Basilea 1,2,3 ....

30 maggio 2010 franco bocchini (DoktorFranz)

I cosiddetti "Accordi di Basilea" stabiliscono requisiti patrimoniali per gli intermediari finanziari, allo scopo di limitare i rischi delle operazioni di credito e garantire, così, la stabilità del sistema finanziario. La riforma ora in discussione, comunemente denominata Basilea III, renderà più stringenti le regole. La conseguenza sarà una riduzione delle risorse finanziarie disponibili per le imprese. Poiché queste al presente sono già in difficoltà (come si deduce da fatturati in calo ed insolvenze in crescita), si tratta di un problema. Occorre riflettere sul modo di affrontarlo.

Le regole note come "Accordi di Basilea" (I & II) non costituiscono una prevaricazione nei confronti delle imprese manifatturiere che - come alcuni colleghi sembrano ritenere - vedrebbero messi in secondo piano i propri problemi rispetto alle necessità del mondo creditizio. Sono state pensate per salvaguardare la stabilità del sistema finanziario - ganglio vitale dell'economia - indirizzando l'operatività bancaria sulla base del capitale disponibile e di un'analisi oggettiva dei bilanci aziendali. In tal modo, si cerca di contenere (e prezzare!) il rischio di credito, sebbene nessuno possa negare che queste metodologie forniscano una fotografia del passato, più che una valutazione delle prospettive future. La crisi ha reso evidente l'inidoneità del sistema in vigore a garantire efficaci difese contro eventi eclatanti, infrequenti ma tutt'altro che impossibili. Le modifiche in gestazione andranno, allora, nella direzione di rendere ancora più stringenti i vincoli e le conseguenze restrittive sulla disponibilità di capitali per le imprese non saranno trascurabili. In un momento che già si caratterizza per la grave carenza di liquidità gli effetti di una tale azione potrebbero essere pericolosi, in particolare per le piccole realtà.

Dunque, bisogna temere le nuove regole? Sì e no. Innanzitutto è necessario lavorare in modo da non penalizzare la cosiddetta economia reale (quella cioé che produce beni e servizi), e la via migliore è ripensare le forme di finanziamento delle imprese. Chi deve agire, e in quale modo? Ci sono almeno due posizioni.

Alcuni dicono che noi piccoli imprenditori (io sono uno di loro) non dobbiamo più essere piccoli imprenditori, ma imprenditori di Piccole Imprese in crescita, cioè uscire dall'abituale visione limitata del ''piccolo è bello'' per cercare solidità nella collaborazione e nell'aggregazione. E che dobbiamo aprirci all'apporto di capitali e competenze esterni, sacrificando quel controllo che talvolta pare essere una ragione di vita. Verissimo, ma non lo possiamo fare da soli: è un cambiamento importante che ha bisogno degli opportuni inneschi da parte del regolatore.

Altri ricordano che il sistema creditizio deve sostenere le aziende, tornando a concentrarsi sul mestiere tradizionale, ossia fornire risorse finanziarie a supporto dell'attività imprenditoriale, invece che inseguire le chimere del trading. Per fare ciò il sistema creditizio ha bisogno di ricostruire competenze trascurate, in seguito alla decisione di formare i propri funzionari in funzione di quella “creatività finanziaria” oggi sotto accusa, e noi possiamo essere d'aiuto: una buona idea sarebbe la messa a punto di modelli di business-plan semplici e condivisi, per riuscire a ''parlarsi'' senza la necessità di diventare tutti professionisti della finanza aziendale. Gli operatori economici rispondono, come tutti, agli incentivi. Dunque servono decisioni governative che instaurino condizioni favorevoli a tali scelte di business.

A ben vedere, allora, il fattore determinante - c'era da dubitarne? - è il decisore politico, al quale non possiamo più permettere di rimandare continuamente ogni azione, di sostenere che quanto possibile sia stato già fatto, di focalizzare l'attenzione su temi lontanissimi dai problemi reali, di mettere le proprie esigenze davanti a quelle del Paese. È persino ovvio che s'imponga la regolarizzazione dell'enorme credito vantato dai fornitori nei confronti degli enti pubblici - uno scandalo tutto italiano, che nessun Paese civile può accettare - ma la madre di tutte le battaglie punta ad ottenere le medesime condizioni nelle quali opera la concorrenza internazionale: dunque, è necessario disegnare - finalmente! - un ambiente favorevole all'attività d'impresa.

È logico pensare che una grande prudenza delle banche nell'erogare liquidità, tale da non soddisfare le esigenze degli operatori economici, possa derivare dalla percezione che il rischio del credito sia troppo elevato. Non si può dir che non sia così, data la situazione attuale: noi tutti cerchiamo di vendere a clienti che riteniamo in grado di pagarci, e ciò vale, ovviamente, anche per coloro la cui merce è il ''danaro''. Dunque, sarà opportuno intervenire per contrastare quel fattore limitante, tramite il rafforzamento dei Confidi, la cui attività è preziosa per il sistema delle piccole imprese. Ne va sviluppato il ruolo di protagonisti del credito a tutto tondo: la conoscenza del territorio e la capacità di valutazione delle imprese locali sono proprio le armi che servono, e che le grandi banche hanno perduto. Ciò metterebbe il sistema produttivo nelle condizioni di reperire altrove disponibilità aggiuntive ed inietterebbe anche una salutare dose di concorrenza nel mercato, costringendo gli istituti di credito ad essere più efficienti.

Sarebbe dannoso, invece, qualunque intervento diretto della mano pubblica che non sia regolazione a tutela della concorrenza. Altri interventi, infatti, altro non fanno che introdurre distorsioni, operando con logiche d'appartenenza che hanno l'inefficienza come elemento caratterizzante. No, dunque, a Banche del Sud - il problema non è la raccolta, ma l'impiego - ed a bonds che teoricamente vincolino a comportamenti ''etici'' di fatto non verificabili.

