Alitalia non si vende allo straniero, le fabbriche di armi si

5 settembre 2008 sandro brusco
La necessità di difendere i ''settori strategici'' è, da sempre, una delle scuse più gettonate da statalisti e dirigisti di ogni sorta per giustificare spregiudicate operazioni governative di sussidio a imprese, industrie e patriottici imprenditori a spese dei contribuenti. Non fa eccezione un recente articolo del Foglio (grazie al lettore Marco Boleo che ce lo ha segnalato), che ci richiama all'ordine per aver turbato l'industria patria. Vogliamo solo porre una umile domanda: perché vendere allo straniero una impresa di trasporto aereo mette in pericolo la sicurezza nazionale mentre vendere imprese che producono missili no? Perché, vedete, uno dei nostri capitani coraggiosi, Davide Maccagnani, ha appena fatto proprio questo.

Confesso, non avevo mai sentito parlare di Davide Maccagnani. L'ho sentito la prima volta quando il suo nome è apparso nella collezione dei virtuosi e patriottici imprenditori che si sono sacrificati per garantirci di volare tra Milano e Roma con il tricolore sulla coda degli aerei, fieri di fare un servizio alla patria e accontentandosi solo della nostra commossa gratitudine. Ah sì, anche del diritto di ristabilire una sorta di monopolio feudale per concessione governativa, ma questi sono dettagli.

Poi ho letto questo articolo di Repubblica, in cui si descrivono un po' i vari eroi nazionali accorsi disinteressatamente in soccorso del patrio suolo. Alla voce Davide Maccagnani di Macca si dice:

Ex titolare, presidente e amministratore delegato della Simmel Difesa,
unico produttore in Italia di munizioni e di spolette di medio e grosso
calibro per cannoni navali, oltre che di esplosivi, teste
missilistiche, razzi e sistemi d'arma a razzo, questo Davide ha appena
venduto l'azienda, con stabilimenti a Colleferro e ad Anagni, vicino
Roma, agli inglesi della Chemring.

Curioso, curioso. Può questo essere vero? Può essere che il nostro Maccagnani, pronto ad arruolarsi nelle eroiche coorti che hanno difeso il sacro marchio Alitalia, non abbia avvertito il dovere di non far cadere in mano nemica razzi ed esplosivi? Abbiamo quindi attivato i nostri formidabili servizi di spionaggio (che operano con una nuova e temibile tecnologia segreta di cui riveliamo solo il nome in codice: ''google'') per raccogliere ulteriori informazioni. Allora, se cliccate qui la Simmel Difesa comincia con un bel comunicato discolpatorio

PUR AVENDO LA CAPACITA’ DI PRODURRE QUESTI COLPI CON
CARATTERISTICHE CHE SODDISFANO I PIU’
RECENTI E RESTRITTIVI REQUISITI DI SICUREZZA INTERNAZIONALI, LA SIMMEL DIFESA
CON IL NUOVO ASSETTO SOCIETARIO, INIZIATO NELL’ANNO 2000, NON HA MAI PRODOTTO NE’ TANTOMENO ESPORTATO
SUDDETTE TIPOLOGIE DI MUNIZIONAMENTO.

dove le suddette tipologie sono le ''cluster bombs'', un tipo di arma particolarmente letale per i suoi effetti sui civili attualmente oggetto di trattative internazionali per la sua proibizione. A parte questo, apprendiamo che dal 2000 esiste un nuovo assetto societario (a proposito, cosa faceva l'azienda riguardo le bombe a grappolo prima del 2000?).

Abbiamo quindi cercato di ricostruire, con i nostri possenti mezzi, la dinamica dell'assetto proprietario. Secondo il sito della società, l'impresa venne creata dalla Fiat nel 1948. Ma:

In the year 2000 new share holder acquired
the company to further develop the business prospective.

Traduzione: Nel 2000 un nuovo azionista ha acquisito l'azienda per sviluppare ulteriormente le sue prospettive economiche.

Questa notizia ANSA afferma invece che il passaggio di proprietà è avvenuto nel 2007. Si tratta di una intervista proprio al nostro imprenditore-patriota, in cui egli ci spiega il suo entusiasmo per la operazione Alitalia. Vi si afferma

Maccagnani ha un
passato in Fiat Avio dove e' stato responsabile tecnico, poi
amministratore delegato di Snia Bpd, quindi l'ingresso
nell'industria bellica con l'acquisto di Simmel

Inoltre

Simmel Difesa - settore
produzione di munizioni e sistemi d'arma esplosivi terrestri e
aerei, nata dallo spacchettamento della Bdp che negli anni 50
produceva il famigerato Ddt - e' stata ceduta l'anno scorso al
gruppo britannico Chemring per quasi 80 milioni.

La notizia è confermata sul sito di Chemring, dove si precisa che il prezzo di acquisto è stato di 77 milioni di euro. Si noti che Chemring è una società con sede addirittura nella perfida Albione.

Ulteriori informazioni sono fornite da Asdwire, un sito web che si descrive come ''global news distribution service for the Aerospace, Space, Aviation, Defence, and Security market''. Dando notizia dell'acquisizione di Simmel da parte di Chemring il sito afferma

Simmel, founded in 1948, is known traditionally for its large calibre
ammunition, particularly for naval applications.

......

After a decade within the Fiat Group, the company was spun out
in 2000 – and by 2006, was owned exclusively by Italy’s Maccagnani
family.

Traduzione: Simmel, fondata nel 1948, è tradizionalmente nota per le sue munizioni di grosso calibro, particolarmente per applicazioni navali. .... Dopo una decade all'interno del Gruppo Fiat la compagnia venne resa autonoma del 2000, e a partire dal 2006 è stata posseduta interamente dalla famiglia italiana Maccagnani.

Non possiamo valutare l'affidabilità del sito, ma quello che dice collima con quanto scritto nel sito di Simmel e con quello che dice Ansa. Assumendo che il sito sia affidabile (in verità non abbiamo ragione di pensare il contrario) il pezzo ci fornisce due informazioni interessanti. Primo, si capisce meglio la dinamica della propretà. Secondo, i 77 milioni di euro sono finiti tutti nelle tasche della patriottica famiglia Maccagnani.

Va bene, adesso fateci concludere con qualche osservazione seria. Non abbiamo nessuna ragione per ritenere che ci sia stato qualcosa di male nella vendita di Simmel a una società inglese. Per quel che ne sappiamo, si tratta di una operazione perfettamente legittima. Siamo contenti per la famiglia Maccagnani, che sembra aver fatto un ottimo affare.

Ma una domanda, semplice, semplice la dobbiamo fare a Enrico Cisnetto del Foglio e a tutti quelli che ci hanno spiegato in lungo e in largo che Alitalia è una compagnia strategica, che chiuderla o venderla agli stranieri sarebbe stato un disastro e via delirando. La domanda è: in base a quale stralunata visione del mondo una scalcagnata compagnia aerea è strategica mentre una florida azienda di armi no?

34 commenti (espandi tutti)

Ciao Sandro.

Da un punto di vista storico, direi che in genere è proprio come dici tu...sono le fabbriche di armi ad essere state poste sotto una speciale tutela, per prevenire la loro acquisizione da parte di stranieri...e se dunque si è tollerato che anche quel tipo di produzioni finissero in mano straniera, non si vede perchè, come dici, lo stesso  non dovrebbe accadere anche per le aziende di trasporto.

Inoltre non capisco perchè non si accenni mai al fatto che una eventuale acquisizione di alitalia da parte di AirFrance sarebbe comunque un'operazione interna allo spazio giuridico europeo, con regole che dovrebbero essere condivise da tutti i paesi membri...c'è tanta retorica europeista in Italia, ma da questo frangente mi sembra che l'europeismo sia a corrente alternata.

C'è poi una cosa che mi sembra sia stata trascurata. Alcune località turistiche sono esplose, dal punto di vista delle presenze, più per l'azione commerciale delle low-cost, più che per una politica centrale organizzata dalle sedicenti compagnie di bandiera...anche se le compagnie low-cost sono oggetto anche esse, seppure in misura minore, di aiuti volte ad agevolarne l'insediamento in un aereoporto. Ma tu sai qualcosa di più al riguardo? L'altra sera qualcuno me lo faceva notare, mi faceva notare che anche Ryanair prende soldi dagli scali per essere attirata ad investire...ripeto non so molto, ma intanto la compagnia è in attivo e dunque sarebbero soldi ben spesi, ma poi credo che Ryanair sia attirata per via del volume di passeggeri che attira, esattamente come si incentivano le aziende a investire con sgravi fiscali e altre cose del genere....ma dimmi tu se sai di più di soldi pubblici a Ryanair.

Un ultima cosa. Sono usciti diversi commenti sulla vostra lettera alla Stampa. Mi colpiscono alcune cose.

Finchè si è potuto, siete stati ignorati ora invece si parla di voi per dirvi che sbagliate...però al contempo tutti si professano vostri amici, in accordo con quanto dite quasi sempre. Cioè dico: esistete da diversi anni, avete scritto su tutto, quelli che vi attaccano ora sono vostri amici sempre d'accordo con voi, o quasi, e però parlano di voi solo ora per difendere l'operazione alitalia o la Marcegaglia....questi, si sa, sono i ferri del mestiere dell'intellettuale di successo. 

Ho poi notato di frequente che nel rispondervi si alluda di frequente ad un argomento del tipo: " ma quelle loro sono le teorie economiche, noi dobbiamo confrontarci con la realtà, che è più complessa e difficile, e comunuqe (così prosegue il loro dire) ci sono ragioni che esulano dall'efficienza economica e che vanno tutelate, come appunto avere una compagnia di bandiera e così via. [Questa mi sembra l'applicazione in campo economico di quel primato della politica che i politici italiani invocano quando sono beccati in flagranza di reato: a loro dire esistono sempre circostanze speciali che rendono la loro condotta e le loro scelte non sottoponibili ai metri di valutazione ordinaria, che è un modo complicato per dire che vogliono farsi i cazzi loro a spese nostre].

Se poi anche quest'ultimo argomento è rigettato, si passa all'enumerazione dei casi dove gli altri in Europa non hanno fatto niente di meglio (noi ci teniamo sempre a fare peggio di tutti gli altri).

Non dimenticare che anche il luogo di residenza viene giudicato negativamente, quando si esprimono opinioni non gradite: "E poiché siamo persone pragmatiche, non professori universitari che vivono da un’altra parte " (Marcegaglia, intervista su Corriere.it, grassetto mio)

Marcox, grazie per il tuo intervento. Riguardo a Ryan Air è vero che
viene spesso attaccata su questioni di finanziamenti pubblici. Non si
tratta però di contributi diretti, ma di facilitazioni che vengono date
dagli aeroporti piccoli e periferici usati da Ryan Air. Se si tratti di
veri sussidi è difficile dire. Gli aeroporti sono beni pubblici, e
soprattutto i governo locali hanno interesse a che vengano utilizzati e
vitalizzati. In buona sostanza il deal di RyanAir è ''io ti porto
traffico e passeggeri un una landa altrimenti desolata, tu mi fai
pagare poco''. La questione se ci siano sussidi o meno dipende dal
giudizio che dai sul prezzo, sulle condizioni, e sul costo opportunità
delle autorità aeroportuali. Ovviamente le compagnie di bandiera vedono
la cosa come il fumo negli occhi, ma a me che si facciano condizioni
migliori a Orio al Serio che a Malpensa sembra parte di una ovvia
logica economica. Mi sembra anche ben diverso dal prendere soldi
direttamente dallo Stato così a gratis, come è avvenuto con l'ultimo
prestito ponte. L'ultimo attacco è venuto riguardo l'aeroporto di Francoforte--Hahn. Dai anche un'occhiata alla vicenda della condanna europea per l'uso di Charleroi in Belgio. Qui trovi la notizia sul New York Times e qui trovi un articolo di Alesina e Giavazzi in difesa di Ryan Air

su come funziona il sitema delle facilitazioni (?) sarebbe interessante che commentaste questa inchiesta di report del 27/04/2008:

Chi non vola è perduto

Alitalia
è un'emergenza nazionale, ma trasporto aereo vuol soprattutto dire
aeroporti. In Italia, quanti sono? Chi li gestisce? E quanto costano?

video

testo integrale

senza contratti "vuoto per pieno " ... non si vola

 da agosto anche da Salerno e per Salerno costa d'Amalfi si vola ...

(a con i soldi di chi non vola e non volerà mai ... il confronto del sistema italia rispetto a quello di altri paesi che si vede nell'inchiesta di report mette in evidenza i soliti e desolanti CATTIVI CONSIGLI )

 

Come spesso accade in questi casi il servizio di Report lascia molto a desiderare.

Tra le varie cose che non capiscono/ fingono di non capire:

  • Presumibilmente Viterbo viene proposta come alternativa a Ciampino appunto perchè mal collegata, il che darebbe una boccata d' ossigeno ai voli Alitalia/CAI su Fiumicino; l' apertura di un nuovo aereoporto al massimo è un incentivo a non migliorare i collegamenti 
  • Gli investimenti in aereoporti vengono presentati come alternativi a quelli in ferrovie
  • I problemi di sovraffollamento di aereoporti vengono essenzialmente dal campanilismo delle municipalizzate: fossero privati quelli di troppo sparirebbero subito.Ed in molti casi questi aereoporti sono un problema solo per Alitalia/CAI: non mi pare che Pisa e Bergamo pesino sui contribuenti (e per 3/4 della Lombardia Bergamo è molto più comodo di Malpensa).
  • Girona viene presentato come un' aereoporto minore per Ryanair, che invece vi vola su decine di destinazioni (è il loro aereoporto per Barcellona)
  • viene fatto un parallelo tra un sussidio statale ad una compagnia in bancarotta che perde soldi facendo pagare 200€ un biglietto ed uno pagato dall' aereoporto 5€ a passeggero ad una compagnia che fa soldi chiedendo 30€ sulla stessa tratta.Si noti il dettaglio: il sussidio pagato a passeggero è sostanzialmente omologabile ad uno sconto sulle tasse aereoportuali, cosa ben diversa dall'assegno per ripianare le perdite.

Non so quanto ci siano o ci facciano, ma sulle analisi economiche lascian sempre molto a desiderare.

Si ho visto:

Evidentmente, la lingua batte dove il dente duole, così la Signora Marcegaglia:

Poi, per carità: sono consapevole che l’operazione Alitalia ha dei limiti, ma l’alternativa erano 20 mila persone a casa e i pezzi migliori lasciati nelle mani di chi se li sarebbe portati via a prezzi di saldo. E poiché siamo persone pragmatiche, non professori universitari che vivono da un’altra parte...».

Poi certo, si sa, nel caso di alcuni giornalisti la lingua non batte affatto, ma si poggia dolcemente...e non sul loro stesso palato. Infatti ecco cosa risponde la giornalista a quanto riportato sopra:

Frecciata a segno.

Comunque c'è qualcosa di incredibile in tutta la faccenda. Il potere politico e quello accademico in Italia sono fortemente collusi, sopratutto la sinistra ama firmare e far firmare appelli di qualunuqe genere, e i professori universitari sono come quei prodotti civetta a prezzo scontato che nei supermemrcati attirano i clienti (qui ovviamente di scontato non c'è nulla, a parte le idee di certi professori, che per altro prendono fondi, lucrano e scrivono editoriali un tanto al chilo). Dicevo la cosa è ironica perchè i politici, ma tutte le elites, anche quelle industriali, amano sempre contornarsi di intellettuali (anzi coturnarsi visto che ce li hanno sempre ai piedi.Vedi: http://www.demauroparavia.it/28575, nel significato 1), creano commissioni su tutto mettendo gli intellettuali-professori vedette che non si capisce che tempo hanno di studiare...ma tutto va bene se gli intellettuali sono compiacenti.

Ma se appena appena il professore fa il suo mestiere, usando le sue conoscenze per smascherare le imposture dei politici, allora no! Bisogna essere pragmatici.

Così va il mondo.

Due cose, anzi tre, la prima riguarda il tuo precedente commento: e' vero che esistiamo da "anni" (meno di 3, per la verita'), ma solo da pochi mesi abbiamo ottenuto attenzione mediatica; con questa vengono le critiche.

Le "20 mila persone a casa" menzionate dalla Marcegaglia sono, ma tu lo sai gia', una colossale bugia. Le persone a casa ci sono semmai con questa soluzione che salvaguarda i monopoli. Purtroppo queste cose le diciamo solo noi, in Italia. Ecco, nessuno pensa alle persone che non troveranno lavoro perche' manchera' una vera concorrenza nel settore, perche' imprenditori troveranno piu' costoso volare, perche' ryanair non potra' aprire nuove rotte, o trovera' piu' difficile farlo. Nessuno che dica che il ruolo dello stato sarebbe invece quello di limitare i costi della transizione per quei 20mila. E' il solito "modello superfisso". L'articolo di sandro andrebbe presentato in parlamento all'inizio di ogni legislatura.

Terzo, hai colto nel segno sui rapporti politica-accademia. Anche fra i tanti commenti negativi sugli editoriali, nessuno, nessuno che abbia veramente centrato il bersaglio spiegando con chiarezza tutte le nefandezze della vicenda.

In realtà mi sembra che una delle poche cose positive di questa vicenda, per quanto piccola e poco significativa, sia che non hanno trovato un economista (uno!) che dicesse che l'operazione Alitalia sia stata una buona idea. Editorialisti sì (oggi c'è un articolo di Ostellino sul Corriere che dice che si è trattato di una ineccepibile operazione di mercato!!) ma nessun economista. Giavazzi, Alesina, Boeri, NfA, la Voce hanno tutti sparato a zero su questa vicenda. Non conta nulla, lo so, però se fosse accaduto il contrario sarebbe stato peggio.

Vista la sua veste di ministro non son sicuro che Brunetta vada classificato tra gli economisti, ma lui il decreto alitalia lo ha difeso. In verità sembra che lo faccia più in veste, come egli dice, di ''vecchio parlamentare europeo'' e quindi di esperto di diritto economico europeo. Tutto l'articolo, più che una difesa delle ragioni economiche dell'operazione è una lunga paternale in cui si cerca di rassicurare i capitani coraggiosi della cordata che l'unione europea non ha gli strumentio giuridici per rompere le scatole, come aveva paventato Giavazzi nel suo editoriale sul corriere. Ho trovato impareggiabile questo punto dell'amico ministro:

La concentrazione tra AirOne
e la nuova società ha rilevanza
esclusivamente nazionale
poiché rimane sotto la soglia
prevista per l`intervento dell`antitrust
comunitario e dunque
non sussistono problemi
per quanto concerne la rotta
Milano-Roma.

Sono sicuro che questo rincuorerà moltissimo i piccoli imprenditori lombardi che si troveranno a pagare tariffe esorbitanti per volare tra Milano e Roma. Saranno infatti tranquilli, sapendo che la loro capa e gli altri imprenditori-patrioti sono al riparo dalle azioni antitrust di quei cattivoni di Bruxelles.

Punto molto interessante, Sandro. La contraddizione rispetto alla motivazione dichiarata (l'italianita') e' evidente ma puo' essere razionalizzata come segue -- coerentemente con la vera motivazione che tutti conosciamo.

Fino alla fine degli anni 90 l'Italia e' stato un esportatore netto di armi (cioe' ha esportato piu' armi di quante ne abbia importate), ma dal 2000 le importazioni iniziano a salire e in qualche anno a superare le esportazioni (che comunque restano elevate), come mostra il grafico qui sotto. Anche la scomposizione per paesi e' interessante: oggi importiamo soprattutto dalla Germania mentre pochi anni fa importavamo soprattutto dagli USA. La geopolitica cambia.

I dati provengono dall'interessante database del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) sul commercio di armi. La serie e' espressa in (milioni di) dollari del 1990 ma e' costruita in modo da rappresentare volumi e non valori di mercato (la nota metodologica contiene tutti i dettagli).

Il suggerimento che traggo e' che gia' da anni l'industria delle armi produce soprattutto per l'esportazione (anche il 70% del fatturato della Simmel Difesa e' costituito da esportazioni), e' aperta alla concorrenza dall'estero e non e' strategica da un punto di vista politico. So che la seconda parte di questa affermazione e' molto audace, ma la lascio li' appunto come suggerimento -- questi dati non bastano a dimostrarlo.

D'altra parte Alitalia e' virtualmente il monopolista delle rotte nazionali. Allo stesso modo le banche italiane (quelle la cui italianita' Antonio Fazio ha cercato di difendere fino a perderci il posto e la faccia) operano in un mercato concentrato che serve gli italiani, non gli stranieri. E questo e' importante per il potere: come si fa a convincere una banca straniera a finanziare il salvataggio di Alitalia anziche' finanziare -- che so io -- lo sviluppo delle low-cost?

Insomma: le cose che produciamo soprattutto per noi e al riparo della concorrenza dobbiamo continuare a produrle noi. Ma se qualcosa la produciamo anche per gli stranieri e su mercati piu' concorrenziali, se ci conviene gli vendiamo pure la fabbrica (tanto se mai andassimo in guerra con l'Inghilterra la Simmel Difesa sarebbe la prima cosa a essere nazionalizzata; ma mica possiamo nazionalizzare l'Alitalia francese se eliminano la rotta Albenga-Roma...)

Il suggerimento che traggo e' che gia' da anni l'industria delle armi produce soprattutto per l'esportazione (anche il 70% del fatturato della Simmel Difesa e' costituito da esportazioni), e' aperta alla concorrenza dall'estero e non e' strategica da un punto di vista politico. So che la seconda parte di questa affermazione e' molto audace, ma la
lascio li' appunto come suggerimento -- questi dati non bastano a
dimostrarlo.

Come no, mi pare tautologico: che bisogno c'e' di far comunella con i proprietari di industrie che le mazzette le pagano ai politici stranieri? ;-)

Enzo, ma l'articolo che hai linkato non dice che Aermacchi non ha vinto la fornitura al Sudafrica proprio perche' non ha pagato mazzette? O ho capito male?

Enzo, ma l'articolo che hai linkato non dice che Aermacchi non ha vinto la fornitura al Sudafrica proprio perche' non ha pagato mazzette? O ho capito male?

Io veramente mi riferivo a BAE (o a Lockheed o a qualunque altra industria militare sorpresa con le mani nel sacco); ma se una ditta non paga mazzette per niente, per un politico e' una ragione di piu' per venderla, o meglio ancora farla sparire del tutto dalla circolazione!

Non solo, come dice Fausto, nessun economista si è prestato a copertura dell'operazione ma qualche voce di buon senso si è levata. Sul Corriere di ieri è apparso questo articolo di Salvatore Bragantini che mi pare colga abbastanza nel segno. Su La Stampa, oltre al nostro editoriale, è apparso questo intervento di Stefano Passigli. Oggi, sul Sole 24 è apparso questo articolo di Gianni Dragoni. Quindi, cheer up. You'll never walk alone.

Ovviamente, tutto questo può servire, con qualche fortuna, a influenzare un pochino le elites, rendendole meno timorose del nuovo strapotere peronista. Non avrà invece alcuna influenza sull'opinione pubblica, che è formata soprattutto dalla televisione. Non ho informazioni dirette su come i telegiornali stanno trattando la faccenda ma, visto il diretto controllo governativo, è facile immaginare che stiano disinformando al massimo.

Caro Sandro, come ti permetti di dubitare sulla corretta informazione dei TG italiani ? Stanno informando correttamente e benissimo, vediamo, dai TG ho capito che si è evitata la svendita di Alitalia ai francesi, che il governo ha evitato il fallimento grazie a una cordata di imprenditori, che l'unico problema sul tappeto sono i 2.750 esuberi. Nient'altro, facile, semplice e diretto, niente cifre (gli italiani sono notoriamente scemi e con i numeri ci azzeccano poco), niente comparazioni fra l'offerta CAI(no) e Air France, gli "esuberi" sono persone esuberanti e liete.Quindi tutto corretto.

Ho letto un commento su Lavoce.info illuminante:
"Il governo ha evitato la crisi di una grande compagnia aerea. Air France"

 

Fantastica questa citazione:

Ms. de Palacio said the decision would be of major significance to the
future of air transport in the European Union because it would ensure
full competition among airlines that operate out of small regional
airports.

In altre parole si punta alla massima concorrenza tra compagnie di bandiera, senza che le low cost si mettano in mezzo, e lo si scrive pure.

IMO se si può fare una critica a Ryan air è la trasparenza dei prezzi: tasse aeroportuali ed addizionali varie spesso sono più alte del prezzo base.Credo che con quelle gli aereoporti abbiano buone possibilità di rifarsi delle agevolazioni concesse.

OOPS: ho sbagliato a postare, mi riferivo alla vicenda Ryan air/Charleroi

Spero di trovare il tempo durante il week end per scrivere sulla vicenda di F&F, perché son certo che i giornali italiani (specialmente quelli dove scrivono i signori che conoscono i mercati "concreti" e non quelli "teorici" come me, che vivo lontano, non so nulla e sono solo invidioso di non essere ministro della PA o della PS o della PP, o similia) si riempiranno di saggi editoriali che spiegheranno due cose.

(1) Che la nazionalizzazione/salvataggio di F&F è completamente analoga (solo 100 volte più grossa in dimensioni) di quella di Alitalia;

(2) Che questa è l'ulteriore prova che così fan tutti, anche i "liberisti" USA, e che quindi dobbiamo fare  così anche noi perché così va il gioco e se non si gioca secondo le regole si perde.

Poiché sia (1) che (2) sono da un lato false e dall'altro irrilevanti (oltre che essere il classico caso dell'idiota che quando il dito indica la luna lui guarda il dito) varrà la pena fare un po' di controinformazione preventiva delle balle di regime.

 

 

Utilizzando l'analogia con la vicenda Fannie e Freddie, i nostri Bonnie e Clyde (all'italiana) non mancheranno di scatenare la drum machine sulla "liceità" liberale della vicenda alitalia ecco la home page del corriere:

http://www.corriere.it/economia/08_settembre_07/freddie_mac_3b4666ec-7cf7-11dd-ba5e-00144f02aabc.shtml

Scrivete subito qualcosa che ci faccia capire perchè, se lo sono, le due vicende sono distinte. grazie

Ci torneremo. Per adesso segnalo solo che la frase

rappresenta una clamorosa inversione di rotta dell’amministrazione Bush, la più liberista dell’ultimo mezzo secolo.

è la solita baggianata che mostra la scarsa professionalità dei giornalisti nostrani. L'amministrazione Bush e il congresso repubblicano hanno abbassato le tasse e non le spese, facendo quindi aumentare il deficit. Per non parlare poi dei dazi doganali sull'acciaio (o meglio, dazi elettorali per vincere i voti dell'Ohio). Con tanti auguri al liberismo.

Non ho tempo e voglia di cercare le fonti originarie, mi accontento di una di seconda mano, dal sito www.usgovernmentspending.com (spero sia affidabile, a occhio direi di si).

 Non voglio entrare nella diatriba se l'amministrazione Bush ha fatto bene o male ad aumentare la spesa, se lo slowdown del GDP (che aumenta il ratio Spesa/GDP) è colpa sua o altre questioni di giudizio politico. Ma definirla l'amministrazione più liberista dell'ultimo mezzo secolo mi sembra proprio una grossolana distorsione della realtà.

Io ne ho scritto pe la Stampa. Dovrebbe uscire domani. Per correttezza aspetto a postarlo.

letto; il messaggio è chiaro, anche se temo che pochi abbiano voglia di stare ad ascoltare. Le sirene poi cantano che è un piacere...Krugman oggi scrive che l'intervento è stato giustissimo, ma che non è abbastanza. Enigmatico in un passaggio: "But is it enough? I doubt it. (...)When the current crisis hit, Mr. Bernanke was indeed very aggressive
about cutting interest rates and pushing funds into the private sector.
But despite his cuts, credit became tighter, not easier. And the fiscal stimulus was both too small and poorly targeted, largely
because the Bush administration refused to consider any measure that
couldn’t be labeled a tax cut.
" Cioè per scongiurare il rischio di replicare la situazione Giapponese (il paragone è di Krugman, non mio), bisogna rifare le stesse cose fatte dai Giapponesi, inutili alla luce dei fatti...anzi, possibilmente un po' di più.
Link all'articolo di Krugman.

A me il messaggio non risulta molto chiaro. L'articolo di Alberto esprime due concetti importanti: Alitalia e' gia' fallita; "societa' cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Fin qui tutto bene.

Meno chiara mi sembra la risposta alla domanda principale: "perche' F&F ed Alitalia sono casi diversi?".  Alberto risponde: "(1) perche' F&F hanno importanza sistemica, un loro fallimento avrebbe conseguenze molto gravi per l'intera economia americana, mentre lo stesso non si puo' dire per Alitalia; e (2) F&F verranno con tutta probabilita' salvate, mentre Alitalia e' gia' fallita".  Ora: il punto (1) non mi sembra estremamente compelling. I commentatori "di parte avversa" continuano a sostenere il contrario, ed il dibattito su questo tema mi sembra molto lungo e poco produttivo. Gli effetti di un controfattuale sono sempre difficili da stimare, mentre le priorita' sono questioni personali e politiche. Il punto (2) mi pare ancora meno stringente. Se l'intervento statale avesse assunto forme diverse saremmo stati tutti contenti?

Conclusione: "anche in USA fanno cazzate" mi sembra la risposta migliore per chi prende F&F come esempio o giustificazione degli avvenimenti nostrani. Spiegare che Alitalia "e' cosa diversa", pero', mi pare richieda altri argomenti.

Cosa non ho capito?

Ciao Luigi, ho dovuto spiegare 20 minuti fa ad un amico cosa è successo negli USA e piu' o meno gli ho scritto le stesse cose dell'articolo di Alberto, di cui direi che hai trascurato il punto centrale: le GSE negli USA garantivano i mutui per ridurre i costi del finanziamento alle banche - e di conseguenza ai debitori - non solo sulla base della loro solidità finanziaria ma anche sulla base di una garanzia "implicita" da parte del governo federale. Ora, se il governo federale deve garantire dei mutui mi sembra ovvio che i profitti derivanti dall'assunzione di questi rischi finiscano in mano governativa. L'anomalia c'era prima semmai, e infatti Alberto non a caso ha citato il famoso motto "perdite pubbliche profitti privati".

Continua a non avere senso. Dove sta la differenza? Qualcuno potrebbe dire, tenendo la faccia seria, che un'azienda come Alitalia non ha sempre goduto di "garanzie implicite" da parte di enti pubblici italiani? Sarebbe questa la discriminante, le "garanzie implicite"?

Oppure il tuo argomento e' che F&F "riducevano i costi di finanziamento ai debitori" e quindi erano "buoni" ed andavano salvati?

Mi sembrano tutte argomentazioni piuttosto deboli. Continuo a non capire perche' l'operazione Alitalia e' "meno liberista" o comunque "cosa diversa" della nazionalizzazione di F&F, al di la' delle specifiche modalita' di intervento  (in Italia, scandalose). L'unico punto valido fra quelli emersi finora e' il diverso grado di importanza delle due aziende da un punto di vista sistemico, ma valli a convincere, certi personaggi...

 

 

Io credo che quello che vuol dire Bisin è che il governo americano
faceva da "riassicuratore" delle 2 FF; la cosa era nota a chi ci
faceva affari, che di fatto pensava di avere a che fare con un
assicuratore da tripla A (e non si sbagliava). Il motivo se vuoi è il
punto 1. Nel caso di alitalia invece il governo sta vendendo un
monopolio su una tratta redditizia a un tot. ristretto di imprenditori,
accollandosi i debiti della compagnia, senza che tra l'altro ci sia il
punto 1 di mezzo.

http://www.corriere.it/politica/08_settembre_05/parisi_attacco_pd_fd867938-7b6a-11dd-9625-00144f02aabc.shtml

 

Parisi si scaglia contro il governo ombra e Colaninno. Per amor di verità e di logica, ne son certo.

L'unica cosa positiva della vicenda Alitalia e' il rifiuto (almeno cosi' sembra dalle ultime dichiarazioni) all'entrata della regione Lazio e della provincia di Milano nel capitale di Alitalia. Ci mancava solo piu' questa per completare il capolavoro.
La cosa che mi incuriosisce ora e' scoprire come i prodi imprenditori pensano di riportare la societa' in attivo. Da quel poco che sapevo, i costi di Alitalia erano spropositati cosi' come il suo personale. Come possono 3000 esuberi risolvere il problema? Quanti aerei della vecchia flotta saranno riutilizzati dalla nuova compagnia? Qualcuno poi mi sa indicare le 16 rotte intercontinentali che la nuova Alitalia effettuera'?

Concordo completamente. Ma come c"$%zo ragionano questi qua del PD? Su questa questione di Alitalia stanno quasi riuscendo a fare una figura peggiore del governo, un'impresa assolutamente titanica. C'è una cacofonia assoluta. Stefano Passigli, che è intervenuto su La Stampa dicendo cose sensate, è un ex parlamentare PD. Poi invece ci arrivano Marrazzo e Penati che fanno la critichina di facciata all'operazione, giusto perché fatta da un governo di centrodestra, ma poi dimostrano di non aver capito nulla di perché l'operazione va criticata facendo proposte allucinanti di rinazionalizzazione strisciante. E in tutto questo i quartieri generali farfugliano o fanno battute penose come quella sulla compagnia di bandierina, dimostrando una volta di più di non aver capito nulla dei pericoli dell'operazione. O, più esattamente, di non voler capire, visto che Colaninno jr i dettagli di questa grandissima presa per i fondelli li conosce sicuramente.

Ci sono invece pochi dubbi su come riportare la società in attivo. Primo, non c'è nessuna società da riportare in attivo. ALITALIA È FALLITA, anche se i giornali e le televisioni si ostinano a parlare di salvataggio. La nuova società dei novelli Pietro Micca si beccherà la polpa buona del cadavere, ossia le rotte interne opportunamente rimonopolizzate per la bisogna. Anche il passaggio di personale dovrà essere oggetto di trattative. I dipendenti Alitalia non hanno automaticamente diritto al passaggio a CAI alle vecchie condizioni.

Io trovo invece fantastiche le richieste di Marrazzo e Penati di entrare nel capitale di Alitalia. Fantastiche  perchè portano al limite - mostrandone l'assurdità-  l'argomento dell'italianità. Se è vero che occorre che il controllo di Alitalia sia in mano italiane per garantire il turismo italiano come molti nel governo (e in alcuni giornali) hanno sostenuto, allora perchè la regione Lazio non dovrebbe preoccuparsi di tutelare il turismo romano, garantendosi un posto al sole nel CdA della nuova Alitalia? E perchè i milanesi dovrebbero essere da meno? Spero che anche il Comune di Papozze faccia lo stesso, per la gioia di Sandro. Una volta che hai messo in pista un argomento sballato, come fai a dire di no ad altri argomenti altrettanto sballati?

Giustissimo. Non solo. Anche se la cosa non è nota ai più, Papozze ha diverse frazioni. Vado a memoria: Borgo, Curichi, Panarela, Santi, e magari ce ne sono altre. Perché solo il comune, cos'è questo centralismo? Reclamo azioni e un posto in cda per tutte le frazioni.

Non solo. Ma chi e' che puo' dire a Marrazzi e a Penati "no tu no!"? Non sara' quotata in borsa l'Alitalia?  Marcegaglia si' e Marrazzi no? E perche'?  Dove si va a finire cosi'?

Giustissimo. Propongo di scrivere una lettera da inviare al Messaggero in sostegno della ragionevole - anzi, ineccepibile, come direbbe Ostellino - richiesta di Marrazzo.

La CAI (per favore, smettiamola almeno noi di chiamarla ''Alitalia'' o ''nuova Alitalia'' perché Alitalia è fallita; so benissimo che la questione è solo simbolica, ma i simboli in questa vicenda sono stati fondamentali per pigliare in giro i cittadini) forse sarà quotata in borsa e forse no. In ogni caso, è praticamente certo che ci saranno patti di sindacato tra gli imprenditori della cordata, che limiteranno il diritto di cessione delle quote e blinderanno il cda. Vedremo cosa faranno, e quanto di questo verrà reso pubblico. Quindi direi che qualcuno che che può dire ''no tu no'' c'è: sono i patriottici imprenditori-Enrico Toti (o era Toto?) che hanno valorosamente lanciato la loro stampella contro lo straniero. Anche se la società verrà quotata in borsa, agli investitori senza gradimento governativo verrà data facolta di comprare le azioni e sperare che rendano, ma certo non di mettere il becco nella gestione della società.

E dove si va a finire è esattamente dove siamo già: una cessione delle attività della fallita Alitalia a un gruppo di imprenditori che si sono accordati dal governo.

Con il linguaggio dei moderni si potrebbe dire "Se assumi come vera una fregnaccia puoi arrivare a dire qualunque scemenza "; con quello degli antichi "ex falso sequitur quodlibet "

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