La carriera accademica in Italia (e Francia): il caso dei fisici

9 marzo 2011 giovanni federico

Su nFA si è discusso molto spesso di concorsi universitari, ma sempre sulla base di casi singoli o di impressioni personali. Ora quattro economisti (vil razza dannata) hanno pubblicato un’analisi sistematica. I risultati sono molto interessanti

Il lavoro (Francesco Lissoni, Jacques Mairesse, Fabio Montobbio e Michele Pezzoni ‘Scientific productivity  and academic promotion: a study on French and Italian physicists’ Industrial and corporate change 20 [2011] pp. 253-294) utilizza un data-base dei docenti universitari di fisica in servizio in Italia (circa 1700) e Francia nel 2004-2005 (1900), che comprende informazioni sulle caratteristiche personali (età, sesso etc.), sulla carriera (anno di reclutamento in ruolo) e sulla produzione scientifica, e li utilizzano per porsi due domande
a) quali fattori determinano la carriera accademica?
b) quali fattori determinano la produttività scientifica dei fisici?

La risposta alla prima domanda si basa sui risultati di una regressione probit [ La regressione probit è una variante in cui  la variabile dipendente è binaria (zero/uno); nel caso specifico è uno se il docente è stato promosso nell’anno di riferimento, zero se non lo è stato. Più informazione, in inglese, qui], che esprimono l’effetto marginale di ciascuna caratteristica (p.es. l’età) sulla probabilità di essere promosso, a parità di tutti gli altri fattori.

Per diventare professore ordinario in Italia, il fattore più importante è l’età anagrafica. Avere fra 50 e 60 anni aumenta del 68% la probabilità di diventare ordinario rispetto alle probabilità di una persona con gli stessi titoli, ma fra 30 e 40 anni. Anche essere oltre 60 anni aiuta parecchio (un aumento del 56%) ed anche gli studiosi di mezza età (fra 40 e 50 anni) non se la passano male (un aumento del 50%). Al secondo posto, è essere in pista al momento giusto – in particolare nel 1980, quando il numero di docenti fu improvvisamente aumentato per far fronte all’aumento delle immatricolazioni (la grande ondata della 382/80). E’ servito anche essere un fisico teorico (una probabilità addizionale del 13% rispetto ai poveri fisici sperimentali). Invece essere donna ha penalizzato – riducendo le chances di promozione del 15%. Infine, anche il numero di promozioni nello stesso anno è positivamente correlato con le probabilità di promozione, un risultato ovvio dato il sistema dei concorsi. Stranamente, gli autori non considerano la posizione accademica al momento della promozione (se cioè gli ordinari al momento della promozione fossero già associati). Sospetto perché l’effetto sarebbe stato così forte da oscurare l’impatto di tutte le altre variabili. Per la promozione da ricercatore ad associato il quadro è simile, ma i coefficienti sono più bassi. Anche per la Francia, contano età, sesso (le donne sono penalizzate poco meno che in Italia)  e ondate generazionali (in questo caso, l’anno giusto è il 1985).

Manca qualcosa? Magari un indice della produzione scientifica? In fondo, questo dovrebbe essere l’unico criterio per assunzioni e promozioni all’università. In effetti gli autori usano due variabili separate per la quantità e la qualità delle pubblicazioni (anche se correlate fra loro). La prima è semplicemente il numero di articoli pubblicati dal docente in riviste di fisica presenti nel data-base internazionale ISI (un totale di  363 riviste) nei tre anni precedenti. Gli autori descrivono in dettaglio la procedura di raccolta di questi dati ma non spiegano le ragioni del limite dei tre anni, che in altri settori apparirebbe forse troppo restrittivo. L’effetto della quantità di pubblicazioni è marginalmente positivo: per gli ordinari un aumento dell’1% del numero di articoli aumenta le probabilità dello 0.5%. In altre parole, un “giovane” di 39 anni deve pubblicare il 15% in più per compensare la sua inesperienza rispetto ad un maturo cinquantunenne. La qualità delle pubblicazioni è misurata indirettamente, sulla base dell’impact factor delle riviste, calcolato dallo stesso data-base. La qualità non conta per la promozione ad ordinario mentre la variabile è addirittura negativa per la promozione ad associato. Da questo punto di vista la Francia è diversa: la quantità di pubblicazioni è irrilevante, mentre la qualità aumenta le chances di promozione. Ma forse i francesi sbagliano e l’impact factor non è una buona misura della qualità dei lavori scientifici.

L’analisi dei fattori che determinano la qualità e la quantità delle pubblicazioni è abbastanza complessa e sarebbe troppo lungo riportare tutti i risultati. Mi limiterò a citare le osservazioni degli autori per l’Italia:

  • “come previsto l’età dei docenti ha un effetto negativo sia sulla quantità sia sulla qualità degli articoli pubblicati”.
  • “per quanto riguarda la qualità, i professori ordinari italiani sembrano i più colpiti dall’età, con gli ultra-sessantenni che mostrano una perdita di impact factor medio per anno pari a 1.99”
  • “il genere (gender) conta di più all’inizio della carriera” perché “solo le migliori e più motivate ricercatrici tentano di accedere ai livelli più elevati” [pubblicando di più]
  • “il coefficiente della variabile Wave 1980 è negativo e significativo nella equazione per la quantità, mentre è ancora negativo, ma non significativo, in quella della qualità”.

Gli autori stimano che, in totale, i docenti entrati nel 1980 (il 10% degli ordinari, il 26% degli associati ed il 26% dei ricercatori in servizio nel 2005) abbiano pubblicato in totale 1740 articoli in meno dei loro colleghi (analoghi per età, sesso etc.) entrati in altri, meno favorevoli, momenti. Inoltre:

  • “avere co-autori produttivi ha un impatto positivo sulla produttività”
  • “la partecipazione in grandi progetti di ricerca nazionali o internazionali influenza molto la proddutività annuale degli scienziati”

In conclusione, gli autori sottolineano con forza che le ondate di reclutamento massiccio del 1980 in Italia e del 1985 in Francia “hanno avuto duraturi effetti negativi sulla produttività scientifica media nei due paesi, e specialmente in Italia”.

Due osservazioni finali. Il lavoro considera solo i docenti universitari che hanno vinto almeno un concorso. Il data-base esclude studiosi che hanno partecipato ai concorsi senza vincerli (compresi i fisici del CNR e del CNRS) e non tiene conto della possibilità che essi fossero migliori dei vincitori.  In questo senso è un test parziale dell’efficienza del reclutamento. Si differenzia quindi dal Bollettino dei concorsi (ad economia) di Roberto Perotti, che confronta le pubblicazioni di tutti i concorrenti a ciascun concorso (senza però una analisi econometrica). In secondo  luogo, va ricordato che fisici (e matematici) ritengono i loro concorsi i più immuni dalle pastette tipiche dell’accademia italiana, e che tale opinione è universalmente condivisa. Sarebbe quindi auspicabile che questo interessante esercizio venisse ripetuto per altri settori disciplinari.

19 commenti (espandi tutti)

Lo stesso studio, almeno cosi' mi pare perche' l'unica cosa che cambia e' 2010 al posto di 2011 (Lissoni F., Mairesse J., Montobbio F., Pezzoni M. (2010), "Scientific Productivity and Academic Promotion: A Study on French and Italian Physicists", NBER Working Paper No. 16341) e' stato presentato l'anno scorso su http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001943, usando un titolo piu' spiritoso, UN'ONDA ANOMALA MINACCIA L'UNIVERSITÀ, e con alcuni grafici.

Per diventare professore ordinario in Italia, il fattore più importante è l’età anagrafica. [...] Al secondo posto, è essere in pista al momento giusto – in particolare nel 1980, quando il numero di docenti fu improvvisamente aumentato per far fronte all’aumento delle immatricolazioni (la grande ondata della 382/80).

Secondo me si dovrebbe distinguere tra fattori che hanno una correlazione fisiologica, e quelli anomali.

La correlazione con l'età anagrafica mi sembra qualcosa di fisiologico: ce l'avresti anche se le promozioni scattassero in maniera automatica solo in base all'H-index. Questa correlazione sarà certamente irrobustita dal fatto che le ope legis han avuto luogo 30 anni fa.

Le ope legis (ma anche le tornate dei concorsoni) sono invece un fattore da considerare come anomalo Anzi, come fattore anomalo, questo meriterebbe il primo posto. Faccio un esempio: io ho vinto il posto da ricercatore nel 95, poco dopo l'ultimo concorso nazionale da associato; ricordo che c'erano un sacco di concorsi, spesso ad ogni concorso, dopo la scrematura dello scritto, venivano ammessi all'orale tre o quattro candidati, di cui qualcuno magari nemmeno si presentava perché aveva già vinto altrove... qualunque candidato in gamba, anche senza una voluminosa produzione scientifica, aveva ottime chanches di ottenere un posto. Oggi la situazione è totalmente capovolta, in maniera drammatica.

E, come osserva l'articolo che segnala Alberto, uno dei casini che potrebbe combinare questa riformicchia dell'università è proprio quello di generare una nuova onda  anomala.

[...]Gli autori descrivono in dettaglio la procedura di raccolta di questi dati ma non spiegano le ragioni del limite dei tre anni, che in altri settori apparirebbe forse troppo restrittivo.

Una finestra di tre anni mi sembra adeguata per confrontare la produttività recente in uno studio statistico. Probabilmente se si volesse fare lo stesso per dare un giudizio dei singoli si dovrebbe prendere in considerazione un periodo più lungo (5 anni mi sembra ragionevole).

Comunque ilfatto che la produttività locale decresca con l'età può essere anche correlato al fatto che aumentano le incombenze burocratiche (che sono spesso gravose); quindi, fatta eccezione per gli imbucati e per chi ha schiavi a cui delegare la didattica (o da far lavorare come ghostwriter per articoli  di ricerca) non è sorprendente che la produttività scientifica possa calare (di nuovo: qui c'è una componente fisiologica).

In secondo  luogo, va ricordato che fisici (e matematici) ritengono i loro concorsi i più immuni dalle pastette tipiche dell’accademia italiana, e che tale opinione è universalmente condivisa.

Qui mi sembra che ribalti la questione. In genere fisici e matematici (e scienziati in genere) sostengono che la situazione non è tutta come la descrivono gli economisti (guardando il proprio settore o altri  come medicina, agraria etc.); a questo argomento ci viene ribattuto che noi non sappiam come va il mondo, e che siamo un'isola felice. Insomma, son gli altri che ce lo dicono :)

La correlazione con l'età anagrafica mi sembra qualcosa di fisiologico: ce l'avresti anche se le promozioni scattassero in maniera automatica solo in base all'H-index. Questa correlazione sarà certamente irrobustita dal fatto che le ope legis han avuto luogo 30 anni fa.

 

Falso. Qui la produttività non c'entra, essendo una regressione, La probabilità di essere promossi aumenta con l'età a parità di produttività scientifica.  Un 50-60 enne  ha il 60% di probabilità in più di essere promosso ordinario di un 30-40 enne con gli stessi titoli. E' una scelta miope, dato che il secondo in media produrrà di più nel corso della sua (più lunga) carriera futura. Lo stesso vale per il genere (perchè le donne dovrebbero essere penalizzate?)

Comunque il fatto che la produttività locale decresca con l'età può essere anche correlato al fatto che aumentano le incombenze burocratiche (che sono spesso gravose)

In parte falso. Le incombenze burocratiche sono in larga parte in funzione del grado accademico - e la regressione considera separatamente ordinari ed associati

 

La correlazione con l'età anagrafica mi sembra qualcosa di fisiologico: ce l'avresti anche se le promozioni scattassero in maniera automatica solo in base all'H-index. Questa correlazione sarà certamente irrobustita dal fatto che le ope legis han avuto luogo 30 anni fa.

 

Falso. Qui la produttività non c'entra, essendo una regressione, La probabilità di essere promossi aumenta con l'età a parità di produttività scientifica.  Un 50-60 enne  ha il 60% di probabilità in più di essere promosso ordinario di un 30-40 enne con gli stessi titoli. E' una scelta miope, dato che il secondo in media produrrà di più nel corso della sua (più lunga) carriera futura.

Hai ragione: ho fatto confusione tra "titoli" e la misura di produttivita' di cui si parla poco dopo.

A proposito, ho dato anche una scorsa alla nota metodologica sull'articolo  segnalato da Alberto, ho trovato cose curiose:

  1. (pg 19-20) sono state escluse dallo studio riviste generaliste (Science, Nature): producevano troppi omonimi!
  2. (pg 21) hanno escluso dalla lista anche quelli troppo produttivi (per sospetta omonimia);
  3. (pg. 21,22) hanno escluso dalla ricerca quelli non produttivi, visto che non erano in grado di spiegare la loro improduttivita' (per la cronaca, sorprendentemente si tratterebbe di un 3% in Italia e un 11% in Francia - ci sara' un typo?); si veda anche la nota a pie' di pagina 22.
  4. c'e' il problema dell'indicizzazione di articoli vecchi.

A mio avviso la ricerca, per esser seria, dovrebbe basarsi sui dati CINECA (o omologo francese), che sono ufficiali e certi.

Lo stesso vale per il genere (perchè le donne dovrebbero essere penalizzate?)

Ma hai presente in che paese viviamo?

Comunque non sempre l'essere donna e' un ostacolo alla carriera: Mariastella Gelmini rappresenta un esempio luminoso :)

Comunque il fatto che la produttività locale decresca con l'età può essere anche correlato al fatto che aumentano le incombenze burocratiche (che sono spesso gravose)

In parte falso. Le incombenze burocratiche sono in larga parte in funzione del grado accademico - e la regressione considera separatamente ordinari ed associati

Si', ma mediamente l'impegno burocratico aumenta anche con l'esperienza, e quindi con l'eta'. E poi, ammettiamolo: invecchiando si rincoglionisce.

E’ servito anche essere un fisico teorico (una probabilità addizionale del 13% rispetto ai poveri fisici sperimentali).

Questo e' un po' bizzarro. Non e' che forse e' un effetto che chi si occupa di fisica teorica produce quantitativamente di meno? In matematica son sicuro che si verifica qualcosa del genere: se valuti con l'H-index risulta che i geometri-algebristi producono mediamente meno degli analisti.  Ovviamente se fai una valutazione 'un tanto al chilo' questo tipo di paradossi sono frequenti.

E’ servito anche essere un fisico teorico (una probabilità addizionale del 13% rispetto ai poveri fisici sperimentali).

Questo e' un po' bizzarro. Non e' che forse e' un effetto che chi si occupa di fisica teorica produce quantitativamente di meno?

Non c'e' nulla di strano, credo, i concorsi sono abbastanza separati, c'e' un settore disciplinare di sola fisica teorica ad esempio.  I posti a concorso dipendono dagli insegnamenti, basta che per caso esistano piu' posti da teorico in rapporto ai teorici assunti come ricercatore o associato per ottenere il risultato descritto.

E’ servito anche essere un fisico teorico (una probabilità addizionale del 13% rispetto ai poveri fisici sperimentali).

Questo e' un po' bizzarro. Non e' che forse e' un effetto che chi si occupa di fisica teorica produce quantitativamente di meno?

Non c'e' nulla di strano, credo, i concorsi sono abbastanza separati, c'e' un settore disciplinare di sola fisica teorica ad esempio.  I posti a concorso dipendono dagli insegnamenti, basta che per caso esistano piu' posti da teorico in rapporto ai teorici assunti come ricercatore o associato per ottenere il risultato descritto.

Appunto: bizzarro mi sembra cio' che vorrebbero inferire gli autori (ovvero che occupandosi di Fisica Teorica sia piu' facile ottenere un posto).

Se non capisco male si parla di "probabilita' a parita' di curriculum", il che non vuol dire certo "probabilita' a parita' di bravura", specie se si confrontano sottosettori diversi (inoltre  la valutazione e' davvero "un tanto al chilo", si veda la nota metodologica).

 

Non e' che forse e' un effetto che chi si occupa di fisica teorica produce quantitativamente di meno?

No. E' a parità di numero di pubblicazioni e di "qualità". Lo ha detto Alberto: dipende dal numero di  concorsi banditi. 

A mio avviso la ricerca, per esser seria, dovrebbe basarsi sui dati CINECA (o omologo francese), che sono ufficiali e certi.

Non è vero: l'aggiornamento è affidato ai singoli autori e quindi  dipende dallo zelo individuale, più o meno stimolato

 

Non e' che forse e' un effetto che chi si occupa di fisica teorica produce quantitativamente di meno?

No. E' a parità di numero di pubblicazioni e di "qualità". Lo ha detto Alberto: dipende dal numero di  concorsi banditi. 

No, non sono d'accordo. Se non erro la qualita' e' misurata sull'impact factor della rivista su cui appare l'articolo (o su qualche altro parametro cieco).

Quello che voglio dire e' questo: se fisiologicamente un gli scienziati di un settore A producono quantitativamente meno di quelli di un altro settore B, una statistica tipo questa potrebbe dimostrare che e' piu' facile andare in cattedra se sei del settore A piuttosto che del settore B.

Ti faccio un esempio (perdonami se riguarda la matematica :).

Prendi la classifica per H-index della VIA-Academy, considera i matematici. Brezzi (settore: analisi numerica) ha H-index 49, Ambrosetti (settore analisi) ha un H-index 39, Bombieri (settore algebra-teoria dei numeri) ha H-index 33. Avrebbe senso dire che Brezzi e' un 48% meglio di Bombieri? O che Ambrosetti e' un 18% meglio di Bombieri?

Ovviamente no: sono tutti e tre scienziati al top, ciascuno nel proprio campo.

Se invece che di singoli consideri i gruppi, troverai una differente produttivita' anche tra le aree: tipicamente il settore di analisi pubblica -in media- di piu' (anche facendo una media pesata) rispetto a quello di geometria (a scanso di equivoci: io appartengo al settore di analisi).

Questo non e' in contraddizione (anzi, conferma) quanto dice Alberto: infatti se i posti venissero assegnati solamente in base a stupidi criteri numerici, ci sarebbero settori che rischierebbero l'estinzione (o comunque un drastico ridimensionamento).

A mio avviso la ricerca, per esser seria, dovrebbe basarsi sui dati CINECA (o omologo francese), che sono ufficiali e certi.

Non è vero: l'aggiornamento è affidato ai singoli autori e quindi  dipende dallo zelo individuale, più o meno stimolato

Qui hai ragione tu. Tuttavia entrambi i metodi presentano grosse falle; sarebbe interessante provare a fare una comparazione tra i risultati ottenuti nei due modi (uno sarebbe una sovrastima -per le omonimie- l'altro una sottostima).

Ma guarda che le cattedre sono assegnate per settori ex ante sulla base di "esigenze" didattiche ed indipendentemente dalla qualità del futuro vincitore. Vuoi sostenere che tutte le università italiane negli ultimi trent'anni hanno deciso che i fisici teorici sono più bravi perchè pubblicano di più degli sperimentali e che quindi meritano più cattedre e che quindi hanno organizzato i corsi di laurea in modo da avere più teorici? Mah...

Ma guarda che le cattedre sono assegnate per settori ex ante sulla base di "esigenze" didattiche ed indipendentemente dalla qualità del futuro vincitore.

Esatto, fin qui siamo d'accordo tutti (io, te, e pure Alberto).

Vuoi sostenere che tutte le università italiane negli ultimi trent'anni hanno deciso che i fisici teorici sono più bravi perchè pubblicano di più degli sperimentali e che quindi meritano più cattedre e che quindi hanno organizzato i corsi di laurea in modo da avere più teorici? Mah...

No. Semplicemente dico che e' insensato sostenere qualcosa del tipo: "essere un fisico teorico e' un fattore che aiuta una veloce carriera, perche' riesci ad andare in cattedra con meno pubblicazioni"

Mi sembrava fosse questo il significato di

E’ servito anche essere un fisico teorico (una probabilità addizionale del 13% rispetto ai poveri fisici sperimentali).

Mi sbaglio?

Si, ti sbagli. Il valore che cito è la probabilità marginale calcolata dal coefficiente della dummy "fisico teorico" in una regressione che già tiene conto della diversa produzione scientifica. Quindi, come dicevo nel post è a parità di altri fattori (età, genere etc) compresa la quantità di pubblicazioni

Dalla tua spiegazione, non capisco.

(ma non e' grave: appena ho tempo mi riguardo l'originale).

Guardati l'articolo analisi di regressione su Wikipedia

No. Semplicemente dico che è insensato sostenere qualcosa del tipo: "essere un fisico teorico è un fattore che aiuta una veloce carriera, perché riesci ad andare in cattedra con meno pubblicazioni"

Mi sembrava fosse questo il significato di

E’ servito anche essere un fisico teorico (una probabilità addizionale del 13% rispetto ai poveri fisici sperimentali).

Mi sbaglio?

Io direi che "dipende". Il problema è che non sappiamo esattamente per quante cose si controlli e, soprattutto, non sappiamo se l'offerta di cattedre è neutra o ha "labels" attaccate.

Il coefficiente della regressione dice che essere teorico aumenta (EVERYTHING ELSE EQUAL) la probabilità di andare in cattedra. Quindi non è che ti fanno andare in cattedra con meno pubs, di per se. Ma che, con lo stesso numero di pubs, hai una probabilità più alta di vincere la cattedra. Questo, di pe se, vuol dire solo che c'è una "preferenza" non specificata, per i teorici.

Okkio però, anzi occhi ... che le cose sono meno ovvie di quanto sembrino.

- Se ad ogni livello N di pubs il teorico ha una probabilità maggiore di andare in cattedra del non teorico e la probabilità di andare in cattedra cresce con il numero di pubs, questo vuol dire che esiste un k (possibly not an integer) tale che un teorico con (N-k) pubs ha la stessa probabilità (complessiva) di andare in cattedra di un nonteorico con N pubs. Su questo non ci piove. Poi interpretatelo come volete.

- Occorre anche capire cosa vuol dire questa probabilità. Nella regressione dubito che stiano controllando per la popolazione di candidati (potenziali ed effettivi) in ogni dato concorso. Non ho fatto in tempo a leggere con attenzione il paper (not worth the marginal payoff) ma se qualcuno l'ha fatto magari potrebbe chiarire il mio dubbio. Come controllano per la dimensione della popolazione da cui il vincitore proviene? Totale di associati in quel gruppo, al momento della promozione? Totale di associati? Totale di persone che avevano sottomesso domanda in quel concorso per quel posto? ...

L'universo è il totale dei professori in servizio nel 2005 e quindi si occupa solo delle caratteristiche che hanno determinato la loro promozione al posto che attualmente occupano e confronta i vincitori solo con i loro colleghi che occupano lo stesso posto (e hanno vinto in anni diversi). Non confronta con i candidati perdenti ai concorsi come fa invece Perotti. Probabilmente perchè avrebbe implicato un lavoro enorme di raccolta dei dati.

Io interpreto la dummy "fisico teorico" in maniera molto semplice. Per una ragione storica, o di potere  accademico, i teorici riescono ad avere più posti ex ante (al momento della scelta del settore in cui bandire)

Se vogliamo criticare il paper, i due punti più discutibili sono

i) l'omissione di una variabile posizione occupata (associato, ricercatore o non accademico)

ii) l'orizzonte temporale per le pubblicazioni. Tre anni mi sembrano pochi

E' stato gia' detto che in Italia e' piu' facile fare il fisico teorico che lo sperimentale perche' ti servono meno fondi? Ovvero, un teorico quando si puo' pagare qualche computer, uno-due post doc e qualche viaggio di lavoro e' gia' in condizioni di lavorare abbastanza bene. Ma al limite riesce pure a combinare qualcosa da solo con un paio di buone collaborazioni all'estero.

Montare un'attivita' sperimentale indipendente e' invece molto piu' caro, e una volta che hai il tuo laboratorio ti serve pure la forza lavoro per fare andare avanti gli esperimenti. Forse fanno eccezione gli sperimentali delle alte energie, che oramai lavorano principalmente in collaborazioni monstre sovranazionali (tipo quelle legate a LHC) sulle quali la cronica scarsita' di fondi italiana non influisce.

In conclusione, gli autori sottolineano con forza che le ondate di reclutamento massiccio del 1980 in Italia e del 1985 in Francia “hanno avuto duraturi effetti negativi sulla produttività scientifica media nei due paesi, e specialmente in Italia”.

Ma su questo non c'e' alcun dubbio. Una (buona?) parte dei miracolati del 1980 sono indubbiamente poco produttivi. C'e' da dire che la Francia oggigiorno attua meccanismi di reclutamento con scadenze di reclutamento ben precise (annuali, sia nell'universita' che nel CNRS, con il numero di posti banditi pressoche' costante nel tempo) cosa che permette ai potenziali candidati di programmarsi la propria carriera. Stessa cosa per i finanziamenti alla ricerca erogati dalle agenzie preposte (tipo ANR).

In Italia invece sembra tutto affidato al caso. I rari concorsi (ma anche i bandi di finanziamento) vengono banditi senza alcuna regolarita', e anche i tempi d'espletamento e presa di servizio tendono a gonfiarsi a dismisura, e comunque in modo assolutamente aleatorio. Poi ogni tot anni arriva un'ondata di concorsi, con gli effetti deleteri che vi potete immaginare.

C'e' da dire che la Francia oggigiorno attua meccanismi di reclutamento con scadenze di reclutamento ben precise (annuali, sia nell'universita' che nel CNRS, con il numero di posti banditi pressoche' costante nel tempo) cosa che permette ai potenziali candidati di programmarsi la propria carriera. Stessa cosa per i finanziamenti alla ricerca erogati dalle agenzie preposte (tipo ANR).

In Italia invece sembra tutto affidato al caso. I rari concorsi (ma anche i bandi di finanziamento) vengono banditi senza alcuna regolarita', e anche i tempi d'espletamento e presa di servizio tendono a gonfiarsi a dismisura, e comunque in modo assolutamente aleatorio. Poi ogni tot anni arriva un'ondata di concorsi, con gli effetti deleteri che vi potete immaginare.

Lo Stato italiano di regola tende a distinguersi per stupidita' e funzionamento qualitativamente scadente.  I problemi sono chiari, sperimentati anche altrove, le soluzioni sono ovvie a chi ha un minimo di istruzione e onesta'. A volte tali soluzioni sono perfino contenute nelle norme di legge (come la cadenza biennale dei concorsi universitari) salvo che poi lo Stato stesso non risulta capace, o i suoi cattivi e corrotti amministratori non vogliono, seguire le sue stesse norme.

nel caso dei Medici la parentela di primo grado sarebbe il vantaggio maggiore. E non sto scherzando!

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