Contributi quotidiani

28 febbraio 2010 francesco sobbrio e giulio zanella

Un contributo alla riforma dei contributi all'editoria.

L'avvento della banda larga (internet ad alta velocità, per intendersi) su vasta scala in Italia è reso difficoltoso dalla necessità di efffettuare massicci investimenti, stimati in 12 miliardi di euro, che nessun imprenditore o gruppo di imprenditori trova conveniente fare. Il governo ha stanziato 800 milioni in 5 anni (ossia 160 milioni l'anno, in media) per iniziare almeno dalle zone svantaggiate. Ma i soldi per il momento non ci sono, siamo in recessione, per cui lo stanziamento non è liquido e tutto è rimandato a tempo indefinito.

Ma questo non è un post sulla banda larga. Abbiamo iniziato con questa storia per fornire un metro di valutazione dei circa 500 milioni che il governo distribuisce ogni anno ad una miriade di grandi e piccoli editori di quotidiani. E questi 500 milioni annui sono liquidi, al contrario di quelli per la banda larga, eccome se sono liquidi. Non c'è recessione che tenga. Ci eravamo illusi per un momento che la recessione fosse uguale per tutti, ma ci ha pensato il solito ''decreto milleproroghe'' a mettere in salvo i privilegi della casta. Ora, poiché questi 500 milioni annui sono (1) soldi nostri e (2) tanti soldi rispetto agli usi alternativi per lo stesso scopo (l'accesso alla rete ad alta velocità è certamente più utile all'abbondanza, al pluralismo e alla qualità dell'informazione degli inutili giornali di partito che da soli succhiano 30 milioni di denaro pubblico l'anno), chiediamo: perché i contribuenti italiani devono finanziare l'editoria privata con somme così ingenti?

Anticipiamo la risposta che va per la maggiore. Condizione necessaria al funzionamento della democrazia è la presenza di cittadini correttamente informati, in qualunque parte del paese questi vivano. E condizione necessaria a tale corretta informazione è la presenza di una pluralità di media indipendenti e in concorrenza su tutto il territorio nazionale. Poiché quest'ultima condizione non può essere garantita dalle sole forze di mercato a causa (i) degli elevati costi fissi e quindi della naturale tendenza alla concentrazione nell'industria dei media e (ii) della non profittabilità della distribuzione in particolari zone come ad esempio quelle rurali, l'intervento pubblico nella forma di sussidi all'editoria può rendersi necessario per favorire la concorrenza, il pluralismo, e la diffusione dell'informazione e quindi, in ultima istanza, il processo democratico.

Corretto, se non fosse che la realtà dei contributi all'editoria in Italia è ben lontana da questa logica e risponde invece semplicemente, assecondandoli, ad interessi corporativi, lobbistici, e partitici. Ne ha già parlato andrea Moro su nFa in supporto al referendum per l'abolizione di questi contributi. "Avete scoperto l'acqua bollente," ci direte. Non vi diamo torto, ma pensiamo che sia comunque utile ricordare che l'acqua bollente non va bene per annaffiare fiori e piante. Dimostriamolo andando per ordine, in cinque punti.

Primo, gli elettori italiani, in maggioranza, non si informano sulla carta stampata. Questo lo inferiamo sia dai dati sulla circolazione dei giornali rispetto agli altri paesi europei sia dalle quote della raccolta pubblicitaria dei diversi media, che è il rovescio della medaglia. Guardate le tabelle 1 e 2 in questa ricerca commissionata dal governo svedese, sulla quale torneremo più avanti. Gli italiani, evidentemente, sono un popolo che si intrattiene e, presumiamo, si informa prevalentemente davanti alla TV, rispetto agli altri paesi europei. C'è quindi una cosa semplice semplice da fare, prima di distribuire centinaia di milioni di euro a pioggia, se si ha a cuore l'informazione del cittadino: privatizzare almeno due reti Rai, e superare il duopolio televisivo Rai-Mediaset.

Secondo, come ha già mostrato ancora andrea Moro su nFa, il grosso dei contributi all'editoria vanno ai grandi gruppi editoriali e quindi invece di favorire la concorrenza non fanno che alimentare un oligopolio.

Terzo, un'altra fetta sostanziale non va a giornali che garantiscono pluralismo e qualità dell'informazione ma va a inutili giornali di partito che nessuno legge (provate a chiedere al vostro edicolante se ha o anche solo se sa cosa sono 'Il Socialista Lab' e 'Il Campanile Nuovo', che insieme hanno totalizzato oltre un milione e mezzo di euro di contributi nel 2008), improbabili testate come 'Zainet Lab', 'Motocross' e 'Il Mucchio Selvaggio' (non abbiamo avuto l'ardire di indagare di cosa si occupi quest'ultimo), anche questi tre un milione e mezzo di euro messi insieme, e una galassia di quotidiani e periodici di più o meno esplicita ispirazione clericale. Forse solo il fenomenale Gigi Proietti (aka Mandrake) di "Febbre da Cavallo" sarebbe stato contento di sapere che il quotidiano 'Sportsman - Cavalli e Corse' ha ricevuto contributi pubblici per due milioni e cinquecentotrentamila euro solo nel 2008! Probabilmente i contribuenti italiani sarebbero stati, invece, felici di evitare quest'allegra mandrakata dello stato a loro spese. Ammettiamo pure che alcuni dei giornali finanziati possano costituire delle importanti fonti d'informazione che forse farebbero fatica a sopravvivere altrimenti in piccole realtà locali. Ma ci chiediamo quale possa essere la giustificazione normativa dietro i quasi 30 milioni di euro annui dati ai quotidiani di partito, che per definizione rappresentano delle vere e proprie lobbies più che dei mezzi di informazione. E che dire dei 7,8 milioni dati a 'Libero', i 6 milioni dati ad 'Avvenire', i 4,3 milioni dati a 'Il Manifesto'? All'anno, naturalmente. C'è n'è indubbiamente per tutti e per tutti i gusti. È dunque facile intuire il perché, a parte rarissime eccezioni (vedi questo articolo de 'Il Fatto Quotidiano' di qualche mese fa), i quotidiani si tengano ben alla larga dal diffondere queste informazioni. Così come non soprende che gli incentivi di tutti i partiti siano allineati nel continuare a perpetrare questa situazione.

Quarto, appare paradossale usare (ingenti) risorse pubbliche per creare delle distorsioni dove invece il mercato funzionerebbe proprio nell'interesse dei cittadini. Come documentato da Gentzkow et al. (2006) i cambiamenti tecnologici nell'industria editoriale, l'aumento della popolazione e del suo livello d'istruzione tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, portarono ad aumento della competitività e delle economie di scala negli Stati Uniti. I giornali ideologici, prevalenti per tutta la seconda meta del 1800, vennero quindi sopraffatti dalle dinamiche di mercato portando alla definitiva affermazione dell'informative press. È quindi del tutto evidente che i sussidi a giornali e periodici di partito non fa altro che contrastare o limitare l'effetto positivo di un aumento della competitivita del mercato.

Quinto, si può vivere senza sussidi. La prova? Il Fatto Quotidiano fa informazione (di elevata qualità, noi crediamo) rinunciando volontariamente a qualunque sussidio pubblico. Questa rinuncia è il loro fiore all'occhiello e fanno bene a vantarsene.

Dimostrato che la logica sottostante ai contributi all'editoria in Italia è logicissima ma diametralmente opposta a quella utilizzata per giustificare lo sperpero di denaro pubblico, ci chiediamo:

  1. Come si determinano questi contributi in Italia?
  2. In attesa del giorno in cui saranno aboliti, esistono modelli alternativi ai quali ispirarsi per renderli meno indigesti al contribuente?

Punto 1. I contributi all'editoria in Italia vengono attribuiti in maniera scandalosamente italiana, naturalmente. Ovvero, non c'è nessuna valutazione economica. Per beneficiare dei contributi diretti (una torta dal valore di più di 200 milioni di euro annui) basta rientrare in una delle categorie "protette": quotidiani editi da partiti politici, editi da cooperative di giornalisti, editi da fondazioni o enti morali, o editi all'estero. Prendiamo, ad esempio, i contributi per i quotidiani e periodici di partito, che sono regolati dalla Legge 250 del 1990 art. 3, comma 10.

Vediamo di andare nel dettaglio della legge e fare due conti. L'art 3, comma 10 della legge prevede un contributo fisso pari al 40 per cento dei costi e comunque non superiore a 2,5 miliardi di lire (c'erano le lire nel 1990) e contributi variabili (come stabilito dal comma 8) di cinquecento milioni di lire all'anno da diecimila a trentamila copie di tiratura media giornaliera, e trecento milioni di lire all'anno, ogni diecimila copie di tiratura media giornaliera, dalle trentamila alle centocinquantamila copie, e così a seguire.

Adesso prendiamo un quotidiano a caso. Per esempio, 'Europa', che nel 2007 era il quotidiano della Margherita, e oggi è il quotidiano del Partito Democratico. Secondo l'agcom la tiratura lorda di 'Europa' nel 2007 era di 14.589.993 copie annue. Ovvero, una tiratura media giornaliera di circa quarantamila copie. Il contributo variabile dovrebbe essere quindi pari a cinquecento milioni per le prime trentamila copie e altri trecento milioni per le successive diecimila copie. Dunque, considerando 2,5 miliardi di contributi fissi, il totale ammonterebbe a 3,3 milardi di lire cioé 1,7 milioni di euro. Indovinello: quanti contributi ha avuto 'Europa' per il 2007? Voi direte, non più di 1,7 milioni. E invece no! Ha ricevuto la bellezza di 3.599.203,77 euro, più del doppio! L'unica spiegazione possibile è che nel corso degli ultimi vent'anni ci sia stato un adeguamento dei contributi ai quotidiani molto generoso e molto nascosto nei meandri di qualche decreto Millepropoghe o affine. O forse c'è qualcosa che ci sfugge e saremo grati ai lettori che ci illumineranno su questo punto.

Inoltre, ai duecento milioni di contributi diretti per l'editoria si aggiungono i contributi indiretti che in realtà costituiscono l'investimento più cospicuo dello stato a favore dei questo settore. Secondo quanto riportato dall'Autorita Garante della Concorrenza e del Mercato, solo per il 2005 tali contributi ammontavano a ben 338 milioni di euro. Contributi indiretti che consistevano in 303 milioni di compensazioni per tariffe postali (cioé, come riportato a pagina 27 del documento dell'Autorità, "Poste Italiane applica agli editori condizioni agevolate per la consegna dei prodotti editoriali presso gli abbonati. La differenza rispetto alla normale tariffa viene compensata a Poste Italiane dallo Stato"). Questi contributi sono garantiti a tutte le imprese editrici iscritte al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione), organizzazioni no-profit e societa editrici di libri. Non a caso la parte del leone la fanno le grandi imprese editrici con Mondadori, Sole 24 ore e RCS che da sole, nel 2005, usufruivano di più di 50 milioni di contributi indiretti. A questi si aggiungono 35 milioni di agevolazioni per tariffe telefoniche. Last but not least, in questo computo non rientrano i ridotti introiti fiscali dello stato derivanti dalla riduzione dell'IVA al 4% a favore di giornali e notiziari quotidiani, dispacci delle agenzie di stampa, libri e periodici.

Infine, tanto per non fare un torto agli altri mezzi di informazione, ai circa 500 milioni di contributi annui all'editoria (diretti ed indiretti) si aggiungono i quasi 13 milioni di euro di contributi alle emittenti radiofoniche, i 5,7 milioni di contributi ai canali satellitari tematici (di cui Sandro Brusco ha gia parlato su nFA a proposito di RedTV) ed infine un po' di briciole, 2,8 milioni di euro, che lorsignori fanno generosamente cadere dalla tavola per le emittenti televisive.

Punto 2. Un modello interessante è quello dell'iper-assistenzialista Svezia. In questo covo di vetero-socialisti, i contributi all'editoria non sono distribuiti a pioggia, cercando di preservare posti di lavoro ma sono piuttosto basati su principi di concorrenza e pluralismo. Sopratutto tali contributi sono assolutamente selettivi. Il sistema Svedese prevede, infatti, dei sussidi alla produzione per i giornali cittadini che si trovino nella posizione di secondo competitore (non c'è trippa per il gatto grasso del vicolo, insomma) e che facciano fatica ad attrarre ricavi pubblicitari sufficienti a coprire i costi di produzione. La logica alla base di questi sussidi è chiara. Dati i costi fissi, in mercati dove i ricavi non siano sufficienti a rendere economicamente sostenibile la presenza di due giornali, il governo interviene aiutando il giornale "underdog" evitando così situazioni di monopolio. Inoltre, per poter accedere a questi sussidi i giornali devono soddisfare vari criteri oggettivi, tra i quali (udite, udite!) il dover essere di interesse generale cioé non focalizzarsi su temi specifici come sport, business o religione. Inoltre la legge fissa anche un soglia minima di contenuto editoriale che deve essere prodotto dal giornale stesso (cioé il giornale non può solo o prevalentemente riportare notizie ottenute da agenzie di stampa o da altri quotidiani).

Inoltre in Svezia i contributi diretti sono rigorosamente di tre tipi:

  1. Contributo operativo, secondo i criteri di concorrenza descritti sopra (attualmente circa 50 milioni di euro l'anno in totale)
  2. Contributo alla distribuzione, disponibile solo per i giornali che organizzano la distribuzione in comune e per la distribuzione di sabato in zone rurali e in quelle scarsamente popolate (circa 7 milioni di euro)
  3. Contributo per favorire l'accesso ai giornali ai non vedenti, ai dislessici, e alle persone che hanno difficoltà fisica a tenere in mano o sfogliare un giornale (circa 13 milioni di euro)

In totale fanno circa 70 milioni di euro, meno dei 500 italiani anche quando rapportati al PIL nominale totale, $479 miliardi la Svezia, $2,300 miliardi l'Italia (dati 2008, il rapporto peggiora per l'Italia nel 2009 e, scomettiamo, nel 2010). E sopratutto spesi secondo criteri decisamente migliori, in maniera selettiva e per mantenere viva la concorrenza nei mercati (vero, anche in Svezia ci sono contributi indiretti sotto forma di IVA ridotta: non siamo riusciti a quantificarli e comunque non cambiano la sostanza del discorso). Potremmo almeno iniziare da questi migliori criteri per riformare il sistema dei contributi all'editoria in Italia?

Nota. Tutti i dati sui contributi diretti per il 2007 possono essere trovati qui: quotidiani editi da cooperative di giornalisti; quotidiani editi da cooperative, fondazioni o enti morali; quotidiani editi e diffusi all'estero ; periodici editi da cooperative di giornalisti ;testate di partiti e movimenti politici; quotidiani o periodici di movimenti politici, trasformatesi in cooperativa; periodici editi da cooperative, fondazioni o enti morali. I dati sui contributi indiretti per il 2005 possono essere trovati nella "Indagine conoscitiva riguardante il settore dell'editoria quotidiana, periodica e multimediale" dell'autorita Garante per la Concorrenza ed il Mercato.

28 commenti (espandi tutti)

Il tema dei finanziamenti pubblici all'editoria è stato sollevato spesso, anche in questo luogo virtuale. A me pare che la posizione corretta rimanga quella contraria a tale pratica, che introduce distorsioni evidenti nel mercato dell'informazione, consentendo la permanenza in edicola anche a chi non è in grado di convincere alcuno - o quasi - a spendere un euro per acquistare una copia, e perciò non spinge al miglioramento che s'impone a chi cerchi di restare in un mercato vero. Penso anche che l'anomalia costituita dal duopolio televisivo sottragga risorse che sarebbero utili ad un miglior sostentamento del pluralismo informativo, dal momento che una reale concorrenza tra numerosi attori dell'etere abbasserebbe le tariffe pubblicitarie e libererebbe una quota di investimenti delle imprese da destinare a canali alternativi alle tv. Dunque, volendo creare un ambiente favorevole alla pluralità, ancora una volta sarebbe necessario liberalizzare, non finanziare. Peccato che ciò cozzi contro gli interessi di chi, in tal modo, perderebbe una quota di potere, il che significa che siamo sempre al solito punto: come nel caso dei ricchissimi emolumenti e del numero spropositato di percettori di reddito "da politica", si deve chiedere autolesionismo ai decisori, la cui scelta razionale è scontata ......

