La cultura occidentale e l'antropologia

30 maggio 2008 alberto bisin

Una tribù in Amazzonia mai venuta in contatto con il resto dell'umanità è stata fotografata da un aereo. Il mio commento ubriaco - the keyboard has been drinking (not me) - sulla questione.

 

La notizia è stata riportata da CNN stamattina e ripresa da tutti i giornali online che ho visto, incluso naturalmente il Corriere, che mi pare si sia anche preso la libertà di chiamarli uomini rossi. Vale la pena di vedere una foto: The image “http://www.noisefromamerika.org/modules/tinymce/xarincludes/plugins/ibrowser/scripts/phpThumb/phpThumb.php?src=/var/uploads/Image/1_0.jpg&w=150” cannot be displayed, because it contains errors.

Ora che sono stati individuati c'è il pericolo che siano visitati da curiosi e/o da emissari delle società minerarie che vogliono esplorare la zona. Tutti i commentatori, e gli antropologi in particolare, urlano perché questo non avvenga. Ad esempio,

Quel che sta accadendo in questa regione è un crimine enorme contro la natura, le tribù, la fauna e non è altro che la testimonianza dell'assoluta irrazionalità con cui noi, i 'civilizzati', trattiamo il mondo.

dice Josè Carlos dos Reis Meirelles, di Survival International (l'organizzazione che ha organizzato il volo sopra la tribù nella speranza che l'opinione pubblica mondiale fermi le società minerarie).

Ed ecco il mio commento ubriaco:

Ci sono due ragioni per lasciare la tribù in pace: i) c'è il pericolo che a contatto con il mondo civilizzato soffrano gravemente di malattie a cui non sono immunizzati; ii) "queste popolazioni sono uniche: una volta sparite, lo saranno per sempre" (nelle parole di Fiona Watson, sempre di Survival International.)

Il primo è un punto serio, serissimo. Ci deve essere però il modo di ovviare al problema, da un punto di vista medico. Il secondo punto suona un po' self-serving da parte degli antropologi (e io sono uno di quelli che ha Man the hunter sempre a portata di mano). Suona come se un economista dicesse: "chiudete la Banca Mondiale, che sta riempiendo l'Africa di danaro", quando non abbiamo ancora modelli di crescita che funzionano (nessun problema cari colleghi, non c'è pericolo che la Banca Mondiale abbia alcun impatto rilevante in Africa).

Ma soprattutto: non gliene frega a nessuno di quei poveracci con la pancia dipinta di rosso che vivono in mezzo ai serpenti in capanne di paglia, e che tirano frecce spaventati agli aerei degli antropologi? O davvero la stima che abbiamo della cultura (civiltà) occidentale è così bassa che pensiamo che stiano meglio loro? Vabbe', c'è il buon selvaggio ... gli antropologi hanno sempre costruito miti un po' arditi, fa parte del loro mestiere (anche se poi si fanno prendere in giro da due ragazzine selvagge, ma sveglie e vivaci, come è successo a Margaret Mead). Ma davvero nessuno pensa che la cultura (civiltà) occidentale sia un regalo di valore? Lo so che si dirà che i nostri poveri uomini rossi finirebbero per ubriacarsi (per davvero) nei peggiori bar di Manaus. Ma siamo sicuri che ciò sia peggio che tirare frecce agli aerei degli antropologi? E le successive generazioni? Nessuno ci pensa?

P.S. Sobriamente, ora: non sono affatto convinto che dovremmo andare a parlarci con questi signori, né che dovremmo scavare la loro terra alla ricerca di minerali (anche se potessimo evitare le loro frecce e aiutare loro ad evitare le nostre malattie). Però mi pare davvero grave che la cultura (civiltà) occidentale non abbia in sé la forza di dire "andiamo ad acculturarli (civilizzarli)" come facevano una volta i missionari e i colonizzatori. Certo che i missionari e i colonizzatori hanno fatto un mucchio di danni, ma ciò non implica che dovremmo lasciarli lì terrorizzati ad aspettare il ritorno del grande uccello pieno di antropologi.

48 commenti (espandi tutti)

Pero' mi pare davvero grave che la cultura (civilta') occidentale non
abbia in se' la forza di dire "andiamo ad acculturarli (civilizzarli)"

E' buffo come ormai sia entrato nel gergo comune usare "cultura occidentale" per riferirsi al mondo industrializzato. Non ce l'ho con te che l'hai usato, lo so che lo usano anche gli antropologi. Penso semplicemente sia sbagliato pero'.

Ad ogni modo, il consensus tra gli antropologi ogni volta che si verifica una scoperta del genere (e nelle amazzoni non e' raro, l'ultima volta e' successo esattamente un anno fa) e' di stabilire un contatto e poi lasciare aperta la porta. Il motivo e' che si da per scontato al giorno d'oggi che queste persone in realta' siano consapevoli del mondo la' fuori e semplicemente non ne vogliono essere parte. Chiaro che magari a qualcuno dei bambini li' in mezzo farebbe pure piacere giocare alla playstation ma non e' che ci si possa fare molto.

 

sono d'accordo, e anche un po' di più, sugli antropologi - partito politico organizzato infiltratosi nell'accademia per promuovere una politica di odio e discriminazione all'interno della società.

Un po' di meno sull'idea che sia giusto andare in Amazzonia e regalare agli indigeni un po' di civiltà. Le ragioni sono diverse:

1) Da liberale classico, seguo l'insegnamento di Adam Smith. Lo Stato deve fornire la difesa interna,  la difesa esterna e i beni pubblici fondamentali per il funzionamento dell'economia. Tra di essi non rientra chiaramente l'andare a spendere i soldi dei contribuenti per gli indigeni. Sono nati senza la nostra civiltà. Mi dispiace per loro. Proprio come non è regalando ad un povero un po' di soldi che lo so si rende benestante. Allo stesso modo non è regalando un po' di civiltà a degli incivili che li si rende civilizzati. Anzi, nel primo caso si fa spesso più male che bene. Penso che ciò valga anche nel secondo caso. 

2) La tua interpretazione (direi al limite del positivismo giuridico) pone dei problemi di policy. Come definire politicamente quando è il caso di intervenire o meno per civilizzare gli altri. Non è una battuta. Perchè gli indegeni sì e i cinesi no? Se mi sai trovare un modo per definire un limite alla policy, un modo per dire quando è sì e quando è no... non so cosa dirti: risolveresti uno dei dilemmi della contraddizione tra realismo politico e filosofia morale. Saresti uno dei più grandi filosofi politici della storia. :) Nota a latere:come vedi, il passo all'esportazione manu militari della democrazia è molto vicino. Se è un dovere civilizzare gli indios, perchè non è un dovere democratizzare gli iracheni?

3) Come possiamo essere sicuri che il nostro sia il modello migliore? Ciò segue direttamente dal punto 2. Questo non è relativismo degenerato, è semplice logica.

