Democrazia e tecnica: me lo fate un referee report?
Ad un mio paper mio, perdippiù!
Il 21-23 Maggio si svolge a Napoli il convegno SUM-NISA sul tema Il destino della democrazia. Relativismo e universalizzazione. Devo presentare una relazione su "Democrazia e Tecnica". La cosa mi innervosisce, perché devo uscire dal terreno a me familiare dei dati e dei modelli. Sottometto alle vostre spietate critiche (ed ai suggerimenti, spero) l'idea di fondo che cercherò di argomentare. E della cui validità mi son convinto negli ultiimi mesi di, forse eccessive, letture.
Le moderne definizioni di “democrazia” differiscono in molti aspetti, ma condividono un elemento che corrisponde a quanto la nozione popolare del termine sottende, ovvero l’uguaglianza formale di chiunque sia in grado d’intedere e volere. Nel linguaggio quotidiano l'espressione "democrazia" è raramente qualificata con "parlamentare", "bicamerale", "presidenziale", "a doppio turno", e via cantando complicazioni elettive e di divisione dei poteri. Nel linguaggio quotidiano la parola "democrazia" significa anzitutto che ognuno ha e gode degli stessi doveri e diritti legali fra i quali, appunto, vi è anche il diritto di voto ed il diritto di essere eletto ad una qualsiasi carica politica. Ma un sistema legale che concedesse a tutti questi diritti politici discriminando, nel contempo, una parte della popolazione sul piano contrattuale (vietando per esempio il possesso della casa o di intraprendere certe professioni o anche solo di sedersi dove vi sia posto libero nell'autobus) sarebbe difficilmente considerato "democratico". Almeno nel senso in cui tale termine viene oggi (diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale in poi) inteso.
Ad essere pignoli trattasi di un (il?) principio liberale non strettamente (tecnicamente?) necessario per definire un sistema politico come "democratico". Tale principio liberale, infatti, era ed è frequentemente violato in quelle che sino a due decenni fa venivano chiamate "democrazie popolari" e di cui la Repubblica Popolare Cinese e Cuba sono ancora degli esempi. Ma, appunto, nessuno di noi si sogna di considerare la Cina, o Cuba, dei paesi "democratici" anche se in entrambi tutti hanno teoricamente uguali diritti elettorali sia attivi che passivi. Infatti, (io credo ragionevolmente) molti nemmeno consideravano gli USA un paese compiutamente democratico sino a quando in vari stati del sud venivano mantenute forme di discriminazione legale verso i cittadini di carnagione oscura. Simili discussioni avvengono, oggigiorno, in relazione alle discriminazioni di cui sono oggetto, in Israele, i cittadini di origine araba (meglio, non di religione ebrea). Ad ogni buon conto, non è di tali questioni che mi voglio interessare ed ignorerò tali sottigliezze teoriche in questa sede prendendo come condizione necessaria (oserei dire sufficiente, ma mi trema un pelino il polso) di "democrazia" la totale uguaglianza formale di chiunque sia in grado d'intendere e volere a fronte delle leggi.
Oggi tale principio non ci appare solo naturale ma anche economicamente conveniente: riconosciamo i vantaggi che derivano dal concedere a tutti i medesimi diritti contrattuali, politici e di privatezza. È ovvio che è conveniente poter assumere chiunque si voglia a fare qualunque lavoro. È ovvio che è conveniente che chiunque possa firmare un contratto legalmente riconosciuto. È ovvio che chiunque possa farlo voti o si candidi a farsi eleggere consigliere comunale o provinciale. La discriminazione, il trattamento differenziale di un essere umano (capace di intendere e volere, questo è importante e ci ritorno sotto) in una qualsiasi circostanza legale o formale ci pare non solo assurda ma sconveniente. Ora, se ci pensate bene, tutto questo non è per niente "ovvio" né "naturale"; per lo meno se con "naturale" si intende ciò che accade nello stato di natura o nei suoi paraggi temporali (Neolitico o Mesolitico, più o meno) e se con "ovvio" si qualifica un concetto che tutti sempre e comunque dovrebbero accettare. 1+1=2 è ovvio, lo capisce anche il mio cane Rocco. Che tutti abbiano gli stessi diritti e doveri formali non sembra per niente ovvio, ad esempio, a Juan Carlos de Borbon (che, mi dicono, capisce che 1+1=2) o, per cadere in basso, ai membri di quella combriccola malavitosa che viene chiamata in Italia "Casa Savoia" (i cui membri, sempre mi dicono, trovano poco ovvio pure 1+1=2).
L'altra cosa interessante da notare è che, simmetricamente, tale principio non è una scoperta recente come i gluoni, il DNA o le collateralized mortgage obbligations: in molteplici momenti della storia dell’umanità tale principio venne teorizzato da molteplici soggetti. Molti attribuiscono persino ad un tale Gesù di Nazareth affermazioni di questo tipo, anche se a ben guardare l'attribuzione è fasulla ed il signore in questione, sempre che abbia detto quanto gli mettono in bocca, non era necessariamente un democratico. Ma quasi. Ad ogni buon conto, se l'erano pensata in parecchi, nel corso dei millenni, l'uguaglianza degli esseri umani ma quelli fra loro che hanno provato a metterla in pratica sono genericamente finiti male: cucinati, appesi, squartati, impalati, eccetera. Spesso dai medesimi a cui cercavano di spiegare "guardate che non siete meno del cane, guardate che anche voi dovreste avere gli stessi diritti del signor conte, di madama la marchesa e di quel puzzone del vescovo ...". Ricordate come, perché e per mano di chi son finiti i 300 ch'eran giovani e forti?
Insomma, per l'unanime accettazione ed attuazione del principio democratico abbiamo dovuto attendere la seconda metà del secolo XIX (se siete disposti ad accettare che gli USA post guerra civile fossero divenuti "democratici") o la seconda metà del XX (se siete di palato delicato). La grande maggioranza dei 6 miliardi e passa che inquinano il mondo, distruggono l'ecosfera e provocano il global warming attende ancora la democrazia. A mio avviso non è per caso: è perché sono dei morti di fame. Okkei, messa così è volgare, la riformulo. È perché sono economicamente e TECNOLOGICAMENTE (che è la stessa cosa) arretrati. Non hanno le tecnologie giuste, quindi non possono permettersi la democrazia. Non gli viene né ovvia né, tantomeno e più cogentemente, conveniente. Alla democrazia serve l'energia elettrica, il tostapane, il telefono, la divisione del lavoro e tante altre belle cosine che la grande maggioranza del mondo né ha, né sa usare, né (spesso) si sogna che esistano. Per questo motivo a costoro della democrazia non gliene frega nulla, e nemmeno la capiscono. Che è la ragione, fra le altre, per cui in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Etceterastan, guardano ai "nostri" giovanotti armati come se fossero dei marziani impazziti che rompono solo i coglioni al prossimo. Sto cominciando a pensare che non abbiano poi tutti i torti: i "nostri" giovanotti li abbiamo mandati lì a far su casino per cercare di imporre una cosa che non solo gli indigeni non capiscono, non è nemmeno CONVENIENTE, per loro! E la convenienza, ragazzi, alla fine della fiera è tutto ciò che conta per far andare avanti la storia.
Bando alle ciance, vengo al punto: intendo argomentare che il principio democratico, laddove è accettato, si fonda materialmente sul progresso tecnologico, meglio sul raggiungimento di un certo livello minimo di "tecnologia sociale", di "controllo dell'energia" e di "divisione del lavoro". La tecnologia moderna permette, giustifica e promuove la democrazia moderna. Senza l'una non c'è neanche l'altra, non sta proprio in piedi. La tecnologia moderna rende la democrazia naturale, ovvero “conveniente dati gli incentivi” (incentive compatible) nel linguaggio della teoria economica. In condizioni tecnologiche primitive, caratterizzate dalla scarsità di fonti d’energia e di macchine che permettano d’utilizzare produttivamente le capacità di uomini differenti, la disuguglianza degli esseri umani davanti alla legge appare non solo normale ma anche conveniente. Lo schiavismo, il feudalesimo, le molte forme di discriminazione che hanno caratterizzato e caratterizzano quelle società che, intuitivamente, definiamo come “non democratiche” si sostengono e giustificano sull’arretratezza tecnologica delle medesime. Il progresso tecnologico ha storicamente causato la progressiva democratizzazione dei sistemi socio-politici, tanto oggi come nei secoli che ci hanno preceduto.
Vorrei essere chiaro: parlo proprio di tecnologia, tecnica, τέχνη, non genericamente di educazione. Aver letto Schami e Sloterdijk rende senz'altro piacevoli affabulatori, ma per la democrazia ci vuole la dinamo, l'acquedotto municipale, il motore a scoppio, e via elencando tecnologie produttive che facilitino la divisione del lavoro. Soprattutto ci vuole un livello tecnologico che renda (quasi, in senso measure theoretical) tutti produttivi, ossia che renda l'economia, di produzione privata e scambio, "indecomposable", nel senso di Lionel McKenzie (ECA, 1981). Quando "tutti" sono potenzialmente più utili come produttori e scambisti che come schiavi, servi, servetti, negri/donne/spastici/cechi/quellochevoletevoi discriminati ed asserviti al "forte" di turno, allora la democrazia (come definita sopra) diventa conveniente. Ed anche ovvia, naturale, banale, inevitabile. Ed allora si fa, la democrazia, e si fa pure rapidamente e quei medesimi che prima inforconavano i 300 giovani e forti (okkei, i pronipoti dei medesimi) scoprono che la democrazia è ovvia anche per loro e non rovina le famiglie (anche se Juan Antonio questo non condividerebbe, que la culpa la tiene toda la democracia ...). Non so se mi spiego, spero di sì perché ora ho sonno e taglio qui. No, prima devo mettere il dubbio finale.
Sino ad ora è andata bene la relazione causale fra tecnica e democrazia, sino a diventare di supporto mutuo: mentre l'una (tecnica) progrediva essa permetteva lo stabilirsi dell'altra e l'altra (democrazia) appena prendeva un po' piede facilitava l'accelerazione del progresso tecnologico. Però, nell'apriori teorico, non vedo ragioni per cui debba essere così necessariamente: avrebbe potuto andar male. Almeno, il modellino che ho in mente non esclude per niente l'andar male: il monopolio tecnologico è possibile, è sostenibile e rende la democrazia non-sostenibile e non incentive-compatible. Vale quindi la pena chiedersi se questa interazione virtuosa possa mantenersi nei tempi a venire, o invece no: sono, le sorti, necessariamente magnifiche e progressive?


