Democrazia e tecnica: me lo fate un referee report?

6 maggio 2009 michele boldrin

Ad un mio paper mio, perdippiù!

Il 21-23 Maggio si svolge a Napoli il convegno SUM-NISA sul tema Il destino della democrazia. Relativismo e universalizzazione. Devo presentare una relazione su "Democrazia e Tecnica". La cosa mi innervosisce, perché devo uscire dal terreno a me familiare dei dati e dei modelli. Sottometto alle vostre spietate critiche (ed ai suggerimenti, spero) l'idea di fondo che cercherò di argomentare. E della cui validità mi son convinto negli ultiimi mesi di, forse eccessive, letture.

Le moderne definizioni di “democrazia” differiscono in molti aspetti, ma condividono un elemento che corrisponde a quanto la nozione popolare del termine sottende, ovvero l’uguaglianza formale di chiunque sia in grado d’intedere e volere. Nel linguaggio quotidiano l'espressione "democrazia" è raramente qualificata con "parlamentare", "bicamerale", "presidenziale", "a doppio turno", e via cantando complicazioni elettive e di divisione dei poteri. Nel linguaggio quotidiano la parola "democrazia" significa anzitutto che ognuno ha e gode degli stessi doveri e diritti legali fra i quali, appunto, vi è anche il diritto di voto ed il diritto di essere eletto ad una qualsiasi carica politica. Ma un sistema legale che concedesse a tutti questi diritti politici discriminando, nel contempo, una parte della popolazione sul piano contrattuale (vietando per esempio il possesso della casa o di intraprendere certe professioni o anche solo di sedersi dove vi sia posto libero nell'autobus) sarebbe difficilmente considerato "democratico". Almeno nel senso in cui tale termine viene oggi (diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale in poi) inteso.

Ad essere pignoli trattasi di un (il?) principio liberale non strettamente (tecnicamente?) necessario per definire un sistema politico come "democratico". Tale principio liberale, infatti, era ed è frequentemente violato in quelle che sino a due decenni fa venivano chiamate "democrazie popolari" e di cui la Repubblica Popolare Cinese e Cuba sono ancora degli esempi. Ma, appunto, nessuno di noi si sogna di considerare la Cina, o Cuba, dei paesi "democratici" anche se in entrambi tutti hanno teoricamente uguali diritti elettorali sia attivi che passivi. Infatti, (io credo ragionevolmente) molti nemmeno consideravano gli USA un paese compiutamente democratico sino a quando in vari stati del sud venivano mantenute forme di discriminazione legale verso i cittadini di carnagione oscura. Simili discussioni avvengono, oggigiorno, in relazione alle discriminazioni di cui sono oggetto, in Israele, i cittadini di origine araba (meglio, non di religione ebrea). Ad ogni buon conto, non è di tali questioni che mi voglio interessare ed ignorerò tali sottigliezze teoriche in questa sede prendendo come condizione necessaria (oserei dire sufficiente, ma mi trema un pelino il polso) di "democrazia" la totale uguaglianza formale di chiunque sia in grado d'intendere e volere a fronte delle leggi.

Oggi tale principio non ci appare solo naturale ma anche economicamente conveniente: riconosciamo i vantaggi che derivano dal concedere a tutti i medesimi diritti contrattuali, politici e di privatezza. È ovvio che è conveniente poter assumere chiunque si voglia a fare qualunque lavoro. È ovvio che è conveniente che chiunque possa firmare un contratto legalmente riconosciuto. È ovvio che chiunque possa farlo voti o si candidi a farsi eleggere consigliere comunale o provinciale. La discriminazione, il trattamento differenziale di un essere umano (capace di intendere e volere, questo è importante e ci ritorno sotto) in una qualsiasi circostanza legale o formale ci pare non solo assurda ma sconveniente. Ora, se ci pensate bene, tutto questo non è per niente "ovvio" né "naturale"; per lo meno se con "naturale" si intende ciò che accade nello stato di natura o nei suoi paraggi temporali (Neolitico o Mesolitico, più o meno) e se con "ovvio" si qualifica un concetto che tutti sempre e comunque dovrebbero accettare. 1+1=2 è ovvio, lo capisce anche il mio cane Rocco. Che tutti abbiano gli stessi diritti e doveri formali non sembra per niente ovvio, ad esempio, a Juan Carlos de Borbon (che, mi dicono, capisce che 1+1=2) o, per cadere in basso, ai membri di quella combriccola malavitosa che viene chiamata in Italia "Casa Savoia" (i cui membri, sempre mi dicono, trovano poco ovvio pure 1+1=2).

L'altra cosa interessante da notare è che, simmetricamente, tale principio non è una scoperta recente come i gluoni, il DNA o le collateralized mortgage obbligations: in molteplici momenti della storia dell’umanità tale principio venne teorizzato da molteplici soggetti. Molti attribuiscono persino ad un tale Gesù di Nazareth affermazioni di questo tipo, anche se a ben guardare l'attribuzione è fasulla ed il signore in questione, sempre che abbia detto quanto gli mettono in bocca, non era necessariamente un democratico. Ma quasi. Ad ogni buon conto, se l'erano pensata in parecchi, nel corso dei millenni, l'uguaglianza degli esseri umani ma quelli fra loro che hanno provato a metterla in pratica sono genericamente finiti male: cucinati, appesi, squartati, impalati, eccetera. Spesso dai medesimi a cui cercavano di spiegare "guardate che non siete meno del cane, guardate che anche voi dovreste avere gli stessi diritti del signor conte, di madama la marchesa e di quel puzzone del vescovo ...". Ricordate come, perché e per mano di chi son finiti i 300 ch'eran giovani e forti?

Insomma, per l'unanime accettazione ed attuazione del principio democratico abbiamo dovuto attendere la seconda metà del secolo XIX (se siete disposti ad accettare che gli USA post guerra civile fossero divenuti "democratici") o la seconda metà del XX (se siete di palato delicato). La grande maggioranza dei 6 miliardi e passa che inquinano il mondo, distruggono l'ecosfera e provocano il global warming attende ancora la democrazia. A mio avviso non è per caso: è perché sono dei morti di fame. Okkei, messa così è volgare, la riformulo. È perché sono economicamente e TECNOLOGICAMENTE (che è la stessa cosa) arretrati. Non hanno le tecnologie giuste, quindi non possono permettersi la democrazia. Non gli viene né ovvia né, tantomeno e più cogentemente, conveniente. Alla democrazia serve l'energia elettrica, il tostapane, il telefono, la divisione del lavoro e tante altre belle cosine che la grande maggioranza del mondo né ha, né sa usare, né (spesso) si sogna che esistano. Per questo motivo a costoro della democrazia non gliene frega nulla, e nemmeno la capiscono. Che è la ragione, fra le altre, per cui in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Etceterastan, guardano ai "nostri" giovanotti armati come se fossero dei marziani impazziti che rompono solo i coglioni al prossimo. Sto cominciando a pensare che non abbiano poi tutti i torti: i "nostri" giovanotti li abbiamo mandati lì a far su casino per cercare di imporre una cosa che non solo gli indigeni non capiscono, non è nemmeno CONVENIENTE, per loro! E la convenienza, ragazzi, alla fine della fiera è tutto ciò che conta per far andare avanti la storia.

Bando alle ciance, vengo al punto: intendo argomentare che il principio democratico, laddove è accettato, si fonda materialmente sul progresso tecnologico, meglio sul raggiungimento di un certo livello minimo di "tecnologia sociale", di "controllo dell'energia" e di "divisione del lavoro". La tecnologia moderna permette, giustifica e promuove la democrazia moderna. Senza l'una non c'è neanche l'altra, non sta proprio in piedi. La tecnologia moderna rende la democrazia naturale, ovvero “conveniente dati gli incentivi” (incentive compatible) nel linguaggio della teoria economica. In condizioni tecnologiche primitive, caratterizzate dalla scarsità di fonti d’energia e di macchine che permettano d’utilizzare produttivamente le capacità di uomini differenti, la disuguglianza degli esseri umani davanti alla legge appare non solo normale ma anche conveniente. Lo schiavismo, il feudalesimo, le molte forme di discriminazione che hanno caratterizzato e caratterizzano quelle società che, intuitivamente, definiamo come “non democratiche” si sostengono e giustificano sull’arretratezza tecnologica delle medesime. Il progresso tecnologico ha storicamente causato la progressiva democratizzazione dei sistemi socio-politici, tanto oggi come nei secoli che ci hanno preceduto.

Vorrei essere chiaro: parlo proprio di tecnologia, tecnica, τέχνη, non genericamente di educazione. Aver letto Schami e Sloterdijk rende senz'altro piacevoli affabulatori, ma per la democrazia ci vuole la dinamo, l'acquedotto municipale, il motore a scoppio, e via elencando tecnologie produttive che facilitino la divisione del lavoro. Soprattutto ci vuole un livello tecnologico che renda (quasi, in senso measure theoretical) tutti produttivi, ossia che renda l'economia, di produzione privata e scambio, "indecomposable", nel senso di Lionel McKenzie (ECA, 1981). Quando "tutti" sono potenzialmente più utili come produttori e scambisti che come schiavi, servi, servetti, negri/donne/spastici/cechi/quellochevoletevoi discriminati ed asserviti al "forte" di turno, allora la democrazia (come definita sopra) diventa conveniente. Ed anche ovvia, naturale, banale, inevitabile. Ed allora si fa, la democrazia, e si fa pure rapidamente e quei medesimi che prima inforconavano i 300 giovani e forti (okkei, i pronipoti dei medesimi) scoprono che la democrazia è ovvia anche per loro e non rovina le famiglie (anche se Juan Antonio questo non condividerebbe, que la culpa la tiene toda la democracia ...). Non so se mi spiego, spero di sì perché ora ho sonno e taglio qui. No, prima devo mettere il dubbio finale.

Sino ad ora è andata bene la relazione causale fra tecnica e democrazia, sino a diventare di supporto mutuo: mentre l'una (tecnica) progrediva essa permetteva lo stabilirsi dell'altra e l'altra (democrazia) appena prendeva un po' piede facilitava l'accelerazione del progresso tecnologico. Però, nell'apriori teorico, non vedo ragioni per cui debba essere così necessariamente: avrebbe potuto andar male. Almeno, il modellino che ho in mente non esclude per niente l'andar male: il monopolio tecnologico è possibile, è sostenibile e rende la democrazia non-sostenibile e non incentive-compatible. Vale quindi la pena chiedersi se questa interazione virtuosa possa mantenersi nei tempi a venire, o invece no: sono, le sorti, necessariamente magnifiche e progressive?

68 commenti (espandi tutti)

Io vorrei dire alcune cose.

Nel linguaggio quotidiano la parola "democrazia" significa anzitutto che ognuno ha e gode degli stessi doveri e diritti legali fra i quali, appunto, vi è anche il diritto di voto ed il diritto di essere eletto ad una qualsiasi carica politica

Si è vero, in parte questa è l'accezione folk di democrazia, che implica una identità fra diritti, genericamente intesi, e la democrazia, intesa come il coronamento e l'inveramento dei diritti stessi. In realtà non è così. La democrazia, specificamente intesa, è una meccanica elettorale che comporta l'attribuzione di quote di potere o efficacia in ragione del numero di preferenze assegnate a qualcuno (potere) o ad una scelta, fra le molte possibili (efficacia): nel primo caso l'individuo assume un potere, nel secondo caso una scelta ottiene la possibilità di essere messa in pratica. Ovviamente, la meccanica descritta in maniera così minimale (si parla appunto di teorie minime della democrazia) ha bisogno di diritti che possano rendere le decisioni di attribuzione di potere a qualcuno, o di efficacia ad un corso di azione, non solo legittime rispetto alla meccanica delle leggi dei numeri, ma anche accettabili rispetto a standard esterni a quella meccanica stessa. In filosofia politica, un autore, collega di Alberto, ha parlato di due tipi di diritti: 1) diritti che definiscono come il processo democratico deve svolgersi; 2) diritti che conferiscono a quel processo una qualità che rende quei diritti sub 1) accettabili. Tutta questa solfa per dire che, seppure è ragionevole attendersi che i diritti sostanzino precisamente cosa può intendersi per modello democratico, almeno in Occidente, rimane che democrazia e diritti sono due cose differenti.

Infatti, la cosa che aggiungi dopo:

Ma un sistema legale che concedesse a tutti questi diritti politici discriminando, nel contempo, una parte della popolazione sul piano contrattuale (vietando per esempio il possesso della casa o di intraprendere certe professioni o anche solo di sedersi dove vi sia posto libero nell'autobus) sarebbe difficilmente considerato "democratico".

è più la definizione della Rule of Law, che della democrazia in senso stretto. Da un punto di vista concettuale, Democrazia e Rule of Law sono distinte, non solo perchè sono banalmente entrambe in contrasto (la democrazia, e le scelte assunte con metodo democratico, potrebbero ambire anche ad abrogare pezzi consistenti della stessa Rule of Law), ma essi collidono anche per via del tipo di legittimazione cui si appoggiano: la democrazia sarebbe volontà del popolo e dunque giusta perchè volontà di tutti o della maggioranza; la rule of law ricaverebbe la sua legittimità da un principio strettissimo di osservanza delle leggi. Quindi l'opposizione è 1) di contenuti; 2) di legittimazione; e infine 3) di organizzazione degli ordinamenti: le costituzioni, che sanciscono la priorità della rule of law anche sui pronunciamenti maggioritari democratici, dalle nostre parti, sono intese proprio come il correttivo e la limitazione dei possibili esiti delle procedure democratiche, che non possono abrogare principi fondamentali dell'ordinamento politico. Un esempio storico: il Gran Consiglio del Fascismo era un organismo democratico (che ha anche votato la destituzione di Mussolini), ma non riconosceva diritti eguali ai suoi membri, fra i quali uno, appunto, aveva più "diritti" degli altri.

Oggi tale principio non ci appare solo naturale ma anche economicamente conveniente: riconosciamo i vantaggi che derivano dal concedere a tutti i medesimi diritti contrattuali, politici e di privatezza. È ovvio che è conveniente poter assumere chiunque si voglia a fare qualunque lavoro. È ovvio che è conveniente che chiunque possa firmare un contratto legalmente riconosciuto.

Non so se ho capito bene. Tu sostieni che l'attribuzione di questi diritti formali di eguaglianza è non solo commendevole (questo immagino che tu lo pensi) ma anche conveniente. In realtà tu mi sembra che confondi (prendimi alla larga :-) ) appunto i diritti di base che danno qualità alla democrazia (la rendono credibile perchè ciascuno, esercitando quella meccanica dei voti è realmente libero di esprimere le sue preferenze) con la democrazia stessa. Tu poni per buona l'identificazione tra diritti e democrazia, e dunque poi passare oltre e non curarti di quello che io sto dicendo. In realtà però, l'indebita identificazione fra diritti e democrazia salta fuori comunque. Quella sfera di scambi che tu reputi conveniente, che probabilmente dovrebbe nelle tue intenzioni giustificare la bontà della democrazia, in realtà può avvenire anche in quadro di interazioni fra cittadini  di tipo economico, senza comportare che a quegli scambi si associ una coordinazione di tipo democratico. Mettiamola così: da un punto di vista economico, dovremmo essere bene in grado di ipotizzare una coordinazione minima di scambi interessati, dove si tutelano i diritti negativi, quelli del titolo valido per ogni possesso e i diritti alla proprietà del proprio lavoro (nell'ordine i diritti negativi di I. Berlin che tutelano libertà di coscienza, di parola e non interferenza negli affari privati; l'idea che conta il processo storico di acquisizione come difeso da Nozick; e infine l'idea di Locke che siamo proprietari del frutto del nostro lavoro e delle trasfromazioni che quello produce su risorse in linea di principio accessibili a tutti). In una situazione del genere, che tu potresti dirmi, dovrebbe produrre convenienza, almeno dal punto di vista generale per il livello di benessere che produrrebbe in quanto esemplificazione pura di un mercato, la democrazia (come processo decisionale maggioritario)potrebbe anche non esserci, e i diritti sarebbero comunque formalmente rispettati...e l'introduzione di un livello di coordinazione minima di tipo democratico sarebbe addirittura un limite al conseguimento di quella efficienza o convenienza che tutti dovremmo trarre dai soli scambi economici...perchè la democrazia, trasferendo la legittimazione dell'ordinamento dalla semplice legittimità degli scambi fra cittadini in condizioni di mera libertà negativa, imporrebbe a questi anche il vincolo della legittimazione popolare, che a sua volta potrebbe indurre l'adozioni di tutele sociali (diritti positivi alla Berlin); contestazione delle serie storiche che hanno condotto ad un certo schema di distribuzione della ricchezza ("noi siamo quelli del cui lavoro vive l'intera società", R. Luxemburg agli operai); oppure all'idea che il lavoro non è come lo descrive Locke, ma ha in sè un grado di alienazione da meritare una riparazione, come diceva Marx. Dunque io non vedo come la democrazia possa essere intesa come un viatico alla convenienza dell'efficacia del sistema economico, o come la sua presenza possa rafforzare quei diritti. Ma forse tu volevi dire un'altra cosa. L'esercizio della democrazia, che parzialmente limita la pura convenienza o efficienza degli scambi economici, che possono avvenire anche in sua assenza, alla fine tutela quei diritti negativi tipici dello scambio economico meglio di una condizione di totale assenza di coordinazione democratica...la democrazia e il suo esercizio, d'altra parte, potrebbero essere visti come la garanzia meno peggiore per garantire quei diritti. Forse tu volevi dire questo. Però è strano, perchè tutti i pensatori liberali sono  stati in genere molto attenti non solo a distinguere concettualmente il rapporto fra diritti e democrazia, assumendo che i diritti fossero il vincolo esterno da porre alla democrazia e alla sua involuzione; ma in genere si è anche assunto che la democrazia, nel suo funzionamento, abbia sempre come effetto di limitare la convenienza derivante dall'esercizio degli scambi economici. Però, se tu riesci davvero a dimostrare che la democrazia e le sue pratiche, non sono necessariamente un vincolo all'efficienza e alla convenienza, allora abbiamo un altro argomento a favore della democrazia.

Tu continui poi dicendo:

intendo argomentare che il principio democratico, laddove è accettato, si fonda materialmente sul progresso tecnologico, meglio sul raggiungimento di un certo livello minimo di "tecnologia sociale", di "controllo dell'energia" e di "divisione del lavoro". La tecnologia moderna permette, giustifica e promuove la democrazia moderna. Senza l'una non c'è neanche l'altra, non sta proprio in piedi.

Democrazia e tecnologia, dunque, simul stabunt simul cadent. Preambolo: se tu vai a Napoli, e dici una cosa del genere, non farai notizia, te lo dico già. Il vero intellettuale che si rispetti deve fare diagnosi sulla dissoluzione della democrazia per colpa della tecnica! Figurarsi se deve addirittura legare le due cose in maniera positiva. Eppure sei veneto. Hai visto la fortuna di Cacciari, Galimberti e Severino? Filosoficamente, sviluppano un pensiero assai ostile alla scienza e alla tecnica e la conclusione politica di quel pensiero filosofico, che nella loro concezione architettonica del sapere e la regina di tutti i saperi, è che la democrazia è messa a rischio dalla tecnologia: per i suoi effetti di alienazione, per il suo individualismo proprietario esasperato, l'isolamento cognitivo che produce, crescita degli input disponibili che-modificano-antropologicamente-l'uomo...insomma, hai capito, vah, lasciamo perdere.

Torniamo a cose meno convulse. Tu sembri (dico sembri, eh, non sbranarmi :-) ) contraddirti. Quel principio di eguaglianza, che identifichi, con la democrazia, è molto antico ma non prevale perchè sono dei morti di fame. Dico che ti contraddici perchè non capisco se viene prima il principio democratico che poi produce democrazia; oppure la tecnologia produce democrazia. Tu sembri dire che si richiamano vicendevolemente e che se non ci fosse la tecnologia la democrazia sarebbe più difficile e allo stesso tempo, se non ci fosse la democrazia, la tecnologia non potrebbe svilupparsi. In realtà, conosciamo paesi poverissimi che sono state democrazie, e dove le democrazie prosperano senza avanzamenti tecnologici particolari. L'India era una democrazia anche prima del boom informatico di Bangalore, dunque non è vero che sia necessario avere la tecnologia per avere una democrazia vera e propria, almeno secondo quella definizione minima e imperniata sui diritti che tu offri. Ma in realtà sospetto che tu volessi dire un altra cosa. Ovvero che una democrazia funziona meglio in condizioni di avanzamento e sviluppo tecnologico, ma per ragioni che sono indipendenti dalla genesi storica della democrazia, ma per il modo in cui funziona l'avanzamento delle scoperte scientifiche. E qui dunque ti dico la mia.

Invece di impelagarci intorno a questioni difficili (nasce prima la tecnologia o la democrazia?) io sposterei la cosa in questi termini: lo sviluppo e la diffusione della tecnologia hanno un meccanismo che può facilitare la democrazia? Voglio dire: ci sono dei modelli di sviluppo delle regioni tecnologicamente avanzate che possono, indirettamente o involontariamente, favorire i processi democratici? Speculo. La tecnologia richiede livelli di competizione fra gruppi di ricerca; la concentrazione in certe zone di personale altamente qualificato, che ha esperienze di formazione e lavoro in varie parti del mondo; in quelle zone conta parecchio la libertà nella trasmissione dei saperi di base che dovranno essere utilizzati nelle tecnologie da creare; e importante che si garantisca una mobilità non solo intellettuale ma anche fisica ai ricercatori; si deve poter godere dei frutti della propria intrepresa intellettuale dandole un valore economico. Ecco il mio punto è che tutte queste cose (che corrispondono a diritti negativi di base) possono essere meglio tutelati all'interno di condizioni di libertà quali quelle tipiche delle democrazie, che dunque subiscono l'effetto di rinforzo al loro funzionamento, dal fatto che esistano tecnologie diffuse e altre in produzione. L'idea è che una società che voglia essere conveniente e tecnologicamente avanzata ha bisogno di quelle istituzioni democratiche centrate sui diritti di cui ti parli. Dunque non è che la democrazia si fonda materialmente sempre e necessariamente sul progresso tecnologico. Piuttosto è meglio dire che una buona democrazia, una democrazia dove è conveniente e bello vivere, ha bisogno di lasciare alla tecnologia e al suo sviluppo più spazio possibile, perchè quello è un indicatore affidabile che la democrazia (come libertà di idee e mobilità di persone e godimento dei frutti del proprio lavoro-tutte definizioni tipiche delle idee minime di democrazia) sta funzionando bene.

Ovviamente, come già accennato, questa visione illuminista della democrazia, è in contrasto con tutte le forme di pensiero dis-topico che specie nel pensiero politico e nella letteratura del '900, hanno identificato il progresso tecnologico con i rischi del Grande Fratello (quello di Orwell non la Marcuzzi); e via via tutto il pensiero della scienza come alienazione. Io dico solo una mia intuizione, peraltro banalissima, a proprosito di questa tiritera sui rischi totalizzanti della tecnologia. Anche se la critica usuale è che questa tecnologia sia pericolosa per la chiusura nel privato e lo svuotamento delle istituzioni sociali che questa produce (tra le vittime anche la democrazia di massa e la partecipazione capillare ai partiti), io penso che la tecnologia diventa un rischio proprio quando gli individui non ne beneficiano più direttamente, ma solo in quanto parte di un progetto politico o sociale dove loro sono utilizzati come tecnologia a loro volta. Quindi invece di vedere la tecnologia come pericolosa quando riduce il suo esercizio alla "fruizione" privata, al contrario vedrei rischi quando la tecnologia è utilizzata con scopi politici coordinati super-individuali. Forse è una cazzata, ma sempre meglio dell'idea che la tecnologia è pericolosa solo perchè la gente sta a casa su internet invece che andare nella casa del popolo.

Ho scritto una cosa lunghissima e sto per fare quello che fanno i monaci buddisti coi quei disegni fatti di sabbia chiamati mandala: ci mettono un casino di tempo a farli, ma poi appena finiti li distruggono...così, per imparare che niente è importante.

 

Galimberti e Cacciari non so (e, per quel che ho letto, non mi interessa minimamente), ma Severino NON sviluppa un pensiero ostile alla Tecnica. 

Anzi, trovo che questo intervento sia molto "Severiniano". Hai letto Severino?

Si, ho letto Severino, tanto tempo fa. Poi ho smesso. Ho trovato di meglio.

Il tono del mio articolo sembra Severiniano? Non so di cosa parli. Faccio riferimento alla letteratura anglosassone recente di filosofia politica non mi sembra esattamente quella letteratura che ricorre nelle argomentazioni tipiche di Severino. Ma fammi sapere.

Per chi ha voglia, queste sono alcune delle cose che scrive Severino, parlando a dei ragazzi minorenni con Rai Educational. Il punto non è che Severino sia ostile alla tecnica, piuttosto la pensa come una manifestazione del pensiero filosofico e non riconosce la sua dignità di conoscenza a tutti gli effetti, autonoma. No, essa è parte di una "tendenza generale del nostro tempo" (che ovviamente ha individuato lui, e lui solo). Ma leggi tu stesso:

Parlerei invece di una scienza che non essendo più custode di una verità definitiva, è solo in grado di presentarsi come un puro ventaglio di teorie in guerra tra loro. Queste teorie sono in concorrenza non tanto in nome del raggiungimento della verità, (cosa che si potrebbe dimostrare solo a patto di poter dimostrare che una delle teorie è l’unica vera mentre le altre sono false) quanto in nome della consapevolezza che solo la capacità di mostrarsi convincente per la comunità dei ricercatori è ciò che conta, ormai, per una teoria scientifica che voglia candidarsi seriamente al titolo di "vera". Poiché una di esse è più capace di altre di ottenere gli scopi che ci si propongono le possibilità che essa avrà di riuscire a godere di un buon successo saranno più alte delle altre teorie. Quella è la fase in cui il momento teorico della scienza, viene a coincidere col momento tecnico della scienza. Oggi navighiamo decisamente verso questa identificazione, anche se lo scienziato – tipo (e lo si capisce psicologicamente) tende solitamente a sottolineare l’aspetto della scissione e della distinguibilità tra scienza e tecnica.

E ancora:

Detto in altri termini: la progressiva dominazione della tecnica sulle altre forme umane del "sapere" e del "fare", è un fatto preminentemente filosofico. La defenestrazione progressiva della filosofia è stato, a sua volta, un fatto essenzialmente filosofico. A questo fatto accennavo prima, quando invitavo a tenere presente la distruzione che viene costantemente compiuta della verità da parte, innanzi tutto, della cultura filosofica contemporanea. Penso che non si tenga sufficientemente conto del fatto che oggi la tecnica può aggredire e dominare tutto l’ambito delle attività umane, perché alle spalle della tecnica sussiste il concetto di un tutto che si lascia dominare.

Ottimo! Qui siamo arrivati al centro dell’intero discorso. Lei sostiene che l'ideologia o un certo modo di pensare, (non semplicemente "tecnico" in senso ridotto), guida da sempre le sorti della tecnica. In effetti noi, oggi, ci troviamo in una situazione di questo genere. Quando il sottoscritto parla della tecnica, parla di una tendenza fondamentale del nostro tempo ad avanzare verso una situazione diversa da quella alla quale Lei allude e che per Lei invece è definitiva. Quindi, certamente, oggi la tecnica è in mano alle ideologie, perfino al cristianesimo, perché il cristianesimo oggi non può praticare delle determinate forme di solidarietà che non siano organizzate tecnologicamente.

infine:

 

STUDENTE: La nostra ricerca su Internet si è concentrata su un film di Charlie Chaplin, Tempi moderni, del '36, in cui entra in scena una macchina sempre più potente, in grado di dominare sempre di più l'uomo e che, anche se al principio si presenta come strumento di miglioramento, di aiuto, dell'uomo, ben presto si vede trasformare in un mostro capace di divorare intrappolandolo all'interno dei suoi marchingegni, sballottolandolo a destra e a sinistra senza una precisa direzione. Ora, all’interno di questo panorama, in cui viene presentata una tecnica che potremmo definire "sforzo globale", come fine ultimo di qualsiasi azione, l'uomo che cos'è? L'uomo, come individuo, ha ancora un senso oppure viene totalmente accecato, o totalmente distrutto? Con questo interrogativo vorrei parlare dell'ultima pagina web che ho trovato, che si riconnette al tema di Parmenide, introducendo il tema de "quando l'essente era il nulla", ovvero di quando l'individuo non era più niente.

SEVERINO: Questa è la domanda? Direi che è intelligente, perché presenta questo rapporto tra il piacere di Parmenide e la tecnica stessa. Tutti Voi studenti sapete bene che per Parmenide l'essere non è il nulla, non può essere il nulla. Non so se Voi sappiate che per il sottoscritto il pensiero di Parmenide ha avuto, e ha, un'importanza essenziale. Un’importanza tale da avergli fatto permesso di scrivere che il personaggio primario, nella storia dell'uomo, sia stato proprio Parmenide, il filosofo che per primo, indicò due direzioni alla futura prospettiva del pensiero filosofico.

Chiedo scusa, la domanda era rivolta a Michele, il tuo discorso non era certo "severiniano".

Per il resto, ho appena rinunciato ad argomentare sull'argomento per mia evidente ignoranza. Quel che mi pare, però, è che Severino si astenga dal pronunciare giudizi di valore su questo processo, magari sorvolando su altre questioni non marginali.

Per fare un esempio, cosa pensate di questo?

Quel che mi pare, però, è che Severino si astenga dal pronunciare giudizi di valore su questo processo, magari sorvolando su altre questioni non marginali.

Ma lui non da giudizi di valore solo apparentemente, perchè poi ingombra il campo con discorsi che da un punto di vista concreto sono minacciosi della libertà individuale, che infatti scompare nei suoi libri.

Tutti voglioni costruire pensieri critici, se poi sono contro il mercato e la tecnica, è sicuro che si vende bene...mi viene in mente Adorno, che pure dovrebbe essere il maestro di tutto questo maestri del pensiero impensieriti dalla tecnica, anzi la Tecnica. Mi pare dicesse che il primo compito critico nei riguardi di un sistema di pensiero è comprendere quali sono le conseguenze che potrebbero derivare dalla sua adozione. Facciamo il test a Severino. Quali sono le conseguenze dell'adozione del suo pensiero? 1) Non esistono gli individui che scompaiono sotto le tendenze fondamentali che lui individua, sia perchè la gente comune non coglie le tendenze in atto, sia perchè non se ne può sottrarre; 2) La tecnica può essere controllata solo all'interno di narrazioni ideologiche o religiose, meglio se dal pensiero greco antico, dunque? Ritorno alle grandi ideologie? o cosa?

Sposto la mia domanda ad uno psicologo: perchè vende molto un filosofo che dice alle persone "non esistete come individui, e siete succubi di tendenze a cui non potete sottrarvi"? Perchè?

Ok, la libertà non ha un significato nel mondo in cui tutto è necessario.

All'interno dell'Occidente non mi risulta però che la soluzione di Severino sia "controllare la tecnica attraverso narrazioni ideologiche o religiose". Proprio perché ci si mantiene all'interno di una descrizione che non è mai normativa, non si prescrive la ricetta per dominare la tecnica: al contrario, si dice che la tecnica è solo apparentemente strumento delle ideologie.

Adottare il pensiero di Severino, concretamente, può mettere in discussione il fondamento sul quale si può basare l'essere liberali (o cattolici, o socialisti...); poi non ho letto nulla sulla pars construens, che credo sia contenuta ne La Gloria, ma sul punto rimane l'incompatibilità di qualsiasi ideologia con il suo pensiero, non solo quella liberale.

questa è l'accezione folk di democrazia

Sono d'accordo. Leggendo l'articolo concordo con il ragionamento, ma continui a usare la parola democrazia che secondo me stona, perche' sono abituato a pensarla come il potere del popolo (di una maggioranza), come un sistema elettorale che non c'entra con il concetto che stai utilizzando tu.

Posso dire la mia ? A Napoli fanno un eccellente fritto di mare (sei invitato se vieni), non vedo che bisogno c'era dell'aria fritta come "relativismo e universalizzazione".

Comunque, in una regione che ha visto (dati CCIAA) aumentare i fallimenti del 45 % nel 2008, la disoccupazione passare dal 13,8 % al 19,6 %, non so che bisogno c'era di un tal convegno, ma se è il prezzo da pagare per incontrare i redattori di NFA, e non pago io (almeno direttamente) ben vengano tali convegni.

Non sono in grado di fare alcun referee report su quello che hai scritto, ma mi farebbe piacere se usassi questo paper per sviscerare il rapporto fra "brevetto" (tecnica?) e democrazia, ovvero, poichè so che sostieni la causa della fine dei brevetti, potresti collegare questo argomento alla democrazia "esportata", non con le armi, ma con la tecnica. Poi vedi tu. Per il fritto di pesce (se vieni) fammi sapere: 'a sposizione, dottò.

Se nelle conferenze dove vai tu il tasso di "seriosità" è così basso da far accettare senza problemi le citazioni del "cane Rocco" allora vuol dire che ho sbagliato mestiere ;-)

Più sul concreto: un regime decisamente non-democratico può tranquillamente sostenere uno sviluppo tecnologico coi fiocchi ed una popolazione tecnologicamente avanzata (ovvero dove tutti hanno a disposizione la tecnologia anche se non hanno idea di come funzioni) può non avere un briciolo di democrazia. magari è quello che dicevi nell'ultimo paragrafo, o forse no, non ho capito

un regime decisamente non-democratico può tranquillamente sostenere uno sviluppo tecnologico coi fiocchi 

Non sono d'accordo. Credo che l'intuizione di Michele sia giusta. Il problema che ho con la frase sopra e' con il verbo "sostenere".

Ho appena visto che Mauro ha fatto un'osservazione simile. Mi spiego meglio in risposta la.

Fortunatamente sono a Napoli proprio in quel periodo. Una domanda ma l'accesso al convegno è libero o no? Mi piacerebbe tanto assistere al suo intervento.

 

In sintesi, la democrazia è un regime politico basato sul consenso popolare e sul controllo dei governanti da parte dei cittadini: consenso e controllo possono essere assicurati in modi diversi, tuttavia in una democrazia devono esserci.

Secondo la formulazione del politologo Dahl, sovente citata, c'è democrazia quando le istituzioni politiche sono in modo tale da garantire: libertà di associazione, libertà di espressione, libertà di voto, eleggibilità alle cariche pubbliche, pluralismo nell'informazione, elezioni libere e corrette, esistenza di istituzioni che rendono le scelte del governo dipendenti dal voto o da altri sistemi attraverso i quali il popolo (il vero sovrano in democrazia) possa esprimere le proprie opinioni e preferenze.

Quindi, grosso modo, Dahl descrive la democrazia nella sua accezione più completa e per noi più familiare, dal momento che è il tipo di democrazia alla base di tutti i Paesi occidentali (senza discutere troppo sul grado di vicinanza al modello di ogni singolo Paese).

Riguardo alla relazione tra democrazia e tecnica: non esiste alcuna relazione di necessità, cioè può esistere benissimo democrazia senza tecnica o tecnica senza democrazia. Basta guardare alla Storia: in Inghilterra e Francia lo sviluppo tecnico/tecnologico/industriale andò grosso modo di pari passo con l'affermarsi della democrazia, in Giappone, Germania, Cina e Russia lo sviluppo tecnologico avvenne sotto regimi totalitari o comunque autocratici.

Aggiungo: non esiste relazione diretta neppure tra democrazia e capitalismo. Una società può essere benissimo democratica ed avere una forma economica altra dal capititalismo; viceversa, essere capitalista, ma non democratica (l'esempio più banale, seppur potremmo discutere sul grado di capitalismo raggiunto, è quello della Cina post-maoista).

Possiamo, volendo, parlare di legami indiretti: ad esempio, probabilmente è vero che aver soddisfatto i bisogni primari di sussistenza può portare più facilmente un popolo a domandare maggiore libertà e quindi declinare questa richiesta di libertà nell'opzione di un regime democratico. Tuttavia può accadere anche che ciò non avvenga: il rischio di porre legami necessari è quello di finire a fare i bushisti senza Bush e di andare a esportare democrazia laddove non venga richiesto nessun intervento. Insomma, se sorge la domanda di democrazia in una società è per motivi assai più complessi che un banale discorso del tipo: "ora che abbiamo la pancia piena, vediamo di fare indigestione anche di libertà".

Riguardo, anzi, al rapporto tra tecnica e democrazia, si potrebbe sostenere anche tesi opposte, come quella del filosofo Severino.

Sostanzialmente, afferma: la tecnica parte come uno strumento, anzi come lo strumento per eccellenza, al fine di dominare il mondo. Ebbene, forze avverse (democrazia, comunismo, cristianesimo, capitalismo, insomma tutte le forze tradizionali dell'occidente e non solo) se ne servono per prevalere le une sulle altre. In questa competizione, ciascuna di quelle forze deve però rafforzare la potenza dello strumento tecnico, subordinando a questo rafforzamento la stessa realizzazione dello scopo che esse vorrebbe perseguire. Quindi la tecnica da strumento si fa fine ultimo di ognuna di queste forze, allontanandole dai loro obiettivi primari. Ed ecco, per Severino, il rischio (o l'inettuabilità, addirittura) del trionfo della tecnica su tutto il resto.

Forse il suo modello è troppo forzato, nel senso che abbandona i chiaroscuri e gli intrecci tra alcune, almeno, delle forze tradizionali in favore di una visione in cui ci sia solo bianco o nero, tuttavia rifletterci sopra rimane comunque importante, per evitare derive e eccessi...

Basta guardare alla Storia: in Inghilterra e Francia lo sviluppo tecnico/tecnologico/industriale andò grosso modo di pari passo con l'affermarsi della democrazia, in Giappone, Germania, Cina e Russia lo sviluppo tecnologico avvenne sotto regimi totalitari o comunque autocratici.

Io credo invece che una relazione ci sia tra tecnologia e cio' che Michele definisce con democrazia (anche se non sono d'accordo con la definizione).

Gli esempi sopracitati ne sono la prova. Credo anch'io che lo sviluppo puo' capitare anche in regimi totalitari, pero' non credo siano sostenibili a lungo termine (percio' inefficenti, e tecnicamente/economicamente inferiori). Questo e' quello che e' successo alle dittature della prima meta' del 20simo secolo (per quanto avanzata fosse la Germania nazista). Questo e' quanto e' successo all'Unione Sovietica per quanto avanzati fossero i russi.

E credo che questo succedera'  anche alla Cina. Lo sviluppo tecnologico e' accaduto ( grazie anche all'influenza di paesi cosiddetti "democratici") . Ora la conseguenza e' che si stanno arricchendo. Voglio proprio vedere quando avranno una middle class composta da centinaia di milioni di cinesi se saranno in grado di mantenere l'attuale struttura dirigista. Il mio presagio e' che lo sviluppo tecnologico porta benessere, e il benessere porta a quello che Michele chiama "democrazia".

E' cosi che si esporta quello che Michele chiama "democrazia", non come voleva fare George Bush.

 

Sostanzialmente, afferma: la tecnica parte come uno strumento, anzi come lo strumento per eccellenza, al fine di dominare il mondo. Ebbene, forze avverse (democrazia, comunismo, cristianesimo, capitalismo, insomma tutte le forze tradizionali dell'occidente e non solo) se ne servono per prevalere le une sulle altre. In questa competizione, ciascuna di quelle forze deve però rafforzare la potenza dello strumento tecnico, subordinando a questo rafforzamento la stessa realizzazione dello scopo che esse vorrebbe perseguire. Quindi la tecnica da strumento si fa fine ultimo di ognuna di queste forze, allontanandole dai loro obiettivi primari. Ed ecco, per Severino, il rischio (o l'inettuabilità, addirittura) del trionfo della tecnica su tutto il resto.

Quindi piace, Severino. Lo si trova ragionevole. Mah. Io non lo trovo convincente. Però faccio una premessa. Lui non fa solo storia della Filosofia, come accade in genere in Italia. Propone una sua teoria filosofica, magari può non piacere, però propone quella teoria. Che può anche essere suggestiva, ma non mi convince.

L'idea è forte. Siccome dal punto di vista concreto, qualunque ideologia ha bisogno della tecnica, allora una ideologia per sopravvivere deve lavorare su efficacia ed efficenza della tecnica stessa, che da mezzo diventa fine. Però ci sono alcune cose da considerare:

1) la definizione di tecnica di cui si serve Severino è troppo generica: essa include qualunque tipo di intervento tecnico-materiale io frapponga fra me e il mondo allo scopo di realizzare uno obbiettivo. Che io sia uno scimpanze che intende avvicinarsi una banana con la canna; che sia un ufficiale del Reich in procinto di lanciare una V2 su Londra; che io stia cambiando la gomma dell'auto in una piazzola di sosta...sono sempre schiavo di un mezzo che è diventato fine. A me sembra assai irragionevole come descrizione attendibile della tecnica. Come dico anche dopo, scompare l'individuo che dovrebbe fare uso di quella tecnica. Lui non parla mai infatti delle persone concrete che sono poste dinnanzia a scelte specifiche, piuttosto la sua è una discussione sui massimi sistemi dove la libertà delle persone è trasfigurata da un metodo di discussione dove quelle persone sembrano mosse da istanze che non sono accessibili alla riflessione ordinaria della gente, o alla comune consapevolezza che si può maturare del mondo e del proprio posto...pur senza leggersi Platone o Parmenide. Questa impostazione è intellettualmente disonesta e minacciosa della dignità delle persone comuni, che sono ridotte a manifestazione di una tendenza fondamentale che lui, e ripeto soltanto lui, avrebbe colto. Tutto questo collide con quel sereno empirismo e ragionevole ottimismo sulle capacità degli individui, che dovrebbero informare sempre le elucubrazioni di un pensatore.

2) la tecnica come mezzo antropologico che l'uomo, e gli animali, usano per migliorare le loro condizioni non è eliminabile o sottoponibile ad un criterio di valutazione che ne attenui la portata di "dominio": una tecnica si impone perchè, rispetto agli scopi per essa previsti, li realizza meglio. In più l'uomo è da sempre tecnico, almeno se vuole vivere. Non c'è l'uomo, regolato da una supposta essenza filosofico-spirituale, e dopo, soltanto dopo, la tecnica: l'uomo ha sempre avuto bisogno della tecnica, intesa come azioni con le quali si trasforma il mondo circostante al fine di accomodarlo ai propri obbiettivi. Nessun sovvertimento, nessun rovesciamento...

3) l'idea che la tecnica abbia bisogno di una cornice culturale filosofica o religiosa che ne imbrigli il nichilismo è l'idea che solo una costruzione ideologica o religiosa ne può giustificare lo sviluppo o arginarne la potenza. Però la cosa potrebbe essere risolta in maniera meno altisonante ponendo come vincolo metafisico della tecnica (di questo sta parlando Severino, in fondo) non il sentiero del Giorno di Parmenide (non ho bevuto, lui dice che bisogna rispcoprire l'essere Parmenideo...) ma la libertà individuale e la dignità degli uomini. Una cosa del genere lui però non l'accetta, perchè sarebbe cadere in un fondamento della tecnica (lui parla di episteme) che è troppo legato al suo tempo, ovvero quella centralità che noi riconosciamo all'individuo come misura delle cose. Comunque, questo bisogno del ricorso a cornici culturali o filosofiche esterne alla tecnica ,per me puzzano di minaccia alla libertà individuale di scegliere come la scienza e la tecnologia debbano applicarsi.

4) La tesi di S. si regge su un resoconto piuttosto banale di cosa sia tecnica. Intanto essa è astorica (lui la chiama direttamente techne, così non ci si pensa più); essa era distinguibile dalla scienza prima, ora non più. Per esempio i Greci, loro si che facevano scienza contemplativa senza aggredire l'ente...non usavano mezzi tecnici che inficiavano la purezza della contemplazione...poi uno legge cose come queste, e dice boh, cosa si sarà perso il nostro? Infine presuppone, sbagliando, che la subordinazione della tecnica alle ideologie o framework più generali possa essere senza prezzo. Invece, chi dall'interno di una specifica ideologia o religione ignora i fatti, per me si espone a conseguenze anche se dispone di molte conoscenze tecniche: insomma, la tecnica e la scienza non sono proiezioni a piacere dei contesti storici...ne risentono, ma non possono ridursi a quelli, anche se Severino finge di poter dire che c'è stata una scienza  sotto il controllo capitalista, comunista e così via...

PS: anche negli aereoporti vedo spesso i libri di Severino o Nietzche, mai che veda i libri di illuministi...

PS: anche negli aereoporti vedo spesso i libri di Severino o Nietzche, mai che veda i libri di illuministi...

In realta' il povero Friedrich non andrebbe messo nello stesso calderone con Severino: almeno nel suo periodo "intermedio" (dalla rottura con Wagner fino a prima della "Gaia Scienza") aveva un'opinione piuttosto positiva degli Illuministi, tant'e' che "Umano, troppo umano" e' dedicato a Voltaire.

Ancor meno aveva a che fare Orwell con chi oggi evoca Big Brother quando si parla di tecnologia (non dico che tu sostenga questo, ma giustamente hai notato che altri lo fanno). "1984" non e' un libro sui pericoli dello sviluppo tecnologico, ma su quelli della scomparsa delle liberta' individuali in nome delle masse (l'Ingsoc, in Newspeak), ottenuta col controllo dell'informazione prima ancora che con la repressione del dissenso.

Faccio un po' il punto su Severino rispondendo così sia a te che agli altri che sono intervenuti.

In sintesi, Severino è un filosofo che esce da tutta la grande tradizione filosofica occidentale. Per lui tutte le teorie filosofiche apparse in Occidente, anche se antitetiche e opposte, hanno in comune la fede (letteralmente, quindi qualcosa di indimostrato e indimostrabile) nel fatto che le cose (l'Essere) nasca dal nulla e torni nel nulla (nel non-Essere). L'unico che aveva capito l'errore di questa fede fu Parmenide, che comunque Severino corregge. Per Severino, se si rimane all'interno del sentiero (erroneo) della filosofia occidentale, il più coerente è Nieztsche (attenzione: Severino fa della Logica e del principio di non contraddizione la sua stella polare): quindi, dovremmo essere tutti nieztchiani. Anzi, andare anche oltre, traendo le ultime conseguenze logiche del suo pensiero. Ecco come si giustifica quanto riportavi sulla relatività della scienza e sulla relatività di ogni teoria filosofica: a tutte manca un solido fondamento, incontrovertibile (come piace tanto ripetere a S.) e definitivo. Insomma, nessuna teoria può dirsi inattaccabile. Possiamo dire, in una battuta, che l'unica Verità sia il divenire costante di ogni cosa e la volontà di potenza. Questa la pars destruens.

Ora, ci troviamo di fronte a due vie: o rimaniamo all'interno di questo nichilismo di Nieztsche e successori oppure proviamo ad andare oltre. S. va oltre, tornando indietro. A Parmenide appunto. Rimuove il fondamento che ha portato al nichilismo contemporaneo (cioè, le cose che escono e tornano al nulla), a colpi di logica. Cosa ottiene? Una cosa a dir poco che fa a pugni col buonsenso: ogni cosa, anche la più misera e banale, ogni istante sono eterni. Tutto eterno perchè non può letteralmente morire. Non esiste la morte.

Risate. Perplessità. Questo è pazzo? Sì, forse, ma ecco il colpo di genio: le cose "muoiono", non nega l'evidenza, ma di una morte apparente. Ilegno non diventa cenere, mai. Il legno esce dal cerchio dell'apparire e al suo posto entra la cenere. Tuttavia, al di fuori del cerchio, il legno, il medesimo legno, continua ad esistere. Usiamo una similitudine: il legno è come un attore sul palcoscenico. Quando l'attore esce ed entra un altro attore (la cenere), l'attore uscito (il legno) continua a esserci al di fuori del palcoscenico.

Bene, ricorda un po' il cristianesimo? Tutto questo per dirci quello che già potevamo sapere, che Dio ci destina alla vita eterna e che la morte in questo mondo è solo temporanea, è la porta per l'al di là? Giammai! Per S., in realtà, Dio non può esistere in quanto si riproporrebbe il problema della creazione dal nulla. E come si è detto ogni cosa invece è eterna e increata. Per S., siamo tutti dei.

Tra l'altro, e bisogna dargli atto dell'estrema coerenza, lui non si figura come il creatore di questa teoria, bensì semplicemente come colui che ha guardato della Verità, il Destino come lo definisce, e che da sempre e per sempre esiste. Anche se gli altri uomini la ignorano e voltano ad essa le spalle.

Ora, al di là del condividere o no queste sue idee (io personalmente non le condivido), mi sono dilungato per cercare di mettere in luce che certi problemi, nella sua visione, sono in qualche modo irrilevanti. Come quello della libertà. S. non nega la libertà dell'individuo, semplicemente dice che non si pone il problema, nel suo sistema, secondo i termini classici sviluppati dal pensiero occidentale. Dal suo punto di vista, non si sacrifica la libertà, in quanto l'uomo (come tutte le cose) godrebbe della libertà e della gioia di un qualcosa di eterno e incorruttibile e indistruttibile. Dal suo punto di vista, ripeto, l'uomo diventa un vero dio: non può uccidere (non ha senso uccidere qualcosa che non si può uccidere), non ha senso distruggere, non avrebbe senso la malvagità o qualsiasia atto cattivo, dal momento che non avrebbe efficacia. Certo, non potrebbe neppure creare o produrre: problema questo non da poco, di qui lo stesso S. si rende conto...

Sulla tecnica in S. Ammette che, in linea teorica, la tecnica, sempre all'interno della fede tradizionale, potrebbe garantire un giorno la felicità e la perfezione all'uomo. Lo ammette esplicitamente: quindi la sua critica non sta nel filone copioso di filosofi contemporanei che vedono nella tecnica il peggiore degli orrori per l'uomo. Semplicemente, considera quanto ottenuto dalla tecnica, anche appunto la perfezione, sempre come qualcosa di reversibile. Dice: e cosa c'è di più angosciante di trovarsi a vivere in un paradiso terrestre col timore che questo paradiso scompaia di colpo, precipitando così nel peggiore degli inferni?

Lui così delinea il presente e il futuro: viviamo l'età della tecnica, la tecnica in un futuro potrebbe anche garantirci il paradiso in terra, tuttavia questo paradiso prima o poi scomparirà o comunque si vivrà sempre con l'angoscia di perderlo, proprio perchè pensiamo che tutte le cose siano o possano rischiare di essere destinate al nulla. Quindi il futuro della filosofia e più in generale dell'uomo sarà questo: o ricostruire nuove ideologie, metafisiche, Verità, giungendo prima o poi a distruggerle (seguendo quindi di nuovo un percorso simile a quello che segna la filosofia come l'abbiamo fin'ora conosciuta dai presocratici al postmoderno) oppure guardare finalmente il Destino, rendersi conto che siamo eterni e non preoccuparsi più di nulla.

Perdonatemi se mi sono così dilungato, ma volevo evitare che S., del quale comunque non condivido la parte costruens, finisse banalmente annoverato nella schiera di filosofi apocalittici contemporanei.

Tuttavia, rintengo che certe sue critiche alla civiltà occidentale, anche senza condividerle, vadano comunque conosciute, perchè offrono degli spunti interessanti... Certamente, magari se si parte da prospettive illuministiche o comunque da visioni del mondo "forti" le critiche possono suonare sgradevolmente imbevute di relarivismo, scettiscismo e nichilismo...

 

Mauro, io non trovo molto proficuo il modo di fare filosofia di S. In parte questo è dovuto alla mia formazione e alla mia maggiore familiarità con la filosofia cosiddetta analitica, e in parte è dovuto all'atteggiamento oracolare e suggestivo del modo di fare filosofia di S.

Io non considero accettabile che si sostenga, seriamente, che uno e un solo pensatore, ha elaborato una risposta filosofica ad un generalizzato errore concettuale in cui tutta la filosofia si dibatterebbe da Parmenide (che poi significa tutta la storia della filosofia).

Sulla cogenza logica degli argomenti di S. ti rimando, se mi permetti, ad una serie di scritti di uno studioso di Logica, Massimo Mugnai, che recensendo un testo di Severino ha smascherato i veri e propri fraintendimento illogici (ma illogici in senso tecnico, non illogici nel senso senso derogatorio del linguaggio comune e degli alterchi fra compari) di tutta l'impostazione del pensiero di S. La cosa è interessante per il suo valore obbiettivo di critica alla confusione e all'atteggiamento oracolare di certa, troppa filosofia italiana, e per via del battibecco che ne è seguito.

Ecco, il testo di Casati sulla disputa Severino-Mugnai

 

Roberto Casati

Diritto di critica


L’estate scorsa il lettore italiano ha avuto il privilegio di assistere a un curioso e istruttivo dibattito sulla stampa quotidiana e settimanale. Curioso, perché si discuteva di questioni filosofiche e metafilosofiche. Istruttivo, perché ha mostrato quanto poco l’idea di un dibattito—nel senso di ‘dibattito argomentato razionalmente’—sia parte della cultura italiana. Il caso che mi interessa è quindi solo marginalmente filosofico e riguarda problemi generali quali la libertà di espressione e il diritto di critica. Ma richiamerò dapprima brevemente i termini della questione.

Tutto nasce da una recensione pubblicata su questa rivista. Massimo Mugnai, che insegna storia della logica a Firenze ha presentato (“Severino e il nulla”, La rivista dei libri, giugno 1997) un’analisi di un libro di Emanuele Severino, docente di filosofia teoretica a Venezia (Tautótës, Adelphi 1995). In particolare1 Mugnai rimprovera a Severino di non vedere la distinzione2 tra due tipi di relazione espressi dalla copula “è”, rispettivamente l’identità (come in “Tullio è Cicerone”) e la predicazione o l’appartenenza insiemistica (come in “Tullio è bravo”). È una distinzione sottile ma cruciale per l’argomento di Severino, che intende provare la contraddittorietà del divenire. Secondo Mugnai, Severino ha bisogno di interpretare ogni forma di predicazione come identità per poter considerare come contraddittori gli enunciati che rappresentano il divenire, enunciati del tipo “La legna è (diventata) cenere”. Infatti, se “è” esprimesse solo l’identità ci si contraddirebbe quando si asserisce che la legna è cenere—dato che essere legna ed essere cenere sono proprietà tra loro contrarie. Pertanto ogni asserzione del divenire sarebbe contraddittoria, e questo costituirebbe una reductio ad absurdum della tesi per cui il divenire esiste.

L’argomento di Severino—la cui ricostruzione è certo sommaria—è poco convincente anche indipendentemente dal problema della corretta rappresentazione teorica della copula. Una buona parte del problema dipende dall’uso del linguaggio naturale nel fornire una premessa a una tesi filosofica tanto impegnativa com’è quella dell’inesistenza del divenire. Non è chiaro con che diritto si passi da “La legna è diventata cenere” a “La legna è cenere”. Non va da sé che quando si dice che “La legna è cenere” si dicono due cose contrarie di uno stesso individuo—condizione necessaria alla formulazione di una contraddizione nel nostro caso. Potremmo di contro voler dire che una data porzione di materia si presentava come legna e si presenta come cenere; nessuna contraddizione in vista qui, il divenire essendo proprio quel che ci permette di sfuggire alla contraddizione. Non ci viene detto perché la contraddizione sia un problema—ed è noto che esistono vari modi di arginare il suo potenziale dirompente. Non è chiaro come trattare l’identità attraverso il tempo e non c’è una panacea teorica per le difficoltà che essa comporta.

Non vorrei però venir frainteso su questo punto. La tesi per cui il divenire non esiste non è di quelle che sono fatte per imporre il consenso, ma non è una tesi risibile. Tentare di criticarla o di difenderla è un interessante esercizio filosofico che mette in luce alcune assunzioni profonde sulla natura del tempo e dell’identità, assunzioni che, per quanto radicate, non sono benedette dalla necessità logica. Devo anche aggiungere che non tutto nella critica di Mugnai mi sembra condivisibile. Per esempio, Severino non ha bisogno di assumere “che la copula del giudizio equivalga comunque alla relazione d’identità”, come invece vuole Mugnai; gli basta sostenere che equivalga all’identità nel caso de ‘la legna è cenere’, e Mugnai non fornisce un argomento per mostrare che in questo caso particolare la copula non esprime la relazione d’identità. Il principio di carità interpretativa imporrebbe qui di aggiustare l’argomento di Severino e, per esempio, riscrivere la sua premessa come ‘la legna che ho messo nel camino un’ora fa è (identica al)la cenere che è nel camino ora’ (in questo caso abbiamo a che fare con due descrizioni definite, come richiede anche Mugnai; si pensi a un caso che può sembrare meno strano: ‘Il bambino che conobbi trent’anni fa è il presidente degli Stati Uniti’3). Come abbiamo visto, da qui all’asserzione della nullità del divenire la strada è ancora tanta, e tutta in salita; ma le asperità del cammino non dipendono direttamente da un’errata concezione della copula.

Ciò detto, il problema è che Severino sembra comunque ritenere che la copula esprima l’identità in tutti i casi e contro questo punto la recensione di Mugnai non fa che ricordare alcune distinzioni che sono ormai parte integrante dell’attrezzatura concettuale di base delle logica e della filosofia. Mugnai usa le sue obiezioni come punto di appoggio per una polemica più ampia concernente lo scarso rispetto per le argomentazioni (e in generale per la logica) in filosofia e la conseguente possibilità di contrabbandare tesi “estreme” (l’inesistenza del divenire) a partire da “un insieme elementare di pensieri” che si può acquisire “con poca fatica”. Dato questo aspetto polemico, la recensione richiama sicuramente una reazione robusta che non si fa attendere. Nello scambio che segue (pubblicato sul numero di luglio della Rivista), Severino ribadisce alcuni dei suoi punti, alzando un pochino il tono della polemica, e Mugnai riconferma a sua volta la propria posizione.

Fin qui, se facciamo astrazione da una certa acidità di fondo, siamo nei limiti di una controversia accademica su un dettaglio che rischia di non suscitare l’entusiasmo dei lettori. Ma al di là del contenuto della critica l’episodio e le sue strane conseguenze hanno un certo interesse socioculturale4 perché la polemica si sposta da un mensile come quello che state leggendo—che tradizionalmente ospita recensioni critiche—alla stampa quotidiana e settimanale e in questo movimento mette inevitabilmente in moto un meccanismo di analisi e di valutazione un po’ differente. Nell’inserto Domenicale del Sole 24 Ore Armando Massarenti (“Severino, ragioni sul nulla”) annuncia il 1 giugno la pubblicazione imminente sulla Rivista dei Libri dell’articolo di Mugnai dandone un resoconto favorevole. L’articolo di Massarenti non è né imparziale né moderato: “prendersi gioco della filosofia di Severino, unica al mondo per il suo stravagante ‘ritorno a Parmenide’”, sarebbe “sin troppo facile”; è un articolo critico che tuttavia sul piano fattuale non fa che riproporre le obiezioni di Mugnai.

Un’analisi degli interventi pubblici di Severino e di altri intellettuali nei mesi successivi alla pubblicazione dell’articolo di Massarenti contiene molti indizi interessanti su come la cultura accademica italiana concepisce il dibattito. Ricevere critiche non è piacevole come non è facile farne. Ma questa dialettica fa parte del gioco, se si ritiene che la conoscenza avanzi anche tramite la discussione; alla peggio si può sempre cogliere l’occasione per meglio chiarire i propri assunti ed eventualmente per giustificarli. Ora, tanto per cominciare da alcune questioni di fatto, Severino non fa niente di serio per difendere le sue idee, in quanto:

(1) Si limita a ripeterle5,

(2) Si appella a formulazioni superficialmente simili alle sue ma del tutto prive di pertinenza o fuor di contesto...6: Per esempio, nella ricerca di pezze d’appoggio per la tesi dell’inesistenza del divenire, sostiene che “...il matematico H. Weil, ancora a proposito della teoria della relatività, scriveva: ‘L’universo “è”, e non “diviene” ’ ”. Usare questa affermazione di Weil è scorretto, in primo luogo perché non è affatto certo che “diviene” sia usato da Weil nello stesso senso in cui lo usa Severino, e soprattutto perché Weil non cerca di dimostrare che il divenire è contraddittorio, ma cerca di mostrare la plausibilità di una descrizione del mondo in cui non vi sia bisogno di ricorrere al concetto di divenire. Si noti che l’esistenza di una teoria in cui non sia necessario ricorrere al concetto di divenire non prova di per sé che il divenire non esiste. Al massimo tutto quello che prova è che si può tradurre da una teoria che fa esplicito uso del concetto di divenire a una teoria che ne fa a meno.

(3) ...o addirittura in quanto non corrispondenti a quello che vorrebbe far loro dire7: “Sfortunatamente per il professore [Mugnai], Russell scrive giustamente che ‘una delle proprietà di x è quella di essere identica a x’... dove x è appunto il soggetto di cui si predica la proprietà di essere x, e cioè identico a x”. In pratica, Mugnai non avrebbe capito che anche per Russell (come per Severino) l’identità potrebbe venir predicata di un soggetto. Perché quest’obiezione non coglie nel segno? Il punto è che sebbene essere identico a x sia una proprietà, non ne consegue che l’identità sia una proprietà e non una relazione. Analogamente, essere compagno di Eva è una proprietà—relazionale—di Adamo; ma essere compagno di è una relazione che vige tra Adamo ed Eva. Non si predica, di un oggetto, l’identità, ma l’identità a qualcosa8.

Le azioni (1) e (2) sono anche interessanti per l’effetto retorico. Weil e Russell sono chiamati in causa senza preavviso, in un contesto che non offre al lettore la possiblità di valutare il ruolo di quest citazioni. Grandi firme che non possono che intimidirlo.

(4) Cita male il suo recensore stravolgendone le critiche9: “Il professor Mugnai vuole insegnarmi, tra molte altre cose, che già per Aristotele, nelle due proposizioni ‘L’uomo è un animale ragionevole’ e ‘L’uomo è bianco’, la copula ‘è’ ha un significato diverso. Nel primo caso indica un’identità tra il soggetto e il predicato, nel secondo caso, invece, indica una “proprietà” di Socrate. Credo di saperlo anch’io...”. Mugnai, come abbiamo visto, proprio non vorrebbe che nel primo caso sia un’identità a essere espressa10.

(5) Accampa un interesse specialistico per il soggetto del dibattito (logica) giustificandolo con un’esperienza di traduzione di un testo che peraltro è solo marginalmente un testo di logica11.

(6) Si paragona a Galileo, senza dirci perché mai dovremmo accettare il paragone12. L’unico paragone che si evince riguarda il fatto che Galileo, come Severino, avrebbe visto le cose come stanno, isolato tra i suoi detrattori. Una ricca aneddotica13 ha mostrato come questo tipo di riferimento a Galileo sia arrischiato in quanto costituisce un luogo retorico comune, quasi un segno distintivo, dell’insignificanza scientifica.

Fin qui ci troviamo su un piano pur sempre approssimativamente intellettuale. Quando passiamo dalle questioni di fatto a quelle di diritto, le cose prendono ben altra piega. Infatti Severino

(7) Lancia oscuri messaggi. “Certo, a volte càpita di dover bocciare qualcuno nei concorsi universitari” 14. “Una volta invece accadeva che io scrivessi da qualche parte un articolo, e che Il Sole 24 Ore lo riproducesse per intero... poi sono arrivati i contrordini”15 [corsivo mio].

(8) Attacca obliquamente Massarenti scrivendo al direttore del Sole16. Nella lettera Massarenti è definito “portaborse” di Mugnai e paragonato a un bambino perpetuamente in gita scolastica; la lettera è accompagnata da una richiesta di pubblicazione “in base alla vigente legislazione sulla stampa”, motivazione correttamente respinta da Massarenti (che ha comunque pubblicato la lettera, facendo osservare che se pure il suo articolo poteva urtare la sensibilità di Severino, non incorreva in un reato).

(9) Invoca il proprio prestigio e lo fa chiamando in causa persone che non sono necessariamente competenti a giudicare la sua opera filosofica.

Dobbiamo dire qualcosa di queste persone chiamate in causa, e di quello che loro fanno. Firmano una petizione raccolta da Umberto Galimberti e I. Valent, in cui esprimono il loro “sconcerto per il tono palesemente screditante, non giustificato né dal legittimo fine polemico né dalle comprensibili esigenze della divulgazione” dell’articolo di Massarenti e in cui asseriscono che “operazioni giornalistiche di tal fatta incoraggi[a]no l’indifferenza-insofferenza per la cultura, intesa come lavoro critico e come esercizio argomentativo”. Il 15 luglio questa di per sé strana petizione viene inviata al Sole24 Ore ma non, come ci si potrebbe aspettare, sotto forma di una lettera a Massarenti (una lettera che poniamo, recitasse “Caro Massarenti, crediamo che ti sbagli nel comportarti così, ed esprimiamo il nostro sconcerto, ecc.”), ma sotto forma di un testo da pubblicarsi sul Sole e accompagnata da una seconda lettera al direttore al quale, per l’appunto, viene richiesta la pubblicazione. Ora uno può certo mandare le lettere e le petizioni a chi gli pare e con le motivazioni che più gli aggradano, ma è abbastanza significativo che si insinui nella normale articolazione del dibattito un richiamo all’ordine che non a caso passa per una via gerarchica.

La petizione non viene pubblicata e Massarenti risponde privatamente a Galimberti il 16 luglio 1997. Dal testo della sua lettera stralcio il seguente significativo passaggio: “Scopo dei dibattiti che io ospito e lancio sulla pagina “Scienza e Filosofia” è proprio quello di mostrare che una discussione razionale pubblica, basata su argomenti fondati, è possibile e produttiva anche su un quotidiano. L’intento è quello di fare un servizio alla cultura, non certo di affossarla. Ora, con la lettera che mi hai spedito, un gruppo di persone molto più importanti di me in pratica mi chiede —anzi chiede la mio direttore — di smetterla e di tacere. Io dovrei rinunciare — forse per sempre? — a criticare le idee di qualcuno solo perché questo qualcuno ritiene che le sue idee siano esenti da ogni possibilità di critica? Ma non lo sapete che la libertà di parola e il diritto di critica [...] sono sanciti dalla Costituzione? Mi stupisco che un gruppo di intellettuali oggi, in Italia, possa firmare un appello così incivile, intollerante e liberticida. L’unico modo per continuare decentemente la discussione è che il diretto interessato provi a mandare un altro intervento, magari fornendo argomenti più solidi di quelli forniti finora.”

(10) Di fronte all’insuccesso della petizione Severino erge un dito accusatore contro Il Sole 24 Ore colpevole di non averla pubblicata17, prendendo lo spunto dall’uscita, sempre sul Sole, di un articolo di Michele Dummett (docente di filosofia a Oxford) “così diverso dallo stile recentemente adottato da questo giornale nei miei riguardi”. “In compenso trovo anche comprensibile che Il Sole 24 Ore abbia evitato di pubblicare la protesta che un gruppo di personalità italiane gli ha rivolto relativamente a questo episodio. In effetti è duro per un giornale render noto che hanno espresso dissenso per il suo comportamento uomini di cultura come Bo, Tadini, Martinazzoli, De Giovanni, Sasso, Borgna, Gargani, Vitiello, Masullo, Semerano, Piro, Ceruti; e scienziati come Bertola, Sindoni, Somalvico—su invito di un comitato promotore rappresentato da Galimberti e Valent (tutte persone che qui ringrazio, ben sapendo che il loro intervento non riguarda tanto me, quanto piuttosto il modo di fare cultura)”.

Massarenti il 1 agosto risponde (“Caro professore, le dispute si fanno con le idee non con le firme”) che la pubblicazione dell’articolo di Dummett “non era intesa riscattare le malefatte” nei confronti di Severino, e che il Sole sarebbe ovviamente ben disposto a pubblicare un intervento argomentato di Severino.

Non ho bisogno di dilungarmi su come dovrebbe svolgersi un dibattito, perché la reazione di Severino mostra praticamente tutti i modi in cui non dovrebbe svolgersi un dibattito. Si noterà oltre tutto come questo comportamento tradisca una scarsa considerazione per il lettore e la sua intelligenza. Come se non fossimo in grado, tutti noi che leggiamo Il Corriere o La Stampa o Il Sole, di farci un’idea di chi scrive e del perché scrive; di capire se scriva per informarci o divertirci o se invece non lo faccia per certi suoi fini particolari.

L’errore di Vattimo

Lo scambio tra Severino, Mugnai e Massarenti è venuto a saldarsi in modo apparentemente accidentale a una discussione sulla natura della filosofia e sulla distinzione tra uno stile ‘analitico’ e uno stile ‘continentale’ in filosofia. La saldatura è esile ma non è accidentale; ha un responsabile nella persona di Gianni Vattimo, docente di Estetica a Torino. Vattimo (“Filosofia, la verità pretesa”, La Stampa, 28 Luglio 1997) ha preso anch’egli spunto dalla pubblicazione dell’articolo di Dummett di cui sopra per segnalare il suo dissenso dalla ‘linea’ del Sole riguardo a Severino. Vattimo scrive: “Lo scritto di Dummett avrà probabilmente anche l’effetto indiretto, ma non meno importante, di costituire un passo verso il superamento delle polemiche piuttosto aspre che proprio sul supplemento domenicale del Quotidiano economico milanese si sono sviluppate nelle settimane passate e che hanno avuto per obiettivo un grande filosofo italiano e ‘continentale’, Emanuele Severino, attaccato, o se si preferisce l’eufemismo: discusso, proprio con argomenti che si rifanno alla tradizione analitica”.

(Ora se apriamo una parentesi e riandiamo indietro di un mese a leggere “Troppo buon senso anti-Severino”, su La Stampa del 16 giugno 1997) troviamo un’analoga presa di posizione di Vattimo con una sfumatura un tantino diversa: “Figuriamoci se chi, come il sottoscritto, non condivide per niente il neoparmenidismo di Emanuele Severino... non si è divertito a leggere la polemica aperta due settimane fa dal Sole 24 Ore contro di lui, con il seguito di botte e risposte”. Vattimo aggiunge che “...ciò che più colpisce, e dovrebbe far riflettere anche Massarenti e gli altri responsabili culturali dell’ottimo supplemento domenicale del giornale milanese” [corsivo mio] “è la sensazione che, almeno per quanto riguarda l’attualità filosofica, qui si stia esagerando in buon senso”. Il grido d’allarme è di per sé condivisibile18; l’invito lo è meno.)

La discussione che si è in seguito spostata sulla distinzione tra filosofia analitica e filosofia continentale è vissuta di vita propria—con varie proposte che vanno dai progetti conciliatori alla riaffermazione delle differenze. Non è questo il luogo darne una valutazione e dirò quindi soltanto che un filosofo professionale rischierà di far fatica a riconoscersi nell’una o nell’altra delle posizioni che vanno sotto le etichette di ‘analitico’ e ‘continentale’ per come sono state presentate al pubblico19.

Vattimo commette un errore di giudizio nel far ricadere le critiche rivolte a Severino sotto una controversia più generale, e niente affatto ben definita, tra due correnti filosofiche. La controversia ha tutti i diritti di procedere sulle sue gambe ma se viene associata al caso Severino è soltanto fumo negli occhi. Non è in quanto filosofo continentale—si ha il diritto di sperare—che Severino rifiuta di venir criticato.

Libertà di espressione

Giunti a questo punto manca soltanto la morale della favola. La quale è abbastanza semplice: la cultura italiana20 fatica ad accettare il diritto di critica, dato che la critica è vista come un’azione che ha come oggetto non le idee ma le persone che esprimono tali idee. In questo senso andrebbero letti, temo, anche gli inviti soporiferi alla mutua conoscenza e al “dialogo” lanciati nello sviluppo del dibattito. Come si spiega questa conclamata santità dell’espressione intellettuale? Che il fatto stesso di avere espresso un’idea possa attribuire un diritto all’inviolabilità è semplicemente l’indice di una cultura che ancora accetta lo stato di tutela in cui gli individui hanno qualcuno che pensa in loro vece; oppure di una cultura che da poco si è liberata dalla tutela e fa i primi timidi passi nella libertà di espressione. Un individuo che riesca ad esprimere una cosa con parole sue, che diamine, è già quasi un miracolo. Mettere in dubbio la sua eccezionalità è un atto oscurantista. E a questo punto si è facili vittime di un sofisma: in nome della libertà di espressione si giunge misteriosamente a negare il diritto di critica. Siamo preda, qui come in altri campi della vita civile, di un equivoco romantico che mostra quanto poco il senso profondo della rivoluzione illuminista sia stato compreso e assimilato.


1 La recensione di Mugnai tocca svariati aspetti; per brevità userò il filo conduttore della discussione sull’identità.

2 Non intendo sostenere che la distinzione sia accettata universalmente. Tuttavia è opinione generale che negarla richieda argomenti abbastanza solidi.

3 Severino mi sembra fare un’osservazione che va in questa direzione nel punto 2 della sua risposta a Mugnai, “A proposito di ‘Severino, il nulla e l’identità’ di Massimo Mugnai”, La Rivista dei Libri, Luglio 1997.

4 Che è l’unico oggetto del presente testo. Sarebbe pertanto scorretto interpretare le mie osservazioni come una valutazione complessiva della filosofia di Emanuele Severino.

5 E. Severino, “A Proposito di ‘Severino, il nulla e l’identità’ di Massimo Mugnai”, La rivista dei libri, Luglio 1997; cfr. la risposta di Mugnai, ivi.

6 “Il nulla, i bambini e i maestri”, Il Sole, 8 Agosto 1997.

7 “L’ingiuria nobile arte”, Corriere della Sera, 31 agosto 1997.

8 Russell è citato particolarmente a sproposito se si pensa che riteneva la confusione tra predicazione e identità un esempio di come “per mancanza di cura in partenza, vasti e imponenti sistemi filosofici siano costruiti su confusioni sciocche e banali che si sarebbe tentati di definire giochi di parole se non fosse per il fatto abbastanza incredibile che sono involontarie” (Nota 5 al cap. 2 de La conoscenza del mondo esterno).

9 “Il nulla, i bambini e i maestri”, Il Sole, 8 Agosto 1997.

10 M. Mugnai, “Professor Severino, per favore non mi citi a sproposito”, Il Sole, 15 Agosto 1997.

11 “L’ingiuria nobile arte”, Corriere della Sera, 31 agosto 1997; si tratta de La costruzione logica del mondo di Carnap.

12 “L’ingiuria nobile arte”, Corriere della Sera, 31 agosto 1997.

13 Martin Gardner, Fads and fallacies in the name of science, Dover, 1952.

14 “L’ingiuria nobile arte”, Corriere della Sera, 31 agosto 1997.

15 “Il nulla, i bambini e i maestri”, Il Sole, 8 Agosto 1997. “Ordini” e “contrordini” immediatamente smentiti da Armando Torno, responsabile delle pagine culturali del Sole.

16 “Il nulla, i bambini e i maestri”, Il Sole, 8 Agosto 1997.

17 “Il tramonto della verità”, La Stampa, 31 Luglio 1997.

18 Anche se Massarenti obietterà che “Il buon senso non è mai troppo” sul Sole del 22 giugno.

19 La ragione principale è che vengono date due immagini caricaturali della filosofia analitica e della filosofia continentale. Anche autorità di grosso calibro come Giovanni Reale (“Siamo metafisici inutile negarlo” Il Sole, 12 Ottobre 1997) possono ancora scrivere che “solo a gran fatica si è cominciato da qualche tempo a liberarsi” dalle “posizioni metafisiche estremistiche... assunte dai Neopositivisti del circolo di Vienna” e che non trovano ancora adeguate “certe rivalutazioni della metafisica come quella di Ayer”.

20 Anche se non serve considerarsi provinciali. Le reazioni in Francia alla pubblicazione del di Sokal e Bricmont Impostures intellectuelles (Parigi: Odile Jacob 1997) mostrano sin qui quanto alla cultura francese—in questo non diversa da quella italiana—sia estranea la nozione di dibattito argomentato.

Trascenderei tranquillamente da ES e dagli altri membri della setta di San Sebastiano. Avendo letto e meditato le loro corbellerie in tenera età, e non avendo riscontrato negli anni recenti alcuna evoluzione in direzione del senso compiuto, continuo a ritenere un'autentica perdita di tempo considerarne gli scritti. Tanto varrebbe leggersi l'opera omnia di Wanna Marchi o quella di Mike Bongiorno.

Ora, ci troviamo di fronte a due vie: o rimaniamo all'interno di questo nichilismo di Nieztsche e successori oppure proviamo ad andare oltre.

Non vedo che cosa di "nichilista" si possa trovare in Nietzsche: oltretutto lui detestava esplicitamente questa attitudine e la attribuiva semmai a cristianesimo e altre forme di ascetismo (Nella "Genealogia della morale" paragona il nichilismo a un "buddhismo per europei"). Ed e' proprio per questo che considerava il Parmenide caro a Severino "gelido" e "non-greco" e abbracciava entusiasticamente il "panta rhei" di Eraclito.

A prima vista credo che tu stia esagerando l'importanza dell'uguaglianza, che tu poni come punto di partenza nel tuo ragionamento.

In sostanza sembra che secondo te il bello della democrazia stia in un grado di eguaglianza che solo un'adeguato livello di progresso tecnologico può consentire. Un ragionamento un po' unidirezionale.

Io credo invece che il bello della democrazia sia il fatto che, almeno in qualche situazione, possiamo comportarci in modo libero. Possiamo esprimere, usare la nostra libertà. Troverei quindi molto più stimolante, in una dissertazione sulla relazione fra democrazia e tecnologia, riferirmi al valore della libertà, oltre che a quello dell'uguaglianza.

Toglici i filosofi e mettici un po' di Stallman... magari viene qualcosa di più originale.

1) esplicita meglio la natura della relazione causale "incrociata" tra progresso tecnico e democrazia; raggiunto un certo livello di progresso tecnico siamo democratici? Il livello per restare tali si alza nel tempo? (mi viene da pensare all'italia, la cui tecnologia-produttività è stagnante da un po' e in cui si amplia sempre di più l'utilità di servi e servetti, e in cui la democrazia, soprattutto nel senso di cui parli tu, sembra sempre più debole).

2)La compatibilità rispetto agli incentivi della democrazia è interessante; stando alla tua definizione di democrazia, la cosa dovrebbe suonare come: non c'è interesse a "fingersi" con diversi diritti perché quello che si ottiene dall'averli uguali da luogo a un payoff maggiore, e questo grazie alla tecnologia che, se pesca in un cesto "democratico", sputa fuori esiti migliori. La mia domanda in merito è: la tecnologia è da intendere in senso stretto/tecnico (quindi tosta pane, computer e così via), o anche come libertà di combinare tosta pani e altri fattori come meglio si ritiene? Forse questo in parte si lega al tuo dubbio finale. Quindi secondo me devi dare una definizione più accurata di cos'è in questo tuo ragionamento la tecnologia.

comunque, anche se non ci sono F.O.C., variabili di costato e coni convessi, direi che è una cosa molto più "economica" di quanto uno potrebbe giudicare basandosi sulle citazioni di cani e filosofi (c'è addirittura l'assioma iniziale restrittivo, per giunta già criticato!). I sociologi non capiranno.

Non sono in grado d'imbarcarmi in una disamina organica e approfondita dell'argomento, butto alcune impressioni qua e là...

 

La definizione di democrazia che preferisco è quella popperiana, di un sistema di governo che garantisce il cambiamento delle politiche e l'avvicendamento dei governanti senza spargimenti di sangue. Non so cosa pensasse esattamente Popper della democrazia cristiana (OK questa battuta faceva più effetto prima del '93).

 

Un'altra che mi piace è quella per cui la democrazia è il diritto della maggioranza di decidere nel rispetto dei diritti delle minoranze. (In questo senso, anche gli USA di oggi a causa del vulnus prodotto da una legislazione che contempla la pena di morte non rientrano in pieno in questa definizione).

 

Sono d'accordo con chi trova che il concetto esposto qui somiglia invece di più alla “rule of law”, dato che non fa alcun riferimento al rapporto tra governanti e governati. Dato che comunque la democrazia è innanzitutto un sistema di governo, sembra una concezione manchevole più di altre...

 

“democrazia popolare” è un orrendo pleonasmo inventato per nascondere un'altrettanto orrenda sostanza.

 

Il legame tra democrazia (e stato di diritto e diritti civili) e tecnologia ricorda un po' il problema dell'uovo e della gallina. In generale quello che si verifica è che la democrazia ha bisogno di essere sostenuta da una maggioranza di cittadini che pensano di passarsela meglio rispetto ai loro omologhi di stati vicini, che si parli di Atene e Sparta o della cortina di ferro poco importa.

“Star meglio” è una percezione legata ai fondamentali economici, alla percezione della propria libertà, alla partecipazione a un progetto condiviso etc. e quindi diventa interesse di un governo democratico garantire questi valori (tutti favoriti dallo sviluppo tecnologico per altro) per restare in sella.

Ma alla fine le risorse investite a tale scopo si tradurranno in maggiore creatività, maggiore intraprendenza, maggiore libertà d'azione insomma qualcosa che favorirà lo sviluppo economico e tecnologico, e ciò a sua volta avrà una retroazione positiva anche sulla democrazia.

Alla fine potremmo dire che la democrazia è tecnologia, nel senso che ha sullo sviluppo delle tecnologie lo stesso effetto benefico che può avere una scoperta scientifica in un settore contiguo.

(Questo peraltro è un fatto ben noto a chiunque abbia giocato una volta nella vita a Civilization).

Tra l'altro, trattandosi di un processo basato su una mutua interazione si spiega perchè il semplice travaso di tecnologia in paesi arretrati e governati da regimi dittatoriali può benissimo non avere nessun effetto sulla loro democratizzazione. (internet è un formidabile strumento di libertà nei paesi democratici e di controllo e di repressione nei paesi non democratici).

 

Quindi tendo a pensare che finchè lo sviluppo tecnologico sarà funzionale alla conservazione del potere la democrazia continuerà a esistere, perchè funzionale allo sviluppo tecnologico.

Mi viene anzi da considerare che la fase di maggiore vitalità delle democrazie occidentali (grosso modo tra la seconda guerra mondiale e gli anni '70) abbia coinciso non a caso con la più grande rivoluzione tecnologica della storia. Ma non è detto che la rilevanza della tecnologia rispetto alla politica duri per sempre: la bomba H e le missioni Apollo sono chiaramente un fattore decisivo per la supremazia mondiale. Facebook forse un po' meno.

 

 

Un'altra che mi piace è quella per cui la democrazia è il diritto della maggioranza di decidere nel rispetto dei diritti delle minoranze

A me fa un po' di paura pensare che sia una maggioranza a decidere cosa comporta il rispetto e cosa siano i diritti di una minoranza.

 

Thomas Jefferson called this elective despotism:

All the power of government, legislative, executive, and judiciary, result to the legislative body. The concentrating these in the same hands is precisely the definition of despotic government. It will be no alleviation that these powers will be exercised by a plurality of hands, and not by a single one. One hundred and seventy-three despots would surely be as oppressive as one…An elective despostism is not what we fought for.

 

Beh no non la metterei così. Il pericolo evidenziato da Jefferson si supera con la divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ed è quest'ultimo che stabilirà se siano rispettati i diritti delle minoranze. Naturalmente in ultima analisi cosa sia diritto è stabilito dalle leggi, approvate da una maggioranza... ma non vedo via d'uscita se non appellandosi a corti giudiziarie extranazionali o a un "diritto naturale" che può essere quasi impossibile da definire esattamente ma che perlomeno per gli abusi estremi può essere sufficiente. (cioè, è chiaro che non sarebbe stata democrazia se Hitler decideva di gassare sei milioni di ebrei dopo un bel referendum. E' altrettanto chiaro che questo è un caso estremo).

Io trovo il tema interessantissimo, ma piuttosto che commentare il tuo "modello" suggerirei questi spunti aggiuntivi:

Condizione necessaria (non sufficiente!) per il funzionamento di una democrazia è lo sviluppo di tecnologie di comunicazione (e trasporto) adeguate alle dimensioni del sistema, dove per dimensioni intendasi la convoluzione dell'estensione geografica con l'estensione sulle classi sociali effettivamente coinvolte nei meccanismi democratici. Infatti mi pare impensabile che un sistema democratico possa funzionare a meno che tutte le persone attivamente coinvolte (diciemo gli elettori) non siano messe in condizione di informarsi, scambiare opinioni, condividere interessi culturali ed economici ecc... Tanto più grande è il sistema, tanto più tutto ciò richiede tecnologia. Per fare qualche esempio: l'Agorà + comunicazione a distanza tramite lettere o tavolette d'argilla andava bene per le piccole democrazie delle Polis (di solito limitate ad un sottoinsieme ristretto dei cittadini), il secondo grande passo sono stati il telegrafo + la stampa + la ferrovia per le democrazie borghesi del diciannovesimo secolo, quindi il telefono +  la radio + la televisione + l'automobile + l'aereo per le democrazie "popolari" (nel senso di estese a tutte le classi sociali e ad entrambi i sessi) del ventesimo secolo. Forse internet giocherà davvero un ruolo nel secolo in corso? Penso di si.

Le democrazie possono collassare per molte ragioni, ma una è probabilmente l'estensione del sistema oltre i limiti di sostenibilità delle tecnologie in uso... in questo senso la democrazia è "technology driven". Ma le stesse tecnologie che possono permettere lo sviluppo di livelli più pervasivi di democrazia si prestano anche a sviluppi alternativi, per esempio possono essere ben utilizzate per capillarizzare il controllo e la propaganda in un regime dittatoriale.

 

 

Non so se avro' tempo per leggere l'articolo e farti un refere report (comunque ci provero') ma intanto provo a darti un suggerimento: Perchè non accompagni la tua relazione con la canzone (video clip) Democracy di Leonard Cohen (quello di Suzanna per intenderci....).

condizione necessaria di "democrazia" la totale uguaglianza formale di chiunque sia in grado d'intendere e volere a fronte delle leggi.

e

la discriminazione, il trattamento differenziale di un essere umano (capace di intendere e volere, questo è importante e ci ritorno sotto) in una qualsiasi circostanza legale o formale ci pare non solo assurda ma sconveniente

La tua definizione di democrazia mi lascia dubbioso, anche perchè ruota intorno al concetto di "capacità di intendere e di volere" che - almeno così mi pare - non hai più approfondito nel tuo articolo.

L'enfatizzazione della capacità di intendere e di volere, infatti, mi pare superflua da un lato e  pericolosa dall'altro.

In primo luogo dobbiamo intenderci. In campo legale il concetto di capacità di intendere ha un preciso significato, vale dire la capacità di rendersi conto delle proprie azioni e di determinarsi di conseguenza: in questi termini, non tutti i soggetti hanno tale capacità, dato che non la hanno i minori, gli interdetti e così via. Questi soggetti sono però fuori dalla tutela democratica ? Certo che no, ed anzi una delle conquiste democratiche è stata proprio quella di estendere progressivamente anche agli incapaci le tutele e le garanzie della legge. Verò è che un incapace non può concorrere alla gioco elettorale, ma non subisce un trattamento differenziale nei propri diritti per il fatto stesso di essere incapace.

A meno che tu non ti riferisci alla capcità giuridica, ossia la capacità di essere soggetto di diritto, di assumere diritti e doveri, quella che per l'art. 1 del nostro codice civile si acquisisce al momento della nascita. Se così è, allora la tua definizione diventa pericolosa, perchè è stata proprio la limitazione o l'esclusione della capacità giuridica il meccanismo attraverso il quale a determinati soggetti sono stati preclusi i diritti, non a caso le leggi razziali del 1938 modificarono l'articolo 1 c.c. aggiungendoil seguente comma

Le limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall'appartenenza a determinate razze sono stabilite da leggi speciali.

Non a caso, ancora, gli schiavi nell'america di Thomas Jefferson e di Ben Franklin erano privi di capacità giuridica - con ciò quindi essendo cose - il che non escludeva "la totale uguaglianza formale" di coloro che invece erano dotati di capacità giuridica, vale a dire gli u.s. citizens: insomma, giocando con la capacità giuridica puoi avere società "democratiche" secondo la tua definizione, che demcratiche però non sono, secondo il comune sentire attuale.

concordo con il Jefferson citato da Ludovico Pizzati: la democrazia (intesa come sistema di governo) in sé non garantisce nulla, tantomeno di poter evitare un despotismo elettivo (vedansi infatti gli esempi hitleriano e mussolino).

l democrazia intesa come strumento (quindi ANCHE come sistema di governo) può essere molto conveniente ai cittadini, ma altrettanto conveniente a chi, in alto, sapesse far buon uso delle sue caratteristiche (libertà di espressione, associazione, pensiero e parola, suffragio universale), fino a renderle in apparenza assolute e garantite, ma in sostanza assolutamente vuote. un esempio tipico , per me, è l'Italia degli ultimi 60 anni dove, facendo leva sul disgusto per il periodo precedente che negava le libertà più elementari (non parlo, non dico, non scrivo, non pretendo nemmeno di votare altrimenti son mazzate), s'è costituito un sistema nel quale tutti si illudono di essere garantiti nelle sullodate libertà (e in parte lo sono), ma le libertà stesse non valgono nulla, perché il sistema non permette un loro effetto concreto.

in sostanza, se prima non potevo parlare pena mazzate, ora parlare posso, ma la mia libertà di parola equivale ala mia libertà di ficcarmi le dita nel naso: bella, comoda, gratificante e catartica, ma del tutto inutile perché chi dovrebbe ascoltare è stato creato senza orecchie.

quanto al resto (e chiudo): il concetto di uguaglianza universale è effettivamente nato con Gesù Cristo, almeno in questa parte del mondo, e s'è innestato felicemente su un concetto greco di "democrazia" intesa come decisione collegiale (di eletti da classi accuratamente scriminate) a maggioranza, e su un altrettanto valido principio romano di "Rule of Law", secondo il quale tutti i cittadini romani liberi, of course) sono soggetti alla legge, e da essa garantiti. la mescola di questi tre principi ha portato all'evoluzione delle idee e dei sistemi di governo democratici, con tutti i deragliamenti, i passi falsi, i passi indietro che storia, economia, malattie, vicini turbolenti et similia hanno imposto all'Europa.

tecnologia e democrazia invece, per me, non sono necessariamente legate: Singapore è estremamente avanzato dal punto di vista tecnologico, ma non è una democrazia, l?india (o la Polonia di metà '800) è una democrazia da lungo tempo, almeno formalmente, ma quanto a progresso tecnologico è soltanto agli inizi. occorre inoltre considerare cosa si voglia intendere per tecnologia, e io credo che valga in genere il principio per cui non s'è mai abbandonata, nella storia, un'innovazione tecnologica se l'abbandono avesse causato la perdita di vite umane o l'abbassarsi del benessere della popolazione (se non in casi molto rari e chiaro esempio di regimi e mentalità non democratiche, si pensi alle ferrovie del Laos o alle gesta di PolPot). di conseguenza, un avanzamento tecnologico può avvenire indipendentemente dal tipo di società che lo produce (intesa come sistema politico/legislativo), e si relaziona all'eventuale democraticità qundo raggiunge un sufficiente numero di persone (contribuendo, con questo, anche a determinare un eventuale cambiamento del regime politico del luogo). senza andare tanto sul difficile, mi vengono in mente le fognature coperte, l'acqua corrente in casa, l'illuminazione a gas, tre innovazioni tecnologiche, relativamente recenti, che hanno permesso una lotta più efficace alle malattie, un affrancamento dalla fatica del trasporto dell'acqua, un aumento del livello culturale o semplicemente cognitivo della gggente. e - naturalmente - le conseguenze politiche di tali mutamenti.

dal profondo della mia ignoranza, faccioti i migliori auguri per il tuo speech.

il concetto di uguaglianza universale è effettivamente nato con Gesù Cristo, almeno in questa parte del mondo

Quest'interessante articolo sostiene che sia in realta' nato con Paolo di Tarso, e abbia rappresentato l'innovazione fondamentale che trasformo' una setta minore in una religione organizzata di grande successo.

Quest'interessante articolo sostiene che sia in realtà nato con Paolo di Tarso

Condivido, è Paolo che lo teorizza chiaramente per primo (da cui i miei caveat "anche se a ben guardare l'attribuzione è fasulla ed il signore in questione, sempre che abbia detto quanto gli mettono in bocca, non era necessariamente un democratico" .... The Atlantic arriva ben dopo decenni di teologia cristiana che ha ben argomentato il punto, per non parlare di Mircea Eliade). Di nuovo, vado a spanne, poi scriverò tutto per benino. Ma l'origine greco-cristiana ("greco" è importante, hence il ruolo di Paolo) mi sembra fuori di dubbio; piaccia o meno a quelli a cui questo fatto non piace e senza implicare che una religione è meglio di un'altra per questa ragione.

IL CENTURIONE “ROMANO”

 

Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: "Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente". Gesù gli rispose: "Io verrò e lo curerò". Ma il centurione riprese: "Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch`io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va`, ed egli va; e a un altro; Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa` questo, ed egli lo fa".  All`udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: "In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall`occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti". E Gesù disse al centurione: "Va’, e sia fatto secondo la tua fede". In quell`istante il servo guarì. (Matteo, 8)

 

Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao.  Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l`aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: "Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga". Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: "Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch`io infatti sono uomo sottoposto a un`autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all`uno: Va’ ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa".  All`udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: "Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!". E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito. (Luca, 7)

 

LA DONNA “CANANEA” (Gesù mette alla prova il pregiudizio etnico)

 

Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio". Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: "Esaudiscila, vedi come ci grida dietro".  Ma egli rispose: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele".  Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui dicendo: "Signore, aiutami!". Ed egli rispose: "Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini".  "E` vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni".  Allora Gesù le replicò: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri". E da quell`istante sua figlia fu guarita. (Matteo, 15)

 

Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non potè restare nascosto. Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ed egli le disse: "Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". Ma essa replicò: "Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli". Allora le disse: "Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia". Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato. (Marco, 7)

 

 

IL BUON “SAMARITANO”

 

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". E Gesù: "Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai".  Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?". Gesù riprese:

"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall`altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n`ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all`albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Và e anche tu fa’ lo stesso". (Luca , 10)

 

“SAMARITANA”, E PURE FEMMINA

 

Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevan sentito dire: Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni - sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli -,  lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea.  Doveva perciò attraversare la Samaria. Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio:  qui c`era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno.  Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: "Dammi da bere".  I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?". I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Ecc. ecc. (Giovanni, 4)

 

Se l’eccellente Robert Wright si facesse una ripassatina del Vangelo, ecco, non sarebbe male.

Il progresso tecnologico ha storicamente causato la progressiva democratizzazione dei sistemi socio-politici, tanto oggi come nei secoli che ci hanno preceduto.

Perfettamente d'accordo: era appunto quello che sostenevo qui. Pero' anch'io come altri hanno gia' fatto vorrei distinguere accuratamente tra "liberalismo/rule-of-law" e "democrazia nel senso di suffragio universale": le due cose sono compatibili solo quando la curva di Lorenz e' ragionevolmente rettilinea. Se non lo e', la seconda rappresenta un pericolo per la prima: applicare suffragio universale in condizioni di elevata diseguaglianza (tipiche di societa' preindustriali) conduce a una redistribuzione economica ope legis che previene l'accumulazione di capitale prima che quest'ultima ragiunga la massa critica necessaria all'industrializzazione. Peggio, fornisce un alibi alle oligarchie feudali per giustificare il loro potere, come accade attualmente p.es. in India.

In secondo luogo, non fermatevi :-) Tutto questo è veramente molto utile (incluso Cohen ... sarà incredibile ma io non conoscevo questa canzone ... Suzanne sì, almeno lì mi salvo!)

In terzo luogo, cerco di riflettere sulle critiche ed i suggerimenti (ringrazio anche i lettori che mi hanno mandato reports via email private) e ci ritorno sopra nel week end.

In quarto luogo, questo era un riassunto tagliato con l'accetta, quindi è pieno di semplificazioni orrende. In particolare ...

... quinto luogo, NON intendo proporre né una definizione "tecnica" (letterale?) di democrazia né, tantomeno, una definizione "normativa" (ossia: quella che a me sembra la più giusta ... anche perché non ce l'ho ma, se proprio devo scegliere, vado con quella del vecchio Riker (effetto pianodisopra a Harkness Hall, U of Rochester)). Voglio solo individuare quello che a me sembra il minimo comune denominatore delle condizioni necessarie perché la cosa che chiamiamo "democrazia" esista. Provo ad insistere su questo punto per cercare di chiarire il mio approccio.

Mi son chiesto: a cosa pensa una persona "media" del mondo occidentale odierno quando usa la parola "democrazia"? Quali requisiti minimi ha in mente per qualificare un sistema politico-legale come democratico? Che tipo di società ha in mente, dal punto di vista legale? Ogni sistema politico-elettorale può essere pensato come una maniera di "pesare" le opinioni dei cittadini al momento di prendere decisioni politiche (anche questo sarebbe da definire perché, siccome tutto è "politica", l'ambiguità è palese, ma tiro fuori di nuovo l'accetta e spero che ci si intenda). Ora, pensate ai pesi che applicate alle opinioni di ogni cittadino (ogni persona un peso) come una "misura" applicata allo spazio dei cittadini stessi. Un sistema totalmente autocratico-dittatoriale, per esempio, dà misura positiva ad una singola persona e zero a tutti gli altri. Un sistema aristocratico assegna una misura positiva ad alcuni soggetti (per dire, 3 ai duchi, 2 ai conti, 1 ai marchesi ...) e zero al resto. Eccetera. A me sembra che il cittadino occidentale medio contemporaneo quando parla di democrazia abbia in mente un sistema che assegna la stessa misura a tutti i cittadini - insomma, la democrazia è la misura di Lebesgue sull'intervallo [0,1]. Questo è (quasi) ovvio in sede elettiva (una persona un voto) ma - mi sembra e può essere che mi sbagli - questo deve applicarsi anche a tutte le istanze "legali" (ossia, regolate da una qualsiasi legge) in cui i cittadini possano trovarsi. Formalmente i cittadini devono essere tutti trattati in modo uguale perché si possa avere "democrazia": hanno tutti uguale accesso (formale) ai contratti disponibili, godono tutti di tutte le protezioni che la legge offre, sottostanno tutti ugualmente a tutti i doveri che le leggi impongono, e così via. Insomma, i cittadini devono essere FORMALMENTE identici perché vi sia "democrazia". La democrazia, nella testa del cittadino occidentale medio contemporaneo, non c'è se alcune persone (in quanto tali) godono di privilegi legali d'un qualsiasi tipo, privilegi negati ad altri. Esempio banalotto: c'è democrazia se vale la regola di "una persona un voto" ma solo alcuni hanno diritto alla libera espressione delle opinioni? Oppure: solo alcuni possono formare partiti politici? O anche: solo alcuni possono acquistare o vendere case, terreni, aziende? Viaggiare all'estero? Sposarsi o divorziare? Sottoporsi all'esame per la patente? Per dirla con il linguaggio, corretto, di Sabino: la democrazia presuppone (richiede) che tutti (alla nascita) possano essere 'soggetto di dirittò e che le ragioni per cui tale diritto viene negato siano specificate in modo anonimo e secondo criteri oggettivamente verificabili .... e già qui, me ne rendo conto, mi infilo nelle sabbie mobili. In che senso è "democratico" un sistema legale che nega al "demente" (cosa definisce un "demente"?) l'essere soggetto di diritto? Ma da queste sabbie mobili credo di poterne uscire (se ne riparla, comunque ... e qui il progresso tecnologico gioca un ruolo perché "it enables" più persone ad essere soggetto di diritto ...). Ad ogni modo, questo è il mio punto di partenza, almeno intuitivamente.

Dateci dentro, grazie.

 

 

Credo che un'unica misura per le opinioni o lo spazio di ciascun cittadino avrebbe fatto inorridire Pericle, Socrate, Platone ed Aristotele insieme. Non credo che questa idea sia il nocciolo della democrazia e credo sia tutto da dimostrare che il cittadino comune pensa così.

Le pari opportunità sono invece un valore, ma questo è un'altro discorso.

L'argomento mi piace e vorrei, nel mio piccolo, dare un contributo, anche se assolutamente opinabile. Cerchero' anche di essere molto sintetico, sperando che questo non porti ad incomprensioni. Spero anche che quanto diro' qui non sia stato detto gia' da qualcuno, in tal caso scusatemi, non ho avuto tempo di leggere tutti i commenti :)

In brevissimo: secondo me la correlazione piu' diretta tra democrazia e tecnologia e' il fatto che la prima allarga lo spazio campione in cui la seconda puo' trovare dei risultati. Questo pero' tende verso il contrario della tesi di Michele: e' la tecnologia che ha bisogno della democrazia per avere piu' possibilita' di crescere.

La democrazia, per contro, ha bisogno della tecnologia per fornire al cittadino sempre piu' tempo e mezzi per poter applicare la democrazia stessa, ovvero informarsi e partecipare. Ma e' sempre dalla democrazia che si parte.

In realta' entrambe hanno senso in momenti e luoghi in cui c'e' fermento, ovvero numerose nuove idee o esperimenti, e ricambio, ovvero qualcuno di questi esperimenti ha effettivamente la possibilita' di arrivare in una posizione dominante o comunque conosciuto, tanto da diffondersi.

La tecnologia poi comprende molti campi: man mano che evolve si specializza e si approfondisce. Invece il concetto di democrazia, che pure si e' molto evoluto, ha un ambito specifico di applicazione, ovvero la gestione dello Stato.

Quindi si potrebbe avere una societa' non democratica e tecnologicamente avanzata in alcuni campi, meno avanzata in altri - perche' a chi dirige (non democraticamente) la ricerca o l'acquisizione di tecnologie interessano solo certe cose.

E' vero che avanzare tecnologicamente a lungo andare provoca un "effetto valanga" che spinge tutti i campi tecnologici in avanti, perche' alla base sono correlati. E per avanzare la tecnologia c'e' sempre piu' bisogno di persone istruite e informate, che sono la base per richiedere poi una democrazia anche dove non c'e'.

Riassunto finale: tecnologia e democrazia si autoalimentano perche' ciascuna si avvantaggia dell'altra, ma non sono l'una la conseguenza dell'altra: in specifico, possono esserci Stati non democratici e tecnologicamente avanzati, come Stati democratici e tecnologicamente arretrati - per quanto questa seconda opzione sia secondo me molto meno frequente.

EDIT: Ho letto adesso il commento di Baron Litron: sono essenzialmente d'accordo con lui, e mi associo agli auguri per lo speech a Michele.

Spero di essere stato chiaro nell'esprimere il mio pensiero, e di aver contribuito utilmente alla discussione.

 

 

 

Ho diverse osservazioni da fare:

  1. Non credo si possa identificare lo sviluppo tecnologico con quello economico.Da profano direi che la vecchia URSS se la cavava molto meglio col primo che col secondo, come oggi abbiamo stati (Pakistan, Corea Nord) con avanzate tecnologie nucleari e missilistiche e povertà difuse.La correlazione è evidente, l' identità mi sembra tirata per i capelli.
  2. Stessa cosa per il legame sviluppo economico-democrazia: la correlazione è evidente, e credo che un livello minimo di sviluppo sia necessario per mantenere la democrazia (rule of law, stampa e istruzione costano), ma ci sono troppi controesempi per stabilire una vera relazione causa-effetto (Singapore,Germania nazista, URSS,...).Ed il discorso sulle situazioni transitorie mi lascia perplesso, visto che spesso duran decenni e non vedo garanzie che le evoluzioni siano unidirezionali:lo Zimbabwe ai tempi dell' apartheid era relativamente ricco, la relativa democratizzazione l'ha portato alla rovina.Credo che Enzo non abbia tutti i torti a tirare in ballo la curva di Lorenz
  3. @Marco Boninu & c: credo che il vero punto dei vari filosofi sia la lotta per la sopravvivenza.La rilevanza della tecnologia è evidente, non ha bisogno di avvocati, credo che i filosofi se e sentano minacciati e reagiscano urlando che le manca l'anima.Magari in perfetta buonafede: se non credessero nella filosofia avrebbero fatto altro.
  4. @gmack: Civilization prova solo che Syd Meyer e M. Boldrin van daccordo su questo punto.

Allora, vediamo in primo luogo se ho capito la tesi.

1) Il principio democratico è stato sviluppato concettualmente in diverse epoche passate e in differenti aree geografiche.

2) Per la sua applicazione pratica, però, a livello universale, abbiamo dovuto attendere migliaia di anni. Più o meno fino al 20mo secolo - a seconda di cosa si definisca una "democrazia".

3) Ciò suggerisce dunque che lo sviluppo tecnico-economico sia fondamentale per lo sviluppo della stessa democrazia.

4) Ma sarà sempre così? Cioè, lo sviluppo tecnico-economico permetterà sempre una maturazione della democrazia?

 

Allora, facciamo qualche riflessione sparsa:

1) Non ho capito se qui si assume che sia la democrazia a favorire lo sviluppo tecnico-economico, o se invece sia quest'ultimo a favorire la democrazia. In entrambi i casi, così facendo si escludono tutti quei fattori che sono stati più volte rintracciati come causanti, o quanto meno favorevoli, allo sviluppo democratico:

- pace;

- commerci;

- omogeneità etnico-religiosa;

- assenza di nemici esterni;

- condizioni ambientali favorevoli.

In qualche maniera, credo, questi elementi vadano fatti rientrare nel modello.

 

2) Di base, qualcuno potrebbe cogliere un certo pregiudizio marxiano: lo sviluppo sociale sarebbe, almeno stando alle tue parole, determinato dai mezzi di produzione.

3) Questo pregiudizio viene in parte confermato con la domanda di fondo, che potrebbe essere così rifrasata: se la democrazia si è sviluppata grazie al capitalismo industriale, quale sistema politico ci aspetta nell'era della biotecnologia, di internet e dell'ICT?

4) Unica nota empirica: in URSS, lo sviluppo tecnologico è stato imposto e usato per sopprimere la democrazia. Quindi, relativamente alla parte finale, non è "sempre andata bene così". Ovvio, poi l'URSS è esploso, ma volevo solo far notare che non sempre tecnica e democrazia vanno per la stessa strada.

aa

Ecco il mio report.

Mi par che lo statement della tesi sia riassumibile in: 

Quando "tutti" sono potenzialmente più utili come produttori e scambisti che come schiavi, servi, servetti, negri/donne/spastici/cechi/quellochevoletevoi discriminati ed asserviti al "forte" di turno, allora la democrazia [...] diventa conveniente.

Le definizioni mi paion chiare, tutte. Manca pero' quella di "conveniente" nel passo sopra. Pareto superiore? Ma poco importa, in realta'. 

Lo statement e' chiaro ma manca la "prova". Mi spiego (capisco che non e' un paper accademico). C'e' un'intuizione: 

Quando "tutti" sono potenzialmente più utili come produttori e scambisti che come schiavi, servi, servetti, negri/donne/spastici/cechi/quellochevoletevoi discriminati ed asserviti al "forte" di turno, allora la democrazia (come definita sopra) diventa conveniente.

Ma com'e' che la tecnologia ha reso 

"tutti"  potenzialmente più utili come produttori e scambisti?

C'e' un qualche riferimento alla divisione del lavoro.... il riferimento a economie "indecomposable" ma non e' chiaro, specie al lettore che non conosca McKenzie. E' tutto qui', l'issue. 

Infine: e' la tecnologia cosi' come e' stata sviluppata a "causare" la democrazia, o ogni altra realizzazione della tecnologia - in diversi mondi paralleli - avrebbe avuto lo stesso effetto? Nel primo caso, allora bisognerebbe spiegare meglio quali caratteristiche  di questa tecnologia abbiano causato l'effetto. Nel secondo caso (dubito) allora forse non e' tecnologia, ma "sviluppo" o qualcosa di simile alla base di tutto. 

Secondo me con conveniente intendeva incentive compatible. La cosa più semplice cui pensare è la riduzione dei costi di trasmissione dei costi di trasmissione delle informazioni. C'è una vaga reminiscenza di Coase: alla diminuzione dei costi di transazione conviene decentrare le decisioni. Quando sarà possibile e sicuro votare via internet, ci saranno un sacco di referendum. 

il riferimento a economie "indecomposable" [...] non e' chiaro, specie al lettore che non conosca McKenzie.

Scusi Professor Bisin, ma non si dice "irreducible" ?

Mi sembra che la relazione tra tecnica e democrazia possa andare in qualunque direzione.

Culture con un livello tecnologico basso hanno in passato mostrato un elevato grado di egalitarismo/democrazia. Societa’ di cacciatori/raccoglitori, culture nomadi, Iroquois si caratterizzavano e si caratterizzano per una tecnica prossima a quella neolitica ma con meccanismi di distribuzione del potere e delle risorse equivalenti a quelle culture che classificheremmo come democratiche. Culture piu’ evolute come quella Azteca o feudale pur avendo una tecnologia superiore e piu’ diffusa non presentavano meccanismi piu’ partecipativi alla produzione e alla distribuzione delle risorse, cioe’ erano societa’ molto gerarchizzate e stratificate e poco democratiche. In sintesi, ad una agricoltura (come tipo di tecnologia) piu’ intensiva si associa una maggiore complessita’ dell’organizzazione statale, e una maggiore disuguaglianza con minore democraticita’. Una analisi etnografica piu’ sistematica produce una evidenza opposta a quella tratta invece da una osservazione da “economista” dei paesi moderni (dove i piu’ sviluppati sono anche quelli piu’ democratici). Si vuole illustrare una relazione universale tecnica / democrazia?

Nel paper la relazione tra tecnica e democrazia sembra non delimitarsi ai sistemi capitalistici moderni ma spazia anche in sistemi non capitalistici, o che di capitalistico hanno ben poco. Il contenuto di capitalismo nella cultura afgana o irakena e’ limitato, nonostante che magari bevano la coca cola e guidino fuori strada. Ora la relazione rischia di diventare a tre (capitalismo-tecnica-democrazia) e complicarsi. Circoscriverei l’analisi a un periodo / sistema economico o altrimenti bisogna collegare in qualche modo il capitalismo agli altri due.

La definizione di democrazia basata sul formalismo davanti alla legge (mi riferisco all’addendum sulla misura di lebesgue) sembra includere anche i sistemi socialisti, infatti alla nascita tutti erano uguali davanti alla legge, e le discriminazioni avvenivano ex post (tu X non la pensi come il gruppo dirigente e quindi...)  e non ex ante (tu non potrai mai pensare/essere come il gruppo dirigente e quindi...). Il contributo del socialismo al suffragio universale e alla giustizia e’ stato sostanziale. L’ideale socialista ha favorito una democratizzazione in senso moderno, ma in un brodo in cui non era forza ideologica dominante. Quindi nella definizione di democrazia ci vuole qualcosa in piu’...che restringa...mi pare che all’egalite’ ci voglia pure liberte’ per escludere i sistemi colletivistici.

Fatta questa premessa, non e’ spiegato come la tecnica possa avere un impatto non casuale sulla democrazia a meno che questa non permetta sistematicamente una maggiore produttivita’ di gruppi diffusi rispetto a gruppi concentrati. Se una tecnologia consente un maggiore differenziale di produttivita’ tra terra e lavoro (come nel sistema feudale, ovvero favorevole a un fattore produttivo concentrato) allora la terra e chi la possiede diventano un elemento piu’ centrale in quella societa’. Se il progresso tecnologico aumenta la produttivita’ del lavoro,  in questo caso la rilevanza dell’uomo aumenta e con essa la pressione democratica. Fortunatamente la tecnologia finora e’ progredita in diverse direzioni, nessuno ha potuto realmente condurla sistematicamente (forse in URSS?) in una data direzione e quindi ha favorito, di volta in volta, diversi gruppi senza crearne uno dominante in modo irreversibile. Ma qui non e’ questione di convenienza, ma di rapporti di forza in campo. I diritti “democratici” non sono mai stati concessi per convenienza reciproca, ma sempre conquistati.

Last but not least, il riferimento alla religione lo toglierei. Per il semplice fatto che  ogni religione dal jainismo all’islamismo, dal confucianesimo all’ebraismo hanno elementi che possono definirsi protodemocratici ed egalitaristi. Ma si trovano anche indicazioni contrarie e quindi rende il discorso meno chiaro. Paolo di Tarso o Gesu’?

qui mi ci voleva un nickname o meno barolo..

 

 

Certo, con "conveniente" intendo dire "incentive compatible" ... non so quale sia la traduzione standard italiana di quest'espressione, per cui me la sono inventata io:

ovvero “conveniente dati gli incentivi” (incentive compatible) nel linguaggio della teoria economica.

Provo a spiegare il modellino che ho in mente. Hai davanti un essere umano più o meno anonimo, assumiamo ti sembri più debole di te ed abbia in mano un chilo di pere. In quali circostanze è "conveniente" (ossia, incentive compatible):

- amazzarlo e prendergli le pere;

- schiavizzarlo, dargli da mangiare pane vecchio e farlo produrre altre pere per te;

- renderlo un servo della gleba tuo, promettendogli protezione da tuo cugino che vive nel castello accanto, permettendogli di tenere qualche pera ogni tanto;

- proporgli un contratto in base al quale lui ti vende tutte le pere che riesce a produrre e tu in cambio gli paghi un certo prezzo di mercato, e non gli rubi le pere di nascosto perché accettate entrambi che una parte terza faccia da guardiano, eccetera.

Io sostengo che (in media nell'equilibrio con tanta gente) la scelta fra queste alternative dipende dal tipo di tecnologia a disposizione tua e di quell'altro che hai di fronte. Con tecnologie primitive conviene amazzare o schiavizzare, tanto lasciarli liberi e permettergli di avere i tuoi stessi diritti non serve a molto. Ossia, non ti conviene. Con tecnologie che permettono la divisione del lavoro diviene più conveniente trattarci tutti da uguali, il che porta inesorabilmente a trattarci tutti da uguali anche sul piano politico. La mia ipotesi è che questo tipo di tecnologie cominciano ad essere disponibili e sufficientemente diffuse solo a partire del XVII-XVIII secolo, ed in quel momento sono disponibili solo in Europa. Poi si espandono, diffondono, eccetera. Ora le stanno adottando un po' ovunque.

Ovviamente il tutto non è né lineare né deterministico. "Puzza" di materialismo storico? Probabilmente, ma non mi preoccupa perché mi sembra che il ragionamento sul piano storico tenga abbastanza. Anzi, a ben pensarci mi sorprendo di quanto tenga se uno prende una prospettiva di lungo periodo. In particolare trovo sorprendente che in ogni fase storica ci sia qualcuno che teorizzano una qualche forma di "eguaglianza democratica" fra gli uomini. Ma, guarda caso, l'applicabilità del principio "uguali davanti alle leggi" viene ristretta a quei soggetti per i quali è economicamente conveniente farlo. Da Platone ai founding father, ai quali sembrava perfettamente logico e naturale avere migliaia di schiavi mentre proclamavano "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness. — That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed ..."

Il "trucco" che sta dietro al mio ragionamento e lo rende coerente con l'osservazione storica, ovviamente, è che interpreto la parola "democrazia" in un senso molto restrittivo da un lato (l'India delle caste, nel mio linguaggio, non è realmente una "democrazia") e molto ampio dall'altro (la Serenissima Repubblica del 1500 è quasi una "democrazia", sempre con il mio criterio ...). Su questo punto, mi rendo conto, casca l'asino o attraversa il guado. La questione quindi mi sembra: è vero che il meccanismo politico "democrazia" richiede necessariamente, per essere concepito, che esista un insieme di soggetti che trattiamo/consideriamo come "legalmente uguali"? Ossia aventi gli stessi diritti legali, ed il voto tra essi? Detto altrimenti, che NON basta avere il diritto di votare per avere democrazia nel senso intuitivo in cui la intendiamo comunemente (ragione per cui Cuba NON e' una democrazia)?

Per AlexCT

Scusi Professor Bisin, ma non si dice "irreducible" ?

Si', vero, colpa mia che ho introdotto il termine meno comune. Nell'articolo che io stesso cito McKenzie usa "irreducibility"; avrei dovuto controllare invece di andare a memoria. In altre istanze, in particolare quando si gioca con matrici per descrivere economie lineari, il termine "indecomposable" viene usato. In questo contesto vanno intesi come sinonimi e si riducono all'espressione intuitiva secondo cui le dotazioni dei vari agenti e l'insieme delle tecnologie disponibili sono tali che "se qualcuno ha del reddito, allora tutti hanno del reddito" a prezzi che sono compatibili con produzione positiva. Per i curiosoni, questa discussione si trova alle pagine 821-822 di "The Classical Theorem on Existence of Competitive Equilibrium", by Lionel W. McKenzie, in  Econometrica, Vol. 49, No. 4 (Jul., 1981), pp. 819-841.

Insisto: mi rendo conto che il tema del saggio include la parola "Democrazia", ma non si farebbe meglio a usare altri termini quali "Stato di Diritto" o "Stato Liberale"? Il termine "democrazia" e' stato talmente usato e abusato nei millenni che ormai significa tutto e il contrario di tutto (e gia' si dicevano "democratici" nel quinto secolo AC due personaggi antitetici come Pericle e Cleone). E' un termine ampiamente sputtanato, che compare sia nel nome dello stato del "Dear Leader" Kim Jong-il che nei programmi militaristi di GW Bush.

Invece, il termine "Democrazia" non compare ne' nella Dichiarazione d'Indipendenza ne' nella Costituzione degli Stati Uniti, e i Founding Fathers non ne erano particolarmente innamorati: una delle poche volte che viene usato, da Madison nel Federalist #10 definendola "a society consisting of a small number of citizens, who assemble and administer the government in person", e' per elencarne difetti e pericoli in confronto con quel che all'epoca era chiamato "Republic" (e due anni dopo gli sviluppi della Rivoluzione Francese gli avrebbero dato ragione).

Non era neppure particolarmente amato da Kant, che infatti in "Verso una pace perpetua" di pochi anni dopo faceva riferimento a stati liberal-costituzionali come soggetti che avevano poco interesse a farsi guerra tra loro, non a "democrazie" come gli si fa dire oggi da vari pubblicisti. Per la precisione, Kant faceva distinzione tra forme di sovranita', formae imperii, e forme di governo, formae regiminis: la democrazia appartiene alla prima categoria, assieme ad autocrazia e aristocrazia; la seconda categoria invece include repubblica liberale e dispotismo. Per Kant e' la seconda categoria quella che fa la vera differenza.

Insisto: ...

Enzo: condivido. Come condivido gli altri commenti che hai messo e di cui ti ringrazio. Ma il titolo non lo scelgo io. Io scelgo cosa dire, ed a questo, anche con l'aiuto vostro, sto pensando. Devo dire che è "eccitante". Però proprio dal punto che fai tu intendevo partire, ossia l'uso e l'abuso storico del termine "democrazia" nel tentativo di estrarne un sostrato, un significato "positivo" e "condiviso".

Provo a spiegare il modellino che ho in mente. Hai davanti un essere umano più o meno anonimo, assumiamo ti sembri più debole di te ed abbia in mano un chilo di pere. In quali circostanze è "conveniente" (ossia, incentive compatible):

- amazzarlo e prendergli le pere;

- schiavizzarlo, dargli da mangiare pane vecchio e farlo produrre altre pere per te;

- renderlo un servo della gleba tuo, promettendogli protezione da tuo cugino che vive nel castello accanto, permettendogli di tenere qualche pera ogni tanto;

- proporgli un contratto in base al quale lui ti vende tutte le pere che riesce a produrre e tu in cambio gli paghi un certo prezzo di mercato, e non gli rubi le pere di nascosto perché accettate entrambi che una parte terza faccia da guardiano, eccetera.

 

Michele, la tua ricostruzione mi convince sino a un certo punto.
Dando per scontato che la tecnologia dell'umanità, salvo modifiche secondarie e "ornamentali", sia rimasta immutata sino al XV - XVI secolo, allora dovremmo avere situazioni di controllo sulle masse simili in tutti questi secoli, ma l'analisi storica ci dimostra che non è così.
A parte le situazioni egalitarie delle civiltà più primitive di cacciatori-raccoglitori (troppo di nicchia per essere significative) l'economia schavistica, tipica del mondo romano, ha cominciato a declinare non grazie al progresso tecnologico, che semplicemente non c'è stato, ma a causa del venir meno delle guerre di conquista dei legionari: insomma è stata la carenza di materia prima (gli schiavi) a determinare una modifica dei rapporti sociali, andando verso la seritù della gleba - che democrazia non è, ma non è neppure schiavitù.
Alla stessa maniera, i plebei poterono accedere a diritti politici prima negati loro - con ciò rendendo più "democratica" la res publica - non certo grazie al progresso tecnologico, ma grazie al fatto che le guerre di conquista di Roma richiedevano un esercito sempre meno elitario e sempre più di massa, con la conseguenza che i patrizi non potevano non dare conto ai milites, concedendo quindi loro più potere.

Io sostengo che (in media nell'equilibrio con tanta gente) la scelta fra queste alternative dipende dal tipo di tecnologia a disposizione tua e di quell'altro che hai di fronte. Con tecnologie primitive conviene amazzare o schiavizzare, tanto lasciarli liberi e permettergli di avere i tuoi stessi diritti non serve a molto. Ossia, non ti conviene. Con tecnologie che permettono la divisione del lavoro diviene più conveniente trattarci tutti da uguali, il che porta inesorabilmente a trattarci tutti da uguali anche sul piano politico.

Qui devo citarti Clint Eastwood:

se un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, l'uomo con la pistola è un uomo morto.

Storicamente, le potenze occidentali hanno potuto allargare il perimetro dei diritti democratici dei propri cittadini solo quando hanno avuto la possibilità di sfruttare le risorse dei paesi e dei popoli coloniali ed in questo la tecnologia ha reso più conveniente e rapido lo sfruttamento, per cui per ogni operaio di Bruxelles al quale veniva riconosciuta libertà di parola, c'erano dieci congolesi che morivano nelle miniere di re Leopoldo e per ogni londinese che era indeciso se votare per i conservatori o per i liberali, c'erano cento altri sudditi della regina Vittoria ai quali la partecipazione al gioco era preclusa.

Storicamente, le potenze occidentali hanno potuto allargare il perimetro dei diritti democratici dei propri cittadini solo quando hanno avuto la possibilità di sfruttare le risorse dei paesi e dei popoli coloniali.

Non sono d'accordo. Svizzera e Svezia non hanno avuto bisogno di colonie per allargare i diritti democratici. Inoltre, l'evoluzione "democratica" dell'Inghilterra e' antecedente alle conquiste coloniali.

 

Qui devo citarti Clint Eastwood:

In realta' la frase la dice Gian Maria Volonte', perche' ha il fucile - ma alla fine, e' quello con il fucile che muore :)

(scusate l'OT :))

Rientrando IT: non concordo completamente con la tua visione. E' vero che gli eserciti romani dovevano diventare piu' di massa e questo divento' un motivo di allargamento della "democraticita'", ma e' anche vero che non ci sarebbe stata una espansione decisiva senza un miglioramento organizzativo (quindi, in senso lato, tecnologico).

Allo stesso modo Alessandro vinse contro il numero con una organizzazione migliore - anche se il suo governo non era "democratico" in senso greco.

 

Alla stessa maniera, i plebei poterono accedere a diritti politici prima negati loro - con ciò rendendo più "democratica" la res publica - non certo grazie al progresso tecnologico, ma grazie al fatto che le guerre di conquista di Roma richiedevano un esercito sempre meno elitario e sempre più di massa, con la conseguenza che i patrizi non potevano non dare conto ai milites, concedendo quindi loro più potere.

Non sono sicuro che l'evoluzione della repubblica di Roma dal tempo che inizia con Mario (plebei in armi per una guerra difensiva contro Cimbri e Teutoni) sia da considerare democratica. Si parte da una replubblica democratica di tipo premoderno, come quelle da Sparta alla Serenissima di Venezia, caratterizzata da uguaglianza sostanziale tra nobili, ad una tirannide "demagogica" di tipo greco sul modello di Gelone di Siracusa, basata sul supporto popolare, con Silla, poi col triunvirato infine con Cesare e Ottaviano. Personalmente non vedo aumento di democrazia, anzi forse una diminuzione.

Avevo letto da qualche parte che la democrazia presuppone un reddito pro-capite di almeno 15.000 dollari. Mi pare che questo confermi il collegamento di Michele tra democrazia e progresso tecnologico, che definirei come condizione necessaria alla democrazia.

Mi pare però che questa assunzione, molto valida per il passato, lo sia meno per il presente.  Perchè nel frattempo il concetto di democrazia si è esteso, e se una volta un Paese (qualcuno nei commenti ha citato l'India) veniva definito democratico se i suoi abitanti potevano andare a votare (come dire che una volta un cittadino stava bene perchè aveva la pancia piena) adesso il voto non basta più a definire la democrazia (come non basta più avere la pancia piena per poter dire di "stare bene").

Se ho un reddito di 50.000 dollari ma vivo a Casal di Principe, o in un sito inquinato, o il 90% della informazione a cui posso attingere è manipolata, o sono una donna e vivo nella periferia di una grande città con il rischio di essere violentata se esco di sera, se le leggi non mi consentono di gestire la mia morte,  l'"uguaglianza formale" rispetto agli altri è un sogno. Se non c'è giustizia (vera, non formale), non c'è neanche democrazia.

L'India è ufficialmente una repubblica democratica. Allo stato dei fatti però l'antico sistema delle caste è ancora in vigore (sebbene sia illegale) e quindi non tutti godono di eguali diritti; questo rende l'India non democratica secondo la definizione di Michele. Andiamo a vedere come funziona la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico da quelle parti: se si entra in un laboratorio di Fisica indiano quello che si vede è un piccolo numero di "scienziati" facenti parte di una elite (ovvero provenienti dalle caste di grado più elevato) che si occupano della parte "concettuale" della ricerca ed un gran numero di tecnici (ben preparati ma raramente laureati) appartenenti alle caste inferiori che si occupano di far funzionare i macchinari e di svolgere tutti quei lavori pratici necessari alla buona riuscita di un esperimento. In pratica il laboratorio è diviso in due: in alto gli scienziati ed in basso i tecnici (si noti che le due figure hanno uno status sociale ben diverso). Questo metodo è molto diverso da quello che abbiamo in occidente (anche da noi esistono i tecnici di laboratorio ma tutti gli scienziati che conosco si "sporcano le mani" in continuazione) ed è tutt'altro che "democratico" (sempre secondo la definizione di Michele) però funziona. Una struttura fortemente gerarchizzata del genere permette di creare ottima scienza e ottima tecnologia senza aver bisogno alcuno di una sorta di "eguaglianza" fra le persone.

Un'amica indiana mi diceva che accedere a master o PHD è relativamente semplice per un membro di una casta alta (hanno molti posti riservati), mentre è quasi impossibile per chi viene dalle caste inferiori (migliaia di candidati per una manciata di posti).Di conseguenza in questi corsi i membri delle caste inferiori surclassano regolarmente gli altri, ma poi hanno meno possibilità di carriera.

Non direi che il sistema funziona, visto che deliberatamente seleziona studenti mediocri e penalizza i migliori.

A proposito, farei molta tara a quanto si legge sui brillanti scienziati e tecnici indiani.Hanno sicuramente un rapporto qualità/prezzo migliore dei concorrenti occidentali, ma conosco diverse persone che ci hanno avuto a che fare, ed il giudizio è unanime: sono mediamente meno preparati degli equivalenti "occidentali", molto formali ed hsnno grossi problemi di comunicazione.Questi in particolare sono un problema: per un committente/capoprogetto è fondamentale tener traccia dello stato di avanzamento di un progetto, ma il tecnico indiano medio dire "sono in ritardo" è avvilente quanto dire "sono un' idiota incompetente, avresti dovuto chiederlo a qualcun'altro.Dovresti licenziarmi".I geni ci sono, ma chi si aspetta di assumerne a legioni per due soldi ha sbagliato i conti.

Provo ad unirmi al coro, anche se sono stonato :-).

Tralasciando gli esperimenti democratici o simil-democratici del passato, perchè erano ristretti solo ad una minoranza della popolazione oppure riguardavano società arcaiche che non erano impegnate in un processo produttivo (con possibilità di generare un surplus) in senso stretto, come nel caso delle comunità di raccoglitori e cacciatori (inverto l'ordine perchè credo che la gerarchia di importanza fosse questa), direi che il concetto di democrazia è piuttosto recente, non necessariamente nella sua concezione, quanto piuttosto nella sua applicazione. E' altresì innegabile che coincide con uno stadio avanzato di progresso tecnologico. Non credo sia possibile stabilire un momento esatto, tuttavia si può inferire che, a partire dal XVIII secolo o giù di lì, le comunità umane abbiano iniziato a competere fra di loro anche su base economica e non solo militare. Ovviamente non è stato un processo lineare, piuttosto è stato incerto e titubante, tanto che nel XX secolo ci sono state due guerre mondiali (anche se la seconda è stata causata da regimi poco democratici, benchè eletti). Sarei quindi tentato di dire che la democrazia sembra essere il sistema politico che facilita il progresso tecnologico, perchè allarga al massimo la platea dei potenziali produttori di idee e li incentiva adeguatamente permettendogli di godere dei vantaggi economici e sociali che la produzione tecnolgica genera. Non importa che l'URSS fosse un paese tecnologicamente avanzato:a) perchè l'URSS è scomparsa e b) perchè in pratica la produzione di idee era effettivamente incentivata nell'URSS, ma solo in modo parziale e poco efficiente (spesso molti onori, talvolta qualche beneficio economico, e in certi casi nessuno dei due se le idee erano troppo eterodosse). Per giudicare l'altro caso rilevante, cioè la Cina, prenderei a prestito la distinzione tra crescita economica di tipo "catching up" vs "cutting edge" che usano T. Cowen & A. Tabarrok. In questa fase la crescita della Cina avviene soprattutto attraverso l'accumulazione di capitale (investimenti interni ed esportazioni) e, pur essendo in certi settori all'avanguardia della tecnologia, non ha ancora strettamente bisogno di innovazione tecnologica generalizzata per accrescere la produttività, anche se fa comodo anche a loro. Quindi, in Cina, gli incentivi sono ancora di tipo "sovietico" seppur molto più perfezionati. I paesi occidentali, invece, per crescere hanno bisogno in primis di innovazione tecnologica. La tesi di fondo dovrebbe essere quindi, che solo in un contesto di ampie libertà economiche e politiche tipiche delle attuali democrazie le idee trovano il substrato migliore per svilupparsi. Non è possibile (è meno efficiente) accrescere il livello di scolarità della popolazione (per allargare la platea dei potenziali pensatori, produttori di idee) e poi confinare le possibilità di pensare solo ad alcuni settori della conoscenza. Ovviamente qualcuno lo può fare ma rischia di rimanere indietro rispetto agli altri. In tutto questo ragionamento mancano alcuni tasselli importanti, ad esempio: 1) come hanno reagito/reagiscono/reagiranno i detentori del potere di fronte all'avanzata della democrazia ? 2) il processo è irreversibile oppure no ? Questione in parte legata al punto precedente e in parte al fatto che futuri avanzamenti tecnologici possano consentire un controllo della popolazione da parte di chi detiene il potere assai migliore rispetto al passato. Per il punto 1) direi che, in passato, nei paesi occidentali, le elités al potere hanno potuto parzialmente compensare la perdita di controllo interno con l'aumento di potenza e prestigio a livello internazionale. Questo potrebbe avere facilitato il processo di transizione. Per il futuro sembra meno realistico perchè le condizioni di gioco di stanno livellando ed è sempre meno facile, per i governanti che dovrebbero accettare al proprio interno delle regole democratiche, scaricare parte dei (loro) costi all'esterno.

Rielaboro un po' meglio le idee.

Partiamo dalla tipica società occidentale. Essa ha questi valori fondanti: democrazia, capitalismo, libertà e progresso scientifico - tecnologico. Quindi un valore che attiene alla forma di governo della società, un altro che attiene alla forma di produzione economica, un valore che si riferisce tanto a questi due ambiti (governo ed economia), quanto ad altri (libertà di pensiero, di religione eccetera) e uno che, infine, riguarda più che altro l'ambito del benessere della società.

Bene, tra questi quattro valori ci sono dei legami: uno influenza l'altro, a volte rinforzandolo, a volte indebolendolo. Esiste cioè sia una solidarietà tra questi valori che una competizione.

Tuttavia, questi valori non si implicano necessariamente a vicenda, fatto salvo per il valore della libertà che mi sembra quello che abbia i legami più stretti con gli altri (sebbene comunque problematici: un esempio per tutti, il tema delle libertà delle minoranze in un regime democratico. E comunque la problematicità della libertà per me è connessa alla sua stessa natura e hai paradossi che essa genera). E secondo me vanno comunque tenuti distinti, altrimenti si rischia di generare un minestrone di cui non si capisce più il sapore e nel quale, sopratutto, si rischia di confondere un fenome con un altro...

Concentriamoci ora sul nesso progresso tecnologico e democrazia. Ebbene, io credo che certamente la democrazia favorisca un più ampio e profondo progresso tecnologico, proprio perchè concede alla scienza la maggior libertà possibile di indagine. Tuttavia questo non significa che non possa esistere progresso tecnologico in un contesto non democratico. Quindi non esiste un legame necessario o comunque di forte implicazione tra democrazia e tecnica.

Esempi ne sono stati fatti e anche liquidati in maniera mi pare erronea. Si dice: ma l'URSS è caduta. Vero, ma perchè è caduta? Forse sotto le spinte delle masse che chiedevano unicamente democrazia? O forse perchè il modello economico sovietico si è rivelato meno efficente di quello capitalistico? Certamente, anche la richiesta di democrazia ha dato una spinta, ma non credo fosse quella decisiva: erano in gioco molte più cose all'epoca. E comunque ciò non toglie che per ottant'anni l'URSS abbia conosciuto uno sviluppo tecnologico che non si può sottovalutare.

Proseguendo, torniamo alla Germania del XX secolo. Nella prima metà del secolo c'era una repubblica democratica, quella di Weimar che tracollò economicamente. Ebbene, chi riportò la Germania tra i primissimi Paesi industrializzati dell'Occidente, chi risollevò un Paese letteralmente in ginocchio? Un sistema totalitario. Poi certo crollò, ma non mi pare sotto i colpi della democrazia, ma sotto le bombe e i cannoni anglo-americani e (non dimenticatelo mai) sovietico-staliniane...

Ancora, sempre rimanendo a livello empirico-storico, portando nuovi esempi: la Rivoluzione industriale fu spinta essenzialmente dalla rivoluzione democratica? O forse, al massimo, è più vero il contrario, cioè che la Rivoluzione industriale, con annessi e connessi sviluppi tecnologici e capitalistici, fu da spinta alla democrazia? All'epoca il Paese più democratico erano gli USA, ma la Rivoluzione industriale avvenne prima di tutto in Inghilterra.

Inoltre, a un livello meno empirico e più astratto: per un robusto sviluppo tecnologico serve la libertà, ma non necessariamente la libertà tout court, bensì la libertà di ricerca, dal momento che la tecnologia è scienza applicata. E per concedere la libertà di ricerca è sufficiente avere una visione del mondo che non contempli stretti vincoli, che siano di natura idelogica o divini, per dirla alla buona. Cioè, vanno bene, ateismo, materialismo, immanentismo, panteismo o qualsiasi filosofia che non vincoli troppo strettamente lo scienziato nei suoi studi e che conceda una certa indipendenza alla ricerca scientifica... Insomma, in parole povere: basta concedere a Galileo di studiare un po' quello che vuole... Che poi Galileo viva in un regime democratico o in un regime totalitario, poco conta, se qualsiasi sia la natura del regime, quest'ultimo concede a Galileo la libertà di ricerca...

In conclusione, ripeto, al progresso scientifico e tecnologico fa bene respirare aria democratica, ma non è essenziale.

Aggiungo una nota: probabilmente, sarebbe anche da intendersi meglio anche su cosa si vuole dire dicendo progresso tecnologico. Cioè un progresso che realmente sia accessibile a tutti, che aumenti il benessere della maggior parte della popolazione di una società? Oppure semplicemente la capacità di progresso tecnologico un po' fine a sè stessa o comunque che serva altri fini, anche distanti dall'aumento del benessere individuale (il caso insomma dell'URSS)? Sono due idee che portano anche a conclusioni differenti. Sempre rimanendo nel caso dell'URSS, se partiamo dalla prima idea è vero che il progresso tecnologico sovietico si riverberò poco o per nulla sulla popolazione e sul miglioramento delle sue condizioni di vita; se invece rimaniamo all'interno della seconda accezione, allora possiamo con più ragionevolezza dire che l'URSS fu un competitore serio, sul piano tecnologico, per il mondo occidentale...

Aggiungo una nota: probabilmente, sarebbe anche da intendersi meglio anche su cosa si vuole dire dicendo progresso tecnologico

Il progresso tecnologico è quella cosa che serve ad aumentare la produzione  (output) a parita di input fisici. Da intendersi in termini economici. Infatti ho parlato di competizione economica fra comunità di persone che tende a sostituirsi a quella militare (si tratta di un processo lento e non necessariamente costante).

In conclusione, ripeto, al progresso scientifico e tecnologico fa bene respirare aria democratica, ma non è essenziale

Fa bene è proprio quello che serve, al margine. Infatti io sostengo che un sistema democratico produce più progresso tecnologico. La scelta non è binaria (tra chi produce tecnologia e chi no), ma conduce solo a chi lo fa meglio e può crescere di più.

Si dice: ma l'URSS è caduta. Vero, ma perchè è caduta? Forse sotto le spinte delle masse che chiedevano unicamente democrazia? O forse perchè il modello economico sovietico si è rivelato meno efficente di quello capitalistico?

Le opinioni sulla caduta dell'URSS sono molteplici. Mi sembra però che si concordi sul fatto che il sistema sovietico fosse meno efficiente di quello capitalistico. Cosa vuole dire ? In base alla definizione iniziale vuole dire che in ultima analisi era tecnologicamente più arretrato. Probabilmente il gap era complessivamente assai inferiore sul piano militare. Non mancava di capitali o di forza lavoro, ma proprio della tecnologia adatta a farli fruttare al meglio.

provo ad agire come referee davvero.

1. e' necessario (richiesta di modifica prima del placet alla pubblicazione) disambiguare due nozioni che non sono equivalenti. Una e' la nozione di eguaglianza formale di fronte alle istituzioni (leggi, corti, tassazione.) La cosa e' confusa perche' appare (a quasi tutti) che

non siano democratici sistemi di caste (ad esempio nella tradizione indiana o spartana) in cui la nascita di un individuo x da genitori alpha e delta determini i suoi diritti vis-a-vis le istituzioni. Per esser chiaro come Εἵλωτες in Laconia gli individui avevano zero diritti, come cittadino in France (dopo la fine di Ancien Regime) tutti godevano di uguaglianza formale (si noti, non le femmine, per l'estensione si attesero secoli, per far un esempio banale Lichtenstein diede il diritto alle cittadine femmine di votare nel 1984.) Se "democrazia" secondo l'autore e'

 

[citazione di M. Boldrin]

la totale uguaglianza formale di chiunque sia in grado d'intendere e volere a fronte delle leggi.

[fine della citazione di M. Boldrin]

la "democrazia" ha quasi nulla a che fare con lo sviluppo tecnologico. Vi sono comunita' (Essenes, e.g.) che hanno una assoluta uguaglianza di tutti i loro membri in condizioni troglodite di sviluppo tecnologico.

 e vice versa, si vedano infra, alcuni esempi.

Nota per i lettori: non sto a tediar le galassie con le scemenze di Severino, hanno nulla a che fare con nessuna tecnica particolare, dalle capsule dentarie al gps della macchina. Sono barboserie filosofiche, a mio avviso dubbie e assai promettendo che nulla muore e "dimostrando" --si fa per dire-- che io quando muoio esco dal cerchio dell'apparire e entro (rientro? c'ero gia' prima?) nel cerchio dell'essere. La logica, aurea disciplina, per il sig. Severino e' puro princisbecco. In un modo o nell'altro le teorie cosidette di Severino dicono nulla di interessante sulla tecnologia o sulla tecnica]

 

2. Una accezione distinta di "democrazia" ha a che fare con qualche cosa di affatto diverso e afferisce alla determinazione di chi detenga il potere di coercizione che viene "donato" da una maggioranza a una minoranza. Il tutto, prevedibilmente,  e' sottomesso a infinite regole (ogni cinque anni si cambia personale, se tutto va bene, anche il potere "assoluto" e' sottoposto a regole costituzionali, in USA e' vietato introdurre la schiavitu', indipendentemente da che cosa pensi o voti la maggioranza, idem in Za e' vietato introdurre la pena di morte, indipendentemente da quel che ne pensi o il parlamento o il popolo) Dato il principio (di cui [1] da sommaria definizione) predatante logicamente avendo tutti lo stesso status di fronte alle leggi,  tutti (o quasi, non i cretini, etc.) hanno diritto, in base all'uguaglianza formale, ad esprimere la loro preferenza (preferisco Pannella a Buttiglione, Bassanini a Fini, etc.) che determina (modulo una canea di difficolta' aggregative da Arrow au Marquis de Condorcet)

 

A modesto avviso del presente referee sia il tono, che l'efficacia, che il contenuto dell'articolo grandemente beneficiera' dalla distinzione sopra indicata. In termini di puro principio, efficienza economica/incentivi/sviluppo tecnologico hanno nulla a che fare con 1 & 2. Esempi da considerare: l'enorme sviluppo tecnologico della RPC (in mancanza di probabilmente sia 1 che 2), l'enorme arretramento di Zimbabwe sul piano dello sviluppo economico a seguito (si noti, NON a causa di, ma cronologicamente seguente) della avvenuta affermazione dell'uguaglianza alla fine dell'esperienza di I. Smith.

Con tutti i miei cordiali saluti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Una congettura da considerare seriamente, ad avviso del sottoscritto, e' di ipotizzare che se si vuole definire "democrazia" la scommessa migliore sia l'unione di 1 & 2.

Avrei molto da dire sulle origini culturali d 1 e 2, ma su cio' di cui non si riesce a parlar chiaramente, si deve tacere, non fischiettare  -F.P. Ramsey]


Grazie Palma, molto chiaro e vorrei cogliere l'occasione per un punto di vista "geografico":

In termini di puro principio, efficienza economica/incentivi/sviluppo tecnologico hanno nulla a che fare con 1 & 2. Esempi da considerare: l'enorme sviluppo tecnologico della RPC (in mancanza di probabilmente sia 1 che 2), l'enorme arretramento di Zimbabwe sul piano dello sviluppo economico a seguito (si noti, NON a causa di, ma cronologicamente seguente) della avvenuta affermazione dell'uguaglianza alla fine dell'esperienza di I. Smith.

In East Asia, dove com'e' noto vivo da due decenni, la descrizione del processo comunemente accettata da chi e' abbastanza istruito da porsi il problema (lower-middle-class in su) e', schematicamente, questa:

sviluppo ordinato -> prosperita' -> nascita di una middle class con capacita' e volonta' di partecipare alla gestione dello stato -> forme di governo costituzionali -> progressivo allargamento della middle class fino a includere chiunque abbia uno "stake" nei diritti di proprieta' e abbastanza cervello na non seguire il demagogo di turno -> democrazia.

Questo in passato (anni '80-'90) fu talora sintetizzato nella frase "rice before rights", che in Occidente fu sistematicamente visto come opportunistica tolleranza del dispotismo. Di converso, l'ostinazione occidentale a incoraggiare forme di suffragio universale prima d'ogni altra cosa e' stata vista dalle middle classes locali con un misto di derisione ("elezioni come a Gaza?") e di sospetto ("e' impossibile che 'sti occidentali siano cosi' scemi: di sicuro hanno motivi inconfessati, per esempio suscitare caos per continuare a tenerci sotto il loro tallone").

La reciproca incomprensione continua, e un caso emblematico sono i recenti eventi in Thailandia, dove nell'ultimo decennio Thaksin Shinawatra, un astuto parvenu monopolista (nel campo delle telecomunicazioni cellulari, non dei media come Papi), diventato l'uomo piu' ricco del paese grazie alle sue connessioni con la burocrazia della pubblica amministrazione (e' un ex poliziotto), e' sceso in politica e ha iniziato pratiche populiste alla Achille Lauro per comprarsi i favori delle masse contadine del nord-est del paese, ora la sua principale base elettorale: questo nel tentativo di rimpiazzare l'elite di Bangkok nel suo controllo della politica nazionale, che stava muovendo incerti passi liberal-costituzionali dopo vari episodi di dittatura militare. La sua vittoria elettorale in aprile 2006 fu annullata dalla Corte Costituzionale per irregolarita' (compravendita di voti), ma Thaksin rifiuto' di andarsene nonostante massicce dimostrazioni in Bangkok, dove e' assai malvisto, finche' un (non-violento) intervento dell'esercito in settembre lo rimosse mentre stava vaggiando all'estero, da dove non e' piu' rientrato. Tuttora fuggiasco in Dubai, dopo che la Gran Bretagna gli ha cancellato il visto, ha organizzato un suo movimento di protesta (con camicie rosse, anziche' gialle come quello dei suoi oppositori) che recentemente ha causato al governo un certo imbarazzo interrompendo un summit di capi di stato dell'ASEAN in Pattaya.

Bene, sin qui la cronaca. L'ottica della stampa occidentale su questi fatti e' sintetizzata da quest'articolo di Gideon Rachman, che stigmatizza la middle class urbana per aver rimosso un governo "democraticamente eletto" e per star chiedendo limitazioni al suffragio universale; e ugualmente esprime disdegno per simili attitudini nella nascente borghesia in Cina. Rachman sembra pero' dimenticare che la democrazia nel suo paese non nacque dall'immediata concessione del suffragio universale, ma da un processo secolare di graduale estensione del potere politico iniziato dai baroni che ottennero la firma della Magna Carta, continuato con la Glorious Revolution del 1688, con le politiche Whig nei due secoli successivi, e con il progressivo smantellamento dei privilegi dell'aristocrazia terriera da parte di Gladstone. Il processo ando' di pari passo con la crescita della rilevanza economica e del livello di istruzione delle nuove classi, le quali conseguentemente reclamavano un ruolo nella gestione della cosa pubblica. Perche' mai un socialdemocratico come Rachman pensi che invece per Thailandia e Cina vada meglio un processo simile a quello con cui Mao Zedong e Pol Pot aizzavano contadini incolti contro le classi medie urbane non risulta affatto chiaro.

sviluppo ordinato -> prosperità -> nascita di una middle class con capacità e volontà di partecipare alla gestione dello stato -> forme di governo costituzionali -> progressivo allargamento della middle class fino a includere chiunque abbia uno "stake" nei diritti di proprietà e abbastanza cervello na non seguire il demagogo di turno -> democrazia.

A) Condivido (assieme a tutto il resto del commento, ed il commento di Palma ugualmente)

B) Domanda: forse che in Europa (e nelle sue colonie anglosassoni) successe qualcosa di diverso tra l'inizio del XVII e la fine del XX secolo? A me sembra di no: il processo è stato esattamente il medesimo. Nel resto del mondo non c'è "democrazia" nel senso in cui l'ho definita (effettivamente, è l'unione di 1. e 2. come argomenta giustamente Palma, ma continuo ad essere tentato di argomentare che 1. è precondizione di 2. ...). Forse la democrazia sta emergendo nelle ex-colonie dei paesi iberici, ma preferirei aspettare qualche altro decennio senza pronunciamenti militari, insurrezioni, guerriglia ed altre cosuccie amene prima di pronunciarmi.

C) Se il mio argomento implica una relazione causa-effetto fra stato della tecnologia e diritti legali-politici, tale causalità va solo dallo stato della tecnologia ai diritti, non viceversa. Mi rendo conto di aver suggerito causa-effetto ma io intendevo solo "precondizione" non causa-effetto:  che un bene venga offerto è precondizione allo scambio del medesimo ma non ne è la causa a meno che non si presupponga anche la domanda per il bene ed un mercato dove domanda ed offerta si incontrano, tanto per dirne una. Ovviamente la tentazione di suggerire che la relazione è causale "nel lungo periodo" c'è, ma meglio che mi trattenga. Non è tanto l'esempio degli Esseni suggerito da Palma che mi dà pausa (di piccole comunità più o meno capaci di violare, per un qualche periodo di tempo e finché non acquisiscono dimensioni sostanziali, qualsiasi regola socio-economica ci si possa inventare ce ne sono tante, ma non credo si tratti di teorizzare a partire da esse: che ci siano dei frati che fanno voto di castità e magari lo mantengono non elimina il fatto che la pulsione sessuale sia universale ed "universalmente" motivante. In altre parole: gli insiemi di misura zero ci saranno anche, ma li ignoro.) quanto il rischio di finire a teorizzare "long and variable lags" ...

D) Che, comunque, la relazione causa-effetto non vada assolutamente nella direzione opposta è un fatto (la democrazia è perfettamente capace di suicidarsi), un fatto che non ho capito. Il meccanismo sembra sempre lo stesso ("vendetta" di un gruppo maggioritario che vuole espropriare troppo dall'altro, con conseguente collasso del contratto sociale) ma viola banali principi di razionalità collettiva. Ovviamente i gruppi non sono individui, quindi gli argomenti del tipo "Coase Theorem" non si applicano e la "razionalità collettiva" è un po' un ossimoro. Con David e Jack abbiamo teorizzato che questi conflitti "irrazionali" siano dovuti alla presenza di non-convessità, ossia di indivisibili oggetti del desiderio; North e coautori sostengono che si debba a costi di transazione troppo elevati (che mi sembra una tautologia: non ci siam messi d'accordo perché costava troppo farlo). Fondamentalmente continuo a non capire perché la cosa debba succedere. Però succede.

E) Mi rendo anche conto di aver introdotto nell'argomento un tema completamente spurio, quello del "progresso" tecnologico. Forse dovrei lasciar stare, non sono certo. Sicuramente meglio che usi la parola "cambio" invece di "progresso" o "sviluppo", così mi evito i giudizi di valore impliciti. Son certo però che il core del mio argomento non dipende dalla presenza di progresso o meno. Dipende dal fatto che le tecnologie disponibili rendano la "democrazia" una scelta conveniente ai più, ed alle elites (intese come "quelli che hanno, in una maniera o l'altra, il potere in mano") in particolare. Ma è importante, perché la democrazia si mantenga nel tempo, che sia una scelta conveniente per la grande maggioranza dei cittadini. Altrimenti collassa. Collassa perché la boicottano invitando una qualche elite ad appropriarsi del potere su basi non democratiche. Forse questo spiega nazismo, fascismo, Pinochet ed altre disastri democratici ...

F) In un certo senso il mio argomento è banale e forse tautologico. Seppure i valori "democratici " siano stati teorizzati da filosofi, pensatori e profeti per centinaia di anni, seppure questi valori siano frequentemente stati condivisi (almeno teoricamente) da un vasto numero di persone, tali valori si sono trasformati in diritti di proprietà effettivi, sono stati "implementati" nella pratica, solo quando son diventati "economicamente" convenienti. La loro convenienza economica dipende sempre, alla fine della fiera, dalle tecnologie che i membri della società in questione sono in grado di utilizzare. Fra le tecnologie disponibili, ricordiamocelo, c'è quasi sempre anche quella dell'appropriazione violenta della ricchezza o del reddito altrui. A volte questa tecnologia diventa "the best game in town", if not the only one (come in Somalia, oggi).

vorrei aggiungere un elemento alla discussione: la discordanza tra uno degli elementi comunemente associati alla democrazia (il suffragio universale) e la sua effettiva democraticità. prendendo spunto dal questa

sviluppo ordinato -> prosperita' -> nascita di una middle class con capacita' e volonta' di partecipare alla gestione dello stato -> forme di governo costituzionali -> progressivo allargamento della middle class fino a includere chiunque abbia uno "stake" nei diritti di proprieta' e abbastanza cervello na non seguire il demagogo di turno -> democrazia.

Questo in passato (anni '80-'90) fu talora sintetizzato nella frase "rice before rights", che in Occidente fu sistematicamente visto come opportunistica tolleranza del dispotismo. Di converso, l'ostinazione occidentale a incoraggiare forme di suffragio universale prima d'ogni altra cosa e' stata vista dalle middle classes locali con un misto di derisione ("elezioni come a Gaza?") e di sospetto ("e' impossibile che 'sti occidentali siano cosi' scemi: di sicuro hanno motivi inconfessati, per esempio suscitare caos per continuare a tenerci sotto il loro tallone").

osservazione di Michelangeli, balza subito agli occhi come il suffragio universale sia istituzione molto posteriore alla creazione di un regime democratico, e non necessariamente garanzia di rispetto dei diritti che dovrebbero costituirne il fondamento. in certi casi anzi (basso livello culturale generale, scarso acceso alle tecnologie, assenza o scarso peso della classe media a fronte di piccoli gruppi di ricchezza/potere contrapposti a masse incolte di bifolchi), il suffragio universale diventa semplicemente l'arma in mano al più abile tra i candidati nella manipolazione, e quindi essenzialmente antidemocratico, perché troppo facilmente si presta ad essere puro strumento di appropriazione del potere.

per fare un esempio grezzo, mettiamo il caso che in un paese in via di sviluppo (e quindi caratterizzato da piccole élites cittadine, economia prevalentemente agricola, inizio di industrializzazione, istruzione media poco più che elementare, partecipazione più o meno diretta dell'esercito alla gestione del potere) vengano indette elezioni a suffragio universale con i due candidati Gianni e Peppino. contando una testa, un voto, e sapendo che le teste non sono, oggettivamente, in grado di votare in maniera consapevole e ragionata in base a i propri interessi a medio e lungo termine, avrà facile vittoria chi, tra i due, saprà meglio indirizzare il voto dei bifolchi, con qualunque mezzo a disposizione, più e soprattutto meno onesto e lecito.

il suffragio universale ha molte delle caratteristiche dell'anarchia totale, ed è quindi possibile, efficace e produttivo soltanto se accompagnato da assolute consapevolezza, responsabilità  e capacità di ragionamento, elementi che si acquisiscono soltanto in una società già evoluta e comunque in grado di assicurare ai propri cittadini la possibilità di formarsi una coscienza libera, documentata e circostanziata. questo presuppone la preesistenza di un sistema educativo funzionale, di una stampa libera da (eccessivi) vincoli e censure, e di istituzioni "democratiche" (nel senso di non totalitarie) già collaudate.

è chiaro che le reazioni degli asiatici all'idea di suffragio universale, lungi dall'essere sintomo di critica o di disprezzo delle idee occidentali, fossero invece segno di semplice buonsenso: non si affida un trattore da 300k € a un contadino analfabeta e incapace, non perché questi sia per principio indegno di guidarlo, ma perché si rischia seriamente di trovare entrambi ribaltati in un fosso, con il contadino morto e il trattore da rottamare.

io personalmente sono per una forma di suffragio condizionato (e non soltanto per il terzo mondo, anche molti tra i paesi cosiddetti avanzati ne beneficerebbero), dove l'elettorato passivo sia diritto di chiunque, ma quello attivo sia condizionato dall'ottenimento di una sorta di "certificato", che attesti l'effettiva comprensione da parte del votante di cosa sia in procinto di fare quando si reca in cabina (per esempio, chiedendo a chi vuole votare di svolgere un numero x di ore in servizi sociali o accertandosi che conosca il funzionamento degli organi dello stato, ma qui si può dar briglia sciolta alla fantasia)

in conclusione, il suffragio universale è segno di democrazia soltanto quando è espressione di scelte consapevoli. la consapevolezza deriva dalla coscienza del proprio stato, e questa è conseguenza di diversi fattori concorrenti: istruzione, livello economico, accesso alle tecnologie (in tutti i sensi, anche soltanto avere una candela quando il vicino è al buio), accesso a informazioni attendibili, libertà di opinione, associazione, scelta delle proprie azioni. questi fattori possono essere garantiti ANCHE da un regime non necessariamente derivato da elezioni a suffragio universale, mentre il contrario non è dimostrabile.

imho

> nascita di una middle class con capacita' e volonta' di partecipare alla gestione dello stato -> forme di governo costituzionali -> progressivo allargamento della middle class fino a includere chiunque abbia uno "stake" nei diritti di proprieta

Segnalo, se puo' interessare, l'articolo di Lizzeri e Persico "WHY DID THE ELITES EXTEND THE SUFFRAGE? DEMOCRACY AND THE SCOPE OF GOVERNMENT, WITH AN APPLICATION TO BRITAIN’S “AGE OF REFORM”"

che differenza di tecnica, o tecnologia, rendeva Atene una democrazia e Sparta no?

argomento interessante. per quello che riesco a cogliere, è una visione molto pragmatica e in un certo senso "moralmente" utile: riconoscere che devono esistere delle basi pratiche, tecnologiche per l'applicazione di certi ordinamenti sociali che una volta acquisiti sembrano naturali a me sgombra il campo dall'idea un pò troppo autoindulgente di una magnifica, assoluta conquista intellettuale come il riconoscimento di diritti universali. Avere coscienza di quello che nei fatti la rende possibile, anche a prezzo di un pò di idealismo, comunque la rafforza. una domanda. questo si potrebbe definire come un caso di negoziazione tra democrazia e tecnica?

sparta

palma 10/5/2009 - 11:33

La questione e' di lana caprina. democrazia (in termini comprensibili dagli attici o dai lacedemoni) e' il cratos (il potere militare e politico) dato al demos (chi sia membro di demos e' infinita discussione: i barbari non contano, gli schiavi nemmeno, le donne meno che mai, gli infanti neppure, und so weiter)

Sparta nella sua costituzione ammise re (due) e una serie di misure che non corrispondono affatto alla nozione attica di "potere al popolo".

Accludo per sua convenienza una breve introduzione al tema, mi scuso se e' in Inglese ma ho scarsissimo accesso per ragioni di larghezza di banda a testi in Italiano;

Beg/cit

Sparta Reconsidered Democracy title

First Democracy: Revolution and Land Reform

The Spartan Constitution is most commonly dated to the early 7th century BC.

It is the first known constitution that vested the supreme power in the hands of an Assembly composed of all citizens.

Thus, Sparta was the first known functioning democracy—roughly 150 years before the introduction of democracy in Athens.

Furthermore, Sparta was the only Greek city-state to introduce a land reform, dividing property equally among its citizens.

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Ancient historians had no convenient system for marking the dates of events—which makes it even more difficult for modern historians to try to apply dates to the events described. We therefore have no way of dating the Spartan Revolution with certainty. Ancient sources agree, however, that following a period of "unrest"—possibly even a rebellion of some kind—new, revolutionary laws were introduced. These laws were submitted to the Oracle at Delphi, which advised the Spartans that they would live better under these laws than any others. Thereafter, this radical new form of government was copied and modified in other Greek city-states.

As is typical of early, innovative institutions, later innovations in the other cities made the Spartan democracy appear "conservative" as time went by. Thus, Sparta never entirely freed itself of its kings. Two jointly-ruling hereditary kings from different families held restricted and mostly ceremonial functions throughout Sparta's history as an independent state—very much as the English monarchy functions today.

Another notoriously "conservative" aspect of the Spartan constitution was the "Council of Elders." Although this body was elected, as were similar institutions in other cities, the Elders had to be over 60 years of age and were elected for life. In consequence, they were not subject to the most effective of democratic censures: re-election.

In addition to the Kings and Council, however, Sparta had the distinctly democratic institutions of "Ephors" and the Assembly itself.

The "Ephors" were five officials or executives responsible for carrying out the day-to-day running of the city, including the receiving and sending of ambassadors. They were elected for only one year and could not be re-elected.

The Assembly, which is believed to have met on a monthly basis, was composed of all adult males. Although it could only vote on the bills presented by the Council/Ephors, the common misconception that the Assembly could only vote "yes" or "no" is belied by accounts of lively (not to say rowdy) debates. The Spartan Assembly was powerful and was even known to have exiled kings. Nevertheless, the Spartan Assembly never attained the absolute tyranny of the Athenian Assembly—a point praised widely by ancient writers, who saw in Sparta's more balanced (two-chambered) democracy a means of controlling the fickleness of the mob.

The most radical feature of Sparta's constitution, however, was the introduction of land reform. Although this event, too, is lost in the mists of undated ancient history, all ancient historians agree that at some time (probably in the late 8th or early 7th century BC, by our reckoning) Spartan society underwent a severe crisis. A rebellion or civil war so threatened the continued existence of the city-state that the citizens were prepared to accept extensive reforms, effectively a new Constitution. This Constitution, reputedly developed by Lycurgus, included a redistribution of the land. The land was divided into equal plots of sufficient size to support a man and his family, and each citizen was given a plot, or estate, a "kleros." Henceforth, the Spartans called themselves "Equals"—because they were equal not only in rights but also in wealth.

There is no question that with time this equality of wealth was eroded. Whether by inheritance, marriage, or the acquisition of new lands through conquest after the land reform, by the second half of the 5th century BC wealth had become concentrated in the hands of fewer and fewer families. Spartan citizens were no longer equally wealthy. Yet even so, the myth of equality remained powerful, and laws prohibited the hoarding of wealth, even the ownership of gold and silver coins (possibly all gold and silver). The ostentatious display of wealth was frowned upon socially.

This set Sparta apart from the other Greek city-states, where the landed aristocracy, wealthy merchants and manufacturers engaged in extravagant displays of wealth and competed for the honour of donating the most generous gifts to their respective cities. Spartan dress, tastes, and style were notoriously modest. On the negative side, this custom reduced the magnificence of Spartan buildings and hence the archaeological heritage that could be passed on. On the positive side, the apparent disparity of wealth among citizens was greatly reduced. Whereas in other cities, citizens could be reduced to beggary and it was not uncommon for the slaves of wealthy men to enjoy more material well-being than poor citizens, every Spartan citizen had at least a small "kleros" to support himself and his family.

 

Fra i tanti consigli per Napoli, un lettore caritatevole mi ha inviato anche questo!

Mah, a me l'unica volta che hanno fregato il portafogli è stato l'anno scorso a Milano. Paese che vai, usanze che trovi...

Infine una nota a margine: perchè prendere il bus per Mergellina se c'è la Metro dalla stazione centrale fino a Mergellina ? Mi sa che i professori hanno trovato l'ufficio informazioni chiuso: era domenica e la Brunetta (il ministro) non era in giro..

Infine una nota a margine: perchè prendere il bus per Mergellina se c'è la Metro dalla stazione centrale fino a Mergellina ?

Marco, ma non hai letto l'articolo? Quelli erano filosofi, e a loro piace problematizzare, trovare paradossi! :-)

Mah, a me l'unica volta che hanno fregato il portafogli è stato l'anno scorso a Milano

La "verità" (almeno, la verità che conosco) è che a Napoli nessuno porta con sè il portafoglio (così mi ha detto un collega di Napoli).

Un elegantissimo Michele Boldrin ieri ha presentato la sua relazione su "Democrazia e tecnica" al convegno SUM-NISA. 

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