    3a) Storicamente, TUTTE le civiltà del passato si sono sempre credute le più evolute, le più     civilizzate, le più moderne. Se qualcuno è succeduto loro significa, evidentemente, che non lo erano. Per quale ragione il nostro caso dovrebbe essere diverso? Nota: tra i tanti esempi di civiltà che si credevano superiori vi era anche la Germania Nazista. Il punto è semplice. Su quali basi si può opporre l'esportazione della civiltà da parte di una certa comunità, se si considera che è tra i doveri dei popoli più civilizzati esportare la civilizzazione. Noi, ORA, diciamo che la Germania Nazista era un'aberrazione. Al tempo non era proprio così. Lo stesso vale per l'URSS che a lungo è stata creduta, vedi Galbraith, un modello di successo. Bene, se il tuo principio valesse sempre, e fosse valso anche in passato, anzichè opporsi all'espansione nazista o sovietica, il mondo avrebbe dovuto accettarla - se quello fosse apparso come il modello migliore. Ma ciò rimanda alla domanda di questo paragrafo: come definire il modello migliore. Attraverso il consenso (si alza la mano e si decide quale è il modello migliore?), attraverso la forza (chi vince prende tutto il banco?), autodefinendoci, un po' etnocentricamente, i migliori?

    3b) Plain question: se ci fosse una civiltà più evoluta della nostra, noi saremmo contenti se questi venissero a civilizzarci? Io non ne sono così sicuro. 

    3c) Se ci fossero gli alieni, stando a quanto tu scrivi, dovremmo super tirarci giù le braghe e dire: prego, conquistateci. Ricorda molto la scena di Independence Day. C'è la comunità di pazzoidi, tra cui una tizia davvero fuori di testa, che dice "venite a salvarci". La navicella UFO apre una porta, un raggio di luce illumina la comunità di ufolofi. Zic, disintegrati. Gli alieni li hanno salvati - mandandoli all'altro mondo. Beh, io preferirei, nel caso ci fossero gli alieni, la reazione di Will Smith, cazzuta e inkazzuta. 

:)

saluti, ag. 

 

sono d'accordo, e anche un po' di più, sugli antropologi - partito
politico organizzato infiltratosi nell'accademia per promuovere una
politica di odio e discriminazione all'interno della società.

di cosa parli con esattezza?  

Del fatto che l'unica ossessione degli antropologi è mostrare che economisti e politica scientist razionalisti sono dei fanatici reazionari colpevoli dei peggiori crimini contro l'umanità. La cosa più divertente, e in questo sono assolutamente analoghi ai sociologi, è che dicono di prodigarsi per favorire comprensione e armonia, ma poi il loro obiettivo è discriminare, in tutti i modi possibili, chi la pensa diversamente.

Esempio molto basilare. Prof. di Economia Politica o di Pol.Sci con un background razionalista: entra in aula e spiega come un modello permette di capire i meccanismi principali di funzionamento di una certa cosa (le elezioni, l'andamento della domanda, etc.).

Il prof. di Sociologia o di Antropologia fa l'opposto. Entra in aula e anticipa subito: "ci sono questi professori di Economia o di Scienze Politiche che vogliono disintegrare il pianeta per i loro luridi fini economici, bla bla bla bla." 

Teoria testata: confermata al 100%. Ho visto che fai antropologia: sei ancora in tempo per cambiare.

l'hai testata e ti sei fatto male? mi spiace molto.
che gli antropologi abbiano un'unica ossessione mi pare solo la tua ossessione.
i sociologi che discriminano? perchè non i sociologi nazi? in verità mi pare che tu non voglia e non sia nemmeno in grado di accettare un pensiero diverso dal tuo. forse non te ne rendi conto ma stai riproducendo all'inverso lo stereotipo che vai denunciando.
 

1) Da liberale classico, seguo l'insegnamento di Adam Smith. Lo Stato
deve fornire la difesa interna, la difesa esterna e i beni pubblici
fondamentali per il funzionamento dell'economia. Tra di essi non
rientra chiaramente l'andare a spendere i soldi dei contribuenti per
gli indigeni. Sono nati senza la nostra civiltà. Mi dispiace per loro.
Proprio come non è regalando ad un povero un po' di soldi che lo so si
rende benestante. Allo stesso modo non è regalando un po' di civiltà a
degli incivili che li si rende civilizzati. Anzi, nel primo caso si fa
spesso più male che bene. Penso che ciò valga anche nel secondo caso.

ma che cosa risponderti. sei ubriaco pure tu forse o stai scherzano?
no sei ubriaco e basta. almeno lo spero per te. quindi hai ragione tu. meglio lasciarli soli. non sia mai che possano incontrare gente che parla da liberale classico e seguaci civilizzati di Adam Smith.

Secondo me  sotto lo pseudonimo Andrea Gilli si nasconde Piero Ostellino. :-) Altrimenti non mi spiego quest'aria professorale: prima ti dico che sono liberale, e poi ti spiego come dovresti pensare da liberale. 

Gentile direttore,

non ho detto che andrei a regalare la civilta' alle tribu' dell'Amazzonia; ho detto che mi stupisce che nessuno pensi che sia bene farlo.

Sara' che non ho letto A. Smith? 

 

Bella battuta, anche se il paragone con Ostellino è vagamente
offensivo: mi sembra palmare che quanto io scrivo sia di qualità
nettamente superiore. :p

Per quanto riguarda il tuo post. Tu scrivi:

Però mi pare davvero grave che la cultura (civiltà) occidentale non
abbia in sé la forza di dire "andiamo ad acculturarli (civilizzarli)"

Nel mio commento volevo sottolineare, invece, che la forza della
cultura occidentale, o almeno di una sua parte, è proprio di ritenere
che non sia necessario andare a civilizzarli. Le obiezioni che ho
presentato mi sembrano abbastanza solide.

Aneddoto

michele boldrin 31/5/2008 - 02:38

Anni fa, quando stavo di professore in un'universita' con un dipartimento di economia famoso ed uno di antropologia abbastanza quotato, ero diventato amico (complice un gruppo interdisciplinare di gente che si occupava di sistemi complessi, whatever they are ...) di un collega abbastanza noto che faceva clinical antropology o una cosa del genere, insomma si occupava di corpi umani, li misurava e li confrontava per capire cosa avessero in comune e cosa no.

Un giorno che ci eravamo divertiti ci salutammo ritornando ai nostri rispettivi uffici e lui mi disse una frase che, tradotta in italiano, suona piu' o meno cosi':

Ora ho una ragione per pensare che gli economisti non siano del tutto dannosi. Ed e' che mi diverto a chiaccherare con te.

Chiesi io, perche' prima cosa pensavi?

Risposta

Che eravate dannosi. Se non ci foste voi i miei colleghi che fanno teorie antropologiche non saprebbero cosa scrivere e potremmo "get rid of them". La loro unica occupazione e' scrivere libri ed articoli per cercare di convincerci che voi, economisti, avete torto e siete figli del diavolo. Se voi spariste, sparirebbero anche loro e noi potremmo finalmente lavorare.

beh penso sia questione di concorrenza e di incompatibilità dei metodi di lavoro e quindi della visione delle cose.
detto questo gli antropologi, per informazione dei lettori, non si occupano solo di omini rossi o neri ma anche e sopratutto di omini "moderni" che se ne stanno negli uffici, in fabbrica ecc. la discriminante per decidere chi è antropologo e chi è sociologo è il metodi di ricerca e *non* il soggetto.
spesso poi le barriere tra antropologie e sociologia cadono e non ha più senso parlare di una contrapposizione netta tra metodi qualitativi e metodi quantitativi.

 

questione di concorrenza e di incompatibilità dei metodi di lavoro e quindi della visione delle cose

Nel libro di Jones menzionato in queste pagine da Boldrin ho trovato questa battuta ironica: l'Economia e' la scienza che studia le scelte dell'uomo, la Sociologia e l'Antropologia sono scienze che dimostrano che l'uomo non ha scelta.

Non conosco il libro, ma da quanto ricordo la fase appare, con riferimento ai sociologi, in un commento di Duesenberry a Becker (non ieri: Becker era un ragazzino).

Grazie per la precisazione. Eric Jones, The European Miracle, Cambridge University Press (2003 edn.), cita questa frase tra virgolette, non attribuendola, ma dicendo che e' un detto noto tra gli economisti.

Duesenberry, che pure fu un precursore della "social economics" , ce l'aveva coi sociologi, non con gli antropologi.

La citazione precisa e':

'Economics is all about how people make choices. Sociology is all about why they don’t have any choices to make.' (p. 233 in James Duesenberry, 1960. Comment on 'An Economic Analysis of Fertility’. In Demographic and Economic Change in Developed Countries, ed. NBER. PU Press)

Direi che dar loro un anno di tempo che permetta: agli antropologi di studiare questa popolazione (che poi e' questo il motivo per cui non vogliono sparisca, senno' come fanno a scriverci libri e pubblicazioni?); ai medici di vaccinali; e a sociologi e psicologi di prepararli al mondo civilizzato sia sufficiente.

Poi da ignorante in materia mi chiedo, ma tra qualche anno, non sarebbero destinati comunque a gravi problemi dato l'esiguo numero e la difficolta' di riprodursi tra non parenti? Non da un punto di vista morale ma genetico ovviamente.

Comunque l'idea che vivano meglio nell'ignoranza del mondo esterno deriva da un pensiero romantico e pessimista. Per cui chi non puo' permettersi i beni materiali del mondo civilizzato e' meglio non lo conosca, cosi', vive con meno, ma vive felice. Ma sta' veramente a noi stabilire quale sia la loro felicita'? Non e' nostro obbligo fornire loro la possibilita' di scegliere fornendogli le informazioni necessarie? Cosi' sceglieranno loro se stare da soli, e allora si puo' discutere se vadano protetti dal mondo civilizzato, o vivere con noi.

 

PS: io l'ho letto Adam Smith, e come tutti i pensatori e studiosi, i suoi scritti vanno contestualizzati,  ha scritto certe cose perche' viveva nel '700, se Adam Smith scrivesse oggi, scriverebbe cose differenti, prenderlo per vangelo ed esempio per i giorni nostri e' quanto di piu' sbagliato si possa fare.

come ho già scritto altrove: gli antropologi non si occupano solo di omini rossi "fuori dal tempo", almeno non è più così da 50 anni. bisognerebbe saperlo.
aggiungo che i sociologi non hanno compiti di primo contatto e di civilizzazione.
per quello ci sono i seguaci di adamo smith :)
cordialità

Michele: beh, allora la mia definizione degli antropologi sembra calzante.

Lastkraftwagen: a forza di contestualizzare non vorrei che si perdesse la retta via. Io sono abbastanza ortodosso, e forse anche un po' di più. Diciamo che sono wahabita: credo nell'interpretazione letterale dei testi sacri. Da Tucidide a Smith fino a Michele Boldrin. :D

Smith dice che il governo deve svolgere solo quelle funzioni che il privato non può portare a termine. Polizia, esercito e beni pubblici fondamentali (stabilità moneta, difesa proprietà privata, etc.). Mi sembra una garanzia contro l'esplosione delle funzioni statali e mi pare valida ancora oggi. Il messaggio di Smith è chiaro: lo Stato deve pensare ai suoi cittadini - period. Se lo Stato inizia pensare ai cittadini degli altri Stati siamo fritti.

Se oggi Silvio dicesse, ragazzi, vado a spendere i vostri soldi per salvare gli indios io mi incazzerei come una bestia. FYI, i liberali veri, negli USA, erano tutti opposti alle guerre di questi anni: si ispiravano agli insegnamenti di Washington e Jefferson (vedi Ron Paul, Buchanan, Hagel, e più in generale il Cato Institute, l'Independent Institute e la rivista The American Conservative).

Dall'altra parte ci sono i liberali che contestualizzano - quelli che leggono Jefferson come vogliono (vedi Hitchens) e lo trasformano in un neoconservatore primordiale - e quindi dicono, give'em democracy, e con essa qualche milione di tonnellate di bombe. 

Continuo a preferire i primi. 

 

Smith dice che il governo deve svolgere solo quelle funzioni che il
privato non può portare a termine. Polizia, esercito e beni pubblici
fondamentali (stabilità moneta, difesa proprietà privata, etc.). Mi
sembra una garanzia contro l'esplosione delle funzioni statali e mi
pare valida ancora oggi. Il messaggio di Smith è chiaro: lo Stato deve
pensare ai suoi cittadini - period.

Lasciando stare cio' che dice Smith, gli "uomini rossi"
non stanno sulla luna, stanno in brasile (o in peru?). Quando Alberto
esorta la societa' occidentale ad andare a fare ciao con la manina son
sicuro che non sta parlando ne' di Silvio Berlusconi ne' di Bush. Smith
che dice? Lo Stato Brasiliano avrebbe il diritto di andare a
contattarli? O Magari gli deve portare prima le cartelle del fisco?

 

Se
lo Stato inizia pensare ai
cittadini degli altri Stati siamo fritti.

Ecco, vedi
perche' non im piace sentire parlare di "civilta occidentale"? Perche'
poi si finisce con questi assunti. Senza peraltro aggiungere che la
civilta' occidentale non esiste piu'. Gli americani sono diversissimi
dagli Italiani, gia' lo sapeva Alberto Sordi.

 

Lastkraftwagen

 Non sono un autocarro, Lkv, non Lkw. :)

Ti sottovaluti. Io continuo a vedere Ostellino in questi commenti. :)

e se fossero keynesiani? non sarebbe meglio lasciarli li isolati? :O

Non voglio entrare nel dibattito sul valore della civiltà occidentale etc. etc. Però una questione di metodo la voglio porre, perché è una cosa su cui non ho affatto le idee chiare e su cui mi piacerebbe sentire il parere di chi ci ha ragionato e ne sa più di me.

La questione è: fino a che punto dobbiamo spingerci per preservare una cultura, sia essa occidentale, primitiva o medievale? Le varie organizzazioni che cercano di tutelare le tribù dell'amazzonia sembrano partire dall'ipotesi che preservare una data cultura sia un valore in sé, al punto che (a loro almeno) risulta ovvio che sia giusto impedire che i membri di quella cultura entrino in contatto con il resto del mondo.

Il punto è che nessuna cultura è statica. La cultura dell'Italia in cui io ho passato la mia infanzia, quella in cui c'erano due soli canali televisivi in bianco e nero, il divorzio era vietato e l'italiano si imparava a scuola perché in famiglia si parlava dialetto, è sparita. Era possibile preservarla quella cultura, per esempio mettendo in galera gli italiani che volevano introdurre il divorzio, vietando la migrazione tra regioni in modo da preservare i dialetti, bloccando l'introduzione di nuove tecnologie etc. etc. A nessuno è venuto in mente di farlo, a tutti è apparso ovvio e naturale che la cultura italiana evolvesse in direzioni ch enon erano al tempo chiare e predicibili. A me questo sembra bene.

D'altra parte, mi rendo conto che preservare la diversità culturale, al pari di quella biologica, possa essere desiderabile per molte ragioni. La più semplice mi pare sia che una cultura (o specie biologica) che scompare non può più tornare e quindi perdiamo tutti i benefici futuri, al momento magari completamente ignoti, che essa può produrre. Elementare regola di prudenza sembra quindi quella di evitare la distruzione permanente di qualcosa che può produrre benefici futuri.

La mia domanda è: dove tiriamo la linea? Dato che sono un economista la mia prima tentazione è quella di calcolare costi e benefici attesi, preservando una cultura (o specie biologica) solo quando i primi sono inferiori ai secondi. Ma capisco benissimo che un conto del genere è sempre complicato, e complicatissimo quando il preservare una cultura implica intervenire sullo stile di vita di intere popolazioni (per piccole che siano, come le tribù amazzoniche).   

C'è qualcuno che ha pensato seriamente alla cosa?

L'errore nel tuo ragionamento, secondo me,  sta nel fatto che la "cultura" sia come la specie biologica, che se la distruggi non puo' tornare. I libri non si distruggono (abbiamo quasi perso Aristotele, tempo fa) che quelli non si riproducono (quelli importanti). Ma la "cultura" come implicitamente la definisci e' un insieme di norme di comportamento piu' o meno adattate all'environment in cui si sono sviluppate ..... basta avere records. Se poi le norme di comportamento sono adattate condizionatamente ad una tecnologia inferiore.... No, Sandro, la questione delle culture che scompaiono e' romanticismo (con un bel po' di postmodernismo sopra, come la crema sui caffe' di Starbucks). Poi, che gli individui che "portano" una cultura cerchino di trasmetterla alla prole e ad altri, e siano disposto a tanto per farlo, questo e' un fatto. E' questione di preferenze, e quindi distruggere una cultura, comporta disutilita'.... e li' allora prefereze rivelate e' meglio di costi-benefici.

?

Non ho capito nulla. Quale sarebbe il criterio normativo che proponi, Alberto? In che senso nell'esaminare l'interazione fra la cultura Navajo e quella dei cowboys dovrei lasciare il giudizio alle rivelate preferenze dei Navajos medesimi per l'alcool?

In generale - tralasciando i commenti tesi a confermare che l'amico clinical antropologist aveva ragione - non credo di aver colto la radice della questione. Alcune possibilita':

1. E' "giusto" che ora lo stato brasiliano (quello con sede a Brasilia) li "civilizzi", nel senso di amministrarli imponendo a loro di adeguarsi ai riti/miti brasiliani (vaccinarsi, votare, non uccidere il vicino che ha messo incinta la tua donna, non mangiare carne non opportunamente trattata, accudire all'educazione obbligatoria, pagare le tasse, ricevere sussidi, eccetera, eccetera)?

2. E' "giusto" che ora varie organizzazioni, private o pubbliche, che hanno la loro sede in un qualche posto altro dalle foreste dell'Amazzonia comincino ad occuparsi di loro? Portandogli chi il loro dio chi la TV chi il crudo e chi il cotto?

3. E' "giusto" averli "scoperti"? Ossia, non potevano questi della CNN farsi i cazzi loro lasciandoli in pace senza venirci a svelare della loro esistenza?

4. Cosa vale la loro cultura, ed in cosa consiste (visto che presumibilmente non vi saranno ne' libri, ne' statue, ne' dipinti, ne' cose simili)? Ossia, cosa valgono le loro tradizioni orali? Notare, please, la natura paradossale di questa domanda: essa ha senso solo ora che la CNN li ha scoperti mettendo quindi a rischio la sopravvivenza della loro cultura! Prima, la cultura c'era gia' (evidentemente) e loro se la trasmettevano allegramente. Per loro, suppongo, qualche valore aveva ma per noi, ovviamente, non aveva alcun valore visto che non ne conoscevamo l'esistenza. Ora che ne conosciamo l'esistenza ci chiediamo se ha valore e se va preservata. 

5. Assumiamo di volerla "preservare", cosa si fa? Facciamo uno "zoo di uomini rossi" recintando quel pezzo di foresta che e' per loro rilevante ed impedendo militarmente a chiunque che non sia loro di entrarci? Li filmiamo per un paio d'anni, magari di nascosto, dopodiche' (avendo raccolto abbastanza "records" nel senso nostro, hollywoodiano, della loro "cultura") ce ne freghiamo e lasciamo che succeda quel che deve succedere (ossia, che ce li seghiamo alla grande, come da destino).

Per il momento ho  solo capito che AB pensa che non c'e' niente di male che le culture scompaiano, mentre SB ha dei dubbi al riguardo o, quanto meno, crede sarebbe necessario definire un criterio di bene/male.  

Michele, non ho nessun criterio normativo, purtroppo. Come sai meglio di me in questi contesti uno puo' andare con meta-preferenze, meta-meta preferenze,.... Almeno concedetemi il barlume di intelligenza necessario per evitare queste domande. O almeno concedimelo tu; johnny non puo' farlo perche' offuscato dalla rabbia di far parte di una specie in via di estinzione :-) (e forse anche dal fatto che non mi sono espresso bene, o almeno non in forma chiara per un non economista).

Quindi, con questo, mi evito tutte le tue domande su cio' che e' giusto, perche' non so come rispondere.

Il mio post aveva questo obiettivo (ovviamente non sono stato chiaro): notare che il mondo e' pieno di gente che sa/crede di sapere cosa "e' giusto", ma che nessuno di questi dice "e' giusto andare a civilizzarli". In questo, noterei, gli antropologi hanno vinto la battaglia culturale. (Niente di male, by the way, i danni fatti nella storia da coloro che dicevano andiamo a civilizzarli sono incommensurabili. Io credo che gli antropologi siano stati fondamentali nello sputtanare questo modo di vedere. Secondo me adesso esageriamo col relativismo, ma questo e' giudizio soggettivo)

La mia risposta a Sandro voleva invece fare il punto che l'analogia cultura/biologia che lui usa e' profondamente misleading. Niente altro. Beh forse notavo anche che essendo questa una questione di preferenze e non di tecnologia, e' meglio pensare a preferenze rivelate (con tutti i problemi ad usare questo concetto in contesti di questo tipo; anche qui, e che caz.., concedimi il barlume di intelligenza necessario a capire che chiedere alla gente "preferisci sparare frecce agli aerei o ubriacarti a Manaus" sia cosa delicata) che non a costi-benefici.

Io non penso che non ci sia niente di male che le culture scompaiano (capisco che ho dato questa impressione nella risposta a Sandro, mea culpa) ma penso che l'analogia con la bio-diversita' e' errata (non ho dubbi; per questo mi evito il congiuntivo, con buona pace di michele  e di Vecchioni :).

Poi, si' in effetti, io penso anche che il concetto di "preservare le culture" sia profondamente paternalistico (ancora una ragione per cui l'analogia con la bio-diversita' e' folle e per cui qualcosa come preferenze rivelate e' concetto importante da usare in questo contesto; ancora una ragione per cui gli antropologi, che questo non sembrano capire, finiranno a lanciare frecce agli aerei).

Io poi ho anche scritto modelli in cui, a causa di una esternalita', "preservare le culture" e' attivita' che in equilibrio gli agenti fanno troppo, non troppo poco (nel senso di ottimo Paretiano). Ma i modelli sono tautologie. Potrei scriverne altri con risultati opposti. Potrei anche dire che a occhio i dati stanno da questa parte, ma li' si puo' discutere a vita (pochi sono i dati).

Spero questo chiarisca. Devo dire, come commento finale, che non mi piace discutere con chi assume che io sia stupido/ignorante sino a prova contraria. Ma forse lo faccio anch'io con gli altri, cosi' e' la vita, suppongo.

Ma, scusate, mi sapete portare un esempio di cultura che, nella storia, si è preservata intatta ed uguale a se stessa nel tempo ?

Nessuna cultura è mai stata immune da influenze esterne ed ogni cultura le ha in qualche maniera assorbite, venendo con ciò modificata.

Gli stessi uomini rossi, con ogni probabilità, qualche influenza culturale esterna l'hanno avuta, altrimenti come spiegare la forma delle capanne e dell'arco che appaiono simili e comuni a quelli utilizzati da altri popoli dell'area amazzonica ?

Ora, se è vero che ogni cultura viene influenzata e modificata da elementi ad essa esterni, il punto è nella rapidità del cambiamento, per cui, con ogni probabilità, la cultura degli uomini rossi è destinata ad essere spazzata via in poche generazioni, perchè il numero di cambiamenti che essa assorbirà sarà tale da impedirne la matabolizzazione.

E' giusto preservarla ? più che altro è impossibile, al massimo la si potrà studiare prima che scompaia del tutto, cosa che ha un valore culturale in sè e che - quien sabe -  potrebbe avere effetti imprevisti, metti che per esempio hanno scoperto un antibiotico naturale che loro usano da generazioni in maniera empirica ed è capace di debellare le infezioni senza effetti collaterali ? nessuno può saperlo se non studuando le loro abitudini.

Una notazione sul piano medico. Vedo che tutti danno per scontato che li si dovrebbe vaccinare. Qui entra in gioco il relativismo culturale. Nessuno di noi accetterebbe di essere sottoposto a trattamenti medici senza consenso informato, ma quale consenso informato potrebbero dare gli uomini rossi, che magari associano le malattie all'influenza degli spiriti maligni o della magia ? Se rifiutano la medicina dell'"uomo bianco" li si vaccina lo stesso ?

Scusate se torno in ritardo su questa discussione, vorrei provare a riorientarla in termini un pochino piu' pratici.

A me sembra che l'osservazione di Sabino sia cruciale. Nessuna cultura si e' mai preservata intatta nel tempo, quindi la discussione puo' al massimo riguardare il tasso di cambiamento che si decide di permettere. Il punto e' che cercare di regolare il tasso di cambiamento richiede necessariamente interferenza violenta (non saprei come altro definirla) da parte dello stato o di altre culture. Per esempio, se lo stato brasiliano decidesse che la cultura degli uomini rossi merita di essere preservata cosi' come e', allora dovrebbe necessariamente impedire con le armi a dei privati cittadini, siano essi missionari di qualche religione o venditori di utensili, di entrare in contatto con questa tribu'. E' giusto o no? E fino a che punto bisogna spingersi? Dobbiamo impedire il contatto solo con i venditori di utensili o anche con altre tribu' amazzoniche? Queste sono le domanda alle quali non so rispondere. Ancora di piu', faccio fatica a trovare un quadro concettuale nel quale iniziare a ragionare in modo serio riguardo alla questione.

Alberto dice che l'analogia tra culture e specie biologiche e' errata. Non son sicuro di aver capito bene l'argomento, quindi Alberto mi correggera' se sbaglio, ma se ho inteso bene il punto e' che non e' vero che le culture spariscono per sempre mentre le specie biologiche si. Se questa e' l'argomentazione, non la trovo convincente. Prendiamo per esempio un tratto culturale importante, la lingua parlata. E' vero che del latino ci sono rimasti i libri, e il fatto che nessuno parli ora latino come lingua madre non toglie che tutta la cultura prodotta in quella lingua nel corso di vari secoli sia comunque rimasta. Pero' e' anche vero che il non avere alcuna popolazione che parla latino impedisce che nuova cultura venga prodotta in quella lingua. Questo e' per sempre, e i possibili sviluppi di quella lingua sono stati persi per sempre.  Anche se oggi si creasse un movimento socio-culturale che cerca di ricostruire comunita' in cui il latino torna a essere lingua viva, con una nuova produzione letteraria e scientifica, si tratterebbe comunque di una cosa diversa rispetto a quello che avremmo avuto nel caso in cui il latino fosse rimasto la lingua dominante negli ultimi dieci secoli.

D'altra parte, non so molto di biologia, ma mi pare il processo normale di mutazione e selezione fa si che anche le specie biologiche si evolvano e cambino nel tempo. Quanto diciamo che e' giusto impedire che le balene si estinguano quello che in realta' diciamo e' che non vogliamo cancellare il processo di evoluzione di quella particolare specie; molto probabilmente le balene saranno comunque un po' diverse tra qualche centinaio d'anni da come sono ora, per processi di mutazione e selezione. In cosa e' diversa una cultura da questo processo?

Come dice Sabino, la verita' e' non ci possiamo fare molto. Impedire la scomparsa del latino era comunque impossibile. Ma la domanda e': possibile o  meno, e' cosa buona o sbagliata? La scomparsa del latino come lingua viva e' stata seguita dal fiorire di nuove culture. Non sappiamo cosa avremmo avuto se il latino non fosse scomparso, pero' sappiamo che la sua scomparsa ci ha dato Dante e tante altre cose. Quindi, se vogliamo, la domanda puo' essere riformulata in questo modo: se un essere onnipotente avesse potuto scegliere tra il preservare il latino e il permettere la nascita e lo sviluppo delle lingue volgari, cosa avrebbe dovuto fare? Quali criteri, quale concetto di giustizia avrebbe dovuto usare per guidare le proprie scelte? Queste, di nuovo, sono le domande a cui non so rispondere.

Si potrebbe rispondere sbrigativamente che queste domande sono troppo astratte e irrilevanti per meritare che si perda tempo a cercare risposta. La ragione per cui non credo sia cosi' e' che decisioni simili, riguardanti il preservare o meno una cultura, vengono prese spesso, quindi un qualche criterio in pratica viene usato. Facciamo un esempio piu' vicino a noi e piu' terra terra. E' giusto o no che il comune di Venezia spenda soldi e risorse per allestire a Mestre un campo nomadi, destinato a cittadini di etnia e cultura Sindi? Gli amministratori del comune di Venezia hanno deciso di si, altri hanno contestato in modo veemente la decisione.

Suppongo che gli amministratori veneziani abbiano usato, non so quanto esplicitamente o consciamente, un qualche criterio che stabilisce che il preservare la cultura e lo stile di vita Sindi sia un obiettivo a cui e' giusto dedicare risorse, che vengono prese da cittadini che Sindi non sono. Questo non lo facciamo per tutte le culture e per tutte le etnie. Tutta la fase dell'industrializzazione italiana (e di tanti altri paesi) e' stata contrassegnata da spostamenti massicci di popolazioni. L'immigrazione massiccia dei veneti in Argentina o dei siciliani a Long Island ha creato culture nuove e ne ha distrutte di esistenti. A nessuno e' venuto in mente di creare zone speciali in cui i contadini del Polesine o i contadini siciliani potessero perpetuare la loro cultura. Quindi ripropongo la domanda: in base a quali criteri decidiamo di usare risorse per preservare certe culture e non altre? Perche' qualche criterio viene usato in pratica per pigliare queste decisioni.

E' questione di preferenze, e quindi distruggere una cultura, comporta
disutilita'.... e li' allora prefereze rivelate e' meglio di
costi-benefici.

per quanto riguarda il fornire ragioni alla supposta ostilità di antropologi e sociologi nei
confronti della razza degli economisti e della loro cultura il tuo post mi sembra essere esaustivo. 

Guarda che qui sei tu a fare la cacca fuori dal vasetto. Non hai capito! Ma e' anche colpa mia per l'uso dei paroloni gergali.

sulla questione leninista del che fare: non esiste la risposta giusta. semplicemente le pratiche ed i discorsi mostrano i propri valori di riferimento. anche il tuo commento.
tutto questo non è ovviamente "cultura". in effetti il concetto di cultura è stato usato scientificamente con efficacia per contrapporlo a quello di natura. quindi in questo caso, quando ci sono interessi divergenti, non ha molto senso parlare di cultura brasiliana o peruviana ecc.
si potrebbe parlare invece di classi e gruppi sociali, forse di sub culture, o se vogliamo di habitus legato alla classe ed alla propria traiettoria sociale. ma non di cultura occidentale nè di cultura brasiliana.

 

 

 

non ha molto senso parlare di cultura brasiliana o peruviana ecc.
si potrebbe parlare invece di classi e gruppi sociali, forse di sub culture ...

Alcuni finissimi teorici sembrano in grado di parlare di sub-X anche se di X non si puo' proprio parlare (whatever that means) ... Culture differenti: in alcune [A & -A] valgono contemporaneamente ...

Se uno cosi' non ci fosse, bisognerebbe inventarselo ... 

boldrin ci sono tante cose che non capisci. ma non prendertela. penso al tuo e non fare la cacca fuori dal vasetto.

Finezze teoriche dell'antropologo in erba ...

Ma tu esisti per farci sorridere e confermare tutti i nostri "pre-giudizi"? 

Davvero, se non esistessi bisognerebbe inventarti!

Keep up the good work, sei utile alla fin fine.

inutile dirti niente. tu ti seppellisci sempre da solo portando la discussione verso vette teoriche non immaginabili altrimenti. come si dice... dimostri autonomia ma dovresti impegnarti di più. eppure a differenza mia ne hai di esperienza eh :) e pensare che con te avevo pensato di poter discutere civilmente... perché non scavi di più? cordialità

Il primo è un punto serio, serissimo. Ci deve essere però il modo di ovviare al problema, da un punto di vista medico.

Bisognerebbe consultare un esperto, ma credo proprio che non sia possibile ovviare al problema da un punto di vista medico. Credo che una percentuale alta di individui morirebbe di malattie che per noi sono leggerissime e per le quali non esistono vaccini, ad esempio (ma cito a caso, da ignorante) il raffreddore comune.

Non ho un'opinione sulla vicenda, ma la canzone di tom waits merita...

Oh, finalmente. Aspettavo un commento sulle cose importanti. :)

Il mio modesto avviso e' che era meglio lasciarli in pace. Adesso che le "uova" sono rotte, verranno in contatto con truppe di dementi che vanno a vedere l'uomo alla stato intatto, prima di venir contattato dalla civilta', dai turisti, dagli infermieri.

Sul punto, cosidetto serio. Le culture (se ha senso parlare di queste ultime) sono assai piu' simili alle specie biologiche di quanto appaia. Posso suggerire i lavori (di D. Sperber) sulla nozione di contagio?

Qui contagio non e' inteso come virale, ma come trasmissione memetica.

Per chi coltivi un interesse

L'EPIDEMIOLOGIA DELLE CREDENZE, Anabasi, Milano, 1994

e

IL CONTAGIO DELLE IDEE, Feltrinelli, Milano , 1998

 

Eh no, caro Palma, l'analogia tra memi e geni e' impostura intellettuale. I memi (si muovono piu' in fretta, e soprattutto), almeno limitatamenteal genere umano, la trasmissione loro e' conscia (e quindi spesso razionale). Il resto sono fandonie di chi prende il modello da uno scaffale, cambia il titolo e lo passa ad un altro  scaffale.

Mi limito ad esprimere onesto dissenso.

I memi vanno piu' veloci? di che?

La trasmissione e' conscia? Davvero? In che modello di attivita' cosciente?

 

p.s. Credo anche io poco alla "memetoca" per ragioni opposte. Ma e' impostura, nel senso di bidone, lo e' la genetica (la nozione di 'gene' e' funzionale quanto quella di meme)

Dato il caldo che fa non sto a rompere i cosidetti su nozioen tecniche come "nozione funzionale di gene' ma per intendersi, NON ci sono geni, ci sono una infinita quantita' di "cose" che fanno il mestiere di trasmettere tratti tra generazioni. I memi, se si accetta l'idea, hanno la stessa velocita', quando non una velocita' leggermente piu' veloce.

Avete osservato che il 'meme' di mettere il cappello col frontino sulla nuca e' piu' veloce a trasmettersi di Ebola?

Sembra di si e tutti han tirato un sospiro di sollievo en passant

 

Mamma mia che tignosi questi antropologi...e io che pensavo gli economisti fossero i peggiori.

Allora vorrei dare un piccolo contributo alla cosa.

  1. Tutte le culture sono mortali. Si mischiano e "infettano" reciprocamente molto più di quanto certi antropologi non vogliano ammettere. La ragione è semplice: gli uomini entrano in contatto fra loro, talvolta anzi sempre, con guerre, altre volte con commerci. Per fortuna da scambi tanto drammatici derivano contaminazioni linguistiche, culturali e tecnologiche che sono il sale e il motore della civiltà. Forse la tribu di cui parliamo è così esigua proprio perchè isolata, mentre al contrario prospera chi si muove e impara da chi è oggettivamente più sviluppato... Gli antropologi invece si innamorano a tal punto delle culture, coincidenti con il loro ambito di ricerca, che arrivano a scambiare un settore di ricerca, lo studio della cultura x nel posto y nell'età z (una tassonomia che chiunque riconosce essere transeunte e accidentale) come un dato inevitabile della società umana. Ora, che uno si affezioni all'oggetto della sua ricerca è umano, è diabolico invece che si pretenda un atteggiamento alla "Balla coi Lupi" ogni volta che si entra in contatto con la cultura "altra da sè" giusto per scimmiottare un poco le fesserie che si sentono alle volte. Un vostro esimio collega (per non fare nomi dirò che insegna ad Harvard, è indiano e ha vinto il premio nobel), ormai stanco e prossimo alla pensione, ha smesso di fare Social Choice, e si sta dilettando con questo genere di discussioni. Non che i suoi libri siano fulminazioni, ma almeno sostiene una cosa interessante: l'idea delle affiliazioni multiple, ovvero il coesistere, nella stessa persona, o gruppo di persone di aspetti culturali della più varia estrazione. Io posso essere allo stesso tempo indiano, studioso di economia, eterosessuale, animalista, buddista e così via. Magari anche i nostri che si dimenano tanto alla vista dell'elicottero hanno la lancia che, 2000 anni fa fu prodotta dai vicini ora sterminati, magari la loro capanna è intagliata con una tecnica appresa dai loro tris-tris-nonni durante una razzia nei villaggi adiacenti e così via...anzi sono certo che sia andata così. Dunque tutte le culture sono mortali perchè si contaminano tra loro, al di la della loro proclamata purezza.
  2. Non tutte le culture sono positive. Ci sono aspetti di alcune culture che sono oggettivamente ripugnanti, sia dal punto di vista morale, sia dal punto di vista estetico, sia dal punto di vista scientifico. Ovviamente prendo la cosa da un punto di vista "locale" e non globale: ossia riconosco, e trovo più semplice, giudicare pratiche singole, piuttosto che intere culture o civiltà. Per me non ha molto senso dire: l'Islam è arretrato. La cosa nn dice molto di interessante. Trovo più utile dire: considerata l'autonomia individuale come un valore preferibile ad altri (quali la potestà maschile su mogli e figli e dunque l'annesso maschilismo) ritengo che il diritto familiare dei paesi che hanno una maggioranza di popolazione islamica sia oggettivamente meno preferibile, per non dire ripugnante, rispetto al diritto di famiglia danese. (Stabilire poi se tale condizione giuridica sia ascrivibile in via esclusiva all'esser musulmano della maggioranza delle persone che ivi abitano, non me ne frega nulla, almeno a questo punto della discussione). Squartare un bisonte e mangiarne il fegato crudo, caldo e pulsante di sangue, è ripugnante, preferisco di gran lunga una chianina in un ristorante di Siena. Infine credo che sia giusto dire che sostenere una concezione cosmologica per cui la terra è tenuta in piedi da una tartaruga, che sotto ha un bufalo, che sotto ha un elefante e così via, sia semplicemente sbagliato da un punto di vista scientifico e la qual cosa è, secondo me, in connessione, direi causale, con la vita breve, misera e bruta che i selvaggi conducono nelle foreste. Insomma, una cultura che promuova pratiche che non reggono una verifica razionale, scientifica e argomentata delle proprie credenze è sempre sbagliata. Sarò anche un tardo illuminista, ma l'immagine di qualcuno che si batte il petto davanti al nuovo venuto e gli intima di andarsene mi fa venire in mente solo una condizione culturale sottosviluppata. Invece gli antropologi pretendono che noi assistiamo alle culture come fossimo a una sfilata di moda! E invece no! Dinnanzi al collega antropologo che sciorinava tutti i 30 possibili modi di infibulare una donna, che io rozzo, liquidavo sbirgativamente senza riconoscere la "complessità" del fenomeno, io rispondo con altrettanti: che schifo! Poi parliamo di come ovviare al problema, alle sue radici socio-psico-etno-demografiche, senza però dimenticare che tutta la vicenda ci fa vomitare.
  3. L'identità culturale non è un fatto positivo in sè. Le identità culturali e religiose ambiscono ad uno status sempre superiore come se discuterle criticamente fosse già di per sè una sorta di pretesa prometeica. Voglio dire: ma chi ha detto che per trovare una soluzione ai problemi di queste tribù si deve interpellare l'antropologo? Magari un'analisi costi benefici potrebbe essere più utile...non sto dicendo che quella sia la strada, dico che l'economista, che per alcuni è laido e cinico per assunto, sta proponendo ragioni che sono alla pari con le ragioni degli antropologi. E invece non è mai così. Perchè dinnanzi alla discussione circa i costi che lo stile di vita che si vuole preservare impone a chi lo pratica e subisce, ecco dinnanzi a questo si invoca uno statuto speciale del fatto in questione, cioè il fatto culturale, che deve essere analizzato con strumenti speciali e cmque degno di speciale tutela. Da qui deriva anche tutto quel processo di incanto (contrapposto al processo di disincanto del mondo) della cultura studiata, che non è discussa per ciò che essa produce materialmente e spiritualmente (nel migliore dei casi taboo mentali e tecnologici, nei peggiori fame e malattie) ma piuttosto analizzata sulla scorta del significato che noi attribuiamo ad essa in comparazione alla decadenza morale, presunta, del modo civilizzato, anzi cosiddetto civilizzato, come si ama dire. L'altra settimana a Torino il filosofo John Searle diceva: "siamo stati fin troppo ossessionati con il problema dello scetticismo e dell'esistenza del mondo esterno: chi può seriamente dubitare dell'esistenza del mondo esterno e del valore della conoscenza scientifica dopo che siamo andati sulla luna". E ancora: "ma davvero gli antropologi, quando guardano la luna in una notte di luna piena, pensano che quello che vedono sia un fatto culturale prodotto dalla cultura scientista dell'occidente?" (Per la cronaca, secondo il signor Michael Herzfeld, antropologo di Harvard, è proprio così "la credenza nel mondo esterno è frutto del parrochialismo occidentale" -sentito con le mie giovani e sane orecchie, qualche settimana prima di Searle) Tutto questo per dire che sul piano della conoscenza c'è chi è più avanti e chi più indietro, ovviamente sempre secondo l'accezione locale del punto di sopra. Inoltre si possono concepire situazioni in cui l'assenza di identità è un fatto positivo. Quante volte sentiamo gli imbecilli dire che gli US non hanno cultura e non hanno identità rispetto all'Europa. Ebbbene mai però che si riconosca che non avere the burden of the past potrebbe essere un pregio. Quando facevo il phd e c'erano studenti della ex-jugoslavia era un casino districarsi in quel dedalo di storie fratricide, di confini di terra e sangue, di una storia che appensantiva tutto ipotecando i rapporti fra persone. Invece era molto più semplice e lineare parlare con gli americani che non avevano tutte quelle complicazioni psico-geografiche di noi europei. Certo, uno può dire che però noi europei abbiamo più ricchezza culturale, (rieccoci!) ma a quale prezzo però? Nessuno che consideri cosa ha prodotto quella ricchezza, quali insensatezze e violenze....Nn sostengo che l'identità culturale produca necessariamente guerre, dico che lavora per esclusione e per questo è pericolosa...per cui ben vengano le contaminazioni e le ibridazioni. E ancora quanti commenti sul consumismo come degenerazione delle identità smarrite dell'occidente...eppure in Israele e nel mondo islamico pare che sia proprio la voglia di consumismo che fa da bastione contro l'integralismo delle fasce più estreme e fondamentaliste di entrambi quei mondi. Quindi contrariamente a quanto si pensa, la violenza alligna anche nella preservazione delle identità e della loro esclusione dal contatto con le culture diverse, mentre i processi di omogenizzazione culturale, anche in direzione consumista, e con l'esito apparente di diminuire il numero delle culture esistenti produrrebbero condizioni di armonia sociale che ogni identità, per sua natura esclusiva, non produrrebbe. Insomma altro che tradizione e identità! Come ha detto qualcuno per salvare l'uomo dall'estinzione, quella prodotta dall'eccesso di identità, più che di lavori sul campo di antropologi c'è bisogno di rossetto, profilattici, libertà sessuale e consumismo.
  4. Tutte le culture cambiano sempre. L'idea della preservazione presuppone che si abbia a disposizione un monte di identità ben definito e che ogni eliminazione di fenomeni culturali appartenenti a quel mondo sia una perdita secca e irrimediabile di identità...insomma il modello super-fisso colpisce ancora! Ma mai che si consideri che le culture nascono e muoiono producendosi nuovamente in forme prima neanche lontanamente immaginabili. Prendiamo il caso dei neri d'america. La tratta degli schiavi ha strappato milioni di persone dalla cultura africana originaria e li ha portati a Cuba negli Stati Uniti e così via. E' stata una tragedia, ma la cultura originaria degli schiavia africani non si è sublimata, in senso fisico, nè è venuta meno rispetto al modello superfisso delle culture definite una volta per sempre. Piuttosto ha prodotto il jazz, hip hop, una certa letteratura...e così via e questo avviene anche a livello micro, cioè nella vità quotidiana, quando l'identità assume forme meno appariscenti ma non per questo meno reali: mi riferisco alle contaminazioni che produce l'immigrazione di certi gruppi etnici in paesi come l'Italia (prendi la musica rumena manele, ballata anche da italiani). Perchè alla fine il punto è questo: gli antropologi dicono che tutto, ma proprio tutto, è riconducibile a fatti culturali, poi periodicamente denunciano la scomparsa di questa o quella cultura. Ma se il loro presupposto di ricerca è vero, ossia l'uomo si definisce innanzitutto nelle sue interazioni culturali al di là della sua biologia, allora se anche la tribù x scompare, cosa hanno da temere? Tanto finchè ci saranno uomini ci saranno sempre molte culture, appunto perchè come dicono loro, l'uomo produce sempre cultura e identità.

interessante il tuo intervento. dirò velocissimamente due cose in croce.
dietro il tardo illuminista sono arrivati altri tardi illuministi, qualche missionario, molti cannoni. insomma è finita sempre in un gran macello, letteralmente.

penso che l infibulazione sia un retaggio della dominazione maschile e dunque del patriarcato ma *non solo*. le analisi monofattoriali sono sempre sbagliate.
possiamo combatterla solo sapendo *esattamente* di cosa si parla. compreso i 30 modi diversi di praticarla. sicuro che sotto la stessa etichetta ci sia sempre la stessa pratica? non vomitare prima del tempo, almeno non farlo sempre e automaticamente. e possibilmente se vogliamo combattere l'infibulazione facciamo a casa nostra senza andare in maghreb a, scusa il termine, rompere i coglioni. il perchè l ho scritto sopra. poi combattiamo anche la circoncisione però, così per principio.

il modello super fisso, come lo chiami tu, è stato abbandonato dall antropologia da 50 o più anni. in italia e francia non c è nessuno che avrebbe il coraggio di sostenerlo. come siano messi gli usa non lo so ma sinceramente non penso... io parlo di antropologia culturale ovviamente, social anthropology

Lévy-Strauss qualche decennio fa ha scritto che la diversità culturale deve essere preservata in se, non i suoi contenuti specifici che cambiano necessariamente. quindi non c è nessun attaccamento particolare alle tradizioni, perchè come insegnano altri, le tradizioni sono invenzioni (o finzioni)

personaggi come Descola insegnano che non solo siamo inculturati e quindi anche il buon senso e il tuo schifo per alcune pratiche è etnocentrico quindi non oggettivo ma che anche le vecchie dicotomie come natura e cultura sono da sorpassare. Qualsiasi islamista poi ti direbbe come le vecchie divisioni sacro profano di Durkheim sono prodotti della nostra visione occidentale e che in maghreb ad esempio le cose funzionano diversamente.

ultima cosa: non con-fondiamo relativismo culturale con relativismo morale, non dimentichiamoci degli aspetti politici che esistono dietro ogni azione ed interazione. anche la più nobile e tardo illuminista.

l antropologia ha come "compito" il produrre domande e dubbi, lo smontare le convinzioni piuttosto che il crearne di troppo forti. io non mi sbilancerei sinceramente come hai fatto tu. sopratutto nelle tue lodi sperticate per la mondializzazione-globalizzazione o come dir si voglia. poi ovviamente ognuno la pensa come vuole, ci mancherebbe. ma il tuo dare dei sottosviluppati ai barbari della giungla mi ricorda molto i colonizzatori del 1800. ci sono molte forme di conoscenza e molti modi di vedere il mondo e le cose. goody e altri - aggiungo anche i lavori dell'etnoscienza - hanno mostrato come esistano logiche diverse e forse non ben comparabili. ogni parametro di valutazione è soggettivo, come dici tu più volte. come fai dunque a dare giudizi così netti? 

 

 

Ci sono aspetti di alcune culture che sono oggettivamente ripugnanti

Scusa ma questa frase non si puo' leggere (come dicono a roma). E ai miei occhi tutto cio' che sostieni basandoti su questa logica cade rovinosamente, mi spiace.

 

 

Finalmente un commento ragionevole e razionale! Anche se non tutto di quello che ha detto marcox deve essere condiviso, mi sembra che abbia fornito un esempio di come trattare il problema senza fondamentalismi né bias di categoria accademica: era ora, visto il livello dello scambio di opinioni.

Luciano Pontiroli 

Scusate, ma mi sembra che il vero problema qui sia capire cosa si intende per cultura. Se si tratta di quello che c'è scritto sui libri, ovviamente nel caso degli indios dell'amazzonia c'è poco da salvare. Ma c'è anche un diverso modo di intendere la cultura, che mi pare sia quello degli antropologi, cioè cultura come strumento o insieme di strumenti che permettano di trovare un equilibrio tra bisogni primari, desideri e "realtà esterna" (che comprende più o meno tutto: natura, uomini, donne, bambini, cultura nel senso di libri, malattie, tecnologia, tradizioni etc.), equilibrio che non è mai statico, ma va costantemente rinegoziato (non solo nella civiltà occidentale, ma anche in quelle cosidette primitive). In questo senso, un equilibrio vale quanto un altro, e allora il problema diventa se è giusto o meno interferire con l'equilibrio delle popolazioni dell'Amazzonia, più che con la cultura.

Personalmente non penso che ci sia alternativa a questo tipo di interferenza. E comunque, anche se è vero che l'eccesso di novità, che il contatto con il mondo "civilizzato" potrebbe portare, potrebbe, come dire, far "impazzire di desiderio", secondo me non bisogna sottovalutare gli anticorpi di cui gli esseri umani, e particolarmente quelli che appartengono alle società "tradizionali" hanno rispetto a noi irreprensibili consumisti...

Secondo me l'unico vero problema rimane il problema medico...

E comunque, anche se è vero che l'eccesso di novità, che il contatto
con il mondo "civilizzato" potrebbe portare, potrebbe, come dire, far
"impazzire di desiderio", secondo me non bisogna sottovalutare gli
anticorpi di cui gli esseri umani, e particolarmente quelli che
appartengono alle società "tradizionali" hanno rispetto a noi
irreprensibili consumisti...

In realta' gli anticorpi ce li abbiamo tutti: se noi siamo in media piu' consumisti e' solo perche' abbiamo piu' risorse da spendere in consumi. Vale qui la famosa osservazione di Hemingway a Scott Fitzgerald, che gli diceva "I ricchi sono diversi da me e te". Lui rispose: "Si', hanno piu' soldi...".

Invece, l'attitudine media nei paesi industrializzati sembra essere quella di considerare i popoli del terzo mondo come "bon sauvages" incapaci di prendersi cura di se stessi, e pertanto da guidare paternalisticamente mantenendoli nel sottosviluppo "per il loro bene". Questo misto colonialista di sensi di superiorita' e di colpa conduce a valutazioni che contrastano con l'esperienza: come notavo qualche settimana fa, anche le popolazioni piu' primitive sanno benissimo compiere scelte consistenti con i loro interessi individuali -- e queste invariabilmente favoriscono lo sviluppo, checche' ne dicano conservazionisti.

Quanto alle culture, si tratta di semplici tools: quando ce ne sono di preferibili in quanto piu' funzionali al benessere, quelle precedenti, se volontariamente abbandonate in quanto incompatibili con le nuove, possono essere lasciate senza remore ai musei (con buona pace di chi ha coniato bizzarri ossimori come "genocidio culturale").

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