Il valore legale del titolo di studio: che cos’è?

9 giugno 2006 andrea moro

L'eliminazione del valore legale del titolo di studio è il miraggio permanente del sistema universitario italiano, auspicato da tutti, attuato da nessuno. Ma cosa significa? Di che si tratta? Cosa cambierebbe con la sua attuazione? Anche in questo sito se ne parla come di una panacea dei mali dell’università italiana. Personalmente, non ho mai capito perché.

Il valore legale del titolo di studio determina la certezza legale del possesso, da parte dei titolari, di una preparazione professionale in conformità agli standard fissati dall’ordinamento didattico nazionale. La partecipazione a concorsi pubblici e l'accesso ai concorsi per l'iscrizione agli albi professionali richiede molto spesso il possesso di un titolo di studio rilasciato da una scuola o università riconosciuta nazionalmente. Spesso inoltre un valido titolo di studio viene richiesto da imprese private, anche nei casi in cui non ne hanno l'obbligo.

Quindi il valore legale ha tre effetti: (1) la necessità per un lavoratore in molti casi di possedere un titolo proveniente da una scuola "riconosciuta" per accedere a certi settori del mercato del lavoro; (2) la necessità (di fatto, non di diritto) per chiunque voglia istituire una scuola o università privata di ottenere la "certificazione" ministeriale, e quindi sottostare a certi direttive ministeriali. Infine, (3) la parificazione nei concorsi della qualità dei titoli di studio (rilasciati dalle scuole riconosciute), che contano tutti allo stesso modo; in generale la certificazione crea un appiattimento nella percezione della qualità dei vari titoli di studio anche nel settore privato. A mio parere nessuno di questi effetti costituisce un grosso problema.

I primi due problemi sono collegati, quindi li affronterò assieme. La necessità di un titolo di studio per praticare certe mansioni non è una prerogativa italiana. Per esempio, negli Stati Uniti, per accedere alla professione di avvocato, occorre superare il “bar exam”, una sorta di esame di iscrizione all’albo. In quasi tutti gli stati, l’iscrizione all’esame richiede il titolo di studio acquisito da una Law school accreditata dall’albo; esistono dozzine e dozzine di scuole accreditate, alcune ottime, altre mediocri. Quindi, il titolo di diplomato in legge ha valore legale. Sempre negli Stati Uniti, non si può praticare la professione medica senza aver prima acquisito un titolo da una Medical school. Quindi il titolo di dottore acquisito in una Medical School, ha valore legale. Infine, la parrucchiera di Lower Manhattan che mi taglia i capelli tiene accanto allo specchio un certificato ben incorniciato del dipartimento sanitario dello stato di New York che certifica il titolo conseguito; la certificazione è necessaria per praticare la professione di parrucchiera; quindi, il titolo di estetista conseguito in 6 mesi al community college di Brooklyn ha valore legale.

La differenza con il modello americano è che la certificazione dei curriculum in Italia viene fatta centralmente, mentre negli Stati Uniti viene fatta in certi casi a livello federale, in certi casi a livello statale o locale, in certi altri casi da associazioni professionali di natura privata ma di fatto a carattere pubblico. In sostanza non mi pare una gran differenza. È vero che per aprire una università privata in Italia occorre un'approvazione del ministero, e quindi, di fatto, adeguare i curriculum a certi requisiti stabiliti centralmente. Ma i requisiti sono minimi. Si ricordi che vale il principio della libertà accademica (che è buona cosa): i contenuti dei corsi sono stabiliti dal docente incaricato, non dal ministro. Per esempio, anche se la Bocconi, per mantenere il riconoscimento ministeriale, è tenuta ad insegnare diritto commerciale ai laureandi in Economia e Commercio, i contenuti del corso possono essere ben diversi da quelli dello stesso corso insegnato a Ca' Foscari.

Purtroppo è possibile che il ministero usi in modo troppo "liberale" la propria discrezionalità di certificazione, e certifichi università istituite da "amici" e neghi invece la certificazione ad università "non desiderate" anche se meritevoli. Quindi il problema non è la certificazione in sé, ma la qualità della certificazione. In molti casi meglio sarebbe se la certificazione fosse affidata al mercato, non solo perché il mercato ne migliora la qualità, ma anche perché nel caso delle università pubbliche l'ente certificante e quello certificato sono governati dalla stessa persona (un interessante caso di conflitto di interessi). Si noti infine che certificazione statale e valore legale non implicano l'un l'altro: la certificazione statale è possibile anche abolendo il valore legale, per esempio come "servizio" offerto al settore privato (come per esempio per l'approvazione dei farmaci). Ed è anche possibile mantenere il valore legale, prevedendo però che la certificazione venga effettuata da enti privati.

Riassumendo, cosa si otterrebbe eliminando la necessità di possedere un titolo rilasciato da una scuola certificata? Commercialisti con bisturi e stetoscopio? Laureati in legge al tecnigrafo a progettare ponti e grattacieli? Geometri a difendere cause in tribunale? Questo non succede e non è possibile in nessun paese al mondo, salvo poche eccezioni. Anche se fosse possibile, l'aumento della concorrenza nel mercato delle professioni che ne risulterebbe sarebbe minimo. Anche ora nessuno vieta ad un’impresa edile di assumere un non laureato per effettuare i calcoli strutturali di un edificio (se lo ritiene competente in calcoli ingegneristici). Certamente, la “firma” del progetto deve essere poi effettuata da un ingegnere iscritto all’albo (che può essere invece un incapace). Similmente esistono certamente casi di persone che vanno a “curarsi” da ciarlatani, laureati o meno (ricordate Di Bella?). Inoltre, sembra anche che il titolo di studio conti sempre meno nelle ricerche di lavoro (si veda a riguardo questo articolo da Repubblica). Quindi, la rimozione del valore legale avrebbe effetto solo per i posti soggetti a concorso pubblico, che, è vero, non sono pochi, ma quale sarebbe il suo vero impatto? Io mi azzardo a dire che sarebbe minimo. Non credo che molti laureati in ingegneria aspirino a partecipare ai concorsi per giudice.

Sul terzo problema, la parificazione di tutte le università buone e mediocri nei concorsi, va detto che in senso stretto non è vero che esiste parificazione: esistono università certificate e università non certificate (che però spariscono dal mercato, quindi non si notano). Ma anche ignorando questo, va notato che il requisito del titolo di studio non è l'unico requisito richiesto, non solo nel settore privato ma anche in tutti i concorsi pubblici. Ci sono sempre altri test, esami, e titoli necessari a comprovare la qualità del candidato; presumibilmente, chi ha ricevuto una buona istruzione, farà meglio degli altri candidati. Esiste anche spesso una componente di valutazione discrezionale della commissine esaminatrice. Il problema dei concorsi pubblici non è che tutte le università sono parificate nei punteggi, ma l'assenza di meritocrazia ed incentivazione nella gestione della pubblica amministrazione. Per un dirigente della p.a. non fa nessuna differenza assumere il migliore degli iscritti a concorso o l'incapace figlio del cugino. E il migliore degli iscritti a concorso non è necessariamente laureato ad Harvard.

Credo si faccia molta confusione sul significato di valore legale. Con l'abolizione del valore legale molti intendono una serie di misure ad esso collegate, ma che con esso hanno poco a che fare. In quasi tutti i paesi del mondo esistono leggi che proibiscono l’esercizio di molte professioni senza un adeguato titolo di studio e una licenza. Parlare troppo del valore legale del titolo di studio significa dimenticare il vero problema del mondo accademico italiano, e cioè la mancanza di concorrenza fra atenei, ed il vero problema della pubblica amministrazione e delle professioni in genere: mancanza di incentivi, ordini professionali che limitano la concorrenza. Parliamo di questo, please.

38 commenti (espandi tutti)

Sono d'accordo: le rendite generate dal valore legale impallidiscono al confronto delle le rendite garantite dalla presente regolamentazione degli ordini professionali.

Pero' secondo me sottovaluti gli effetti del valore legale nella pubblica amministrazione, interpretandolo in modo riduttivo. Il vero problema delle forme di assunzione della pubblica amministrazione e' il tentativo di determinare per legge i criteri (con un contratto completo, direbbero gli economisti). Il valore legale (come lo interpreto io) livella verso il basso non perche' tutte le universita' certificate hanno lo stesso valore, ma perche' non permette altri termini di valutazione collegati alla qualita' dell'universita'; eccetto il test (che, converrai, e' misura estremamente imprecisa). Non solo, ma il voto di laurea ha anch'esso valore legale, suppongo, nei concorsi. Senza la possibilita' di aggiustare per qualita' dell'universita', questo ha naturalmente effetti perversi.

Anche qui, siamo d'accordo che la mancanza di concorrenza nella pubblica amministrazione e' la causa di tutti i mali. L'abolizione del valore legale e' condizione necessaria pero' perche' una qualche competizione sul mercato del lavoro nella pubblica amministrazione sia possibile, per quanto salari rigidi ne minimizzino gli effetti comunque.

Sullo spirito siamo d'accordo, ma il mio articolo cerca di spiegare che il problema non e' il valore legale. Nel caso da te sottolineato, il problema e' il criterio valutativo dei concorsi; si possono introdurre elementi discrezionali nei concorsi, valutazioni differenziate, addirittura si possono valutare diversamente le universita', mantenendo il valore legale (e cioe' la necessita' di un titolo di studio acquisito in un ente certificato). L'abolizione del valore legale non e' condizione ne' sufficiente ne' necessaria per produrre un miglioramento delle valutazioni dei concorsi.

Come il timoniere ben sa, non condivido ne' la chiave logica ne' la sostanza empirica del suo argomento. Prima di dire perche', una piccola osservazione di fatto. Il link a QED mi sembra erroneo. Il valore legale del titolo di studio non e' nemmeno menzionato in quel pezzo, ed ancora meno l'idea (ma chi l'ha mai avuta?) che eliminarlo sia la panacea dei problemi di cui l'universita' italiana soffre. Sospetto, e spero, che si possano trovare strawmen piu' adeguati di QED ...

Ora, e' vero che nell'attuale folle sistema che (s)governa l'universita' italiana, il valore legale garantito dallo stato e' uno dei tasselli, e va eliminato, assieme agli altri; probabilmente non e' il piu' importante: l'assenza di competizione e mercato ovviamente sono piu' importanti. Mai detto o pensato il contrario.

Il tuo argomento, pero', sembra essere che non fa differenza alcuna, e questo mi sembra esagerato oltre che rischiosetto. Ecco perche'. (1) Che in altri paesi ed in altre professioni vi siano regolamentazioni, come il bar exam, che creano poteri di monopolio e barriere all'entrata non vuol dire che non fa male averne. Non per caso, sia avvocati che medici sono, negli USA, due lobbies protette e monopolistiche che guadagnano molto di piu' (in termini relativi) di quanto i loro analoghi guadagnino in altri paesi dove le rispettive lobbies sono piu' deboli. (2) Fa comunque grande differenza che queste "certificazioni" siano fatte da associazioni private di categoria, per una professione solo, con valore solo per uno stato; in Italia il "valore legale" e' imposto dallo stato, via una burocrazia ministeriale che timbra e certifica, senza concorsi ed esami, e vale per tutte le professioni e per tutto il paese. Non sono differenze da poco. (3) Sostenere che i posti pubblici di vario tipo hanno un impatto minore sul mercato del lavoro dei laureati italiani mi sembra Nempiricamente una belinata. Non ho tempo per andare a cercare i dati esatti, che peraltro nemmeno tu produci. Tieni conto che lo stato non assume solo laureati in legge e lettere, ma tonnellate di medici, ingegneri, chimici, eccetera. La mano pubblica, in italia, e' vasta e lo e' particolarmente nell'impiego dei laureati. Pensate solo agli insegnanti, dalle elementari in su. Ad occhio e croce, se l'impiego pubblico e' circa il 30% del totale, io scommetto che, fra i laureati, il settore pubblico arriva forse al 45-50%. Ora, quasi meta' o meta' del mercato monopolizzato ed escludente, deve avere un impatto quantitativo. (4) Lo stesso vale per quanto riguarda il tuo argomento secondo cui il titolo certificato non e' l'unica cosa richiesta nei concorsi, dove si fanno anche tests, eccetera. Ci mancherebbe altro! Scommetto che richiedono anche di avere due occhi, un cervello, ed una percentuale di arti funzionanti. So what? Se il 10% o il 25% o anche piu' del punteggio finale dipende dall'avere il titolo di studio con il timbro dello stato, beh: fa differenza.

Ma rimaniamo vicino a casa: chiediamo a elbrusco, o a Marco Celentani, o ad uno dei tanti "stranieri" che e' diventato professore in un'universita' pubblica in un paese in cui c'e' il valore legale, quanto alto e' stato il costo di far riconoscere legalmente il PhD preso a UCLA, Stanford, Harvard o dove sia. Nel caso di Marco, addirittura la laurea a Napoli non gli riconoscevano, e credo abbia dovuto sostenere di nuovo esami di livello laurea in Spagna! Quando ero professore alla Carlos III, mi son rifiutato di diventare funzionario, ed ho richiesto mi si facesse un contratto privatistico, proprio per i costi di transazione che avrei dovuto affrontare per far riconoscere la mia laurea ed il mio PhD dal Reyno de Espanya. Idem con patatine per i pochi stranieri che son diventati professori in Italia. Se queste non sono barriers to entry, non so cosa lo sia.

Infine, non so come possiamo immaginare di avere free entry di private entities se la procedura di certificazione da parte della lobby ora al potere non viene prima eliminata.

Faccio anch'io una premessa. Come sai, quando ho cominciato a scrivere l'articolo, non ero molto sicuro della mia posizione. Ora lo sono un po' di piu, anche se per esercizio retorico nello scrivere devo sostenere tale posizione con piu' forza. Comunque se qualche tentennamento ce l'ho, e' per i motivi che scrivero' in un altro commento, non per quello che dici tu.
1. Innanzitutto, nota che criticando il valore legale, finisci per lamentarti delle barriere all'entrata di universita' private, che sono una COSA DIVERSA. Non mi verrai a dire se una persona ha i fondi per istituire un'universita' privata poi gli mancano i soldi per le mazzette da dare al ministro di turno per farsela certificare. No, le barriere all'entrata sono la concorrenza sleale delle universita' pubbliche, che offrono a prezzo zero o bassissimo un'istruzione che mi azzardo a dire e' decente. Ma si' spezziamola questa lancia a favore dell'universita' italiana, il livello didattico non e' poi male; ci si mette una vita a laurearsi, ma chi vuole lo fa in 4/5 anni.
2. Ti sbagli anche sull'aspetto empirico: non importa che il settore pubblico gestisca il 50% o il 90% dei laureati. Per misurare l'impatto del valore legale devi andare a calcolare quanta gente in piu' si iscrive ai concorsi (con speranza decente di passarli) se lo togli. E chi lo farebbe? Il geometra college dropout ai concorsi per ingegnere? L'infermiera ai concorsi per dottore? Il laureato all'universita' del Nepal? O quello all'MIT? Sono convintissimo che l'impatto pratico sarebbe pressoche' nullo.

3. Altre cose minori:

- Farsi riconoscere il phd non costa nulla basta passare al consolato di competenza e te lo fanno in un attimo; ora che Severgnini continua a rompere le scatole ai consolati sono pure gentili e rispondono con un sorriso. Per la spagna non so. Per la laurea nemmeno immagino sia piu' difficile.

- Sulla mia citazione di QED hai ragione, se ne parlava di piu' sui commmenti

- La principale barrier to entry degli stranieri in italia e' soprattutto la lingua; l'altra e' il differenziale salariale, se spendi $$ per laurearti all'MIT chi te lo fa fare di andare in Italia?

Ho affermato in un altro commento che ci sono certamente aspetti negativi del valore legale che sono invece rilevanti (o almeno piu' rilevanti di quelli menzionati nei commenti). Uno di questi e' l'abuso di esso. Leggo sull'articolo di Figa' Talamanca menzionato altrove su questo sito che i ragionieri hanno ottenuto una legge che richiede 3 anni di universita' per esercitare la professione, i geometri e periti industriali si stanno adoperando per ottenere provvedimenti simili, che addirittura la corte dei conti ha dovuto bloccare una legge che imponeva la laurea ai giornalisti. Il problema e' che se lasciamo agli ordini professionali scegliere sui requisiti per l'ammissione (provvedimento a prima vista ragionevole), il loro potere di monopolio aumenta anziche' diminuire. E qui rimango senza idee.

La discussione sta diventando un po' stucchevole. Mi da' l'impressione che uno dice "un casino di gente muore di cancro al fegato" mentre l'altro commenta, "ne muoiono ben di piu' di vecchiaia."

Se per te il valore legale della laurea non e' UNA delle barriere all'entrata di universita' private, cosa vuoi che ti dica? Evidentemente abbiamo una nozione differente di "barriere all'entrata". L'osservazione sulle mazzette al ministro faccio finta che non l'ho capita, cos'e' un consiglio per fondatori d'universita' private?

Sul punto 2, ho l'impressione che proprio non hai capito cio' che dico. Ci riprovo, per l'ultima volta (e' la terza). SE per accedere ai concorsi pubblici occorre avere una laurea parificata, ed i concorsi pubblici sono il 50% dei posti a disposizione dei laureati, ALLORA un'universita' privata non parificata (i.e. che non abbia pagato il tuo ministro per farsi dare valore legale al proprio titolo) evidentemente ha un problema di concorrenza con quella pubblica, ceteris paribus. Ossia, la gente con il suo titolo ha un mercato del lavoro potenziale pari a 1/2 di quello delle persone provenienti da un'universita' pubblica.

Sul farsi riconoscere il PhD, puo' darsi. In Spagna di sicuro non e' cosi'. Vorrei vedere se prendono un BA da UCLA at face value in un concorso per funzionario alla Camera. Anyhow, qui siamo entrambi alla pura speculazione.

Infine, vedo che nell'altro commento ti sei accorto di una delle implicazioni negative che attribuire valore legale ai titoli di studio, condizione NECESSARIA per imporli come requisiti di questo e quello, ha ... one down, and a few to go.

Sono in Italia, parlo con amici accademici. Mi dicono che Andrea ha torto, ma poi le argomentazioni non sono cosi' convincenti. Noto due cose, a contributo del dibattito.

1) Si argomenta che i requisiti per il valore legale sono cosi' restrittivi che e' difficile innovare in termini di nuovi corsi di laurea. Capisco che questo non e' un argomento contro il valore legale ma contro come e' definito.

2) Apparentemente la sensazione di tutti e' che la social norm e' tale che chi facesse una laurea con titolo non 'legale' sarebbe punito dal mercato, anche se l'universita' che lo proponesse fosse di solida reputazuione e anche se la maggior parte dei laureati non utilizza il valore legale per se.

Se fossi in un consiglio di una di queste universita' suggerirei un corso di laurea disegnato liberamente (non 'legale' se necessario), con aggiunta opzionale degli esami necessari a renderlo 'legale.' Questo deve essere possibile e fattibile.

Come ho gia' sottolineato non credo molto nell critica dei requisiti restrittivi. I contenuti dei corsi sono estremamente liberi, i titoli dei corsi mi sembrano irrilevanti. Ed in ogni caso mi pare ci sia per molte discipline ampia liberta' di scelta per lo studente; e' sicuramente vero in economia dove dopo il secondo anno i corsi possono essere completamente diversi per due laureati con la stessa laurea in Economia e Commercio.

mi correggo. un corso libero con opzione di diventare legale con corsi aggiuntivi, come suggerivo, apparentemente non e' legale. questo perche' la legalita' richiede che i corsi siano obbligatori.
sono d'accordo con andrea che la liberta' di insegnamento permette di giocare con i titoli. lo facciamo noi a NYU per rispettare i vincoli di accreditamento statale, lo si puo' fare in Italia. Ad esempio, una laurea in economia richiede corsi di economia aziendale, ma ci si puo' insegnare finanza, corporate finance in particolare, o serio accounting (di quello con modelli di asymmetric information).

Infine, apprendo che un comitato regionale costituito dai rettori deve approvare la costituzione di una universita' privata. Questo mi pare vincolo piu' serio, in principio, anche se non mi sono affatto chiari i dettagli. Sara' quello che e' successo a Michele e Aldo con Modica di cui si narra in questo sito.

mi sto convincendo sempre piu' che l'issue del valore legale e' rilevante solo per occupazioni pubbliche e che per quanto una norma sociale lo protegga, non sia cosi' fondamentale come si vuole credere. In altre parole, Andrea mi pare abbia ragione, ma tutte le persone serie che conosco in Italia la pensano diversamente. mah...

che tentiamo di dare una valutazione quantititativa possendendo un solo dato, quindi non c'e' alternativa alla speculazione. Comunque con i titoli dei corsi si gioca alla grande anche in Italia. Io in Econometrica II per esempio ho imparato Teoria dei giochi... #@#$!!! ora mi tolgono la laurea!!

Il cosiddetto "valore legale" è il sarchiapone dell'Università italiana. Serve come campo semantico omnicomprensivo nelle polemiche giornalistiche, ma nessuno lo mai mai definito precisamente - nè, soprattutto, operativamente, cioè dicendo cosa si dovrebbe fare per "eliminarlo" nello specifico dell'ordinamento giuridico italiano.

Ognuno intende qualcosa - ma bisogna essere dei maieuti provetti per capirlo.

RR

 

fantastica citazione il sarchiapone... mi ci voleva 1 risata! :o)

 

Sintomatico dello stato di confusione mentale in cui si trova il BelPaese è il florilegio di scempiaggini che si leggono di questi tempi su questo tema.

Pensate che in un articolo su LaVoce.info un commentatore propone addirittura, per "abolire il valore legale" - beninteso! - di attribuire un valore (evidentemente per legge, o altra norma cogente) a tutte le lauree delle varie Università italiane; e ciò in base a delle classifiche dell'ANVUR: un tot a una laurea di una certa Università, un altro tot a quella di un'altra...

La libertà di pensiero, e di stampa, è garantita - per carità! - ma anche la liberta' di scompisciarsi dalle risate, direi, di fronte a qualcosa che (manco a dirlo, ovviamente) non esiste da nessuna parte del mondo.

Il problema, qui, come ho già avuto modo di scrivere, è che l'avvitamento dei commentatori su questo tema oscura la comprensione dei VERI meccanismi da prendere in considerazione per mettere in campo una solida valutazione della didattica e della ricerca, incluso il disegno delle procedure di autorizzazione, accreditamento e gestione della qualità dell'offerta didattica.

RR

Con tutte le asinate che si leggono di questi tempi, fa senz'altro piacere imbattersi in questa Nota, di 2 professori di diritto, che almeno mettono il discorso su un binario dotato di senso, e si distaccano dal coro di ragli che ha raggiunto un livello simile al gracidìo di uno stagno d'estate.

RR 

Al Gran Bazar in favore del valore illegale, abbiamo avuto la settimana scorsa l'esibizione della Camera dei Deputati, dalla quale sono planati sul tavolo del Governo alcuni Ordini del Giorno, accettati senza passare al voto, eventualmente con una modifica di linguaggio.

Tutta questa ginnastica ideologica per acchiappare un mito. Comunque l'unica cosa seria - nel senso di preoccupante - è proprio il livello di competenza in materia di politiche dell'istruzione dei suddetti deputati. Da affrontare con massicce dosi di training courses, ad esempio sugli Stati Uniti o meglio ancora sul Regno Unito.

RR

 

Vedo che l'ottimo Andrea relaziona sul tema presso lo Studio Patavino. nFA come "blog di lancio"...

Saluti a tutti e specialmente al Lupo (Donà dalle Rose).

RR

Grazie della stima, ma non l'ho capita. Lancio de che?

Intendevo dire che questo articolo qui (sopra) è ormai un classico di riferimento sul tema. Cioè che la gente che cerca qualche informazione sul tema del "valore legale" prima o poi arriva qui (basta solo un google). Che avevi capito?

RR

Non avevo capito niente... e il bello e' che l'articolo era piu' una provocazione che altro. Comunque sono curioso. 

Comunque l'articolo è ben articolato e ben argomentato - come senz'altro sai già per quanto mi riguarda.

Quindi si tratta solo di approfondire qualche aspetto e levigare qualche selce, che' la posizione è corretta al 100%.

RR

si tratta solo di approfondire qualche aspetto e levigare qualche selce, ché la posizione è corretta al 100%

Che sarebbe poi la tua, vero dottò?

Che sarebbe poi la tua, vero dottò?

Pasquino, qui si promuove lo studio critico versus quei Professionisti dell'Ideologia che mangiano sopra il mucchio di fandonie che vengono raccontate sull'argomento in oggetto.

RR 

Qualche giorno fa ad un convegno a Roma la Gelmini ha cercato di smarcarsi (da se stessa) su questo concetto ideologico dicendo che non ci pensa più perchè non vuole risvegliare la pantera che dorme.

E infatti sarebbe ora di svegliare il proprio cervello, innanzitutto.

RR

P.S.: meno male che c'è gente che si guadagna onestamente lo stipendio, come i Proff. Civitarese e Gardini, che scrivono cose sensate. Gli unici.

Seguo a intermittenza la questione dell'abolizione del valore legale del titolo di studio, ma la cosa mi suona male. Cerco di leggere le ragioni di chi è a favore e di chi è contro per cercare di capire qualcosa di più. Faccio però le seguenti considerazioni che nascono dalla valutazione di ciò che è e di ciò che accade in Italia. L'eliminazione del valore legale del titolo di studio equiparerebbe di fatto scuola private e scuole pubbliche. Purtroppo nel nostro paese, salvo (si dice sempre così per pararsi le spalle) alcune rare eccezioni, la scuola privata non è sinonimo di scuola di qualità elevate. Ahimè spesso è un modo per fare 2 anni in uno quando non si era capaci di farne uno in un anno nelle tanto criticate scuola pubbliche. Le scuole private sono un affare, e fin qui potrebbe ancora andare bene se sull'altare del profitto non si immolasse anche la qualità e la serietà. "Il Mercato sarà galantuomo" dicono alcuni e tanti economisti. "La Storia farà giustizia" dico io perchè il Mercato non esiste e non è mai esistito se non sui libri degli economisti teorici. Posso ben dire quanto scrivo oggi: Aprile 2010, dopo quello che è successo e sta succedendo e succederà. La storia del Mercato regolarizzatore è una frottola alimentata da chi ha il potere economico per poter dire: togliamo le regole, basta il Mercato! La realtà dei fatti in Italia è che io vado nella scuola o università privata che mi permette, pagando, di arrivare alla laurea senza sudare. Riporto il seguente link al sito di Larepubblica.it http://www.repubblica.it/scuola/2010/04/02/news/universit_telematica-3078781/index.html?ref=search dove si parla delle università online italiane sorte come funghi negli ultimi anni. Che un medico si sia laureato dando un qualche esame di Patologia medica o un chimico qualcosa di chimica analitica mi sembra il minimo che dite? Le aziende non guardano se ti sei laureato in questa università o nell'altra. Quanti sanno qual'è la qualità dei singoli corsi di laurea nelle università italiane? Esiste una banca dati disponibile (anche a pagamento perchè no) dove poter avere queste informazioni? Io scommetto che i pagatissimi direttori del personale non ci pensano neppure a fare queste verifiche in fase di valutazione di un neolaureato. Io oggi sostengo che l'abolizione del titolo legale è sbagliato, un argomento "Cavallo di Troia" per consentire l'immissione nel Mercato di università che di tale hanno solo il nome. Per questo motivo sono fortemente contrario. Si vuole aumentare la qualità delle università italiane? La ricetta è semplice solo che non la si vuole applicare: meritocrazia dei docenti e soldi agli atenei migliori. Non serve altro. Nonostante la durezza delle mie affermazioni sono però apertissimo a considerare con spirito aperto opinioni diverse dalle mie.    

Caro Marcello,

tra le altre cose, l'abolizione del valore legale del titolo di studio e' funzionale a che laureati di universita' di dubbio livello o laureati di basso livello NON acquisiscano per legge il diritto all'accesso a certe professioni.

Citi la proliferazione di Universita' in Italia esprimendo, giustamente, seri dubbi circa la preparazione che le stesse impartiscono. Il punto e' che nella maggiorparte dei casi queste Universita' sono state riconosciute dallo Stato e i loro titoli hanno valore legale. Il perche' e' ovvio. Il riconoscimento e' a carico di burocrati che obbediscono ad altrettanto ovvie logiche, che poco o nulla hanno a che fare con la verifica della qualita'.

Il mercato, contro cui ti scagli, serve appunto a discriminare tra laureati di vari livelli. Quando dici che i direttori del personale non sanno nulla delle Universita', ti sbagli di grosso. Un mio caro amico, direttore risorse umane di un'azienda con circa seimila dipendenti, mi dice l'esatto contrario. C'e' la massima attenzione alla formazione universitaria.

Il punto fondamentale, comunque, e' un altro. In Italia, nel settore privato i giovani neo-laureati non sono assunti a tempo indeterminato. Le forme contrattuali danno possibilita' alle imprese di discriminare tra gli assunti e assestare il classico calcione nel sedere a coloro che non si mostrano all'altezza.

Vorrei anche cogliere l'occasione per sfatare il mito (per la milionesima volta, su questo sito) che i mercati non vadano regolamentati. Una buona parte degli economisti studiano appunto le circostanze in cui la regolamentazione e' necessaria a ristabilire l'efficienza. Ecco qundi che per certe professioni (tra cui quella di medico) e' necessario che vi siano dei sistemi di certificazione che assicurino ai consumatori e ai datori di lavoro che un individuo abbia certe conoscenze. 

Io lavoro per una business school negli Stati Uniti. Tra l'altro, diamo titoli di Master in Business Administration. Il loro valore dipende dalla performance dei nostri studenti sul mercato del lavoro. Questo ci da' gli incentivi per reclutare i migliori studenti possibile e per metterli nelle migliori condizioni possibile di avere una buona carriera.

Il titolo di studio certifica solamente che, a nostro avviso, lo studente ha buone capacita' intellettuali ed ha superato un numero di esami. Coloro che, tra gli studenti stessi (per esempio) vogliono offire consulenze agli investitori, devono sostenere una batteria di esami offerti dai cosiddetti certifying boards. Per esempio, pssono diventare Chartered Financial Analysts. 

Colgo l'occasione per ringraziare nFA per avermi fornito l'"intuizione" :-) per una mia esclamazione riportata in un post qui sopra del 23 maggio 2007, diventata poi il titolo di un articoletto "noterella" che ho scritto per la rivista dell'USPUR, il sindacato dei professori...

RR

Una breve incursione per segnalare agli interessati che al Senato della Repubblica, Commissione 7a - Istruzione pubblica, beni culturali si sta svolgendo da qualche settimana l'indagine conoscitiva Effetti connessi all'eventuale abolizione del valore legale del diploma di laurea. Segnalo in particolare il Dossier realizzato all'uopo dal Servizio Studi del Senato: Dossier 280. Il valore legale del titolo di studio. Contesto europeo ed elementi di legislazione comparata, che si caratterizza, finalmente, per un discreto livello di correttezza nella trattazione del tema, e per un uso adeguato (seppur imbeccato) delle fonti.

RR 

Aggiungerei come lettura il pezzo dei  Promessi Sposi sulle leggi  contro i bravi nel XVII secolo

Io invece ho trovato molto interessante la lettura di questo articolo recentemente ripubblicato da Internazionale (forse e' un po' off topic - ma non troppo).

Affascinante.

Sapresti mica che cosa si fumi l'autore? Vorrei cominciare ad usarlo anche io ...

Incredibile, investire in capitale umano non è privo di rischio! E chi presta soldi lo fa a fine di lucro! Che dire, sono nauseato! :)

P.S. Ce l'avete una statistichina su unemployment 23-30 per titolo di studio? Perché mi sa che comunque la probabilità di trovare lavoro è piu' alta per un laureato di Harvard con 60K di debito a fine studi...

L'articolo in versione originale, regala perle non da poco (smentite parzialmente da  Dubner ). L'autore parte dal presupposto (in my humble opinion) errato che le tuition fees debbano essere ancorate a tassi inflazionistici generali, ignorando dunque il generale aumento dei costi e del personale nonche' la maggiorazione delle scholarships (dati che suppongo non vengano normalmente computati in quanto relativi ad un rapporto personale tra studente ed Universita'). Quel furbacchione di Harris assume la bolla immobiliare come elemento di paragone e con un passaggio particolarmente delirante riduce ad unum i due fenomeni:

<Today, student debt is an exceptionally punishing kind to have. Not only is it inescapable through bankruptcy, but student loans have no expiration date and collectors can garnish wages, social security payments, and even unemployment benefits. When a borrower defaults and the guaranty agency collects from the federal government, the agency gets a cut of whatever it’s able to recover from then on (even though they have already been compensated for the losses), giving agencies a financial incentive to dog former students to the grave>

Come se la scelta di specializzarsi non fosse comunque frutto dell'assunzione di un rischio da parte dello studente e da parte dell'ente finanziatore, ovviamente in astratto, non escludo ci siano casi patologici di vessazione.
Dati statistici sottolineano l'ammontare abnorme di cazzate (mi si perdoni il francesismo, cit. Michele Boldrin) in quell'articolo.  United States Department of Labor.
Dati ovviamente  prodotti dall'elite giudeo-massone-cattocomunistacristiana.

 

 

Sul fatto generale che investire in "capitale umano" sia un buon investimento, io non ho molti dubbi (ma del resto sono anche in conflitto di interessi).

Il punto dell'articolo mi sembra riguardi il rapporto tra la formazione erogata ed il debito contratto: visto che l'entita' complessiva di tale debito e' considerevole, mi pare una questione interessante.

 

Il primo grafico di questo paper (uno tra i milioni che mostrano la stessa cosa) dovrebbe togliere un bel po' di dubbi sull aconvenienza dello studio almeno negli USA.

Poi sulla rischiositá dell investimento in educazione un paper su AER di qualche annetto fá riportava:

"For the period 1964-1996, we find that the gains from a college (or greater) education per unit of risk are from 5 percent to more than 20 percent greater than from risky financial assets"

Insomma mi sa che investire in educazione conviene anche se guardiamo a momenti secondi della distribuzione.

Questa frase nell'articolo linkato, da sola, chiarisce il pensiero dell'autore:

"Mentre il prezzo delle case si basa su quanto i potenziali acquirenti in competizione tra loro sono disposti a pagare, si presume che il prezzo dell’istruzione universitaria sia legato ai suoi costi (fatta eccezione per le università a scopo di lucro)."

E certo, che mica se sono a scopo di lucro competono sino ad eguagliare il prezzo al costo marginale? No, se si persegue il lucro, allora niente competizione e tutti a goder di rendite. Chiaramente.

Poi anche la tesi secondo cui:

"Se uno studente non paga, l’agenzia di garanzia, anche se è stata rimborsata dal governo federale, ha diritto a riprendersi tutto quello che può (anche se è già stata risarcita per la sua perdita), quindi è incoraggiata a perseguitare gli ex studenti fino alla tomba."

è davvero curiosa. Negli USA uno ripaga il debito al garante, e quest'ultimo ha il diritto di esigere una cifra indefinitamente maggiore dal debitore originario? Che paese di m***a 'sti USA! :)

Quell'articolo si sta diffondendo. Amici che lo leggono e consigliano e ora, ho visto, email multiple da account dell'università su come le riflessioni lì contenute dovrebbero essere conosciute e studiate dalla Gelmini (non chiedetemi cosa c'entri la Gelmini, ma si sa qui si butta tutto in politica...).

Comunque, l'articolo ha avuto e ha vasta eco. Una sua analisi critica potrebbe essere utile, specie se ci sono, come qualcuno ha detto, errori nei dati.

 

Ecco l'email:

"Interessante articolo che dovrebbero leggere anche i consiglieri della
Gelmini.  Soprattutto mette in guardia sulla qualità dell’insegnamento, la
decadenza (numerica) dei docenti e il sopravvento degli amministratori. "

Quell'articolo si sta diffondendo. Amici che lo leggono e consigliano e ora, ho visto, email multiple da account dell'università su come le riflessioni lì contenute dovrebbero essere conosciute e studiate dalla Gelmini (non chiedetemi cosa c'entri la Gelmini, ma si sa qui si butta tutto in politica...).

La Gelmini c'entra nel senso che, se non capisco male, con la riforma il "diritto allo studio" dovrebbe essere imperniato sul prestito d'onore.

In effetti io ho diverse perplessita' su questo meccanismo (trovo piu' efficaci le borse assegnate in base al merito); tuttavia i difetti che io vi vedevo erano diametralmente opposti a quelli presentati nell'articolo: penso che in Italia sia piu' alto il rischio che lo studente (che non viene da famiglia agiata) rinunci ad investire sulla propria formazione piuttosto che ci sia un'eccessiva e sconsiderata corsa all'indebitamento.

Comunque, l'articolo ha avuto e ha vasta eco. Una sua analisi critica potrebbe essere utile, specie se ci sono, come qualcuno ha detto, errori nei dati.

Concordo. Era anche per questo che lo avevo segnalato.

I comunisti arrivano sempre tardi ;-)(seguono 1, 2, 3 e forse altri)

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti