La ricchezza della nazione

Recensione di un sorprendente pamphlet di Anders Chydenius, datato 1765.

Chydenius, chi era costui? Fate bene a chiedervelo, perché anche per me questo nome era misterioso prima di leggere questo piacevole pamphlet -- e di pamphlet letteralmente si tratta, secondo la definizione dell'UNESCO (sic!), perché conta esattamente 48 pagine.

Chydenius non è famoso come i filosofi, i banchieri e i medici che nel '700 la facevano da economisti: Adam Smith, autore del ben più noto e voluminoso 'La ricchezza delle nazioni' (apparso undici anni dopo questo libretto, nel 1776, con pressoché identico titolo), Bernard Mandeville, David Hume, Richard Cantillon, Francois Quesnay, per citare solo i più noti. Eppure le idee economiche che contiene non sono meno ricche di quelle che hanno reso celebri questi altri personaggi. Sono anzi, per certi versi, sorprendentemente più moderne e proverò a darne un breve assaggio.

Anders Chydenius era nato in Svezia (in Ostrobothnia, una regione che oggi è parte della Finlandia) nel 1729 e 'la faceva' anche lui da economista (essendo prete, uomo di cultura e membro della Dieta svedese) in un secolo in cui gli economisti accademici non esistevano -- un secolo d'oro per qualcuno.

L'obiettivo del libro è fornire una guida alla buona legislazione e regolamentazione economica. Una guida, chiarisce subito l'autore, basata sull'esperienza e sull'osservazione dei fatti -- questo rende secondo me il libretto estremamente interessante: si tratta di fatto delle induzioni di un empirico piuttosto che delle deduzioni di un filosofo. E' una guida, si scopre andando avanti nella lettura, che consiste nel dimostrare quali leggi e regolamenti siano dannosi piuttosto che nel suggerire come e dove regolamentare.

Chiarisco subito che i regolamenti che Chydenius ha in mente sono quelli che riguardano l'allocazione delle risorse. In particolare, al tempo in cui scriveva vigevano in Svezia leggi che impedivano ai contadini di trasferirsi dalla campagna alla città e più in generale impedivano a un individuo di intraprendere certe carriere (questo distorceva l'allocazione del lavoro), limitavano il commercio sia interno sia internazionale (questo distorceva l'allocazione della produzione), e proteggevano o sussidiavano alcune categorie di produttori (questo distorceva entrambe le cose). Se vogliamo tenere a mente analoghi regolamenti in Italia dobbiamo pensare a cose come gli ordini professionali (di cui ha già detto Gianluca), l'uniforme remunerazione del pubblico impiego (di cui hanno già detto Andrea e Sandro), o quell'obbrobrio che il governo chiama "incentivi", ad esempio.

Lo scopo della legislazione economica, afferma Chydenius, è non danneggiare la ricchezza della nazione, che nella definizione dell'autore corrisponde a quello che oggi chiamiamo PNL (prodotto nazionale lordo, ossia il valore di tutti i beni e servizi finali prodotti da produttori nazionali). La prospettiva è già originale, non vi pare? Ancora oggi i legislatori sono convinti (o vogliono far credere) che la regolamentazione dell'attività economica sia cosa necessaria all'aumento del reddito nazionale, mentre Chydenius si accontentava di riconoscerla come inevitabile per ragioni politiche e per questo si preoccupava di suggerire criteri per renderla il meno dannosa possibile.

Nella pagine iniziali Chydenius afferma che condizioni necessarie alla prosperità sono la divisione del lavoro e il commercio, sia tra individui sia tra nazioni, e che il criterio per la divisione del lavoro tra nazioni sia la specializzazione nel settore o nei settori a più elevata produttività del lavoro. Queste sono chiare anticipazioni non solo del principio della divisione del lavoro enunciato da Adam Smith (ma prima di lui da Platone) ma anche dell'idea che quello che conta per il commercio internazionale è il vantaggio comparato e non quello assoluto, un'idea resa celebre da David Ricardo.

Il problema, secondo Chydenius, è che le leggi distorcono la naturale tendenza degli individui a creare ricchezza mediante specializzazione e scambio. Per quattro ragioni:

  1. La regolamentazione economica è molteplice e ogni pezzo di legislazione persegue obiettivi diversi e indipedenti. Questa frammentazione crea necessariamente un sistema scriteriato e quindi, molto probabilmente, dannoso.
  2. Nessuno statista e nessun regolatore possiede sufficiente conoscenza per organizzare l'attività economica in modo da massimizzare la 'ricchezza della nazione'. Questo è un punto fondamentale che anticipa le osservazioni di Hayek e la genesi di mechanism design.
  3. Anche se lo statista e il regolatore possedessero tutta la conoscenza necessaria, i loro incentivi non sono necessariamente allineati a quelli della collettività. Questo, invece, è il bread&butter di chi studia political economy.
  4. Infine, anche se gli incentivi fossero invece allineati, resta il fatto che anche la più perfetta regolamentazione cambierà sempre meno rapidamente delle circostanze economiche. Citando letteralmente:

Fra le migliaia di possibilità, la legge - sebbene sia la migliore possibile - è pertanto utile solo in un'unica circostanza, vale a dire quella per cui è stata concepita, ma dannosa in tutte le altre.

A me quest'ultima sembra una perla. I giuristi ci spiegheranno che per questo c'è il principio di generalità del diritto. Bene, fatevi avanti e discutiamone.

L'inevitabile risultato è la creazione di rendite di ogni tipo (da quella del monopolista a quella del politico), che Chydenius ritiene particolarmente dannose perché ingolfano il motore della prosperità, ossia l'aumento della produttività:

In una società, più opportunità ci sono per alcuni di vivere sulla fatica degli altri, meno questi stessi altri possono godere dei frutti del loro lavoro e più si affossa la laboriosità. I primi diventano arroganti, mentre i secondi diventano disperati ed entrambi negligenti.

Cosa suggerisce di fare, in conclusione, Chydenius? Naturalmente ridurre il numero di leggi e regolamenti che vincolano la libertà economica:

Un'unica legge, vale a dire quella di ridurre il numero delle nostre leggi, è da allora diventata una materia di lavoro piacevole per me, la quale voglio altamente raccomandare come principale e più importante, prima che ne siano inventate di altre nuove.

Non so se ci sia riuscito. Probabilmente no. Anzi, sicuramente no. Questa raccomandazione è altamente impopolare tra chi trae legittimazione dalla produzione di leggi, nonostante il fumo (letterale) della propaganda. Ma di certo aveva ottime ragioni, che sono ottime ancora oggi, per provarci.

19 commenti (espandi tutti)

"Nessuno statista e nessun regolatore possiede sufficiente conoscenza per organizzare l'attività economica in modo da massimizzare la 'ricchezza della nazione'".

 

Io questo obbligherei a metterlo sulla porta di tutte le sedi di partito.

Ieri parlavo con degli zii di sinistra sul fatto che, forse e ripeto il forse, il minimo salariale è più un male che un bene. O che ridurre la libertà di licenziamento potrebbe, e ripeto il potrebbe, essere una causa dell'effetto dei contratti precari. Eppure, no, il loro ragionamento era sui valori, sull'etica del capitalismo, sulla difesa dei lavoratori.

Come se si volesse costringere la gente per forza a pensarla in un modo, piuttosto che garantire i lavoratori indirettamente creando disincentivi economici per comportamenti "sbagliati" dei datori di lavoro.

Insomma, è piuttosto diffusa la concezione che si debba "proteggere" le classi deboli e anche per questo si accetta un parlamento che sforna leggi su leggi. Probabilmente, come diceva Chydenius, sarebbe meglio ridurre le leggi e cercare di garantire il funzionamento dell'economia di mercato.

Il ragionamento dovrebbe essere rivolto a come modificare i comportamenti sul piano razionale creando incentivi, piuttoso che sul piano normativo creando regole di comportamento (e quindi incentivo a disubbidire).

è piuttosto diffusa la concezione che si debba "proteggere" le classi deboli e anche per questo si accetta un parlamento che sforna leggi su leggi.

Io accetto di buon grado l'idea che il diritto serva a proteggere i deboli dal sopruso dei potenti, nella societa', come nella politica, come nell'economia. Proprio per questo domando: la protezione della rendita e del monopolio protegge i deboli o i forti, gli insiders o gli outsiders?

Il ragionamento dovrebbe essere rivolto a come modificare i comportamenti sul piano razionale creando incentivi, piuttoso che sul piano normativo creando regole di comportamento (e quindi incentivo a disubbidire).

Esattamente. In Italia e altrove la classe dirigente (ma non solo di questa) pensa, tipicamente, che il modo di risolvere i problemi sia legiferare e regolamentare. C'e' un problema? Facciamo una commissione che elabori norme! La lezione di Chydenius (estremamente attuale adesso che tutti pensano che si possa evitare una nuova crisi regolamentando tutto) e' che questo ingessa inutilmente e dannosamente l'attivita' economica, per le quattro ragioni elencate nella recensione. Molto meglio pensare a come creare incentivi appropriati. Il risultato sara' che, citando dal libretto:

Le numerose leggi, le loro spiegazioni, eccezioni e applicazioni che intralciano gli scambi in un modo o nell'altro, saranno allora inutili e diverranno mute, e quando la legge sara' abrogata, la sua violazione equivarra' a nulla.

Nessuno statista e nessun regolatore possiede sufficiente conoscenza per organizzare l'attività economica in modo da massimizzare la "ricchezza della nazione".

Io questo obbligherei a metterlo sulla porta di tutte le sedi di partito.

Ciò presuppone che a generali e truppa che frequentano le sedi di partito sia ignota cotal lapalissiana enunciazione. Può essere, talvolta, ma ad esser generosi penserei più alla mancata elaborazione intellettuale in merito a qualsivoglia argomento. In generale, dubito assai che la cosa valga per percentuali rilevanti di costoro: semplicemente, se ne impippano bellamente e badano soltanto alla "ricchezza personale e di club", intesa non solo come volgare pecunia ma anche come posizioni di potere (non è sempre la stessa cosa) ........

Molto interessante. Lo compererò. Se ho capito bene, il suo pamphlet è più breve, meglio scritto e per certi versi più incisivo di Smith. Eppure allora è rimasto del tutto sconosciuto al di fuori della Svezia. Se invece di nascere in Svezia e scrivere in svedese fosse nato a Londra o a Parigi, e avesse scritto in francese o inglese, o se almeno fosse andato a Parigi come Galliani, sarebbe ora probabilmente esaltato come uno dei pionieri dell'economia. Una domanda: quante intuizioni geniali si sono perse nella storia (fino a tempi molto recenti) per problemi di comunicazione linguistica? Possiamo sperare che Google translate risolva il problema per sempre?

Se ho capito bene, il suo pamphlet è più breve, meglio scritto e per certi versi più incisivo di Smith.

Piu' breve di sicuro, meglio scritto non saprei (la prosa di Smith e' estremamente piacevole per essere un libro del settecento, persino in lingua originale). E' incisivo su questo particolare punto delle leggi, Smith spazia a 360 gradi.

Una domanda: quante intuizioni geniali si sono perse nella storia (fino a tempi molto recenti) per problemi di comunicazione linguistica?

Ovviamente non lo sapremo mai :)

Possiamo sperare che Google translate risolva il problema per sempre?

Decisamente no, capire un testo tradotto da un computer richiede un certo sforzo (ed a volte qualche rudimento della lingua originale, ad esempio per depurare le radici delle parole da diminutivi, plurali e quant'altro), ci vorrà un bel po' per otetnere una traduzione ragionevole da un testo di 40 pagine scritto in qualche oscuro dialetto tibetano.Al momento ha grossi problemi con singole frasi in Olandese :)

Conterei più sulle traduzioni di volontari, ce ne sono già a frotte su internet, ad esempio per i fansub.

In ogni caso la produzione intellettuale è troppo grande per essere gestita sistematicamente, le possibilità che qualche contributo geniale venga ignorato perchè non raggiunge il pubblico adatto è altissima.

Infine, con tutti i suoi pregi non mi pare che la Svezia di oggi abbia colto la lezione, e se fosse stato un best seller in Svezia quando è uscito l'avrebbero tradotto sicuramente.

Giusto per scocciare i (monopolisti con copyright) editoriali 

runeberg.org

vi da e tutto gratis, Chydenius sia in svedese che in inglese

 

 

E' interessante, a mio avviso, l'osservazione che uno diventa "famoso" se scrive nella lingua giusta.

Un modesto (a modesto avviso del sottoscritto) Caraco o Sartre divengon celebri, Michelstaedter lo leggono solo le vittime dell'insonnia.

 

Per altro, perche' non dedicare (alle giornate di Nfa) una discussione con quacuno a questo? 

perche' e' meglio non avere leggi?

runeberg.org

vi da e tutto gratis, Chydenius sia in svedese che in inglese

In svedese ok, ma in inglese no: l' indirizzo è obsoleto.Lo si trova alla fondazione Chydenius (era linkato pure da wikipedia:) ).

Ipotizziamo che Giulio Zanella abbia un'idea brillante da premio Nobel

a) lo pubblica in italiano sulla Rivista di Politica Economica. Se ne accorge l'x% degli economisti

b) lo pubblica in inglese sulla Rivista di Politica Economica. Se ne accorge l'y% degli economisti

c) lo pubblica sull'American Economic Review. Se ne accorge il 100% degli economisti - Giulio riceve il meritato premio Nobel e siamo tutti felici

Per definizione x<y<100. Nel secolo XX la differenza (y-x) è aumentata rapidamente, con la diffusione dell'inglese come lingua franca della comunità scientifica. All'inizio del secolo, persino gli scienziati scrivevano nella propria lingua (Fermi scriveva in italiano e prese il Nobel). Alla fine, tutti hanno iniziato a scrivere prevalentemente o esclusivamente in inglese.

Prima domanda: Google Translate (nella versione omega del 2019, magari) può invertire questo trend, rendendo di nuovo possibile scrivere nella propria lingua - riducendo il vantaggio comparato dei madre-lingua naturali o acquisiti (gli ameriKani)

Seconda domanda: si ridurrà mai il divario (100-y)?  In altre parole, si ridurrà il potere delle grandi riviste e case editrici per imporre i lavori  all'attenzione della comunità scientifica? Il sistema della peer review è comodo per i lettori ed efficace per selezionare i lavori buoni ed ottimi. Può però essere inefficiente nel selezionare i pochi articoli veramente geniali ma eterodossi - quelli da premio Nobel.

 

 

mah, forse era una lingua francA e non FrancE, che e' una repubblica indipendente.

non risulta, non risulta.

le puublicazioni hanno un alunga vita e tutti i pazzi che misurano il "successo" di una teoria dal numerod i copie, erra... per fortuna il mondo non e' "tuttolibri" e nemmeno il best-seller list di NY Times.

Si vedano "Principia" (in pessimo Latino) di Newton o "Das Kapital" in (scadente Tedesco) di Marx.

Molto, ma molto piu' letti delle operette del professor Vaccadamus, emigre' in Wisconsin per scarsa propensione al portar il borsello del dottor Calo' della Universita' delle Calabrie.

