Università e ricerca: quali priorità nel trasferimento delle risorse?

23 maggio 2012 andrea moro

Anche a me il commento era diventato troppo lungo. Vorrei cercare di tirare le somme della discussione, che ha assunto toni poco costruttivi. 

Premessa che non avrei voluto inserire, ma che mi sembra necessaria quando una buona percentuale di lettori si lascia fuorviare dai toni finendo per non credere ai contenuti. Alcuni (anche via email e per interposta persona) mi hanno infatti rimproverato di aver usato un tono astioso attribuendolo a speciali delusioni da me ricevute (il che, non si capisce perché, renderebbe meno credibili le mie affermazioni). Ho riguardato il mio post (che invito a rileggere) e confesso di non aver trovato alcun astio, a meno di non voler trovare arrogante e astiosa la decisione di presentare dei numeri disponibili altrove. Sono stato più duro nei commenti nei confronti di chi mi ha attribuito affermazioni che non ho fatto e di chi avrebbe voluto non vedere quei dati. Quanto alle delusioni (altra precisazione non necessaria, ma passi...), informo che il fatto non sussiste. Ho vinto tutti i concorsi cui ho partecipato. Me ne sono andato solo perché ho ricevuto opportunità migliori, non perché ero particolarmente scontento. Anzi, dal punto di vista didattico, ho ricevuto un'ottima formazione e non ho nulla di cui lamentarmi. 

Sono stato criticato anche per aver buttato spazzatura su tutta l'università italiana. Non credo di averlo mai fatto: è evidente che ci sono ricercatori eccellenti in Italia, fra i quali molti amici economisti. Dire che "in media" la ricerca italiana è mediocre non significa che "tutta" la ricerca è mediocre, questo non dovrebbe essere necessario spiegarlo. 

Ricordo infine che il mio/nostro intento è che i ricercatori eccellenti vengano premiati e valorizzati. La maggioranza dei nostri critici dovrebbe perlomeno riconoscere che qui si sta cercando di difendere proprio loro. "Difendere" significa creare innanzitutto un sistema di incentivi e "peer pressure" in cui bravura e reputazione vengano riconosciuti e premiati anche non monetariamente. Ma ovviamente significa anche aumentare il loro stipendio, i loro fondi di ricerca, diminuire il loro carico di insegnamento. 

Finita la noiosa e forse ridondante premessa, passo ai punti importanti: 

  1. Rinormalizzare al PIL è imperfetto, bella scoperta! Però: (a) è meglio che non normalizzare, e (b) fornisce un punto di vista che un senso ce l'ha: commisura la quantità di ricerca alle risorse del paese. Non ho diviso per il numero di scoiattoli. Sinceramente, non è nemmeno importante che siate d'accordo, perché i punti fondamentali, sviluppati qui sotto, valgono sia che si pensi che in Italia siamo all'avanguardia, sia che sia vero il contrario. 
  2. In Italia le eccellenze stanno scomparendo? L'italia non cresce da 12 anni, cosa ci si aspetta dovrebbe succedere alle eccellenze? Stanno scomparendo anche gli insegnanti di sostegno alle elementari (dove la carta igienica non si trova da un pezzo), gli assegni per i disabili... tutte cose  che solo i paesi più economicamente avanzati possono permettersi. Invece, ogni estate trovo sempre più buchi sulle strade, parco-giochi vandalizzati, ospedali fatiscenti... Certo, le eccellenze scompaiono a causa dei tagli, ma i tagli ci sono perché, obiettivamente, non si sta crescendo. 
  3. I nostri critici invocano un trasferimento di risorse verso l'università. Implicitamente dunque, si ritiene che esistano settori dell'amministrazione pubblica, o, in generale, della spesa pubblica, dai quali sia opportuno trasferire risorse. In base a quali considerazioni si pensa che le risorse trasferite all'università siano mediamente più utili che nel settore dal quale vengono tolte? In altre parole: siamo sicuri che un paper in più pubblicato su Economics Letters sia più utile di una TAC al fegato ricevuta una settimana prima? Siamo sicuri che un insegnante di sostegno alle elementari in meno sia meno utile di un ricercatore in più di medie capacita'? Alcuni nostri critici sembrano (implicitamente) straconvinti che questa valutazione sia ovvia.
  4. Io non ne sono tanto sicuro, ed in ogni caso si tratta di valutazioni di natura "personale" (ognuno può pensarla diversamente a seconda della propria scala di valori). È pertanto ragionevole che fette diverse della popolazione, anche fra i docenti universitari, siano favorevoli o contrari. Io sto proponendo un sistema molto semplice, per facilitare ed aumentare la frazione dei favorevoli: trasferire risorse solo ai migliori, cominciando a farlo dalle risorse che gia esistono all'interno dell'università. Insomma io vorrei dai miei critici la risposta a questa domanda: perché vi battete per trasferire all'università risorse da altri settori della spesa pubblica (o dalla fiscalita' generale) invece che, prima di tutto, dalle falangi improduttive del sistema universitario? Non pensate che mettendo prima di tutto in ordine il sistema di premi ed incentivi interno, sarà poi più facile ottenere maggiori risorse dal resto del paese?
  5. Altra versione della stessa domanda: Le eccellenze stanno scomparendo a causa dei tagli o a causa di un sistema di incentivi che non le premia? Siamo sicuri che aumentando le risorse in modo generalizzato finisca per creare gli incentivi giusti al sistema? In altre parole: cosa vi fa pensare che sia prioritario aumentare la quantità di risorse piuttosto che la composizione delle spese? 

30 commenti (espandi tutti)

Davvero encomiabile la pazienza di Andrea nello spiegare a prova di idiota quello che abbiamo sotto gli occhi e che qualcuno continua a ostinarsi a non vedere.

Credo sia estremamente  defatigante  sforzarsi di fare chiarezza incontrando tante e tali resistenze irragionevoli, per non dire delle meschine insinuazioni sulle vicende personali.

 

Grazie Andrea, a nome di quelli beneficiano del tuo lavoro e di quello del  resto della redazione. 

grazie a te

andrea moro 23/5/2012 - 15:34

il tuo commento sara' offtopic, ma ti assicuro che ogni tanto qualche segno di apprezzamento è utile, a fronte dell'imbecillità che si legge altrove. 

(y)

Nereo Preto 23/5/2012 - 19:18

Ecco... allora sottoscrivo anch'io. Il punto 4 è limpido limpido, ottima sintesi.

Azzardo

luca rigotti 23/5/2012 - 15:07

Azzardo una risposta al punto 4, basata su un ragionameto di politcal economy.

Per ottenere premi e incentivi per la qualita' finanziati con tagli per gli improduttivi c'e' bisogno dell'appoggio di una maggioranza della popolazione cui tagli e incentive saranno applicati. Ma questa maggioranza e' infatti quella che ci perderebbe se i  cambiamenti avvengono, quindi non li appoggiera' mai. Ergo meglio non chiedere di toccare le rendite dei fannulloni, che tanto non succedera', e invece chiedere solo che i bravi vengano premiati.

ma ma ma...

andrea moro 23/5/2012 - 16:22

Vuoi sostenere che i professori improduttivi sono la maggioranza della popolazione, o che perlomeno sono cosi' influenti da controllarla? Io lo dubito. Perche' non mettere gli elettori di fronte alle seguenti alternative:

A) piu' risorse a tutta l'accademia a scapito di sanita' e scuola primaria

B) piu' risorse a parte dell'accademia pur con criteri in parte arbitrari (bibliometria, per esempio) a scapito di parte dell'accademia

Voglio vedere chi vota A rispetto a B. 

