Familismo Amorale: alcune considerazioni sul libro di E.C. Banfield

Il "familismo amorale" è spesso chiamato in causa per spiegare l'arretratezza sociale ed economica del meridione d'Italia. Se n'è discusso molto anche qui su nFA. Il termine è stato coniato da E. C. Banfield, e la tesi che l'arretratezza del meridione sia dovuta al familismo amorale è stata sviluppata nel suo influente libro "Le basi morali di una società arretrata". In estrema sintesi, Banfield sostiene che l'assenza di fermento associativo nel meridione, ed il conseguente sottosviluppo economico, sono da attribuirsi ad un ethos tipico delle popolazioni meridionali, che porterebbe gli individui a perseguire l'interesse immediato della propria famiglia nucleare, senza riguardo alcuno per l'interesse della collettività intera.

Ma è davvero possibile spiegare l'assenza di associativismo sulla base del familismo amorale, così come definito da Banfield? Ed il familismo, è poi così amorale? In questa nota, dopo un breve sommario della tesi di Banfield, faccio due osservazioni superficiali e correlate. Primo, il familismo amorale non è sufficiente a spiegare l'assenza di associativismo. Infatti, numerose associazioni producono un beneficio immediato per i propri membri. Secondo, il familismo amorale è, come regola di comportamento, molto simile al canone che gli scienziati sociali utilizzano per rappresentare sinteticamente il comportamento individuale. Dunque, o gli scienziati sociali sono fuori strada ed ad oggi hanno studiato solamente il meridione, o il familismo non può essere poi così generalmente incompatibile con le mores.

Il principale contributo del libro di Banfield sta, a detta dell'autore, nella formulazione di un'ipotesi che spieghi la differenza nella capacità di organizzarsi in gruppi, a scopo politico o economico, che si riscontra tra gli abitanti del sud d'Italia e quelli di altri luoghi, sia italiani che esteri. La teoria proposta da Banfield è che la mancanza di fermento associativo nel meridione, documentata efficacemente nei primi capitoli del suo libro, sia la conseguenza di un particolare ethos (inteso vagamente come: morale, modo di comportarsi, cultura, etc.) che egli definisce "familismo amorale".

Più precisamente, Banfield ritiene che la principale causa dell'arretratezza sociale (e di conseguenza anche economica) osservata nel 1955 a Montegrano (nome fittizio di un villaggio in provincia di Potenza che costituisce il suo caso studio) sia da mettere in relazione diretta col fatto che tutti i suoi abitanti si comportano come se  - cioè non necessariamente in modo cosciente - la seguente fosse la loro regola:

Maximize the material, short-run advantage of the nuclear family; assume that all others will do likewise. (cap.5 p.83 - edizione Free Press)

Ci sono tre aspetti che vanno evidenziati in questa massima: (i) il fatto che sia massimizzato soltanto il vantaggio della famiglia, e ignorato quello dell'intera società - da questa considerazione viene la formula "familismo amorale", perchè, sostiene Banfield, le persone morali sono quelle che hanno una tendenza ad andare oltre il proprio interesse personale per fare il bene della collettività; (ii), il fatto che l'ottica utilizzata sia quella di breve periodo e non di lungo; ed (iii) il fatto che la famiglia di riferimento sia quella nucleare e non quella estesa.

Questi tre punti costituiscono congiuntamente il familismo amorale. Nel tentativo di spiegarne l'origine Banfield avanza, in uno dei capitoli conclusivi, le seguenti ipotesi. L'amoralità, cioè (i), è dovuta sia ad una lassiva educazione ricevuta dai bambini di Montegrano, che ne enfatizza comportamenti da furbi e non ne reprime atteggiamenti individualistici, sia ad un meccanismo di premio/punizione essenzialmente arbitrario che impedisce (a suo dire) l'interiorizzazione di principi.  La scarsa lungimiranza dei Montegranesi, quindi il punto (ii), sarebbe dovuto all'alto tasso di mortalità. L'enfasi sulla famiglia nucleare, il punto (iii), è considerata da Banfield una conseguenza della scarsità della terra e dell'organizzazione feudale che si è protratta per maggior tempo al sud che al nord. Ma su questi aspetti Banfield non si sofferma a lungo, ed è chiaro che a questo punto non sta facendo altro che sostituire un'ipotesi tutto sommato verificata e falsificabile (la massima di comportamento) con altre ben più nebulose e poco argomentate. Quindi passiamo oltre.

Banfield è spesso vago sull'interpretazione che bisogna dare alla sua regola di comportamento. Si può ipotizzare che Banfield ritenesse l'ethos del familismo amorale, non come una risposta agli incentivi ed ai vincoli presenti (per esempio, la povertà), ma come un principio base del comportamento individuale. Questa mia interpretazione è confermata dal seguente passaggio:

Clearly a change in ethos cannot be brought about by the deliberate choice of the people in Montegrano. It is precisely their inability to act concertedly in the public interest which is the problem. And besides, how can people "choose" a morality? If they could choose it, it is because they already possessed it.

The possibility of planned change depends upon the presence of an "outside" group with the desire and ability to bring it about. If all Italians were amoral familists, no such group would exist. In fact, the political left, the church, and the industry of the north all contain elements wich might inspire and support reform in the south.

Nevertheless, it may be impossible to bring about the changes that are needed. There is no evidence that the ethos of a people can be changed according to plan. It is one thing to engineer consent by the techniques of mass manipulation; to change a people's fundamental view of the world is quite a different thing, perhaps especially if the change is in the direction of a more complicated and demanding morality. (cap.9 p. 156)

Nel capitolo chiave del libro (capitolo 5), sulla base del suo semplice principio riguardante il comportamento individuale, Banfield deriva una serie di conclusioni più macroscopiche, che effettivamente corrispondono a quanto lui osserva a Montegrano. Le riporto tutte (con qualche piccolo taglio) perchè meritano spazio:

1) In a society of amoral familists no one will further the interest of the group or community except as it is to his private advantage to do so.

2) In a society of amoral familists only officials will concern themselves with public affairs, for only they are paid to do so. For a private citizen to take serious interest in a public problem will be regarded as abnormal or even improper.

3) In a society of amoral familists there will be few checks on officials, for checking on officials will be the business of other officials only.

4) In a society of amoral familists, organization (i.e. deliberately concerted action) will be difficult to achieve and maintain. The inducements which lead people to contribute their activity to organizations are to an important degree unselfish and they are often non-material. Moreover it is a condition of successful organization that members have some trust in each other and some loyalty to the organization. In an organization with high morale it is taken for granted that they will make small sacrifices, and perhaps even large ones, for the sake of the organization.

5) In a society of amoral familists office holders, feeling no identification with the purpose of the organization, will not work harder than necessary to keep their places or to earn a promotion. Similarly, professional people and educated people generally will lack a sense of mission or calling. Indeed, official position and special training will be regarded by their possessors as weapons to be used against others for private advantage.

6) In a society of amoral familists the law will be disregarded when there is no reason to fear punishment. Therefore individuals will not enter into agreements which depend upon legal processes for their enforcement unless it is likely that the law will be enforced and unless the cost of securing enforcement will not be so great as to make the undertaking unprofitable.

7) the amoral familist who is an office-holder will take bribes when he can get away with it. But whether he takes bribes or not, it will be assumed by the society of amoral familists that he does.

8) In a society of amoral familists the weak will favor a regime which will maintain order with a strong hand.

9) In a society of amoral familists the claim of any person or institution to be inspired by zeal for public rather than private advantage will be regarded as fraud.

10) In a society of amoral familists there will be no connection between abstract political principle (i.e. ideology) and concrete behavior in the ordinary relationships of every day life.

11) In a society of amoral familists there will be no leaders and no followers. No one will take the initiative in outlining a course of action and persuading others to embark upon it (except as it may be to his private advantage to do so) and, if one did offer leadership the group would refuse it out of distrust.

12) The amoral familist will use his ballot to secure the greatest material gain in the short run. Although he may have decided views as to his long-run interest, his class interest, or the public interest, these will not affect his vote if the family's short run material advantage is in any way involved.

13) The amoral familist will value gains accruing to the community only insofar as he is likely to share them. In fact, he will vote against measures which will halp the community without helping him because, even though his position is unchanged in absolute terms, he considers himself worse off if his neighbors'position changes for the better. [...]

14) In a society of amoral familists the voter will place little confidence in the promises of the parties. He will be apt to use his ballot to pay for favors already received (assuming, of course, that more are in prospect) rather than for favors which are merely promised.

15) In a society of amoral familists it will be assumed that whatever group is in power is self-serving and corrupt.[...] Consequently, the self serving voter will use his ballot to pay the incumbents not for the benefits but for injuries, i.e. he will use it to administer punishment.

16) Despite the willingness of voters to sell their votes there will be no strong or stable political machines in a society of amoral familists.[...]

17) In a society of amoral familists party workers will sell their services to the highest bidders.[...].


E adesso vengo al mio primo punto. È a mio avviso un osservazione molto acuta che l'assenza di fermento organizzativo sia uno dei freni allo sviluppo di Montegrano. Tuttavia, il familismo amorale (vedi sopra la definizione di Banfield) è a mio parere un'ipotesi insufficiente a spiegare l'assenza di fermento associativo.

Infatti, il familismo amorale non spiega perchè non nascano organizzazioni che chiaramente beneficiano tutti gli individui che le formano. Cosa esattamente, nella regola del familismo amorale, impedisce la formazione di organizzazioni per la gestione dei beni pubblici, per la mutua assicurazione, etc.? In particolare, il comportarsi come familisti amorali non impedisce la scrittura di contratti di associazione. Soprattutto in un ambiente dove la legge dello stato è operante (Banfield sottolinea che vi sono pochi crimini commessi a Montegrano) e vi è interazione ripetuta e non anonima tra i Montegranesi.

Detto questo, si noti che sebbene Banfield spesso ricordi che questa cultura del familismo erode alla radice qualsiasi capacità di costruire relazioni ed organizzarsi,  questa affermazione è palesemente ad-hoc e non consegue dalla sua ipotesi base, che quindi rimane incapace di spiegare perchè organizzazioni profittevoli per i propri membri non vengano costituite.

Il mio secondo punto è il seguente. Tutte le 17 implicazioni del familismo amorale sembrano uscire da un libro di testo di economia applicata, derivate sulla base di un ipotesi di razionalità da parte di agenti economici auto-interessati (o interessati al proprio nucleo familiare). Per ognuno di questi 17 punti sarebbe a mio parere possibile indicare un'articolo di applied economic theory che trae conclusioni simili. Non ho il tempo di fare questo esercizio (se qualcuno ha suggerimenti sono benvenuti) e ho quindi preferito organizzare i punti secondo aree tematiche:

Teoria dei gruppi e delle organizzazioni: (1)-(2)-(4)-(8)-(9)-(11)-(13)
Principal-Agent Theory: (3)-(5)-(6)-(7)
Political Economy: (10)-(12)-(14)-(15)-(16)-(17)

Insomma, il quadro che ne emerge a mio avviso è uno nel quale i Montegranesi sono individui che rispondono agli incentivi in modo razionale. Inoltre le loro preferenze sono selfish, e dunque molto standard in economia e social choice. Sebbene siano razionali, i Montegranesi sono considerati amorali da Banfield perchè invece di essere benevolenti e altruisti, si occupano solamente dei propri interessi e di quelli della loro famiglia.

Concludo con una ulteriore riflessione. Per Banfield la moralità è definita (molto ingenuamente) come uno stato d'animo che spinge ad essere generosi in modo disinteressato. Come già osservato, tale generosità non è però per Banfield un codice di comportamento emergente dall'interazione tra individui autointeressati, ma un qualcosa di innato. Inoltre, Banfield ritiene che la moralità rappresenti un collante ancestrale e molto importante affinchè la società civile stia in piedi e funzioni. Infatti afferma che:

Amoral familism is not a normal state of culture. It could not exist for long if there were not an outside agency - the state - to maintain order and in other respect to mitigate its effects. Except for the intervention of the state, the war of all against all would sooner erupt into open violence and the local society would either perish or produce cultural forms - perhaps a religion of great authority - which would be the functional equivalent of the "social contract" philosophers used to write about. Because the larger society has prevented indigenous adaptation of this kind without making possible the full assimilation to itself of the local culture, the Montegrano ethos exists as something transitional, and in some sense, unnatural. (cap.9 pp.155-156)

Lascio da parte la questione se la cultura del sud sia cambiata o meno tra gli anni '50 ed i giorni nostri, ed in che senso il familismo amorale debba essere qualcosa di necessariamente transitorio. Concludo invece osservando: è veramente necessaria la moralità (intesa à la Banfield) affinchè una società non collassi su se stessa? Il mio primo punto già allude ad una risposta negativa. Ma se non bastasse la mia opinione, anche la tradizione inglese cui Banfield stesso si ispira (è chiaro il riferimento ad Hobbes nella precedente citazione, ed è con una di lui citazione che il libro si apre) sembra orientarsi verso una risposta negativa. Come dice Adam Smith, in un passo che è diventato un'icona del pensiero economico:

Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio, che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dal loro rispetto nei confronti del loro stesso interesse. Noi ci rivolgiamo, non alla loro umanità ma al loro amor proprio, e non parliamo loro delle nostre necessità ma della loro convenienza.

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Concordo, chiaramente, con la risposta negativa.  La moralità non risiede nel cercare il bene comune ma nel rispettare le regole.

Ed è in questo rispetto delle regole, o meglio nella sua assenza, che imho vanno cercate le ragioni del familismo amorale.  La stessa incapacità di associarsi non è corretta: c'è gente MOLTO capace di associarsi, solo che per scopi che poco hanno a che fare con le comuni regole del vivere civile.

Il risultato che vediamo all'opera al sud è, sempre imho, semplicemente il risultato di una serie di regole condivise che però non coincidono con le "nostre".  Se dovessi trovare la ragione principale la indicherei nell'assenza totale di qualunque meccanismo teso a evitare la concentrazione di poteri.  Una società di questo tipo assomiglia a una giungla e il familismo (che a questo punto non può essere che amorale perché non è fatto per rispettare le nostre stesse regole) ha successo perché individua dei gruppi che anche in assenza di regole tendono spontaneamente a massimizzare il benessere collettivo e non quello individuale, performando quindi meglio di chi non è inquadrato in un simile gruppo.

Sicuramente approfondirò l'argomento, perchè il fenomeno non mi sembra circoscritto al solo meridione, ma ovunque vi sia una sorta di "isolamento" delle comunità dal resto del mondo.

Sono convinto che molti aspetti del familismo amorale si ritrovino anche in lande sperdute del tirolo, sicuramente alcuni degli atteggiamenti li riconosco nelle zone in cui vivo (appennino tosco-emiliano), magari in maniera meno evidente... 

Grazie per la bella analisi, anche perché spiazza certi usi ambigui della teoria di Banfield, in cui si fa intendere che il sottosviluppo economico del Sud è dovuto al sottosviluppo morale dei meridionali.

Però rimane che l'individualismo dei birrai e dei fornai crea sviluppo solo dove ci sono istituzioni funzionanti - a partire da quelle che assicurano l'enforcement delle leggi, dei diritti di proprietà e delle libertà individuali - e difficilmente nascono istituzioni funzionanti se non c'è qualcuno "concerned with public affairs".

Ed essere "concerned with public affairs" non significa necessariamente essere benevolenti: il principe di Hobbes che crea lo Stato, in accordo con i cittadini, non è un individuo generoso, ma un capo che trova il suo vantaggio personale nel dare alla società una certa organizzazione.

Premessa: io odio i leghisti, rido all'idea della Padania, e mio padre è "terrone". Non voglio offendere nessuno con quanto dirò, però sono convinto che il problema del Meridione sia anche culturale: sono veramente backward, non è un'invenzione di Banfield.

L'evidenza aneddotica è forte: una mia amica abruzzese che chiamò a Roma il comune perché l'illuminazione pubblica non funzionava nella sua via fu sprezzantemente redarguita da una sua compagna di stanza meridionale con un "perché non ti fai i ca$$i tuoi?". Scusate la parolaccia. D'altra parte, non credo minimamente che cambiare cultura possa aiutare, la cultura non è una variabile indipendente.

"Le basi morali di una società arretrata" è nella mia wishlist di Amazon da due o tre anni, ma finora è rimasta lì, insieme a gran parte della "public choice". Le tesi mi sembrano interessanti, se non altro perché cercano di spiegare un problema fondamentale: cultura e istituzioni tendono a rafforzarsi a vicenda in un assetto società arretrato dove nessun individuo ha incentivo a uscire. Comportarsi da "terroni" è cioè una strategia dominante e il risultato sociale è stabile.

Chi cerca di sviluppare il Meridione cambiandone cultura ed educazione dimentica che i meridionali usciti dai "campi di rieducazione alla cooperazione sociale" (brrr... roba da Orwell) torneranno in una società dove per avere lavoro bisogna baciare i piedi al politico e al mafioso di turno. Al massimo torneranno infelici e avranno urgenza di scappar via.

Chi cerca di sviluppare il Meridione cambiandone le istituzioni dimentica che i meridionali probabilmente preferiscono l'egalitarismo all'intraprendenza, il posto fisso alla crescita economica, la tranquilla dipendenza economica dal potere alle incertezze del mercato aperto. Non avendo mai avuto un mercato, non possono facilmente conoscere i benefici della cooperazione sociale. Invece i benefici dell'intrallazzo e della sottomissione sono ben noti a tutti.

Questa è una reazione positiva, con almeno un equilibrio stabile*, quindi. Per risolvere il problema occorre prendere entrambe le corna contemporaneamente, oppure risolverne uno e aspettare che l'altro si risolva da solo nel medio-lungo termine, senza più il supporto dell'altro.

Detto questo, mi lancerei in alcune tesi di cui invece sono però meno convinto.

1) Se i meridionali avessero delle opportunità, la parte migliore di loro la prenderebbe: checché credano i leghisti, non sono antropologicamente diversi, sono cultural-istituzionalmente diversi. L'intraprendente si differenzierebbe dagli altri, diventando "elite naturale" oppure andandosene via, e uscirebbe dal sottosviluppo. Sarebbe da esempio per tutti gli altri, diminuendo i benefici del mantenere una mentalità da sottosviluppo. Il problema è che il meridionale non ha di queste possibilità: ha bisogno dei sindacati per trovare lavoro, o della mafia, o della pubblica amministrazione, ha quindi sempre bisogno di un potente che gli dia un aiuto sotto banco. Anche se ne avesse, il meridionale intraprendente verrebbe minacciato dai mafiosi, combattuto dai sindacati, ostacolato dalla burocrazia, impoverito dalle tasse, e visto con disprezzo dai politici locali e nazionali (che vogliono potere - cioè controllo sulla società, e che quindi non apprezzano l'autonomia).

2) La soluzione "individuale": dare opportunità e vedere come queste influenzano la cultura, si scontra contro la mancanza di capitale sociale. C'è bisogno di stato di diritto, fiducia reciproca, schemi di cooperazione, per poter costruire qualcosa in società: la cooperazione sociale non si impone, si impara: per essere sticky, deve esserecristallizzata nella cultura, nei modi, nelle abitudini, nei valori. Richiede anni. Se questo substrato manca, va in qualche modo prodotto, ma non è più frutto di un'azione individuale (non-cooperativa), ma implica qualche problema di beni pubblici. Se fosse solo un gioco di coordinamento verrebbe fuori da solo, ma il prisoner's dilemma qui è imperante.

3) L'idea che i beni pubblici vadano necessariamente prodotti dal settore pubblico è probabilmente erronea: un bene pubblico ha la caratteristica di non essere producibile in un determinato assetto istituzionale. Ogni assetto istituzionale ha i suoi beni pubblici: in democrazia, ad esempio, l'informazione degli elettori (rational ignorance) è un common. Le tendenze dell'azione politica vanno verso l'accrescimento della dipendenza: l'individuo libero e autonomo viene reso dipendente dalle elargizioni del potente. Il risparmiatore rovinato dalle banche centrali diventa un clientes dell'INPS, il lavoratore a cui i sindacati impediscono di lavorare diventa un dipendente pubblico, il commerciante minacciato dal mafioso diventa un contribuente delle organizzazioni malavitose per avere "protezione" dalle stesse (o da altre). Dati gli incentivi, pensare che il settore pubblico possa essere interessato a sviluppare il Meridione è poco verosimile.

4) Io credo che eliminare le tasse, garantire la cretezza del diritto formale, e liberalizzare il mercato del lavoro siano riforme in grado di dare al singolo individuo la possibilità di staccarsi dal resto del gruppo. Così si indeboliscono sia i mafiosi che i politici, e si aumenta l'autonomia sociale. Questo ha sicuramente conseguenze culturali, come già detto, almeno nel lungo termine. Il problema è capire quando questa spinta è sufficiente, e quanto tempo è necessario.

5) Il "breve termine" è un aspetto fondamentale del problema: i comportamenti opportunistici sono individualmente efficienti nel breve termine, ma non nel lungo. Se una persona ha un orizzonte di lungo termine, ha forti incentivi ad essere cooperativa. Come aumentare l'orizzonte temporale? E' notorio che i politici non ne hanno uno molto lungo: non bisogna aspettarsi nulla da loro. E' anche vero che l'orizzonte temporale dipende dalla struttura dei benefici e dei costi: se i diritti di proprietà sono incerti, un beneficio di lungo termine diventa inappropriabile, e dunque non ha influenza ai margini sulle decisioni attuali.

6) Nell'articolo si dice che il paese arretrato era sufficientemente piccolo da consentire interazioni cooperative non anonime e ripetute. Ma proprio perché è piccolo non può uscire dal sottosviluppo! La divisione del lavoro richiede grandi aree di scambio, non è che l'artigiano con venti clienti può permettersi chissà quale livello di crescita economica. E' la great society che manca, non i rapporti col macellaio.

7) L'assistenzialismo produce il tipo d'uomo che Banfield descrive: lo si è visto in Russia con Breznev (e ancor prima) e in Germania Orientale ancora oggi. Se i risultati dipendono da quanto si baciano i piedi e non da quanto si è intraprendenti, si ottengono persone efficienti nella prima cosa. La cultura qui è influenzata dagli incentivi attraverso un processo di selezione. Il meridionale che può permettersi una vita migliore di quanto dicano le stime (c'è il lavoro nero, ad esempio) attraverso l'economia informale (e spesso illegale) ha pochi interessi a passare ad un tipo di società aperto e basato sulla rule of law. D'altra parte, se si elimina l'assistenzialismo oggi, si ha una crisi di astinenza: meridionali incapaci di badare a sé stessi che non vivono più a spese della "Padania". Alta probabilità di avere un failed state, dunque.

8) L'assistenzialismo incentiva la mafia. Qui serve una teoria del potere politico come strumento per estrarre rendite parassitarie, e quindi mi dilungherei un pochino troppo. Però diciamo che il mafioso di turno che danneggia la società in cui vive non tiene conto di questo costo perché quanto distrugge viene poi pagato dal contribuente "padano", e non dai clientes meridionali del mafioso. Di conseguenza non ci sono incentivi a minimizzare le inefficienze dello sfruttamento politico mafioso. Con lo stesso ragionamento, si scopre che la mancanza di un monopolio della coercizione rende le rendite politiche un common: se non sfrutto il commerciante, ci pensa qualcun altro, dunque bisogna sfruttarlo subito. E il lungo termine va a farsi benedire...

Questo è quello che ho pensato finora sul tema. Non so niente dell'argomento a livello formale, tranne le cose di base tipo Axelrod, Buchanan e Olson, più ovviamente gli austriaci (di recente, Chris Coyne e Peter Leeson della GMU hanno tenuto un bel seminario a NY su questo argomento e io fortunatamente c'ero). E ho un'amica forte su queste cose che sostiene il culturalismo: cambiare cultura porta a cambiare istituzioni. Io sono invece interazionista, e vedo feedback positivi stabili dove preferirei vedere un problema semplice da risolvere.

Lo so, si vede che non faccio distinzione tra stato e mafia. Però non è colpa mia se si comportano in maniera molto simile. L'identità tra stato e legalità che si vuole far passare nel lottare contro la mafia è un equivoco: la legalità è il rule of law, la certezza del diritto, la stabilità della proprietà, la sicurezza dalle truffe, non sostituire la dipendenza dal mafioso dalla dipendenza dal politico. Quella non è legalità se non in un senso formale e legalistico totalmente irrilevante. E' sulla legalità sostanziale che bisogna ragionare: il voto del Parlamento non ha mai reso giusta una legge ingiusta.

* Tesi di cui sono solo parzialmente persuaso: che una società libera dia assetti istituzional-culturali stabili è tutto da vedere. Le persone normalmente preferiscono sicurezza e servitù a libertà ed incertezza. Le ribellioni politiche sono spesso contro gli aumenti dei prezzi sussidiati (l'ultima è il Mozambico), e solo raramente per questioni "formali" come la libertà, lo stato di diritto, la democrazia. Di conseguenza, mentre la società arretrata è stabile sul piano cultura-istituzioni, la società libera non lo è e rischia sempre di autodistruggersi. Basta una minima slippery slopes e si passa da T Jefferson a G W Bush e B H Obama.

Concordo con l'articolo. Magari ho letto superficialmente, ma a me sembra che Banfield dipinga una situazione à la tragedy of the commons, e il tutto sia pensabile come un problema di coordination failure tra agenti razionali piuttosto che col familismo amorale. Il tutto ovviamente in un contesto di incentivi perversi...

Gli pseudomonas fluorescens sono dei batteri che vivono in colonie in acque superficiali.

La maggior parte degli individui di queste coloniesecerne un polimero che permette alla colonia di galleggiare a arrivare più facilemente all'ossigeno. Alcuni non lo fanno, risparmiando in questo modo energia e riproducendosi più rapidamente degli altri. Si può dire che così facendo massimizzino il proprio "profitto" perseguendo solo ed esclusivamente il proprio "interesse" (la trasmissione dei propri geni).

Le colonie dove questi individui che guardano solo proprio interesse prendono il sopravvento, affondano e tutti i batteri muoiono.

Non concordo quindi con l'affermazione di Adam Smith. Le società che prosperano devono avere un certo numero d'individui in grado di trascendere dal proprio interesse di breve periodo, e pensare a quello della collettività (e di conseguenza al proprio di lungo periodo). Non è il caso del sud, ma francamente non è nemmeno il caso dell'italia.

Suggerisco, per liberare il campo da equivoci come quello qui riportato, la lettura di questo libro.

In ogni caso il proprio interesse di breve periodo non ha un trade-off con l'interesse della collettività, ma con il proprio interesse di lungo periodo.  L'interesse della collettività entra in gioco come mezzo per trasferire il mio pay-off da ora a domani.

Adam Smith era a favore della massimizzazione miope? Non ricordo questo sulla theory of moral sentiment (la wealth of nations era troppo noiosa, l'ho lasciata perdere). E' l'assenza di lungimiranza che uccide la cooperazione, non l'egoismo. Chiunque abbia studiato la cooperazione, da Mises ad Axelrod, ha subito capito che una condizione quasi sempre necessaria (non sufficiente) è dare importanza ai benefici di lungo termine, che grazie ai mutual gains from trade sono enormi rispetto ai benefici dei comportamenti opportunistici, quasi tutti di breve termine.

Solo per precisare chi mi riferivo alla frase di Smith riportata nel post e non all'opera di smith in generale.

Non credo che per interesse del birraio, si riferisca ad interesse ad avere una società prospera in modo che molte persone possano comprare la mia birra, ma interesse ad avere ora più profitto possibile. da qui la mia osservazione.

Sbagliate tutti, il breve e lungo periodo non c'entrano niente. Quando vado a comprare la birra e mi accordo col birraio per un prezzo accettabile per entrambi, ne traiamo un vantaggio entrambi (di breve, lungo, medio, qualsiasi periodo, dipende da quanto ci metto a bere la birra). 

La risposta giusta e' che la comunita' di batteri menzionata sopra non ha niente a che fare con il mercato concorrenziale. E' piu' simile ad un dilemma del prigioniero, mi pare (ma con agenti asimmetrici, una parte dei quali particolarmente sfigata mi pare). Insomma, niente di strano. E smith aveva in mente il mercato concorrenziale ovviamente, quando parlava di quella frase.

Sbagliate tutti, il breve e lungo periodo non c'entrano niente.

Beh, proprio niente niente no.  E' vero che è uno scenario simile al dilemma del prigioniero, ma è anche uno scenario che si ripete ciclicamente.

Per esempio, il birraio può avere l'incentivo a "fregarmi" rifilandomi un prodotto scadente che gli consente un profitto maggiore, ma se lo scenario prevede che io compri una birra a settimana il birraio sa che se mi "frega" una volta io non torno più.  In questo senso ha rinunciato a un payoff maggiore nel breve periodo per uno superiore nel lungo.

Questo per dire che un conto è un ragionamento egoista, un altro un ragionamento stupido.  Un egoismo ben gestito può essere socialmente produttivo (nell'esempio, io continuo ad avere birra e il birraio a venderla, e siamo tutti più contenti rispetto a uno scenario in cui io la birra non la bevo e il birraio non la vende).

Riqualifico il mio commento: e' un errore rispondere al commento dicendo che la frase di smith si riferiva al lungo piuttosto che al breve. Il punto e' che l'esempio riportato non si riferisce ad un mercato concorrenziale.

Quanto al lungo e breve, certo che avete ragione, alcuni comportamenti vantaggiosi nel breve sono dannosi nel lungo, (e viceversa). In ogni caso, il dilemma del prigioniero ripetuto ha un sacco di equilibri inefficienti, quindi l'attenzione al lungo periodo non garantisce efficienza. 

Non ho letto il libro, ma mi concentro sull'affermazione secondo la quale

il familismo amorale non spiega perchè non nascano organizzazioni che chiaramente beneficiano tutti gli individui che le formano.

Non nascono, secondo me, per ragioni riassunte nella seconda parte della "regola": l'assunzione che chiunque faccia parte dell'organizzazione provvederà alla massimizzazione del proprio interesse di breve periodo, in particolare chi è preposto alla guida/coordinamento/amministrazione dell'organizzazione.

A meno che non vi sia un soggetto in grado di imporre il rispetto degli accordi, che può essere lo Stato (qua e là potrebbe pure essere presente ... ) o l'organizzazione stessa; in quest'ultimo caso alludo alle forme di criminalità organizzata, che di per sé è incompatibile con fenomeni di "fermento", data la necessità del controllo del proprio territorio.

Per inciso, ho letto da qualche parte (se qualcuno ha informazioni approfondite è il benvenuto) che in Calabria le 'ndrine sono costituite sulla base di un fortissimo legame familiare (inteso in senso stretto).

tu dici:

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Non nascono, secondo me, per ragioni riassunte nella seconda parte della "regola": l'assunzione che chiunque faccia parte dell'organizzazione provvederà alla massimizzazione del proprio interesse di breve periodo, in particolare chi è preposto alla guida/coordinamento/amministrazione dell'organizzazione.

A meno che non vi sia un soggetto in grado di imporre il rispetto degli accordi, che può essere lo Stato (qua e là potrebbe pure essere presente ... ) o l'organizzazione stessa; in quest'ultimo caso alludo alle forme di criminalità organizzata, che di per sé è incompatibile con fenomeni di "fermento", data la necessità del controllo del proprio territorio.

========

la prima e la seconda parte della regola descrivono un equilibrio (secondo me male interpretato da Banfield). definiscono la strategia di ogni individuo ed i rational beliefs che ognuno ha sulla strategia degli altri.

anche in un ambiente dove l'equilibrio è quello descritto, è possibile che vi siano in place organizzazioni funzionanti. questo avviene se gli incentivi sono ben specificati. io dico che vi sono tre gradi. primo in presenza di enforcement dei contratti (cosa che non sembra assente a Montegrano, visto che lo Stato è comunque una presenza incombente sui Montegranesi) è possibile rilassare i vincoli dati dalla regola in modo notevole.  secondo, anche in assenza di enforcement devices, l'interazione ripetuta anche con monitoring parziale può fare si che gli individui compiano azioni cooperative che non compierebbero nel caso base di una interazione one-shot. terzo, anche in un gioco one-shot la convergenza degli interessi, seppur individuale, conduce gli individui ad accordi impliciti di collabarazione (vedi giochi di cheap talk).

mmm...mi rendo conto di essere stato un pò tecnico...ma spero si capisca in che senso anche in presenza di agenti autointeressati lo scope per realizzare comportamenti cooperativi è molto ampio.

io dico che vi sono tre gradi. primo in presenza di enforcement dei contratti (cosa che non sembra assente a Montegrano, visto che lo Stato è comunque una presenza incombente sui Montegranesi)

Proprio sicuro? perché invece una inadeguata presenza dello Stato è coerente con le conseguenze della "regola" (pubblici ufficiali non proprio zelanti ...), nonché con l'osservazione empirica, in particolare con riferimento al costo ed alla durata del contenzioso civile.

secondo, anche in assenza di enforcement devices, l'interazione ripetuta anche con monitoring parziale può fare si che gli individui compiano azioni cooperative che non compierebbero nel caso base di una interazione one-shot.

Confesso la mia ignoranza e domando sa le interazioni ripetute non esulino dalla massimizzazione di breve periodo che B. assume. Inoltre, noto che nei commenti si parla sempre più spesso di atteggiamenti cooperativi tout court, mentre in partenza mi pare si parlasse di forme associative.

Come noto nell'articolo è Banfield stesso a confermare che a Montegrano lo Stato era presente e la criminalità non più diffusa che nel resto d'Italia. Comunque il tuo punto è fair. Sicuramente la capacità di enforcement dei contratti era carente a Montegrano, ma probabilmente non in misura maggiore che nel resto d'Italia.

anche il tuo secondo punto è corretto. è vero che le interazioni di lungo periodo esulerebbero dalla regola. tuttavia il sostenimento di un equilibrio cooperativo dipende non solo dall'orizzonte temporale ma anche dalla frequenza delle interazioni.

 

 

@ Marco M - la tua ipotesi sulla mini-maximizzazione del potere è interessate. comunque si tratterebbe di una proprietà emergente del sistema. 

anch'io come ho già scritto in altri commenti ad altri articoli, penso che il problema sia quello di una molteplicità di equilibri.

@ MN - tu dici

Però rimane che l'individualismo dei birrai e dei fornai crea sviluppo solo dove ci sono istituzioni funzionanti - a partire da quelle che assicurano l'enforcement delle leggi, dei diritti di proprietà e delle libertà individuali - e difficilmente nascono istituzioni funzionanti se non c'è qualcuno "concerned with public affairs".

io riverserei la casualità in quello che dici. istituzioni funzionanti possono essere solo quelle che tengono conto che il birraio fa il suo interesse. queste istituzioni sorgono anch'esse perchè è nell'interesse del birraio e del macellaio farle sorgere.

@ Pietro Monsurrò - dici troppe cose e non ho tempo di commentarle. credo invece (se capisco bene) che ci sia una contraddizione nelle tue due affermazioni:

Comportarsi da "terroni" è cioè una strategia dominante e il risultato sociale è stabile.

Chi cerca di sviluppare il Meridione cambiandone cultura ed educazione dimentica che i meridionali usciti dai "campi di rieducazione alla cooperazione sociale" (brrr... roba da Orwell) torneranno in una società dove per avere lavoro bisogna baciare i piedi al politico e al mafioso di turno. Al massimo torneranno infelici e avranno urgenza di scappar via.

insomma...o i meridionali si comportano come si comportano perchè è il meglio per loro, e allora spostasti in un'altra società si comportano diversamente, ovvero i loro comportamente sono sub-ottimali e radicati, e quindi indipendenti dalla società in cui si trovano.

@ gabriele paolacci - in effetti quello che Banfield osserva è proprio la tragedy of commons, inteso come mancanza di associazioni che correggono i market failures. Però poi passa a spiegare la mancanza di associazioni con un principio (quello della massimizzazione del benessere individuale) che a mio avviso non è sufficiente. anche in un contesto di agenti autointeressati la tragedy of commons può essere evitate grazie ai contratti di associazione. perchè questi non sono presenti a Montegrano? Questa è la domanda.

@ spike - tu dici

Le società che prosperano devono avere un certo numero d'individui in grado di trascendere dal proprio interesse di breve periodo, e pensare a quello della collettività (e di conseguenza al proprio di lungo periodo). Non è il caso del sud, ma francamente non è nemmeno il caso dell'italia.

Io non saprei fare un discorso su società vincenti vs perdenti. Non ho abbastanza conoscenza storica, nè saprei su quale criteri basare l'analisi. Se però un interesse individuale può essere definito (anche qui la cosa si complica quando parliamo di storia), allora per definizione mi sembra più stabile una società fondata sul fatto che il comportamento cooperativo è il risultato di un ambiente in cui tutti gli agenti non stanno facendo qualcosa di sub-ottimale. Adam Smith credo prendesse come un dato che il macellaio tende a fare i suoi interessi piuttosto che quelli del panettiere....

la tragedy of commons può essere evitate grazie ai contratti di associazione. perchè questi non sono presenti a Montegrano? Questa è la domanda.

Chi farebbe rispettare i contratti di associazione violati? Il punto è quello. Chi ha interesse a creare un'istituzione che faccia da garante? Questa hai dei costi che, per il singolo individuo, non è razionale sostenere se lo fanno già altri. Non era questo il problema di Hobbes? Spiegare la genesi di istituzioni a partire dal solo interesse individuale è difficile se non impossibile, assomiglia al tentativo di sollevarsi tirandosi per i capelli. La soluzione culturalista non è più convicente perché sposta il problema più all'indietro senza trovarne l'origine. Però gli individui nascono in un mondo dove le istituzioni e la cultura esistono già, dunque è facile che si riproducano schemi di comportamento pre-esistenti. Il problema è capire se e come questi si modifichino, andando poi a incidere sulla forma istituzionale che li regola.

credo che tu stia sbagliando. vedi la mia risposta ad un mio commento precedente. le istituzioni possono nascere e nascono anche quando ognuno fa il suo interesse. per esempio. io e il vicino possiamo accordarci per non pascolare per troppo tempo le mucche nel campo comune. se entrambi abbiamo possibilità di monitararci a vicenda, e siamo implicitamente d'accordo che se qualcuno sgarra non c'è più alcun accordo, allora a entrambi conviene rispettare l'accordo, se l'interazione è sufficientemente lunga, anche in assenza di enforcement devices.

in effetti una delle lezioni principali della game theory è proprio che la cooperazione è possibile anche tra individui autointeressati...

 

Già. E nella pratica (anche se non l'ho mai letta, e anche se mi pare si vada lontano dal punto di fondo), la Ostrom non ha vinto il Nobel proprio per aver mostrato cose simili in the field?

La Ostrom ha vinto il Nobel mostrando che, sì, gli individui possono governare i commons (in senso lato) anche senza l'aiuto dello Stato, ma (1) non sempre, (2) e con soluzioni che attingono al controllo sociale, alla cultura, al contatto personale faccia a faccia, e non semplicemente con contratti à la Coase. Sperare che le istituzioni nascano da sole dalla libera interazione fra puri uomini economici è abbastanza eroico e, comunque, se gli abitanti del paesino lucano erano uomini (e donne) di questo tipo, le istituzioni avrebbero dovuto produrle, no?

Certo, certo, gli incentivi servono. Anche sostenere che degli uomini "generosi" (o "morali") non ne abbiano bisogno é abbastanza eroico...

le istituzioni possono nascere e nascono anche quando ognuno fa il suo interesse(...) in effetti una delle lezioni principali della game theory è proprio che la cooperazione è possibile anche tra individui autointeressati...

Dalla teoria alla pratica con un esempio estremo: mafia, 'ndrangheta e camorra sono formate da individui estremamenti autointeressati e come "istituzioni" sembrano funzionare abbastanza (purtroppo).

BISOGNEREBBE CHIEDERSI COME MAI FUNZIONINO COSI' BENE, E QUALE E' IL BRODO DI COLTURA NEL QUALE CI SGUAZZANO DENTRO

certo, se intendi per istituzione l'accordo tra due persone allora ok. Ma non è esattamente quella un'istituzione. Il mercato ad esempio è un'istituzione, con le sue leggi (il diritto privato), le autorità garanti, ecc. e tutti gli annessi che ne consentono il funzionamento regolare e regolato.

Che la cooperazione sia possibile tra individui auto-interessati non mi stupisce più di tanto, proprio nelle situazioni che hai citato, dove c'è reciproco controllo e chi sgarra ne subisce automaticamente le conseguenze. Ma se per punire lo sgarro devo ricorrere a un terzo (l'istituzione appunto)? Come fanno due (o più, molti di più) individui auto-interessati ad accordarsi per delegare a un terzo il potere di punire gli sgarri?

@ Pietro Monsurrò - dici troppe cose e non ho tempo di commentarle. credo invece (se capisco bene) che ci sia una contraddizione nelle tue due affermazioni:

Comportarsi da "terroni" è cioè una strategia dominante e il risultato sociale è stabile.

Chi cerca di sviluppare il Meridione cambiandone cultura ed educazione dimentica che i meridionali usciti dai "campi di rieducazione alla cooperazione sociale" (brrr... roba da Orwell) torneranno in una società dove per avere lavoro bisogna baciare i piedi al politico e al mafioso di turno. Al massimo torneranno infelici e avranno urgenza di scappar via.

insomma...o i meridionali si comportano come si comportano perchè è il meglio per loro, e allora spostasti in un'altra società si comportano diversamente, ovvero i loro comportamente sono sub-ottimali e radicati, e quindi indipendenti dalla società in cui si trovano.

Non vedo la contraddizione. Probabilmente lei ha interpretato la cultura come una strategia in stile teoria dei giochi, che si può scegliere ad libitum. Per me no, la cultura non si sceglie, si impara, e la cosa richiede anni e anni. Se non altro perché ha poco di formale e molto di informale, legato a norme di comportamento, aspettative, abitudini.

Siccome la cultura rafforza l'assetto istituzionale, e siccome è anche vero il viceversa, il risultato finale è robusto: l'assetto istituzionale rafforza le caratteristiche culturali, che difendono a loro volta le istituzioni, eccetera.

Il meridionale intraprendente che si trasferisce al Nord ovviamente potrà comportarsi come chiunque altro, non è certo condannato a vivere in maniera arretrata da tare genetiche: dovrà imparare qualcosa di nuovo per riadattarsi, visto che l'ambiente sociale in cui ha vissuto probabilmente lo ha influenzato in maniera abbastanza persistente. Però o per caratteristiche individuali o perché si abitua a vivere in una situazione diversa, ovviamente si riadatterà alla nuova situazione.

Il problema è rimanere a casa: una cosa è vivere in una società già funzionante e impararne le regole, e un'altra è cambiare la struttura sociale e la cultura di una società per renderla meno arretrata. Questo va al di là del potere del singolo agente.

Quello che non si può fare, ad esempio, è abituarlo a vivere in una società avanzata, farlo tornare a casa, e sperare che continui a comportarsi come se vivesse in una società avanzata. Imparerebbe presto che per vivere nell'assetto istituzionale arretrato dovrà tornare ai principi di comportamento precedente.

Non so se l'approccio che propongo è attribuibile a Banfield, tuttavia credo che una delle determinanti principali del mancato sviluppo associativo e dello scarso rispetto delle istituzioni sia una logica del tipo:

privatizzazione dell'utile+socializzazione delle perdite"

non mi conviene associarmi perchè mi è possibile trattenere per me (e per la mia famiglia) i guadagni e scaricare sulla collettività i costi. Uno spreco di soldi del Comune, renderà tutti un pò più poveri, però per me è conveniente se intasco io i proventi dello spreco e mi accollo solo una minima quota del costo.

Quindi la storia del macellaio è sacrosanta, tuttavia funziona finchè a nessuno è consentito scaricare sugli altri una parte dei propri costi. Se alcuni o molti possono farlo, allora i costi gravanti sulla collettività crescono a dismisura e alcuni cercheranno di sottrarsi a questo onere. 

Se pensiamo a un insieme di persone in cui esistono furbi che possono scaricare costi sulla collettività, altri furbi che in parte possono sottrarsi ai costi gravanti sulla collettività avremo un sistema che non può rimanere in piedi a meno che non intervengano trasferimenti dall'esterno (vi ricorda qualcosa?) oppure non sia possibile indebitarsi, ad esempio verso le generazioni future (vi ricorda qualche altra cosa?). Ovviamente condizione necessaria è che i furbi siano in numero inferiore ad una certa % (o le furbate sotto una certa  soglia in valore che è fa lo stesso).

"Sebbene siano razionali, i Montegranesi sono considerati amorali da Banfield perchè invece di essere benevolenti e altruisti, si occupano solamente dei propri interessi e di quelli della loro famiglia"

Invece il capitalismo liberista di matrice anglosassone si basa sull'assunto che le persone siano altruiste e generose con tutti.

Francamente non comprendo l'esumazione del "libro zombie" classista ed una sua accurata analisi; inoltre fatico a capire la ratio dell'approccio "negativo" di Banfield: invece di studiare i motivi per cui in Italia si svilupparono forme di associazionismo e mutuo soccorso contandino e operaio (http://it.wikipedia.org/wiki/Societ%C3%A0_di_mutuo_soccorso) studia perchè non nacquero in Basilicata. Non so perchè accade ma vi spiego perchè a Montegrano non è successo. Scientifico...

il libro l'ho letto perchè se ne era parlato molto qui su NFA. Sono d'accordo con le carenze dell'analisi. Il mio pezzo cerca di enfatizzare proprio le carenze. Ma va dato atto che si sta parlando di un libro del 1955. 

Ho letto con attenzione tutti post e mi chiedo quanti di Voi sono nati , vissuti e lavorino a Sud? Elaborare analisi sul "familismo amorale" non è così facile come si pensi. Premesso che il procurare benessere immediato al proprio nucleo familiare fregandosene degli altri è una cosa comune anche al Nord(Italia e Nord Europa), lo stesso dicasi per le tesi di Adam Smith. Quindi come possiamo individuare i motivi per i quali il Sud non è in grado di creare "capitale sociale"? . faccio un esempio: Emilia Romagna/Calabria. Perchè l'Emilia è una fra le prime regioni d'Europa mentre la Calabria è fra le ultime, eppure le condizioni economiche delle due regioni alla fine dell'800 erano molto vicine. Secondo voi è stato il decorso degli avvenimenti storico sociali dal 500 ad oggi, nelle diverse aree geografiche italiane, a fare la differenza o il dualismo Nord/Sud è dovuto ad altre cause?

P.S Il Comune di Montegrano si trova in Basilicata prov. di PZ

grazie per la correzione...devo aver scambiato Potenza con Cosenza...

Su nFA abbiamo parlato di "familismo amorale" laddove si avvantaggiano individui appartenenti alla propria cerchia/tribù/clan/famiglia a scapito di individui più meritevoli, ma non appartenenti a uno dei nuclei di cui prima.

Dal riassunto del libro, che leggo nel post, non c'è traccia di questo "vantaggio competitivo", anzi non c'è nemmeno traccia di una seria analisi sociologica, visto che un ipotetico paesino è preso a spunto di una situazione, quella meridionale, che ha sfaccettature molto complesse.

Ancora, l'analisi risalirebbe al 1955, quando il problema di buona parte degli italiani era cosa mangiare il giorno dopo, figurarsi darsi una morale.

Le cause del mancato sviluppo del Meridione sono tutte nelle classi dirigenti meridionali, e in una borghesia meridionale che non ha mai voluto farsi imprenditrice, ma ha preferito le rendite parassitarie.

Una analisi approfondita riporta ai moti napoletani del 1799, quando le allora nascenti elites "illuminate" furono letteralmente spazzate via (si perse un'intera generazione di filosofi, medici, avvocati, ingegneri) dal rigurgito sanfedista e reazionario. E' da allora che l'orologio del Sud si è fermato, una unione non riuscita con il resto d'Italia ha allargato la frittata.

Con tutto il rispetto per Banfield, non mi sembra la sua una delle migliori analisi viste in giro.

A mio avviso è vero in parte, le elites meridionali hanno avuto tempo sufficiente  per riorganizzarsi, il decennio francese purtroppo, a parte le riforme importanti, non è servito , poco è stato il tempo per agire, a creare una borgesia laboriosa e non rentier

non sarei così netto nel giudizio. comunque l'analisi contiene tanti spunti interessanta. Rilevare la mancanza di associazioni, e l'impatto che consegue sullo sviluppo economico, credo sia una ottima osservazione. Come noto, la spiegazione fornita non credo sia efficace, anche se il metodo di analisi è valido. Siamo nel 1955 e ancora la teoria dei giochi non era stata introdotta pienamente nelle scienze sociali. Banfield mi pare faccia uno sforzo valido per microfondare alcuni comportamenti macro.

concordo sulle responsabilità delle elites meridionali. Anche Levi lo notava nel suo libro.

Credo che il limite principale risieda nel campione non statisticamente significativo utilizzato per derivare la teoria.

In pratica, mi par di capire che Banfield assuma il comportamento degli abitanti di un piccolo paesino lucano a paradigma del comportamento di milioni di meridionali, il che francamente mi pare inconsistente.

Il sud Italia è tutto tranne che omogeneo. Parlando per esempio del luogo dove sono nato e dove ho vissuto per 28 anni -  la Puglia - c'è molto poco in comune, nel modo di vivere, lavorare, pensare e sentire i rapporti sociali, tra  un abitante di Bari e, per esempio, uno di un piccolo paese della provincia di Lecce, così come tra un barese e un napoletano o un palermitano.

Del resto, nessuno si sognerebbe di "interpretare" tutto il nord Italia attuale, partendo dall'analisi del comportamento degli abitanti di un paesino della val Brembana negli anni 50.

in realtà quello di Montegrano è solo un caso studio. Banfield vede il suo contributo maggiore nella formulazione di una teoria.

Non oso pensare cosa scriverebbe Banfield se, invece che a Montegrano, svolgeva la sua analisi a Scampia nel 2010.

Con il suo metodo avrebbe concluso che :

1. Le associazioni esistono, e sono talmente forti che non se ne esce più.

2. Le associazioni sono rivali fra loro per la conquista del mercato, quindi le regole del mercato sono accettate e ben inculcate all'interno delle associazioni.

3. Le associazioni prosperano, ma per alcuni, marginali, incidenti sul lavoro, non si riescono a espandere come vorrebbero.

Cio' che è ignorato dai molti che utilizzano l'espressione "familismo amorale" è che Banfield non studia la società italiana, ma una particolare comunità rurale, e che il suo "familismo" si riferisce alla "famiglia nucleare". Manca la collaborazione della famiglia estesa, almeno fino ai genitori (nonni) ed i fratelli, che è così importante nella società italiana e specialmente nella società borghese e piccolo borghese. Quando all'inizio degli anni sessanta lessi per la prima volta il lbro di Banfield lo trovai "sbagliato" perché non rifletteva affatto la mia esperienza della società italiana, nella quale prevaleva l'associazionismo naturale determinata dalla famiglia estesa fino ai lontani cugini, con il complemento, quasi inevitabile a Roma dello "zio Monsignore". Naturalmente la mia esperienza di piccolo borghese romano degli anni cinquanta era molto distante dalla società descritta da Banfield. Piano piano ho rivalutato Banfield, ma non chi lo cita a sproposito, anche perché le comunità come quella descritta da Banfield non esistono più . Tuttavia nche la famiglia nucleare che lavora per sé contro tutti ha avuto un peso, a mio parere, nello sviluppo successivo della società italiana. E' il caso della collaborazione tra moglie e marito nella piccola imprenditoria che a Roma prende la forma di un coniuge impiegato pubblico (più o meno assenteista, e al più presto pensionato) e l'altro impegnato a mandare avanti la bottega. 

Certo, sotto certe condizioni il gioco del prigioniero in versione evolutiva potrebbe produrre equilibri efficienti, anche tra individui ragionevoli ed egoisti.

Ma il gioco giocato dal meridione per secoli è un "gioco" molto particolare, e qui bisogna spostarsi in ambito storico.

Dominati per secoli dallo straniero e da un potere percepito come ostile (ed effettivamente tale). La chiusura nell' omertoso familismo amorale in questi casi puo' essere un' ottima strategia.

Sussidiati in modo esogeno a pioggia per mezzo secolo e passa. L' accaparratore di risorse non prodotte ma trasferite diventa vincente. Anche in questi casi la strategia del familismo amorale è un buon candidato.

Oltretutto questo familismo amorale non era poi così ristretto e soffocante: le capillari organizzazioni criminali del sud, con i loro codici sociali tanto sofisticati, stupirebbero la Olson, altro che balle.

Detto questo, vista la nostra povera razionalità limitata, non possiamo pretendere che dall' oggi al domani... aspettiamo fiduciosi e cerchiamo piuttosto di farli giocare giusto, magari riducendo e indirizzando meglio i sussidi di cui sopra. Il federalismo è un' ottima occasione.

La regola comportamentale descritta da Banfield

Maximize the material, short-run advantage of the nuclear family; assume that all others will do likewise. 

mi sembra ricalchi quella del primo teorema dell'economia del benessere, che dovrebbe garantire una soluzione Pareto-ottimale (o sbaglio?).

Gli esiti della regola però sono disastrosi per Montegrano. Questo mi fa riflettere sul fatto che a volte, la supina accettazione di alcuni risultati economici può essere veramente fuorviante. Molto spesso le condizioni al contorno (ad esempio capacità dell'enforcement dei contratti, rispetto delle leggi), che a volte restano nello sfondo in queste discussioni, finiscono per essere determinanti per il risultato finale, molto più delle regole comportamentali stesse.

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