Beh, se Antonio di Rio Pico (nel film scopriva la relatività generale ed inventava il marxismo con decenni di ritardo) per una volta arriva in anticipo e pubblica in spagnolo sul giornale locale le probabilità che qualche lettore ci capisca qualcosa e diffonda il verbo sono minime, se pubblica in inglese su Nature ha molte più chances, e non vedo come la cosa possa essere cambiare: per ogni genio di provincia ci sono varie migliaia di ufologi, cultori delle scie chimiche, del signoraggio e sciroccati vari, nonchè un' infinità di autodidatti (alcuni anche brillanti) che riscoprono l'acqua calda o prendono granchi colossali.

Ormai tutta questa gente può diffondere il proprio verbo (o verificare che non sia già diffuso/smentito) via web, ma il rapporto segnale/rumore è tremendo, qualcosa si perderà sempre.Sicuramente è molto meglio di quando internet non c'era.

PS: se un articolo è troppo eterodosso per nature lo è anche per il nobel, a meno che siano in vena di scherzi come quando dan quello per la pace

PS: se un articolo è troppo eterodosso per nature lo è anche per il nobel, a meno che siano in vena di scherzi come quando dan quello per la pace

 

 Questa affermazione può essere vera per Nature, ma non lo è sicuramente in economia. Molti articoli poi rivelatisi fondamentali furono rifiutati da prestigiose riviste. Cf. il divertente articolo "How are the mighty fallen: rejected classic articles by leading economists" in Journal of economic perspectives 8 (1994) pp.165-179. Me lo sono scaricato e lo  rileggo ad ogni rejection che prendo.

Io sono assolutamente convinto che le classi deboli vadano protette, però non sono d'accordo con i sistemi che vengono proposti.

Il problema, come mi permetto di dedurre da quello che dice Chydenius, è che molte volte non è la legge in se, ma l'impatto sul sistema legislativo intero che andrebbe considerato, oltre alle contingenze.

Per dire, in Danimarca, dove studio, la protezione delle classi deboli è altissima. Gli studenti prendono 700 euro cash al mese per studiare e non pagano l'università. Io, da Europeo, solo per fare il master lì avrò diritto a 1200 euro circa come sussidio da quando mi laureo. Senza aver mai versato un euro di contributo.

Ora, pensiamo se andassi a dire:  bisogna togliere le tasse universitarie agli studenti italiani. Messaggio di "sinistra", semplice e demagogico. Ma quale sarebbe l'effetto di questa norma quando scontata con tutte le altre nel sistema legislativo? Probabilmente nullo visto che non c'è nessuna norma ministeriale che butta fuori quelli fuori corso per troppo tempo (in Danimarca puoi ripetere un esame massimo 3 volte). Probabilmente non tutelerebbe nemmeno le classi deboli in quanto potrebbe offrire incentivo a fare la scelta dell'università ancora più alla leggera di come si fa oggi, portando molti ragazzi a sperdersi per anni in studi per cui, magari, non sono portati.

 

E poi, prima di fare una legge, a mio parere, sarebbe il caso di cercare di vedere se l'effetto che si vuole ottenere possa essere ottenuto in altro modo. Molte leggi creano incentivo a disubbidire, mentre incentivare il comportamento razionale no. Per dire, se si cancellassero tutte le leggi che creano corporazioni e rendite fuori dal mercato, la maggiore informazione che ne risulterebbe non potrebbe avere un effetto migliore della legge stessa?

 

Non conoscevo Chydenius, grazie Giulio per la scoperta. Sto leggendo "Economia bastarda" di Beattie, che non è un'economista, ma uno storico, non fatevi ingannare dal titolo: l'economia bastarda è quella che, attraverso i secoli, è stata diretta, guidata, incentivata, sussidiata, monopolizzata, l'elenco è lungo e impressionante, ma le conclusioni sono ovvie: si sono sviluppati solo i paesi in cui le forze economiche sono state in grado di competere (più o meno) liberamente fra loro.

L'analisi di Beattie, se applicata all'Italia, è sconsolante: andremo sempre peggio, perchè produciamo roba vecchia, e cerchiamo solo il protezionismo.

Mi sembra, dal riassunto di Giulio, perfettamente concorde con l'analisi di Chydenius, e ci potremmo mettere molti altri, Adam Smith in testa, ma poichè qui al massimo si diplomano alla scuola Radio Elettra, da cui poi cotanto figlio, già con la pasione politica,e d'altronde dall'altro lato si danno alla filosofia cattolica, c'è poco da sperare..

  Ringrazio l'autore per la segnalazione di questo libro. Mi sembra molto significativa la citazione

In una società, più opportunità ci sono per alcuni di vivere sulla fatica degli altri, meno questi stessi altri possono godere dei frutti del loro lavoro e più si affossa la laboriosità. I primi diventano arroganti, mentre i secondi diventano disperati ed entrambi negligenti.

  Penso che dia una esauriente spiegazione al declino del nostro paese.

Rientro tra coloro che non conoscevano, Anders Chydenius, prima del post del Prof. Zanella. E che, perciò, vorrei ringraziare.

La recensione, e i commenti che ne sono seguiti, offrono, a parer mio, diverse riflessioni. Tra queste, a grandi linee, vorrei indicarne due.

1. Deflazione del numero delle Leggi vigenti.

Come riportato dal Prof. Zanella, l' Autore scandinavo raccomandava, tra le altre cose, una riduzione del numero delle Leggi, nella vita economica della nazione. E infatti, nel libretto di cui qui si discute, scrive: 

 

Un'unica legge, vale a dire quella di ridurre il numero delle nostre leggi, è da allora diventata una materia di lavoro piacevole per me, la quale voglio altamente raccomandare come principale e più importante, prima che ne siano inventate di altre nuove. 

 

Il tema della riduzione del numero delle Leggi, e non soltanto riguardo lo specifico settore economico, è stato trattato da non pochi Autori. Senza alcuna pretesa di completezza, e limitandomi allo stesso secolo XVIII, e cioè allo stesso evo in cui veniva pubblicato il pamphlet di Chydenius, ne indicherei due.

Il primo, è Bernard de Mandeville, già opportunamente menzionato dal Prof. Zanella.  Il filosofo, e medico olandese, infatti, nella sua opera più nota, La favola delle api, in riferimento alle Leggi suntuarie, scrive che:

 

Le leggi suntuarie possono essere utili in un paese impoverito, dopo grandi calamità di guerra, pestilenza o carestia, quando non c'è produzione e il lavoro del povero si è interrotto. Ma introdurle in un regno opulento è il modo sbagliato per curarne l'interesse (...).

 

(cfr, Bernard Mandeville, La favola delle api, Laterza, Roma-Bari, 2002, pag. 170).

 

 

Altro Autore del Settecento, che sosteneva la bontà di una riduzione del numero delle Leggi, è stato un eccellente giurista francese, Charles-Louis de Secondat de Montesquieu.

Nella sua imponente, e poderosa opera, Lo Spirito delle leggi, il Montesquieu, tra le innumerevoli intuizioni ancora attuali, scrive:

 

(...) le leggi inutili indeboliscono le leggi necessarie.

 

(cfr, Charles-Louis de Secondat de Montesquieu, Lo Spirito delle leggi, Vol. II, Libro XXIX, Cap. XVI, pag. 943, Bur, Milano, 2003).

Due pagine prima, l'Autore ritiene che:

 

Non bisogna fare cambiamenti in una legge senza una ragione sufficiente (...).

 

(cfr, Idem, Ibidem, Vol. II, Libro XXIX, Cap. XVI, pag. 941, Bur, Milano, 2003). 

 

Ancora oggi, anzi, forse, soprattutto oggi, il tema di una necessaria riduzione delle Leggi, è assai avvertito tra gli Autori. Qui, tra i tanti, mi piace ricordare il Prof. Paolo Grossi, attuale Giudice della Corte Costituzionale.  Il quale, anche di recente, non ha mancato segnalare, quella che mi pare possa definirsi come una sorta di ossessione a legiferare, che sembra non voler abbandonare il nostro Legislatore. 

In un libretto di poco più di 120 pagine, il Prof. Grossi, tra le molte, assennate considerazioni, denuncia la

 

Pletoricità dell'attività legislativa, una caterva tale da provocare la conseguenza letale della sua inconoscibilità (...).

 

(cfr, Paolo Grossi, Prima lezione di diritto, Laterza, Roma-Bari, 2004, pag. 95).

 

 

 

2. Legge, quale mezzo per ordinare la realtà?

La seconda, e ultima riflessione, che la recensione del Prof. Zanella, e i commenti che ne sono seguiti, mi sollecitano, riguarda il ruolo della Legge, come strumento per governare la realtà.

Il Prof. Zanella ha ricordato, en passant, come l'attuale Legislatore, sia impegnato nel tentativo di sfoltire, per quanto possibile, l'assai intricata selva di Leggi che regolano la nostra vita.

Se è stato possibile, nel corso degli anni, accumulare una tale mèsse di Leggi, a me sembra che ciò si sia potuto determinare, tra le altre cose, anche a causa dell'idea che, la Legge, fosse un ottimo  strumento  - forse addirittura il migliore, o l'unico -, per poter regolare la nostra vita associata. E, soprattutto  - mi sembra - , si è ritenuto che intervenire, fosse preferibile al non intervenire.  Il tutto, con una fiducia forse eccessivamente ottimistica, circa la capacità della Legge, e quindi del Diritto, di poter centrare gli obiettivi che il Legislatore si auspicava.

Nel senso di una visione critica dello strumento-Legge, vorrei riportare, anche qui senza pretesa alcuna di esaustività, alcuni Autori che, sul tema, hanno svolto qualche riflessione.

Ancora Charles-Louis de Secondat de Montesquieu, scrive che:

 

(...) Le leggi si scontrano sempre con le passioni e i pregiudizi del legislatore. Talvolta vi passano attraverso, differenziandosene; talaltra vi restano, e vi s'incorporano.

 

così scrive, nella sua opera più nota, l'<<avvocato>> Montesquieu (cfr. Charles-Louis de Secondat de Montesquieu, Lo Spirito delle leggi, Vol. II, Libro XXIX, Cap. XIX, pag. 945, Bur, Milano, 2003).

E, il nostro Bruno Leoni, ci ricorda come

 

(...) La legislazione (...) riflette sempre la volontà della maggioranza contingente (...).

 

(cfr, Bruno Leoni, La libertà e la legge, Liberilibri, Macerata, 2000, pag. 8).

 

 

 

 

 

Anche tra i non giuristi, non manca chi, come Claudio Magris, assai opportunamente, a parer mio, avverte di guardarsi bene dal concepire la Legge, come fosse, aggiungo io, un totem.  E infatti, scrive:

Nessuna regola è un idolo, nemmeno la regola per eccellenza, la legge (...).

 

Vorrei concludere osservando come, soprattutto nel nostro Paese, si usa la Legge, troppo spesso, per normare tutto il normabile. Anche quando a legiferare si è indotti, non già dal voler curare interessi corporativi o personali, ma dal perseguimento dell' interesse pubblico generale, la Legge rimane strumento assai imperfetto. E, non di rado, sarebbe preferibile non legiferare affatto, piuttosto che regolamentare settori della realtà, che, al contrario, andrebbero lasciati alla autonomia privata.

 

 

 

 

 

P. S.

Mi scuso per aver dovuto dividere il Commento in più parti. Ho più volte provato ad inviare un Commento unico, ma mi restituiva sempre Messaggio di errore.

 

 

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