Anatomia della disoccupazione giovanile in Italia

23 maggio 2011 giulio zanella

Il tasso di disoccupazione nella prima fascia dell'età lavorativa (15-24 anni) in Italia è aumentato dal 20% circa nel 2007 al 30% attuale. I giornali parlano di disoccupazione giovanile a livelli record. Cosa c'è dietro questo dato aggregato?

I dati sul mercato del lavoro provengono da rilevazioni periodiche (trimestrali, normalmente, ma a volte anche mensili) fatte dagli uffici statistici nazionali su campioni rappresentativi della popolazione. In Italia se ne occupa l'Istat mediante l'indagine trimestrale sulle forze lavoro. Cominciamo con le definizioni delle variabili rilevanti, che è il miglior posto da cui partire per sgombrare il campo dagli equivoci. Le definizioni sono ormai pressoché le stesse in tutti i paesi OCSE. Quelle utilizzate in Italia le trovate a pagina 13 di questo documento. Le riassumo brevemente a beneficio del lettore non specialista.

Chi sono i disoccupati? I disoccupati (D) non sono semplicemente coloro che non lavorano: sono coloro che non lavorano e che inoltre stanno cercando attivamente un lavoro. Se sommiamo i disoccupati agli occupati (O), cioé coloro che hanno lavorato o normalmente lavorano almeno un'ora a settimana, otteniamo una quantità che si chiama forza lavoro (F), cioé F = O + D. Il tasso di disoccupazione (d) è la frazione delle forza lavoro che è disoccupata, ovvero d = D/F. Se non lavori ma non cerchi un lavoro (per qualunque ragione) non sei disoccupato, sei fuori dalla forza lavoro e quindi non contribuisci al calcolo del tasso di disoccupazione, né al numeratore né al denominatore della frazione. Inizio con questa pedanteria perché un primo equivoco quando si parla di disoccupazione giovanile, cioé nella fascia di età 15-24 anni (15 anni è l'età minima per lavorare secondo l'ILO, International Labour Organization), deriva da obiezioni simili a quella di un lettore del Corriere della Sera online che così commenta un articolo sul tema di Alesina e Giavazzi:

E poi a 16 anni si va ancora a scuola, non siamo mica nell'ottocento. Ma per favore!

Secondo questo lettore non avrebbe senso guardare alla fascia 15-24 anni. In realtà gli studenti a tempo pieno (quelli cioé che studiano e che non dichiarano di fare qualche lavoro o lavoretto allo stesso tempo) non fanno parte della forza lavoro, quindi è questa obiezione a non aver senso: il tasso di disoccupazione riflette solo il comportamento delle persone attive (cioé che hanno un lavoro o ne stanno cercando uno, ovvero la forza lavoro definita sopra). Un indicatore che riflette il comportamento dell'intera popolazione in età lavorativa è il tasso di occupazione (o), cioé la frazione della popolazione in età lavorativa (N) che lavora: o = O/N. Per questo motivo il tasso di occupazione è spesso un indicatore preferibile (o almeno complementare) al tasso di disoccupazione. Alcune delle ragioni che rendono il tasso di disoccupazione un indicatore fuorviante se considerato in isolamento le abbiamo discusse in quest'altro post.

Chiarite le definizioni, passiamo ai dati. Per rendersi conto se e in che senso l'elevato tasso di disoccupazione giovanile in Italia sia anomalo mettiamolo a confronto con quello di un gruppo di paesi OCSE. I dati provengono dal database Eurostat sul mercato del lavoro. La tabella 1 qui sotto riporta (esprimendoli in punti percentuali) i tassi disoccupazione totale (15-74 anni), giovanile (15-24), non giovanile (25-74) e il rapporto tra disoccupazione giovanile e non giovanile nel quarto trimestre del 2010 (ultimo dato disponibile, non destagionalizzato). L'ordine dei paesi è decrescente nella seconda colonna, cioé nella disoccupazione giovanile.

 

Tabella 1. Tassi di disoccupazione giovanile, non giovanile, e rapporto.

15-74 anni 15-24 anni 25-74 anni 15-24/25-74
Spagna 20.3 42.8 18.2 2.35
Grecia 14.2 36.9 12.6 2.93
Italia 8.7 29.8 7.1 4.20
Irlanda 14.1 28.8 12.4 2.32
Francia 9.9 23.5 8.3 2.83
UE (27 paesi) 9.5 20.7 8.2 2.52
UK 7.7 19.9 5.5 3.62
USA 9.2 17.4 7.9 2.20
Danimarca 7.3 13.3 6.2 2.15
Germania 6.5 8.4 6.3 1.33
Giappone 4.8 8.3 4.5 1.84
Olanda 4.2 8.1 3.5 2.31

 

Questi dati mostrano tre cose degne di nota.

Primo, non ci sono differenze nel ranking tra giovani e non giovani: la disoccupazione giovanile è sistematicamente più elevata di quella del resto della popolazione attiva. I motivi sono tanti e complicati e l'obiettivo di questo post non è quello di descriverli a fondo. Mi limito a citare i due fattori più rilevanti, secondo me. In breve, i lavoratori giovani sono i primi ad essere licenziati quando hanno un lavoro e sono gli ultimi ad accettarne uno quando lo stanno cercando. Ovvero, sono lavoratori che gli economisti chiamano "marginali". Facciamo un esempio. Se le cose vanno male e un'impresa che ha due lavoratori, uno di 20 anni e uno di 40, deve licenziarne uno, licenzierà molto probabilmente quello di 20 perché è meno costoso da licenziare. I motivi del minor costo sono svariati: potrebbe essere che il ventenne ha un contratto temporaneo (è un "precario", come in Italia e in Spagna) e quindi si può licenziare at will, oppure il ventenne ha meno esperienza e meno capitale umano specifico alla propria impresa e quindi il costo opportunità di licenziarlo è più basso. Per questi e altri motivi il ventenne perde più facilmente in lavoro. Ora consideriamo due persone, sempre di 20 e 40 anni, entrambe disoccupate. Chi dei due troverà e accetterà per primo un'offerta di lavoro? Per il quarantenne la faccenda è piuttosto urgente: magari ha figli e un affitto da pagare. Cercherà un lavoro piuttosto intensamente e non volterà le spalle a un'offerta di lavoro anche se questa gli facesse storcere un po' la bocca. Meglio un lavoro che piace poco piuttosto che la disoccupazione: a fine mese c'è da pagare l'affitto e ci sono i figli da vestire e sfamare. Il ventenne, invece, quando ha perso il lavoro e ha dovuto lasciare l'attico che affittava insieme a due amici è tornato a vivere coi genitori. Non che trovare un nuovo lavoro non sia faccenda urgente (per lui che non è un bamboccione) ma lo è certamente meno che per il quarantenne. Magari il lavoro inizia a cercarlo solo alle 11 di mattina, magari solo 2 giorni alla settimana. E se gli offrono un lavoro che non gli piace o che è in un'altra città magari dice "no grazie" e aspetta un'offerta migliore dal suo punto di vista. Per questi e altri motivi il ventenne impiega più tempo a trovare un nuovo lavoro. Il risultato di questi due processi, nel semplice esempio che sto utilizzando, è che il tasso di disoccupazione giovanile sarà più elevato.

Secondo, ci sono importanti differenze nei livelli (dei tassi) di disoccupazione giovanile tra i paesi considerati. Nel trimestre rappresentato (ultimo del 2010) si va dal 43% in Spagna all'8% in Olanda.

Terzo, queste differenze tra i tassi di disoccupazione giovanile tendono a corrispondere a differenze tra i tassi di disoccupazione non giovanile, ma anche il rapporto tra queste due misure (l'ultima colonna nella tabella 1) mostra una notevole variabilità. Il tasso di disoccupazione giovanile è solo 1,3 volte quello dei non giovani in Germania ma ben 4,2 volte in Italia -- un evidente outlier che ci ricorda che l'Italia non è un paese per giovani.

Questo rapido confronto internazionale porta a una prima conclusione: sebbene la disoccupazione giovanile in Italia sia in questo momento a un livello simile a quello di altri paesi disgraziati come Grecia, Irlanda, Spagna e altri più piccoli che potete facilmente immaginare, se guardiamo al fenomeno relativamente a quello della disoccupazione non giovanile (l'ultima colonna della tabella 1, cioé) l'Italia si distingue nettamente all'interno del gruppo considerato. Non mi avventuro in spiegazioni, che anche in questo caso sono molteplici e che richiederebbero un'analisi più approfondita di quella che si può fare su un blog. Mi pare un fatto rilevante, però: le istituzioni di protezione dell'occupazione in Italia sembrano distorte a favore dei lavoratori più anziani in un modo che non sembra avere eguali tra i maggiori paesi OCSE.

Altre cose degne di nota nel confronto internazionale sono quelle che emergono dalla tabella 2 qui sotto, che è riferita alla media nell'anno 2009 (la fonte dei dati è la stessa di quella della tabella 1). Le prime tre colonne riportano, rispettivamente, il numero di persone tra 15 e 24 anni che risultano essere studenti, occupati e disoccupati, relativamente al totale, espresse in punti percentuali della popolazione di riferimento (notate che quindi la colonna "disoccupati" non corrisponde al tasso di disoccupazione, che è definito non rispetto all'intera popolazione tra 15 e 24 anni ma rispetto alla forza lavoro in questa fascia di età). L'ultima colonna riporta il tasso di attività, ed è semplicemente la somma della seconda e della terza colonna.

 

Tabella 2. Tassi di frequenza scolastica e di attività nel 2009, 15-24 anni.

A scuola Occupati Disoccupati Attivi
Spagna 56.3 28.0 17.1 45.1
Grecia - 22.9 8.0 30.9
Italia 57.3 21.7 7.4 29.1
Irlanda 61.7 35.4 11.3 46.7
Francia 57.8 31.2 9.2 40.4
UE (27 paesi) - 35.1 8.7 43.8
UK 48.4 48.4 11.4 59.8
Danimarca 66.1 63.6 8.0 71.6
Germania 65.1 46.2 5.8 52.0
Olanda 68.0 68.0 4.8 72.8

 

Le cose da notare qui sono due.

Primo, se uno si aspetta che le prime tre colonne debbano sommare a un numero non superiore a 100 penserà che c'è qualcosa che non va in queste statistiche. In realtà non c'è nulla di sbagliato: il fatto che per molti paesi la somma delle percentuali di "studenti" e "attivi sul mercato del lavoro" sia superiore a 100 riflette il modo in cui definiamo occupazione e disoccupazione. Se uno studente riporta di aver lavorato almeno un'ora nella settimana di riferimento (che so, portando birra ai tavoli del pub vicino all'università nel weekend dalle 10 a mezzanotte) allora viene classificato come occupato. È possibile cioé essere allo stesso tempo studente e occupato anche se si hanno 19 anni e l'attività principale è ancora lo studio. Molti vengono quindi contati due volte (come studenti e come parte della forza lavoro) e dalla tabella 2 è evidente che, in Europa, questo succede con maggiore intensità nei paesi nordici. In Olanda, per esempio, una cifra compresa tra il 40% circa (68.0+72.8-100) e il 68% dei giovani 15-24 vengono contati due volte. Questo fatto è potenzialmente importante per l'interpretazione dei dati sulla disoccupazione giovanile, perché introduce un indesiderabile elemento di soggettività nella definizione della forza lavoro, come osservo sotto riassumendo la prossima conclusione.

Secondo, l'elevato tasso di disoccupazione giovanile in Italia va di pari passo con un tasso di partecipazione al mercato del lavoro (il tasso di attività) oltremodo depresso: 29,1% nel 2009 per il gruppo 15-24 anni, peggio persino della Grecia! Questo dato è preoccupante, soprattutto perché se letto insieme a quello sullo status di studente all'interno dello stesso gruppo rivela la presenza di molti giovani completamente "inoccupati". Se il 57.3% dei giovani italiani nel 2009 era a scuola, il 21.7% lavorava e il 7.4% era disoccupato, cosa faceva il restante 13.6% (cioé circa 827mila persone)? La risposta è: niente, assolutamente niente. Non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. E, per favore, non diciamo che queste sono tutte casalinghe di 23-24 anni. Al Sud, in particolare, questa è manovalanza facile da attrarre per la criminalità organizzata. Da questo punto di vista l'inoccupazione è peggio della disoccupazione. Il lettore attento potrebbe sollevare due obiezioni. Uno, ma se c'è il problema del doppio conteggio di studenti e forza lavoro osservato sopra, come facciamo a escludere che il numero sui completamente inoccupati sia migliore per l'Italia che per gli altri paesi? In principio non possiamo escluderlo: se il 68% di studenti e il 68% di occupati in Olanda fossero esattamente le stesse persone, chiaramente la frazione di giovani che non fa niente sarebbe qui ben maggiore di quella italiana. Sebbene possibile, questo è piuttosto improbabile. il 13.6% calcolato sopra è quello che noi chiamiamo un lower bound di giovani che non fa assolutamente niente. Cioé potrebbero essere anche di più (e certamente sono di più perché anche in Italia una minoranza di studenti viene classificata come forza lavoro per le ragioni dette sopra) ma di certo non possono essere meno. Questo lower bound è negativo per molti dei paesi riportati sopra, e quindi da un lato è poco informativo e dall'altro è improbabile che il double counting sia così intenso da generare una frazione di giovani del tutto inoccupata superiore a quella italiana. Due, si potrebbe obiettare che "questo è lavoro nero". In realtà gran parte del lavoro nero è già considerato in queste statistiche: quando l'Istat chiede "hai svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura oppure lavoro non retribuito nella ditta di un familiare?" nulla chiede, qui, sulla regolarità o meno del lavoro svolto. Gran parte del lavoro nero è già qui dentro, quindi. Inoltre, anche se non ci fosse, il lavoro irregolare non può essere considerato equivalente a quello regolare, né da un punto di vista economico né da uno più sociale.

Le conclusioni qui sono due, che si sommano alla prima conclusione sopra.

La seconda conclusione è che il trattamento degli studenti nelle rilevazioni sulla forza lavoro introduce un errore di misura nel tasso di disoccupazione giovanile che è difficile quantificare. Se gli studenti inglesi, olandesi, tedeschi trovano del tutto normale fare lavoretti per finanziare gli studi e anzi vedono questi lavori come connaturati alla loro carriera di studenti e quindi riportano sistematicamente all'intervistatore di aver lavorato, mentre in Italia gli studenti si sentono studenti e basta e quindi dimenticano o volutamente omettono di riportare quelle ore di lavoro in birreria nel weekend, la disoccupazione giovanile italiana risulterebbe sovrastimata. Facciamo un esempio. Quel 57.3% di italiani tra 15-24 anni che risultano "a scuola" sono circa 3 milioni e mezzo di persone. Se un decimo di queste facesse lavoretti che per le ragioni appena dette non riporta, allora il vero tasso di disoccupazione giovanile in Italia nel 2009 non sarebbe stato del 25.4% ma del 21.3%. Una bella differenza, dovuta al fatto che dovremmo aumentare il denominatore (gli occupati, in particolare) nel calcolo del tasso di disoccupazione. Non sto dicendo che allora il dato Istat è completamente inaffidabile o insensato. Sto solo facendo notare cose che possono succedere quando c'è un elemento di soggettività da parte di uno studente nel riportare o meno eventuali lavoretti che gli studenti fanno.

La terza conclusione è che l'elevata "inoccupazione" giovanile in Italia (quel 13.6% o più che non fa niente) dovrebbe preoccupare molto più dell'elevata disoccupazione nella fascia 15-24 anni, cosa che i giornalisti economici in Italia non sembrano notare quando commentano il dato sulla disoccupazione giovanile record. In Spagna, dove la disoccupazione giovanile è oltre 10 punti superiore a quella italiana, il tasso di attività del gruppo 15-24 anni è di oltre 15 punti superiore a quello nostrano. È meglio essere in cerca di un lavoro piuttosto che del tutto inoccupati (né a scuola né sul mercato del lavoro).

Termino qui il confronto internazionale e passo a un'analisi più dettagliata del dato italiano. L'Istat ha finalmente introdotto un sistema di estrazione dati degno di un paese avanzato. La nuova interfaccia è identica a quella delle statistiche OCSE e molto facile da usare. Ne approfitto subito, considerando la dinamica della disoccupazione giovanile dal 2007 (anno in cui si è raggiunto un minimo) al 2010 in diversi sottogruppi di interesse. La tabella 3 qui sotto riporta i dati che mi sembravano più interessanti

 

Tabella 3. Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) per sottogruppi.

2007 2008 2009 2010
Italia 20.3 21.3 25.4 27.8
Nord-ovest 13.9 13.9 20.1 21.7
Nord-est 9.6 10.7 15.7 19.1
Centro 17.9 19.6 24.8 25.9
Sud e Isole 32.3 33.6 36.0 38.8
Maschi 18.2 18.9 23.3 26.8
Femmine 23.3 24.7 28.7 29.4
Da 12 mesi o piu' 8.1 7.9 10.0 12.1
Diploma 18.9 19.9 24.0 26.4
Laurea 19.3 23.8 29.6 23.1

 

Questa decomposizione rivela interessanti informazioni.

Il dettaglio territoriale è informativo, anche se le differenze nei livelli non sono affatto sorprendenti. Confrontanto con la tabella 1, il Nord è nella media europea, il Centro è simile alla Francia, il Sud è simile alla Grecia. Le variazioni mostrano che l'aumento di 7.5 punti a livello nazionale è, punto più punto meno, uniforme tra le diverse macroregioni.

La differenza tra maschi e femmine si nota, ed è anch'essa non sorprendente. Quello che trovo sorprende è che la differenza di 5-6 punti tra ragazzi e ragazze prima del 2010 è circa il doppio di quella dell'intera forza lavoro negli stessi anni, che era mediamente di circa 3 punti.

La riga "Da 12 mesi o più" indica quanti giovani disoccupati, relativamente alla forza lavoro giovanile, sono in cerca di un'occupazione da almeno un anno -- i disoccupati di lungo periodo. Nel 2010 erano meno di un terzo del totale nazionale. Se consideriamo tutte le età, nello stesso anno i disoccupati di lungo periodo erano circa la metà del totale. Questo suggerisce che la disoccupazione giovanile è molto più frizionale, e quindi di breve periodo, di quella complessiva.

Infine, la decomposizione per titolo di studio mostra che per i laureati, almeno prima del 2010, è più difficile trovare un lavoro che per i diplomati. Questo dato è coerente con la presunzione che rispetto al passaggio dall'istruzione al lavoro l'università italiana non faccia un buon lavoro. Il vistoso calo nel 2010 è dovuto soprattutto ad una forte riduzione del tasso di disoccupazione delle laureate (10 punti dal 2009 al 2010). Il post di Paola Potestio sugli effetti della riforma del "3+2" sui tassi di occupazione e disoccupazione giovanile espande e completa in modo interessante questo punto.

A loro volta, a cosa sono dovute queste variazioni nel tempo? Per rispondere a questa domanda è necessario tornare alla pedanteria iniziale. Ricordate che il tasso di disoccupazione è definito come d = D/F, dove D è il numero di disoccupati e F la forza lavoro (la somma di disoccupati e occupati). Poiché il tasso di variazione di d è approssimativamente uguale alla differenza tra i tassi di variazione di D e F, se il tasso di disoccupazione aumenta nel tempo mentre aumenta il livello di disoccupazione (cosa che in Italia è successa per la fascia 15-24 come per le altre dal 2007 in poi) deve essere che la forza lavoro aumenta più lentamente. Se la forza lavoro si riducesse mentre la disoccupazione aumenta, come succede ad esempio quando parte di quelli che perdono il lavoro non si mettono a cercarne uno nuovo, allora il tasso di disoccupazione aumenterebbe più di quanto aumenterebbe se tutti quelli che perdono il lavoro ne cercassero da subito attivamente uno nuovo.

Ragionando in questo modo possiamo capire se e in che misura il rapido aumento della disoccupazione giovanile in Italia dal 2007 al 2010 riflette l'uscita dei giovani dalla forza lavoro -- o per tornare a studiare o per finire del tutto inoccupati. La figura 1 qui sotto mostra le variazioni % sullo stesso trimestre dell'anno precedente di disoccupati e forza lavoro.

 

Figura 1. Variazioni di disoccupati e forza lavoro.

flussi disoccupazione e partecipazione

 

La figura mostra che la forza lavoro giovanile si è ridotta costantemente dalla metà del 2008, mentre il livello di disoccupazione aumentava (con l'eccezione del terzo trimestre 2010). Questo significa appunto che in questi anni molti giovani italiani che perdono un lavoro rinunciano del tutto a cercarne un altro. E' facile calcolare che se invece lo cercassero (in questo modo la forza lavoro resterebbe costante), il tasso di disoccupazione giovanile nell'ultimo trimestre 2010 sarebbe stato di circa il 28% invece del 29.8% registrato dall'Istat. Il tasso di occupazione giovanile resterebbe esattamente lo stesso, naturalmente, che è un altro modo di rendersi conto che il tasso di disoccupazione, giovanile o meno, è un indicatore piuttosto imperfetto.

27 commenti (espandi tutti)

E, per favore, non diciamo che queste sono tutte casalinghe di 23-24 anni.

 

D'accordo, non lo diciamo, ma c'è qualche dato sulla distribuzione per sesso e per età, e magari anche per stato civile e figli?

c'è qualche dato sulla distribuzione per sesso e per età, e magari anche per stato civile e figli?

Buon punto. Si, i dati ci sono ma sono grezzi. Questa distribuzione si puo' costruire direttamente dai microdati della rilevazione Istat, che ho. Appena ho tempo li elaboro, richiede un po' di lavoro. Ma hai ragione, e' importante avere indizi su chi sono questi desaparecidos dalla scuola e dal mercato del lavoro. Ottima idea per un secondo post sul tema.

la presunzione e' si, almeno in buona parte: ne parlo nel post.

Scusa, ho riletto bene, vero.

Mi rimane un dubbio ma alla domanda dell'Istat: "hai svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura oppure lavoro non retribuito nella ditta di un familiare?" chi ha lavorato in nero tende a rispondere sì? Con l'italico sospetto della fregatura dietro l'angolo? L'omertà è uno sport diffuso anche per cose così banali. Non è possibile che in realtà parecchio di quel lavoro in nero non sia rilevato e che in Italia si lavori più di quel che si pensa? 

Questa è un'ipotesi interessante. I fenomeni sono due:

* non mi fido di chi mi intervista e dichiaro di non lavorare se lavoro in nero. Punto e basta.

* schematicamente distinguo i ruoli di studente e lavoratore quindi se studio dichiaro di non lavorare anche se faccio le ore in birreria. Anche perché se papà mi scopre mi abbassa la paghetta.

Fenomeni come questi potrebbero essere davvero diffusi al punto da influenzare le statistiche, specialmente tra i giovani maschi meridionali. Peccato non riuscire a misurarli.

 

 

Esistono degli studi per capire dove sono conteggiati i lavoratori del sommerso (~10% al Nord e ~20% al Sud) che sono credo molto piu' che nel Nord Europa e credo anche piu' della Spagna e simili alla Grecia? Nelle indagini campionarie ISTAT si sa con quale probabilita' rispondono occupato, o disoccupato, o inattivo questi occupati? Sollevo la questione perche' ho letto in passato di studi sul campo che hanno trovato che fino al 100% dei disoccupati delle liste (che sono cosa diversa dalle indagini ISTAT, che sono piu' riservate e senza conseguenze su sussidi e cassa integrazione) sono in realta' occupati in nero.

domanda interessante, alberto.  cosi' su due piedi non mi viene in mente niente.  vediamo se troviamo qualcosa, sarebbe interessante documentarlo.

Mi ripeto... un dubbio che ho anch'io come Lusiani. Mi nasce da un'esperienza molto empirica, ovvero amici, conoscenti miei e il sottoscritto. Uun lavoretto (ovviamente onesto, non spacciare droga o darsi al bunga bunga) lo si trova sempre, magari molto modesto come tagliare l'erba nei giardini, guidare l'auto del rappresentante con la patente sospesa, stirare, far pulizie ecc.

Anni fa anch'io sono stato disoccupato per qualche mese ma mi sono arrangiato sistemando PC di amici/parenti/conoscenti e se l'Istat mi avesse chiesto, anche con questionario anonimo, se avessi lavorato in quel periodo avrei negato sicuramente.

La riga "Da 12 mesi o più" indica quanti giovani disoccupati, relativamente alla forza lavoro giovanile, sono in cerca di un'occupazione da almeno un anno -- i disoccupati di lungo periodo. Nel 2010 erano meno di un terzo del totale nazionale. Se consideriamo tutte le età, nello stesso anno i disoccupati di lungo periodo erano circa la metà del totale. Questo suggerisce che la disoccupazione giovanile è molto più frizionale, e quindi di breve periodo, di quella complessiva.

Questo dato non potrebbe solamente suggerire che i molti disoccupati da meno di 12 mesi si siano appena affacciati sul mercato del lavoro? Come facciamo a dire che tra 3 anni saranno occupati? Non dovremmo avere dati sulla durata media della disoccupazione per gruppi di età degli ultimi x anni?

Si hanno dati disaggregati per area geografica riguardanti i "giovaninientefacenti", ovvero quelle persone che non studiano, non lavorano, non cercano lavorano e hanno dai 15 ai 24 anni?

Inoltre mi piacerebbe avere l'opinione di qualcuno che sicuramente ci ha pensato più di me su un argomento di carattere più generale: questo post, quello di Paola Potestio e altri che ho letto qua su NfA sembrano suggerire che i problemi del mercato del lavoro, e quelli del sistema università-scuola siano molto legati tra loro e che andrebbero affrontati "contemporaneamente" da un ipotetico riformatore. In altre parole, se il sistema universitario italiano per magia diventasse di qualità, la domanda di qualità non sarebbe comunque repressa dal fatto che poi la qualità comprata non si potrebbe vendere con facilità sul mercato del lavoro perchè esso è ingessato da una serie di problemi?

Luca Ravagnani

Ps: complimenti per il post, l'unico peccato è che sia solo su NfA: spero lo leggano e lo capiscano in molti!

In altre parole, se il sistema universitario italiano per magia diventasse di qualità, la domanda di qualità non sarebbe comunque repressa dal fatto che poi la qualità comprata non si potrebbe vendere con facilità sul mercato del lavoro perchè esso è ingessato da una serie di problemi?

 

Credo che il problema sia piu' a monte e sia il sistema impresa. L'universita' conta, ma fino ad un certo punto. Se e' difficile investire, o e' difficile fare impresa, il valore aggiunto di quello che il Paese produce scende. Se c'e' poco valore aggiunto, c'e' poco spazio per compensare con i salari gente che ha scelto di studiare di piu'.

Uno puo' studiarsi tutte le teorie che vuole, ma poi o si mette in proprio, o va in azienda. Se va in azienda, la sua produttivita' sara' pesantemente dovuta al sistema in cui si trova a lavorare.

Questo dato non potrebbe solamente suggerire che i molti disoccupati da meno di 12 mesi si siano appena affacciati sul mercato del lavoro?

Certo, ma questo deve succedere in ogni periodo. E se per uno entra nel pool dei disoccupati non ce ne fosse un altro che esce la durata aumenterebbe sistematicamente. La disoccupazione giovanile ristagna relativamente poco, quindi, anche se puo' esserci la dinamica che suggerisci. In altre parole, la disoccupazione di lungo periodo ha maggiore incidenza tra i non giovani.

Mi rifersco al commento alla tabella 1. Sono stanco e potrei sbagliarmi, ma il commento a punto 1 e a punto 3 non si contraddicono?

ok, siamo d'accordo che la disoccupazione tra i piu' giovani e' solitamente piu' elevata di quella dei piu' anziani, ma allora, appunto, come ci sta in questo discorso il rapporto 1.33 in Germania e il 4.20 in Italia?

Seguendo questa contraddizione, le spiegazioni date al punto 1, anche se sensate (anche io non le sposerei in toto come spiegazioni esaustive micro del fenomeno macro), non negano la possibilita' che aziende preferiscano assumere giovani sottopagati piuttosto che anziani meno prestanti e piu' pretenziosi dal punto di vista remunerativo. Un anziano puo' anche avere da parte un capitale che gli permette di resistere piu' tempo senza lavoro di un giovane, solo per fare un esempio. Ma qui voglio solo sollevare il punto, non entrare nell'elenco esaustivo delle possibili spiegazioni.

Grazie del completissimo articolo.

Mi rifersco al commento alla tabella 1. Sono stanco e potrei sbagliarmi, ma il commento a punto 1 e a punto 3 non si contraddicono?

Non mi pare ci sia contraddizione: #1 parla di invariabilita' dell'ordine (la disoccupazione giovanile e' sempre maggiore di quella non giovanile), #3 parla di variabilita' del rapporto tra i valori assoluti. Quindi la domanda

come ci sta in questo discorso il rapporto 1.33 in Germania e il 4.20 in Italia?

e' aperta. Io mi limito a osservare che questo rapporto indica che i giovani italiani hanno, relativamente ai "vecchi" italiani, molta piu' difficolta' nel mercato del lavoro dei loro pari tedeschi relativamente ai "vecchi" tedeschi.

non negano la possibilita' che aziende preferiscano assumere giovani sottopagati piuttosto che anziani meno prestanti e piu' pretenziosi dal punto di vista remunerativo. Un anziano puo' anche avere da parte un capitale che gli permette di resistere piu' tempo senza lavoro di un giovane, solo per fare un esempio.

No, non lo negano. Quello che conta e' l'aggregato, pero'. Il fatto che la disoccupazione giovanile sia maggiore di quella non giovanile suggerisce che questa possibilita' si realizza in una minoranza di casi.

Grazie delle precisazioni!

Non sono d'accordo con la seconda conclusione. La domanda dell'Istat è abbastanza generale da includere qualsiasi lavoretto. Dunque non capisco perché gli studenti lavoratori italiani dovrebbero avere maggiore propensione degli olandesi o dei tedeschi all'underreporting. Una spiegazione potrebbe essere che i loro lavoretti sono in nero (più frequentemente che in altri paesi europei) e per questa ragione tendono a non dichiararli. Ma allora questo è in contraddizione con quanto dici poco sopra ("In realtà gran parte del lavoro nero è già considerato in queste statistiche"). Potresti per favore chiarire meglio la tua opinione in merito?

non capisco perché gli studenti lavoratori italiani dovrebbero avere maggiore propensione degli olandesi o dei tedeschi all'underreporting

Non deve essere necessariamente cosi', naturalmente. L'argomento e' ipotetico e speculativo, come traspare dal testo del post. Non ho in mente lavoro nero ma una possibile diversa attitudine culturale. Se servo birra nel weekend ma non considero questo un "lavoro" perche' nella mia cultura il lavoro e' un'attivita' esclusiva con connotati ben precisi e che si fa dopo la fine degli studi, allora avro' una propensione piu' bassa a riportarlo -- non lo associo al concetto di "lavoro" che emerge dal framing della domanda. Questo ho in mente. E' un argomento molto impreciso e speculativo, mi rendo conto, ma cosi' e' esplicitamente presentato nel post.

 

pazzesca la descrizione che ci fai di un lavoro per avere un'entrata economica seppure minima, sopratutto se si tratta di un lavoro poco qualificato.

Io avrei una osservazione da fare: va bene tutto e la fantasia non manca di sicuro agli habitués del blog. Però, un lavoro è sempre un lavoro: se tu svolgi un attività con orari specifici, con mansioni (dalle più semplici alle più articolate) e con un referente, e se, a fronte di questa attività, percepisci un benchè minimo compenso, non ci sono santi: è un lavoro vero proprio.

Dopo che la tendenza culturale sia orientata a sminuirne l'importanza per relativizare il fatto di non versare i contributi (non solo dal lato dipendente quindi), non conta: o meglio, non vale.

Il trattamento statistico di queste posizioni lavorative è reso più complicato dall'assensa di riscontro ufficiale, però è sempre un lavoro. Quindi nero, in questo caso.

Non sto di sicuro a biasimare chi "lavora" in queste condizioni, accettando certamente molte incertezze e nessun vantaggio.

Chiaramente, lavorare su dati non ufficiali rende ancora più complicato il lavoro di ricerca e di sintesi della stessa.

Io penso che la questione non sia tanto considerare a meno "Lavoro" il lavoro svolto in questo modo, da parte di chi raccoglie e analizza i dati bensì l'atteggiamento da parte di chi li produce;

La mia è un'osservazione personale basata sulle mie esperienze ma la grande maggioranza dei miei coetanei che studiavano/ano all'univeristà e fanno i baristi nel weekend alla domanda "lavori?" tendono a rispondere "no, studio", quindi è plausibile che ad una domanda più formale si considerino studenti e non lavoratori.

Non negando il fatto che questi stanno a tutti gli effetti lavorando.

alla domanda "lavori?" tendono a rispondere "no, studio",

Attenzione! Non sono così ingenui all'Istat, la domanda dell'indagine sulle forze di lavoro è: "“LA SCORSA SETTIMANA” Lei ha svolto almeno un’ora di lavoro? Consideri il lavoro da cui ha ricavato o ricaverà un guadagno o il lavoro non pagato solo se effettuato abitualmente presso la ditta di un familiare".(qui, a pag. 8)

Quindi non ci sono santi, se hai servito le birre al pub sabato sera dovresti rispondere "sì" anche se ti consideri uno studente più che un lavoratore.

Ma io, che ho lavorato in nero quindi illegalmente, rispondo "NO non ho lavorato" per 2 motivi:

1) non me ne puo fregar di meno di dare dati corretti all'ISTAT tanto non me ne viene niente di buono

2) magari è l'ispettorato al lavoro o la Gdf che si sono fatti furbi meglio sta zitti tanto non ci guadagno nulla sopra.

Tipico problema di carenza di capitale sociale. Concordo del tutto con le considerazioni di SRH.

Guarda che la domanda com'è posta non può che indurre l'intervistato a rispondere diversamente... Però, la statistica non può prendere in considerazione le frustrazioni e i legittimi desideri di fare meglio da parte di chi è intervistato.

Alla domanda : "lavori?" esiste una risposta abbastanza semplice: Si o No.

Tutte le sfumature del caso possono eventualmente essere contemplate dal questionario cui stanno rispondendo: lavoro occasionale, per sopportare le spese durante i miei studi ecc...

So benissimo che ad inizio carriera c'è chi lavora proprio in linea con il proprio indirizzo universitario senza prendere una mazza, sperando in una messa in regola più avanti.

Però è un sacrificio che non ha a che vedere con le statistiche.

Quello che è contemplato dalle statistiche sono le posizioni lavorative con i relativi compensi.

Capite da voi che se per un esercizio cosi semplice, senza scopo investigativo da parte delle fiamme gialle, la gente indugia per rispondere in merito alla propria posizione lavorativa, le abitudini sono dure da morire... e l'esercizio delle statistiche un mero lavoro di sensazioni più che di censimento.

Beh, guarda, la fai troppo semplice. Se c'è una cosa difficile è costruire un questionario ben fatto. Alla domanda "lavori?" uno può rispondere "dipende da cosa intendi per lavoro". Alla domanda dell'Istat (che pure loro non sono campioni nel fare questionari inappuntabili) non c'è molto da tergiversare nella risposta. Ometterla per paura di rivelare un lavoro nero è un altro discorso.

la grande maggioranza dei miei coetanei che studiavano/ano all'univeristà e fanno i baristi nel weekend alla domanda "lavori?" tendono a rispondere "no, studio", quindi è plausibile che ad una domanda più formale si considerino studenti e non lavoratori.

Questo e' esattamente il fenomeno che ho in mente.

Il Corriere, citando l'ISTAT sostiene che i giovani "inoccupati" (che non studiano e non lavorano)sono 2,1 milioni, e non 827.000,

Come si riconciliano le cifre?

Come si riconciliano le cifre?

Con la combinazione di due fatti:

(1) La mia cifra si riferisce alle persone nella fascia 15-24 anni, quella dell'Istat alla fascia 15-29. Non sorprendentemente ci sono forse piu' "inoccupati" (Neet) tra 25-29 che 15-24 -- in questa prima fascia ci sono tutti gli studenti delle scuole superiori, per dire.

(2) La mia cifra e' un lower bound, come spiego nel post. L'Istat ha dati piu' dettagliati per eliminare le "intersezioni" tra studenti e forza lavoro, quindi il numero tende a salire.

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