Libri deludenti

Alla ricerca di qualcosa di nuovo si finisce per leggere un po' di tutto e, spesso, capita di perdere il proprio tempo. Alcuni libri, però, sono più deludenti di altri.

Lo sono perché, sia per il nome dell'autore, sia perché te l'ha consigliato l'amico, sia perché ne parla la rivista di cui ti fidi, sia per il tema, sia per quel che sia, avevi inizato a leggerli con la speranza d'apprendere qualcosa che non sapevi o di scoprire un ragionamento che potesse, allo stesso tempo, convincerti e sorprenderti.

Quando nulla di tutto questo accade, rimani deluso e vorresti richiedere indietro sia i soldi che il tempo buttato. Siccome entrambi i rimborsi sono impossibili, ti consoli rendendo pubblica la tua delusione.

So benissimo che, menzionandoli qui, finirò per guadagnar loro qualche addizionale lettore (la curiosità, si sà, segue percorsi contorti) però, davvero, io vi consiglierei di lasciar stare: tempo perso - e per questo, in puro stile behavioral-paternalista, niente links. Li avevo messi e li ho tolti!

Living in the End Times, di Slavoj Zizek. Un altro cretino spreca 400 densissime pagine per spiegarci che siamo arrivati alla fine dei tempi (capitalistici, whatever that means, che non lo sa neanche lui). Dopo, ovviamente, grazie all'eterna critica dell'eterna economia politica (santiddio la mancanza di creatività di questi filosofi da osteria) arriverà il comunismo dei cyber punk e di non ho capito bene quale storiella kafkiana ... insomma, Toni Negri ribollito in salsa slovena (e cattedra a Londra). Una delle cose più patetiche che abbia letto in svariati anni (fa sembrare Empire un libro originale, tanto per dire) mi ha impressionato ancor di più per due ragioni. SZ sembra essere considerato un emergente nel giro "buono" ed ho provato a leggere le sue cazzate mentre terminavo di leggere le riflessioni che Judt andava pubblicando sulla New York Review of Books (ora raccolte in volume, e questo il link lo merita). La mia boxer deve aver percepito che quell'ammasso di carta non era un libro e se l'è praticamente mangiucchiato tutto, il che mi ha tolto l'ultima incertezza.  Ho gettato ciò che ne rimaneva in pattumiera.

La lunga accumulazione originaria, di D. Sacchetto ed M. Tomba. No, non passo il tempo a leggere solo troiate paleo-marxiste. Semplicemente, quest'estate, avevo sperato di trovare qualcosa d'interessante (così mi era stato detto) in questi "nuovi pensatori" ed ho dato un'occhiata ad un po' di ciò che veniva raccomandato. Qui siamo alla crisi isterica, il contenuto analitico è nullo. Però permette di capire come si riproducano le scuole di pensiero: per concessione di cattedra all'interno dell'università. Essendo l'università italiana il mostro baronale che è, nelle facoltà di sociologia, scienze politiche ed affini italiane la fanno da padroni gli emuli oramai semianalfabeti di Toni Negri, Ferruccio Gambino e via elencando. E si capisce dove e perché nascano cose come il movimento 29 Aprile ... e di perché Bossi e Berlusconi vincerebbero anche se quest'ultimo diventasse Rasputin ed il primo ancor più mona di quanto già non sia, per improbabile che possa sembrare.

L'invenzione dell'economia, di Serge Latouche. Ha già detto Andrea di costui ed ha già detto anche troppo. È stata un'esperienza rivelatrice, però: ho visto, da dentro, come si diventa, scegliendo coscientemente di farlo, un cattivo maestro ed un fenomeno di massa. Fra Berlusconi e Latouche non v'è alcuna differenza ... Sono entrambi figli dell'informazione televisiva e del talk show tuttologico ma, soprattutto, sono figli della tendenza, istintiva in ognuno di noi, di credere che le nostre fantasie ed i nostri desideri riguardo al mondo corrispondano a realtà e financo a verità scientifiche. Ora mi verrebbe un commento comparativo con l'opera di Levitt, ma ve lo risparmio ...

What Darwin Got Wrong, di Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini. Apparentemente Darwin, quello dell'evoluzione della specie, ha fatto un grave errore logico. Così grave che la teoria che gli si attribuisce (quella della selezione naturale) si riduce ad una tautologia. Ora - lasciando di lato il fatto che non è necessariamente così male che una teoria di tipo assiomatico sia tautologica - devo ammettere che dopo aver letto due volte il libro non ho capito il punto. L'ho letto due volte perché Fodor e Piattelli-Palmarini non sono esattamente due sprovveduti, quindi ho assunto d'essere io il denso. E probabilmente lo sono, perché continuo a non intendere dove sia l'errore fatale che distruggerebbe l'intero programma darwiniano. Ai lettori l'ultima parola. Avviso ai naviganti: il libro è scritto, intenzionalmente, per intimidire. Non lasciate che succeda, secondo me è tutta fuffa.

Natural Experiments of History, edited by Jared Diamond e James Robinson. Ai non specialisti la notizia forse non è ancora arrivata ma, a partire da una quindicina d'anni fa, la moda sempre più dominante nelle scienze sociali, ed in economia in particolare, è quella dell'esperimento naturale. L'idea, altisonante, è che mentre gli scienziati naturali hanno i loro laboratori artificiali dove giocano con la natura, noi abbiamo il laboratorio della storia dove la natura ha giocato con noi, generandoci esperimenti controllati. Il linguaggio è para-scientifico: ci sono gli "ambienti", le "condizioni iniziali", i "trattamenti", i "controlli", le "perturbazioni" e tutto il resto che fa tanto fisica o biologia. L'apparato "scientifico" così definito permetterebbe, attraverso una serie di tecniche statistiche di tipo divinatorio la cui utilizzazione è strettamente riservata agli iniziati, di stabilire relazioni causali che "spiegano" particolari fatti storici. La realtà è molto più prosaica, come i sette capitoli di questo libro provano: storia per dilettanti e chiacchiere in libertà, ma tutte rigorosamente "in linea" con i tempi (chi ha orecchie per intendere intenda, gli altri in roulotte). Il libro è corredato da un "afterword" dove i due editori ci offrono anche un piccolo manuale di come si fanno (bene) gli esperimenti naturali e si diventa veri scienziati sociali, come loro. Penoso.

Per una sinistra pensante, di Salvatore Biasco. Dal moroso di Valeria Termini è arrivato, quasi due anni fa ma io l'ho letto solo l'estate scorsa perché me l'ha passato un amico chiedendomi cosa ne pensassi, questo interessante esempio di "ossimoro a causa dell'autore". Una cosa comica, involontariamente ma terribilmente comica. L'ignoranza dell'uomo sembra proporzionale solo alla sua arroganza ed alla plasticità carrieristica della sua "compagna". Poi ci stupiamo che questi non riescano ad avere nulla da dire persino di fronte ad uno come BS! Nulla di cui stupirsi, se quelli che "pensano" sono come Biasco ...

Sud, di Marcello Veneziani. Gli effetti deleteri del liceo classico sul funzionamento della mente umana perdurano nel tempo e sono visibili anche dopo decenni. Triste ma vero, come prova questo libro. Un libro d'una tale banalità da sembrare una sequenza di compiti d'italiano scritti dal secchione (fascista) della classe durante la quinta liceo. Classico, ovviamente.

Mezzogiorno a tradimento, di Gianfranco Viesti. Ossia perché la sinistra non ha capito un cazzo della questione settentrionale (sì, ho scritto "settentrionale"), cedendo quindi il paese a BS e Lega. Un libro orrendo, lamentoso, tecnicamente patetico, ripieno di errori sia logici, che statistici, che economici. La cosa tragica è che l'autore, mi dicono, è uno dei "tecnici" del PD per il mezzogiorno. Sembra anche sia professore ordinario di economia. A me, leggendo il libro, non è sembrato.

Dialogo a Nordest, di Gianni De Michelis e Maurizio Sacconi. Il capobanda ed il suo bracciodestro conversano, con il Devoto-Oli sottomano, sul futuro dell'Italia e dell'universo. Spassoso davvero, va letto. È che questi due pagliacci si danno così dei toni da grande statista (quello con i capelli unti) e da intellettuale (quello con la mascagna corta) che viene da scompisciarsi. Fra "sfida dei container", asse "Berlusconi, Putin, Mubarak, Gheddafi", "primum vivere" (rivisitato: solita troiata dell'Italia che non ha avuto la crisi) e "cristianesimo triveneto riscoperto", il libro è una miniera inesauribile di troiate.

Donne e uomini, di Raffaela Rumiati. L'ho comprato perché, scendendo con mia moglie in auto dalla montagna a fine agosto 2010, ho sentito la signora Rumiati parlare alla radio durante una, lunghissima intervista che ci ha accompagnato da Staulanza a Longarone. Non riuscendo a credere avesse messo per iscritto il TIR di scempiaggini pseudo-femministe che le avevano fatto dire durante la trasmissione, ho acquistato subito il libro. Che, riconosco, è scritto in modo più accorto e contiene una survey (limitata e biased) di alcuni risultati della ricerca (in campo neuro-psico logico e paraggi) sulle cause e gli effetti delle differenze comportamentali fra uomini e donne. La conclusione, comunque, è quella dell'intervista alla radio: fatta eccezione per gli organi sessuali, non c'è alcuna differenza "naturale" fra uomini e donne che possa essere associata ai loro diversi comportamenti "sociali". Tutta una questione di educazione e "cultura". Ah, Aldo, ti cita. Per spiegarti che sei confuso, ovviamente.

The Soros Lectures, di George Soros. I soldi, specialmente se guadagnati a colpi di speculazioni fortunate, prima, e di manipolazione dei mercati, poi, danno al cervello e convincono le menti deboli d'aver capito tutto e di possedere doti sopranaturali. Soros, alla fin fine, non è tanto differente da BS. Ha la stessa psicologia di base, solo che a BS bastano la figa fresca e le sostanze che l'aiutano a consumarla, mentre Soros ha deciso che lui rifà da cima a fondo filosofia, economia, e, se gli avanza tempo, anche il sistema politico mondiale. E tutto perché Popper, nella LSE del primo dopoguerra, non volle prenderlo sul serio ...

Napoli, siccome immobile, di Aldo Masullo intervistato da Claudio Scamardella. È alquanto ingiusto mettere qui questo libro, perdippiù come dulcis in fundo. Però, seppur non paragonabile al dialogo comico sul nordest, anche questa conversazione alla fine delude. I due ci provano, Masullo in particolare, ad uscire dagli schemi tipici del meridionalismo di sinistra Ed in svariate parti ci riesce a puntare il dito su una cultura, meridionale e napoletana in particolare, che fa del lamento vittimistico il proprio assioma, sulle ipocrisie della sinistra assistenzialista, sui tragici e semi- (o anche non semi) criminali risultati dell'era Bassolino (che tutt'ora perdura), su una borghesia (o elites in genere) napoletana che porta la pesante responsabilità di aver guidato la città nel suo inviluppo, su un sistema politico-economico-culturale, insomma, che ha fatto dell'assistenzialismo e del malaffare una scelta di società e di cultura. Tutto questo lo fa, anche se sembra scordasi sia la storia che l'economia, Masullo e lo fa molto bene. In alcuni passaggi, in particolare, il linguaggio che usa e le metafore ed immagini che propone sono sia innovative che pregnanti. Ma poi casca il palco, assieme alle mie braccia, quando arriviamo al da farsi. Che è praticamente "more of the same", anche se a Masullo non sembra perché a lui, forse giustamente qua filosofo, sembra che se educhi le menti e le istruisci, tutto si risolve. Purtroppo, come l'esperienza insegna coerente alla teoria, così non è: gli interessi e gli incentivi contano.

Però, alla fin fine, questo almeno è un libro "deludente" per davvero, invece di quelle troiate invereconde che lo precedono in questa piccola rassegna dell'orrore. È deludente perché ti delude solo verso la fine (well, ok, verso la metà) dopo averti illuso che forse stavi leggendo davvero qualcosa di nuovo e di utile. Gli altri, invece, capisci che sono boiate alla decima pagina (terza, nel caso di Soros, seconda in quello di Sacconi e De Michelis) ...

Insomma, fra tutti i libri deludenti che ho qui elencato, questo è l'unico per cui valga la pena spendere qualche euro ed acquistarlo ... ma credo sia esaurito!

109 commenti (espandi tutti)

Masochismo

Paolo Casillo 12/2/2011 - 11:48

Certo che per leggere un libro scritto dal duo De Michelis - Sacconi ci vuole una bella dose di masochismo: complimenti, anche perché è grazie a questo sacrificio che certe contraddizioni vengono fuori chiaramente a distanza di (poco) tempo (vedi l'asse con Mubarak!).

Non lasciate che succede, secondo me è tutta fuffa.

Immagino intendessi "succeda": nel senso di "non lasciatevi intimidire"?

Mi ha lasciato stupito vedere il nome di Masullo nell'elenco di libri-boiata: poi ho letto il paragrafo e posso dirmi d'accordo anche senza aver letto il libro. Questo perché seguo Masullo nei suoi interventi pubblici da quasi vent'anni (quando fu eletto senatore nella mia città - per ripescaggio - nel lontano 1994): è un personaggio di notevole spessore che si distacca dagli altri omuncoli della pseudo - classe dirigente italiana. E ho notato anche io una mancanza nella parte propositiva: ma da un filosofo di 88 anni non ci si può aspettare, forse, di più.

- Ho imparato a leggere in diagonale ciò che all'inizio della seconda pagina è già ovviamente una troiata ...

- Grazie per la correzione del typo.

- Si', hai ragione su Masullo. Diciamo che ho usato un piccolo stratagemma di "marketing": mettendo una cosa che vale la pena leggere alla fine di un elenco di cose imbarazzanti ho pensato che il lettore attento l'avrebbe notato. Infatti, sembra che con almeno uno sia successo esattamente così!

;-)

Notte, e buona giornata a voi.

Natural Experiments of History, edited by Jared Diamond e James Robinson.

Mi dispiace per J.Diamond, a me e' piaciuto "Armi, acciaio e malattie" e lo ritengo un ottimo libro, uno che veramente mi ha insegnato qualcosa di nuovo.

"Armi, acciaio e malattie" era piaciuto molto anche a me! Però ultimamente mi è capitato di risfogliarlo ed ho avuto una spiacevole sensazione: mi è sembrato che anziche cercare delle risposte (perchè noi abbiamo il cargo e gli aborigeni no) volesse dimostrare una tesi politically correct (il gap è dovuto ad "armi acciaio e malattie", cioè cause contingenti e tecniche, non a motivi culturali o etnici).

E' una sensazione che non mi aveva nemmeno sfiorato la prima volta che avevo letto il libro, quindi mi ripropongo di rileggerlo attentamente prima possibile, qualcun altro ha avuto la stessa sensazione leggendolo?

 O son io che sto diventando razzista ? :-(

Una mia curiosità, io non ho letto Diamond perchè mi dava l'idea di essere una banalizzazione di quello che avevano gia detto molto più approfonditamente C.M.Cipolla e Braudel.

Potrei sbagliarmi ma entrambi i sopra citati da una mole di dati e di procesi storici traevano conclusioni abbastanza diverse, cioè che cause contingenti e tecniche sono essenziali, ma che senza una cultura adeguata i relativi benefici non danno frutto.

Ovviamente per cultura non intendo l'aspetto accademico, ma l'humus sociale........

Ecco, a me il libro sembra sottovalutare l'aspetto culturale (e le sue cause). Non basta avere le stesse conoscenze tecnologiche, è la cultura che porta ad svilupparle in un modo piuttosto che in un altro.

Diamond sfiora superficialmente l'argomento nel capitolo, a mio avviso meno convincente del libro, in cui analizza come il sorgere delle città abbia portato a società meno egualitarie.

PS

"Banalizzazione" ha un che di dispregiativo. Cipolla scrive libri di storia, mentre quello di Diamond è un libro divulgativo, sono due livelli diversi (tralasciando se il libro sia o meno riuscito).

Chiaramente per chi conosce la materia, i libri di divulgazione sembrano imprecisi o semplificati ma il loro scopo è portare le nozioni a chi non legge i "libri di testo" ed avvicinare lettori alla conoscenza della materia. Io personalmente sono favorevole a libri di questo genere se ben scritti e con una bibliografia accurata.

Ovviamente se il libro mi avesse dato l'impressione di buona divulgazione e non di banalizzazione non l'avrei lasciato sullo scaffale.

Per banalizzazione intendevo l'impressione di qualcosa scritto selezionando esclusivamente gli argomenti a favore di un ipotesi di base, per divulgazione io intendo l'opera di una persona che umilmente cerca di rendere comprensibili concetti complessi a chi non ha una cultura accademica adeguata.

Dal punto di vista della scrittura Cipolla è stato un ottimo divulgatore, e forse l'impressione che mi ha dato il libro di Diamond è legata anche al titolo del suo libro "Armi, acciaio e malattie - Breve storia degli ultimi tredicimila anni" ( sembra pretenda di essere un libro di storia ) e il fatto che avendo letto "Vele e cannoni" e ""Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture sanitarie nell'Italia del Rinascimento" di Cipolla, che sono decisamente divulgativi, il sospetto ( forse ingiustificato) dettato da una forte assonanza, che fosse una rimasticatura è stato forte.

 

Jared Diamond aveva scritto degli ottimi libri finché si occupava di biologia.

Con Armi, Acciaio e Malattie aveva espresso una serie di intuizioni cercando, da un lato, di superare quelle che lui chiama "cause prossimali" (e sulle quali Cipolla dice moltissimo) e, dall'altro, di mantenersi prudente sulle conclusioni dato che continuava a considerarsi un biologo e ipotizzava che gli mancassero le basi per fare il lavoro dello storico.

A me le intuizioni erano sembrate molto plausibili, anche se Diamond continuava giustamente a ripetere a ogni pié sospinto che non possono essere considerare più che ipotesi. Ne avevo trovata anche una aggiuntiva alle sue (nelle correnti e nei venti stagionali) che presumo abbia ostacolato la flotta cinese che nel '400 è atterrata in Sudafrica per poi tornare indietro.

Il dramma, per me, è stato che grazie a quel libro Diamond ha ottenuto una cattedra in Geografia e ha potuto smettere di passare i mesi nella giungla della Nuova Guinea a studiare uccelli, che non sarebbe poi 'sta gran tragedia, ma di conseguenza ha anche pensato di aver molte cose da dire sull'evoluzione di popolazioni e affini.

Da li libri imbarazzanti come Collasso e, presumo, questo qui che cita Michele. Un vero peccato.

Un suo collega biologo, parlando di sviluppo degli esseri viventi, descriveva un gamberetto (o polipetto, ora non ricordo) che nella fase infantile, spesa alla deriva nel plancton cercando cibo e poi uno scoglio adatto su cui aggrapparsi, è dotato di un rudimentale apparato cerebrale, che lascia atrofizzare ed elimina, risparmiando energia, nella fase adulta in cui diventa una specie di corallo filtratore ancorato allo scoglio. Lo spiritoso professore di biologia paragonava qusto gamberetto a un ricercatore che poi ottiene la tenure. Per fortuna non tutti fanno come Jared Diamond.

PS: Leggetevi The Third Chimpanzee.

Condivido il giudizio di Giuseppe sulla produzione "divulgativa" di JD.

GGS (acronimo del titolo inglese) è un libro interessante per la prima metà. La seconda metà è un disperato e noioso tentativo di riguadagnare punti con i politically correct che la prima parte aveva ovviamente sconvolto argomentando che (1) la civiltà culturale e materiale "europea" era ed è superiore alle altre, e che (2) tale superiorità ha radici reali anche se non sono "biologico-razziali" ma, semplicemente, di migliori condizioni iniziali e, quindi, un'evoluzione più rapida e superiore. Mentre gli altri rimanevano stuck in condizioni di a-sviluppo, la civiltà occidentale si è sviluppata, eccetera.

Era un'idea stimolante, teoricamente solida e con buone basi di dati. Certo compatibile con Cipolla e Braudel ma, ancor più, con il Landes di Wealth and Poverty of Nations, solo che Landes parte da qualche migliaio di anni dopo, quando le differenze con quasi tutto il mondo già c'erano e la "competizione" (se così vogliamo chiamarla) era fra Cina, Europa, India e Musulmanlandia.

Non confondiamo pere e mele. Diamond makes a point (li, non negli altri libri), Cipolla makes a point (la superiorità militare dell'Occidente sull'oriente). Magari senza troppa base documentaria. Landes e (peggio) Braudel no.  Sono racconti confusi sulla base della letteratura secondaria.

I disagree, su Landes in particolare. Ma devo dibattere già Palma su Darwin e Fodor che è confuso. Un (ex) normalista mi è più che sufficiente per questo fine settimana, visto che devo anche lavorare. Il libro di Landes e' un libro utile, Giovanni. Non dice nulla di nuovo, forse, ma raccoglie tante cose in modo ordinato ed e' utile per quelli che leggono solo pochi libri ...

P.S. Braudel non documenta, è vero. Ma scrive storie bellissime e le sue sintesi sono affascinanti e non e' vero che usa solo letteratura di seconda mano, dai! Pero' capisco il tuo fastidio, quello dell'addetto ai lavori ... un po' come quando io me la prendo perché Milton Friedman è così celebre anche se diceva decine di cose imprecise ed un po' di seconda mano ...

 

Se la metti sulle "storie affascinanti" tutto va bene. Ciascuno si fa affascinare da quello che vuole, e Braudel è (forse) meglio di RUby Rubacuori (per quanto... :-)) Il problema è che Braudel è incoerente sia nei  propri lavori sia con la teoria economica elementare. Quando è in difficoltà, ricorre ad una bella metafora letteraria e passa ad altro. Ho a casa un libro di Crouzet, un vecchio storico economic francese di ben altro spessore culturale, che contiene una spietata recensione alle affermazioni di Braudel sulla rivoluzione industriale inglese (chi vuole copia, posso mandare un PDF). Lo fa a pezzi con irrisoria facilità. La cosa interessante è che la recensione rimase inedita fino alla morte di Braudel, uomo notoriamente potente e collerico.

PS una ex-allieva di Braudel mi  raccontò che agli inizi della sua carriera in Francia Braudel avvicinò alcuni economisti per un lavoro interdisciplinare e ne ricevette un secco rifiuto. Allora si rivolse ad alcuni sociologi ed antropologi, con molto maggior successo, anche organizzativo. Mi sono sempre domandato cosa sarebbe successo se gli economisti l'avessero preso  più sul serio: forse non avrebbe maltrattato così l'economia

 

Economia, ma quando mai Braudel parla di economia? Non l'ho mai notato!

P.S. Mandami il pdf, dai ...

P.S. Mandami il pdf, dai ...

Anche a me interessa il PDF!

Ovviamente per cultura non intendo l'aspetto accademico, ma l'humus sociale........

il gap è dovuto ad "armi acciaio e malattie", cioè cause contingenti e tecniche, non a motivi culturali o etnici

Guardate che Armi acciaio e malattie compie un'analisi su scale spaziali e temporali enormi. Fondamentalmente Eurasia verso Oceania, Americhe e Africa sub-sahariana. Si discute, ad esempio, del perche' europei, arabi, indiani e cinesi abbiano sviluppato civilta' molto complesse mentre in Papua Nuova Guinea soono rimasti all'eta' della pietra.

La tesi di fondo e' che su queste scale i fattori sociali, etnici e culturali siano determinati, o comunque fortemente influenzati, dall'ambiente. Ovvero dalla disponibilita' di materie prime, di specie vegetali ed animali adatte all'addomesticamento, e dall'ampiezza della massa continentale, che favorisce gli scambi interetnici, con una conseguente maggiore resistenza alle malattie e una piu' grande circolazione delle idee culturali.

Naturalmente questo genere di teorizzazioni, per loro natura, sono completamente ex-post, con tutti i limiti che ne conseguono, ma io a suo tempo ho trovato molto interessanti le riflessioni di Diamond, che secondo me poco a che fare hanno con il politically correct (nota a margine: qualche tempo fa Umberto Eco ha scritto un commento molto condivisibile sulla politically correctness vs. politically incorrectness, chissa' se lo ritrovo).

Si discute, ad esempio, del perche' europei, arabi, indiani e cinesi abbiano sviluppato civilta' molto complesse mentre in Papua Nuova Guinea soono rimasti all'eta' della pietra. La tesi di fondo e' che su queste scale i fattori sociali, etnici e culturali siano determinati, o comunque fortemente influenzati, dall'ambiente. Ovvero dalla disponibilita' di materie prime, di specie vegetali ed animali adatte all'addomesticamento, e dall'ampiezza della massa continentale, che favorisce gli scambi interetnici, con una conseguente maggiore resistenza alle malattie e una piu' grande circolazione delle idee culturali.

 

Come puro spunto di riflessione, devo dire che alcune conclusioni mi lasciano perplesso o, più probabilmente non le capisco.

Vero è che in Eurasia si sono sviluppate società complesse e tecnologicamente avanzate, mentre in altre aree la cultura è rimasta al livello del paleolitico, tuttavia questo non spiega perchè in Europa è stato possibile l'enorme sviluppo tecnologico degli ultimi 500 anni.

Provo a spiegarmi, sino al 1400/1500 la cultura tecnologica euroasiatica è stata, nella sostanza, non differente da quella sviluppatasi nei due/tremila anni precedenti, con innovazioni limitate (per esempio i mulini ad acqua) e, per così dire, a lento sviluppo.

L'ambiente tecnologico di Parigi nel 1300 non sarebbe stato sostanzialmente differente da quello di Roma al tempo di Augusto o di Atene all'epoca di Pericle.

D'altra parte, nell'America precolombiana, civiltà tecnologicamente povere (mai scoperta la ruota, sostanziale assenza della metallurgia e di animali da soma) sono state comunque capaci di sviluppare una cultura complessa (pensiamo alla matematica maya, all'organizzazione dell'impero Inca) e un'agricoltura sofisticata, basta avere in mente lo sviluppo della coltivazione del mais.

Probabilmente, l'evoluzione europea degli ultmissimi secoli è il frutto di una fortunata serie di coincidenze: in primo lugo la scoperta dell'America, che ha consentito di accrescere enormemente le disponibilità materiali dell'agricoltura: mais, patate, pomodori, peperoni etc. e quindi nel medio periodo, di far aumentare le disponibilità caloriche della popolazione.

A questo aspetto si aggiunge lo sviluppo di un orientamento filosofico attento alla spiegazione dei fenomeni naturali che assieme alla riforma protestante,  ha gettato le basi per la diffusione del pensiero scientifico.

La filosofia da sola, però, non sarebbe stata sufficiente senza la pancia piena, quindi direi che il vero motore dello sviluppo sono state le tre caravelle di Colombo.

Vero è che in Eurasia si sono sviluppate società complesse e tecnologicamente avanzate, mentre in altre aree la cultura è rimasta al livello del paleolitico, tuttavia questo non spiega perchè in Europa è stato possibile l'enorme sviluppo tecnologico degli ultimi 500 anni.

Sono d'accordo che JD non spiega perche' proprio gli Europei hanno conquistato il mondo, le sue tesi indicano solo che le condizioni migliori esistevano nell'oriente vicino e nelle aree limitrofe, tra cui l'Europa, ma secondo gli argomenti di JD i Sumeri o gli Hittiti avrebbero dovuto conquistare il mondo con maggiore probabilita'...

Secondo me il successo dell'Europa viene dal bilancio del potere almeno sulla terra che e' seguito alla caduta dell'impero romano ed e' continuato fino alla seconda guerra mondiale. La guerra fredda e' stato il seguito di quel bilancio del potere, e gli USA vivono ancora di rendita sullo sforzo che hanno fatto per la supremazia fino agli anni di R.Reagan. Ora il bilancio del potere e' finito e questo secolo sara' probabilmente il secolo cinese.

Come puro spunto di riflessione, devo dire che alcune conclusioni mi lasciano perplesso o, più probabilmente non le capisco (...)

Non capisco perche' cerchiate le pere in un libro che si occupa dichiaratamente di mele. In armi acciaio malattie JD afferma che le condizioni "geografiche" siano state determinanti a livello continentale, non si occupa di una grana piu' fine, come ad esempio di spiegare il perche' ed il percome della rivoluzione scientifico/industriale nell'Europa occidentale. Argomento di grandissimo interesse, ma diverso da quello trattato da JD.

(...) secondo gli argomenti di JD i Sumeri o gli Hittiti avrebbero dovuto conquistare il mondo con maggiore probabilita'...

Perche'?

(...) secondo gli argomenti di JD i Sumeri o gli Hittiti avrebbero dovuto conquistare il mondo con maggiore probabilita'...

Perche'?

Perche' le specie vegetali e animali addomesticate (per quello che ne so io) vengono prevalentemente dalla mezzaluna fertile, quindi Iraq, Siria, Anatolia sud-orientale. L'Europa in una misura per quanto non completamente nota e' stata colonizzata da popolazioni della mezzaluna fertile.

Alberto, sì. Secondo la teoria di JD avrebbero dovuto "conquistarlo" con maggiore PROBABILITA'.

Ne conquistarono, infatti, una parte sostanziale per un periodo lungo assai. E così fecero le civiltà che da essi si originarono, come sottolinei tu stesso.

Ma la parola chiave è "probabilità" che per questo ho messo in maiuscolo. Non abbiamo 10mila "storie" umane parallele, tutte generate dalle stesse condizioni iniziali. Quindi non sappiamo quante volte i S&H avrebbero conquistato il mondo in esperimenti ripetuti. Li' sta tutta la differenza fra il metodo delle scienze storico-sociali e quello delle scienze naturali, con buona pace dei teorici degli "esperimenti naturali".

Ma la parola chiave è "probabilità" che per questo ho messo in maiuscolo.

Che interpretazione dobbiamo dare di questa probabilità quindi? Certamente non frequentista visto che non abbiamo "10mila "storie" umane parallele"? What if JD da una probabilità del 60% e qualche altro studioso una probabilità del 80%?

Sabino, oltre che sostenere cose improbabili (la "complessità della cultura maya"? In rapporto a cosa? A quella della Roma di 2000 anni fa, per caso? O dell'Atene di 2400? O dell'Alessandria ellenistica? Suvvia ...) vedo che condividi anche il mito astorico di moda fra gli economisti neoclassici secondo cui non c'è stata evoluzione tecnologica sino a, praticamente, il 1700.

Il fatto è che così non è: l'ambiente tecnologico della Parigi del 1300 era altro da quello della Roma di Augusto, per alcuni aspetti forse inferiore (diritto sia pubblico che privato, per esempio o ingegneria civile) ma per molti aspetti del tutto superiore e senz'altro DIVERSO.

L'errore di fondo è pensare che l'evoluzione "tecnologica" (intesa in senso ampio, tale da includere il diritto e le istituzioni, la filosofia della scienza, i metodi di lettura della realtà, l'organizzazione sociale, eccetera) sia un processo ad una dimensione e monotono. Non lo è per nulla. È sia multidimensionale che assolutamente non monotono. È come costruire un puzzle in molte dimensioni, un puzzle che NON ha una figura predeterminata che lo risolve ma molte possibili soluzioni, vincolate dal rispetto di alcune regole "naturali" (se non obbedisce alle leggi della fisica e della biologia non dura, tanto per dire).

L'esempio classico, ovviamente, è la distruzione della cultura scientifica del periodo ellenistico da parte di "barbari" e "cristiani", documentata nel libro di Russo che abbiamo commentato qui anni fa. Ma quello è forse l'esempio più affascinante e più vicino a casa, ve ne sono molti altri sia in Europa che in Cina (conosco niente dell'India, quindi non saprei dire).

Michele, non mi fare più stupido di quello che sono.

In primo luogo nel mio commento per "tecnologia" non intendevo la sua accezione allargata che ne dai tu, ma quella più ristretta, di "studio dei vari procedimentio tecnici applicabili ad un'arte o a un'industria" secondo la definizione che ne dà il vocabolario.

Ora, se è indubbio che la tecnologia non sia un "processo ad una dimensione e monotono" è altrettanto vero che la tecnologia si è evoluta molto lentamente sino al 1300 ed ha poi subito un'accelerazione esponenziale da tre secoli a questa parte.

Di conseguenza, ribadisco, l'ambiente tecnologico (accezione limitata) di Parigi del 1300 non era molto diverso da quello della Roma di Augusto, nei suoi elementi essenziali.

Era ovviamente diverso il contesto sociale, filosofico e religioso, tuttavia, per coltivare i campi era necessario pur sempre un aratro a trazione animale, come ai tempi di Augusto, magari un aratro a ruota più efficiente  rispetto a quello a vomere, ma pur sempre a trazione animale (ecco cosa intendevo per evoluzione tecnologica lenta).

Detto questo, non capisco perchè la mia affermazione sulla complessità della cultura Maya sarebbe improbabile. Pur con scarsa tecnologia in senso stretto, avevano avuto  

un'evoluzione "tecnologica" (intesa in senso ampio, tale da includere il diritto e le istituzioni, la filosofia della scienza, i metodi di lettura della realtà, l'organizzazione sociale, eccetera) 

Non faccio né te né Robert Lucas stupidi, Sabino. Vi faccio, come dire, male informati e poco attenti ai fatti storici?

L'affermazione secondo cui la tecnologia della Parigi del 1300 è equivalente a quella della Roma di 1300 anni prima circa (Ottaviano) è falsa, come è facile scoprire aprendo un qualsiasi testo di storia della tecnologia, cosa vuoi che ti dica?

Non so, tanto per dire: avevano la numerazione su base decimale i romani del secolo di Ottaviano Augusto e, con essa, il calcolo algebrico? Dicono di no. Ti par poco? A me sembra tantissimo da solo, se penso alle conseguenze che l'uso dell'algebra ebbe nello spazio di soli tre secoli dalla data da te scelta! Avevano la staffa per il cavallo? L'aratro su ruota? L'orologio meccanico? Gli occhiali da vista? Il mulino a vento? Sto parlando, sia chiaro, di alcune poche cose stranote e macroscopiche. La lista è endless e, come vedi, non ho nemmeno citato la partita doppia!

Poi puoi ribadire quello che vuoi, per carità siamo un paese libero e ribadire è lecito. Ma i fatti storici non è che evaporano perché uno ribadisce la sua opinione.

P.S. Idem per i Maya. Non riesco neanche a capire dove vada a parare l'argomento tuo: quella Maya, come altre civilizzazioni, cresce per svariati secoli, raggiunge livelli di complessità paragonabili (ma inferiori) a quelli romani in età imperiale e poi finisce in un plateau da cui non esce mai più per svariati altri secoli, fino a che praticamente crolla da sola. Ah, JD ha scritto un libro anche su questo, meno convincente di GGS ed istericamente PC, ma comunque con fatti interessanti e, a mio avviso, coerenti con la teoria generale che dice "it's all a matter of how much energy you consume versus how much energy you make available to yourself ...". Ma questo è un altro discorso.

L'osservazione di JD, che motiva il suo GGS, è comunque un fatto macroscopico, notissimo ed inapellabile: quando Cortes arriva in Mexico egli, nella sua relativa ignoranza e brutalità rispetto al mondo europeo da cui proviene, è portatore di un sistema tecnologico-culturale e di una capacità di "pensare il mondo e le relazioni umane" che è anni luce più "potente" ed "efficacie" di quelli che lì incontra. Hic rodus hic salta.

Gli occhiali da vista?

Per quanto ricordi Nerone aveva e Claudio avevano occhiali da vista... la lente d'ingrandimento era usata, insomma su questo erano pari alla Parigi del 1300. Piuttosto chiederei a Sabino se le navi romane fossero in grado di arivare in America...

Le esplorazioni cominciarono via mare, e la tecnica marinara evolse enormemente nel medioevo, frutto del fatto che le strade via terra non erano sicure ed oltromodo costose (gabelle ad ogni territorio da attraversare), e l'uomo, notoriamente, pur di non pagare tasse si industria in ogni modo. Lo sviluppo dell'Europa come fuga dalle tasse ? -)

P.s.:

non è vero, ovviamente, lo sviluppo marinaro fu nell'impero romano d'oriente, per ovvi motivi.

Michele, non a caso ho parlato di Parigi - anno 1300 - vale dire, dal punto di vista storico, un nanosondo prima del "grande balzo in avanti della tecnologia" avvenuto nei secoli successivi.

Gli occhiali vengono descritti per la prima volta in un documento italiano del 1307, i primi orologi meccanici vengono sviluppati intorno alla metà del '200, la ruota ad acqua e l'aratro a ruota li ho citati io come sempio di evoluzione tecnologica a lenta diffusione. 

Sull'algebra a Parigi nel 1300 hai ragione, un po' meno sulla partita doppia, dato che il primo uso documentato è a Genova nel 1340 e Luca Pacioli scrive il suo libro 150 anni dopo, nel 1494.

La domanda (non certo originale) che io mi ponevo, è cosa ha potuto accendere la scintilla e far accelerrare in maniera esponenziale la crescita tecnologica ?.

Considera l'algebra. Pur lasciando da parte  Diofanto (III° secolo d.c.) era stata sviluppata parzialmente già in India prima degli arabi, così come il sistema di numerazione decimale (btw anche i Maya avevano un sistema di calcolo vigesimale) senza però che ciò comportasse lo sviluppo tumultuoso che tu giustamente sottolinei.

Insomma, perchè in altre epoche e in altre latitudini/longitudini lo sviluppo tecnologico ha avuto false partenze (la Cina con i fuochi di artificio" e la stampa) o è invece rimasto allo stato di pura elaborazione teorica (la scienza ellenistica - l'algebra indiana e araba), mentre in Europa a partire (circa) dal 1300 ha potuto procedere sempre più rapidamente ?.

Perchè sino al 1300 un intervallo di due secoli non faceva grossa differenza nello sviluppo e diffusione delle tecnologie (in questo senso era la provocazione tra Parigi e Roma), mentre, per dirne una, meno di 200 anni separano il volo dei fratelli Montgolfier dal primo passo di Neil Armstrong sulla luna.

A mio parere (non credo ovviamente che sia una tesi particolarmente originale) l'Europa si è trovata al posto giusto ed al momento giusto per combinare i vantaggi della scoperta dell'America (il "posto giusto") con un comune sentire tecnologico che si andava diffondendo (il "momento giusto").

Probabilmente (sottolineo probabilmente), senza l'enorme afflusso dal nuovo mondo di beni materiali e di tecnologia (le specie agricole selezionate e coltivate dai popoli precolombiani) lo sviluppo tecnologico europeo sarebbe stato molto più lento e avrebbe potuto prendere strade non dissimili da quelle prese in passato.

Sui Maya, la mia banale osservazione riguardava il fatto che pur con una tecnologia matariale molto povera (niente ruota, animali da soma, scarsa metallurgia) ed un contesto geografico molto sfavorevole (essenzialmente foresta tropicale), non sono rimasti allo stato di cacciatori/raccoglitori, ma sono riusciti a sviluppare una cultura complessa: religione, calcolo del tempo, sistema esadecimale, scrittura, agricoltura, architettura.

Sull'arrivare in America via nave:

- ci sono arrivati i vichinghi con i drakkar che non erano particolarmente sofisticati come tipo di imbarcazione.

I popoli polinesiani, poi, hanno colonizzato il pacifico sino all'isola di Pasqua giungendo  forse sino al sud-America con barche di dimensioni e tecnologia minimale (ammesso che il viaggio non sia stato fatto al contrario)

In verità, nel mediterraneo la tecnica marinara  ebbe evoluzioni abbastanza lente sino all'epoca moderna: le galere che combattettero a Lepanto - a parte l'artiglieria introdotta da cento anni - non erano dissimili dalle triremi di Salamina.

Fu solo dopo la scoperta dell'America (e le grandi esplorazioni) che rese necessario lo sviluppo di battelli più sofisticati, come i galeoni.

La bussola inizia a diffondersi in Europa sono nel 1200 mentre il problema della determinazione della longitudine, fondamentale per la navigazione oceanica, fu risolto solo intorno al 1730 - in piena "era tecnologica".

 

diritto sia pubblico che privato, per esempio o ingegneria civile

e sei stato anche generoso. E' vero che bisogna attendere Brunelleschi per avere qualcosa di meglio del Pantheon, ma Chartres nel 1300 già c'era.

libri infiniti

palma 13/2/2011 - 00:25

Scienza e civilizzazione in Cina, di J Needham, e' infinito sia perche' non fu mai finito, sia perche' nel suo stato di primo approccio consiste in solo 28 volumi.

La sua conclusione, per altro contestata da molti di questi storici di lunga durata e' che le soluzioni cinesi allo sviluppo scientifico siano talmente diverse da esser difficilmente comparabili a quelle dei bianchi (questo anche ammesso l'uso della battuta tradizionale dell'invenzione della polvere da sparo per far i fuochi d'artificio a corte -- che en passant, sono molto importanti, tengono lontano i demoni, non sono un aggeggio di intrattenimento.) Trovate una rapida sinossi di quel che esiste pubblicato 

a

http://en.wikipedia.org/wiki/Science_and_Civilisation_in_China

Provo a spiegarmi, sino al 1400/1500 la cultura tecnologica euroasiatica è stata, nella sostanza, non differente da quella sviluppatasi nei due/tremila anni precedenti, con innovazioni limitate (per esempio i mulini ad acqua) e, per così dire, a lento sviluppo. L'ambiente tecnologico di Parigi nel 1300 non sarebbe stato sostanzialmente differente da quello di Roma al tempo di Augusto o di Atene all'epoca di Pericle.

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_degli_equilibri_punteggiati

+ memi

+ dove s'innesca (fra l'infinita' di possibilita') la competizione che seleziona (l'eventuale) futuro

 

Una mia curiosità, io non ho letto Diamond perchè mi dava l'idea di essere una banalizzazione di quello che avevano gia detto molto più approfonditamente C.M.Cipolla e Braudel.

Personalmente ritengo che JD, Armi acciaio e malattie vada letto. Potresti per favore citare le opere di CMC e Braudel cui ti riferisci? Ho letto alcune delle opere divulgative di CM Cipolla tra cui la storia facile dell'economia  italiana (mannaggia: i 4 libriccini divulgativi li posseggo tutti ma 3 li devo ancora leggere, pur avendoli gia' sfogliati!) ma non ho trovato un'analisi simile a quella di JD.

Ho detto chiaramente che NON ho letto il libro di Diamond, semplicemente un libro come per esempio "storia economica dell'europa pre-industriale", di Cipolla oppure "Civiltà materiale, economia e capitalismo. Le strutture del quotidiano" di F.Braudel, analizzano da tutti i punti di vista lo sviluppo dela civiltà e dell'economia dell'occidente compresi quelli legati alle diversità geografiche, ecologiche e territorialia cui Diamond sembra dare un peso eccessivo ( da quel che ho capito ).

Per esempio la Cina Medievale usava il carbone come fonte di energia, aveva una tecnologia navale tutt'altro che arretrata, dalle sciabole che costruiva dimostrava di avere tecniche di lavorazione dei metalli molto più avanzate di quelle europee, aveva gli esplosivi ma li usava per fare fuochi d'artificio, aveva una stablità sociale invidiabile, un agricoltura che aveva una produttività doppia di quella europea ( dati da Braudel ) ma lì si è fermata, in quel caso aveva TUTTI i presupposti tecnologici e scientifici per una rivoluzione industriale, ma non avendo una cultura "mercantile" lì si è fermata, ci sono stati senza dubbio altri aspetti, ma quello che mi convince poco è una presunta "analisi" che cerca in un singolo aspetto tutte le spiegazioni.

In questo senso non c'è un analisi simile a quella di JD, forse perchè quello di JD mi sembra l'atteggiamento del martello per cui qualsiasi problema è un chiodo.

La storia è come la Bibbia, data qualsiasi ipotesi si può trovare un infinità di argomenti a favore, ma è giusto chiamare questa "un analisi" ?

Secondo me sei fuori strada. Il libro è lungo, complesso e c'è tutto fuorché un "martello".

Della Cina medievale parla parecchio proprio perché è interessante, avendo tutti i vantaggi ambientali dell'Europa con una storia evidentemente diversa.

L'uomo non era un superficiale, prima di diventare professore di geografia, e le cose ovvie le aveva considerate. Poi magari aveva fatto ipotesi idiote. A me non pare, ma non posso escluderlo. Escludo però che abbia trascurato un esempio ovvio come la Cina post 1430, anche perchè ricordo benissimo il capitolo sulla spedizione navale nell'Oceano Indiano con 27000 uomini e navi di 120 metri. Fantascienza per l'Europa dell'epoca.

Le cazzate Diamond se le è tenute per la maturità. Finché era giovane aveva cose interessanti e, soprattutto, non ovvie da dire. Concordo con Alberto Lusiani sul fatto che Armi, Acciaio e Malattie sia un libro che va letto.

Ho detto chiaramente che NON ho letto il libro di Diamond, semplicemente un libro come per esempio "storia economica dell'europa pre-industriale", di Cipolla oppure "Civiltà materiale, economia e capitalismo. Le strutture del quotidiano" di F.Braudel, analizzano da tutti i punti di vista lo sviluppo dela civiltà e dell'economia dell'occidente compresi quelli legati alle diversità geografiche, ecologiche e territoriali a cui Diamond sembra dare un peso eccessivo ( da quel che ho capito ).

Grazie dei riferimenti, e' il tipo di libri che a me piace leggere.

ma quello che mi convince poco è una presunta "analisi" che cerca in un singolo aspetto tutte le spiegazioni.

Avendo letto J.Diamond alcuni anni fa, posso avere dei ricordi imprecisi.  Da quel che ricordo, non era ossessionato dal dover spiegare tutto con un unico argomento.  Nel libro ci sono molte informazioni, molte delle quali nuove per me, e gli argomenti che raccoglie per mostrare i vantaggi per le civilta' dell'Asia sud-occidentale sono ragionevoli.  Non mi ricordo che JD sostenesse che il primato industriale europeo, in particolare, fosse conseguenza obbligata di questi vantaggi. Se l'ha fatto secondo me sbaglia. Personalmente ritengo che la storia potrebbe essere andata in maniera diversa, avrebbero potuto raggiungere il primato mondiale anche la Cina o l'India o perfino il Giappone, per me il successo dell'Europa parte da condizioni favorevoli ma poi si sviluppa per caso, per la particolare storia dell'Europa.

Non mi ricordo che JD sostenesse che il primato industriale europeo, in particolare, fosse conseguenza obbligata di questi vantaggi. Se l'ha fatto secondo me sbaglia.

Non l'ha fatto.

Ora non ricordo tutto il ragionamento, ma una parte rilevante è la presenza nel tardo medioevo in Cina e nel mondo arabo di un impero unificato, rispetto alla pluralità di stati europei.

Nel caso cinese parla della fine di una dinastia e delle lotte per la successione con mandarini e altri personaggi (scusate, ma sono molto digiuno di storia, ho una memoria pessima per i termini tecnici anche nel mio campo e non ho tempo di rivedere il libro che ho letto un paio di volte molti anni fa), che si concluse con la chiusura dei cantieri navali e di altre industrie high-tech, oltre che del commercio internazionale. Un vero e proprio suicidio collettivo che ha tolto la Cina dalla gara per 600 anni.

Cita casi europei simili, ma giocoforza limitati a territori ridotti e riportati, con le buone o con le cattive, sulla retta via del commercio e dell'innovazione (parole mie, ovviamente...).

Sui motivi per cui in Cina c'era un impero e in Europa l'impero si era già disgregato in molti stati, non ricordo nulla, se non il fatto che il discorso filava.

Ora non ricordo tutto il ragionamento, ma una parte rilevante è la presenza nel tardo medioevo in Cina e nel mondo arabo di un impero unificato, rispetto alla pluralità di stati europei.

Su questo per me ha completamente ragione, e mi pare che anche D.Landes faccia lo stesso discorso. Secondo me la stessa Cina ha fatto progressi formidabili proprio nel periodo degli Stati combattenti. Se nel 300 a.C. o nel 200 a.C. gli eserciti cinesi si fossero scontrati con Alessandro Magno, Annibale o Scipione, avrebbero annichilito gli eserciti europei, se non altro con la forza del numero e dell'apparato logistico che stava dietro.

Sono fresco di rilettura di AAM (edizione italiana di GGS), e posso dire che il problema della fine della marina cinese secondo JD era l'unificazione precoce sotto una entita' centrale "forte" e per parecchio tempo.

La situazione europea aveva generato unificazioni deboli, per problemi essenzialmente geografici che avevano permesso condivisione di cultura e idee ma non avevano obbligato a restare per tanto sotto un governo centrale che prendeva decisioni unificate (faceva anche l'esempio dell'impero romano che era durato di meno di quello cinese nella parte occidentale, non comprendeva tutta l'europa e c'erano stati vari cambiamenti di assetto e di governo in varie zone nel tempo).

Risultato: in Cina la marina era responsabilita' degli eunuchi, quando la loro fazione perse la decisione dello stato centrale fu di smantellare la marina, un po' come la rivoluzione culturale - poche persone che per X anni chiusero virtualmente le scuole di tutta la Cina.

Il problema delle condizioni iniziali sta per JD anche nella densita' di popolazione: con 14 specie di animali domesticate tra europa e medio oriente, si potevano avere zone densamente popolate (e meglio nutrite, e resistenti alle malattie) e relativamente vicine (o con meno barriere geografiche) e divisioni che stimolavano la concorrenza. Aumentando la densita' e il nutrimento aumenta la probabilita' di invenzioni (anche perche' con diverse condizioni geografiche ci sono diversi problemi da risolvere), con le comunicazioni la possibilita' di diffondere le idee, con la divisione la necessita' di dover fare ricerca per concorrere e sopravvivere.

Anche Il terzo scimpanze' mi e' piaciuto, pero' anche Collasso - anche se si vede che in questo caso sta facendo l'ambientalista, magari e' un po' stucchevole ma mi sembra ragionevole nel fondo. l'ultimo capitolo magari se lo poteva evitare.

Alcune cose di AAM non le condivido, ad esempio il fatto che secondo lui in Giappone non si usino i kana o l'alfabeto latino per questioni di prestigio sociale. Il prestigio c'e' per chi conosce molti ideogrammi, ma con la cultura che hanno e gli omofoni che ci sono adottare l'alfabeto latino sarebbe una pazzia IMHO.

Non so, forse leggero' questa cosa che Boldrin sconsiglia, spero non sia cosi' peggiorato JD :)

 

Poi non venire a protestare per tempo e soldi persi. Se la tua curiosità è per JD, poi, sappi che è solo uno dei due editori, che chiaramente non gliene frega nulla e che al libro ha contribuito un saggetto che è acqua del risciaquo d'altri piatti. Uomo avvisato ...

Sia mai, anzi ti ringrazio per l'avviso comunque.

E' che in Collasso, come dicevo, mi e' sembrato un po' stucchevole - anche se capisco la critica di fondo (soprattutto riguardo la colonia norvegese in Groenlandia), mentre in GGS e TTC era molto ficcante: mi dispiacerebbe se fosse sceso cosi' in basso. Semmai gettero' prima uno sguardo su GBooks.

Cmq una nota: l'esperimento naturale per me ha senso, ovviamente nei limiti che spiega in GGS. Ovvero, replicare gli esperimenti di quel tipo non si puo', si puo' vedere quanto in condizioni simili ci siano stati diversi outcome e cercare di capire quanto e come fossero simili le condizioni. Ovviamente, la scelta delle condizioni da osservare e delle differenze e' un problema, e potrebbe viziare l'osservazione in partenza. Del resto, pero' succede anche con il principio di indeterminazione...

 

 

 

 

Certo, in "teoria" gli esperimenti naturali sono perfettamente sensati. Basterebbe che storia e natura fossero così gentili da farci un favore e da condurli come noi vorremmo, e sarebbe fatta.

Ma sembra non sia così, onde per cui quasi mai gli esperimenti cosidetti naturali si avvicinano neanche lontanamente all'ideale metodologico (banalotto, per altro, visto che è un copiaincolla delle procedure di laboratorio!) ed i dati o usi dei modelli per interpretarli, con tutte le problematiche che ne conseguono, o raramente, molto, molto, molto raramente, parlano da solo. Per quanti trucchi da circo con gli "strumenti" l'econometra di turno si inventi.

Certo, pero' io parlavo degli esperimenti come condotti su GGS: andare indietro fino ad una situazione virtualmente uguale per tutti (a nostra conoscenza), poi vedere dove si e' differenziata e come, e su quali basi. La concentrazione su risorse vegetali e animali di partenza, e possibilita' di diffusione delle stesse, hanno il pregio di essere un insieme di misure ridotte, "facilmente" (notare le virgolette) verificabili, e di grande potenza: se mangio di piu' e meglio, potro' crescere di piu' e prima.

I difetti ci sono, e molti - puo' servire come conferma di un modello, come appunto l'ha usata JD in GGS. Pero' poi si puo' riapplicare il modello per vedere se e' coerente con la realta' che ci interessa conoscere, con una certa probabilita'.

GGS mi convinse all'epoca, anche per la critica al modello delle civilta' idrauliche che trovavo poco convincente e di cui non avevo trovato una alternativa piu' semplice.

Cmq su GBooks JD risulta essere autore del cap.4 e della postfazione, direi che si e' speso il nome senza nemmeno scrivere tanto.

Senza dubbio alcuno la prima metà di GGS è il miglior libro che JD abbia mai scritto e contiene un'ipotesi interessante. Però, e qui viene il punto, è solo un'ipotesi. Interessante, suffragata da dati che la rendono ragionevole, con basi anche teoriche relativamente solide. Però, per essere davvero convincente, ha ovviamente bisogno di ben altro supporto. Quale?

Beh, per esempio, da quando ho letto GGS cerco uno studente di PhD coraggioso abbastanza da provare a scrivere un modello di search and evolution che si possa calibrare per testare una delle ipotesi di fondo di GGS (ce ne sono altre due, più difficili da testare anche solo attraverso modelli). L'ipotesi è che "EurAsia partì prima del resto perché aveva condizioni iniziali migliori ed arrivo'quindi prima ad agricoltura sedentaria".

Con opportuna calibrazione micro si può vedere se l'ordine di grandezza del vantaggio che le condizioni iniziali fornicono è ragionevole e ragionevolmente vicino a quello osservato. Nessuno lo ha fatto e mi sembra fattibile ...

E' molto interessante quello che ha scritto. Stia tranquillo, non sto avanzando la mia candidatura! Tuttavia, studiando economia ed avendo appena letto GGS, mi piacerebbe conoscere meglio l'argomento. Perdoni la mia ignoranza, ma modelli di search and evolution non li ho mai sentiti. Sarebbe cosi' gentile da consigliarmi qualche lettura?

Tra l'altro, seguo questo blog da un po' di tempo ma e' la prima volta che commento. Ne approfitto per farvi i complimenti: i contenuti sono sempre stimolanti e lo stile e' giustamente graffiante. Non vorrei sembrare patetico ma su alcune cose ammetto che mi avete davvero aperto la mente. Cosa posso dire, continuate cosi'!

E' una sensazione che non mi aveva nemmeno sfiorato la prima volta che avevo letto il libro, quindi mi ripropongo di rileggerlo attentamente prima possibile, qualcun altro ha avuto la stessa sensazione leggendolo?

Non mi e' sfuggito che le conclusioni di JD centravano perfettamemente l'atteggiamento politicamente corretto, e questo avra' fatto piacere all'autore e gli avra' di molto facilitato la vita, tuttavia (io ho letto una sola volta, e' possibile che qualcosa mi sia sfuggito) non mi sembra che JD abbia fatto giochi sporchi per arrivare ad una conclusione predefinita da pregiudizi.  I dati che porta sono sensati e abbastanza approfonditi.  Credo sia vero ad esempio che per qualche curioso motivo i buoi eurasiatici, le pecore e le capre sono piu' addomesticabili dei lama, delle zebre e delle antilopi, cio' ha avvantaggiato particolarmente la civilta' dell'Asia sud-occidentale. Meno facile da capire perche' cinesi e indiani siano stati svantaggiati, ma probabilmente si tratta di una fluttuazione storica, e tra pochi anni ce le suonano loro.  Non sapevo dell'origine delle malattie infettive dagli animali gregari, devo dire che i risultati storici dello scontro di germi tra popolazioni diverse collima con quanto scrive JD. Insomma per una volta sono piu' o meno d'accordo con F.Ginelli.

sabato mattina...il tuo PH, basso quanto il mio, mi rassicura circa mio stato di salute mentale. grazie as usual

2 typo

 

'Non lasciate che succede'

'scordasi'

 

ps:fatto notare in contemporanea...

Molto d'accordo su Soros, non solo per le Lectures, ma anche in relazione alla sua produzione precedente (dopo tutto, "these lectures are the culmination of a lifetime of practical and philosophical reflection"!).  Nn mi ricordo un insight degno di nota che mi sia rimasto leggendo o ascoltando Soros. Sorprende, infatti (o forse no?), quanto venga trattato come una sorta di oracolo nei giri ad alta circolazione e, suppongo, alto impatto. Ft, WSJ, Davos....  

Ripeto la domanda: Michele, ma non hai niente di meglio da fare? Dico, pensavi veramente di trovare qualcosa di interessante in Latouche, Veneziani (l'hai mai sentito  parlare in TV?), Brusco etc. etc.

 

 

Brusco o Biasco?

 

mumble mumble

Aagh... Colpito ed affondato

Sei diventato un osservato speciale, Giovanni. Un'altra come questa e ti banniamo :-)

Soccorso Rosso della Memoria to the rescue del professor Federico.

Essendo lui della mia generazione, la sua memoria è, come la mia, influenzata dal fatto che una volta, quando sia GF che io avevamo l'età che ora ha mio figlio, in quel di Modena (capitale dell'economia marx-sraffiana italica che tanto danno ha fatto) fra i grandi maestri di quel pessimo e disgraziato dipartimento risplendeva la coppia Salvatore Biasco e Sebastiano Brusco. I due, oltre che compagni, scrivevano parecchio assieme, al tempo. Da qui, ne son certo, la sovrapposizione identitaria nella memoria di GF.

Il nostro Brusco ben sa che, quando lo conobbi, incuriosito gli chiesi se qualcosa aveva a che fare con il Sebastiano. Avrebbe deposto a suo sfavore ...

In realtà nessuno dice che Sandro è il fratello del rapper Brusco, ormai sparito, ma famoso alcuni anni fa. 

del rapper Brusco, ormai sparito, ma famoso alcuni anni fa

Nel salento, a san foca (potenza dei nomi), lo hanno perfino aggredito perchè ignobilmente romanista...Dissidi in famiglia?

Vedi la somiglianza con Sandro? Davvero notevole.

Una somiglianza in effetti c'è.... :-p

(chiedo scuuuuuuuuusa)

 

Avendo apprezzato altri scritti di Piattelli-Palmarini mi crucciavo parecchio di non riuscire a cogliere il punto di questo libro (la "fuffa" mi aveva intimidito...).

Questo blogger sembra invece aver capito il punto e mi sembra una spiegazione plausibile.

no, the Fodor/Piattelli diatribe is not stupid. It has, in my estimate, a higher than average probability of being false (philosophy books have in general a 90% chance of saying something false, this is around 70%.)

The point though is highky technical and I am unmoved by esteemed biologists not seeing what the claim is (the claim sans fuffa is that if it is correct that evolution has to be intentionally blind, then it can't be that adaptationist stories are true - Darwin is off the hook, Pinker ain't, -- two words of caution before mauceri & co. unleash their mutts of war, "intentional" is a term of art here, has zippo, zilch, nada-de-nada to do with "she stepped on his toes intentionally"

 

Sacchetto's nuts, but then again if MB had the guts to read Zizek (who is far funnier to watch before a drin) I am not surprised...

Il libro è stato sbufalato da tempo, ci sono diverse recensioni che spiegano gli errori di F&PP. Credo che questa di Jerry Coyne sia la migliore, sia come come stile che capacità divulgativa.

Mi conceda qualche dubbio, aggiuntivo ai suoi. La questione e' un pochettino piu' complicata di quel che sembra. Il "blogger"  (precedente) ne da un quadro approssimativamente corretto.

Chi pensa in granne, sbaglja in granne. 

Allora per il bene della causa, a mio avviso il volume contiene un'enorme massa di materiale ridondante.

Una delle ragioni per cui Fodor  e' Fodor (non quello della guida turistica) e' che ha una capacita' (un po' perturbante) di metter in chiaro, con geometrica potenza cosa ha in testa (cosa di cui io non sono in grado 23,7 ore al giorno.)

Con il suo permesso riproduco cio' che lui chiama un argomento. Chi vuole distruggerlo ha questo oggetto, non la riproduzione del blog x e del parere del prof y.

On Fodor on Darwin on Evolution Reply to Stevan Harnad
SUMMARY FROM JERRY FODOR (posted with permission):

Look guys, there's an argument. Replying to my views would mean replying to the argument. So far, nobody (I mean, NOBODY) has even mentioned the existence of this argument in replying to (what they have taken to be) my views.

 

Here's the argument: It is short and easy. (Notice that it applies equally to both `strong' and `weak' adaptation ism, so I'm at a loss to understand what Catharine Wilson thinks that distinction has to do with the present issues.)

 

A theory of adaptation is supposed to be a theory of the fixation of phenotypic traits.

The Darwinian principle is that phenotypic traits are selected for their (presumably causal) connection with fitness.

 

Prima facie, this principle is falsified by phenotypic traits that go to fixation but are not connected to fitness (drift and the like)

 

Some such cases can be handled by `friendly amendments' to the Darwinian principle.

 

But there is a serious problem about `free riding': cases where a trait that is NOT connected to fitness goes to fixation because it is (locally or otherwise) linked to a trait that IS connected to fitness. (This is the arch/spandrel situation).

The usual way to understand cases where a process distinguishes between coextensive traits is to claim that the process is INTENSIONAL.

 

This is what Darwin does; he introduces the intensional context `select for...'. By stipulation, one but not the other of two coextensive traits can be selected for in an evolutionary process.

 

In practice, this comes down to claiming either that there are laws of selection, or that selection involves intervention by a mind (an agent).

Both these possibilities appear to be ruled out as explications of `select for...'. The first because there are no laws of selection, the second because there is no Tooth Fairy.

 

This appears to be a dilemma; one from which, as far as I can tell. Darwin has no exit.

 

Historical addendum: I suspect that Darwin got into this mess because he assumed that natural selection can be modeled by artificial selection: Start with breeding, take the breeder away, and you have natural selection. If so, then he was the victim of a fallacy of subtraction. That could happen to anybody.

 

I don't mind people ignoring this argument; that's gone on for some 150 years. Nor do I mind being preached to about strong adaptation, weak adaption, and so on. (One very distinguished Darwinist has suggested to me that the Theory of Evolution isn't a theory at all; it is, he said, a `tool box'.) But enough is enough. Would some body very kindly reply to the argument? Or would everybody very kindly leave me alone?

 

jf

 

E' frustrante vedere come gente che non capisce patentemente una mazza di evoluzione diventi famosa scrivendoci libri.

Deve essere piu' o meno la stessa cosa per voi economisti.

Comunque:

'Theory of adaptation', 'Darwinian principle'.

Si divertono a costruire falsi pachidermi e poi abbatterli con nerd-talk filosofico-iniziatico, per cercar di tagliar fuori chi attualmente capisce la teoria.

Ah, i filosofi.

Devo dire che ho esattamente la stessa reazione, sia con coloro che ci spiegano la ricerca economica senza averla mai praticata sia in questo caso specifico (avendo l'ardire di conoscere un pelino da dentro cosa ricercano in evolutionary biology e cosa le "teorie darwiniani" amount to ...).

Avendo anche una certa simpatia per i filosofi proverò a spiegare, magari dopo cena, perché quella di Fodor è solo una confusione. Argutamente e sottilmente argomentata, ma confusione. Perché mai, invece, MPP si sia infilato in questa strana diatriba co-autorando il libro (che, francamente, mi sembra molto JF e poco MPP specialmente nello stile) non l'ho proprio capito e non ho avuto il coraggio di chiederglielo ... se ci legge, magari ce lo può raccontare lui :-)

devo dire che, pero', il parallelo Latouche-Levitt mi sembra un po' ingeneroso per il secondo (pur non avendo simpatia per lo stile tuttologico).

Per niente.

Almeno Latouche evita di far finta d'usare modelli formali rigorosi né si avvale di regressioni taroccate.

Si fa interessante... Michele, se hai tempo e voglia potresti dettagliare.

E' tutto abbastanza noto e documentato, cerca i papers in risposta ai due fra i lavori piu' famosi di Levitt: McCrary sull'articolo dell'elasticity of policing, e Foote/Goetz della boston fed sull'abortion paper. Sul resto, c'e' l'ottimo rubinstein.

Adesso ho capito perché a Darwin ci vollero trent'anni per pubblicare il libro!

Aveva un filosofo sentenzioso a fianco che puntigliava ad ogni frase che scriveva!

Allorché il filosofo sentenziò: "non puoi scrivere che 'la selezione ha agito in modo tale che  i fringuelli dal becco grosso potessero mangiare i semi grossi', perché così sottintendi che vi sia un qualcuno che seleziona i fringuelli allo scopo di fargli mangiare i semi grossi!"

Darwin allora, e solo allora, finita la sua infinita pazienza, si alterò e disse: "io ho passato 5 anni della mia gioventù con i marinai della Royal Navy (invece che con mia cugina, che forse era meglio); io, per questo libro, sarò disegnato sui quotidiani con la testa d'uomo e il corpo di scimmia da adesso fino alla morte; e soprattutto io sono andato alle Galapagos e ho visto che si sono sviluppati questi fringuelli col becco grosso che mangiano i semi grossi, mentre i fringuelli normali non lo fanno!

Senti. Io devo fondare una nuova scienza e non posso più  perdere tempo con te, guarda ti do un consiglio: datti all'economia. A Manchester c'è un tipo di nome Friedrich, tedesco come te, che vuole rivoluzionare la scienza economica, va a farti mantenere da lui e non mi rompere più i c.!"

Sicuramente è andata così.

Adriano, più rileggo gli argomenti di Fodor più mi convinco che spara ad un fantoccio teorico da egli stesso inventato e che nulla ha a che fare con le teorie "darwiniane". Sembra non voler capire che mentre non tutto l'esistente dev'essere necessariamente "selected for ..." è (i) perfettamente possibile, (ii) logicamente coerente e, per il momento, (iii) empiricamente non falsificato, che un sottoinsieme A di caratteristiche lo siano mentre il complemento di "A" in "esistente" possa essere dimostrato essere niente altro che una forma o l'altra di rumore bianco biologico.

Comunque, prima di provare ad argomentare perché, vorrei sincerarmi di una cosa. Credo di intendere il significato tecnico di "intensional" in filosofia del linguaggio e in matematica. Mi riesce ad applicarlo a sostantivi del tipo "definizione" o "frase" o "proposizione". Ho qualche incertezza su cosa sia un "intensional process", almeno in questo contesto. Dove ne dà una definizione utilizzabile? Ho guardato ma non trovo.

not Darwin

palma 13/2/2011 - 11:43

Va bene. Qui si entra davvero nel tecnico, per cui chi abbia poca propensione alla teoria, lasci perdere, consiglio puramente professionale.

Una avvertenza: il sottoscritto, per il poco che conta, non e' persuaso dalla posizione che prendono (Fodor & Piattelli.) Trovo che pongano un problema di filosofia della scienza, che puo' avere due esiti. Il primo esito e' che una delle teorie "Darwiniane" (secondo me non e' nemmeno in Darwin Carlo, ma ha poca importanza) e' tautologica. Il secondo esito e' che e' falsa. Il primo non mi scuote piu' che tanto (sto, in tarda eta' giungendo alla conclusione, inargomentabile, che quasi tutto quello che e' interessante e' tautologico, ma non amo intrattenere i lettori su quel che penso io.) Il secondo sarebbe molto scocciante (vale a dire abbiamo molto, ma molto, torto in quel che facciamo interpretando fenomeni di biosfera.) Sul secondo mi sembra che le prove siano non completamente probanti in un senso o nell'altro. Ergo, siccome mi piace che la gente pensi, che i biologi continuino a far il loro mestiere con la migliore strumentazione disponibile, la qual, sic stantibus rebus e' di tipo darwiniano, meno che ai limiti estremi in cui Thompson d'Arcy si potra' prender la vendetta postuma. Per chi voglia documentarsi, il personaggio, perito nel secolo scorso, e' D'Arcy wentwoth Thompson e trovate informazioni anche su wikipedia a http://en.wikipedia.org/wiki/D'Arcy_Wentworth_Thompson

Il suo capolavoro e' un lavoro matematico, titolato La crescita e la forma  e l'edizione in Italia venen curata da Bollati.

 

Cio' detto, mi provo a rispondere alla domanda pertinente, perche' la terminologia dei filosofi e' oscura (non piu' di altri, " i grandi cardinali non hanno ideali" e' un teorema che ho inventato io, ma i termini sono li e hanno nulla a che fare con il personale ecclesiastico, le loro pance, e il loro sistema di pensiero.)

Fine.

allora, nella tradizione (di origine greca) un termine, se non sincategorematico (negazioni, articoli, quantificatori, disgiunzioni e altri) ha una estensione.

Esempio in caso:

'gatta'-in-Italiano- ha l'estensione "tutti gli x, in un dominio universale, che soddisfano [rendono vera] la funzione gattax.

E' inclusa che la gatta sul tetto che scotta, Sherekhan, e altre. In termini semi tecnici: l'estensione di un termini e' un insieme. Gli insiemi hanno una unica condizione d'identita': i membri. Quindi l'insieme-estensione di 'gatta' ha come membri tutto cio' che e' una gatta.

Punto.

problema #1 si osservo' (il locus canonicus e' Quine, 1951, "i due dogmi dell'empirismo") che il pensiero si ribella all'idea che il termine 'creatura-con-reni' significhi la stessa cosa che 'creatura-con-cuore' (il perche' della ribellione e' semplice: e' perfettamente possibile che nel mondo tutto cio' che ha i reni abbia il cuore e viceversa, ma appare affatto concepibile che cosi' non sia, nel caso non si capisca, ditemelo e ci ritorno.)

soluzione al problema #1: si introduce la nozione di "intensione" corrispondente piu' o meno al concetto di X 9 e vi potete sbizzarrire a inventare contesti in cui mia madre da morta avevail cuore ma non i reni-- asportati-- etc.)

problema #2 da una lunga tradizione (risale a W. Moerbeke e Paolo di Venezia) i termini hanno assieme a 'intensioni' una proprieta' che, tanto per far la vita complicata' venne chiamata INTENZIONALITA'.

Siamo al cuore della vicenda. 

F C H H Brentano (si, quelli, il fratello invento' il liberalismo, la zia scrisse grandi poesie, lo zio Clemens, pure, per gli economisti e' Lujo l'economista)

noto' la cosa seguente.

Vi sono termini particolari che sono "a proposito di qualche cosa d'altro" (grossomodo quel che adesso chiamate "rappresentazioni".) Il mio stato mentale (avere una rappresentazioni percettuale dello schermo che vedo) e' "mirato" ("intende raggiungere") "e' implacabile freccia" che colpisce lo schermo... etc.

Si noti (non io che osservo, ma F. Brentano) che l'essere intenzionale (la proprieta' che questi stati hanno) e' diversa da tutto il resto. Ad esempio non e' casuale. 

Io posso benissimo intendere (nel senso tecnico) che il mio matrimonio con Greta Garbo vada bene, che Maria d'Egitto viva 19 anni senza mai mangiare o bere, etc. E non vi e' nessuna differenza tra quell'intendere e intendere che io sto sudando.

Ora il problema che ha Fodor.

Stati intenzionali sono opachi. vale a dire non ammettono la legge di Leibnitz (che la sostituzione di eguali con eguali non puo' modificare i valori di verita', esempio se io mangio 2 uova, mangio anche u numero di uova pari al numero primo pari, ha nessuna importanza che io o chiunque altro sappia che '2' e' il numero primo pari e sia l'unico ad esser tale--  se ne conclude che 'mangio' non e' intenzionale e non e' opaco)

Si consideri invece: 'voler andar a letto con' e si applichi al caso celebrato di Edipo.

Edipo volle, volle, fervidamente volle aver Giocasta a letto. Giocasta e' la mamma di Edipo.

Domanda: si puo' concludere che Edipo volle andar a letto con la mamma? 

 

I classici dicono di no, Edipo fu il padre incestuoso di Antigone, ma il fato non sorrise.

Conclusione: 'voler andar a letto con' e' intensionale nel senso di essere opaco.

I casi si possono moltiplicare ad libitum (ho due amici che possono spiegarvi come l'espressione 'e' un fatto che' sia opaca e intensionale quanto 'voler andr a letto con')

Fodor pone il seguente problema

'sceglie per' (il "select for") e' intensionale?

si risponda si o no

se si, la teoria (piu' o meno Darwiniana) ha un problema non banale nel caso in cui vi siano

due o piu' di due (tratti fenotipici) che vengono fissati in termini evolutivi. 

Se uno e solo uno e' adattivo, la teoria non puo' mai dire che il tratto XX e' stato 'scelto' per il suo valore (riproduttivo, adattivo, etc.) perche' la teoria dice che mammaNATURA e' cieca, non vi e' una mente che sceglie, come vi potrebbe essere, appunto se Edipo, dopo la Sfinge avesse scoperta che la regina madre vedova era sua madre...

 

 

 

Intensionale in questo senso tecnico, implica che il termine o lo stato sia

a. opaco

b. non ammetta sostituzione di eguali per eguali

c. risponda a un caso sui generis che non ammette (semplici o facili) riduzioni a nomologia causali

 

 

 

(per chi abbia a cuore il tema, i filosofi da Brentano in poi sono sempre alla caccia esattemente di quella riduzione, vedasi Stampe, Dretske e tutti quanti)

 

Vi auguro una eccellente domenica

 

Fodor pone il seguente problema

'sceglie per' (il "select for") e' intensionale?

La risposta, almeno secondo Ned Block e Philip Kitcher è un sonoro NO. E mettendo insieme il punto di vista filosofico di questa recensione con l'esperienza di un biologo come Jerry Coyne (recensione linkata in precedenza) non si capisce come potrebbe essere altrimenti.

A quanto pare avrei dovuto linkare prima la recensione di stampo filosofico, ma l'abbondanza di termini tecnici della filosofia mi aveva fatto preferire una recensione più terra-terra e divulgativa. Che poi, se rileggo la recensione di Coyne dopo quella di Block e Kitcher, mi accorgo che in fondo stanno dicendo le stesse cose. Per rispondere alla domanda di Fodor bastava insomma farsi una chiaccherata con un biologo e rifletterci un po' su.

Gli esempi dell'emoglobina e delle falene che fa Coyne mi sembrano chiari. Certo, il semplice fatto che le falene mutassero colore non implica necessariamente che ci fosse una selezione sul colore, perché ci potrebbe essere un'altra mutazione, collegata al colore, e che quest'ultima fosse la vera causa della selezione. Ma è un fatto che i biologi possono eseguire degli esperimenti per dirimere la questione, e capire se la selezione è avvenuta sul colore o su qualche altra caratteristica. Ci possono essere difficoltà nel concepire questi esperimenti, in alcuni casi le difficoltà possono essere insormontabili, e quindi i bravi biologi saranno quelli che eviteranno di saltare alle conclusioni. Ma si tratta di un problema contingente, non di principio.

Io mi arrendo, non capisco troppi termini. Ne ho cercato qualcuno su Wikipedia e poi pero' ho lasciato perdere, la teoria non e' il mio forte. Pero' visto che molti di voi sono ferrati in questo ambito, vi lascio le referenze di due papers che secondo me danno un'idea accessibile di cosa dice la "teoria evolutiva", magari la risposta a questa domanda (un po' intensionale) e' li' dentro.

  1. Russell Lande and Stevan J Arnold, “The measurement of selection on correlated characters,” Evolution 37, no. 6 (1983): 1210-1226.  
  2. Russell Lande, “Quantitative genetic analysis of multivariate evolution, applied to brain: body size allometry,” Evolution 33, no. 1 (1979): 402-416.

E poi perche' la gente chiama la biologia evolutiva "darwinismo"? Come se R. Fisher e la nuova sintesi non fossero passate di qua?

Buona domenica anche a voi!

Sull'estensionalita' ho trovato utile questo scritto.

Scusa se banalizzo, ma mi pare tutto si riduca a questo: l'evoluzionismo ammette che qualcosa si evolva anche per meccanismi che oggi chiamiamo random, anziche' per selezione. Se ci concentriamo su questi, abbiamo il problema di cercare di capire come avviene la randomizzazione. 

Ma se questo e' il problema, significa che l'evoluzione spiega tutte le cose rilevanti, e lascia ai filosofi e teologi teorizzare su quelle che contano poco.... oppure che la randomizzazione a volte determina percorsi cruciali nello sviluppo dell'umanita' e del mondo, quindi e' importante capire anche quella.

Io sinceramente ogni volta che penso seriamente a cose un pochino profonde, al libero arbitrio, etc... finisco sempre li'. 

Re(1): not Darwin

palma 13/2/2011 - 19:00

sandro siamo vastamente d'accordo.

Bill rapaport va benissimo come fonte (le ha imparate da HN Castaneda quanto me le stesse "cantate da messa" ambedue sono indiana PhD's, quindi ti immagini se oppongo nulla, go HOOSIERS!)

2. il nocciolo di Fodor etc. e' quel che noti

2.1 dato emprico: i fenomeni sembrano indicare che una parte della macchna esplicativa e' evolutiva (diciamo) 

2.2 una parte emprica dice che una parte NON lo e' (tu pensi sia random, altri -- D'arcy e.g., ma altrettando Kaufmann, S. pensano derivi da leggi di tipo fisico non bencomprese)

2.3 se 2.2. e' molto piu' grande di 2.1 siamo in un bordello teorico

JF e Massimo PP dicono che e' cosi', il libro e' una (noiosa a volte) renumerazione di tutti i casi in cui 

2.3 i fenomeni sembrano tali da ammetere una fallacia "intensionale" del tipo descritto anche da Bill Rapaport

... oppure che la randomizzazione a volte determina percorsi cruciali nello sviluppo dell'umanita' e del mondo, quindi SAREBBE importante capire anche quella, ma non si puo' farlo completamente e ci dobbiamo accontentare di spiegazioni parziali o congetture piu' o meno convincenti.

Io ho letto sia "Mezzogiorno a tradimento" che "Napoli seppur immobile", in quanto vicini al mio sentire ed ai problemi che vivo ogni giorno.

Su entrambi ho (quasi) la tua opinione, il libro di Viesti è una forzatura su vari punti statistici, ma è (secondo me) la risposta alla forzatura statistica compiuta dal libro "Il sacco del Nord" di L. Ricolfi, a cui il libro di Viesti fa da contrappunto. Non ho visto forzature statistiche (prende tabelle ufficiali), ho visto forzature interpretative di quei dati. Comunque costa poco (il libro), e vale la pena leggerlo per rendersi conto che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Viesti è ordinario di economia a Bari. Comunque non è un libro memorabile, anche se ne ho trovato poi citazioni un pò dappertutto, diventando quasi il Vangelo del meridionalismo lamentoso, come L. Ricolfi il vangelo del settentrionalismo lamentoso.

Tutt'altro spessore "Napoli, seppur immobile",anche io ne ho trovato le conclusioni un pò deludenti (Napoli città della pace...), ma tutto il libro invece pone delle considerazioni di assoluto spessore. Noto che in un commento lo rivaluti un pò, a me è piaciuto tantissimo e lo consiglio vivamente a tutti.

Sui libri deludenti che si innestano sul filone di Viesti ho trovato "Terroni" di Aprile e "Il sangue del Sud" di Giordano Bruno Guerri. "Terroni" in particolare (che cita Viesti a tutto spiano) è esattamente la cartina di tornasole di "Napoli, seppur immobile".

Mi incuriosisce, Alberto se leggi questo commento rispondimi, sapere di cosa parla "Armi, acciaio e malattie". Peraltro dalla nota di Michele si evince che Diamond & Robinson credano all'esistenza della psicostoriografia.

Mi incuriosisce, Alberto se leggi questo commento rispondimi, sapere di cosa parla "Armi, acciaio e malattie"

Se possono risponderti anche altri, mi permetto.

Il libro parte dalla domanda di un aborigeno della nuova guinea all'autore :

"Why do white people have so much cargo, but we New Guineans have so little?" dove con cargo si intendono un po' tutti i prodotti della tecnologia.

Il libro cerca di rispondere alla domanda, in senso più ampio: perché sono stati gli europei e gli americani del nord a sviluppare una civiltà tecnologicamente avanzata e non altre popolazioni ? Come mai questi popoli sono riusciti a conquistare il resto del mondo?

Diamond argomenta come questo successo non sia dovuto a motivi "genetici" ma, al prerequisito iniziale di essere in zone dove è possibile l'agricolura e dove esistevano animali addomesticabili (il che ha portato alla resistenza ai germi, fattore che si è rivelato fondamentale nella colonizzazione, ad esempio, del sudamerica). Il libro prosegue analizzando gli altri fattori geografici e biologici che hanno portato alla supremzaia occidentale.

PS

e' scritto in maniera godibilissima (anche se più ci ripenso più mi sembra a tesi)

PPS

Non mi sembra vi fosse traccia di "psicostoriografia".

Allora ne ho letto alcuni capitoli, ma non ricordo in che contesto. Il libro sarà pure godibilissimo, ma non ne ricordo passi significativi, la psicostoriografia invece sembra l'abbia trovata nel suo ultimo libro (libera deduzione da quel che scrive Michele).

Guns, Germs and Steel cerca di rispondere a questa domanda: perche' sono stati gli Europei a conquistare l'america e non viceversa? In sostanza, da cosa dipende lo sviluppo millenario di una civilta'? Le tesi sono sostanzialmente due: 1) L'asse est-ovest dell'eurasia rispetto a quello nord-sud di America e Africa. L'asse est-ovest permette una piu' facile condivisione di tecniche agricole e di alimentazione, sostanzialmente, perche' il clima varia meno, ma anche condivisione di "germi" che ne sviluppa la resistenza 2) La maggiore disponibilita' di varieta' di vegetali e di grandi animali (utilizzabili per l'alimentazione e come aiuto per la coltivazione) in eurasia. In sostanza, l'uomo e' arrivato in America un po' troppo tardi, quando sapeva gia' uccidere i grandi animali, e c'e' evidenza che li abbia sterminati  nel giro di breve tempo. Questo ha finito per rallentare lo sviluppo tecnologico (guns and steel).  

Premetto che non ho letto il libro, ma me lo sono fatto raccontare.

Sembra che le differenze tecnologiche dipendano esclusivamente da fattori ambientali favorevoli in un particolare tempo (pre)storico determinante. Sembra anche a me ovvio che gli eschimesi non avrebbero mai potuto conquistare il mondo. Sinceramente penso che questo però non spieghi perché nell'eurasia occidentale si siano distribuiti e sviluppati i popoli indoeuropei, e non, ad esempio, i precedenti popoli pre-indoeuropei che godettero di condizioni ambientali favorevoli per tempi ben superiori. Mi stupisce, infatti, come alcuni tratti socio-culturali continuino ad essere condivisi da popoli di origine indoeuropea, nonostante millenni di storia divisa in luoghi diversi. Penso che lo sviluppo di una particolare popolazione dipenda non solo dalle condizioni ambientali in cui si sviluppa, ma anche da scoperte tecnologiche, più o meno casuali, che permettono a questa popolazione di imporre se stessa sulle altre, con la conseguenza di portare con se anche elementi culturali non determinanti per la supremazia, ma essenziali per la stabilità sociale interna di quella stessa popolazione.

 

Mi incuriosisce, Alberto se leggi questo commento rispondimi, sapere di cosa parla "Armi, acciaio e malattie".

Altri hanno gia' riassunto i punti principali.  Approfitto per aggiungere che attorno al tema principale ci sono tanti dati e informazioni utili che si imparano leggendolo, per esempio il fatto che esistono fondalmentalmente solo due tipi di agricolture, quella temperata e quella tropicale-equatoriale, quanto poche sono le specie animali addomesticate (almeno nelle forme tradizionali) nonostante i tentativi fatti, oppure le popolazioni diversissime che convivono in Papua/Nuova Guinea, a stadi radicalmente diversi della civilta', poi ci sono informazioni sull'Australia, perche' non e' stata colonizzata diversamente dalla Nuova Zelanda (o almeno ragionevoli ipotesi sulle motivazioni).

Libri deludenti

Marcks 12/2/2011 - 14:37

Michele,

lo voglio anche io il cane anti-cazzate che riconosce e sbrana i pessimi libri? :)

Chi l'ha addestrata Greta? 

Probabilmente Rocco, che sta sulla mediana dei test PISA.

Non esiste, ovviamente. Nell'ennesimo rigurgito di tradizionalismo inutile e confuso ci sono la quinta ginnasio (che è la seconda di tutti gli altri) e la terza liceo (che è la quinta di tutti gli altri). E' una cosa che, non so bene perché, ho sempre trovato irritante, oltre che grottesca.

Questa cosa del Liceo Classico l'ho capita tardi, ma l'ho capita.

All'inizio anche io, che ho fatto il liceo classico, pensavo che fosse una scuola speciale, per molti motivi e sicuramente anche per il "livello" degli studenti che ci entravano dentro.

Poi ho capito che non era il percorso di studi in sé che faceva la differenza (ricordate quante cretinate sul "latino che serve a pensare"?) piuttosto c'erano altri fattori che influenzavano la "qualità" degli studenti del classico: le famiglie dalle quali provenivano gli studenti; il grado di istruzione dei genitori; l'avere libri a casa; le più ridotte dimensioni delle classi; il numero delle femmine più elevato che, poniamo, negli istituti professionali...ecc. ecc.

E poi a vederle dopo certe cose sembrano davvero patetiche. Un tempo infinito sprecato su materie che letteralmente non servono, il fighettismo di chi crede che lo spirito, anzi lo Spirito sia assoluto (e migliore) quando si occupa di Arte e Filosofia o comunque materie umanistiche; il disprezzo per il lavoro manuale, l'intelligenza confusa con le capacità oratorie...tutte cose che appestano la cultura italiana in generale.

La cosa che mi spiace di più è che non esista una riflessione ciritica sul classico. Ogni qual volta si cerchi di mettere mano alla struttura decrepita di quel corso di studi subito, antichisti, filologi e classicisti (mi viene in mente Canfora, ma chissà quanti altri)  si sgolano a ricordarci che l'Europa e le sue libertà è nata dalla Filologia (penso ce l'abbiano con i protestanti prima e con gli umanisti [tipo Petrarca] italiani poi, o in ordine inverso) e che la storia se non la studi la ripeti bla bla bla. E poi quando anche si rifletta della necessità di limitare le risorse investite sul quel tipo di studi ecco le accuse che la merce pregiata "liceo classico" la si voglia riservare solo ai "ricchi".

Forse mi sbaglio, ma cose del genere come potrebbero essere scritte se in fondo non ci fosse davvero ancora il mito del liceo?

Credo di aver già fatto una richiesta, ma è utile ribadirlo: servirebbe uno studio serio per capire gli effetti del liceo classico sulla formazione degli studenti.

Diversi anni fa sentii per radio di uno studio che aveva rivelato come il liceo scientifico avesse superato il classico per qualità della preparazione: la misura era il curriculum degli studenti all'università (in pratica quelli dello scientifico erano più bravi di quelli del classico). Venendo dallo scientifico la cosa oltre, a farmi piacere, confermò una mia sensazione: confrontando i programmi di entrambi i licei trovavo che il classico lasciasse delle lacune enormi nelle materie scientifiche, senza alcun concreto vantaggio nelle altre.

Detto in termini più sistematici: servirebbe uno studio che compari il curriculum degli studenti provenienti dal classico con quelli provenienti dallo scientifico guardando:

  • quanto tempo impiegono a laurearsi
  • SE si laureano
  • con quali voti
  • presso quali corsi di laurea
  • presso quali atenei

D'altro canto bisogna tener conto del fatto che mediamente i più bravi studenti delle medie si iscrivono al classico piuttosto che allo scientifico (o agli altri istituti superiori): meglio, allora, se si tiene conto anche dei voti con cui escono dalle medie.

Avere simili dati (una parte di questi sono forse facilmente reperibili presso i singoli atenei o direttamente dal miur) permetterebbe di capire se effettivamente esiste un "danno da classico" come qui ipotizziamo. Aggiungo che trovo anche i programmi dello scientifico inadeguati: troppe ore dedicate alla filosofia (erano 3 a settimana, se non sbaglio) e al latino (5, ma qui la sto sparando), nessuno per le materie tecniche - informatiche (persino il disegno era quello artistico!!!).

Sono passati 13 anni e le cose potrebbero essere cambiate (per es. con i corsi sperimentali): ma la sostanza credo che rimanga inalterata.

Sulla ripartizione dell'orario e relativi buchi nella formazione, come tu sottolinei, puoi vedere qui.

Sull'analisi della performance degli studenti negli esami di ammissione ai corsi di laurea con numero programmato vincolante (ovvero se non passi il test studi altro, tipo medicina) ricordo, per quanto riguarda la selezione a Cagliari, che effettivamente i diplomati del classico erano in percentuale maggiore fra quanti superavano il test....ma bisognerebbe vedere se c'è un correlazione reale fra le due cose...

Ma possibile che al ministero non abbiamo dati come quelli che vorremmo conoscere? Ma allora sulla base DI COSA si parla dell'efficiacia dei differenti percorsi formativi e delle riforme della scuola in questo benedetto paese???!!!

 

Sulla ripartizione dell'orario e relativi buchi nella formazione, come tu sottolinei, puoi vedere qui.

Grazie mille, ho controllato anche la relativa pagina dello scientifico: le ore di latino erano 4 e non 5. La recente rimodulazione va nella direzione giusta (più matematica, prevista anche l'informatica, meno italiano e latino), ma ancora in maniera insufficiente: ancora troppa filosofia, troppo latino e niente disegno tecnico.

Ma possibile che al ministero non abbiamo dati come quelli che vorremmo conoscere? Ma allora sulla base DI COSA si parla dell'efficiacia dei differenti percorsi formativi e delle riforme della scuola in questo benedetto paese???!!!

Le singole Università questi dati ce li hanno, visto che chiedono a chi si iscrive da quale istituto superiore provengono: chi volesse potrebbe chiederli e ne verrebbe fuori uno studio interessante. Magari ce li ha anche il MIUR e noi li stiamo sottovalutando.

La quinta liceo classico esiste, solo che quelli che ritengono "il classico" una scuola speciale la chiamano terza. Io non ho fatto il classico, quindi la chiamo quinta. Non era, per una volta, uno svarione.

Io ho fatto il liceo classico sperimentale (quindi c'erano dei moduli di chimica organica, termodinamica, biotecnologie, ecc..) e ho iniziato in 1 BCA e finito in 5 BCA.

C'è gente di altri licei che mi rinfaccia di non aver fatto il "vero" liceo classico perchè non avevo il ginnasio, poi loro non han fatto manco le derivate in matematica...

Leggendo il post mi era sembrato di cogliere una sorta di autoironia del "chi me l'ha fatta fare?" tipica di chi esce dal classico: la cosa suonava piacevole. Leggere qui che lei non ha fatto il classico ed anzi è certo che esso produca effetti deleteri e sia popolata da calzette convinte della loro specialità mi suona un po' irritante. Immagino che per sostenerlo lei abbia una buona dose di prove.

Vi descrivo la mia esperienza (che in molti qui riconosceranno). Vengo da un corso di laurea con due caratteristiche:

- Criteri di accesso che appiattiscono la fascia di studenti in quella zona del "i miei genitori ci tengono che studi e ho la casa piena di libri da quando son nato". Test d'ingresso e rette alte, per capirci.

- Mix estremo di materie storiche/sociali e matematiche/statistiche.

Il trend che si osserva in quel corso di laurea non lascia spazio a dubbi. Chi esce dal classico arranca nei primi mesi, spesso canna i primi esami quantitativi. Nel lungo periodo, soprattutto se si isolano i migliori dieci studenti, prevalgono in modo netto quelli del classico. Ci sono ovviamente degli outliers, parecchi dello scientifico e persino qualcuno uscito da istututi tecnici con particolare intelligenza e sensibilità. Ma in genere quelli che escono dal classico sembrano avere una mente più malleabile sotto molti profili.

Sia ben chiaro: riporto solo la mia diretta esperienza.

Ti sbagli, Sandro. Dallo scorso anno, grazie al Ministro Gelmini, la numerazione al classico è diventata quella comune. Vedi che potenza riformatrice, il Ministro?

Io ho frequentato il liceo classico negli anni '50 del 900 e non mi sembra proprio di avere sprecato il mio tempo. Alcuni miei amici hanno poi frequentato facoltà scientifiche e sono diventati ottimi fisici teorici, medici, ingegneri ... forse i tempi sono cambiati!

Zizek non è propriamente un paleo-marxista, perché fa ampio uso della psicoanalisi, soprattutto di scuola lacaniana. Avevo letto un suo lungo volume intitolato "Il soggetto scabroso", nel quale mette insieme spunti di Kant, Hegel, Lacan per dileggiare la sinistra tradizionale, a suo avviso ormai fuori del mondo: lettura in qualche modo attraente, se si riesce a resistere ... ma è ovvio che le sue prospettive sul futuro dell'umanità sono deliranti.

Anch'io ho fatto il classico ma sono tanto pentito!

Libri deludenti

Luca 12/2/2011 - 17:39

Questo e` il genere di recensioni che mi piacerebbe leggere sui giornali.

Il tempo non si puo` recuperare, ma i libri li metta su

http://www.bookcrossing.com/ o

http://bookmooch.com/ o

http://www.swap.com/

E' molto divertente.

Caro Signor Boldrin , mi interesserebbe sapere  se conosce e che opinione ha Lei del libro "A Renegade History of tha United States" di Taddeus Russell.

Ma ancora di piu' vorrei sapere se tra i lettori di nFA ci siano insegnanti come me che ricevono per le loro classi i tomi pubblicati dalla fondazione Achille e Giulia Boroli ( attivita' didattica sponsorizzata dall'Osservatorio Permanente Giovani Editori di Firenze ) e se altri come me trovano questi libri pallosissimi da proporre ai giovani, con ovviamente la debita eccezione: l'anno scorso fra i tre libri da sorbire c'era un libro molto bello : "Il Sud del Mondo" di Gianpaolo Calchi Novati. Questo saggio e' stato molto ben recepito dalla mia scolaresca multinazionale e..udite udite hanno anche goduto nel farne il saggio breve. I miei studenti erano: due rumeni, una bulgara, due spagnoli, uno sloveno, un italo-americano, due italiani ed un olandese.

Vorrei sapere se tra i lettori di nFA ci sono altri insegnanti che ricevono questi tomi e quanto siano in realta' graditi dai giovani.

grazie, Giuliana Allen

So benissimo che, menzionandoli qui, finirò per guadagnar loro qualche addizionale lettore (la curiosità, si sà, segue percorsi contorti) però, davvero, io vi consiglierei di lasciar stare: tempo perso - e per questo, in puro stile behavioral-paternalista, niente links.

Linkali ma prima iscrivi nFA all'Amazon affiliate program https://affiliate-program.amazon.co.uk/ In questo modo per ogni libro che qualcuno viene invogliato a comprare, nFA prende il 10%. Considerato che adesso amazon c'e' anche in Italia, dovreste farlo di default. E' un modo per prender soldi senza ricorrere agli ads.

 

Immediatamente! Grazie GG.

GT, hai già fatto o faccio io?

Mah era l'idea originale alla base del riquadro, non e' che arriveranno gran soldi in quesot modo, ma faremo anche questo


Qualcuno di voi che e' un vero intellettuale non uno zotico come il sottoscritto dica a Calasso di far tradurre Atlas der abgelegen Inseln, 

mAREVERLAG, hAMBURG 2009

 

anche NOON MOON di Percy Kemp  au Seuil, 2010

 

aiutera' nel corse della titanica impresa di pubblicare anche la marca delle calze di Simenon.

Io non sono un intellettuale, sono un misero tecnologo nel campo della Chimica e dalla Gomma-Plastica, ma a 15 anni ho letto TUTTA la collana Mondadori dei romanzi di Maigret ( dalla locale biblioteca ) e penso che la la marca della calze di Simenon sia argomento degno di approfondimento.......

Libri deludenti

palma 13/2/2011 - 20:52

mi appellavo appunto agli intellettuali, tutti quanti gli altri sono assenti giustificati

Caro Michele,

più che perder tempo con questi forse potresti rileggerti: La grande trasformazione - Le origini economiche e politiche della nostra epoca, di Karl Polanyi!

Grazie della segnalazione. Pensa te che io non lo conoscevo ... 

Ok, ok, scherzo. Son certo che è un consiglio in buona fede. Peccato che anche quello sia un libro altamente confuso come tonnellate seria ricerca storico-quantitativa va dimostrando ...

Ossignur.... (Oh my God per gli ameriKani)

Voltremont

Gianluigi 14/2/2011 - 20:10

Segnalo qui una cosa, visto che nella sezione dedicata al libro non si può commentare. Segnalo gli spassosi raccontini sul "meraviglioso mondo di Tremonti", ascoltabili qui, gli speciali sono raggruppati come CATERPILLAR EXTRA CINZIA POLI a partire dalla puntata del 11-2. Ascoltandoli l'altra sera subito prima delle dichiarazioni di Voltremont al GRR (quelle dei moscerini) non sono riuscito a capire quale fosse la trasmissione satirica.

Formidable, peccato che il mio bocia di tre anni non mi permetta di ascoltarli come un tempo. PS: a mio parere il dott. Ardemagni in codesta operazione divulgativa non è del tutto estraneo.

Segnalo, per puro gusto di informazione spicciola, che nel libro di Paola Mastrocola "Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare" (piuttosto popolare, visto che in 6 mesi ha venduto 100.000 copie), vi è una breve citazione tratta dall'articolo di michele boldrin "Cari studenti, cosa volete davvero?", pubblicato sul Fatto Quotidiano del 3 dicembre 2010.

Il libro della Mastrocola, che riguarda ovviamente la scuola italiana e la sua condizione di "degrado", quasi di "inutilità funzionale" di fronte all'atteggiamento manifestato da moltissimi studenti contemporanei (in particolare, la prospettiva è quella di una docente di materie letterarie al Liceo Scientifico) si inserisce in una teoria lunga e ben affollata di saggi di analogo tenore, usciti in questi anni.

L'articolo di boldrin era invece rivolto alla situazione delle contestazioni alla "riforma Gelmini" dell'Università, allora alle sue ultime battute parlamentari. Comunque, la Mastrocola a pag. 137, sta facendo una breve storia, dal suo punto di vista, di questo "degrado italico", attraverso la ricostruzione di alcuni luoghi ideali e momenti storici della "visione pedagogica" che avrebbe portato allo "sfascio" attuale, e dedica di straforo qualche riga all'Università, e quindi alle ultime fasi dell'approvazione della riforma della Gelmini (che, nel momento in cui stava scrivendo il libro, era, appunto, arrivata in discussione nelle Aule del Parlamento), e riporta che

[...] Mi limito a citare un pezzo dell'articolo di Michele Boldrin, docente di economia in varie università americane, uscito sul «Fatto Quotidiano» del 3 dicembre 2010: «Le piazze e le torri d’Italia che oggi si riempiono d’incazzatissimi e indignatissimi rivoltosi erano vuote sei mesi fa, un anno fa, due anni fa, eccetera. Erano ancor più vuote quando, tre o quattro anni fa, il precedente ministro, tal Fabio Mussi, contribuiva con la sua arrogante ignavia al declino della nostra università»

Il libro della Mastrocola è di godibile lettura ma di contestabile orientamento, laddove la docente e scrittrice torinese, nota anche per essere la moglie del sociologo Luca Ricolfi, pretende di avere una teoria che giustifichi la propria ricostruzione dei motivi del degrado - così ossessionata come appare da Don Milani, da Gianni Rodari, dalla "pedagogia progressista", da Berlinguer, dall'Europa (?). I suoi spunti ricalcano un po' quelli di Giorgio Israel, il noto matematico e polemista di cose educative che, anch'egli, mischia fatti veri e ricostruzioni insensate, in un crescendo critico che tende a seppellire l'avversario più che a ragionarci assieme - un po' "alla boldrin", insomma.

Detto questo, è indubbio che il libro della Mastrocola sia comunque di riferimento per ogni dibattito scolastico che si fa nel Paese.

RR  

 

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