Un dibattito mancato e la cosidetta "teoria austriaca"

9 ottobre 2014 michele boldrin

L'argomento d'un dibattito mancato m'è tornato alla mente. Avendo intenzione, per mille buone ragioni, di ricominciare a scrivere su nFA, comincio da qui. Son in parte pensieri in libertà ed in parte questioni serie che la ricerca nelle scienze sociali non è riuscita a risolvere, chissà se mai le risolverà. Se vi interessa il tema "teoria economica austriaca alternativa alla teoria dominante e capace, al contrario di questa, di spiegare tutto ciò che non abbiamo capito del mondo" provate a leggere. Altrimenti, lasciate stare.

Il precedente è abbastanza secondario: tempo fa mi venne proposto di dibattere un signore sul tema "la teoria austriaca non esiste" (affermazione mia). Rifiutai di farlo perché la maniera in cui il dibattito era strutturato ci avrebbe condotti a polemizzare su teorie libertarie, stato minimo, riserva frazionaria ed altre fantasie marginali che alcuni confondono con la realtà, da un lato, e la ricerca nel campo economico, dall'altro. Tempo perso.

Nondimeno, mi colpì quante persone siano assolutamente convinte che esista, nel campo della teoria economica, una "Scuola Austriaca" alternativa a quella "dominante" (il famoso "mainstream"), della quale chi scrive in questo blog, tanto per dire, farebbe parte. Non solo, nel mondo che si autodefinisce "libertario" vi è la diffusa convinzione che il corpo teorico della supposta scuola sia capace di spiegare il mondo in cui viviamo meglio di quanto non lo possa fare, molto poveramente, la "teoria dominante" che costoro, in compagnia di marxisti, strutturalisti ed altri -isti, definiscono allegramente "neoclassica". Un tipico esempio di tale convinzione è sintetizzata in questa citazione che non ricordo da dove ho preso ma che è comunque esemplare del tipo di conclusioni "pratiche" (si fa per dire) a cui gli adepti a tale mitica scuola arrivano:

È la vita reale che dimostra quanto la teoria economica austriaca sia rigorosa e coi piedi ben saldi per terra. Se fossero apoditici ed infallibili i principi dei neoclassici, oppure dei kenesiani, dei chicaghiani o degli econometristi vari, anziché dei "prasseologi", non si capirebbe il perchè un qualsiasi uomo di poca cultura e senza fondamentali economici acquisiti a Chicago piuttosto che alla Bocconi, diventa miliardario, grazie semplicemente alla produzione di un bene o di un servizio che incontra i gusti, o le necessità, di una moltitudine di consumatori. Il tutto, creando ricchezza, benessere e posti di lavoro. Il tutto senza una legge che gli abbia indicato cosa fare. Tutto ciò, insomma, è tanto più vero quanto meno lo Stato, ed i suoi economisti di corte, intralciano il mercato. Per un austriaco fallire fa parte della vita, per gli altri, invece, è un incidente di calcolo che va evitato coi soldi dei contribuenti. Gli economisti austriaci si son posti il problema di non ignorare la realtà, gli altri - da perfetti costruttivisti boriosi - si sono illusi di poterla reinventare o manipolare. Banalizzando, i primi si augurerebbero che tutti gli uomini potessero vivere a Montecarlo. I secondi pretenderebbero di farli vivere tutti in Venezuela.

A fronte di tanta meraviglia, perché mi spingo a sostenere che addirittura nemmeno esista? Lo faccio per due motivi, che illustrerò utilizzando la breve presentazione della "Scuola Austriaca" (SA) su Wikipedia (per i precisini, i miei commenti si rifanno a questa versione, quella più recente al momento in cui scrivo).

(I) Quanto di sensato (o non apertamente contraddetto da logica/dati) la SA sostenga è incorporato da tempo nella "teoria dominante" (TD).

(II) Quanto non incorporato nella TD è o ben aria fresca o ben un non sequitur teorico delle ipotesi dichiarate o non dichiarate.

