Azzeccagarbugli monetari

10 agosto 2012 alberto bisin

Molti in Italia, governo, giornali ed editorialisti, ripetono sottili argomentazioni sul perché la BCE potrebbe intervenire all'acquisto di titoli spagnoli e italiani. Il ''potrebbe'' poi diventa rapidissimamente ''dovrebbe'', con un gioco delle tre carte velocissimo.  Vale la pena di analizzare questi argomenti in dettaglio. Scopriremo che sono molto meno solidi di quanto si voglia far credere.

 La BCE per statuto non può intervenire sui rendimenti dei titoli dei paesi membri operando direttamente sul mercato primario [Correzione; 11 Agosto 2012: avevo scritto secondario; ringrazio Andrea Negro e Massimo Sbracia per avermelo fatto notare e per averlo fatto con gentilezza]. Ma è da tempo ormai in Italia che su questo punto la BCE è sottoposta a intense sollecitazioni da parte di governo, opinione pubblica e giornali. Gli argomenti addotti a favore di un intervento della BCE sugli spread (cioè sui rendimenti relativi tra paesi) sono sostanzialmente due, di carattere sia formale che sostanziale. Fossero solo esercizi retorici, componenti del dibattito sulla politica monetaria in Europa, non vi sarebbe molto da rimarcare. Ci tocca ascoltare molto di peggio, purtroppo nel dibattito, roba neo-marxista e/o vetero-keynesiana senza senso alcuno. Ma pochi giorni addietro addirittura il governatore della Banca d’Italia, in una intervista a Massimo Giannini di Repubblica, ha dato supporto a queste argomentazioni, con la cautela che naturalmente è richiesta ad ogni esternazione del governatore ma anche con grande chiarezza. Vale la pena allora di analizzarle in un certo dettaglio queste due argomentazioni.

1. I rendimenti sui titoli sovrani oggi inceppano il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, e su questo lo statuto non impedisce di intervenire.  Nelle parole del governatore:

La mia idea è che se compri titoli di Stato per finanziare il debito sovrano di un Paese, allora ha ragione la Bundesbank, sei fuori dai Trattati. Ma se lo fai per ripristinare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, allora sei pienamente dentro il perimetro dei Trattati.

Il meccanismo di trasmissione della politica monetaria si riferisce, ad esempio, a come riduzioni dei tassi o iniezioni di liquidità abbiano gli effetti desiderati sull'offerta di credito e quindi (a breve) su consumi e investimenti. Questo meccanismo opera attraverso il sistema bancario e più in generale attraverso quello finanziario, specie attraverso il mercato interbancario. Se il meccanismo si inceppa son problemi, non solo perché la politica monetaria fatica ad aver effetti, ma soprattutto perché se si inceppa il sistema bancario, se il mercato inter-bancario si congela, si finisce in un credit crunch, una situazione in cui le banche riducono i prestiti  a famiglie e imprese e pertanto l’economia tende a bloccarsi.

2. I rendimenti sui titoli sovrani oggi non sono i "veri" rendimenti di mercato. I rendimenti sui titoli (ad esempio italiani) non rappresentano (solamente) la loro probabilità di default ma (includono anche) il rischio che crolli l'intero sistema monetario Euro. Il governatore chiarisce bene questo punto: il rischio che l'Euro crolli, egli sostiene,

e'  qualcosa di "esogeno" rispetto ai fondamentali dell'economia degli stessi paesi.

L’aspetto formale della prima argomentazione ricorda un po’ l’operazione logica di un azzeccagarbugli: lo statuto non permette l'operazione X, ma se noi diciamo che non facciamo X ma che facciamo X solo come mezzo per ovviare a Y, allora tutto si risolve. Ma al di là degli aspetti formali, il dramma sostanziale è che Y, cioè l'inceppamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria e del sistema bancario, va affrontato davvero al più presto. Non vi è dubbio che il paese si trovi in un credit crunch, che l’attività produttiva sia in parte bloccata dalla mancanza di credito a famiglie e imprese. Ma allora non sarebbe meglio agire direttamente sul sistema bancario, cosa che la BCE può fare senza massaggiare il suo statuto? Il credit crunch in Italia è dovuto in buona sostanza al fatto che le banche hanno utilizzato una larga parte delle proprie risorse per acquistare titoli sovrani invece che per concedere credito (tra l’altro proprio a questo si deve il fallimento delle LTRO, le iniezioni di liquidità con cui la BCE ha cercato la scorsa primavera di ravvivare il mercato del credito bancario). Non v’è dubbio che la situazione sui mercati dei titoli danneggi le banche in questo momento, ma intervenire sui rendimenti dei titoli senza intervenire più efficacemente sul sistema bancario sembra una strategia atta a nascondere il vero obiettivo di tali interventi: finanziare anche solo a breve il debito dei paesi messi sotto tensione dai mercati, monetizzarlo. Non mi nascondo che intervenire sul mercato bancario è complesso, ma vorrei vedere la BCE dannarsi a farlo prima di giocare verbalmente col voglio-ma-non-posso-ma-forse-farò sul mercato dei titoli. La Fed nel 2008 si è essenzialmente fatta mercato interbancario (quando quello vero si è congelato) - sarebbe utile che la BCE facesse altrettanto? Perché no? Questa discussione vorrei vedere, non quella sul mercato  [Correzione; 11 Agosto 2012: vedi sopra]   dei titoli. Le banche non prestano perché piene di debito sovrano? Possiamo costringerle a ricapitalizzarsi? È necessario uno stress test per sapere quali e quanto? Poiché anche i parametri Basilea II (che consideravano i titoli sovrani - tutti - a minimo rischio) hanno incentivato questa strategia di portafoglio delle banche, cosa possiamo fare per ovviare a questo meccanismo? Oggi le banche devono liberarsi di buona parte dei titoli sovrani che detengono, e/o ricapitalizzare in modo da diluirne le perdite, per tornare a prestare a famiglie e imprese - di come far questo bisogna discutere, non di come abbassare gli spread monetizzando il debito. 

Anche la seconda argomentazione non sta in piedi. Non v’è alcun dubbio che gli spread oggi contengano una componente dovuta al rischio che l'Euro crolli. Ma questo rischio è determinato dal fatto che le prospettive di crescita delle economie del Sud dell’Eurozona  sono alquanto misere (gli interventi di politica fiscale, nella mancanza di tagli strutturali alla spesa, rischiano di condurre queste economie all'asfissia da carico fiscale). I mercati quindi scontano l’eventualità che la Germania (ma anche Olanda, Finlandia, etc.), posta davanti al fatidico “lascia o raddoppia”, decida di lasciare, uscendo dall’Euro invece di accollarsene i debiti. Chiamare “esogeno” questo rischio non è affatto ovvio: esso rappresenta invece la conseguenza delle scelte di politica economica di alcuni paesi dell’Eurozona, Italia inclusa,  che stanno (purtroppo) coerentemente minimizzando gli interventi atti a riaggiustare la propria posizione fiscale e competitiva (“noi abbiamo fatto i nostri compiti a casa”) e allo stesso tempo stanno perseguendo azioni politiche e diplomatiche tese a gettare sulla Germania il maggior peso possibile della crisi. Ma facciamo finta di nulla e accettiamo la logica del discorso: lo spread sconta il crollo dell'Euro. Ma allora rendimenti zero (o anche negativi) sui titoli tedeschi devono voler dire che i mercati si aspettano che, al crollo dell'Euro, le posizioni in Bund non ingenereranno perdite, avere titoli italiani e spagnoli invece sì. Ma allora lo spread non rappresenta il rischio che crolli l'Euro, ma piuttosto il rischio che, al crollo dell'Euro, l'Italia faccia default o svaluti o entrambi. Se anche accettiamo quindi la tesi che il crollo dell'Euro sia "esogeno", lo spread non sarebbe esogeno comunque. Prova ulteriore che la Francia non paga spread da crollo Euro (perché starebbe coi tedeschi e non svaluterebbe).  

Gli argomenti logici bisogna saperli seguire, altrimenti è meglio non farli (mi rivolgo soprattutto agli osservatori esperti che in questi giorni ripetono questi argomenti come altoparlanti rotti; le parole del governatore e dei responsabili di politica monetaria sono il risultato di complessi compromessi tra economia e politica, me ne rendo conto). Lo statuto della BCE include il divieto di intervenire sul mercato dei titoli sovrani non per capriccio, ma per solide ragioni economiche. In un contesto istituzionale come quello dell’Unione Europea in cui le decisioni di spesa sono decentrate ai singoli stati, sono necessari vincoli e incentivi che garantiscano una sostanziale convergenza delle politiche fiscali dei paesi membri. I parametri del Trattato di Maastricht avevano questa funzione, quella di opporre una prima diga a politiche fiscali irresponsabili. Una seconda diga è rappresentata proprio dai vincoli all’azione della BCE, atti a garantire che i costi di eventuali politiche fiscali poco responsabili di alcuni non possano essere divisi tra tutti i paesi membri. Come ben sappiamo i parametri di Maastricht  sono stati disattesi (Francia e Germania sono responsabili di uno spiraglio che altri, tra cui il nostro paese, hanno poi spalancato). Molta più cautela, a dir poco, è necessaria prima di far saltare la seconda diga.  E soprattutto argomenti che stiano in piedi. 

Più in generale, tutta l’attenzione e la speranza riposta da governo, opinione pubblica, e giornali sulle doti vaticinatorie e taumaturgiche delle istituzioni di politica monetaria è a mio papere mal riposta. Le banche centrali questo lavoro non lo possono fare: tra regole e discrezionalità, sono le regole a funzionare - ci sono 30 anni di teoria economica (per chi volesse approfondire: cercare "time-inconsistency of monetary policy" su google, leggere le motivazioni del Nobel a Finn Kydland ed Ed Prescott, leggersi l'unpleasant monetarist arithmetic di Tom Sargent e Neil Wallace,...)  e di pratica (leggersi qualunque storia monetaria degli anni 70 e 80, scritti vari di Volker dei tempi andati, cercare Taylor rules su google) a dimostrarlo. Quando un banchiere centrale comunica di saper lui quali sono i "veri" valori di mercato, "i fondamentali", è il momento di preoccuparsi, perché questo è il loro modo di convincerci/convincersi che solo loro possono salvare il mondo; in quel momento è bene farli parlare con Ed Prescott che ama ripetere che l'economia monetaria ha la stessa rilevanza dell'economia dei servizi postali. Nella situazione del paese oggi non vi sono sostituti monetari indolori ai necessari interventi di politica fiscale, inutile cullarsi in fantasie pericolose. È una dura realtà che dobbiamo riconoscere al più presto, senza perdere altro tempo prezioso.

44 commenti (espandi tutti)

dubbioso

marcodivice 10/8/2012 - 02:17

ci sarebbero molte domande e considerazioni da fare sull'argomento, ma non voglio tediare. mi limito a chiedere semplicemente se una rottura dell'euro sia probabile e se sia o meno un grosso danno per la Germania. Se non lo è e se la rottura è improbabile, la germania fa benissimo a seguire la politica attuale. La rapidità con cui sono esplosi i tassi italiani e spagnoli in autunno e poche settimane fa, l'interconnessione delle nostre economie e delle esposizioni debitorie, mi fa propendere per l'alto rischio di break up, evento che sarebbe una catastrofe per tutti. Se ho ragione, la BCE non solo fa bene, ma ha il dovere di agire. 

Alla fine credo che il meccanismo che Draghi ha fatto trapelare, sia un buon compromesso: agisce solo sul tratto breve della curva dei rendimenti per evitare collassi improvvisi, lascia la pressione sul tratto lungo , e soprattutto, non s'interviene se non si chiede aiuto e non ci si assoggetta a certe condizioni.insomma il sostegno non è gratis.

‎"Lo statuto della BCE include il divieto di intervenire sul mercato dei titoli sovrani non per capriccio, ma per solide ragioni economiche. In un contesto istituzionale come quello dell’Unione Europea in cui le decisioni di spesa sono decentrate ai singoli stati, sono necessari vincoli e incentivi che garantiscano una sostanziale convergenza delle politiche fiscali dei paesi membri."

Vero. Dovrebbe essere così. Però hanno miseramente fallito sia vincoli che incentivi. Vogliamo proseguire su questa strada che ha mostrato tragicamente i suoi limiti solo per coerenza?
 

A me pare che i mercati, ormai siano con l'orecchio teso a sentire qualsiasi rumore emetta Draghi, più che qualsiasi decisione presa nei parlamenti nazionali. Non sarà forse che siamo ad un punto dove agli investitori non interessano più le (pur necessarie) riforme, ma piuttosto che venga fatto qualcosa di imponente e non convenzionale per fermare l'altrimenti inevitabile implosione?

Fallimento

alberto bisin 11/8/2012 - 11:00

Due fallimenti non fanno una vittoria. 

In particolare sui famosi moltiplicatori della spesa pubblica.Come noto il governo Monti sta cercando di arrivare al pareggio di bilancio,per raggiungere tale obiettivo ha perseguito la strada di un aumento della pressione fiscale a cui corrisponde una minore,in percentuale,diminuzione della spesa pubblica.Dai libri di testo si vede come questa via porti ad una diminuzione del reddito nazionale,nel senso che a prescindere dal pareggio o meno un aumento della tassazione ha effetto inverso sul Pil,cioè lo diminuisce.Quello che non riesco a capire é,posto che le tasse sono sempre e comunque un disincentivo a lavorare e a investire(per lo stesso sforzo mi rimane meno in tasca),il maggior prelievo preso dallo stato dove finisce?Si dirà,per ripagare i creditori,ovviamente.Tuttavia in questo caso abbiamo solo un trasferimento dal contribuente al detentore di Buoni del Tesoro,stesso discorso vale se le tasse coprono direttamente spesa(prendo iva pago subito il medico).In sintesi,la domanda é:c'è solo il disincentivo a produrre e lavorare di piu o mi sfugge qualcosa?

Non capisco bene la domanda, ma gia' che ci sono provo a confondere ancora di piu' le acque: e tasse non sono necessariamente un incentivo a lavorare meno - se sono piu' povero (perche' mi tassano) magari lavoro di piu'. Gli economisti parlano di effetto reddito e effetto sostituzione ed e' questione empirica quale dei due domini.Non ci avevo mai pensato, ma mi par ragionevole che le  tasse sui ricchi abbiano un forte effetto sostituzione, quelle sui poveri un maggiore effetto di reddito. 

 

Per quanto riguarda la domanda diretta: le tasse vanno a coprire spesa o a ripagare debito. In entrambi i casi una parte va fuori del paese. Un  keynesiano calcola il moltiplicatore sulla differenza, spesa meno tasse. Gli altri fanno una distinzione tra gli effetti via spesa (e quale spesa)  e via tasse.

equivalence

andrea moro 11/8/2012 - 12:45

credo che il lettore avesse in mente una specie di "equivalenza": se lo stato ti da con una mano quello che ti toglie dall'altra, (per esempio interessi sul debito pagati con le tasse sul lavoro) allora ogni modifica non e' irrilevante?

Risposta: no non lo e': una maggiore tassa disincentiva a lavorare di piu', poco importa se poi quei soldi ti vengono restituiti in qualche altra forma.

C'e' poi anche il fatto che non tutti possiedono titoli, quindi comunque ci sarebbe una redistribuzione fra chi lavora e chi possiede titoli.

ma ero in viaggio,rispondo ad entrambi:

 

@Bisin:Mi ricordo i due effetti dal corso di microeconomia,però non capisco perché li abbia tirati in ballo,si lavora per avere un reddito,se a parità di lavoro ho meno reddito disponibile a causa dell'aumento delle tasse non ho un normale trade-off tra lavoro e tempo libero e quindi sono incentivato a lavorare meno?

 

@Moro:Ok sui titoli,non ci avevo pensato.Sul disincentivo,è da escludere del tutto che le persone paghino le tasse sapendo che poi avranno servizi pubblici migliori e quindi lavorino di piu,magari anche sapendo che i benefici del loro sforzo andranno alla collettività,o ai loro figli?

Nel post si parla del divieto della monetizzazione del debito e del fallimento dell'LTRO di Draghi,il cui effetto è stato solo quello di dare denaro alle banche commerciali che lo hanno usato per acquistare nuovo Buoni del Tesoro e non per aumentare il credito a famiglie e imprese.Ma allora possiamo affermare che ci sia spiazzamento da parte del governo verso il settore privato?Perchè a ben vedere le banche hanno scelto volontariamente di acquistare titoli pubblici.

P.S.Ma il fatto che le banche italiane siano di fatto controllate dalla politica via fondazioni bancarie non è che ha influenzato un tantino le scelte di portafoglio deviandole verso titoli pubblici??no perchè se cosi fosse avoglia a te a vietare la monetizzazione,è come se un pezzo dello stato comprasse i debiti di un altro pezzo dello stato!!!

Ma il fatto che le banche italiane siano di fatto controllate dalla politica via fondazioni bancarie non è che ha influenzato un tantino le scelte di portafoglio deviandole verso titoli pubblici??no perchè se cosi fosse avoglia a te a vietare la monetizzazione,è come se un pezzo dello stato comprasse i debiti di un altro pezzo dello stato!!!

Sono queste distorsioni e altre che devono essere evitate prima di tutto.
La Germania (o meglio, i politici) ha avuto la colpa di portarsi dietro Italia e Grecia nell'euro. Il limite sul deficit statale non bastava (il tetto del debito/PIL non l'hanno fatto rispettare, altro errore), doveva premere di più affinché certi paesi iniziassero a fare certe riforme ed eliminare certe distorsioni, e solo dopo farli aderire alla moneta unica o all'unione.
Così invece si è dato loro l'incentivo di approfittarsene ancora di più, data la forza sui mercati dell'euro, e con la crisi finanziaria del 2007 (per causa anche delle banche centrali) e la successiva fase i problemi grossi di questi paesi sono venuti a galla.
Sul credit crunch la BCE è colpevole indirettamente, dato che ha il monopolio sul sistema monetario.

r.

marcodivice 10/8/2012 - 14:38

non c'è dubbio che il controllo delle banche da parte della politica via fondazioni sia errato e vada corretto al più presto, ma non è che in germania le cose vadano molto meglio. le landesbank sono li a mostrarlo

l'ho scritta nell'ultima frase del mio commento precedente.

Avere delle banche totalmente private non basta certamente.

non avessero acquisato titoli cosa sarebbe successo? Si puo calcolare che grazie agli acquisti delle banche lo Stato abbia risparmiato in interessi 2012 3 miliardi sui titolo zero-coupon emessi da gennaio ad oggi (144,6 miliardi) (calcolo fatto rispetto ai rendimenti di dicembre). 3 miliardi sono circa quello che avrebbe fruttato l'aumento di 2 punti di iva da settembre.

Magari sarebbe successo che il governo si sarebbe deciso a effettuare riforme piu' incisive (dismissioni di beni pubblici, riduzione della spesa...).

sono daccordo ma bisogna considerare anche i tempi: i minori interessi sui titoli zc sono disponibili subito le azioni che tu dici, che considero giuste e non ritengo alternative, richiedono purtroppo tempo per dare frutti. 

Spesso nelle discussioni si trascura la variabile tempo che invece in stato di emergenza è vitale.

r.

marcodivice 10/8/2012 - 14:51

o magari un po' di banche fallivano prima . Certo l'LTRO ha solo comprato tempo, ma vedo che si ha una certa tendenza a dimenticare che c'è una più che concreta possibilità di default e collasso in tempi rapidi. Le rifome vanno fatte subito anche per questo, ma può non bastare.

 

Mi sembra che la situazione sia piuttosto ingarbugliata. In altri termini ci troviamo in una ‘terra incognita’ e ciò spiegherebbe la divergenza di opinioni tra persone che vantano un  solido background.

 

 

 

Non è sicuramente da mettere in dubbio il fatto che, se il problema è il debito pubblico, la soluzione non può non passare attraverso la politica fiscale, tuttavia non darei per scontato che la politica monetaria non possa fornire, almeno per un po’,  un aiuto indispensabile. Il problema di fondo è capire se l’Italia sta solo attraversando una crisi di liquidità oppure se è ormai sostanzialmente insolvibile e, in tal caso, sarebbe forse meglio prenderne atto (the sooner the better) e cercare di ripartire da zero, non senza grande sofferenza, evitando tra l’altro di riempire la BCE di titoli spazzatura, col rischio di estendere il contagio.

 

 

 

Peccato però che tutti i default comincino a manifestarsi come crisi di liquidità, ma che non tutte le situazioni di illiquidità si trasformino in un default, se sono adeguatamente ‘curate’.  Lasciate a sé stesse finiscono invece per trasformarsi in insolvenze. In fondo è per questo che sono state create le funzioni di  ‘prestatore di ultima istanza’ delle banche centrali, pur se ciò – come giustamente ricorda tuttora qualcuno – non è senza controindicazioni, perché, anche se ormai si tratta di funzioni ben note e consolidate, il rischio di ‘moral hazard’ è sempre presente quando c’è un ‘Pantalone’ destinato a pagare il conto.

 

In sintesi, senza l’intervento della BCE, dapprima attraverso il SMP (che tuttavia è stato’sterilizzato’ riassorbendo la liquidità creata) e poi con i due LTRO, è probabile che l’Italia sarebbe già in default. Tuttavia tali interventi non hanno risolto la situazione: i tassi richiesti dal mercato sono ancora troppo alti, assai più alti del tasso di crescita nominale del PIL, pesantemente decurtato dalla recessione. Quindi si è trattato di interventi inconclusivi, anche se indispensabili, quantomeno per guadagnare tempo. Poiché, mi sembra di capire, molti pensino ancora, che, con riforme adeguate, l’Italia possa ancora rimettersi in sesto (altrimenti a cosa servirebbe FiD ?), l’intervento della BCE nei prossimi mesi (o anni ?) risulta ancora  necessario, perché l’Italia può essere ancora solvibile.

 

Che dire del LTRO e dei titoli pubblici in mano alle banche ? In linea di principio è sicuramente vero che i sistemi di regolamentazione hanno contribuito a creare la situazione attuale attribuendo un trattamento privilegiato ai titoli di stato e trattando allo stesso modo i diversi stati, così facendo hanno annullato l’incentivo dei paesi meno virtuosi e più indebitati ad adottare politiche più prudenti. Perlomeno in astratto, visto che le famigerate agenzie di rating accreditate dai sistemi di regolamentazione non facevano particolari distinzioni fra le prospettive debitorie degli stati europei fino a 3 anni fa. Cosa si potrebbe fare ora ? Molti danni se si volesse fare ciò che si doveva fare 20 anni fa. Oppure, visto che il problema è la mancanza di credito a famiglie e imprese, cominciare a mettere sullo stesso piano i titoli liquidi (dove i titoli di stato fanno la parte del leone) con i prestiti (non cartolarizzati) alle imprese, nelle operazioni di rifinanziamento ordinario presso la BCE. Volendo andare ancora più in là si potrebbe riservare una quota di qs operazioni a determinati collaterali diversi dai titoli pubblici. Lascerei sicuramente fuori invece i prestiti al settore immobiliare (volendo evitare bolle e i disastri del passato). Altrimenti diventa un circolo vizioso: le banche acquistano prioritariamente solo i titoli stanziabili perché possono usarli come collaterale presso la BCE e si dimenticano di finanziare il resto dell’economia anche perché, nel frattempo la loro situazione di liquidità è tutt’altro che migliorata (basta andare a vedere, ad esempio, il grafico di M3 per l’Italia).

 

Infatti, non vanno dimenticati anche altri aspetti, piuttosto rilevanti: a) il credit crunch attuale è il risultato della fuga degli investitori dai paesi a rischio per quanto  l’oggetto principale del disinvestimento siano i titoli pubblici (che in fondo, non sono altro che un debito in solido, ovvero garantito da una pluralità di debitori), b) quando un paese rischia il default, anche le imprese che risiedono in quel paese sono accomunate, agli occhi del mercato, alla medesima sorte; non a caso le solite  agenzie attribuiscono ai residenti un rating minore o uguale a quello del paese di residenza, salvo eccezioni di scarsa entità e c) questo si traduce in un costo del credito assai più elevato per tutte le imprese. Ciò significa che le affermazioni di coloro che dicono che gli stati sovrani dovrebbero essere trattati come un debitore qualsiasi non sono sempre fondate, visto che la sorte degli stati porta con sé anche quella degli abitanti (tranne forse per le imprese che esportano gran parte dei loro prodotti).

 

La conclusione di tutte queste considerazioni è che probabilmente la BCE sta facendo la cosa giusta: si dice disposta ad intervenire, ma solo in cambio di impegni scritti da parte dei paesi che hanno bisogno del suo intervento, per ridurre il rischio di moral hazard. In fondo gli impegni scritti non sono altro che le regole di cui parla il prof. Bisin.

Sul crowding out rispondo dopo. Sul fatto che (im)moral suasion abbia avuto un effetto attreaverso le fondazioni - a me pare fuor di dubbio. Ci sono anche vari interventi pubblici (dello stesso Monti se non ricordo male) dove si diceva, e' importante e giusto che  le banche comprino i ns. titoli 

I debiti non spariranno per magia, ovviamente. La crescita anemica delle economie europee – ma il discorso vale anche per gli USA – non produrrà effetti di ridimensionamento del debito nel tempo, anzi. Questo fardello, a questi livelli, agisce come una palla al piede per la crescita economica per cui occorre trovare altre strade per cercare di diluirlo. Negli USA la ‘repressione finanziaria’ è in atto già da parecchio tempo: il governo si finanzia a tassi nominali irrisori (e la FED ha acquistato il 77% delle nuove emissioni nel 2011 (http://johnbtaylorsblog.blogspot.it/2012/06/fed-bought-77-of-federal-debt-increase.html) mentre i tassi d’interesse reali, costantemente negativi, funzionano come una tassa occulta applicata su risparmiatori e possessori di titoli di stato. In Eurolandia il problema è diverso, come sappiamo, i paesi periferici scontano un rischio default e ciò si ripercuote e si manifesta nei termini di elevati spread d’interesse rispetto a Germania (e Francia, a quanto pare) ritenuta safe.  

Prima cosa da fare: intervenire sui costi del finanziamento dei paesi periferici, Spagna e Italia, altrimenti salta tutto in breve tempo e l’Area Euro rischia la disintegrazione. L’escamotage escogitato da MD&Co è chiaramente indirizzato verso questo obiettivo (il contenimento dei tassi a breve termine di questi due paesi) mentre viene venduto per qualcosa di diverso, come giustamente sottolinea AB nel post.  

Personalmente, credo che in BCE abbiano fatto bene, anche se la manovra non appare esattamente cristallina. Intervenire sui vincoli reali che impediscono alle banche di tornare a concedere credito a famiglie e imprese (in Italia è un problema di ordine inferiore ma in Spagna il debito privato è una vera piaga) richiede tempi piuttosto lunghi, da un lato, e una ridimensionata incidenza del debito privato (il delegeraging è mai veramente iniziato? Molti dubbi a riguardo), dall’altro. Incentivare le banche a finanziare l’economia quando l’emergenza è sul fronte finanziario e l’azione delle politiche fiscali è volta al contenimento/riduzione del debito (le grandi banche, in particolare, sono praticamente costrette a sottoscriverlo e detenerlo in portafoglio e non solo per mancanza di altre opportunità di reddito), a mio modesto avviso, risulta, in questo momento, assai problematico. Per cui ben vengano interventi di questo genere, nei limiti del possibile, che rassererano un po’ gli animi, di questi tempi sempre molto agitati, pur nella consapevolezza che le politica monetaria ha tutti i suoi limiti e non può  certamente risolvere i problemi strutturali che affliggono le economie più deboli di eurolandia, il cui compito spetta invece ai singoli governi. Occorre d’altra parte evitare che la banca centrale perda la sua credibilità (e indipendenza) e finisca per diventare il braccio armato della politica, questo sì che sarebbe un evento nefasto a tutti gli effetti, come dimostrato da SW molti anni or sono.    

Ma qual è la strada meno dolorosa da intraprendere quando l’obiettivo è quello di ridurre il debito? 

 Reinhart e Rogoff (This Time Is Different: Eight Centuries of Financial Folly) riscontrano che, storicamente, in un contesto di elevato indebitamento come quello che stiamo attraversando, la probabilità del default sul debito sovrano (nelle sue varie forme) è molto elevata.  

Monetizzare il debito, riuscendo magari a creare un po’ di inflazione, è la soluzione più dolorosa o quella meno dolorosa tra le possibili alternative?

 

non esistono pasti gratis.
Monetizzare il debito andrebbe tutto a vantaggio dei governi e dei politici dato che il debito si ridurrebbe rispetto a quello contratto inizialmente, con la conseguenza che l'inflazione, essendo una tassa occulta, andrebbe a riversarsi soprattutto sui consumatori.
E' una soluzione ancora più dolorosa e ingiusta, i cittadini non sarebbero consci degli effetti da un aumento dell'inflazione rispetto a delle riforme di austerità.
E inoltre non risolve il problema alla radice, verrebbe solamente posticipato di qualche anno per poi ripresentarsi, e soprattutto è un inconcepibile incentivo dato alle amministrazioni e alle imprese al continuo indebitamento e allo spreco, siccome tanto si può sempre monetizzare e via andare di nuovo.
Per questo, anche la banca centrale può essere pericolosa ed inefficace nei periodi di recessione.

L'inflazione e' una soluzione molto dolorosa perche' non ha effetti solo sui creditori del debito sovrano ma su tutti i creditori; cioe', si danneggiano tanti per salvarne pochi. 

 

Certamente l’inflazione, tassa mica poi tanto occulta, danneggia tutti e in particolare i lavoratori dipendenti in assenza di un meccanismo di adeguamento automatico dei salari. Mentre il default va a danno dei soli creditori di quel debito sovrano. Tutto vero. Poi però occorrerebbe comunque tornare sul mercato a finanziarsi…e qui altri dolori. 

Ma da questo caos, se ne può uscire diversamente cioè senza fare default? Servirebbe una bella crescita economica di lungo termine. Come la otteniamo in EU, in particolare in IT, paese allo sfascio? Difficile da immaginare quando il  tempo scarseggia. 

Oppure si fanno gli Stati Uniti d’Europa con rinuncia (di parte) della sovranità dei paesi membri a favore del tandem GER-FR che a quel punto accetterebbero gli Eurobonds. Strada percorribile quest'ultima?

 

Debitori

Andrea Grenti 13/8/2012 - 13:37

Certamente l’inflazione, tassa mica poi tanto occulta, danneggia tutti

I debitori traggono svantaggio dall'inflazione.

leggo da piu' parti che si deve spezzare il circolo vizioso tra banche e debito pubblico.

Perché per salvare banche gli stati si sono indebitati e le banche hanno comprato quei titoli di credito che ora valgono come una pizza di fango del cameroun.

E questo le fa ripiombare nella voragine. E chiedono di essere di nuovo salvate.

Alla fine sono due zoppi (stati deboli e banche deboli) che rischiano di cadere insieme.

Ma se la BCE diventa "prestatore di ultima istanza" il problema si risolve o si aggrava?

Il circolo vizioso sparisce o si acuisce?

La locuzione "prestatore di ultima istanza" mi fa venir l'orticaria: si riferisce ad interventi contro crisi di liquidita' - ma qui la questione non pare proprio una crisi di liquidita' ma piuttosto l'incapacita'/mancanza di volonta'  di rientro dal debito - cioe' un chiaro problema di solvibilita'. Poi si puo' discutere, ma dare per scontato che si tratti di liquidita' (ed e' questo che si fa usando "prestatore di ultima istanza" mi par folle).

La questione piu' profonda in tutto questo - me ne parla Gian Luca Clementi in una mail, e' sottintesa nell'articolo di Penati oggi Alessandro Penati su Repubblica e anche nel mio qui sopra e' l'identificazione delle cause del credit crunch. Come in un qualunque sistema di domanda e di offerta la questione di identificazione e' fondamentale: osserviamo una riduzione del credito a famiglie e imprese, ma essa e' dovuta al fatto che la domanda cade (c'e' la recessione, pochi investono, e i crediti aperti sono piu' rischiosi o in sofferenza,...) o cade l'offerta (le banche investono in titoli di stato perche' sottoposte a vincoli politici, perche' difendono rendite oligopolistiche, perche' gli incentivi del regolatore - che categorizza i titoli sovrani come risk-free,..). Entrambi, senz'altro. Ma in che proporzione? 

Questione fondamentale questa. Non so se ci siano studi empirici al proposito - li cerco e se del caso ne faro' un post. 

Andrea Negro, con cui ho scambiato un paio di email su questo tema (motivate da errori e imprecisioni mie; vedi le correzioni al testo; grazie!), suggerisce questo

 

http://gainspainscapital.com/?p=2101

letto il post, non lo trovo convincente per una serie di motivi che cerco di riassumere

 

1. la politica monetaria la decide la bce tramite il board. certamente non la buba. cedere su questo punto è grave come il cedere alle pressioni di uno Stato.

 

2. l'smp non ha avuto successo perchè era limitato. programmi del genere per avere successo devono essere potenzialmente a munizioni illimitate, credo che questo sia ovvio.

 

3. una banca centrale per definizione non può fallire, a meno che non salti l'euro e allora  cessa la sua funzione.

 

4.non so a che platea si rivolga l'autore del post, ma credo sia chiaro che la politica monetaria può solo comprare tempo non risolvere il problema.  

 

5.Continuo a ritenere che si sottovaluti il concetto di tempo. Ritengo sia essenziale evitare la possibilità di collasso rapido. possibilità che oggi è diversa da zero e solo un intervento BCE può annullare.

 

6. Per uscire da questa situazione, credo ci voglia un mix tra intervento bce per comprare tempo, riforme strutturali nei vari paesi italia in testa, approdo ad una federazione europea. 

Sarebbe un Grande Balzo in Avanti, per usare un linguaggio cinese (la Cina è sempre vicina), dagli esiti imprevedibili: nel senso che - in difetto di un progetto preciso - non è possibile neppure immaginarli.

Le perplessità sull'unione politica - perché la federazione europea sarebbe tale - non sono poche, a cominciare dalla probabile riluttanza dei cittadini degli SM nei confronti di un passo così rilevante: ci ricordiamo del referendum sul trattato costituzionale, che peraltro non avrebbe dato luogo ad una federazione?

Non solo: ci rendiamo conto che una federazione europea sarebbe dominata dalla Germania, più di quanto sia l'UE? si pensa che i cittadini degli altri stati la desiderino?

Ho usato il post in quanto descriveva in maniera sommaria i vari interventi della BCE sul mercato del debito pubblico europeo. Sul punto 2 hai ovviamente ragione, credo l’SMP sia iniziato nel maggio 2010 quando si cercava di sostenere i corsi dei titoli del debito greco, portoghese e irlandese arrivando ad una cifra di circa 211 miliardi euro (http://www.ecb.int/mopo/liq/html/index.en.html#portfolios). Quando si è iniziato a dubitare della solvibilità del debito italiano e spagnolo quel programma non poteva essere esteso a cifre così grandi, o almeno per ora non è stato fatto.
Sul punto 4 il post è scritto da una società di ricerca che sulla base della loro view (chiaramente negativa e credo non siano gli unici operatori di mercato a dubitare della capacità/volontà di risolvere la crisi del debito in europa) propone strategie di investimento. Ovviamente tale view potrà rivelarsi totalmente sbagliata.
Sul punto 6 sono d’accordo e credo che ad ora l’attuazione da parte della BCE di misure straordinarie per tamponare efficacemente la crisi siano soggette a quanto seriamente i paesi più esposti vogliano attuare queste riforme strutturali. Chi decide sulla serietà di questi impegni è la Germania e mi sembra che ad ora non abbia molta fiducia nella loro vera attuazione e chieda maggiori garanzie prima di autorizzare la BCE ad operare in maniera più pesante. E su questo non credo di aver detto nulla di nuovo...

r.

marcodivice 12/8/2012 - 04:18

 

 Chi decide sulla serietà di questi impegni è la Germania e mi sembra che ad ora non abbia molta fiducia nella loro vera attuazione e chieda maggiori garanzie prima di autorizzare la BCE ad operare in maniera più pesante. E su questo non credo di aver detto nulla di nuovo...

ecco questo è gravissimo e va contro i trattati come la monetizzazione del debito. è una questione di metodo, che sarà formale ma in questi casi è sostanziale. la buba non può e non deve decidere nulla che vada oltre il suo voto nel board. la politica monetaria, giusta o sbagliata che sia, è di competenza BCE. se si cede su questo punto si manda all'aria tutta la costruzione europea. mi meraviglia come commentatori attenti non sottolineino quest'aspetto.  per il resto, per quel che vale, anch'io sono molto pessimista  sull'esito ultimo della vicenda.

 

@Luponti

 

In uno stato unitario, federale o meno, è ovvio che la zona con il peso economico e demografico maggiore abbia maggiore influenza. In america il texas ha più influenza del tennessee, in italia la lombardia ha più influenza del molise checchè ne dica la lega.

il punto è che in uno stato, ci sono regole, e soprattutto istituzioni elette democraticamente che limitano e regolamentano questa maggiore influenza.

l'ue nel suo insieme ha buoni dati, ma è a metà del guado: ha una moneta comune, ma non un bilancio comune(ok non mi riverisco a quello attuale che è limitato), non un mercato dei servizi comune, non un sistema bancario comune ecc.ecc. tornare indietro sarebbe troppo costoso, l'unica è completare la costruzione europea. almeno questa è la mia opinione.

 



Re

Andrea Grenti 12/8/2012 - 11:29

l'ue nel suo insieme ha buoni dati, ma è a metà del guado: ha una moneta comune, ma non un bilancio comune(ok non mi riverisco a quello attuale che è limitato), non un mercato dei servizi comune, non un sistema bancario comune ecc.ecc. tornare indietro sarebbe troppo costoso, l'unica è completare la costruzione europea. almeno questa è la mia opinione.

Opinione che condivido, ma non dobbiamo comunque far passare il messaggio che la crisi del debito sovrano si è creata per colpa dell'UE e dell'euro.

r.

Andrea Negro 12/8/2012 - 23:32

assolutamente vero che il voto della Bundesbank vale come quello di uno degli altri 22 membri, ma credo che ad ora se Draghi decidesse di operare contro quel singolo voto si potrebbero aprire scenari imprevedibili. Il fatto che nell'ultima conferenza Draghi abbia apertamente dichiarato che solo uno dei membri, Weidmann, abbia votato contro l'estensione del programma di acquisto di bond lascia intendere l'attrito esistente. Come si evolverà questo "scontro" è molto discusso ( http://www.bloomberg.com/news/2012-08-02/gloves-off-in-draghi-weidmann-c... ).
D'altronde la germania (come governo) ha già garantito per 190 miliardi l' ESM ( http://www.efsf.europa.eu/attachments/esm_treaty_en.pdf ) ma almeno qua il voto pesa per la quota versata (art 4.7).
Alla luce di tutto ciò credo sia comprensibile che richiedano garanzie di attuazione delle riforme dai paesi che beneficeranno della estensione del programma di acquisto di bond, anche se per statuto la BCE potrebbe decidere contro il singolo voto della Bundesbank e scatenare un conflitto all'interno del governing council non di poco conto.

bce-buba

marcodivice 13/8/2012 - 01:38

è il minimo che chiedano garanzie. ma il punto non è quello, da profano mi sembra uno scontro tra filosofie diverse visioni del mondo diverse. Uno più malizioso di me potrebbe anche pensare che la buba  cerca di riprendersi il potere che ha perso con la nascita della BCE, subordinandola alle sue decisioni. Sia come sia, questa sfaccettatura della crisi la trovo molto importante, perchè è l'ennesima forza centrifuga in azione, e poco discussa. 

 

 

A continuar a ripetere le cose, ci si convince; e poi forse accadono. 

Oggi in una intervista a Repubblica, Vittorio Grilli: 

Punto 1: 

la grande volatilità e differenze tra tassi di interesse nell'area dell'euro rende la corretta trasmissione delle politiche monetarie difficile se non impossibile. E ciò non è accettabile da parte della Bce che quindi, se intervenisse sui mercati del debito sovrano per stabilizzarli si muoverebbe perfettamente all'interno del proprio mandato

Punto 2: 

Gli spread italiani riflettono una doppia componente: una esterna (la sfiducia sull'euro, in questo momento preponderante) e una interna (il giudizio sulla nostra capacità di risanare e di competere, in questo momento secondaria).

Spiace che anche un tecnico che ritengo competente si allinei agli standard del circo mediatico e dei politicanti italiani. Lo spread non e' altro che l'indicazione che la media degli investitori in giro per il mondo reputano cosi' elevato il rischio che l'Italia non rimborsi che preferiscono investire in titoli tedeschi decennali con 5% meno dei rendimento di quelli italiani. Cosa succede dell'Euro e' irrilevante, cosa conta e' in termini pratici la probabilita' che la Germania rimborsi i suoi (~100%) e la probabilita' che l'Italia rimborsi i suoi (parecchio inferiore al 100%). Farebberoro meglio a rendersene conto sia i politici sia i sudditi italiani.

Spread

OutLier 13/8/2012 - 09:33

Non che Grilli non lo sappia da che dipende lo spread, altrimenti che tecnico sarebbe...è solo che, politicamente, fa comodo parlarne in questi termini.

Mi permetto di intervenire nel dibattito per introdurre delle ipotesi diverse dalla interpretazione che state dando, dal Prof. Bisin agli altri interventi dei redattori di NFA, circa il credit crunc,  la fuga degli investitori dal debito italiano e la permanenza di spread così alti.

Premetto che non sono un economista di professione, ma, qualche elemento oltre l'abc riesco a seguirlo per gli studi fatti e la professione che esercito.

1 - Credit Crunch - secondo l'interpretazione del Prof. le banche non prestano  perché sono piene di Titoli di Stato deprezzati che, abbassando i ratios patrimoniali, impediscono di fare credito.

Poiché in banca ci lavoro sono più che certo che questa è solo una parte, ed anche di minor peso,  della spiegazione. La seconda ben più rilevante motivazione è data dall'innalzamento dei criteri di rischiosità richiesti per condere maggiori o nuovi prestiti. Con le attese di recessione sempre più profonda, le maglie del credito delle banche, soprattutto ad operatori economici che lavorano per il mercato interno, si sono praticamente chiuse.

Quindi, sul lato dellofferta di credito, pesa molto di più la "volontà di non concedere" che i vincoli di bilancio a farlo per le svalutazioni del patrimonio disponibile della tesoreria detenuta in titoli di stato. Se un vincolo patrimoniale esiste veramente questo, ancora una volta, è dovuto alla crisi dell'economia reale che sta facendo lievitare i crediti incagliati e quindi gli accantonamenti a fondo svalutazione crediti. Basta legegre le ultime trimestrali di Unicredit, Intesa e Banco Popolare per trovare conferma di questo.

C'è poi un ultimo e ben più decisivo elemento: la domanda di credito.

Nei bollettini mensili della B.I. emerge, con cifre inconfutabili, che si sta riducendo la domanda, sia per investimenti produttivi, sia per mutui ipotecari (tralascio quella per il credito al consumo che è in caduta libera da oltre 24 mesi, come testimoniano le statistiche della CRIFF).

In una sitazione di aspettative molto negative come quella che stiamo vivendo , si possono offrire soldi, anche a gratis, ma la domanda rimarrà stagnante. Come si usa dire nelle direzioni crediti delle banche: c'è poco fare, "il cavallo non beve!".

 

2 - Tassi dei periferici e Spread vs i Core - esogeno o endogeno?

Sicuramente una parte dello spread è data dal rischio default: nessun dubbio in proposito.

Anche Bisin riconosce però che una parte  dello spread è legata al timore di dissoluzione dell'Area Euro. Sotto questo punto ancora una volta parlo per esperienza diretta: gli investitori privati e istituzionali non volgliono trovarsi in mano carta svalutata. E' questo il primo e più importante motivo che determina fuga vs la qualità.

Il  venir meno della moneta unica porterebbe a riaggiustamenti nei cambi e chi ha patrimoni da difendere preferisce trovarsi con le (nuove) valuta forti, anche a costo, come sta succedendo, di avere nell'immediato un costo da pagare (BuBills tedeschi 6 mesi tasso -0,049%), ma in prospettiva una forte rivalutazione del proprio attivo.

I mercati pensano cioè che il valore attuale dell'Euro sia il risultato di compromesso del tenere insieme aree molto deboli ed aree forti.  E, secondo steps, senza volontà politica (ecco l'esogenità professore!) queste aree non rimarrano unite ancora per molto.

Qual'è l'indicatore che discrimina, ai loro occhi,  il forte dal debole? questa è la domanda che penso sia molto più utile da porsi piuttosto della esogeneità o endogeneità dello spread!

Per quello che posso capire dal mio lavoro, a domanda i mercati rispondano guardando  due dati: il saldo delle partite correnti ed il tasso di crescita del PIL, con il II° dato che, nel breve termine, ha molta più importanza del primo.

Noi, putroppo, stiamo male su entrambi i punti.

I Francesi, a cui fa riferimento come controprova il Prof,  hanno fondamentali in profondo deterioramento e stanno, in prospettiva, anche peggio di noi (I° punto), però, nel breve, hanno un PLI che ancora tiene e questo li fa apparire attrattivi e "meritevoli" di stare nel futuro ipotetico Euro 1 (Occorre inoltre ricordare che sul debito francese si è, da alcuni mesi, riversata anche la liquidità in euro creata dalla banca centrale svizzera nel sua streanua difesa della rivalutazione del cambio e questo "droga" sicuramente parte dei rendimenti).

Tornando all'Italia quindi, perché lo spread si riduca  deve scomparire dai radar dei mercati la  possibilità di breack up dell'Euro e questo è, assolutamente, in mano alla politica (o si accellera il percorso verso una federazione o si avviano processi di scioglimento: così ragionano i mercati!).

Perché i nostri tassi si riducano ulteriormente deve rovesciarsi l'aspettativa sul PIL e deve riequilibrarsi l'andamento delle partite correnti.

Queste ultime, in effetti, si stanno lentamente raddrizzando, ma, soprattutto grazie crollo della domanda interna e, conseguentemente, delle importazioni: e con questo si ritorna punto e a capo sulle aspettative lato PIL e con esse al timore degli invetitori.

Per chiudere, è tautologico affermare che l'uscita da quasto intrigo è molto complicata, anche perché in primis richiede scelte politiche di fondo (si sta insieme o no!).

Una chiosa per chiudere: se è da tutti accettato che l'Euro è irreversibile, come afferma Draghi, i processi di aggiustamento devono riguardare tutti, non solo i PIIGS! Anche un surplus così rilevante e crescente  della bilancia corrente in Germania e nei paesi satelliti  è un criticità forte; se si vuole stare insieme non c'è nessun ragionevole motivo perché la domanda interna sia (tenuta) così bassa in quei paesi.

Altrimenti che si vada ogniuno per se ed allora ci penserà il mercato a far "ritornare sulla terra" i prezzi dei prodotti tedeschi, vai aggiustamento dei cambi e, subito dopo, a riportare gli spread a valori più rispondenti ai fondamentali economici (che, nel frattempo potrebbero cambiare significativamente rispetto ad oggi,  grazie alla ripresa del nx esport e, con esso, all'andamento del PIL).

 

Per quello che posso capire dal mio lavoro, a domanda i mercati rispondano guardando  due dati: il saldo delle partite correnti ed il tasso di crescita del PIL, con il II° dato che, nel breve termine, ha molta più importanza del primo.

A ben vedere c'è un terzo aspetto che è prioritario: la credibilità.

In 10 anni abbiamo (parlo dei PIGS in generale) delapidato la dote dell'EURO: bassi tassi di interesse, quindi basso costo del debito e diminuzione (possibile) della presssione fiscale.

Mentre altri (germania in testa) sistemavano i conti pubblici (in DE con Agenda 2010).

Lo spread attuale è frutto di questo differenziale di credibilità.

bel commento

marcodivice 14/8/2012 - 18:20

ricordo diversi articoli sul credit crunch in atto per le cause da te scritte, prima dell'esplosione dei rendimenti dei titoli di stato. Ovviamente la crisi dei titoli ha accentuato di molto una tendenza che era già in atto. 

 

spread

mi sembra evidente che prezzino anche il break up dell'euro. Altrimenti perchè pagare per esser sicuri di riavare il capitale al 100%, con altre possibilità d'investimento che ci sono? I tassi negativi sono un problema però anche per chi ne beneficia: incentivano ad indebitarsi, e alla lunga rendono poco profittevoli le banche, banche che di per se non sono in gran forma. In mercati grandi come la Germania non si vede ancora, altrove invece si 

 

I nostri politici usano qualsiasi cosa per evitare di prendersi le responsabilità del disastro, ma temo che l'intervento a livello di singoli stati sia solo condizione necessaria ma non sufficiente per uscire dal pantano dove ci troviamo.

copio e incollo da qui

 

...The second question is the simplest. What the ECB should do is rather obvious: almost all economists and all financial operators outside of Germany have been repeating it for some time. The ECB should buy, on the secondary market, national bonds from countries like Italy and Spain...

 

 

 

Incognita o no?

Lettura davvero utile, stavo per scivolare anch'io (a forza di repetita) sulla china di una quota dello spread non dico esogeno ma "continentale".

C'è un po', in questi 5 anni di Depressione per grosso modo i paesi OECD, una oscillazione tra 2 poli:

1) l'approccio storico economico e non solo: i meccanismi di bolle e crisi sono già visti e noti. E.g. Rogoff and Reinhart:  “This Time is Different: Eight  Centuries of Financial Folly” (2009).

2) Invece (non per gli stessi aspetti, quindi non necessariamente in contraddizione, ma con un taglio opposto), soprattutto gli ambienti vicini alle CBs ripetono sempre di essere in terra incognita, strumenti (monetari e creditizi) da reinventare, competenze da ampliare, QE. Questa linea di argomentazione implica una deriva per la discrezionalità: in terra incognita le regole van adattate\riviste.

Alberto: se puoi specificare qualcosa in più su quella traccia di bibliografia che fai alla fine, penso che a qualcuno possa interessare.

Debito IT

OutLier 13/8/2012 - 12:09

E intanto la crescita del debito in Italia non conosce soste...

Pubblicato il dato di Giugno: € 1972,9 billions (Maggio: € 1966,3 billions).

 

a giugno il debito pubblico italiano ha toccato quota 1972,9 miliardi di euro dai 1966,3 di maggio. E' quanto si legge nel Supplemento al Bollettino statistico della Banca d'Italia dedicato alla Finanza pubblica. A far aumentare il debito, secondo la Banca d'Italia, è stato l'incremento delle disponibilità liquide detenute dal Tesoro (di 10,3 miliardi, a 46,1) e scarti di emissione (1,7 miliardi), che hanno più che compensato l'avanzo di 5,4 miliardi registrato nel mese. Quest'ultimo è stato ridotto (e di conseguenza il debito accresciuto) per 0,2 miliardi (1,4 miliardi nello stesso mese del 2011) dalla quota di pertinenza dell'Italia delle erogazioni effettuate dall'European Financial Stability Facility (Efsf). Al netto delle erogazione dell'EFSF, l'avanzo del mese sarebbe stato pari a 5,6 miliardi (2,6 miliardi superiore rispetto al corrispondente periodo del 2011).

Premesso che le mie conoscenze mi permettono di seguire le discussioni ma non di separare correttamente la retorica dal contenuto, per cui leggo pareri pro e contro che se scritti bene mi sembrano ugualmente convincenti :)

Detto questo c'è una cosa che non capisco. L'attuale crisi è una crisi dell'attuale modello Europa, ed è esplosa a causa delle  contraddizioni del modello e della pessima gestione politica degli ultimi anni fatta ad ogni latitudine. Per cui, fermo restando che ci sono dei problemi che vanno affrontati, come quello del nostro debito pubblico, e l'attuale situazione ci fornisce anche il necessario fuoco sotto la sedia per farci muovere, non credo che iniziati

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