Io credo che l'accademia "brava" sia una assoluta minoranza, e che il senso di omerta' sia tale che non si sognano neanche di proporre una cosa del genere, pena il vivere ancora peggio di come stanno vivendo ora. Guarda le reazioni assolutamente esagerate alle nostre affermazioni.

Andrea, non ho assolutamente seguito il dibattito, quindi scusami se magari chiedo una cosa che è già stata chiarita altrove. La domanda è questa. È così chiaro che i sostenitori della tesi ''all'università italiana servono più risorse'' vogliono raggiungere l'obiettivo riducendo la spesa pubblica altrove? La mia impressione, forse erronea, è che pensino più a raggiungere tale obiettivo mediante un aumento della pressione fiscale. Ovviamente questo non cambierebbe la sostanza del quesito che tu poni, solo che anziché avere un tradeoff tra TAC al fegato e ricercatori medi si avrebbe un trade off tra più soldi in tasca ai contribuenti e ricercatori medi.

del resto non e' che abbiano menzionato neanche la TAC al fegato, ma estrapolo che le risorse per se stessi ed loro colleghi non arrivino dal cielo. Che arrivino dalla TAC al fegato, dalle vacanze al mare o dal gelato alla panna non e' rilevante. 

Quindi hai fatto bene a sollevare la questione, perche' magari ora si attaccano su questo. Gia uno in altro thread ha menzionato l'evasione fiscale. Magari stanno pensando a quello alla cui obiezione risponderei: perche' non usare il fantomatico recupero dell'evasione per una piu' celere TAC al cervello (di chi non vuol capire)?

chi si esprime ha posizioni chiare al riguardo:

http://www.nybooks.com/articles/archives/2012/may/10/crisis-big-science/...

 

Se vi annoia il pippone (che pero' e' interessante e scritto da uno dei top 5 fisici teorici del novecento) basta leggere l'ultimo paragrafo. Ok, e' comunque superficiale ma almeno lo dice.

Sperando di non aggiungere confusione... Ma non c'era qualcuno "un attimo informato" che diceva che per avere un buon ritorno dall'investimento in educazione bisogna guardare un po' più in basso?

c'è tutta una letteratura a riguardo, ma parla più di didattica che di ricerca. Per valutazioni del genere normalmente si sconfina su giudizi di valore (vedi inizio del mio punto 4)

Certo certo... ma se non hai studenti di altre nazioni che vengono a fare ricerca è in linea di massima la stessa cosa. Durante la laurea invece che ascoltare il barone  sono in grado di leggere un libro da soli e quando diventano professori due idee sensate in più le hanno, che ( sempre mio giudizio di valore) servono più di duemila euro in più in tante discipline :)

Concordo

luca rigotti 23/5/2012 - 17:48

Andrea, ricordo, tempo fa, qualcuno riportare che la professione piu' rappresentata in parlamento era il professore universitario. Probabile che nella seconda repubblica le cose siano cambiate, ma non sconterei il potere di lobby degli accademici.

Detto questo, concordo sul tuo ultimo paragrafo, anche se piu' che omerta' io lo chiamerei quieto vivere (c'e' anche l'omerta', non c'e' dubbio, ma in questo caso non mi sembra la parola adatta). Io mi riferivo alla maggioranza degli accademici; maggioranza che sarebbe (sospetto) necessaria al successo della riforma al tuo punto B.

comunque ok usiamo i tuoi termini sennò qualcuno si offendere.

Riguardo alla maggioranza, non sono stato io a sostenere la virtuosità dell'accademia italiana. Nemmeno tu, immagino, quindi facciamo presente a questi altri che hanno torto: la maggioranza è parassitaria, ed è contro questa che devono rivoltarsi, non contro la fiscalità generale che già sta male di suo. 

Parole sante

Nereo Preto 23/5/2012 - 19:27

Io credo che l'accademia "brava" sia una assoluta minoranza, e che il senso di omerta' sia tale che non si sognano neanche di proporre una cosa del genere

Ecco. Chi ci sta dentro e ha onestà intellettuale credo faccia fatica a non ritrovarsi in questa affermazione. In certi settori delle scienze le cose stanno lentamente migliorando, ma intanto il resto del mondo (civile) ha ingranato la quarta e noi siamo al palo in attesa di difendere i privilegi di qualche vecchione improduttivo, o magari produttivo ma senza visione (e disposto ad affossare la ricerca per vivere nel privilegio i propri ultimi anni).

Speriamo nella valutazione. Qui da noi qualche scossone si è visto...

Andrea:

Apprezzo la tua risposta veramente ammirevole nei toni. Occorre creare l'ordine dei frati mori, di cui sarai il fondatore. Hai una pazienza con costoro che io non ho nemmeno con i miei cani ed i miei cani sono divertenti almeno. Ammirevole e lo dico sinceramente oltre che nuovamente.

 

Questa tua bonta' ti spinge pero' ad affermare:

 

Vuoi sostenere che i professori improduttivi sono la maggioranza della popolazione, o che perlomeno sono cosi' influenti da controllarla? Io lo dubito.

Mentre poco sotto, in un attacco di razionalita' boldriniana affermi 


Io credo che l'accademia "brava" sia una assoluta minoranza, e che il senso di omerta' sia tale che non si sognano neanche di proporre una cosa del genere, pena il vivere ancora peggio di come stanno vivendo ora. Guarda le reazioni assolutamente esagerate alle nostre affermazioni. 

Ovviamente a mio avviso esiste un'evidenza di mezzo secolo a favore della seconda affermazione. Tu, per quale propendi? O son io che non colgo l'ironia tua?

nel primo era la popolazione italiana, nel secondo paragrafo era il totale dei professori. Insomma, i professori improduttivi sono una minoranza della popolazione ma la maggioranza dell'accademia.

La cosa mi pare rilevante dal punto di vista della political economy perche' dovrebbe suggerire ai bravi di allearsi col resto della popolazione, non con i loro colleghi. Ma a giudicare dagli attacchi a quanto scriviamo non sembrano capirlo

Caro Moro,

 

anch'io ho apprezzato molto il suo commento, ma secondo me lei pecca di ottimismo.

 

E' vero che l'opinione pubblica italiana tende a scandalizzarsi per i concorsi truccati e i fenomeni di malcostume che emergono periodicamente sui giornali, ma l'idea che si debba premiare il merito mi sembra quanto di più lontano esista dalla mentalità dell'elettore italiano.

 

La vostra battaglia culturale è encomiabile , ma, a modesto giudizio del sottoscritto, il nostro paese non cambierà mai.

E' questo il problema: frasi come "la maggioranza degli accademici italiani è improduttiva" sono slogan che possono correre in una civiltà dell'informazione superficiale come la nostra, e che non sono supportati dai dati. Il fondo del problema consiste nelle estrapolazioni arbitrarie. Tutte le normalizzazioni sono sensate, purché se ne tragga la conclusione appropriata. Se non si normalizza si misura l'impatto totale della ricerca italiana (ottavo posto), se si normalizza sul PIL il confronto con gli altri Paesi mostra che si potrebbe fare di più. Se si normalizza sugli investimenti in ricerca si vede che la produttività è in linea con quella di altri grandi paesi. Tutto questo al primo ordine, poi per un'analisi più raffinata occorre consultare dati disaggregati. Occorre tempo, tecnica, e soprattutto l'onestà di prescindere da tesi precostituite.

Bene, la discussione sui confronti stava diventando un po' fine a se stessa.

Chiedere di migliorare l'universita' italiana con un aumento di fondi e' nascondersi dietro a un dito: anche se la valutazione al punto 3) fosse ovvia e a favore dell'universita', mi sembra politicamente impossibile spostare una quantita' rilevante di risorse.

E anche dimostrando che l'Italia e' efficiente quanto, per dire, la Germania, dato tutto quello che conosciamo delle storture italiane si dimostra al piu' che i problemi li hanno anche loro.

Che la spesa in ricerca sia più utile di quella in ospedali, ma si ritiene che penalizzando la ricerca si penalizzeranno gli ospedali di domani.

lo dici tu

andrea moro 24/5/2012 - 22:25

Quante delle tecniche, farmaci, procedure, che si usano OGGI negli ospedali italiani sono state inventate in Italia? Non sto dicendo che dovremmo vivere di ricerca altrui, sto solo dicendo che la ripartizione di risorse fra settori e' oggetto di giudizio politico. Nel giudizio politico / dell'elettore ci deve stare il criterio di come questi soldi vengono usati. Oggigiorno sono usati male ANCHE se la ricerca fosse all'avanguardia. 

Ad esempio in fisica medica, e portate avanti da università che non ti aspetteresti (profondo sud, isole). Hanno un problema: per testare le macchine devono andare a Darmstadt, o a Brookhaven, o al Cern, con conseguente perdita di soldi e tempo (ci sono lunghissime code, devi prenotare i laboratori con largo anticipo e per tempi limitati (pochi soldi = poco tempo), e se qualcosa va storto non puoi ripetere la misura). Se fossero finanziati farebbero di più e con maggiore indipendenza. Per inciso, la fisica medica è alla base dei recenti avanzamenti in tema di diagnostica tumorale e anche di cura. Io credo che si debbano valorizzare le forze che si hanno. Pensare che la ricerca si debba fare solo in pochi grandi centri e da lì debba sgocciolare nel mondo cozza con la constatazione che i grandi risultati sono piuttosto ben distribuiti nel mondo (con ovvie difformità). So che non è questo che hai affermato, lo ho scritto solo per chiarezza. (Taccio poi dei risultati della ricerca medica, biomedica e farmaceutica, sui quali mi posso documentare ma avrei bisogno di un po' di tempo.)

che ci siano ottime linee di ricerca. Proprio per questo voglio dargli i soldi di quelli che non fanno niente. L'insistenza a non ammettere che il fenomeno dei professori poco-o-nulla-facenti sia secondario o marginale e' stupefacente. Non vuoi ammettere che sia vero neanche per le materie umanistiche? Eppure le mie classifiche per materia (che non rivelano la produttivita, non sia mai! ma almeno rivelano un confronto fra materie) indicano solo un leggero vantaggio delle materie scientifiche, probabilmente derivante dal fatto che hanno piu' visibilita' internazionale grazie a pubblicazioni in inglese e maggiori collaborazioni inter-statali. Insomma il fatto che ci siano centri di eccellenza motiva e supporta la nostra posizione anziche' screditarla. Se facessero tutti schifo vorrei redistribuire niente, ne' da fuori, ne' dall'interno dell'universita'. 

Sulla linea generale sono d'accordo: occorre finanziare chi è bravo e definanziare chi non lo è e riceve soldi che non usa. Il problema delle componenti "in sonno" esiste, ma a me non risulta che sia maggioritario, che la sua consistenza ammonti ai 3/10 della popolazione universitaria (De Nicolao ha prodotto dati che lo fanno scendere a meno di un decimo), o che sia più ingente che negli altri paesi, isole di eccellenza USA comprese: ho assistito a certi seminari al MIT e a Berkeley che c'era da vergognarsi. Si trattava di docenti anziani, non più tanto in sé, ma che si rifiutavano di andare in pensione e alimentavano una claque di loro coetanei. So che questo è un problema importante nelle grandi università americane: come convincere gli anziani ad andarsene?

Delle materie umanistiche non parlo perché conosco poco la loro situazione. Anche qui, però, qualcosa si sta muovendo: si sta costruendo un acceleratore a Tor Vergata e le regioni erogano finanziamenti anche cospicui a gruppi promettenti, talvolta con criteri intelligenti. In altre parole, esiste un moto che va già nella direzione da voi auspicata e che potrebbe essere positivo. Qual è il problema? E' che non può essere a costo zero. Laboratori e acceleratori sono cari.

Anche i finanziamenti interni delle Università vengono erogati non più a pioggia, bensì in base al merito, e lì sorgono due problemi: il primo è che i soldi sono così pochi che alla fine è come se si fosse erogato a pioggia (nel mio dipartimento gli attivi possono aggiudicarsi 600 (hai capito: seicento) euro l'anno, tanto che molti di noi rinunciano a parti consistenti dei rimborsi delle missioni, almeno così evitiamo di dover chiedere lo "scontrino parlante" al pizzicagnolo dove, per risparmiare, abbiamo preso un panino); ora, questo primo problema si risolve anch'esso, ma anche lì ci vogliono i soldi per quelli bravi, che non possono essere sottratti ai non bravi perché questi già prendono zero, e la banca d'italia non vuol saperne di emettere banconote di valore negativo (l'anti-euro, pensa. Farebbe la felicità di Dirac). ll secondo problema, sociologico e quindi più strutturale, è che la ripartizione delle risorse viene effettuata su criteri bibliometrici che finiscono per premiare i pubblicatori di insulsaggini e i malati di diarrea pubblicistica (a parte qualche caso, raro ma presente, di persone capaci di pubblicare con frequenza e ad altissimo livello). Questa esperienza quotidiana insegna che la valutazione è una questione molto delicata, e che la bibliometria, come tutti i metodi di valutazione-senza-entrare-nel-merito, non è solo imperfetta, ma può essere anche controproducente, danneggiando settori di punta. (Ovviamente la usiamo tutti a scopo polemico, ma sappiamo bene che è l'unico uso che se ne può fare).

Rispetto alle vostre analisi vedo due questioni. La prima: la velocità di cambiamento è sufficiente? Credo che rispondereste di no, e sarei d'accordo. La seconda: la direzione è corretta? Qui credo che un nostro eventuale accordo sarebbe solo capzioso: appena partiti, non è chiaro dove punti la nave: Sud, sì, ma sud-est o sud-ovest? Voi propugnate un modello di tipo statunitense, con la ricerca concentrata in (relativamente) pochi centri d'eccellenza e un certo numero di teaching universities. Boldrin afferma che è indiscutibile che sia il modello migliore, ma io mi permetto invece di discuterlo: la ricerca americana si regge su persone formate all'estero, in Europa o anche in Asia. Gli undergraduate studies (anche a Harvard) sono molto meno formativi del corso di laurea erogato da una mediocre università italiana. Il grande salto di qualità è al Ph.D., e durante la mia ultima visita in California ho potuto constatare che tutti i nuovi studenti di Ph.D. erano asiatici, molti dei quali provenienti da corsi di Laurea tenuti nei Paesi d'origine. Infine, credo che il compito di un'istituzione universitaria non sia solo quello della produzione, ma anche della diffusione di conoscenza. A questo scopo è necessario che l'Università sia presente nel territorio e che gli standard di qualità siano garantiti per tutti. Per questo apprezzo il modello francese, che coniuga eccellenza e diffusione e che ha formato la popolazione mediamente più colta e informata che ci sia (e quindi a volte un po' pedante). Ovviamente, non a tutti piace che le persone siano colte, informate e quindi critiche (per evitare polemiche, non mi sto riferendo né a te né a nessun altro di NfA),

Il problema delle componenti "in sonno" esiste, ma a me non risulta che sia maggioritario, che la sua consistenza ammonti ai 3/10 della popolazione universitaria.  (De Nicolao ha prodotto dati che lo fanno scendere a meno di un decimo)

E quindi siamo gia ad un 30% di stipendi risparmiabili anche secondo i tuoi ottimistici calcoli. De Nicolao vive nel paese dei balocchi, quindi lasciamo perdere. Poi perche' non parlare di humanities. Non so quanto contino nel panorama universitario ma mi stupirebbe che fossero tanti meno della meta' della docenza. Qui, anche nelle top 20, insegnano 2/2 corsi (tranne pochissime star), quindi il doppio che in Italia. Sotto le top 20 insegnano 3/3. Quindi anche li, si potrebbe risparmiare limitando il turnover e aumentando da subito il carico. Ti lascio calcolare cosa servirebbe, a regime, raddoppiare o triplicare il carico di insegnamento a meta' del corpo insegnante e mandare pian piano in pensione il resto. A questi, inoltre andrebbe riconosciuto che in nessun posto al mondo la paga e' cosi' alta come in Italia, ne' lorda ne' netta. 

 Infine, credo che il compito di un'istituzione universitaria non sia solo quello della produzione, ma anche della diffusione di conoscenza. 

Su questo sono d'accordissimo, ma va commensurato lo stipendio di questi insegnanti al servizio che rendono. Insegnare 2 corsi l'anno non puo' valere ne' 60 ne' 80 ne' 120 mila euro lordi. Qui lo stipendio di un professore di un  liberal arts college e' commisurabile o poco superiore a quello di un professore di high school con un po' di anzianita'. In certi casi e' inferiore, come per tutti gli adjuncts (che, ripeto, insegnano 3, 4, 5, e a volte 6 corsi a semestre) e per tutti i community colleges.

Questa la realta'. Se mi dici che non si possono recuperare risorse da li, non so proprio cosa rispondere. 

Che fare?

altamante 25/5/2012 - 22:07

Premesso che De Nicolao vive a Pavia (una sede di grande prestigio) e che i suoi dati mi sembrano più che solidi, e aggiunto che mi sono espresso in modo ambiguo, ma intendevo dire che credo più al suo 9/100 che al vostro 3/10, ciò che mi sembra inevitabile è che pur riuscendo a tagliare i sonnolenti, restano da fare spese enormi per sostenere la ricerca, quella che va bene: ho fatto l'esempio di un acceleratore, ma esempi analoghi si possono dare con tutti o quasi i laboratori di punta che abbiamo. E poi c'è il problema del personale: tra quelli di pari livello economico l'Italia è il Paese con il minor numero di ricercatori e grazie al blocco del turn-over (che è già attivo: per ogni pensionamento si faranno 0.2 assunzioni) la situazione non migliorerà. Ma restiamo in tema: la spesa. Sylos Labini e Zapperi, in un articolo pubblicato da Le Scienze nel 2006 hanno modellato l'evoluzione della spesa in università come l'avanzamento di un'onda solitaria (uno tsunami, per la precisione), formatasi con la grande infornata del 1980 (dogs&pigs) e arrivata ora ai massimi stipendiali. Aggiungo io che sì, perlamadonna, a quell'onda solitaria di spesa non corrisponde un'adeguata onda solitaria di ricerca. Un'onda più piccola e più distribuita dovrebbe trovarsi negli anni successivi, quando la selezione del nuovo personale si è fatta molto più dura. Ovviamente non sto sostenendo che tutti i vincitori di concorso degli ultimi vent'anni fossero i migliori concorrenti nelle competizioni che hanno vinto. Sto solo dicendo che, salvo occasionali miracoli locali, non potevano più essere capre e figli di rettori: magari erano figli di rettori, ma capre totali no (a differenza, forse, dei padri). Ciò premesso, lo tsunami sta passando. I miracolati del 1980 si stanno avvicinando alla pensione e per i loro mentori i cimiteri di competenza stanno chiedendo la loro parte. Per conoscere l'andamento della spesa nei prossimi cinque-dieci anni sarebbe quindi opportuno studiare lo stato di avanzamento dello tsunami, cosa peraltro già fatta da Sylos Labini e Zapperi, per cui si tratterebbe solo di ricalibrare, ove necessario, alcuni parametri. A quel punto, occorrerebbe agire. Supponiamo che lo tsunami si esaurisca in cinque anni. Ci ritroveremmo con una classe accademica decimata e malpagata (i vostri argomenti sul superpagamento non mi convincono neanche un po', sorry) ma mediamente di qualità almeno discreta. Cosa facciamo? Investiamo risorse ingenti per scovare gli imboscati e perseguitarli (la VQR ha costi mostruosi: 300 milioni di euro, e si tratta solo di una raccolta dati: figurarsi la parte repressiva) oppure lasciamo che la repressione avvenga con i meccanismi già avviati (fine degli scatti stipendiali, finanziamento calibrato sul merito) e inauguriamo invece dei meccanismi premiali per chi lavora bene? O entrambe le cose? (Tralasciando un numero non indifferente di questioni inerenti all'enucleazione del nullafacente, più problematica di quanto si pensi: con i parametri bibliometrici vigenti molte medaglie Fields e Abel per la matematica rientrerebbero nella categoria)

domanda

luca rigotti 24/5/2012 - 22:55

perche' non finanziare progetti meritevoli come questo togliendo risorse presenti e/o future a coloro che nell'universita' invece non producono nulla?

Andrea

 

grazie per la pazienza e la chiarezza. Come accademico incardinato nella universita italiana ti do ragione completamente.   A parte la Bocconi, che in economia mi sembra abbia dato una svolta ai criteri di reclutamento da diversi anni, non vedo altrove interesse e  incentivi al merito,   o alla aggregazione di talenti, o anche solo persone volenterose (chi ha evidenza in contrario potrebbe fornirla?).  Forse la valutazione della ricerca  e l'uso del VQR  per ripartire i fondi del finanziamento ordinario (FFO) potrebbero  essere un meccanismo possibile  per muovere qualche passetto nella giusta direzione, ma temo che il tutto si perdera' e verra' insabbiato, o diluito fino a renderlo inefficace.

   

 

 

 

 

La crescita

Andrea 25/5/2012 - 12:24

Io sono persuaso che l'Italia non cresce perche' non ha mai creduto nell'educazione e nella ricerca.

Io preferisco il punto A, in effetti 1/100 della spesa pubblica va all'Universita', il personale e' scarso in numero e il sistema sottofinanziato in generale. Considerate che non ci sono enti di ricerca di dimensioni paragonabili al CNRS francese. Una parte dei soldi che si e' intascata Don Verze' basterebbe ad avere il doppio di fondi per progetti nazionali.

Nel contempo bisogna pensare ad una transizione che elimini le incrostazioni di baroni nullafacenti ma mantenga uno numero sufficiente di persone, migliorando la qualita'. L'impressione e' che dato che questi stessi sono in Parlamento, si cuciano delle regole addosso per sopravvivere. Io chiamerei i vincitori di ERC e gli darei liberta' di avere un proprio gruppo e di ospitare attrezzature in stabili moderni e avere facilitazioni burocratiche. Nel frattempo si bloccano o tagliano gli stipendi del 50% basso della classifica.

Mi pare che con grande arroganza accusiate tutti di non voler essere giudicati e di essere scarsi in qualita', suggerendo che "muoia Sansone e tutti i Filistei". Lasciamo morire linee di ricerca e gruppi buoni e cattivi poi si vedra'. Saro' un illuso, ma meglio che essere arroganti e supponenti come voi. Pur basandosi su ipotesi sbagliate.

che si vogliono lasciar morire linee di ricerca. Qui si e' scritto piu' volte che si vogliono invece ri-finanziarle e valorizzarle riducendo gli sprechi, che non sono pochi. Chiaramente, per trovarle, occorre fare una valutazione che, per quanto imperfetta e piena di errori, sara' meglio della situazione attuale. 

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