Non credo, invece, che la strada svedese, per quanto migliore di quella italiana, sia da considerarsi un second best: è proprio il concetto di contributo statale che non mi convince e che è strettamente connaturato alla invasiva presenza della mano pubblica in ogni campo dell'attività umana. Inoltre, lo spostamento di quei fondi dall'editoria alla banda larga ne velocizzerebbe senza dubbio il miglioramento - con i citati vantaggi anche in termini di pluralismo - ma, ancora una volta, non è detto che tale opzione sia gradita alla casta. In primo luogo, perché è nota la diffidenza per un mezzo di comunicazione praticamente impossibile da controllare - le ricorrenti polemiche in merito alla supposta pericolosità della rete, questo strano animale un po' anarchico, ne son riprova - e, secondariamente, perché gli ingentissimi costi - impossibili da sostenere per una sola azienda ed oggi anche impossibili da "regalare" ad una singola azienda a caso ..... - imporrebbero la separazione della rete infrastrutturale dalla fornitura di servizi. Telecom Italia non gradirebbe di certo, e nessuno mi venga a dire che non gode di ascolto privilegiato tra i nostri amati eletti .....

Scusate, non capisco. I grandi giornali (Corriere, Repubblica, Sole, Stampa, Libero, Giornale,...) in che categoria stanno?

Scusate per la confusione. Cerco di chiarire velocemente. Corriere, Repubblica, Sole, Stampa e Giornale non usufruiscono di contributi diretti ma "solo" di contributi indiretti cioè usufruiscono di compensazioni per tariffe postali e per tariffe telefoniche. Per esempio, la Mondadori usufruiva di 19 milioni di euro solo di compensazioni postali per il 2005. Il Sole 24 ore intorno ad i 18 milioni, RCS più di 13, il Gruppo Espresso circa 4.6 miloni. In più usufruiscono del regime fiscale agevolato dell'IVA al 4%. In pratica tutte le le imprese editrici di quotidiani e periodici usufruiscono di questi contributi indiretti (in quanto tutti gli editori di giornali quotidiani, periodici o riviste sono tenuti ad iscriversi al ROC).

In più i giornali che rientrano in una delle categorie protette riportate nel post, usufruiscono anche dei contributi diretti. Libero rientra nella categoria "quotidiani editi da imprese editrici la cui maggioranza del capitale sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali". In virtù di questo, Libero ha ricevuto nel 2007 ben 7 milioni e 794 mila euro di contributi diretti.

Scusate se sono stato un pò prolisso. Spero di aver chiarito.

Grazie. chiarissimo

 

a

Curioso, no? Quando si pensa ai contributi si pensa sempre a quelli diretti (alle categorie linkate alla fine) mentre sono quelli indiretti che costituiscono il grosso (3/5 nel 2008, come riportiamo nel post).

I contributi diretti hanno natura "ideologica", diciamo cosi'. Invece i contributi indiretti favoriscono chi ha grosse dimensioni e fa grossi volumi e quindi e' ovvio che distorcono, piu' dei primi, sia la concorrenza sia gli incentivi. Francesco mi spiegava che uno che gli incentivi indiretti (l'IVA ridotta, in particolare) sono quelli che spingono gli editori a vendere insieme ai giornali i libri e le chincaglierie varie di cui sono piene le edicole. Fanno bazar facendoti uno sconto consistente grazie al fatto che lo stato paga parte del conto e fa esso stesso uno sconto sulle imposte. Se non e' distorsivo questo... E con che faccia ci vengono a dire che questo e' perseguimento del pluralismo dell'informazione?

Non ci sarebbe una rivista di auto con allegata un'automobile oppure una rivista di informatica con allegato un laptop?

Se tanto mi dà tanto ...... confessa che stai pensando anche ai possibili allegati di Playboy ..... :-)

'Il Mucchio Selvaggio' (non abbiamo avuto l'ardire di indagare di cosa si occupi quest'ultimo),

Mucchio Selvaggio non è una rivista porno, però. Si tratta di un mensile che si autodefinisce "indipendente" nonostante i contributi che a quanto pare riceve. Si occupa principalmente di musica. On line si trova l'archivio dal 2005, ma mi pare che esca da molto prima visto che se la memoria non m'inganna ne ho letto qualche numero al liceo e fanno, ahimè, circa trent'anni fa.

Non che lo voglia difendere, però non ci vuole un grande ardire per verificare il tenore di una pubblicazione.

http://www.ilmucchio.it/sommario.php

Certo, Lucia: era solo una battuta. Cercando "il mucchio selvaggio" su google il primo risultato e' appunto "Il mensile indipendente di musica, notizie, informazioni". Ci siamo lasciati prendere dallo spirito toscano di nascita o d'adozione e abbiamo usato l'opzione scherzosa. Non volevano essere superficiali o offendere i lettori del mucchio selvaggio.

Poi  ci sarebbe tutto il discorso del pluralismo...come se il pluralismo dovesse essere non solo negativamente assicurato (io non limito la tua potenziale capacità di esprimere le idee che ritieni valide) ma anzi positivamente promosso con la allocazione (con destrezza) di risorse pubbliche agli amici degli amici. Come dire: non solo tu hai la libertà di sceglierti le scarpe che vuoi, no te le devo pure pagare io. Una cazzata simile mi pare si abbia solo per gli avvocati: gli indigenti si scelgono quello che vogliono e poi paga lo stato. Ma questo è l'Italian Dream: un popolo di assertori di diritti che non si capisce bene chi deve assicurare e con quali mezzi...ma l'importante è sancirli i diritti...poi se non ce li danno chiamiamo il Gabibbo a protestare: del resto in una pagliacciata totale, chi meglio di un pagliaccio può destreggiarsi in tutta questa confusione?

A questo punto sorge il problema. Quali idee meritano di essere ammesse nel pantheon delle visioni del mondo che meritano tutela? E quali i criteri adottati?

Vedere che si sostengono giornali di grandi gruppi industriali fa venire meno l'idea che sia una questione di giustizia distributiva. Su questo penso che convengano anche le persone più in malafede e ignoranti che ci è dato di trovare al di quà delle Alpi, ovvero quella classe politica di banditi che ci governa (e la sua degna opposizione, sia chiaro). [Stasera mi viene il qualunquismo, ma da domani torno a fare distinguo]

Vedere che si sostengono giornali che sostengono idee defunte, perniciose, fallimentari e del tutto inutili anche su un piano genericamente culturale, come nel caso delle frattaglie sinistre di Manifesto e altro, chiarisce che questo tipo di preservazione del pluralismo sconfina con una sorta di affirmative action per ruderi archeologici.

Vedere che si sostengono i giornalini dell'oratorio poi è sommamente avvilente, considerato che già la chiesa beneficia di notevoli trasferimenti con destrezza tenuti in piedi nei modi più truffaldini e miserevoli, come si conviene a quella congrega affaristica, sedicente moralista, denominata Chiesa Cattolica e Apostolica, sempre pronta a vettovagliare con qualunque Pilato gli italiani eleggano, pur di ottenere pochi denari. (A proposito, ma perchè non scoppia una tangentopoli anche per il clero: quanto ruba la chiesa? Sono italiani dai, esattamente come noi: anche loro sono dentro alla corruzione...strano che non ne arrestino mai, di questi chierici ipocriti, sempre lì alle inaugurazioni multiple che facciamo da queste parti).

Insomma. Questo punto dei contributi alla stampa chiarische una cosa che dai tempi di Don Camillo e Peppone va sempre di moda: grandi battaglie ideali sui massimi sistemi, ma al momento di mettersi a tavola, tutti d'accordo su tutto, briciole incluse. Come spiegare altrimenti queste larghe intese di Chiesa, giornali di estrema sinistra e destra, politica e associazionismo vario.

Chissà perchè non cambiamo mai le cose in Italia? C'è sempre un consociazionismo amorale che ci mette d'accordo.

A questo punto sorge il problema. Quali idee meritano di essere ammesse nel pantheon delle visioni del mondo che meritano tutela? E quali i criteri adottati?

Esatto. Quello che suggeriamo nel post, descrivendo il sistema svedese, e' che questo problema si risolve eliminando il criterio ideologico e adottando quello della concorrenza: ti sostengo per favorire la concorrenza se fai informazione di interesse generale.

Ex-lettori, non lo leggo da allora, adesso lettrice di nFA (basta questa ruffianata per farmi perdonare?)

Corretto, se non fosse che...

No, non e' corretto e la ragione la date voi un paragrafo piu' sopra:

l'accesso alla rete ad alta velocità è certamente più utile all'abbondanza, al pluralismo e alla qualità dell'informazione degli inutili giornali di partito che da soli succhiano 30 milioni di denaro pubblico l'anno

Anche se i sussidi all'editoria fossero pro-concorrenza sarebbero comunque un metodo inefficiente, rispetto alla banda larga, di favorire il pluralismo.

Poi, qualcuno sa stimare quanto grandi di fatto siano i costi fissi di produrre un giornale? Non mi sembra siano molto alti se di fatto da qualche anno ci sono giornali distribuiti gratuitamente i quali si finanziano solo con la pubblicita'.

Anche se i sussidi all'editoria fossero pro-concorrenza sarebbero comunque un metodo inefficiente, rispetto alla banda larga, di favorire il pluralismo.

Ne siamo consapevoli, Tommaso, ma l'argomento puo' essere portato a questo estremo solo se tutti i cittadini che vogliono informarsi sanno farlo in rete, il che ancora non e' il caso in Italia.

Fuori tema: penso che utilizzando il WIFI-WIMAX i costi di installazione della rete a banda larga diminuiscono parecchio e funzionano decentemente. (alcune zone rurali della mia provincia sono collegate con WIFI)

Rimanendo in tema ritengo che l'editoria soffrira' sempre finche' non rivoluzionera' completamente il modo di distribuzione dei giornali. Io sono abbonato ad un giornale via internet; ogni mattina lo scarichi in due minuti ad un prezzo del 50% rispetto alla copia cartacea.Molti forse non leggono piu' il giornale per la pigrizia nell'andare fino all'edicola tutti i giorni.

Lancio una proposta: Perche' non creare dei piccoli punti di stampa (ad esempio un self service) con stampanti anche a colori molto veloci, collegati via internet a vari giornali. Un cliente arriva al self service, sceglie quale giornale comprare, ed in 2-3 minuti viene stampata la sua copia. Si potrebbero installare dappertutto risparmiando un sacco di soldi nella distribuzione giornaliera.

 

Perche'?

palma 1/3/2010 - 10:17

"Perche'?" e' domanda ambigua tra "da dove viene" e "a che scopo".

Le due risposte dunque: 

1. l'assenza della macchinetta che stampa il giornale, viene dal misoneismo degli italiani, dopo tutto quello e' il posto in cui si osserva la liquefazione del sangue di San Gennaro di cui nulla si sa, tranne che venne arrestato dal PM Dragonzio (ogni somiglianza a fatti realmente accaduti e' internzionale)

2. lo scopo e' la protezione dei posti di lavoro dei tipografi

Direi che i contributi, o "incentivi" di qualsiasi genere essi siano, devono essere eliminati: sono distorsivi e basta, vale per il mercato dell'auto, come quello dei quotidiani, come per quello delle albicocche.

Una marea di denaro disperso in mille rivoli, che non tolgono la sete e non servono, se non ai beneficiari, meglio abbassare le tasse, qualcosa del genere è stato fatto con il governo Prodi, quando fu posto fine (o quasi) al finanziamento statale di varie leggi di "aiuto" alle imprese, mentre furono contemporaneamente abbassate (poco) le tasse sulle imprese, ma la strada doveva essere quella.

Sui contributi indiretti mi sorge un dubbio su quelli postali: non è che lo stato (proprietario dell'allora monopolista Ente Poste) abbia artatamente tenuto alte le tariffe postali, per poi far vedere che con una mano ti dava quello che ti toglieva con l'altra? tutto sommato erano tempi democristiani, e questa manovra mi puzza tanto di Andreotti. D'altronde la distribuzione in abbonamento mi sembra "goda" di tariffe completamente fuori mercato ( a favore delle Poste, ovviamente, monopolista).

Sull'IVA al 4% non ho parole (non lo sapevo nemmeno), è l'ennesimo sconcio, d'altronde basta vedere che impatto ha avuto sui conti di SKY Italia il raddoppio dell'IVA al 20% per capire di che arma di ricatto "godono" i politici. Ma anche gli editori quando si staccano: Sky Tg24 è diventato uno dei pochi telegiornali che si riesce ancora a guardare senza avere conati di vomito.

Grazie a tutti per i commenti. Molto interessanti. In particolare l'interpretazione di Marco Esposito sulle tariffe postali, visto il paese in cui viviamo, potrebbe essere plausibile e decisamente inquietante. Se qualche lettore sapesse qualcosa in più al proposito, ne saremmo grati. 

Due piccoli commenti sui commenti.

1) Costi fissi. In tutta onesta non conosco le cifre sui costi fissi di un giornale. Ma i costi fissi di un giornale free-press rispetto a quelli di un giornale tradizionale sono decisamente più contenuti. Questi giornali di solito prendono semplicemente delle notizie dalle agenzia di stampa e le impacchettano in mezzo alla pubblicità. Tra l'altro visto lo spazio ridotto sui contenuti, hanno un maggiore spazio per gli slot (e quindi entroiti) pubblicitari. Immagino abbiano anche minori costi di distribuzione perchè vengono essenzialmente depositati alle fermate della metro. Sono quindi degli "oggetti" ben diversi dai giornali tradizionali. Per completezza, questi giornali hanno anche un target diverso. Di solito il lettore che legge solo la free-press ha un livello di istruzione medio-basso. Anche per questo, la nascita di questi giornali non ha più di tanto intaccato le vendite ed i profitti dei giornali tradizionali.

2) Personalmente mentre trovo assurdo spendere tutti questi soldi per giornali di partito, grossi gruppi editoriali, giornali e periodici di propaganda varia, sport, musica etc., sono meno convinto che dei soldi mirati ai giornali di informazione cittadina siano sempre e necessariamente una cosa negativa. Io vengo da una città (messina) in cui il giornale monopolista locale (la gazzetta del sud) è stato il grande artefice di quella "cagata pazzesca" (scusate il francesismo) da 6.3 miliardi di euro che è il ponte sullo stretto. Il suo direttore è stato il grande ideatore e promotore con argomentazioni del tipo "i giapponessi accorreranno in massa a visitare il ponte". Naturalmente non ho il counterfactual, ma penso che se ci fosse stato un altro giornale cittadino probabilmente quest'idea bislacca avrebbe avuto vita più difficile e forse questi 6.3 miliardi (stima iniziale e temo destinata a crescere) sarebbero stati destinati ad opere più sensate (o perchè no, risparmiati!)

Scusate se sono andato un pò fuori tema.

Premesso che di tariffe postali ne capisco poco, soprattutto non ho trovato niente che leghi i costi del servizio ai ricavi dello stesso , ho trovato questo, che è il caso in ispecie, ovvero la tariffa piena (colonna a sx) e gli sconti (a cascata a dx).

Due annotazioni:

1. il D.L. 353, convertito in legge n°46 nel 2004 non prevede alcunchè a favore dei gruppi editoriali, i soldi li percepisce Poste S.p.a. che certifica solo l'utilizzo del servizio (quante copie sono transitate e quale testata ne ha usufruito, il contributo diventa una semplice moltiplicazione).

2. I fondi li stabilisce il potere politico, non c'è alcun automatismo, però le tariffe le decide Poste S.p.a., sembra quindi una partita a tre.

Non la più pallida idea di cosa succederebbe se domattina sparisse il contributo (che è a favore di Poste S.p.a.!, non dei gruppi editoriali), certo è che ho pesato una copia di Repubblica che avevo in ufficio e pesa gr. 244, direi che la fascia 200-250gr è quella dove lo sconto è maggiore (a occhio, calmi!), quindi potrei anche pensare che le fasce sono fatte in funzioni della massimizzazione del contributo, anche perchè la fascia fino a 200 gr. vale € 0,28 quella immediatamente successiva (di ben 50gr!) vale € 0,42 ! Con il contributo la differenza si assottiglia notevolmente...

Insomma, a mio parere (vale meno di zero) il contributo postale vale un bel pò di quattrini per Poste S.p.a. che se la suona e se la canta (decide le tariffe e quindi il contributo..), vale anche per i gruppi editoriali, che in abbonamento hanno ricavi certi, ma scontati, con la possibilità però di rivenderseli in pubblicità, e che comunque hanno un costo nella distribuzione nelle edicole non proprio irrilevante, per cui non riesco a capire quanto sia interessante per loro questo sistema (abbastanza, visto come strepitano), ma il potere politico becca tre piccioni con una fava: mantiene surrettiziamente Poste S.p.a. e il serbatoio di voti correlato, ed ogni tanto impugna il bastone della revoca dei contributi alla stampa.

Infine Il Fatto: anche se non ha un euro di contributi pubblici partecipa ai contributi indiretti, visto che la distribuzione in abbonamento è demandata a Poste S.p.a.

Grazie mille marco per le info (mi permetto di darti del tu, non so cosa dica in proposito l'etichetta bloggistica o bloggara che dir si voglia...).

Una piccola precisazione. E' vero che i soldi li prende Poste Italiane ma in realtà questa è una riduzione dei costi implicita per i giornali. In pratica, alla fine della fiera, poste italiane percepisce gli stessi soldi per spedire un giornale sia che lo mandi io privato cittadino o che lo mandi un'impresa editrice. Con la differenza che se a spedire il giornale sono io i soldi per la spedizione li metto tutti io, mentre se a spedire è un'impresa editrice i soldi li mette in parte l'impresa ed in parte lo stato. E viste le cifre non mi sembra roba da poco. 10 milioni di euro l'anno risparmiati non mi sembrano così pochi per un'impresa editrice.

Sul "Fatto" penso che abbia ragione tu. Immagino usufruiscano anche loro dei contributi indiretti.

Un'ultima cosa sulle spese di spedizione che và nella direzione discussa da marco.

Perchè invece di farsi coprire queste spese postali dallo stato (cioè da noi contribuenti), le imprese editrici non si mettono d'accordo e visto il loro bargaining power non trascurabile, vanno da poste italiane e chiedono un taglio sostanziale delle tariffe di spedizione a loro favore? Probabilmente sono ingenuo e mi sfugge qualcosa...

E perché - verrebbe da obiettare - non ci possono essere offerte concorrenziali da parte di altre aziende, a capitale privato, attratte da un mercato della consegna di giornali che non parrebbe essere così irrilevante?

Esiste una norma che lo vieta, oppure vincoli di un qualche tipo, od invece i costi reali sono addirittura superiori alle tariffe di Poste Italiane e dunque la collettività finanzia tale operazione a prescindere da chi se ne fa carico?

Franco, ma come pensi sia possibile per un privato distribuire i quotidiani in abbonamento "porta a porta" a costi competitivi? Se il monopolista Poste ha oramai un vantaggio competitivo innegabile è impossibile fargli concorrenza. Sta di fatto che Poste S.p.a. stabilisce la tariffa, il contributo è deciso da un "tavolo tecnico" dove possiamo solo immaginare cosa avviene.

Non credo proprio che Poste S.p.a., unico soggetto possibile, si scelga una tariffa in cui perde, anzi...

mi permetto di darti del tu

Devi darmi del tu, il lei è desueto, come diceva Totò.(che diceva : mia dia dell'ella), piuttosto spero che il tuo cognome (sobbrio)  indichi solo il tuo suffisso, e non anche uno stato dell'anima, perchè in tal caso potremmo sicuramente dividere le nostre strade -).

Sulle distorsioni delle agevolazioni è interessante un dibattito fra enti locali che trovi qua.

Tranquillo marco. Se vai a rileggerti i malavoglia, capirai il perchè del loro cognome. Poi metti insieme il fatto che anche io sono siciliano e fai 2+2. Capirai che non avremo bisogno di divedere le nostre strade :-)

Interessante il dibattito tra enti locali. La necessità (cioè l'adeguamento delle tariffe postali) aguzza l'ingegno (e sopratutto fa risparmiare il contribuente!)

I contributi svedesi sono:

  1. Contributo operativo, secondo i criteri di concorrenza descritti sopra (attualmente circa 50 milioni di euro l'anno in totale)
  2. Contributo alla distribuzione, disponibile solo per i giornali che organizzano la distribuzione in comune e per la distribuzione di sabato in zone rurali e in quelle scarsamente popolate (circa 7 milioni di euro)
  3. Contributo per favorire l'accesso ai giornali ai non vedenti, ai dislessici, e alle persone che hanno difficoltà fisica a tenere in mano o sfogliare un giornale (circa 13 milioni di euro)

Personalmente sarei favorevole ai punti 2) e 3) ma non al punto 1) perche' i contributi sarebbero distorsivi della concorrenza e - per quanto capisco - il potere statale avrebbe una discrezionalita' inopportuna in generale e particolarmente pericolosa in un contesto corrotto come quello italiano dove stimolerebbe alla corruzione e alla discriminazione politica.

Riguiardo ai contributi italiani secondo me andrebbero distinti nettamente in due categorie.  Sono indifendibili e andrebbero aboliti da oggi i contributi diretti ai giornali politici e assimilati.  Non mi sembrano invece seriamente gravi i contributi indiretti, specie tenuto conto l'analfabetismo storico degli italiani e il basso grado di diffusione dei giornali.  L'IVA ridotta non esiste solo per i giornali, credo, non distorce la concorrenza (tra giornali) e mi sembra una norma accettabile,  lo scandalo e' semmai che valga anche per tutti gli allegati ai giornali stessi.  Se i contributi alle spese di spedizione sono per copia consegnata, e per tutti i giornali senza discriminazione, di nuovo mi sembra si tratti di norma accettabile.  L'effetto di questi contributi indiretti e' di distorcere la spesa degli italiani da altri beni tassati al 19% verso i giornali: e' una distorsione, d'accordo, ma secondo me si tratta di una distorsione utile.

Nell'articolo si sottolinea:

Secondo, come ha già mostrato ancora andrea Moro su nFa, il grosso dei contributi all'editoria vanno ai grandi gruppi editoriali e quindi invece di favorire la concorrenza non fanno che alimentare un oligopolio.

Se i contributi sono proporzionali alle copie vendute, mi sembrano ragionevoli e non distorsivi (trascurando i costi fissi).  Non sarei contrario comunque a diminuire i contributi per copia in funzione del totale di copie vendute, per tener conto dell'esistenza di costi fissi e delle economie di scala.

Cerco di chiarire un pò il mio punto di vista. Secondo me bisogna porsi le seguenti domande prima di decidere se un contributo a spese dei contribuenti abbia un senso per favorire il pluralismo dell'informazione.

1) Il giornale (o periodico) ha contenuti informativi di carattere generale ed allo stesso tempo non ha alcun intento propagandistico?

Se si, andiamo al punto 2. Se no, via tutti i contributi, diretti, indiretti ed iva agevolata. Con questo primo criterio si iniziano a tagliare tutti i tipi di contributi a giornali di partito, giornali sportivi, giornali che si occupano di temi specifici (tipo musica, motocross, etc), giornali di ispirazione religiosa e clericale.

2) Di quelli sopravvisuti al punto 1, quali non sopravviverebbero in assenza di contributi statali? Direi che, ad occhio, la mondadori, sole 24 ore, rcs ed espresso potrebbero anche andare avanti senza che le nostre tasse vadano a ridurre i loro costi di spedizione postale. Bene, altri 55 milioni di euro annui risparmiati.

3) Di quelli sopravvissuti al punto 2, quali operano in mercati sufficientemente grandi da poter (e quindi dover) fare da soli in un mercato competitivo? In pratica, tutti i giornali a diffusione nazionale hanno un bacino abbastanza ampio in cui pescare. Spetta a loro cercare di fare informazione di qualità e competere nel mercato senza contributi diretti o indiretti ed agevolazioni varie. Lo stesso dicasi per i giornali locali nelle grandi città (milano, roma, firenze, bologna, etc). Come dimostra il fatto che il corriere e la repubblica hanno edizioni locali in quasi tutte le grandi città italiane, questi mercati sono abbastanza remunerativi per garantire un buon livello di pluralismo.

4) Di quelli sopravvisuti al punto 3, quali hanno un fondamentale peso specifico sul pluralismo dell'informazione nel loro mercato di riferimento? Beh, qui naturalmente la faccenda diventa più delicata ed aperta a manipolazioni. Ma il meccanismo svedese aiuta. Il secondo giornale cittadino è l'unico che abbia diritto a contributi ed agevolazioni indipendentemente dal suo colore politico. Il meccanismo è automatico e sembrerebbe esente da manipolazioni (voi direte, quelli sono svedesi e noi siamo in Italia. Beh, non posso darvi torto...)

So che alcuni di voi non saranno daccordo nemmeno sui contributi ai giornali di cui al punto 4, ma sicuramente sarebbero molti meno soldi e spesi sicuramente meglio.

Sull'IVA faccio notare che lo spendere soldi pubblici non è necessariamente solo un problema di distorsioni (tra l'altro se io tasso meno i giornali devo tassare di più altre imprese, quindi c'è sempre una distorsione seppur indiretta). Il problema è anche di dover spendere i soldi pubblici solo dove davvero servono. E dare agevolazioni fiscali a prescindere dal reale bisogno o dal reale contributo di un quotidiano al pluralismo, mi sembra un pò troppo generoso.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti