The Force of Destiny

Ottimo libro, che raccomando vivamente; specialmente alle persone interessate a capire perché l'Italia moderna non è esattamente una nazione omogenea e perché le elites sociopolitiche italiane sono quello che sono. Appena ne ho il tempo scrivo una recensione; molto sottile e convincente come riesce a leggere l'identità italiana nell'evolversi della sua cultura umanistica. Duggan manifesta, forse anche grazie al distacco che lo separa dal modo di sentire comune nel Bel Paese, una comprensione abbastanza sorprendente di come "funziona" l'Italia.  

5 commenti (espandi tutti)

Avevo letto i suoi (precedenti). Aiuta che si sia fatto raccontare l'Italia da Meneghello (ottimo autore di libera nos a malo).

Segnalo, per chi non lo sapesse, che è uscita la traduzione italiana "La forza del destino", pubblicata da Laterza.

Segnalo la presentazione dell'autore sul Corriere della Sera del 30/1/2009.

Sul sito web del Corriere c'e' anche un video di un dibattito con l'autore.

Grazie Alberto.

Vi prego di notare, ancora una volta, il giornalismo italiano al lavoro. Il testo dell'articolo l'ha scritto Duggan, ma il titolo l'ha fatto la redazione del CorSera. Nel titolo si allude ad un presunto ruolo negativo "della sinistra" simmetrico a quello della chiesa, ruolo di cui, sia nel libro che nel testo dell'articolo, non v'è traccia. Mentre v'è abbondante traccia di quello negativo della chiesa.

Duggan fa un ragionamento molto più sofisticato, ed a mio avviso storicamente molto più legittimo, ossia che fu la posizione reazionaria (ed ostile sia all'unificazione nazionale che alla creazione di uno stato laico) della chiesa cattolica a spingere le forze che alla chiesa non si ispiravano (i mazziniani/repubblicani prima e la sinistra poi) su posizioni similmente estreme. Detto altrimenti, Duggan stabilisce un rapporto storico di causa-effetto e non mette i soliti "opposti estremismi" sullo stesso piano.

Riporto una recensione con opinione negativa sul libro:

Duggan è noto in Italia per una biografia di Crispi e un paio di saggi sulla storia della mafia e della Sicilia. Nell'ampliare i suoi interessi a tutta la storia d'Italia, ha assunto gli stessi criteri usati per l'età crispina, applicando una visione inevitabilmente arcaica e intimamente retriva. Per riprendere una sua citazione dello stereotipo britannico che vede nell'Italia una carnival nation, forse avrebbe dovuto dare al suo libro un altro titolo verdiano: Un ballo in maschera. Infatti, perché un libro non italiano sull'Italia sia offerto anche ai lettori italiani sarebbe opportuno che fosse costruito su un'accurata lettura delle fonti e della letteratura esistente e che offrisse un'interpretazione originale, piuttosto che adagiarsi sui luoghi comuni di certa storiografia britannica, che vede gli italiani come un popolo indolente, passivo e scettico, secondo una visione intrisa di preconcetti.
Dal punto di vista delle fonti, il libro è basato sulla letteratura anglosassone, su alcune sintesi "canoniche" come quella di Candeloro, su alcune opere edite da noti editori di Torino, Bologna e Bari. E su poco altro. L'autore ignora (o mostra di voler ignorare) l'esistenza di migliaia di volumi italiani. Ma soprattutto ignora fonti come la collezione dell'Istituto per la Storia moderna e contemporanea, quella dell'Istituto per la Storia del Risorgimento, i Documenti diplomatici italiani. Se poi si aggiunge che l'autore mostra anche di ignorare i dibattiti relativi ai nodi interpretativi principali della storia italiana, se ne desume un quadro sconsolante. Per citare solo due esempi: di Rosario Romeo egli utilizza (male e poco) la biografia di Cavour, ma ignora il dibattito suscitato (specialmente con Gerschenkron) dalle sue tesi su Risorgimento e capitalismo, tesi che ebbero un ruolo centrale nel portare il caso italiano al centro del dibattito internazionale sul rapporto fra industrializzazione, modernizzazione, democrazia e dittatura. E per la politica estera (che sempre condiziona e spesso spiega la vita italiana) la sua principale fonte è il pur mirabile volume di Chabod, scritto prima del 1950, cioè oltre sessant'anni fa.
L'Italia appare come un paese semicoloniale, dove per caso allignarono menti eccelse. Così diventa impossibile capire che l'unificazione italiana fu il risultato dell'integrazione della penisola nello sviluppo dell'economia di mercato industrializzata; della progressiva integrazione finanziaria e commerciale del Nord all'Europa occidentale; e il frutto della capacità cavouriana di trasformare il caso italiano in un tema drammatico per la politica internazionale europea.
Pur senza lasciarsi andare a un nazionalismo storiografico senza senso, non si può non restare meravigliati dal fatto che i passaggi e i personaggi dominanti della vita italiana vengano sistematicamente sviliti dinanzi a figure minori ma più colorite. Occorre qualche esempio? Sin dall'inizio del volume si apprende che la cultura italiana del Sette-Ottocento non fu forgiata dall'insegnamento di uomini come i Verri, Romagnosi, Beccaria, Cattaneo (ai quali Duggan dedica citazioni svagate o occasionali), ma da figure come quella, ingiustamente ignorata, del coreografo e ballerino Gasparo Angiolini, che "buttò giù le sue riflessioni politiche in quaderni che fece poi stampare e distribuire agli amici". Si apprende che l'idea nazionale italiana non fu il frutto della maturazione di spiriti eletti, ma della pubblicazione di Corinna, o l'Italia, scritto da Madame de Staël come romanzo intellettuale che tenta, nella figura della sua eroina, di "incapsulare l'anima della nazione italiana". Si apprende che il nazionalismo toscano era il frutto di Niccolò Puccini, patrizio toscano vissuto in quel di Pistoia, protettore delle arti e della cultura. Insomma, il metodo generale di questo libro è quello di tralasciare il contributo di molti maggiori autori del pensiero italiano per sostituirli con personaggi minori, ingiustamente "dimenticati" dalla storiografia italiana.
Nulla si potrebbe obiettare a questo "ripescaggio" nella cultura minore se non esistesse il senso delle proporzioni. I nomi citati non dicono niente a chi si occupa di storia d'Italia. Ma appare quanto meno incomprensibile la trascuratezza verso chi davvero operò come protagonista o, meglio, l'evidente squilibrio fra chi molto disse e chi, oltre a dire, operò. Se di Mazzini e dei democratici italiani si dice a sufficienza quanto si può trovare in un buon manuale scolastico, i moderati, cioè i vincitori della contesa, sono quasi messi in un angolo. A Gioberti, Durando, d'Azeglio, Balbo sono dedicate poche pagine di sintesi, e a Cavour, la cui personalità, cultura e forza politica svettano nella storia italiana, viene dedicata solo mezza pagina, quasi che lo statista piemontese non fosse per diventare il filtro della trasformazione italiana. Poco di più è dedicato alla sua azione economico-politica. Nulla si dice del lavorio che egli svolse per modernizzare il Piemonte e tutto viene ricondotto all'immagine di un pragmatico giocatore, pronto a cogliere le buone occasioni più che a pianificare.
Si potrebbe continuare lungo questa falsariga, ma qui entrano in campo gli errori di fatto, che hanno inizio proprio dalla mancata conoscenza delle fonti, ma che sarebbe troppo lungo enumerare poiché essi si trovano a decine. Agli errori si debbono però aggiungere le omissioni o le percezioni fuorvianti. Un esempio di percezione fuorviante è offerto dalle Cinque giornate di Milano, un episodio al quale Duggan dedica due righe (sic!), di fronte alle cinque pagine dedicate alla Repubblica romana del 1849. Percezione che sarebbe legittima, se non si tenesse conto del fatto che l'episodio milanese pose le basi per tutto ciò che accadde fino al 1861 e che fu lo spunto dominante del dibattito fra moderati e democratici dopo il 1849.
Ma ciò che più desta stupore è il fatto che un libro così ambizioso trascuri completamente gli sviluppi dell'economia italiana e tratti quelli della società in termini così futili. Dell'economia italiana non si dice nulla di intrinseco, nulla che affronti le fondamenta e gli sviluppi del decollo economico italiano alla fine dell'Ottocento; che spieghi la crescita e la crisi del primo dopoguerra o che spieghi seriamente il "miracolo economico" del secondo dopoguerra. Invano il lettore cercherebbe la citazione di nomi come quelli di Stringher, Beneduce, Einaudi, Baffi, Menichella, Carli. Trova (e non appaia ardito l'accostamento) aneddoti che raccontano come Vittorio Emanuele II si mettesse lucido nero da scarpe sui capelli per nascondere la canizie; o trova, come descrizione del sistema educativo e della riforma Gentile, la storia di una maestra, Italia Donati, pioniera solitaria e perseguitata dell'insegnamento elementare; oppure l'informazione che, negli anni trenta del secolo XX, "a Milocca, nella Sicilia centrale, per essere ammesse in seconda, le ragazze dovevano indossare le mutandine" (secondo la ricerca dell'antropologa americana C. G. Chapman). Invano però cercherebbe notizia di Maria Montessori.Tutti questi esempi, che per un recensore è persino umiliante rilevare, ma che sono solo alcune citazioni, rispetto a un insieme assai più ricco di imprecisioni, sventatezze, stereotipi, portano a una conclusione più generale e metodologica. Vi sono innovazioni degne di nota nel libro di Duggan e tali da far passare sotto silenzio le omissioni o le falsità? L'interpretazione di questo autore si colloca nell'insieme di letture critiche del Risorgimento. Sono le tesi sviluppate, fra i primi, da Cattaneo, da Ferrari, da Montanelli, da Salvemini, da Gobetti, da Gramsci, da Salvatorelli, da Spellanzon, da Candeloro e da tanti altri autori italiani. Tesi già note e in gran parte condivisibili (benché negli anni più recenti esse abbiano assunto una valenza politica discutibile). Ma assumere questi criteri non significa anche dimenticare ciò che è l'Italia. Duggan offre l'immagine di un paese dimezzato. Giunto al 1860 è come se tutto il Nord, dal Tevere alle Alpi, non esistesse. L'esposizione è concentrata sul mancato sviluppo dell'Italia meridionale e sull'ottusità della politica piemontese. Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze e persino Roma quasi scompaiono dalle pagine del libro, che pertanto diviene una sorta di storia della colonizzazione del Sud da parte di un regime illiberale. Che frattanto l'Italia tutta crescesse economicamente; si dotasse di infrastrutture (più o meno efficienti), sviluppasse una politica estera autonoma, che combattesse due guerre mondiali riuscendo a compiere il miracolo di trasformarsi in uno dei paesi più industrializzati del mondo, questi sono aspetti che al Duggan sfuggono completamente.


Ennio Di Nolfo


Magari chi ha letto il libro può rispondere con le proprie impressioni, se lo ritiene utile (io sì).

Audi alteram partem

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti