato anche un vescovo e dei generali (presumo io dalle copiose decorazioni sulla giacca) dei carabinieri e della guardia di finanza.

Tra un applauso e l’altro l’imprenditore che mi aveva invitato mi confida che rispetto agli anni precedenti pare di essere in chiesa. Mi spiega che gli altri anni c’era un’energia da concerto rock, mentre adesso si sente nell’aria quanto la crisi stia opprimendo la platea.

Crisi o no, il salone era pieno zeppo. Perlomeno tremila imprenditori, e per essere membri bisogna come minimo avere 15 dipendenti. Non so quale sia la media di dipendenti per azienda, ma lì dentro c’era tutta l’industria del trevigiano. In pratica, i responsabili della stragrande maggioranza dei posti di lavoro degli 800 mila abitanti della Marca (escludendo gli statali, ovviamente).

Da una parete all’altra, seduti uno a fianco all’altro (o in piedi sul retro), c’era il Pil di una mini nazione, composta da tutte queste piccole e medie imprese. Un Pil di una neanche tanto mini nazione, dato che da sola la provincia di Treviso ha un’economia grande quanto la molto più popolosa Bulgaria, e più grande della Lituania, della Lettonia, dell’Estonia…

Dopo Vardanega, c’è un intermezzo con un panel di giornalisti, banchieri ed un economista (Andrea Boltho) che ci spiegano come la crisi finanziaria sia la causa di tutti i mali, che è colpa degli stregoni di Wall Street se le banche locali non prestano più una lira alla nostra platea di imprenditori sull’orlo della bancarotta. Subito dopo, the main event: Emma Marcegaglia sale sul podio.

Era la prima volta che sentivo la presidente di Confindustria parlare, sia dal vivo che in TV (dato che non ce l’ho), e ho avuto un’impressione positiva. Molta energia e tante tirate d’orecchio al governo auspicando riforme che levino l’eccessivo statalismo dall’attività privata.

L’unica nota stonata era questo insistere che la causa di questa recessione epocale sia stata la crisi finanziaria. Mi sembra che i burattinai mediatici siano riusciti a convincere l’opinione pubblica (e imprenditoriale), che la colpa è tutta degli operatori finanziari oltreoceano.

In questa assemblea generale era totalmente assente un’analisi dei problemi strutturali del contenitore Italia: una recessione che era già nell’aria prima del crollo azionario, e un declino graduale tutto italiano che viene completamente ignorato.

Scusate se insisto con i miei grafici poco imparziali. Ho selezionato solo le economie nei paraggi del Pil della nostra Repubblica Trevisana.

Il paragone è in Pil totale. Certo che in reddito pro capite un trevisano sta molto meglio di uno slovacco. È anche vero che questi altri stati sono delle economie emergenti, ma è altrettanto evidente che i tempi del mitico Nordest sono finiti da almeno un decennio. Come il resto dell’economia italiana, l’industria trevigiana soffre a prescindere dalla crisi finanziaria.

Un’intuizione sul perché l’ho avuta durante un momento saliente del discorso della Marcegaglia. Alzando il tono della voce, la giovane imprenditrice pretende che il governo paghi i suoi fornitori, che son 3-4 anni che aspettano. Si sente un boato in sala, la gente in piedi emozionata (ma anche con gli sguardi un po’ disperati), è tornato il concerto rock.

Fino a quel momento pensavo fosse solo la grande industria con le mani nella pasta. Ma l’energia sprigionata da quell’affermazione mi ha fatto capire che il problema degli appalti pubblici è molto più diffuso. Non ho dati per dimostrarlo, ma ho avuto la netta sensazione che queste nostre piccole imprese dipendano molto dalle risorse elargite da amministrazioni comunali, provinciali, regionali e nazionali.

Se è effettivamente così, queste sono le mie tre conclusioni:

  • Lo stato è molto più indebitato di quello che sembri. Se la presidente di Confindustria deve richiedere pubblicamente allo stato di pagare i propri fornitori per 3-4 anni (anni!) di arretrati, e tremila imprenditori rispondono come se incitati da Braveheart, allora devo concludere che lo stato si sta indebitando con i propri fornitori come una ditta sull’orlo del fallimento.
  • Gli industriali sono sotto il tacco di regime. Come creditori verso lo stato, non resta loro altra scelta che fare il tifo per il governo dato che questa, ossia trattar bene i ministri, è l’unica possibilità per farsi pagare. Così quando il premier (e padrone di Publitalia) consiglia ad una audience di imprenditori di non fare pubblicità sulla stampa disfattista, tutti applaudono con grande gioia. Un po’ come i primi anni di Saddam, quando con le lacrime agli occhi faceva scortare fuori dal parlamento iracheno i suoi presunti traditori, e tutti applaudivano terrorizzati.
  • La cultura statalista non è solo dei dipendenti statali, ma è ben diramata anche nella nostra classe imprenditoriale. Mi è venuto lo spunto per scrivere questo articolo leggendo i commenti ad Abbiamo ciò che meritiamo. Purtroppo quando si viene tassati per oltre il 50% del valore aggiunto e la spesa pubblica ammonta a pressapoco il 50% del reddito nazionale, per tanti settori lo stato rappresenta, oltre che il monopolista della violenza e del diritto, anche una quasi monopsonia commerciale. Allora diventa più importante avere gli agganci giusti che essere concorrenziali, ed imparare all’università come funziona l’economia di mercato diventa poco pratico per il mondo del lavoro.

Con questa cultura socialista e consociativa che pervade la mentalità italiana a tutti i livelli, penso sia difficile sperare in riforme strutturali. Credo che l’unico piano del governo sia di tener duro finché si riprenda l’economia globale, per poi vivacchiare facendosi trainare (ed ovviamente dicendo che c'è la grande ripresa tutta merito della politica governativa), assistendo in silenzio al graduale sorpasso dei vari stati dell’Est Europa.

Allora la selezione di stati che ho usato come paragone nel grafico non è poi così fuori luogo. È una comparazione tra economie che hanno già fatto una transizione da socialismo a economia di mercato, ed il contenitore Italia che deve ancora farlo.

64 commenti (espandi tutti)

non è solo lo stato che paga poco ma anche le aziende che molto indebitate e qualche mese di ritardo le manda subito in affanno. Ho sentito diversi imprenditorini che volevano chiudere a settembre se non ci sarà già ripresa, cosa molto difficile secondo me

Non ero a Treviso, in quest'occasione. Però, una qualche esperienza di assemblee confindustriali non mi manca. Nonché una certa consapevolezza delle questioni che tratti e che cercherò di chiarire, almeno per sommi capi.

La cosa non ha particolare rilevanza, ma normalmente l'assemblea pubblica - contrariamente alla privata, più centrata sulle questioni operative ed interne - è evento di carattere mediatico e quasi mondano, nel senso che serve a parlare al mondo esterno e richiama anche chi non sopporterebbe di risultare escluso. Da qui la presenza di molte persone esterne al sistema (nel caso specifico, dei 2.700 partecipanti solo 1.800 erano imprenditori iscritti, che comunque non son pochi), comprese le solite "autorità (in)competenti", fornite o meno di stellette od eventualmente abbigliate con le sottane d'ordinanza ..... :-)

Consentimi, poi, di sgombrare il campo da un equivoco, per amor di verità: non occorre "come minimo avere 15 dipendenti", il che ridimensiona alquanto i conteggi. Rimane il fatto che la Marca sia territorio ad altissima concentrazione d'imprese, in particolare piccole e medie, sebbene non tutte siano associate a Confindustria.

Ciò detto - allo scopo di non sopravvalutarci troppo ..... :-) - passiamo alla sostanza, iniziando col dire che la questione non è la colpevolezza degli "stregoni di Wall Street", ma il fatto che il manifatturiero nordestino sia decisamente proteso sui mercati internazionali e ne soffra la crisi di ordinativi e di pagamenti, contestualmente alla carenza di credito che si rivela molto reale a chiunque si prenda la briga di parlare con gli operatori sul territorio, con buona pace dei "pinocchi" di parte bancaria. Si tratta di una situazione complessa, legata anche ad un sistema regolatorio rivelatosi inadatto a gestire momenti di difficoltà - sto citando "Basilea 2" - nonché ad una prevalenza d'incentivi distorti che han prodotto l'affievolirsi delle già scarse capacità di valutazione delle imprese da parte dei funzionari di ciò incaricati, dovuto alla spasmodica attenzione riservata ad attività finanziarie - poi rivelatesi troppo rischiose - che ha distolto risorse dalla formazione al tradizionale "mestiere del credito". Non intendo disquisirne hic et nunc, ma certamente oggi gli istituti di credito non godono di particolare popolarità presso le imprese, in particolare se piccole, e pare faccian di tutto (si veda la querelle circa i nuovi balzelli istituiti in seguito alla velleitaria abolizione bersaniana della "commissione di massimo scoperto") per conquistarne l'antipatia.

Quanto alla messa in luce dei problemi strutturali del Paese, immagino che tu ti sia distratto un attimo - negli ultimi tempi - oppure che, abitualmente, i tuoi interessi siano legittimamente rivolti altrove, dal momento che se ne parla da tempo, con insistenza. La progressiva perdita di competitività legata al mancato incremento della produttività rispetto alla concorrenza internazionale, l'asfissiante presenza dello Stato (e affini) nell'economia, l'abbraccio mortale di una burocrazia stupida ed inefficiente, il costo folle di servizi pubblici da terzo mondo - ed il demenziale prelievo fiscale per pagarli - and so on .... sono oggetto di continue denunce e proposte, purtroppo mai ascoltate dai gestori del potere politico, qualunque sia la bandiera che sventolano.

Mi rendo conto che il commento sta diventando lunghissimo, perciò mi limiterò ora ad accennare al discorso dei pagamenti del settore pubblico. Qui non si tratta di avere le mani in pasta o di attendere supposte "elargizioni". Semplicemente nel Belpaese - questa specie di residuato del socialismo reale - la quota di PIL gestita dalla PA è rilevante ed è quindi normale che arretrati di pagamento cospicui si riflettano su tutto il sistema: se le imprese che vantano quei crediti non ricevono il dovuto, a loro volta non possono pagare i fornitori e s'innesca un circolo vizioso. Fermo restando che sì, lo Stato è più indebitato di quanto risulti dalle cifre ufficiali, per il semplice motivo che i debiti verso fornitori non sono inseriti nelle statistiche .......

Epperò, scusami, io mai ho sentito grandi espressioni di gioiosa approvazione ai consigli di non pubblicizzare la stampa disfattista. Piuttosto sento, sempre più spesso, gran mugugni e persino qualche colorita espressione nei confronti di chi vuol minimizzare i problemi.

Infine - che ormai questo è quasi un post - la cultura statalista è sicuramente molto presente in questo strano Paese. Anche in alcuni ambienti imprenditoriali, per quanto occorra fare attenzione a non confondere le diverse realtà: una cosa son coloro che competono sui mercati, un'altra quegli esimi signori che vivono con agio nelle protezioni garantite dall'azionista pubblico o dalle concessioni che ne regolano gl'incassi. E lo scontro di potere in atto in Confindustria, tra questi due schieramenti contrapposti (uno dei quali - indovinate? - supportato dalla politica), ben evidenzia la faccenda.

 

In quale schieramento sta Marcegaglia? Scusa la naivete', ma proprio non lo so. 

Lì ho inserito il mio commento. Risponde, credo, anche alla domanda finto-ingenua di Alberto ..... :-)

Potrei lasciarlo in bianco, tanto sono poche le parole che potrei usare per descrivere il desolato panorama.

Confindustria Napoli è in mano agli edili, che dipendono al 100% dalle commesse dello stato. A chiacchere tutti per il mercato, ma l'unico mercato che conoscono bene è quello delle buste, e non aggiungo altro. I pagamenti di Pantalone sono un optional, quello dei comuni e della Regione non pervenuti (i pagamenti).

Siamo in pochissimi (mi ci metto anche io, ma non è un problema a chiamarmi fuori) a competere veramente sui mercati, nazionali e internazionali, ma è un tessuto sfilacciato e poco "territorio", invidio i trevigiani (1.800 imprenditori io non li ho mai visti tutti insieme a una riunione) e il loro comunque sentirsi parte attiva.

Se c'è un punto di partenza è questo: questa borghesia imprenditrice si sta rompendo i coglioni di subire il furto delle tasse che mantiene una classe pubblica (dipendenti e politici) parassitaria e improduttiva, per nulla incline al pragmatismo, ma attenta solo al cavillo e alla forma, si è già rotta i coglioni di pagare la improduttività di una classe operaia tutta attenta ai diritti (grazie ai sindacati), ma poco incline al dovere, per cui quando può scarica i pesi morti.

Nessuno lo dice, o almeno lo si dice poco, ma sapete perchè comunque gli extracomunitari (quelli venuti per lavorare) sono benvoluti dai datori di lavoro ? Perchè lavorano ! E si miglioreranno sempre di più, per questo i razzisti leghisti li odiano, tolgono il lavoro agli italiani dicono, ma credete che qualcuno assumerebbe un ucraino, con cui ha comunque problemi quantomeno di lingua, se trovasse manodopera decente ?

Scusate la tiritera, a Ludovico Pizzati dico che ha ragione su due punti:

1. Lo Stato è molto più indebitato di quello che si dice e non ha soldi, altro che Tremonti bonds.

2. La cultura statalista è fortemente permeata in larghi settori industriali (anche se i trevigiani mi sembrano molto meno coinvolti, vieni a Napoli..)

Non sono d'accordo sul punto che siamo sotto il tacco, il discorso è l'incontrario: è lo Stato che alza continuamente la scarpa per tenere sotto il tacco l'economia, per discorsi interni al potere, a noi il duro compito di correre come formiche per evitare il tacco. E si sa che la formica può portare tre volte il suo peso, per questo quel tacco non scende mai velocemente: non gli conviene.

Trovo davvero stimolante questa lettura.

Mi domando se si tratta di "cultura statalista" oppure se non sarebbe più corretto studiare e parlare di comportamenti.

Sarebbe interessante capire se qualcuno ha studiato i comportamenti di imprese, professionisti, sindacati, pubblica amministrazione trovando delle analogie con i regimi socialisti.

Io per esempio faccio parte della categoria dei commercialisti e spesso trovo nei convegni un florilegio di concetti e retorica statalisti, tipo "cooperiamo per il bene della nazione".

C'è qualcuno che ha cominciato a studiare sistematicamente questa cosa?

Condivido ma - e non per togliere alla propaganda di origine socialista il suo de-merito nella creazione di questa sub-cultura - suggerirei di guardare anche altrove, ossia alla chiesa ed alla sua dottrina sociale ed al corporativismo e consociativismo fascista.

Sia la chiesa cattolica che l'ideologia fascista mi sembrano avere avuto, in Italia, un successo di massa ben maggiore e più duraturo di quello dell'ideologia socialista. Mentre questa predica l'intervento statale e tutto il resto, al contempo insiste sulla lotta di classe, il conflitto, l'ostilità fra gruppi e tende a snobbare, anzi ad osteggiare, il "voemose ben" in cui tutti cooperano "per il bene della nazione". Insomma, l'ideologia social-comunista è senza dubbio statalista, centralista e contraria all'iniziativa privata, ma scarsamente prona al consociativismo, ai sussidi, ai favori reciproci, all'evaporarsi delle responsabilità nella cogestione dell'economia fra piccoli o grandi monopoli economici, organi di governo e politici che li controllano, banche ed altri enti pubblici. Loro, alla fin fine, han sempre predicato il socialismo ed il sol dell'avvenire, non l'arrangiamoci. Li vedo più responsabili per l'esistenza ancora oggi di un sindacato conflittuale ed arroccato su folli "diritti" e richieste di uguaglianza insostenibili, o per la presenza di una gioventù "guevarista" che interpreta il far politica come pura opposizione e distruzione, eccetera.

La commistione fra privato e pubblico o fra stato e mercato, la protezione delle corporazioni professionali, l'assitenzialismo diffuso a pioggia ed incanalato attraverso i network delle conoscenze, delle relazioni personali, parocchiali, partitiche o sindacali, la difesa del modello economico relazionale, anticompetitivo, insomma l'economia semi-medievale che vige in Italia e che viene supportata ideologicamente dall'appello agli "interessi nazionali" è un prodotto della dottrina sociale della chiesa e di quella fascista. Per questo parlo, sbrigativamente, di clerico-fascismo: perché quella è la cultura economica del 60-70% degli italiani, siano essi imprenditori, bancari, funzionari pubblici, insegnanti, commercianti, artigiani o anche camerieri che volevano, ed esigono, di poter esercitare la "professione" di filosofi.

 

OK, il tuo sguardo alla storia italiana potrebbe andare bene, ma se parli di clerico-fascismo dipendi molto nella tua analisi da concetti come la chiesa cattolica, i fascisti, i socialisti...

L'arretratezza italiana si fonda su regole non scritte di ossequio ad un potere "altro", sulla negazione nei fatti di qualsiasi peso della responsabilità e della coscienza individuale nelle scelte. Ma questo non attiene strettamente ad uno o più gruppi sociali, ma a comportamenti più o meno omogenei e diffusi nella società, che diventano "regole".

Anche nel craxismo, ad esempio, era insito un "principio di omologazione" (come potrei chiamarlo?) per cui alcuni soggetti "vanno bene" per gestire "in un certo modo" le cose, con un modo di gestire il potere e la cosa pubblica che è sopravvissuto molto bene al PSI e prosegue in vari esponenti sia del centrodestra che nel centrosinistra.

Mi piacerebbe quindi sapere se c'è qualcuno che ha studiato sistematicamente i comportamenti, più che i soggetti.

Ad esempio, non so se vi piace la fotografia, ma io trovo impressionanti analogie tra le foto di Mikhailov sulle manifestazioni del regime sovietico ed il concerto dei 1 maggio dei sindacati italiani, o le analogie fra le parate naziste e quelle della DDR.

oggi in Italia si sta instaurando u n regime da grande fratello tramite il fisco. Tra banche dati di tutti i tipi, fotografie, segnalazioni, ormai il fisco ci tiene in ostaggio, (ultime dichiarazioni  chi non rientra negli studi  via alle indagini finanziarie e redditometro). Il problema che dà piccolo i genitori ti portano a catechismo o in sede di partito, dove ti inculcano l'idea del bene comune.  La più grande stronzata della storia. Così da cittadino diventi schiavo. Quello che siamo oggi, schiavi della burocrazia. Lo scrisse Mises allora, ci siamo arrivati oggi. Il paradosso di lottare per lib erarci del Sovrano, per ritorvarci schiavi di Patina (Berlusconi) e Gasparri o di Baffino di puglia.

Gli industriali fiutano l' aria e come disse Hajek e ribadisse Montanelli, non nè ho mai visto uno di liberale, se non di casa sua.Saluti.Gianni.

a me non economista il commento di Marco Esposito sembra bizzarro.

1) da quello che capisco dalle statistiche OECD, i lavoratori italiani costano poco -- non solo guadagnano poco -- rispetto alla media occidentale. O i sindacati sono potenti ma non fanno il loro lavoro o si arrabattano, poverini, ma non sono potenti. Io propenderei per questa seconda ipotesi. La divisione tra le confederazioni, il declino numerico della classe operaia, la proliferazione di nuove forme contrattuali, che, spesso, creano divisioni tra lavoratori soggetti alle stesse condizioni di lavoro sono tra i fattori che spiegano la crescente debolezza dei sindacati.

2) non so se credere alla storia che i lavoratori stranieri sono piu' seri degli italiani. Sono preferiti dagli imprenditori perche' costano meno. Secondo uno studio IRES-CGIL che non ho letto e di cui percio' non stimo l'attendibilita', citato oggi su Repubblica, costano un buon 20% di meno.

3) la Lega non vuole cacciare gli immigrati per proteggere i lazzaroni nostrani. Innanzitutto perche' per la Lega noi nordici siamo (quasi) tutti gran lavoratori. Lendena saranno quelli di Napoli. Poi, seriamente, perche' la Lega vuol vincere le elezioni senza inimicarsi i figli che hanno bisogno di badanti per le vecchiette e gli imprenditori che hanno bisogno di lavoratori a buon mercato. Percio' promette sfracelli, cannonate in alto mare, muri tipo quelli di Israele, per convincere il popolino a votarla, ma poi non porta a compimento che poche delle sue minacce. Come si fa a mettere in galera 600-700.000 clandestini? Al costo di 120€ al giorno farebbero quasi 100 milioni al giorno, Voglio vedere se Tremonti glieli da'. Perche' il pacchetto sicurezza punisce severamente chi affitta un appartamento a un clandestino e non altrettanto o piu' severamente chi gli da' lavoro -- e percio' ne incoraggia altri a venire?  La Lega e' un bluff, di grandissimo successo, ma un bluff. Durera' finche' gli italiani non apriranno gli occhi. E quando mai li apriranno?

1) a prescindere dalle statistiche, il ruolo dei sindacati nel definire il livello delle retribuzioni è marginale.Contano più la produttività e l'abbondanza (relativa) di manodopera.Quando i sindacati riescono a far crescere le retribuzioni più della produttività fanno chiudere aziende e distruggono posti di lavoro.Ovviamente per il settore pubblico è un'altra storia.Se poi rileggi il post di Marco non parlava di soldi ma di "diritti", ossia condizioni al contorno.

2)Ovviamente la cosa è molto variabile, per esempio dalle mie parti sono molto apprezzati gli operai pakistani, disposti a lavorare da 40 ad 80 ore settimanali senza far troppe storie (come facevano i nostri genitori, almeno da queste parti).Ovviamente la gran parte in nero.Tieni presente poi che mediamente gli immigrati sono meno qualificati ed hanno meno agganci, in parte costano meno per quello.

3) concordo.Sono un po' tentato dal marketing federalista, ma visto quel che c'è dietro ho sempre disertato.

I lavoratori italiani guadagnano poco, ma costano tanto. Esattamente (circa) il doppio di quello che gli entra in tasca. Quando parlo di preferenza verso gli immigrati non parlo di salario, o costo/dipendente, ma di produttività. Ovvero quanto mi produce quella persona in un dato tempo e con dati strumenti.

Non so se i sindacati siano poco o molto potenti, so che la loro cultura attraversa l'Italia, e dopo un giusto periodo di giuste rivendicazioni, ha trasformato la cultura lavorativa italiana. In peggio.

Conosco quello studio IRES/CGIL, non approfonditamente perchè la fonte (la CGIL) ha tutto l'interesse a presentare i dati secondo i propri fini, noto solo che gli immigrati regolari hanno (per obbligo di legge) la stessa paga degli altri, forse incidono in maniera diversa gli assegni familiari, perchè difficilmente un immigrato da poco arrivato in Italia ha già una famiglia. Altrimenti, a parità di qualifica (e qui qualcuno, ma qualcuno non fa statistica, potrebbe giocare sporco), ha lo stesso salario.

Sul punto 3 non commento, forse la Lega non ha interesse a buttare a mare gli immigrati, ma lo fa. Non parla a esseri senzienti e razionali, ne parla alla pancia. Se è piena nessuna la ascolta, ma se è vuota (o hai paura che si svuoti..) rimbomba benissimo.

I lavoratori italiani guadagnano poco, ma costano tanto. Esattamente (circa) il doppio di quello che gli entra in tasca.

Non sono d'accordo sul "costano tanto" e sono invece d'accordo con quanto scrive Bergamo. Parlo dei dipendenti delle industrie medio-grandi: le statistiche mostrano che ad esempio rispetto alla Germania il costo totale del lavoro e' inferiore in Italia. Allo stesso tempo imprese tedesche e imprese italiane fanno profitti comparabili.  Il problema dell'Italia e' la produttivita': gli operai sono pagati poco prima perche' sono poco produttivi in media come reddito lordo, e poi su questo reddito lordo lo Stato si prende piu' che altrove, il 50% medio e come aliquota marginale il 63%, dando meno servizi in cambio.

Riguardo agli immigrati, ci sono due effetti. Anche se formalmente sono pagati uguali, e' piu' facile per gli imprenditori "sfruttarli" per sottoinquadrandoli o facendo fare straordinari non pagati, immagino.  Ma soprattutto c'e' l'effetto demenziale della progressione di anzianita' delle retribuzioni, che e' in Italia maggiore rispetto agli altri Paesi, e che e' una vera sciagura.

Gli immigrati non sono altro che il rimpiazzo del calo di natalita' italiano da 800mila nuovi nati all'anno fino alla fine degli anni '70 a 500mila circa dagli anni '90 in poi.  Alle imprese italiane i giovani sono indispensabili, perche' sono i lavoratori che pagano meno in cambio di un prodotto (specie alle qualifiche inferiori) comparabile ai lavoratori piu' anziani.

Tutto il sistema delle medio-grandi aziende e dello Stato italiano si basa sullo sfruttamento dei giovani a vantaggio degli anziani, quindi su contratti che prevedono una forte progressione legata solamente all'anzianita' di servizio, molto maggiore rispetto ad altri Paesi. Si tratta un sistema demenziale, che ha un senso solo in un Paese del terzo mondo ad alta natalita' che passa dall'agricoltuna all'industria, un sistema messo su da politici, sindacati e imprenditori confindustriali. E' un sistema molto consono ad una certa visione del mondo cattolica e comunista che prevede una vita grama nel presente in cambio di una vita luminosa o ultraterrena o rimandata alle calende greche della piena realizzazione del comunismo: sicure ricette per una vita grama ora e sempre.

Gli imprenditori hanno accettato il sistema per poter pagare poco i giovani, poi agli anziani da sovrapagare avrebbero provveduto in seguito o con licenziamenti o prepensionamenti a carico dello Stato, tutto condito dall'usuale propaganda comune con politici e sindacati che in cambio avrebbero assunto giovani (pagandoli la meta' a parita' quasi di prodotto). Nei prepensionamenti come noto sono stati maestri De Benedetti e Agnelli. Il sistema e' in crisi perche' la natalita' italiana e' scesa, potrebbe funzionare solo se l'Italia crescesse demograficamente come il Bangladesh, e per dargli ossigeno non e' stato trovato nulla di meglio che far affluire 450mila immigrati all'anno.  Una pessima ricetta, che permettera' la continuazione di questo modello demenziale, danneggiando tutti, immigrati compresi, che poi saranno quelli piu' semplici da "dismettere" quando saranno anziani. Egli idealisti di sinistra che li vorranno difendere (peraltro giustamente) verranno linciati nelle urne elettorali.

Gia' oggi un italiano licenziato dal sistema produttivo a 50 anni e' semplicemente bandito dal sistema italiano delle medio-grandi imprese e dallo Stato. Gli immigrati 50enni lo saranno se possibile ancora di piu'.

Chi vota Lega e chi la dirige si rende conto secondo me molto confusamente che l'immigrazione di massa e' una soluzione radicalmente sbagliata ai problemi italiani.  In ogni caso, per quanto mi riguarda, l'immigrazione di massa dequalificata e tendenzialmente senza regole e a forza di sanatorie all'italiana e' come tanti aspetti del Belpaese semplicemente demenziale, e ben venga la Lega che almeno a parole (ma non nei fatti numerici significativamente finora) la vuole moderare.  Ormai c'e' arrivato anche G.Sartori sul Corriere della Sera (Un pozzo senza fondo, in prima pagina nei gg. scorsi). Adesso che c'e' qualcuno che almeno pensa di moderare l'immigrazione di massa, si scoprira' temo che lo sfascio delle strutture amministrative e giudiziare dello Stato italiano di fatto impedisce ogni controllo dell'immigrazione, indipendentemente dalla volonta' di chi lo Stato lo dirige.

Riguardo agli immigrati, ci sono due effetti. Anche se formalmente sono pagati uguali, e' piu' facile per gli imprenditori "sfruttarli" per sottoinquadrandoli o facendo fare straordinari non pagati, immagino.

Credo che le condizioni siano molto variabili: qui in zona si sente parlare di abusi di ogni genere nell' edilizia, di straordinari pagati ma allucinanti (tipo 12 ore al giorno, 8 il sabato, e c'è di peggio... ) e di guardiabestiame indiani strapagati ma senza orari e quasi (auto)segregati nelle stalle.

le statistiche mostrano che ad esempio rispetto alla Germania il costo totale del lavoro e' inferiore in Italia.

Scusa, ma stai dicendo una sciocchezza. Anche sulla produttività siamo perdenti, ma tralascio, come anche su molte considerazioni, anche sugli imprenditori totalmente prive di fondamento.

Ti invito a rileggere le tue affermazioni, alcune anche molto tranchant, senza alcuna prova, salvo il furore ideologico.

Sembra (colpa anche dei media) che gli imprenditori si divertano a licenziare, e poi lo facciano in maniera selettiva: tu sì, tu no, tu 50 anni fuori, tu 20 anni dentro. Non si può fare, è proibito, verboten, interdit, nei casi della grande industria, o media, o piccola, si possono concordare dei pre-pensionamenti, una parte a carico del datore di lavoro, con anche degli incentivi mirati, ma solo con l'accordo del dipendente. Che in molti casi è riassunto subito dopo come consulente.

Perchè, noto, nessuno considera, che sarà pure giovane, meno costoso per via degli scatti di anzianità, ma ha anche meno esperienza e formazione. Che costano. Mettiamola così: le imprese italiane pagano un sistema pubblico che si prende il 50 % per complicargli la vita.

Il mercato, quello serio, eliminerebbe molte distorsioni, ma esiste solo a chiacchere. E questo è il problema.

le statistiche mostrano che ad esempio rispetto alla Germania il costo totale del lavoro e' inferiore in Italia.

Scusa, ma stai dicendo una sciocchezza. Anche sulla produttività siamo perdenti, ma tralascio, come anche su molte considerazioni, anche sugli imprenditori totalmente prive di fondamento.

Scusa Marco, il tuo link porta (almeno il mio browser) sull'occupazione per eta' di 15-19 anni nei Paesi OECD: cosa c'entra?  Per i dati sul costo lordo del lavoro e sulla busta paga netta si puo' anche rimanere in nFA dove Andrea Moro ha riassunto uno degli ultimi rapporti OCSE dove si puo' leggere:

Paese Costo del lavoro Salario netto
Germania 61635 29585
Italia 39947 21372

Sulla produttivita' l'Italia e' ovviamente inferiore alla Germania e alla media UE15, non so dove avrei detto il contrario.

Sembra (colpa anche dei media) che gli imprenditori si divertano a licenziare, e poi lo facciano in maniera selettiva: tu sì, tu no, tu 50 anni fuori, tu 20 anni dentro. Non si può fare, è proibito, verboten, interdit, nei casi della grande industria, o media, o piccola, si possono concordare dei pre-pensionamenti, una parte a carico del datore di lavoro, con anche degli incentivi mirati, ma solo con l'accordo del dipendente. Che in molti casi è riassunto subito dopo come consulente.

Gli imprenditori non si divertono e anzi in Italia quelli non collusi con lo Stato prevalentemente soffrono. Certo che non si puo' esplicitamente licenziare in base all'eta', pero' non e' certo la creativita' a mancare in Italia per l'elusione delle leggi. Tanto per iniziare un 50enne disoccupato non trova lavoro. Poi ci sono tutti i meccanismi frutto del genio italico: prepensionamenti, scivoli, mobilita', mobilita' lunga, incentivi alle dimissioni.

Perchè, noto, nessuno considera, che sarà pure giovane, meno costoso per via degli scatti di anzianità, ma ha anche meno esperienza e formazione. Che costano.

Ma per impieghi con basse qualifiche i giovani sono perfino piu' produttivi, come puoi appurare anche con semplici ricerche su web.  Ad esempio negli stabilimenti Fiat di Melfi i ritmi di lavoro sono piu' serrati che a Mirafiori perche' l'eta' media e' piu' bassa, perche' Melfi e' piu' recente, vedi ad es. http://archivio.rassegna.it/2001/lavoro/gennaio-giugno/melfi.htm. In piu' i giovani costano meno, quindi sono certo che in Fiat passano buona parte del loro tempo a meditare su come avviare a mobilita' i 50enni, e con successo, vedi as es. http://www.lagazzettaweb.it/Pages/rub_piem/2008/mix/08_006condiz_Mirafiori.html e http://www.consiglioregionale.piemonte.it/attivita/comunicati/2008/01_gennaio_2008/condizione_operaia.htm:

la mobilità ha portato fuori dalla fabbrica molte persone di 50 anni e più.

L'OECD ha un sito pieno di informazioni, ma difficile da linkare. Effettivamente vado a finire anche io su una cosa che non avevo nemmeno guardato, il tasso di occupazione fra i 15 e i 19 anni.

La strada (non c'è niente da fare, non riesco a linkare..) per i dati che io volevo evidenziare è questa:
usando il link vedrai sulla sinistra un menù a tendina, devi andare su: Labour, poi Labour costs, poi Unit Labour costs-Annual Indicators, poi Labour compensation per employee (US $ PPP adjusted) e vedere Total economy dalla tendina in alto.

Riassunto, se ti scocci di fare il percorso: Germania batte Italia 37.600 a 36.800. Non una grande differenza..

Le differenze ci sono ( e quasi pari a quelle evidenziate da Andrea Moro, e forse da te riprese) solo nel settore industriale. Già il settore servizi è diverso, per cui se per "imprenditori" ti riferivi a "industriali" nulla da eccepire sul tuo assunto, ma lo avresti dovuto specificare. Non ho trovato evidenza sulla comparabilità dei profitti fra industrie tedesche e industrie italiane (da te definiti uguali), mi indichi dove posso trovare questi dati ? (N.b. non ti ho contestato questa affermazione, sono solo curioso..).

Sul "problema" dei lavoratori di età pari o superiore ai 50 anni penso che sarebbe il caso di chiedere ai redattori di NFa di scriverci qualcosa sopra, i dati che vedo io sono molto incongruenti, ma non faccio l'economista.

Sull'organizzazione degli stabilimenti FIAT non intendo iniziare una discussione, poichè tale organizzazione non è frutto di scelte imprenditoriali (che non è detto sarebbero buone per i lavoratori..), ma di continui compromessi e aggiustamenti fra azienda, politica e sindacati. A Melfi i sindacati non ci sono mai praticamente entrati..

La strada (non c'è niente da fare, non riesco a linkare..) per i dati che io volevo evidenziare è questa:
usando il link vedrai sulla sinistra un menù a tendina, devi andare su: Labour, poi Labour costs, poi Unit Labour costs-Annual Indicators, poi Labour compensation per employee (US $ PPP adjusted) e vedere Total economy dalla tendina in alto.

Riassunto, se ti scocci di fare il percorso: Germania batte Italia 37.600 a 36.800. Non una grande differenza..

Le differenze ci sono ( e quasi pari a quelle evidenziate da Andrea Moro, e forse da te riprese) solo nel settore industriale.

Ho due osservazioni da fare.

1) i compensi che ho citato io sono quelli assoluti, in Euro, mentre quelli del sito OECD sono a parita' di potere d'acquisto (PPP), il che vuol dire che i numeri che citi tu sono rispettivamente, per il 2008, il salario lordo in Euro di un dipendente tedesco moltiplicato 0.85 e il salario lordo italiano moltiplicato 0.94 (tabella "national accounts / annual / main aggr. / PPP and exchange rates").  Quando i due numeri sono uguali, significa che il tedesco viene pagato un fattore 0.94/0.85 piu' dell'italiano, in Euro, quindi l'11% in piu', e poi il costo della vita e' l'11% piu' caro in Germania.  Ma l'impresa tedesca paga comunque materialmente almeno l'11% in piu' di costo lordo.

2) come hai scritto, i tuoi numeri sono una media su tutta l'economia.  Guardando le diverse voci si scopre qualcosa di interessante: nell'industria e in generale nella "manifattura" i tedeschi vengono pagati molto piu' degli italiani in PPP (e ancora piu' in assoluto), mentre gli italiani vengono pagati in PPP significativamente piu' dei tedeschi nei settori "trade, transport and communication" e "financial and business services".

In conclusione, il costo totale dei dipendenti della categoria "operai" (industria e manifattura) sono in Italia molto piu' bassi che in Germania, sia PPP, sia ancora piu' bassi in Euro.

La mia interpretazione e' che nei settori produttivi dove c'e' effettiva concorrenza internazionale il costo lordo del lavoro italiano e' molto basso, e i salari netti miserabil, perche' la produttivita' e' bassa e le conseguenze vanno a finire tutte sui salari, salvaguardando invece i profitti delle imprese (vedi nel seguito). Invece, nei settori non esposti alla concorrenza internazionale (impiego pubblico, settore finanziario, commercio) i salari tendono ad essere maggiori almeno rispetto alla Germania, e immagino anche delle medie UE. Emblematico e' il caso dei politici e del personale dei palazzi del potere a Roma, pagati con i salari piu' alti del mondo. Tutti gli elementi elencati sono abbastanza indicativi di un Paese sempre piu' allo sfascio.

Riguardo ai profitti delle imprese, ho letto tempo fa uno studio proprio su Italia e Germania che concludeva che i profitti in proporzione alla capitalizzazione o al fatturato erano uguali. Purtroppo non riesco a ritrovarlo.  M.Mucchetti sul Corriere spiega un elemento con cui le imprese italiane riescono a fare profitti comparabili a quelli di Paesi piu' produttivi:

la quota dei profitti in Italia resta ancora del 43,2% contro il 39% di Eurolandia e il 34,8% del Regno Unito

Credo che si intenda la quota del valore aggiunto delle imprese che va agli azionisti, mentre il resto va in salari e tasse.

 

In conclusione, il costo totale dei dipendenti della categoria "operai" (industria e manifattura) sono in Italia molto piu' bassi che in Germania, sia PPP, sia ancora piu' bassi in Euro.

Vorrei evidenziare che questa differenza nel costo del lavoro dell'industria tra Italia e Germania (o USA, o Finlandia, tanto per dirne alcuni) non è solo relativa agli "operai", ma anche (anzi, è, probabilmente persino più evidente) anche tra progettisti, impiegati, quadri e via elencando.

Questo fenomeno sarà di certo scontato per voi "guru" dell'economia; ma per noi "dilettanti" cresciuti nel mito de "la Laurea come sicura via al Successo", lo è meno, molto meno...   

La mia interpretazione e' che nei settori produttivi dove c'e' effettiva concorrenza internazionale il costo lordo del lavoro italiano e' molto basso, e i salari netti miserabili, perche' la produttivita' e' bassa e le conseguenze vanno a finire tutte sui salari, salvaguardando invece i profitti delle imprese (vedi nel seguito). 

Me lo dicevo che all'epoca avrei dovuto provare con qualche bel concorso pubblico. Oppure in banca. Altro che "multinazionale della microelettronica" ed i suoi bellissimi ma fantasiosi career plan...

43% di cosa? Le aziende manifatturiere che ho visto io è già tanto se han margini lordi a due cifre!

Edit: ho letto l'articolo, è la quota dei profitti aziendali sul valore aggiunto, come non detto.E' un dato troppo grezzo per ricavarne conclusioni definitive ma la differenza è molto alta.

@Giuseppe

Che ti aspettavi?Lo sanno tutti da anni che ST non paga, ha senso lavorarci solo per farsi assumere all' estero dopo un paio di anni.D'altronde perchè dovrebbe pagare? Ingegneri elettronici ne sforniamo in abbondanza, e se non vanno li devono quasi obbligatoriamente emigrare o riqualificarsi.

@Marcello (senza polemica)

1) Oggi non lavoro più in ST ma qui,  e la cosa non sembra sia cambiata molto [sarà perchè di ST è in parte uno spin-off? :) ]

2) Non mi aspettavo nulla, neppure allora. Il mio era solo un (evidentemente fallito... :) ) tentativo di ironizzare un poco sulla differenza salariale tra Italia e resto del mondo da un lato, e sull'eccesso di lavoro pubblico nel Meridione dall'altro.

3) Il discorso che abbiamo fatto per ST (e che vale anche da molte altre parti) non è, secondo me, altro che una banale conseguenza dei dati di Alberto e tuoi: con poca produttività e poca domanda di lavoro privato, cosa puoi aspettarti se non stipendi bassi? (E lo dico contro i miei interessi... :) )

il costo totale dei dipendenti della categoria "operai" (industria e manifattura) sono in Italia molto piu' bassi che in Germania, sia PPP, sia ancora piu' bassi in Euro

C'è un elemento fondamentale del quale non si fa cenno, benché sia noto ed incida sulle statistiche in modo non irrilevante: il differente tasso di lavoro nero nelle varie zone del Belpaese, fatto che non ha riscontri nel resto d'Europa. La media, così, potrebbe essere un valore sostanzialmente affidabile in Germania, mentre in Italia mette insieme, ad esempio, un valore molto basso in Lombardia (con evasione fiscale stimata ai minimi europei) con un dato molto alto in Calabria (ricordate lo studio dell'Agenzia delle entrate, che stimava il 90% di Irap evasa?)

Semplifichiamo, per facilitare la comprensione, ipotizzando la parità di reddito netto e supponendo che in un territorio il salario sia tutto regolarmente denunciato e si abbia, ad esempio, una situazione del tipo:

Costo aziendale 100                Salario netto 45     Cuneo fiscale 55 (55%)

a fronte di un altro territorio nel quale, ad esempio, i salari siano pagati per il 50% in nero, fatto che porterebbe alla seguente situazione:

Costo aziendale 60 (30+30)     Salario netto 45     Cuneo fiscale 15 (25%)

La media che verrebbe rilevata dalle statistiche, sarebbe di questo tipo:

Costo aziendale 80                 Salario netto 45      Cuneo fiscale 35 (44%)

A questo punto, la situazione presentata non sarebbe rappresentativa della realtà e la posizione in classifica sarebbe del tutto fittizia.

 

la quota dei profitti in Italia resta ancora del 43,2% contro il 39% di Eurolandia e il 34,8% del Regno Unito

Credo che si intenda la quota del valore aggiunto delle imprese che va agli azionisti, mentre il resto va in salari e tasse.

Imagino sia così, ma sarei curioso di sapere quanta parte di tale risultato sia da mettere in relazione con la grande quota di economia gestita da (pseudo)aziende che godono di mercati protetti oppure che vedono i propri profitti determinati dal sistema delle concessioni governative. Sono pronto a scommettere quello che vuoi che chi compete realmente sui mercati - specie quelli internazionali - non porta a casa margini importanti.

In conclusione, siamo sempre in presenza di un serio problema di interpretazione di dati troppo aggregati, che possono essere, così, utilizzati per validare qualunque opinione, talvolta in perfetta buona fede, talaltra meno.

Sono pronto a scommettere quello che vuoi che chi compete realmente sui mercati - specie quelli internazionali - non porta a casa margini importanti.

Non scommetto perche' condivido l'opinione.  A mio parere in Italia le industrie manifatturiere sono quelle che mandano avanti tutta la baracca, sono quasi le uniche che competono nei mercati internazionali, e pagano le ineffcienze di tutto il resto del sistema composto dallo Stato, dai servizi pubblici e dai servizi privati meno esposti alla concorrenza come banche, assicurazioni, commercio al consumatore finale, per finire con i mega-stipendi della Casta e dei suoi annessi come commessi e barbieri parlamentari.

Riguardo l'evasione fiscale, sono d'accordo che e' molto diversa tra nord, centro e sud, e sarebbe opportuno fare medie separate per ogni studio serio sulla realta' italiana.  Come evasione il Nord e' comparabile alla Germania, e i confronti non dovrebbero essere viziati.  Ho evidenza almeno aneddotica tuttavia che sia i compensi lordi sia i compensi netti anche del Nord Italia siano inferiori a quelli tedeschi.  Se trovo delle cifre le espongo.

Mettiamola così: abbiamo ragione tutti e due e non se ne parla più. Però una cosa te la dico lo stesso: io ho "usato" i dati della PPP per il semplice motivo che i valori assoluti non valgono niente, altrimenti potremmo avere il caso di un'isoletta della manica con 10 persone che vi abitano, salario medio 1.000.000,00 di euro, ma il panettiere ti fa pagare il pane 30.000,00 euro il kg. Non mi sembra un grande affare. Guadagnare tanto nominalmente, ma poco in valore assoluto non è mai un bell'affare. Anche tu (se non ricordo male) avevi appoggiato la tesi della differenzazione salariale fra Nord e Sud (su cui sono d'accordissimo) per il diverso costo della vita, idem dovrebbe valere, a questo punto, per il raffronto tedeschi/italiani.

Comunque tu prendi i tuoi dati disaggregati per settore e trai le tue conclusioni, nulla da eccepire, solo che hai semplificato troppo, ci sono settori che sono espostissimi alla concorrenza anche nei servizi, altri no. Sullo stipendio medio dei dipendenti pubblici (i politici sono un'eccezione..) sento solo lamentele, gli insegnanti, che ne costituiscono la gran parte, sono i peggio pagati d'europa, come anche evidenziato su nfa, quindi non credo alzino la media, anzi.

Io la vedo in questo modo: in questi ultimi anni c'è stato uno spostamento massiccio di risorse dalla "produzione" alla rendita (finanziaria, immobiliare, vedi tu), e anche un aumento del divario fra l'1% della popolazione più ricco e il restante 99%. Quell'1% fa di tutto per mantenere lo status quo, che vuol dire inefficienza e poca concorrenza. Discorso comunista ? No, anzi, i "comunisti" vorrebbero prendersi la ricchezza di quell'1% per darla ai nullafacenti, io non ci penso nemmeno, io voglio massima concorrenza fra tutti i fattori produttivi e dei servizi. Da questo punto di vista l'immigrazione clandestina è un fattore distorsivo della concorrenza nel settore "manodopera", tanto che i più attivi nella richiesta di manodopera straniera sono proprio gli industriali del nord-est e gli edili. Così possono mantenere le paghe basse e fare profitti a due cifre.

Lo sfascio italiano è frutto di uno stato che non è mai stato liberista, nè interessato all'efficienza, sottrae risorse umane "garantendole" dalla concorrenza e dall'efficienza, in cambio del voto. Un bel circolo vizioso, che un vero federalismo potrebbe rompere (almeno in determinati posti d'Italia), ma che quello schifo di federalismo "alla lombarda" non fa.

Marco, a mio avviso la tua visione del problema è più aderente alla realtà rispetto a quella di Alberto, probabilmente perché tu - come me - hai a che fare con la questione "sul campo" e tendi a valutarla sulla base della tua esperienza diretta. Anch'io ho posto una questione che, pur semplificando molto per chiarezza e prendendo in esame una sola delle possibili "deviazioni", mostra come i dati vadano presi con le molle.

Infatti, Alberto, il tuo ragionamento è corretto sulla base di dati che, però, non descrivono bene la situazione e - forse, scusa il sospetto - sconta una tua spesso emergente antipatia per quella Confindustria che è stata certamente corresposabile - insieme a tutti coloro che hanno ricoperto posizioni di potere - di ciò che è oggi il Paese, ma che tu ritieni sia ancora quella dei grandi gruppi collusi con il potere politico e, invece, sta cambiando molto: la grandissima parte degli associati sono più o meno come me.

Solo una precisazione, Marco, a te che vivi una realtà un poco differente dalla mia. L'affermazione:

i più attivi nella richiesta di manodopera straniera sono proprio gli industriali del nord-est e gli edili. Così possono mantenere le paghe basse e fare profitti a due cifre.

merita un chiarimento. Non voglio discutere le scelte del settore edile, che conosco poco - e per il quale so che non provi sentimenti di grande amicizia ..... :-) - ma nel Nordest, almeno fino a prima della crisi in atto, il tasso di disoccupazione era da considerarsi quello fisiologico, quindi la necessità di manodopera proveniente da altri luoghi era indiscutibile. Io stesso, nel momento in cui ho cercato personale, negli ultimi anni ho trovato quasi esclusivamente stranieri. Intendiamoci, io non ho preclusioni: a me importa solo che si tratti di persone serie, che abbiano voglia di lavorare e che riescano a capirsi con gli altri e ad integrarsi. Ma le mie scelte sono obbligate e nulla hanno a che vedere con la volontà di pagare salari inferiori. Non è così - lo sai bene - che si fanno utili.

 

 

Chiedo venia, ho saltato un passaggio, ma nell'imminenza di un pranzo a casa con ospiti tutto è possibile. Hai ragione, nel nord-est la domanda di manodopera ha incontrato solo l'offerta di immigrati, non c'era un desiderio particolare di "sfruttamento", anzi. Tra l'altro mi domando sempre perchè l'offerta di manodopera (elevata qui al meridione) non si incontra con la domanda (del nord-est, ad esempio), la risposta che mi dò è che i migliori partono, restano i peggiori in attesa del "favore" politico.

Ma non ho dati particolari, per cui rimane una mia idea, occorrerebbe una ricerca sociologica su chi rimane.

Sulla mia "antipatia" per gli edili, sempre posta bene in chiaro, è solo all'interno di Confindustria Napoli, dove hanno costituito un gruppo di potere riunito intorno a Giustino, del tutto interessato allo status quo e alle risorse dello stato (che poi all'epoca gestivano come sappiamo). Nient'altro, anche perchè mio padre era ingegnere edile, i miei zii tutti noti costruttori, mio cugino è stato presidente dei giovani confindustriali napoletani, , io stesso sono titolare anche di una ditta di impianti, per cui forse dovrei tacere. Resta il fatto che qui a Napoli gli immigrati sono "usati" nell'edilizia per il loro basso salario e una "propensione al rischio della vita" assente nel resto della manodopera edile. La moneta cattiva scaccia quella buona..

... sconta una tua spesso emergente antipatia per quella Confindustria che è stata certamente corresposabile - insieme a tutti coloro che hanno ricoperto posizioni di potere - di ciò che è oggi il Paese, ma che tu ritieni sia ancora quella dei grandi gruppi collusi con il potere politico e, invece, sta cambiando molto: la grandissima parte degli associati sono più o meno come me.

A me sembra che  Confindustria sia stata egemonizzata fino a tempi recenti dalla grande industria assistita, principalmente la Fiat e gli esponenti del suo indotto (come ad esempio Calearo), nonostante la maggior parte degli associati siano (almeno oso sperare) estranei all'assistenzialismo e alle protezioni di Stato. L'elezione di D'Amato ha spezzato solo temporaneamente questa egemonia, subito ristabilita con l'elezione di Montezemolo.  Marcegaglia mi sembra rappresenti una soluzione di mediazione tra i grandi industriali assistiti e la medio-piccola industria sottoposta alla concorrenza internazionale. Ma direi che ancora oggi c'e' collusione tra i vertici confindustriali e lo Stato per esempio nella vicenda Alitalia-CAI.

In sintesi:

1) Non fatevi impressionare dai numeri dell'assemblea di Tv . Sono un pò come quelli dei sindacati al comizio a San Giovanni a Roma? Poi ci vanno proprio tutti: commercialisti, direttori di banca, il dirigente mandato dall'imprenditore perchè lui non ha tempo, la Samantha perchè così le fai avere un colpo di vita e al ritorno in ufficio dice che le è passata vicino vicino la Marcegaglia,.... Ecc. ecc.

2) Poi bisognerebbe chiedersi in modo più approndito da chi è fisicamente costituita la rappresentanza degli imprenditori, in particolariedi quelli di Confindustria e delle sue varie categorie e territoriali. Tutti imprenditori brillanti di successo con imprese performanti ed i conti a posto? Uhmmm... Qualcuno che invece cerca visibilità a buon mercato per avere un parafulmine (para-banche) per un pò di tempo? Anche questo da verificare anche se i sospetti, alla prova delle esperienze e dei fatti, ci sono.

3) Una bella ricerca, ad esempio, per capire anche questo segmento della società italiana sarebbe quello di comparare i bilanci di chi riveste incarichi in Confindustria rispetto alla popolazione delle società di capitali. Ad esempio, con riferimento alla provincia di Treviso, come stanno i bilanci delle imprese i cui imprenditori stanno in consiglio di Unindustria Tv rispetto all'aggregato dei bilanci delle prime tot aziende di capitali? Sempre nella provincia di Treviso. E là tiriamo fuori un pò di numeri per capire se stanno meglio o peggio. Redditività, indebitamento, ecc. ecc. Interessano sopratutto gli indici legati all'indebitamento. Poi da quello che viene fuori può essere che qualche considerazione ne consegua anche dal punto di vista - per così dire - sociologico.... Qualche sospetto che più di uno cerchi il careghino per avere un occhio di riguardo con la banca di turno può anche starci. Altro che concorrenza...

4) Avete seguito cosa sta accadendo a Unindustria Venezia? Come mai tutta questa lotta? Per una faccenda di quartiere sono intervenuti fin da Confindustria nazionale. Uhmmmm.... E perchè da qualche anno ci si scanna all'ultimo sangue per prendere un posto di presidente in una territoriale di Confindustria? Dalle nostre parti: già visto a Vicenza, Padova, Treviso. Ora in scena a Venezia. Uhmmm....      

Giorgio (di Treviso I suppose, ma non di "Unindustria Treviso", chiaramente ....), il tuo intervento è emblematico.

Lo è perchè non cita dati, ed invece propone sospetti spacciandoli per verità: se ritieni che

più di uno cerchi il careghino per avere un occhio di riguardo con la banca di turno

ne dovresti portare evidenza, così come se sei convinto della necessità di

Una bella ricerca, ad esempio, per [.........] comparare i bilanci di chi riveste incarichi in Confindustria rispetto alla popolazione delle società di capitali

non hai che da lavorarci e presentare le tue elaborazioni dei numeri, i bilanci son pubblici ....

Perché, vedi, tutto è possibile ma va dimostrato, altrimenti ha lo stesso valore dell'aria fritta, così diffusa nella maggior parte delle discussioni in rete. Fortunatamente qui è diverso, ed è il motivo per il quale vale la pena di frequentare quest'agorà virtuale, anziché altri luoghi apparentemente - solo apparentemente - simili.

Inoltre, sarebbe cosa molto opportuna discettare di argomenti che si conoscono, piuttosto che rendere evidente la propria preclusione preconcetta. Un esempio? Se tu avessi anche solo una minima conoscenza della reale situazione in Confindustria Venezia (non più Unindustria, by the way .....), eviteresti accuratamente di definirla

tutta questa lotta per una faccenda di quartiere

In fondo, ti basterebbe la lettura di alcuni articoli pubblicati nei maggiori quotidiani nazionali ed anche in quelli locali, nel corso dell'ultimo mese: pur tra molte imprecisioni e qualche coloritura, rendono abbastanza bene il senso della vicenda. In estrema sintesi - e con inevitabile semplificazione - si sta giocando una partita di grande rilievo, nella quale la territoriale veneziana è solo la tessera di un mosaico, che vede il tentativo delle grandi (pseudo)aziende delle ex partecipazioni statali di assumere un ruolo di vertice. Un ruolo che non è compatibile con i valori ed i comportamenti di chi sul mercato compete, anziché godere di protezioni od avere i fatturati determinati dalle concessioni governative (a prescindere da quale sia il colore del governo in carica), un ruolo che gli imprenditori "veri" non sono disponibili a concedere. Un amico, recentemente, ha sostenuto che sia un bene questo "litigio" tra noi imprenditori: non gli ho risposto sul punto - che tanto, ora, lo leggerà qui .... :-) - ma sono d'accordo senza riserve - sebbene, talvolta, ciò comporti personali malesseri - purché il fine sia quello di andare ad un chiarimento delle posizioni. Anche alla rottura, se necessario: anzi, in questo caso specifico io mi dichiaro favorevole a tale tipo di soluzione. In fondo, è ciò che penso da anni .....

 

A)    Mamma mia,  quanta  foga!  Certo sono nuovo di questa “agorà”, leggo più gli articoli che non i commenti ma non mi sembra che qui attorno tutto sia sempre e comunque supportato da dati incontrovertibili e prove fattuali. Anzi… Non per questo però trovo NfA meno interessante.

B)    Sospetti.. Io pensavo ad approfondimenti. A dire la verità vorrei capire se vale la pena di fare degli approfondimenti ed investire del tempo. Ora sono incappato in Franco che pare conoscere bene e frequentare il mondo di Confindustria. Grazie se mi puoi dare una mano e  una risposta, fammi sapere il tuo parere: “Ha un senso fare una ricerca per capire come sono messe le aziende che fanno capo a chi ha cariche nel sistema di Confindustria?  Capire come è strutturato lo stato patrimoniale, soprattutto dal lato delle fonti?  Ha un senso fare un approfondimento per vedere se le aziende di questi imprenditori con cariche confindustriali sono più (o magari meno) indebitate rispetto alla popolazione delle aziende di un certo territorio (ad esempio la provincia di Treviso)?” Una rappresentanza sana che funzioni bene nei meccanismi di selezione implica che nei posti di responsabilità in Confindustria vengano collocati gli imprenditori  le cui aziende sono le più performanti, con i conti a posto e solidamente patrimonializzate.  Non è vero? Ma è’ proprio così? Risposte a queste domande servirebbero – speriamo -  a classificare definitivamente come “casi isolati” certe negative esperienze anche recenti e personalmente penso che – a meno di non trovarsi di fronte ad una epidemia di  situazioni patologiche conclamate – alla fine non dovrebbero esserci nel complesso delle forti distorsioni tra le imprese i cui imprenditori hanno accesso alla rappresentanza confindustriale e il resto della popolazione delle imprese.  Così almeno sarebbe il caso di augurarsi. Parliamo – per intenderci - di una ricerca sui bilanci anno 2007, che sarebbero  al momento quelli più recenti disponibili. Quindi si fotograferebbe la situazione pre-crisi.

C)    Negli ultimi anni, alcune posizioni di Confindustria hanno generato indubbie ed oggettive perplessità, facendo concludere a molti per un uso spinto dell’associazionismo confindustriale a sostegno  di interessi particolari di pochi esponenti.  In particolare,  Confindustria ha avviato solo in tempi molto recenti un’ azione di informazione e contrasto per quanto riguarda  i meccanismi disposti nella finanziaria 2007 (l’ultima approvata dal Governo Prodi)  che prevedono – a partire dall’esercizio 2008 – forti limitazioni alla deducibilità degli interessi passivi per la determinazione del reddito imponibile delle imprese. Non  mi dilungo qui nel dettaglio della norma perché immagino ben nota ai più. Resta il fatto che queste disposizioni, specie in una situazione di grave crisi come l’attuale  e come evidenziato dalla maggior parte degli operatori e dei commentatori di fatti economici, rappresenta una misura a dir poco devastante per un numero rilevante di aziende e con la quale proprio in questi giorni le imprese si trovano a fare i conti.  A suo tempo, il presidente allora in carica di Confindustria, Montezemolo, commentò in modo “sostanzialmente positivo” la legge finanziaria che introdusse questo provvedimento. (Al bisogno la rassegna stampa del tempo è assolutamente esaustiva sull’argomento). Un atteggiamento oltremodo e “stranamente” benevolo di fronte ad una legge finanziaria che conteneva per le imprese un boccone avvelenato di tale entità.  Per non parlare della sigla all’accordo del 23 luglio 2007 con il quale – tra le altre cose -  venne  abolito il famoso  scalone della riforma delle pensioni con un costo valutato in dieci miliardi di euro.  Perché questa improvvisa accondiscendenza ad un aumento della spesa per le pensioni dopo che si era sempre predicata – fin dalla notte dei tempi - la necessità prioritaria di un contenimento della spesa pensionistica e politiche di rigore? Cose peraltro ancora ribadite nella relazione della presidente Marcegaglia alla recente ultima assemblea di Confindustria: assoluta necessità di contenimento della spesa pensionistica! Ma perché allora avete firmato l’accordo di luglio 2007?

E’ poi ben noto che la presidenza Montezemolo cercò fino agli ultimi giorni del Governo Prodi di “portare a casa” un provvedimento di sostegno alla rottamazione delle auto.

Solo coincidenze? Solo la solita cultura del sospetto? 

D)   E veniamo all’affaire Venezia. Certo tutti leggiamo i giornali e ci è nota la posizione ufficiale: la presidenza Marcegaglia è impegnata  in una battaglia a sostegno delle aziende “buone” che operano sul mercato e vivono di mercato,  contro le aziende “cattive” che vivono di monopolio e concessioni.  Questa spiegazione di tono eticamente “nobile”,  con un facile appeal sulle masse , è anche  una spiegazione convincente? Per me mica tanto.

In primo luogo, mi sembra che l’arsenale messo in campo sia sproporzionato rispetto all’obiettivo. Alla fine stiamo parlando di una presidenza di territoriale (Venezia) e neppure una tra le più importanti del sistema confindustriale. E’ come aver sparato un missile a testata nucleare per far fuori la talpa che mi sta facendo una tana in giardino. Andiamo… poi la radioattività residua me la becco anch’io di ritorno! Nella faccenda sono stati coinvolti proprio tutti In Italia e non solo a livello di Confindustria. Al momento è  stato lasciato fuori solo il Santo Padre…  Vedremo nei prossimi giorni cosa succede.

In secondo luogo: le grandi aziende delle concessioni e dell’orbita statale (passata o ancora attuale) furono accolte in Confindustria durante la presidenza D’Amato. Furono benvenute perché portavano un bel po’ di soldini con il versamento delle quote associative. Nei regolamenti di Confindustria non ci sono preclusioni a che i rappresentanti di queste imprese possano poi assumere cariche elettive.  E quindi ci troviamo di fronte ad una incongruenza: se a Confindustria vanno bene i fondi che da queste provengono (fino ad ora non si sono sentite voci contrarie sull’argomento da quanto mi risulta), poi non ci possono essere  queste preclusioni di principio per l’accesso a questa o a quella presidenza. D’altra parte nella galassia di Confindustria tra territoriali, federazioni  di categoria e quanto d’ altro possibile, il numero delle presidenze varie non è certo in numero limitato, anzi… Da un punto di vista statistico, quindi, non è improbabile che alla fine qualche carica o carichetta possa finire in mano di soggetti che fanno capo ad aziende delle concessioni pubbliche…  Venezia quindi come una tessera ma di un mosaico molto, ma molto esteso. Non è certo una tessera come questa (verrebbe da dire una tessera come Tessera) a  far la differenza. Non stiamo parlando di Assolombarda o di Federmeccanica.

Inoltre, se si dovesse andare avanti e selezionare solo le aziende “buone” che stanno sul mercato e vivono di mercato, l’operazione che dovrebbe fare Confindustria non sarebbe così facile, e le differenze non sarebbero poi così nette. Il costruttore associato che ha un rapporto “preferenziale” con l’amministrazione locale è uno che vive di libero mercato e di concorrenza? Tanto per fare un esempio tra i molti che mi possono venire in mente. Non parliamo di tutti gli associati che lavorano per le forniture pubbliche. Se accettassimo una distinzione sic et simpliciter di questo tipo, poi non sarebbe tanto  facile sopportarne le conseguenze.  Le cariche associative di Confindustria sarebbero precluse a moltissimi.  

Ma il punto principale è che la “nobile” spiegazione “ufficiale” è svincolata da quello che è accaduto negli ultimi anni: le lotte già viste a Vicenza (con causa al tribunale civile), Padova (se ne sono viste di tutti i colori!), Treviso…

Le motivazioni sono molto più banali: si tratta sempre di lotte di potere, prima di tutto potere locale. La nomina consente, con l’andazzo corrente,  il facile uso privato dell’associazionismo imprenditoriale. La presidenza di una territoriale porta  prima di tutto tanta immagine sui media e a costo zero; una bella dose di potere nelle questioni locali; canale privilegiato con gli enti pubblici di vario genere;  accesso a rapporti selezionati ed alla politica della Federazione regionale. In qualche caso il presidente della territoriale ha avuto con la nomina - e ahimè per la limitata durata del solo mandato - finalmente accesso a qualche salotto che conta. E’ poi da vedere – ma questa come abbiamo visto sopra è un’ipotesi di lavoro – se la presidenza della territoriale consenta a livello ed uso personale anche un rapporto privilegiato con il mondo del credito. Ho dimenticato qualcosa?

Quindi, dal mio modesto punto di vista e in modo provocatorio, dico che l’ottica va ribaltata: la “nobile” spiegazione “ufficiale” è stata tirata in ballo per poter mettere in campo l’arsenale di Confindustria nazionale contro il ticket Marchi-Trovò che non dà sufficienti garanzie di “continuità” e collusione con l’attuale vertice veneto di Confindustria. Dove nel vertice va incluso a tutti gli effetti anche l’attuale vicepresidente nazionale Costato. Gli obiettivi concreti sono quindi molto più terra terra, a portata di mano… non occorre scomodare “nobili” crociate. Che poi - magari in seguito – torneranno sì buone per partite ben più grandi a livello nazionale, ma nel rispetto a questo punto delle proporzioni e dell’entità della posta  in gioco!     

     

 

A parte il gusto per i pseudo-retroscena non vedo niente di quello che dici, neanche in quello schifo di Confindustria Napoli. La presidenza di una qualunque delle associazioni facenti capo a Confindustria non porta vantaggi particolari, sicuramente non di quelli da te enunciati, mentre è molto più politica di quello che pensi. Anche da noi c'è destra, centro e sinistra. Confindustria è una associazione politica, nel senso che svolge una attività politica per conto degli associati, nessun presidente si sognerebbe di cercare di trarre vantaggi personali, si saprebbe e sarebbe allontanato. E poi ? Anche se fosse capace di farlo e zitto, per quanto tempo lo potrebbe fare ? e se non è rieletto, fallisce ?

Comunque un consiglio: il corpo 10 è gratuito, il corpo 8 fa venire il mal di testa, così come le tue ricostruzioni dietrologiche. Per inciso: hai parlato di D'Amato, ex presidente di Confindustria (quindi secondo te pieno di agganci), a cui hanno appena rifiutato un aumento delle linee di credito. Se questi erano gli agganci erano meglio gli sganci.

In precedenza hai scritto:

Sulla mia "antipatia" per gli edili, sempre posta bene in chiaro, è solo all'interno di Confindustria Napoli, dove hanno costituito un gruppo di potere riunito intorno a Giustino, del tutto interessato allo status quo e alle risorse dello stato

Scusa, ma questo Giustino alla fine fa politica fine a sè stessa o usa Confindustria Napoli per fare gli affaracci suoi??? Non è che stiamo dicendo la stessa cosa e nella foga del bastian contrario mi devi dare per forza contro?

Hai ancora scritto:

A parte il gusto per i pseudo-retroscena non vedo niente di quello che dici... nessun presidente si sognerebbe di cercare di trarre vantaggi personali, si saprebbe e sarebbe allontanato

Forse viviamo in due mondi diversi. Comuque, non la voglio tirar lunga e giungo alle seguenti conclusioni per gli associati di Confindustria che frequentano questo "agorà" e hanno gentilmente risposto ai miei commenti: A) Se dovete pagare le tasse anche sugli interessi passivi (ora in parte indeducibili) non lamentatevi visto che a suo tempo Confindustria non ha mosso un dito e non ha alzato un filo di protesta; B) Non ha nessuna importanza capire perchè e per come a suo tempo (2007 - presidenza Montezemolo) Confindustria non abbia fatto niente ma proprio niente per contrastare questa disposizione. E' tutta dietrologia e pseudo-retroscena;  C) Se siete contenti così, continuate pure a pagare le quote associative in attesa che (forse un giorno) venga il vostro turno per il giro in giostra.    

Scusa, ma questo Giustino alla fine fa politica fine a sè stessa o usa Confindustria Napoli per fare gli affaracci suoi??? Non è che stiamo dicendo la stessa cosa e nella foga del bastian contrario mi devi dare per forza contro?

No, niente di personale, solo gusto della verità. Come ti ho già detto Confindustria è una controparte "politica", per fare i miei interessi io trovo meglio questi e Franco inorridisce al solo pensiero che esistano, ma parliamo di interessi, non di parte "politica".

Giustino voleva usare Confindustria nel modo in cui dici tu, e riusciva anche a farsi eleggere, anche Vice Presidente Nazionale con delega al Mezzogiorno, salvo che finite le elezioni doveva "governare" e gli remavano tutti contro perchè gli "altri" (se ti interessa, coalizzati intorno a De Feo) non gradivano quell'approccio. Non si fa. Quindi, se qualcuno cerca di usare Confindustria come il proprio segretario personale non ci riesce, vero è che ci scontriamo (si scontreranno, sto per uscire da Confindustria Piccole Imprese) alla grande fra piccoli, medi e grandi, fra chi chiede che la domanda dello Stato aumenti per mantenere a galla la sua barchetta fuori ,mercato, poi c'è l'industria pubblica che è una barzelletta con logiche incompresibili ai comuni mortali, quindi direi che Confindustria è un bel minestrone.

Ma, in gran parte, ancora composto da persone civili, senza manovre di corridoio, ma parlandosi. Che poi possa peggiorare non ho dubbi, ma può anche migliorare. E non assomiglia ancora alla Chiesa Cattolica.

Dispero di riuscire ad essere convincente, a giudicare dall'evidente pregiudizio negativo, comunque …..


Ha un senso fare una ricerca per capire come sono messe le aziende che fanno capo a chi ha cariche nel sistema di Confindustria? Capire come è strutturato lo stato patrimoniale, soprattutto dal lato delle fonti? Ha un senso fare un approfondimento per vedere se le aziende di questi imprenditori con cariche confindustriali sono più (o magari meno) indebitate rispetto alla popolazione delle aziende di un certo territorio?

 

Non sono certo, ma non credo sia mai stata tentata. A mio avviso è un lavoro improbo, i cui risultati sarebbero incerti ed inattendibili per lo scopo che ti prefiggi, giacché la correlazione con eventuali ruoli confindustriali (e di che tipo, poi? Non sono tutti uguali, qundi come li pesiamo?) non risulterebbe, dal momento che – con estrema ovvietà, se ci rifletti - le singole situazioni possono dipendere da molteplici fattori. L'unico dato comune potrebbe risiedere nel fatto che chi s'impegna nell'attività associativa tiene lo sguardo un po' più alto all'orizzonte, meno rivolto al solo interno dell'azienda: ciò comporta, mediamente, una maggiore apertura mentale ed una più mirata valutazione delle informazioni. In teoria, aiuta.

Se ti fa piacere, però, nessuno t'impedisce di provarci.

Converrai, spero, che sia cosa diversa dall'avanzare sospetti. Senza dati, evidentemente, di questo si tratta, comunque tu li voglia chiamare …...


Una rappresentanza sana che funzioni bene nei meccanismi di selezione implica che nei posti di responsabilità in Confindustria vengano collocati gli imprenditori le cui aziende sono le più performanti, con i conti a posto e solidamente patrimonializzate.

 

Perché? Non è scontato che risultati straordinari della singola azienda comportino la stessa abilità con una giacca diversa. Le caratteristiche richieste possono anche essere altre. Ad esempio, l'attitudine a relazionarsi con altri imprenditori – tutti abituati ad essere decisori - e con l'esterno, la visione d'insieme del sistema, la voglia di misurarsi con sfide differenti, la disponibilità a sottrarre tempo – tanto tempo, spesso - al proprio lavoro ed agli affetti, la convinzione di poter contribuire a migliorare il mondo circostante, l'ambizione di conquistarsi stima ed apprezzamento…..... quest'ultima potente umano motore e, allo stesso tempo, magnifico deterrente ad un agire men che corretto. E passione, passione, passione …....


Confindustria ha avviato solo in tempi molto recenti un’ azione di informazione e contrasto per quanto riguarda i meccanismi disposti nella finanziaria 2007 (l’ultima approvata dal Governo Prodi) che prevedono – a partire dall’esercizio 2008 – forti limitazioni alla deducibilità degli interessi passivi per la determinazione del reddito imponibile delle imprese. […......] Per non parlare della sigla all’accordo del 23 luglio 2007 con il quale – tra le altre cose - venne abolito il famoso scalone della riforma delle pensioni con un costo valutato in dieci miliardi di euro. Perché questa improvvisa accondiscendenza ad un aumento della spesa per le pensioni dopo che si era sempre predicata – fin dalla notte dei tempi - la necessità prioritaria di un contenimento della spesa pensionistica e politiche di rigore?

 

Scusa, non ricordi il clima di quel periodo? Il furore ideologico anti-industriale che stava prendendo il sopravvento nel governo Prodi, finalizzato al tentativo di mantenerlo insieme? Il prevalere del massimalismo targato CGIL, supportato dall'esecutivo? Si fece – sbagliando strategia, a mio avviso – di necessità virtù. Si accettò di vanificare la riduzione del cuneo fiscale, con l'allargamento della base imponibile, nella speranza di un successivo intervento di riequilibrio. Si cercò di non acuire i contrasti, nel tentativo di parare alcuni colpi: si ottenne poco, forse solo la riduzione dello scippo del TFR ed un'attenuazione dell'impostazione manichea sul tema dei cosiddetti “lavori usuranti”. Col senno di poi – ma, io credo, anche del momento – sarebbe stato meglio lo scontro totale, ma io non sono caratterialmente disponibile a compromessi così squalificanti e, invece, la tradizione di vicinanza ai governi – in particolare quelli di centro-sinistra – di quel poco che rimane della grande industria italiana ha giocato un ruolo determinante, più che il tentativo di ottenere vantaggi settoriali, proprio di tutte le lobbies del mondo.


E veniamo all’affaire Venezia. Certo tutti leggiamo i giornali e ci è nota la posizione ufficiale: la presidenza Marcegaglia è impegnata in una battaglia a sostegno delle aziende “buone” che operano sul mercato e vivono di mercato, contro le aziende “cattive” che vivono di monopolio e concessioni.

 

Non è questione di buoni e cattivi, a prescindere dalle opinioni. Solo di differenti schieramenti in forte contrasto tra loro ed in lotta per la supremazia. Emma Marcegaglia ha scelto con chiarezza una sponda in parte per convinzione personale, in parte perché quella è la posizione della stragrande maggioranza degli associati, che considerano le mega-aziende delle ex partecipazioni statali alla stregua di controparti, non di appartenenti alla stessa associazione. Costoro stanno attuando una strategia di avvicinamento al vertice – con l'appoggio della politica, destra e sinistra pari sono – che prevede la conquista di posizioni, step by step.


Non stiamo parlando di Assolombarda

 

Infatti, quella è già nel carniere ….....


In secondo luogo: le grandi aziende delle concessioni e dell’orbita statale (passata o ancora attuale) furono accolte in Confindustria durante la presidenza D’Amato. Furono benvenute perché portavano un bel po’ di soldini con il versamento delle quote associative. Nei regolamenti di Confindustria non ci sono preclusioni a che i rappresentanti di queste imprese possano poi assumere cariche elettive. E quindi ci troviamo di fronte ad una incongruenza: se a Confindustria vanno bene i fondi che da queste provengono (fino ad ora non si sono sentite voci contrarie sull’argomento da quanto mi risulta)

 

Ti risulta male. Tale ingresso ha sempre suscitato ampie discussioni ed estese opposizioni. Ha vinto, all'epoca, la convinzione di poter ottenere cospicue risorse aggiuntive senza pagare pedaggi importanti. Oggi i nodi vengono al pettine. By the way, il rischio di perdere associati, tra le piccole aziende manifatturiere, è tutt'altro che trascurabile alla luce degli ultimi eventi. E la recentissima vicenda Unioncamere, che ha visto la sfiducia delle altre componenti nei confronti di una Confindustria dal futuro non definitivamente immune da quelle influenze, indica chiaramente che non è il caso di cedere alle pretese degli Scaroni-boys.


Le motivazioni sono molto più banali: si tratta sempre di lotte di potere, prima di tutto potere locale. La nomina consente, con l’andazzo corrente, il facile uso privato dell’associazionismo imprenditoriale. La presidenza di una territoriale porta prima di tutto tanta immagine sui media e a costo zero; una bella dose di potere nelle questioni locali; canale privilegiato con gli enti pubblici di vario genere; accesso a rapporti selezionati ed alla politica della Federazione regionale. In qualche caso il presidente della territoriale ha avuto con la nomina - e ahimè per la limitata durata del solo mandato - finalmente accesso a qualche salotto che conta. E’ poi da vedere – ma questa come abbiamo visto sopra è un’ipotesi di lavoro – se la presidenza della territoriale consenta a livello ed uso personale anche un rapporto privilegiato con il mondo del credito. Ho dimenticato qualcosa?

 

Sì. Hai dimenticato di portare dati, preferendo esporre pregiudizi. Io ho provato a spiegare: se hai voglia di sgombrare la mente da quelli, per riflettere serenamente, lo puoi fare. Francamente, non credo lo farai. Passo e chiudo.

 

Passo e chiudo.

Chiudi per sempre?

E se porto i dati? Mi dai una mano per condividere una metodologia di ricerca? Propongo di condivere prima una metologia di ricerca in modo che dopo sia più facile discutere sui dati. OK? Resto in attesa di notizie per fare una proposta.

Dimenticavo un'altra cosa:

5) Recentemente sulla stampa è stato pubblicato il reddito per l'anno 2007 di Calearo, noto imprenditore vicentino già potente presidente della Asociazione Industriali di Vi e presidente nazionale di Federmeccanica. Ora deputato per il PD dalle elezioni del 2008. Ricordate il reddito ANNUO LORDO 2007di Calearo, quindi per il lavoro "da imprenditore"? Così è stato recentemente pubblicato: euro 119.000 annui lordi. Aghhhhh...... E' il reddito di un medio dirigente di una neanche tanto brillante azienda del nord-est. E' possibile?! E questo firmava i contatti per la più importante categoria di Confindustria (Federmeccanica)... milioni di lavoratori, migliaia di aziende... Tutto a posto??? Tutto quadra??? Uhmmmm.... A sentirlo parlare sapeva tutto: bisogna fare questo, non bisogna fare quest'altro..... Aghhhhh......   E' un caso isolato? 

 

Ma è possibile che a nessuno interessi niente circa i redditi imponibili degli imprenditori? Dai miei calcoli gli imprenditori con redditi > euro 120.000 annui lordi (IRPEF anno 2007) sono meno di 20.000 in tutta Italia. Tutto bene?  In questi giorni, d'altro canto, apprendiamo che il carico fiscale che grava sui lavoratori dipendenti italialiani non ha eguali in nessuna altra parte in Europa....

Ecco, vedi, ci risiamo:

Dai miei calcoli gli imprenditori con redditi > euro 120.000 annui lordi (IRPEF anno 2007) sono meno di 20.000 in tutta Italia.

e tu, naturalmente, continui a produrre affermazioni del tutto prive di riscontro (oltre a non riflettere sui tuoi stessi dati), pretendendo che chi ti legge le prenda per buone. Pensa, dai miei calcoli il mostro di Lochness ha 47 zampe e respira 235 volte al minuto .....

By the way, un non addetto ai lavori tende a mitizzare i guadagni di alcune categorie di contribuenti, trascurando componenti non economiche di alcune professioni, come ad esempio la soddisfazione di costruire qualche cosa e la gratificazione del ruolo sociale, che hanno un peso nella scelta di vita. Del resto, lo diceva già Einaudi, quasi cinquant'anni orsono ....... :-)

Inoltre, anche fosse vero ciò che tu dici, la cosa avrebbe pochissimo significato. A parte il fatto che "imprenditore" può essere anche il mio giornalaio, prova a considerare un reddito distribuito tra più componenti della stessa famiglia oppure - caso estremamente frequente - la decisione di lasciare in azienda parte degli utili, per consolidarne la situazione patrimoniale, non ostante il fisco italiano scoraggi tale pratica, pretendendo la sua fetta (grossa, più che nei Paesi confrontabili) anche su ciò che reddito non è, perché non distribuito.

Parrebbero riflessioni banali, queste. Certo, se si dicono e scrivono opinioni per partito preso, senza volersi informare né ragionare sulla realtà .......

E poi, guarda, non ti lascio passare anche questa:

In questi giorni, d'altro canto, apprendiamo che il carico fiscale che grava sui lavoratori dipendenti italialiani non ha eguali in nessuna altra parte in Europa....

Leggere per bene no, eh? Quello è il carico fiscale sul lavoro, in altri termini il famoso cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo aziendale ed il salario netto percepito. Un fattore, dunque, che misura le pretese della mano pubblica ed incide sulla competitività delle imprese. E, pensa un po', nemmeno tiene conto, ad esempio, dei costi che le aziende sostengono per fare il lavoro della PA, nel ruolo di "sostituto d'imposta", né dei costi indiretti che derivano dall'inefficienza dei servizi resi .....

Mi fermo qui. Ma, prima che - leggendo fino in fondo la notizia a cui porta il link soprastante, ricavandone fantasmi di legna per le tue fascine bagnate - tu possa uscire con un bel "Ah, ah ....... ma quale tassazione per i redditi d'impresa ..... tutto bene?", t'invito caldamente a dare un'occhiata all'indagine OCSE "Paying taxes 2009" ed a riflettere - per una volta - su quale sia la differente situazione tra le imprese che si comportano nei confronti dell'erario come le concorrenti europee (ricevendone, per contro, più ostacoli che supporto) e quelle che si nascondono, in territori nei quali l'evasione fiscale è una prassi consolidata e tollerata. Poi si fanno le medie: ma mi faccia il piacere, mi faccia!

Non solo, ci son gabelle che non entrano nei dati ufficiali. Che so, la tassa sulle insegne, piuttosto che bolli vari o qualunque altra cosa ti venga in mente: c'è di sicuro, credimi! Guarda che, bilanci alla mano, un'impresa con un utile normale - qualunque cosa significhi tale termine - lascia all'erario ben più del 50% di esso, se solo metti nel conto anche tutte le somme versate alle PA a vario titolo. Pensa un po', perfino un'azienda in perdita paga, e non solo l'IRAP!

Adesso, veramente, stop: parlare a persone che non vogliono ascoltare ciò che non quadra con i propri incrollabili riferimenti - non importa quanto attinenti alla realtà - è molto, molto difficile e, spesso, anche un pochino snervante ....... :-)

Ehi... pssttt, lo dico sottovoce... I dati sono quelli dell'Agenzia delle Entrate: sulla platea dei contribuenti, sono 200.000 quelli che hanno un imponibile 2007 superiore a 120.000 euro lordi annui. Di questi circa l' 8% appartiene alla categoria degli imprenditori. Tanti? Pochi? Non oso fare commenti, sarebbero solo opiniooooni... Notizia comunque riportata da gran parte della stampa, non solo di quella economica. Avevo infatti detto in via confidenziale "dai miei calcoli" dando per scontato che una informazione del genere fosse ampiamente nota ai più (c'era anche sul Gazzettino). Evidentemente ho sbagliato.

By the way, un non addetto ai lavori tende a mitizzare i guadagni di alcune categorie di contribuenti...

Sarò anche un "non addetto ai lavori" ma faccio l'imprenditore da più di 15 anni... sono nel gruppo dell'otto% con reddito imponibile > 120.000 euro ("batto" quindi Calearo, e di un bel pezzo).  Cosa bisogna fare per essere un "addetto ai lavori" e capirne di più??? 

Per il resto hai - senza ironia - la mia ammirazione per aver ricordato Einaudi... certo si può lavorare per un ideale, per un progetto...

 

 

Lettera aperta a Franco Bocchini:

Ti ammiro. Io fra dichiarazione dei redditi , bilanci aziendali, Testo Unico sulla Sicurezza, lavoro che comunque va avanti, non ho nè la voglia nè il tempo per rispondere a chi lavora a un dato (quello sulla dichiarazione dei redditi, dato peraltro incongruo, come rilevato prorio su Nfa in un post precedente) e da lì costruisce il proprio castello.

E Giorgio Treviso (nomen omen, o cosa ?) mi sembra solo l'ultimo arrivato su NFA con queste caratteristiche, ovviamente niente di personale, sono convinto che comunque sarà una ottima persona, solo con delle idee preformate.

Sul presunto dato ricordo solo una conversazione con Michele Boldrin (in verità ricordo meglio lo spaghetto a vongole e vino falanghina-)) che aveva fatto uno studio sul fatto che le dichiarazioni dei redditi degli imprenditori in USA erano saliti quando Reagan aveva abbassato le tasse e gli imprenditori avevano finito (ad esempio) di intestare le barche alle società. Ma questa sarebbe una discussione che ci porterebbe lontano e il D.L. 81/2008 incombe..

Marco, grazie della stima. Troppobbuono ..... :-)

Il fatto è che mi salta la mosca al naso quando m'imbatto in posizioni preconcette e molto narrowminded - che nemmeno son rare, in verità, nel poverissimo e schieratissimo dibattito politico-economico italico ...... - e, vincendo la grande voglia di non perder tempo, talvolta cerco di far capire a tali irritanti interlocutori la necessità di ragionare a partire dai fatti. Probabilmente si tratta di vana speranza, infatti smetto d'interloquire, dopo i primi tentativi ...... :-)

Ti prego, però, non citare il D.L. 81/2008: perché vuoi rovinarmi la giornata?

See you in Florence

D.L. 81/2008. Dal DVR (Documento Valutazione dei Rischi) della mia azienda:

Nel caso di ingestione di resine liquide da parte di un dipendente, collaboratore (etc. etc.), lo stesso deve essere immediatamente indotto al vomito tramite (...), posto in posizione sdraiata e fatto respirare con le mani verso l'alto. Non gli deve essere in alcun modo somministrato liquidi, siano essi acqua o solventi delle resine medesime.

Secondo questo coso (obbligatorio, e costato quattrini che lo Stato non mi renderà mai) io non ho dipendenti, operai, collaboratori o altro: ho degli imbecilli a cui deve essere spiegato che bere resine liquide è pericoloso, ma ancor più pericoloso è fargli ingoiare dei solventi per rimediare alla bevuta..

Sono senza parole, ma secondo il consulente del lavoro non posso omettere niente, se succede qualcosa rischio tutto.

Mi ricorda quella leggenda metropolitana che dice che in USA sulle istruzioni del microonde è scritto che è proibito mettere i gatti nel microonde stesso per asciugarli. Ma mi ricorda anche il libretto istruzioni della Pontiac che noleggiai in cui era scritto, fra i warnings, che il veicolo aveva bisogno di benzina per camminare.

Franco, io non so la tua giornata, ma la mia oggi è a base di fegato. Il mio.

Ma è possibile che a nessuno interessi niente circa i redditi imponibili degli imprenditori? Dai miei calcoli gli imprenditori con redditi > euro 120.000 annui lordi (IRPEF anno 2007) sono meno di 20.000 in tutta Italia.

Parli di redditi IRPEF immagino. Potresti per favore precisare, o citare qualcosa di preciso?

Ovviamente gli imprenditori, che tendono ad essere persone razionali e capiscono qualcosa di piu' del parco buoi dei sudditi, ripartiscono i profitti di impresa quanto meno possibile sotto forma di salario di lavoro dipendente (imponibile IRPEF) e quanto piu' possibile in altre forme tassate con aliquote nettamente inferiori come stock option (prima che Tremonti le sottoponesse a tassazione IRPEF), reddito di impresa, plusvalenze azionarie, rendita da obbligazioni. E tutto questo e' perfettamente legale, in Italia come altrove.

In altre parole, perche' ti aspetti che gli imprenditori dichiarino elevati redditi IRPEF, tassati con aliquota marginale fisco-contributiva del 63% circa, come documentato anche su nFA, quando possono spostare legittimamente tali redditi nella forma di redditi finanziari (plusvalenza di azioni, dividendi, cedole obbligazionarie) tassati al 12.5%?

 

In altre parole, perche' ti aspetti che gli imprenditori dichiarino elevati redditi IRPEF, tassati con aliquota marginale fisco-contributiva del 63% circa, come documentato anche su nFA, quando possono spostare legittimamente tali redditi nella forma di redditi finanziari (plusvalenza di azioni, dividendi, cedole obbligazionarie) tassati al 12.5%?

Ah si.. facile... Vediamo un pò (cerco di farla breve - scusatemi se trovate qualche imprecisione - cerco di far capire i concetti):

1) Plusvalenza di azioni: non va sull'Unico solo se si tratta di partecipazione non qualificata. Diversamente entra in UNICO. In ogni caso per trasferire redditi dalla società alla persona fisica con imposta sostitutiva bisogna passare per l'acquisto di azioni proprie che può essere fatto nella misura max del 10% del capitale e comunque con utili conseguiti dalla società (quindi su cui la società ha già pagato le imposte).  Non ci vedo un gran affare...

2) Dividendi: si paga l'imposta sostitutiva del 12,50% solo se la partecipazione non è qualificata. Diversamente entrano nell'Unico dell'imprenditore. Anche in questo caso - comunque - la società ha pagato già le tasse...

Quindi direi che complessivamente le alternative di cui al punto 1 e 2 non risultano particolarmente convenienti rispetto ad incassare un compenso di amministratore con tassazione IRPEF. Nel caso di partecipazioni non qualificate, potrebbe esserci la convenienza a partire da redditi imponibili già piuttosto alti e quindi con una aliquota media già piuttosto elevata (intorno al 40%).  

3) Obbligazioni: a parte le limitazioni varie nella emissione (tipo di società, valori massimali del prestito legati al capitale sociale della società), alla fine il tasso che può essere spesato all'esercizio è pari al TUS maggiorato di 2/3 (per le società non quotate). Non si hanno quindi leve particolari. Un pò certo si prende, ma non è cosa che risolva tutto e neppure tanto...

Certo è il sogno di tutti accedere all'imposta sostitutiva al 12,50%: ma non sempre si può (a parte le obbligazioni, devi avere negli altri casi partecipazioni non qualificate) e non sempre ti fa da ombrello (perchè come nel caso dei dividendi o dell'acquisto di azioni proprie, le tasse le hai già pagate nell'impresa).   

Più o meno così o no????

      

 

 

 

direi che complessivamente le alternative di cui al punto 1 e 2 non risultano particolarmente convenienti rispetto ad incassare un compenso di amministratore con tassazione IRPEF.

Non ho grande pratica, sono solo un professionista e guadagno meno di Calearo ;)

Ma se non sbaglio nel caso del compenso da amministratore paghi anche i contributi.Inoltre ho visto varie aziende spostare gli utili all' estero.Se le tasse le paghi in Irlanda l'aliquota da sommare al 12,5 è del 10... .Oppure attribuirsi redditi minimi e poi spendere soldi a nome della ditta.Poi certo non mancano le ditte che fanno nero e ne distribuiscono i proventi esentasse, ma quella è evasione.

Spostato sotto il commento di Marcello...

Parli di redditi IRPEF immagino. Potresti per favore precisare, o citare qualcosa di preciso?

Faccio riferimento ai dati diffusi recentemente dall'Agenzia delle Entrate. Sono stati ripresi da gran parte della stampa.

In altre parole, perche' ti aspetti che gli imprenditori dichiarino elevati redditi IRPEF,

Redditi elevati, no. Redditi verosimili (non dico compatibili) con il tenore di vita, si.

quando possono spostare legittimamente tali redditi nella forma di redditi finanziari (plusvalenza di azioni, dividendi, cedole obbligazionarie) tassati al 12.5%?

qui tornerò in seguito. Per il momento mi limito a dire che non è proprio così semplice e/o che magari ci sono sistemi più spicci.... Ma per voi l'evasione non esiste? la fanno solo l'idraulico e l'insegnante che da ripetizioni al pomeriggio? Poi c'è un'altra possibilità nella quale personalmente credo molto: che i "mitici" imprenditori - anche quelli del mitico nord-est - alla fine pecepiscano redditi molto molto più bassi di quelli ipotizzati dai non addetti ai lavori. Ops, un'altra opinione senza dati... Scusate... che vizio del c...

 

Ma per voi l'evasione non esiste? la fanno solo l'idraulico e l'insegnante che da ripetizioni al pomeriggio? Poi c'è un'altra possibilità nella quale personalmente credo molto: che i "mitici" imprenditori - anche quelli del mitico nord-est - alla fine pecepiscano redditi molto molto più bassi di quelli ipotizzati dai non addetti ai lavori.

L'evasione fiscale esiste in Italia, come in altri Paesi, ma ha poco a che fare con la propaganda politica e la disinformazione diffusa nel circo mediatico italiano. Esistono stime dell'evasione fiscale in Italia, frutto di studi approfonditi da parte di enti statali, che sono state trattate su nFA in un passato articolo di critica di alcune ridicole e indifendibili affermazione di Padoa Schioppa.

Secondo la mia stima personale, idraulici e insegnanti che fanno lezioni in nero evadono probabilmente piu' dell'imprenditore medio, specie quello competitivo e relativamente onesto del Nord-Est.

Le stime esistenti in ogni caso dicono che l'evasione del Nord Italia e' comparabile con quella di Francia e Germania, a parte la Lombardia dove si evade significativamente meno, al livello di Svizzera e Usa. Gli imprenditori del Nord Italia in realta' sono particolarmente onesti, perche' la pressione fiscale cui sono sottoposti e' superiore a quella di Francia e Germania, e i servizi pubblici erogati dallo Stato italiano sono significativamente peggiori, e correttamente definiti "miserabili" dall'Economist.

Invece di contribuire ad un'evasione che in totale fa il 15% circa del PIL locale, come in Francia e Germania, potrebbero benissimo rimanere "europei" ed evadere il 23% come in Belgio, dove lo Stato funziona peggio che in Francia e Germania, ma comunque molto meglio e con minor costo dell'Italia.

L'evasione fiscale inizia ad essere significativamente superiore a quella dell'Europa continentale solo a partire dalle regioni rosse sotto gli Appennini, Toscana, Marche ed Umbria, dove la dimensione delle imprese si riduce rispetto al Nord. L'evasione fiscale poi raggiune livelli africani (dal 60% all' 80% dei redditi privati) nel Sud Italia dove le imprese sono in media di dimensione ancora minore, e sono prevalenti settori economici caratterizzati da elevata evasione fiscale come edilizia (aggravata da abusivismo endemico e lavoro nero) ed agricoltura.

La tua associazione tra evasione e imprenditori del Nord-Est non potrebbe essere piu' scorretta e infondata, alla luce dei dati e degli studi esistenti, e si limita solo a ripetere certa ridicola e infondata propaganda politica per il parco buoi dei sudditi dello Stato italiano.

In altre parole, perche' ti aspetti che gli imprenditori dichiarino elevati redditi IRPEF,

Redditi elevati, no. Redditi verosimili (non dico compatibili) con il tenore di vita, si.

In Italia non c'e' nessuna legge che impedisca essere molto ricchi e vivere lussuosamente percependo unicamente redditi da obbligazioni come ad es. titoli di Stato.  Ad un imprenditore conviene azzerare il suo personale salario, e anche gli utili di impresa, per esempio usandoli per pagare interessi di un debito contratto con le banche che viene usato poi per acquistare obbligazioni le cui rendite sono tassate unicamente al 12.5%. Quando poi l'impresa e' grande e multinazionale, come ad es. Agnelli e De Benedetti, iniziano a comparire altri strumenti come societa' lussemburghesi e svizzere.

Non si vede quindi perche' un imprenditore debba volontariamente sottoporsi ad una tassazione esosa come quella dello Stato italiano, disponendo di scelte alternative, allo scopo di contribuire a pagare i corazzieri del Quirinale e gli stipendi faraonici dei parrucchieri e dei commessi del Parlamento. Dopotutto l'imprenditore paga allo Stato il 50% circa del costo dei compensi ai propri dipendenti.

Scusate se mi permetto di palesare la mia ignoranza, ma: se anche con gli utili uno si compra delle obbligazioni, la rendita del 12,5% costituirebbe comunque utile, o no? e quindi, nel momento in cui te la vuoi "portare a casa", ricadi ancora nelle casistiche classiche di tassazione. Perchè mica puoi mettere in conto all'azienda la casa al mare e nemmeno la spesa al super o il parrucchiere.

Quindi alla fine eviti (eludi?) solo di pagare uno sproposito di tasse sugli utili (fortemente limitati dall'azquisto di obbligazioni o altro strumento), ma se ti sei anche azzerato il compenso, con cosa mangi? (ti vesti, viaggi, fai studiare i figli ecc.?)

Secondo la mia stima personale, idraulici e insegnanti che fanno lezioni in nero evadono probabilmente piu' dell'imprenditore medio, specie quello competitivo e relativamente onesto del Nord-Est.

a parte la Lombardia dove si evade significativamente meno

 

Davvero? Mi spieghi metodi e fonti per arrivare ad affermazioni del genere?

Secondo la mia stima personale, idraulici e insegnanti che fanno lezioni in nero evadono probabilmente piu' dell'imprenditore medio, specie quello competitivo e relativamente onesto del Nord-Est.

a parte la Lombardia dove si evade significativamente meno

Davvero? Mi spieghi metodi e fonti per arrivare ad affermazioni del genere?

Dati esistenti sull'evasione fiscale nelle regioni italiane sono documentati in "Padoa Schioppa e l'evasione fiscale". A questo aggiungo l'osservazione che la Lombardia e le regioni del Nord-Est con elevata vocazione imprenditoriale e dense di fabbrichette hanno evasione fiscale sui redditi privati stimata significativamente inferiore rispetto ad altre regioni dove e' documentata molto inferiore attivita' imprenditoriale e dove invece mi aspetto numeri comparabili di idraulici e insegnanti che fanno lezioni private in nero, fino a prova contraria.

Resta da capire se la seconda iniziativa sia solo una scusa (ma almeno originale) o un segnale che qualcosa si sta incrinando. Credo, però, che l'opzione 1 sia la più realistica.

Riassumo quanto letto qui:

-gli enti locali del Veneto (comuni e province) devono 150 milioni di euro a 300 aziende. Mezzo milione per azienda. Mica male... sicuramente non briciole per una piccola impresa in crisi.

-I soldi da dare non ce li hanno. La colpa la danno al patto di stabilita' che non consente di "creare" ulteriore deficit nazionale (il vincolo di bilancio intertemporale e' una brutta cosa)

-Allora dato che da Roma non arrivano aiuti, ci provano con la finanziaria regionale. Insomma il desiderio natalizio e' di creare insieme alle banche uno "strumento" per poter pagare i creditori.

-Le banche pero' dicono che i fondi bisogna reperirli sul mercato poiche' risorse proprie non ce ne sono.

-Viene sottolineata la complessita' (impossibilita') di questa impresa. In effetti pensate al collaterale dietro a un ipotetico fondo. Come collaterale il comune ha le risorse fiscali provenienti dalle ditte locali. E le ditte locali fatturano una volta che gli appalti pubblici verranno pagati. E' un cane che si morde la coda.

-L'articolo finisce cosi:

La vera soluzione sta solo nella modifica ai vincoli del Patto di stabilità


-L'articolo finisce cosi:

La vera soluzione sta solo nella modifica ai vincoli del Patto di stabilità

Il quale patto di stabilita', poi, e' oramai una burla esso stesso.

Secondo le previsioni della Commissione Europea, il rapporto debito/PIL dei maggiori paesi dell'UE sara', nel 2011, il seguente:

Spagna, 73%

Germania, 80%

Francia, 89%

Portogallo, 91%

Irlanda, 96%

Italia, 118%

Grecia, 135%

Ossia, tutti sopra il 60% di Maastricht (alcune di queste previsioni mi sembrano ottimiste, altre pessimiste, ma lasciamo stare). Non che non l'avessimo detto, noi miscredenti neoclassico-austriaci, che tutti quei ridicoli parametri erano baggianate pronte a saltare al primo urto ...

Fa ridere questa cosa, se uno ripensa ai fiumi d'inchiostro profusi dai "macroeconomisti a la page" sull'importanza capitale del 3% di deficit e del 60% di debito per garantire la stabilita'. Di cosa?


Calma, calma. Credo che il patto di stabilità di cui nell'articolo si chiede la modifica (da parte del sindaco di Rovigo!) sia in realtà il patto interno italiano, non quello fatto a livello europeo che vincola i bilanci nazionali. Anche perché, se non fosse così, non vedrei come dare senso compiuto alla frase sulla ''rigida applicazione'' del patto. A livello europeo infatti l'applicazione è stata tutto meno che rigida. Invece il patto interno, con il quale il governo centrale italiano ha cercato di porre un freno alla spesa e all'indebitamento degli enti locali, è stato effettivamente applicato con una certa rigidità.

Non è una storia che conosco benissimo, ma credo i contorni siano i seguenti. Tramite il patto di stabilità interno il governo centrale ha imposto limiti di spesa e di indebitamento agli enti locali. Al tempo stesso ha levato l'ICI, che serviva a finanziare i comuni. Teoricamente le entrate ICI dovevano essere sostituite da tra trasferimenti dal centro, ma credo questo sia avvenuto solo parzialmente. Con le entrate in crollo e l'impossibilità di indebitarsi gli enti locali si arrabattano come possono, per esempio ritardando i pagamenti dei fornitori come illustra l'articolo linkato da Lodovico.

Certo che quando vedi queste cose è difficile essere poi ottimisti sul fatto che il federalismo fiscale verrà fatto bene.

Calma, calma. [...]

Ah, grazie. Ora capisco ... divertente Voltremont: se la prende con la Commissione ogni due per due, critica continuamente l'Euro e quant'altro han combinato attorno al medesimo, e poi ne imita persino il linguaggio!

 

A dire il vero in questa faccenda dei crediti verso le imprese sono irrilevanti sia il patto di stabilita' interno, sia quello esterno (entrambi comunque ampiamente disapplicati). Il motivo e' semplice.

Se i crediti sono stati maturati a fronte di prestazioni di beni o servizi di cui la PA ha gia' fruito, le relative spese vanno contabilizzate nell'anno di competenza e quindi nel bilancio di competenza (che e' l'unico valido per i parametri di Maastricht). Se le prestazioni non vengono pagate in contanti esse comunque costituiscono un debito che va contabilizzato, al pari dei BOT, dei CCT, e di tutti gli altri debiti contratti dallo Stato.

Ritardando i pagamenti dovuti a fornitori, dipendenti e quant'altro si influisce solo sulle poste del bilancio di cassa che e' irrilevante sia per il patto di stabilita' europeo che per quello interno.

Conclusione: gli industriali (e chiunque altro creda alle fandonie sui patti di stabilita') fanno una figura ancora piu' patetica di quando applaudono a scena aperta l'Unto, non rendendosi conto che (nella migliore delle ipotesi) applaudono alla Vaselina.

Conclusione: gli industriali (e chiunque altro creda alle fandonie sui patti di stabilità) fanno una figura ancora più patetica di quando applaudono a scena aperta l'Unto, non rendendosi conto che (nella migliore delle ipotesi) applaudono alla Vaselina.

Questa, ragazzi, va in bacheca, fra le storiche!

La Dubai World whatever sara anche in difficoltà finanziarie, ma la classe non tradisce.

A proposito, Fabio, perché non ci racconti con un breve pezzo cosa sia successo e cosa succeda for real? Ciao.

Interessante, questa idea di utilizzare veneto sviluppo (che dovrebbe pensare all'avvenire) per rimediare ai debiti del passato, vero?

Cossa ghe entra con lo sviluppo il pagamento di debiti scaduti?

nel bilancio di competenza (che e' l'unico valido per i parametri di Maastricht).

Mi risulta che sia il patto di Maastricht sia il patto di stabilità interno italiano usino come criterio di misura dei saldi finanziari, utilizzati per verificare il rispetto del patto, il criterio della competenza mista : bilancio di competenza per le spese correnti e bilancio di cassa per le spese in conto capitale. Pertanto succede che per esempio le imprese edili non siano pagate ad avanzamento lavori da parte degli enti locali perchè tali enti hanno il bilancio di cassa per gli investimenti bloccato dal patto di stabilità interno pur avendo approvato l' intervento e impegnato la spesa.

Mi piacerebbe avere qualche approfondimento su questo tema da parte degli economisti presenti su nFA, perchè la vicenda mi sembra un' altra delle assurdità bizantine in cui sta sprofondando l'Italia.

Caro Michele, sono commosso per l'apprezzamento!!!

Quanto alla situazione di Dubai non e' facile da spiegare perche' il velo di opacita' che copre le vicende economiche nell'emirato e' difficile da strappare. Comunque potrei fare un articolo in forma di FAQ su quello che so. Inizio a lavorarci.

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