Tutto ciò, però, non è sufficiente. Aiuta a fronteggiare l'emergenza e introduce anche elementi strutturali, ma occorre pensare a provvedimenti mirati a favorire la creazione di ricchezza. L'incentivazione alla permanenza in azienda delle risorse generate internamente va messa in atto rapidamente, istituendo un trattamento fiscale che non consideri reddito l'utile di bilancio non distribuito.

E, per favore, la si smetta con la consueta giustificazione, quasi un mantra: mancano le risorse. È precisamente questo il compito di un governo, stabilire le priorità ed adottare provvedimenti conseguenti: ottimizzare, in fondo, esattamente come si fa ogni giorno in azienda. Chi ha il potere di agire, non può sottrarsi - hic et nunc - al compito d'incidere sui problemi finanziari che la crisi attuale non ha provocato, ma certamente ha aggravato. E che le nuove regole di Basilea III rischiano di drammatizzare.

Perché non basta dirsi ''governo del fare'': va dimostrato sul campo.

 

Nota. L'articolo è stato pubblicato in questi giorni ne ''L'imprenditore'', house organ della Piccola Industria confindustriale. La scelta di riproporlo qui - più o meno tale e quale - mira a due bersagli. Da un lato, la diffusione in un ambito meno specifico - dal momento che la rivista non ha ancora una versione digitale - di un'opinione che non ha pretese di essere quella “ufficiale”, ma che comunque proviene dall'interno dell'organizzazione ove rappresenta un sentimento tutt'altro che irrilevante. Dall'altro - forse più importante - la testimonianza che anche la stampa ''istituzionale'' può - e deve - rinunciare a paludamenti ed eccessivi timori, pur mantenendo un linguaggio appropriato.

49 commenti (espandi tutti)

Franco, a proposito: non ti ho più sentito...

Alcuni dicono che noi piccoli imprenditori (io sono uno di loro) non dobbiamo più essere piccoli imprenditori, ma imprenditori di Piccole Imprese in crescita, cioè uscire dall'abituale visione limitata del ''piccolo è bello'' per cercare solidità nella collaborazione e nell'aggregazione. E che dobbiamo aprirci all'apporto di capitali e competenze esterni, sacrificando quel controllo che talvolta pare essere una ragione di vita. Verissimo, ma non lo possiamo fare da soli: è un cambiamento importante che ha bisogno degli opportuni inneschi da parte del regolatore.

Non essendo un imprenditore è una convinzione frutto dell'intuizione e non dell' analisi, però: sono "abbastanza" convinto che questa sia la strada da percorrere per la piccola (ed anche per la media) impresa italiana.Posso chiedere a che tipo di inneschi stai pensando e perchè è anche la tua convinzione?

Io conosco, personalmente, non pochi imprenditori che hanno aperto un'altra piccola impresa, piuttosto che superare la soglia dei 15 addetti nell'azienda già in essere. Ora, dal momento che tale opzione non può essere considerata frutto di masochismo o di follia collettiva, è evidente che ci deve essere un solido motivo che spinge ad agire così, e la spiegazione è semplice: oggi la crescita dimensionale è scoraggiata da più d'una normativa. Pensa, ad esempio, alle rigidità dello Statuto dei lavoratori oppure agli obblighi relativi al collocamento obbligatorio di disabili, od ancora all'aggravio burocratico in tema di sicurezza sul lavoro. E non solo. Prima di tutto, dunque, si tratta di semplificare i bizantinismi tipici della legislazione italiota, troppo spesso frutto di superfetazioni continue e, comunque, pensata per imprese dimensionalmemnte ben più rilevanti - e non a caso molto più sindacalizzate - delle piccole realtà che troverebbero inutili difficoltà aggiuntive nella fase di crescita.

Inoltre, è bene chiarire che la crescita dimensionale porta una migliore strutturazione, offre l'opportunità di acquisire competenze più elevate e costose, e spesso può ovviare alla tipica sottocapitalizzazione di molte nostre piccole imprese. Ma non si deve pensare che sia la strada obbligata per tutti - non a caso l'amico Marco Esposito non ne sente la necessità - mentre rimane fondamentale la crescita in termini di competenze, anche quando s'intenda continuare ad operare in una nicchia di mercato.

perchè l'italia è purtroppo terra di "indotto". ovvero: se io faccio automobili cerco chi mi costruisce il tal pezzo. se chi mi costruisce il tal pezzo è piccolo, io riesco a contrattare da punto di forza, se chi mi costruisce il tal pezzo si ingrandisce ci sono 4 opzioni: 1) provo un blando contrattamento e pio lo abbandono 2) lo abbandono 3) lo compro 4)piglio uno o due artigiani a cui chiedo di arpire la partita iva che con miei mezzi mi producono il pezzo, e chi ha provato ad ingrandirsi fa la fame, dato che altri produttori di auto attueranno il mio comportamento. (e io abitando in una terra definita ai tempi "la valle d'oro" ne ho migliaia di esempi)

Poi è vero, ai tempi l'art.15 fu un grande blocco, poi arrivò l'Irap e poi i mercati dell'est, la cina.....

l'amico Marco Esposito non ne sente la necessità - mentre rimane fondamentale la crescita in termini di competenze, anche quando s'intenda continuare ad operare in una nicchia di mercato.

Grazie della risposta. Marco Esposito non ne sente la necessità perchè isso tiene na capa tanta ;-) e, ovviamente, ingrandirsi non è la soluzione magica per tutti, ma lavorando come fornitore per aziende italiane e confrontandomi spesso con colleghi stranieri che lavorano in mercati esteri, ho la netta sensazione che le dimensioni medio-piccole e la mancanza di cooperazione all'interno dello stesso settore creino un gap di competenze, che si traduce in un gap competitivo, difficilmente colmabile. Specie in settori dove esistono concorrenti di grandi dimensioni che,in virtù di questo, sono spesso più preparati a ricevere le normative della UE , a sviluppare novità tecnologiche nel prodotto, nei materiali o nella produzione.

Sul piano strettamente economico due imprese (giuridicamente distinte per aggirare una normativa) che hanno una direzione unica (e magari pure strutture in comune) non sono diverse da una singola impresa più grande. Quindi si può dire che, nonostante la normativa disincentivante, la crescita c'è stata.

Pensa, ad esempio, alle rigidità dello Statuto dei lavoratori oppure agli obblighi relativi al collocamento obbligatorio di disabili, od ancora all'aggravio burocratico in tema di sicurezza sul lavoro. E non solo.

Finché parliamo di burocrazia inutile Ok (anzi gli oneri andrebbero ridotti maggiormente per le imprese piccole, però alcuni oneri legati ad una certa soglia dimensionale sono fisiologici (ad es necessità di contabilità più dettagliata,maggiore trasparenza per le società quotate etc.): non puoi mantenere tutti i benefici che hai quando sei 'piccolo e agile' se nel frattempo sei diventato grande e grosso. 

Io non sono un " esperto" e mi piacerebbe capire una cosa, quando Tremonti aveva cancellato completamente la tassa di successione la copertura finanziaria era stata trovata cancellando una forma di agevolazione fiscale introdotta dal Vampiro Visco che si chiamava Dual Income Tax, che in TEORIA doveva favorire il mantenimento nelle imprese degli utili e scoraggiarne l'utilizzo per speculazioni puramente finanziarie.

Almeno così avevo letto tempo fa, c'è qualcuno che mi sa spiegare se quel meccanismo aveva una sia pur minima utilità concreta?

Grazie

Quando l'ho applicato l'ho trovato inutilmente complicato: il beneficio che dava era esiguo, anche in caso di utile piuttosto robusto.

Credo che una riforma assai semplice sarebbe quella di togliere dal TUIR qualsiasi forma di penalizzazione o agevolazione sul reddito, e tassare l'utile di bilancio (il "risultato prima delle imposte"): in caso di tassazione in capo ai soci il socio sarebbe fortemente motivato al reinvestimento, negli altri casi ci sarebbe il normale trade-off distribuzione-reinvestimento.

Non sono un vero esperto di finanza aziendale, ma condivido il giudizio sulla DIT: l'idea di base andava nella giusta direzione, ma la realizzazione risentiva dell'abitudine alle masturbazioni mentali del legislatore italiano. Inoltre, troppo spesso si pensa in termini di gettito fiscale anziché in termini di sviluppo: Visco è un esponente esemplare di tale corrente di pensiero, che si basa anche sulla totale sfiducia nei riguardi del contribuente, ma anche - mi pare - della capacità di verifica degli organismi ad essa deputati.

Come elemento aggiuntivo mi pare sarebbe utile che si creassero condizioni utili all'introduzione su scala più larga del Private equity. Anche l'utilissimo strumento della Confidi infatti lavora su un orizzonte temporale breve o medio e rischia di non essere aderente alle strateie di lungo periodo dell'impresa se, come corretamente osservi, essa intende essere impresa che cresce. Ed il vantaggio ulteriore potrebbe essere l'innesto in azienda di buone risorse manageriali.

 

introduzione su scala più larga del Private equity ..........

......... il vantaggio ulteriore potrebbe essere l'innesto in azienda di buone risorse manageriali

Mah, Luigi, sì .... forse. Ma non è così semplice. L'ingresso di quel tipo di capitale richiede un ambiente già culturalmente predisposto, abituato alla trasparenza informativa e dotato di una struttura adeguata, quale si può facilmente trovare in una media azienda, ma molto meno scendendo di scala.

Poi, guarda, io ho visto esempi molto problematici anche in aziende tutt'altro che piccolissime, quindi non sono così convinto che sia sempre una soluzione catartica.

Infatti non può essere una soluzione catartica, ma di certo uno stimolo, una altenrativa che spinge ad una maturazione culturale ma anche una alternativa ai tempi non facili che seguiranno. Una logica evoluzione del mercato insomma.

L'ingresso di quel tipo di capitale richiede un ambiente già culturalmente predisposto, abituato alla trasparenza informativa

Una domanda: ma la trasparenza informativa non è dovuta a tutti i creditori e in particolare al sistema finanziario che si vorrebbe sostenesse di più le imprese ? Il problema di Basilea 2 (e 3) è che dà per scontata la trasparenza informativa, ovvero che nei bilanci ci siano tutte le informazioni utili e necessarie per valutare il merito creditizio di  una azienda.

Grazie a Franco per l'articolo, ci dimostra che non è vero  che gli imprenditori sanno solo lagnarsi per chiedere più credito fregandosene del risk management. Per il resto, essendomi occupato a suo tempo per oltre un anno di assistere una delle prime 5 banche italiane nella preparazione per Basilea II avrei da dire un bel pò di cose, mi limito a qualche spunto per non tediare.

Alcuni dicono che noi piccoli imprenditori (io sono uno di loro) non dobbiamo più essere piccoli imprenditori, 

a me suona una velleità dirigista. Credo che le imprese debbano avere la dimensione che preferiscono, ci pensa il mercato (quando funziona) a decidere se sopravvivono. Dire che dovrebbero crescere per avere un più agevole accesso al credito mi suona come chiedere ai pazienti di avere una costituzione più robusta per essere più facili da curare: che i medici ci facciano il piacere di fare il loro mestiere anche con chi è gracile.

l sistema creditizio (...) deve (..) fornire risorse finanziarie a supporto dell'attività imprenditoriale (..). Per fare ciò il sistema creditizio ha bisogno di ricostruire competenze trascurate

è uno dei nodi del problema, ma sarei più cattivello, le banche devono acquisire competenze che non hanno mai avuto - magari oggi sono peggio di ieri, se me lo dici tu, mi fido, però sono certo che anche ieri facevano male li loro mestiere. 

A ben vedere, allora, il fattore determinante - c'era da dubitarne? - è il decisore politico,

Non condivido: anche una regola ottima non serve a un piffero se il regolato non è capace di applicarla. Basilea II diceva cose intelligenti tipo invece di mettere via x% come accantonamento prudenziale, se sei capace di stimare ragionevolmente il rischio a cui sono esposti i tuoi impieghi puoi accantonare y%. Il punto è che le banche italiane avevano sistemi medioevali che hanno cercato di "aggiornare informaticamente" alla bell'è meglio e non hanno tutt'ora la capacità di quantificare in modo ragionevole il rischio.

il rafforzamento dei Confidi, la cui attività è preziosa per il sistema delle piccole imprese. 

sacrosanto, la strada maestra quando non sei capace di stimare il rischio è ricorrere ai fattori mitiganti, come le garanzie.

Credo che su tutto il discorso incomba il fantasma di una signora che in questo paese si menziona sempre troppo poco: la trasparenza. Ve lo ricordate quando un'impresa aveva rapporti con 15 banche perchè tutte le esposizioni fossero al di sotto degli importi segnalati in centrale rischi? Così il prestatore già guercio di suo dava i soldi credendo che controparte fosse esposta per  10 e poi veniva fuori che era esposta per 100. Che dire?

1.Anche le teorie migliori funzionano male se non siamo capaci di metterle in pratica, se le banche escono dal medioevo e smettono di 'tramandarsi il mestiere' il credito affluirà alle imprese naturalmente 

2.Se le imprese fossero 'libri aperti' sarebbe più facile capirne lo stato di salute e prestargli i soldi per cui: i bancari saranno anche poco svegli, ma tante (troppe) imprese se vogliono più credito dovrebbero essere meno opache

Alcuni dicono che noi piccoli imprenditori (io sono uno di loro) non dobbiamo più essere piccoli imprenditori, 

a me suona una velleità dirigista. Credo che le imprese debbano avere la dimensione che preferiscono, ci pensa il mercato (quando funziona) a decidere se sopravvivono. Dire che dovrebbero crescere per avere un più agevole accesso al credito mi suona come chiedere ai pazienti di avere una costituzione più robusta per essere più facili da curare: che i medici ci facciano il piacere di fare il loro mestiere anche con chi è gracile.

Beh! L'impresa e l'imprenditore sono vocati alla crescita e comunque al dinamismo che se non è dimensionale è qualitativo per continuare a stare proficuamente sul mercato.

La questione generale che le banche non sanno o non sapevano fare il loro mestiere dipende dal loro modello organizzativo che rende i capi-agenzia ed i responsabili di filiale dei meri passacarte imponendo una rotazione del personale talmente accelerata da spersonalizzare ogni rapporto fino a non conentire l'indispensabile conoscenza del mercato e degli operatori. L'introduzione di procedure e scoring automatici hanno sostituito la competenza del personale che in qualche caso che mi consta, non è in grado di leggere un bilancio. La desiderabile trasparenza non so se si riesca a conseguire in questo campo solo con mezzi tecnici escludendo aspetti relazionali personali.

La questione generale che le banche non sanno o non sapevano fare il loro mestiere dipende dal loro modello organizzativo...

Io sospetto che il motivo profondo sia piuttosto la natura "politica" delle banche italiane, in cui di regola i controllanti (fondazioni o simili) non sono tanto interessati ai risultati economici quanto ai rapporti di potere.

Non sono esperto, potrebbe pure essere una leggenda metropolitana, ma mi risulta che una grossa fetta del sistema bancario italiano sia controllato di fatto da un certo signor Bazoli di Brescia, investito da qualche barone democristiano decenni fa.

Io sospetto che il motivo profondo sia piuttosto la natura "politica" delle banche italiane, in cui di regola i controllanti (fondazioni o simili) non sono tanto interessati ai risultati economici quanto ai rapporti di potere

Sacrosanto. Esattamente come geronzi a Generali oggi a Mediobanca prima. A livello della mia esperienza, la funzione di consulenza e di comprensione dell'azienda, a livello di conoscenza del territorio e del mercato sono state funzioni che erano piuttosto radicate in molte banche anche quando erano irizzate e sono andate via via scemando. Un esempio per tutti. Sud Italia, aree territoriali,aziende agricole di coltura del tabacco al momento del massimo fulgore delle sovvenzioni comunitarie. Aziende che presentavano dichiarazioni dei redditi striminzite ed evadevano alla grande. Una grande banca introdusse criteri di scoring automatico per la concessione dei prestiti cosiddetti di conduzione annuali a tassi agevolati. Risultato: ammontare finanziato ridotto del 65/70% rispetto al pari periodo dell'anno precedente. Eppure i dati di resa colturale media per ettaro del tabacco misurata e misurabile in media in quel territorio era nota. Bastava moltiplicare per il prezzo del tabacco e si otteneva un dato piuttosto preciso. Peccato il modello di scoring non accettasse l'inserimento di qei dati.

...tramite il rafforzamento dei Confidi, la cui attività è preziosa per il sistema delle piccole imprese. Ne va sviluppato il ruolo di protagonisti del credito a tutto tondo: la conoscenza del territorio e la capacità di valutazione delle imprese locali sono proprio le armi che servono...

Per chi ne volesse sapere di più sui Confidi, loro modelli di business, nuova normativa (è in corso la revisione del titolo V del TUB), convegni, etc., vi segnalo l'ottimo blog del prof. Luca Erzegovesi dell'Università di Trento, unica risorsa italiana aggiornata quotidianamente sul sistema Confidi.

Credevo che il BIS avesse in discussione di risolvere il problema della prociclicità. Se i parametri diventano più stringenti la probabilià che shocks economici si amplifichino in crisi è destinata a crescere: non avrebbe più senso cercare di mettere un freno a questo circolo vizioso, magari con le riserve anti-cicliche come previsto in Spagna?

C'è qualche documento istituzionale su questa riforma?

Il discorso "contro" la non tassabilità degli utili lasciati in azienda me lo fece proprio un bancario. "Se voi (imprenditori) reinvestite in azienda l'80%, e non è tassato, a meno di continue espansioni a ritmi cinesi in quattro anni vi siete costituiti un fondo che vi pareggia il circolante e noi banche che facciamo ? Prestiamo i soldi ai pensionati ? O alle aziende decotte?"

Il discorso contro i famigerati "manager esterni" me lo faccio da solo: se la mia azienda va è perchè io la faccio funzionare come un orologio svizzero, ho bisogno di uno che si fa pagare caro e amaro per avere lo stesso orologio ?

I discorsi contro l'integrazione me li faccio insieme ad altri amici imprenditori, e si riassume nella domandona: "Sì, ma poi, chi comanda?" ( A napoli si dice: meglio capa 'e alic, c' cor 'e cefalo).

Franco, ma non avevi un problema più semplice da porre ? Proprio quello più difficile ti viene in mente ?

Non vorrei dirlo, ma tutto si tiene, io credo che si dovrebbe intervenire sugli aspetti "normativi" di basilea III, ovvero di "costringere" le banche a fare le banche, e non a inseguire la finanza, perchè se devono fare le banche e portare a casa qualche soldino dovranno pur prestare il denaro ? O no?

E poi diciamocelo francamente: soffrono e soffriranno soprattutto quelli che hanno a che fare con lo Stato Italiano e le sue derivazioni, chi lavora nel settore privato dell'economia ha sofferto e soffre ancora, ma non ha 370 gg di incasso medio (magari lo ha perso l'incasso, ma sono i "rischi imprenditoriali")

Il discorso "contro" la non tassabilità degli utili lasciati in azienda me lo fece proprio un bancario. "Se voi (imprenditori) reinvestite in azienda l'80%, e non è tassato, a meno di continue espansioni a ritmi cinesi in quattro anni vi siete costituiti un fondo che vi pareggia il circolante e noi banche che facciamo? Prestiamo i soldi ai pensionati? O alle aziende decotte?"

E' interessante notare che l'autofinanziamento tramite utili lasciati in azienda e' tipico proprio delle piccole e medie aziende cinesi, che rappresentano la maggior parte dell'industria leggera soprattutto nella regione di Guangdong: in quel caso, la detassazione e' "autogestita", in genere tramite societa' associate che effettuano rifatturazione in Hong Kong (pratica teoricamente illegale ma ampiamente tollerata).

Un altro metodo "informale" di finanziamento e' quello chiamato "minjian jeidai", basato su prestiti a breve raccolti direttamente da investitori individuali. La cosa e' descritta p.es. in quest'articolo della giornalista del Financial Times Gillian Tett: secondo voci raccolte sul campo nella citta' di Qingdai questa forma di finanziamento copre circa il 10% del totale.

Questa relativa indipendenza dalle banche, tra l'altro, rende difficile alle autorita' controllare il tasso di sviluppo dell'industria tramite la politica monetaria: eventuali stimoli o strette creditizie vanno per lo piu' ad alimentare o sgonfiare bolle edilizie o in borsa, con scarsi effetti sulla piccola e media industria.

Il discorso contro i famigerati "manager esterni" me lo faccio da solo: se la mia azienda va è perchè io la faccio funzionare come un orologio svizzero, ho bisogno di uno che si fa pagare caro e amaro per avere lo stesso orologio ?

I discorsi contro l'integrazione me li faccio insieme ad altri amici imprenditori, e si riassume nella domandona: "Sì, ma poi, chi comanda?" ( A napoli si dice: meglio capa 'e alic, c' cor 'e cefalo).

Manager esterni possono non essere necessari, certo. Non c'è una regola per il sì o per il no. Poi può anche accadere, lo dico senza alcun intento polemico, che un manager esterno dimostri che l'orologio aveva margini ulteriori di perfezionamento.

 

Poi può anche accadere, lo dico senza alcun intento polemico, che un manager esterno dimostri che l'orologio aveva margini ulteriori di perfezionamento.

Altamente probabile. Ogni sistema (ed un'azienda lo è) non ha capacità infinita ed ha quindi dei fattori limitanti. Esiste quindi sempre un anello debole su cui intervenire per ottenere miglioramenti. Questo è cruciale soprattutto quando il mercato chiede piu' prodotti di quanto possiamo produrre e quindi l'anello debole è qualche cosa che sta limitando il nostro fatturato.

Francesco

Poi può anche accadere, lo dico senza alcun intento polemico, che un manager esterno dimostri che l'orologio aveva margini ulteriori di perfezionamento.

Altamente probabile. Ogni sistema (ed un'azienda lo è) non ha capacità infinita ed ha quindi dei fattori limitanti. Esiste quindi sempre un anello debole su cui intervenire per ottenere miglioramenti. Questo è cruciale soprattutto quando il mercato chiede piu' prodotti di quanto possiamo produrre e quindi l'anello debole è qualche cosa che sta limitando il nostro fatturato.

Si',  ma non e' affatto detto che il manager esterno abbia interesse a trovare e sfruttare questi margini a beneficio dei proprietari. Tutta l'evidenza che raccolgo, sia da esperienze personali sia da quel che appare sulla stampa, punta invece nella direzione di una sistematica sottrazione di risorse a danno degli azionisti da parte di quegli impiegati di lusso che sono i manager: anche quando si evita la frode vera e propria, la tendenza e' sempre quella a perseguire strategie profittevoli per i manager: per esempio, mergers insensati ma assai remunerativi per il top management, o "costruzione di imperi" finanziati coll'indebitamento che portano alla rapida salita dei prezzi delle azioni al fine di massimizzare il valore delle stock options da intascare, indipendentemente dagli effetti sulla crescita a lungo termine.

L'articolo parlava di necessità di crescita per la piccola impresa. In questo scenario parlare di manager che vanno a "massimizzare il valore delle stock options" mi sembra eccessivo. Rimane valida la preoccupazione che un manager esterno possa approfittare della posizione pro domo sua a scapito dell'interesse aziendale. Questo è un problema che immagino si presenti sempre in situazioni similari e può essere risolto (altrimenti non esisterebbero grandi aziende). Spesso, nella piccola/media impresa italiana, la paura di delegare raggiunge livelli eccessivi. Ho visto imprenditori (aziende medie 80-100 dipendenti) che si occupano di acquisti , produzione, di distribuire le buste paga e chi più ne ha più ne metta, sottraendo energie preziose alla pianificazione della crescita aziendale e mortificando quei collaboratori che, avendo delle capacità, tendono a  cercare altrove sbocchi.

Si',  ma non e' affatto detto che il manager esterno abbia interesse a trovare e sfruttare questi margini a beneficio dei proprietari

Enzo mi sembra una generalizzazione eccessiva. Tieni conto, lo vedo per il mestiere che faccio, che in troppi casi il manager di troppe piccole imprese lo fa il commercialista. Neppure questa è la regola, ma non vedo perchè ad un apporto esterno di competenze debba necessariamente conseguire un risultato negativo o comunque vantaggioso solo per il manager. Se l'impresa è piccola, il manager esterno opera comunque in simbiosi dellimprenditore che non schiodi dall'azienda neppure a cannonate. Giustamente. E l'imprenditore è l'interfaccia a cui costantemente il manager riferisce e risponde. Mediamente, per la mia esperienza, l'autonomia concessa a manager esterni non è assoluta. Si tratta di una opportunità che in quanto tale va ponderata, valutata nella sua operatività e controllata.

A proposito di banche e Impresa, non credo che il problema sia solo quello di sapere "leggere un bilancio", perché questo da un economista possiamo aspettarcelo ma sia il fatto che chi presta soldi (le banche) analizza il rischio sotto un profilo puramente economico-contabile e non imprenditoriale. Nelle banche non ci sono imprenditori. Soprattutto non ci solo le competenze che permettono di capire gli aspetti cruciali per lo start-up di una piccola impresa e a maggior ragione di una microimpresa. Queste rappresentano oggi circa 85% dei casi. Ed è anche vero che il 50% dei fallimenti riguarda imprese con meno di 5 anni. La soluzione non puo' essere solo nelle banche e nel fisco (o nelle garanzie) come suggerito. Ritengo che oggi sia utile avere nel territorio reti locali di sostegno all'avviamento (centri start-up, reti di microimprese) ed ho notato che le microimprese che fanno parti di queste reti risultano piu' robuste e non falliscono. L'essere in rete quindi è un fattore critico di successo, cosi' come la presenza sul territorio di iniziative (in collaborazione con le università tecniche) che mettano a disposizione anche dei micro laboratori ed attrezzature per una partenza che non comporti enormi invenstimenti. Se in questo modo si ottiene una maggiore robustezza del sistema delle microimprese (quelle sotto i 10 dip, ... mentre per noti problemi in Italia si punta al'attenzione a quelle sotto i 15) allora diminuisce anche il rischio di prestare soldi ad una start-up o ad una azienda già attiva che sta rinnovando i suoi prodotti o la sua tecnologia produttiva.  A mio avviso basilea III dovrebbe considerare il ruolo della banca come limitato all'interno di un sistema piu' vasto. Non piu' quindi un sistrma duale (banca-impresa) con l'eventuale terzo incomodo del fisco ma un sistema multiplo, fatto di reti e tanti nodi, ognuno in grado di fornire servizi di sostegno che incrementano il valore aggiunto. E in questi nodi io vedo come possibili attori positivi lo stato nelle sue articolazioni locali (comuni e province) e nelle università, soprattutto quelle tecniche che possono avere un ruolo attivo nell'innovazione.

Francesco

A proposito di banche e Impresa, non credo che il problema sia solo quello di sapere "leggere un bilancio", ...............

Hai ragione nel senso che l'espressione che ho usato "leggere il bilancio" è imprecisa ed appare davvero limitante. Ovviamente non solo di questo si tratta anche se accade nella realtà anche questo. E' chiaro che più che di bilancio busignerebbe parlare di business plan e di descrittività dell'impresa e dei suoi progetti. D'altronde se la banca non è capace di capire e per davvero l'impresa, non si capisce quale valutazione di rischio possa fare. Per la verità nell'applicazione di Basilea 2 accanto a quelle quantitative sono state introdotte metodologie di valutazione qualitativa che peraltro non esimono l'interlocutore banca dal dotarsi delle professionalità di adeguata competenza per la bisogna.  

Ho sentito da amici di valutazioni di impresa come la somma algebrica del valore di LIBRO dei macchinari (con alcune storielle buffe su macchinari che non sono mai tecnologicamente migliorati e che valgono sul mercato poco meno di quell che valevano 10 anni fa). altri istituti valutano l'impresa con gli indici della stessa, senza vedere quelli dei maggiori competitors. Gli indici son utili se paragonati a qualcosa, non presi singolarmente.che senso ha sapere che tu hai un roe di 0,4 se non sai che la media di settore è 0,6?(dati a caso)

Il rischio in basilea II (ricordi lontani, quindi chiedo conferma) era composito da rischio paese, rischio mercato -in cui l'azienda si muove- e rischio impresa. cioè, se io nel 1890 avessi deciso di intraprendere una attività di vendita cavalli da trasporto, mi avreste fatto leasing operativi? o prestiti ? non credo. il mercato era piu che a rischio.

 

Ho sentito da amici di valutazioni di impresa come ............

Valutare un'impresa è arte difficile. Le banche in sede di istruttoria non devono tanto valutare l'azienda ma la sua potenzialità a conseguire gli obettivi nel corso del tempo misurandone l'adeguatezza delle strutture patrimoniali ed economiche, verificandone la qualità della storia gestionale. Una serie complessa di elementi quali-quantitativi. Tieni conto che nel caso di una impresa in crisi o in liquidazione o in default, un macchinario recentissimo piuttosto che le scorte o altri elementi patrimoniali perdono valore e punto.

lo ben so :) , e so da tempi universitari che ci son almeno 4 metodi base, (reddituale, finanziario, patrimoniale, misto, per le imprese in continuità, poi per quelle in liquidazione ci voglion altri valori vecchio codice civile insegna) ma vedere che chi dovrebbe valutarti al fine di concedere crediti prende il valore di libro, non si informa sullo stato dell'arte e sul valore di mercato (almeno qualche ipotechina o garanzia reale la dovrai dare....) anche solo dei macchinari (che poi è la base del sistema patrimoniale di valutazione per stabilire minus e plusvalenze, del business plan non parlo perchè i molti dei dipendenti delle filiali vengon dal linguistico e non san di cosa stai parlando),ovvero non fa valutazioni "reali" fa venir solo che da piangere.

E' chiaro che più che di bilancio busignerebbe parlare di business plan e di descrittività dell'impresa e dei suoi progetti. D'altronde se la banca non è capace di capire e per davvero l'impresa, non si capisce quale valutazione di rischio possa fare.

Concordo e se già è difficile capire un'impresa avviata, figuriamoci una start-up. Essa puo' essere una startup tecnologica ma anche una falegnameria. Se non ha tutto il capitale occorrente per partire e stare sul mercato fino al break even point, difficilmente troverà banche disposte ad intervenire. Soprattutto se servono pochi soldi (microcredito). Per una banca una start-up è il rischio massimo, quindi necessita del massimo di accantonamenti. Se poi la start-up ha bisogno solo di 30'000 euro (perché ha il resto del capitale) l'affare non è nemmeno redditizio per la banca, rispetto ai costi interni che deve sopportare per analizzare il business plan. Prima di basilea II le banche potevano operare con discrezionalità, sulla base delle conoscenze personali (per esempio il neo falegname poteva conoscere il direttore) ed erogar eun credito sulla fiducia. Oggi con Basila II non è piu' possibile e reditizio. E come dicevo l'85% delle imprese è micro e necessita di microcrediti, non di enormi capitali. Cosa potrebbe cambiare con Basilea III?

Francesco

A pag. 16 delle Considerazioni Finali, Draghi dice testualmente

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Le grandi banche si giudicano anche da come organizzano l’attività sul territorio: mantenere, valorizzare il rapporto con l’economia locale significa utilizzare nella valutazione del cliente conoscenze accumulate nel corso di anni, ben più accurate di quelle desumibili da modelli quantitativi; significa saper discernere l’impresa meritevole anche quando i dati non sono a suo favore; significa saper fare il banchiere. La risposta delle grandi banche alle esigenze locali, coerente con la sana e prudente gestione, deve conciliarsi con strategie e visioni globali

 

 

 

 

Sì, Draghi for president .....

Una chicca: non so se si sia notato nei resoconti televisivi, ma alle (finalmente) dure parole di Emma Marcegaglia nel corso dell'assemblea di Confindustria facevano riscontro espressioni terree degli esponenti della politica - ad esempio, Polverini era molto eloquente - mentre Draghi aveva un sorrisino alquanto soddisfatto .....

Tutto bello e tutto molto sensato, ma non ho visto nemmeno un piccolissimo accenno al fatto che tantissimi imprenditori italiani, i propri soldi, in azienda, non ce li vogliono proprio mettere e pretendono che le banche suppliscano in toto.  I debt to equity ratios americani qui non si vedono neanche in fotografia.

tantissimi imprenditori italiani, i propri soldi, in azienda, non ce li vogliono proprio mettere e pretendono che le banche suppliscano in toto.....

E allora? Intanto può ben essere una scelta libera che li rende come chiunque altro, un cliente che deve essere trattato come gli altri: com professionalità.

Scusa, non intendevo essere polemico. Volevo solo sottolineare che i commenti al post erano unidirezionali : " a morte le banche sporche incompetenti e cattive ".

In realtà la professionalità ci deve essere da parte di tutti; non trovo professionale chiedere finanziamenti a lungo termine parlando di progetti di sviluppo e investimenti e poi usare il finanziamento per rimborsare un prestito soci. So che si tratta di  un solo esempio, ma, credimi, ne ho viste tantissime di "porcherie" (non tante quanto l'androide di Blade Runner, tuttavia). 

assolutamente aikidomaster. Forse la mia eccessiva sintesi ha dato la sensazione di una mia polemica.

Intendiamoci, concordo che la professionalità di entrambi i protagonisti del rapporto bancario implichi anche trasparenza e correttezza. Di fatto le banche la professionalità per valutare correttamente la potenzialità dell'impresa a crescere e quindi ad essere in grado di onorare i debiti è andata man mano affievolendosi per motivi che non è possibile qui neppure sintetizzare. Per converso, l'eccessivo utilizzo di modelli automatici che le banche hanno introdotto non garantisce affatto la appropriata determinazione del rating e quindi del prezzo del rischio né la solvibilità dell'impresa nel lungo termine. Le procedure di valutazione qualitativa a loro volta introdotte sono altrettanto generiche e mediamente inefficaci. Continuo ad essere persuaso che ai dati dello scoring, ai di fati qualitativi debba essere associata la competenza umana di chi conosce il territorio, la reputazione dell'imprenditore e soprattutto la capacità di combinare elementi obiettivi ad elementi personali. Ciò detto, gli eementi di rischio nell'attività di credito, sono ineliminabili in assoluto. Quella che indicavo è, per quanto posso capire, il miglior compromesso possibile e sicuramente il più efficace.

Qui una discreta fonte di discussione: il 70 % degli incagli è dato dal 10% delle aziende (solo grandi e qualche media), addirittura l'1% delle imprese (solo grandi e grandissime) copre il 50% delle sofferenze e degli incagli.

Se questi di sintesi hanno fatto i conti giusti viene confermata l'idea delle banche che prestano ai soliti noti e che poi vanno a gambe all'aria.

Una sola perplessità: non può essere che le imprese grandi pesano tanto sulle sofferenze perché pesano tanto sugli impieghi?

Secondo me il confronto si dovrebbe fare dividendo le imprese in piccole medie e grandi (per fatturato per addetti per qualsiasi cosa) e controllando  quanto pesano le sofferenze sugli impieghi per ciascuna classe poi l'articolo mi pare usare "sofferenze" e "incagli" come sinonimo e quindi è un pò impreciso. Se riesco do un occhiata ai numeri bankitalia e istat per capirci un pò di più.

hai mai letto "assalto al cielo?" quello sulla Bipop

http://www.ibs.it/code/9788835954217/franzini-gabriele/assalto-cielo-ascesa.html

Ai fini patrimoniali incaglio e sofferenza sono diversi, ma a ragionare sul sistema sono buoni uguale. Io non mi sbatterei più di tanto con Istat e Bankitalia, ai fini del ragionamento sul sistema bancario valgono solo incagli e sofferenze, se anche esistesse una sola grande impresa responsabile di quel 50% di incagli/sofferenze sul sistema bancario cosa cambia ? L'erogato è un multiplo del patrimonio, va a n soggetti indistinti, le sofferenze/incagli vanno solo (o quasi) su un settore, quand'anche l'erogato alla Grande Industria fosse 80% e PMI solo 20%, ma queste ultime avrebbero il 30% di incagli/sofferenze, cosa cambia? Per avere un termine giusto dovremmo vedere quanta domanda PMI è insoddisfatta, e se per caso le PMi in sofferenza non siano poi fornitrici del colosso a sua volta in sofferenza, per cui è un settore a soffrire, mentre il resto andrebbe bene...

Poi mettici i crediti verso lo Stato (e lì si soffre, altrocchè..), insomma entri in un casino da cui non ne esci più: no, se i bancari fossero intelligenti (dubito lo siano) guarderebbero solo dove soffrono di più in assoluto, e non in termini relativi.

Potrei aver capito male io.

Pensavo  che se su 100 euro che concedo di credito, 10 vanno ai piccoli e 90 ai grandi, se i crediti problematici sono in totale 10 di cui 9 verso  i grandi e 1 verso i piccoli, non vuol dire necessariamente che i grandi siano più rischiosi.

Se in valore assoluto le "grandi sofferenze" sono 9 volte le "piccole", in termini relativi i grandi soffrono per 9/90=10% e i piccoli 1/10=10% quindi i grandi fanno in valore più sofferenze ma in realtà hanno un rischio simile.

Qui una buona analisi del mercato bancario italiano.

Qui a Pag. 9 il Monte Paschi dichiara che l'85% dell'erogato riguarda PMI, non credo che il MPS sia distante dagli altri, per cui possiamo dedurre che l'85% dell'erogato causa il 30% delle sofferenze, il 15% dell'erogato il 70%.Questo a proposito dell'intelligenza dei bancari, valutazioni di business plan, rating, Basilea 3 , etc., etc.

Così il ragionamento è chiaro.

L'articolo parlando solo del peso delle sofferenze "large" sul totale poteva dare adito a dubbi come il mio, oppure dava per implicito che il grosso è erogato a PMI, quindi il fatto che le loro sofferenze fossero  basse era ancora più significativo. 

Grazie x i link

PS del fatto che il problema non fosse la recessione o il regolatore parlavo in questo commento prima di leggere i numeri. 

Non so se sia una leggenda metropolitana, ma mi sa che il motivo principale dello strabismo è la proprietà delle banche: ricordo che i grandi imprenditori venivano spesso sfottuti come "debitori di riferimento" perchè avevano partecipazioni significative nelle banche, sedevano nei consigli di amministrazione e poi si facevan prestare una valanga di soldi, molto più del valore delle partecipazioni.

Credo che di recente le cose siano cambiate, probabilmente solo sulla carta.

Marcello non è una leggenda metropolitana, ma un vero e proprio incesto: si acquistano partecipazioni facendosi prestare il denaro dalle banche, poi si mettono le azioni acquistate a garanzia del finanziamento, poi si va in Cda, poi si chiedono soldi per sè e per gli amici.

Così, ovviamente, siam bravi tutti a fare gli imprenditori, non per niente il capitalismo italiano è visto male all'estero, questi sono capitalisti con le pezze al culo.

Ma siamo certi che i criteri di Basilea 1, 2 o 3 non inseriscano elementi distorsivi del mercato del credito?

Nessuna norma si permette di dire a me con quali clienti posso fare contratti e quali no, perché alle banche sì?

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