Il combinato disposto di (I) e (II) porta alla conclusione che la SA "per se" non esiste perché la sua parte interessante è sussunta nella TD e la sua parte erronea è stata, giustamente, espunta. Niente di alternativo, insomma, ma uno dei tanti filoni di ricerca che, epurati di ciò che è palesemente erroneo, fuorviante o scientificamente impotente, contribuisce a definire quel campo di conoscenze in evoluzione che chiamiamo teoria economica contemporanea. La quale non è né dominante né sottomessa, ma semplicemente l'unica che, al momento per lo meno, abbiamo.

Vediamo perché è cosi commentando, paragrafo per paragrafo, il testo menzionato.

La scuola austriaca, conosciuta anche come la scuola di Vienna o la scuola psicologica, è una scuola di pensiero economico eterodosso che proclama una stretta aderenza all'individualismo metodologico. 

Notiziole storiche a parte, il primo punto degno di nota è quello dell'individualismo metodologico.  Ora, che diavolo vuol dire che ogni "azione" (l'autore si è scordato di definire di chi: del mio cane Rocco? Del clima al Polo Nord? Di Topolino nel suo buco nel muro di Disneyland?) è riconducibile ad un'azione individuale? Se stiamo parlando di esseri umani stiamo dicendo una banalità, ben accetta da praticamente tutte le scienze sociali (vedasi, per esempio, Coleman) e senza dubbio alcuno dalla teoria economica che insegno a scuola. Se stiamo invece parlando "in generale" allora siamo di fronte all'ennesima risciaquatura del riduzionismo metodologico che costituisce, nella sua parte comprensibile, il metodo di praticamente tutta la scienza contemporanea (non solo quella sociale) ma che - come ben sappiamo ma non vi voglio tediare - nella sua parte meno comprensibile conduce a problemi epistemologici al momento (ed io credo per sempre) privi di soluzione. Il lettore attento avrà notato che Wikipedia, alla voce "methodological individualism", rinvia a "Occam's razor" e che questa pagina argomenta, a iosa, il punto da me appena sostenuto. In parole povere: o ben l'individualismo metodologico è una ovvietà accettata da chiunque al mondo faccia ricerca o è aria fresca priva di costrutto. Lascio agli adepti alla SA la scelta ma, per quanto mi riguarda, o ben (I) o ben (II). Andiamo avanti.

La scuola austriaca sostiene che l'unica teoria economica valida debba derivare logicamente dai principi basilari dell'azione umana. 

Che ogni pretesa "spiegazione" di fenomeni sociali debba fondarsi sui principi di base dell'azione umana è un vuoto gioco di parole. Su cosa si dovrebbe fondare una teoria di ciò che gli esseri umani fanno? Sulle eclissi di luna? Certo, se vogliamo seguire sino in fondo la via del riduzionismo metodologico - arrivando alle questioni irrisolvibili menzionate prima - possiamo sostenere che le azioni umane devono fondarsi su quelle della fisica atomica e queste su quelle della subatomica e via regredendo sino ... sino al nulla. Non so se chi scrive queste cose si rende conto di scrivere affermazioni catalaniche ma temo di no. Ciò che rimane è l'affermazione secondo cui la teoria dell'azione umana deve fondarsi su qualche "principio base" o assioma dell'azione umana: chi non concorda, eccezion fatta per qualche religioso che invochi la beata provvidenza di turno? Siamo seri ed andiamo avanti.

Oltre al suo approccio formale alla teoria, spesso chiamato prasseologia, la scuola ha sempre predicato un approccio interpretativo alla storia. Il metodo prasseologico permette di derivare le leggi dell'economia valide per ogni azione umana, mentre l'approccio interpretativo si occupa di singoli eventi storici.

A questo punto viene menzionata la storia, come se solo gli adepti alla SA se ne preoccupassero. La "storia", essendo la documentazione, più o meno ben fatta, di ciò che è successo a, e fra, gli umani è, ovviamente, il luogo intellettuale dove le teorie si "testano" (virgolette d'obbligo) o, per lo meno, sull'interpretazione della quale pugnano. Conoscete qualche economista fautore di teorie che dovrebbero, esplicitamente, ignorare o financo contraddire i fatti storici? Io no. Siamo quindi di fronte al caso (I): l'affermazione è sensata ma accettata, ben prima che BB (Bohm Bawerk) nascesse, da chiunque si occupi di scienze sociali. Andiamo avanti di nuovo, ma non dopo aver notato che il povero BB (no, non questo, l'economista) non ha colpa alcuna per esser stato tirato in ballo in una discussione insensata.

L'approccio della scuola austriaca è razionalista (...)

Poi viene il razionalismo. Qui mi perdo: visti i temi su cui ho fatto ricerca e la "scuola" a cui, secondo gli -isti, appartengo sembra io sia platonico! Chi mi conosce (più o meno biblicamente) ha l'esattamente opposta impressione ma tant'è ... Il punto è che lo stesso paragrafo ammette che, su questo terreno, la SA è come tutti noi, ossia assume che gli esseri umani non siano sistematicamente scemi ... almeno quello. Poi ci sono affermazioni che io ed il buon Palma definiremmo "dadaiste", come quella che contrappone artificialmente Smith (et al) a Cantillon (et al). Non ho voglia d'imbarcarmi in una diatriba di storia del pensiero economico (ai secchioni consiglio d'iniziare qui) ma mi si permetta di far presente che dietro a queste affermazioni dadaiste v'è la nefasta influenza di un megalomane che costoro considerano un guru. Costui, non avendo capito nulla della teoria economica moderna, è riuscito a diventare comunista (senza saperlo) e famoso (nel suo mundillo) a botte di assurdità su economisti che egli non aveva proprio inteso; Adam Smith, per dire. Ma su Murray-the-Guru ritorno alla fine con esempietto della sua ignoranza. Il punto è, di nuovo, che se solo uno riflette un attimo sulla sequenza di parole che sto commentando si rende conto che non vogliono dire assolutamente nulla.

Il filone principale della scuola austriaca include (...) L'elite contemporanea degli austriaci include (...)

Poi troviamo un elenco di geni vivi associati in modo quasi insultante, per i seguenti, a economisti morti e quindi incapaci di sollevare la manina per dire "io non c'entro". Nella mia stupidità ho anche provato recentemente a "studiare" costoro (quelli vivi, quelli morti li avevo studiati durante gli anni di scuola) ed ho scoperto - sghignazzando fra uno sbadiglio e l'altro alla lettura del tomo dello spagnolo - che questi pensano che un modello economico sia una sequenza di conti in partita doppia ... oh well.

Sebbene le sue tesi siano controverse (...) la scuola austriaca ha avuto una certa influenza, a causa della sua enfasi sulla fase creativa (ossia l'elemento 'tempo') della produttività economica e del suo interrogarsi sulle basi della teoria del comportamento connessa con l'economia neoclassica.

Veniamo ora alla prima affermazione "sostanziale", quella secondo cui ciò che differenzia la SA dal resto sarebbe l'attenzione alla fase "creativa" ossia al "tempo" nella determinazione della produttività (il resto del paragrafo è horse manure, un sostituto quasi perfetto di BS). Ora, io mi occupo da sempre di dinamica (quella cosa che succede nel tempo) e, da almeno vent'anni, di produttività, innovazione e progresso tecnologico. Se qualcuno mi cita un contributo uno della SA ai temi di queste aree di ricerca che risulti essere alternativo a quanto la TD è riuscita a capire (poco, non ho tema di ammetterlo) sulle dinamiche economiche e le determinanti della produttività ... lo bacio in bocca indipendentemente dal suo sesso e dal coluttorio che usa. Al momento conosco solo alcune idee degli economisti austriaci morti, alcune accettabili altre molto meno. Fra quelle meno accettabili v'è la cosidetta "teoria austriaca del ciclo economico" sulla quale discutemmo anni fa con Pietro Monsurrò su questo sito, arrivando alla conclusione che non era, appunto, una teoria né tantomeno un modello ma un insieme abbastanza disordinato di affermazioni apodittiche a collegare le quali mancavano, purtroppo, financo nessi causali coerenti per non dire empiricamente corroborati. Fra quelle accettabili vi è l'idea che il "periodo di produzione" non sia una costante ma vari da processo a processo ed a seguito del cambio tecnologico. Per questa ragione la funzione aggregata di produzione è spesso fonte di gravi confusioni e molte questioni possono essere intese solo con l'uso di modelli disaggregati: un tema presente da decenni nella ricerca di svariati esponenti della TD nel campo della dinamica fra i quali, non necessariamente ultimo, yours truly. Amen e procediamo.

I teorici della scuola austriaca raccomandavano piccoli governi, una forte protezione della proprietà privata e il supporto in generale dell'individualismo. Per questo motivo sono spesso citati a sostegno da gruppi liberisti "laissez-faire", "libertarian" e oggettivisti, sebbene economisti di scuola austriaca come Ludwig von Mises insistono sul fatto che la prasseologia deve prescindere dai valori: non rispondere cioè all'ipotetica domanda "è giusto adottare questa politica economica?", ma piuttosto alla domanda, a fondamento dell'eterogenesi dei fini, "se questa politica fosse realizzata, avrebbe gli effetti desiderati?"

Il paragrafo seguente conferma che quel poco di originale che la SA (quella dei morti) ha prodotto è incorporato nella TD e lo è fin troppo. Gli economisti sono spesso accusati di cinismo amorale perché guardano solo ai risultati ed insistono che de gustibus non disputandum est (dove, ovviamente, gustibus include valori et similia). Scopriamo ora (si fa per dire) che quelli della SA son d'accordo. Muy bien y adelante Pedro, con juicio cha siamo sempre in (II).

Sulla sezione "storica" che racconta le avventure della supposta scuola non mi ci metto. Le notizie sono più o meno corrette e l'unico tema di rilievo mi sembra essere quello del rifiuto del "calcolo economico" che ha portato costoro a rifiutare l'uso della matematica nell'analisi economica. Il tema è di apparente interesse "epistemologico"; in realtà è una boiata pazzesca dovuta al semplice fatto che coloro i quali sostengono 'la matematica fa male" (semplifico) normalmente non la sanno ed ancor meno ne capiscono la natura e la funzione. Son certo che qualcuno arriverà, nei commenti, a spiegarmi che l'azione umana non è "quantificabile" o "formalizzabile" ed allora ci divertiremo. Per il momento mantengo la posizione fantozziana: trattasi di pazzesca boiata.

Veniamo ora alla sezione "Contributi" che esamino uno per uno.

- Nel primo c'è un errore, volevano credo scrivere "crescita" e non nascita. Se qualcuno mi spiega dove la teoria della crescita "austriaca" sia ortogonale a ciò che molti di noi fanno ripeto di nuovo l'offerta del bacio in bocca. Per parte mia le idee buone di Schumpeter (soprattutto) e Hayek (meno, faceva un casino tremendo perché non sapeva nemmeno l'algebra, purtroppo) sono parte integrante degli strumenti che uso ogni giorno, e non solo io!

- Conoscete qualche economista dominante che sostenga gli agenti economici tendono a fare scelte sconvenienti? O hanno in mente la proibizione degli atti osceni in luogo pubblico?

- Matematica: boiata pazzesca.

- BB contra Marx: sicuramente. Ma sta tutta, molto meglio articolata, in un qualsiasi modello lineare di equilibrio generale con produzione. Ossia, caso (I).

- Dimostrazione è un'esagerazione ma, visto che tutti siam d'accordo ad usare l'ipotesi di concavità della funzione d'utilità (senza renderci la vita difficile con ordini astratti di preferenze) ritorniamo al caso (I).

- Opportunity cost: spero scherzino. Se questa è alternativa alla TD allora sono alternativi anche gli studenti che fanno Econ 101. Idem per l'offerta, che Lionel mi si rivolta nella tomba a sentirsi dire che lui non aveva capito o non condivideva il "non-substitution theorem"!

- La teoria "austriaca" del ciclo economico: già detto sopra. Non esiste. Nel senso che NON è una teoria formalmente coerente, per non parlare della sua rilevanza empirica che nessuno è mai riuscito neanche a provare a considerare per la semplice ragione che, se non hai un modello coerente che diavolo testi sui dati?

- Equilibrio intertemporale: spero sia noto che l'idea, che era anche di Hicks e tanti altri, è stata chiarita, elaborata ed incorporata da almeno mezzo secolo nella teoria dell'equilibrio generale dinamico. Sempre (I).

- Il prezzo di cos'altro è indice se non della scarsità (relativa) di un bene e degli inputs che lo producono (vedi sopra, non-substitution theorem)? Ma vale la pena notare che questa idea è tutt'altro che originariamente "austriaca" ... evitiamo di brevettare l'inbrevettabile, please!

- Preferenze temporali, vedi sopra equilibrio temporale. Ed il povero Ramsey, per dirne uno, che si rivolta anche lui nella tomba.

- Calcolo impossibile in "socialismo". Oh well, altra boiata pazzesca. In che senso? Non nel senso che il socialismo funziona ma nel senso che, se vogliamo capire come funzionano i sistemi socialisti reali, il "calcolo economico" (costo opportunità, utilità individuale, incentivi, eccetera) è strumento utile lì come nella selva dell'Amazzonia. La questione, come posta da Hayek, era corretta ma ha poco a che fare con il calcolo ha a che fare con incentivi e distribuzione (produzione e trasmissione) dell'informazione. Tema principe, da Hayek&Co e poi Hurwicz e tanti altri, da almeno 80 anni in teoria economica. Con svariati premi Nobel a provarlo. Insomma, (I) di nuovo. 

In conclusione: esiste una SA qua tale, indipendente ed alternativa alla TD? NO, NON ESISTE. Esistono contributi alla TD, alcuni dubbi ed alcuni accettati, di economisti austriaci del passato, contributi di cui siamo fieri. I loro epigoni contemporanei sono solo, e mi dispiace, dei mediocri e confusi personaggi che cercano di ricavarsi un posto al sole piantando polemiche prive di fondamento e predicando contro il sistema bancario a riserva frazionaria e contro le banche centrali. Entrambi, sistema bancario e banche centrali, hanno mille difetti ma quello che NON hanno è di "creare moneta by fiat". Questa è funzione socialmente utile (ho perso il tempo per dimostrarlo qualche anno fa, ma non credo di essere particolarmente originale in questo) ed il fatto che costoro non lo intendano è solo misura della loro ... 

P.S. Avevo promesso sopra una noterella finale sull'ignoranza del Guru Rothbard. Mi pento della promessa, ma non la cancello. Magari metto qualcosa nei commenti perché questo post è già lungo abbastanza. Ma tanto per dire: in un libretto pubblicato in italiano da IBL (ma hanno altro da pubblicare?) ed intitolato "Contro Adam Smith" la perla delle perle (che di cazzate ne contiene a iosa) è un'affermazione sulla divisione del lavoro. Il guru MR sostiene che AS era un povero cretino ad argomentare che la divisione del lavoro è determinata dalla dimensione del mercato e dallo stato della tecnologia. Perché, dice, è ovvio a tutti (?) che la divisione del lavoro è determinata dall'eterogeneità psicologica ed attitudinale degli esseri umani. Ah si? E com'è che cambia di secolo in secolo, di decennio in decennio, di anno in anno, di mese in mese e financo di giorno in giorno se guardi attentamente? Forse che mutazioni genetiche e psicologiche avvengono in massa ad altissima frequenza? Mi fermo qui, l'uomo non riesce a capire che un esito di equilibrio ("equilibrium outcome") può avere più di un fattore che lo determina. E nemmeno riesce a capire che, nell'analisi dinamica e storica, occorre chiedersi a che frequenza i fattori determinanti mutano per capire la frequenza e le modalità con cui l'equilibrium outcome che si vuole spiegare (divisione del lavoro, in questo caso) muta nel tempo. Penoso, semplicemente penoso.

30 commenti (espandi tutti)

"o ben l'individualismo metodologico è una ovvietà accettata da chiunque al mondo faccia ricerca o è aria fresca priva di costrutto"

perfetto, al 100%.

quello che l'individualismo metodologico va predicando, è messo in pratica da chi fa Ricerca ( provando a costruire modelli e a metterli a disposizione della comunità scientifica perchè vengano eventualmente smentiti).

ed è proprio per questo che vale la pena studiarlo secondo me. o meglio leggere e studiare gli autori che lo hanno "fondato". e non limitarsi solo a wikipedia professore.

vale la pena magari leggere weber, popper, von hayek, e prima ancora von mises e menger.

in quanto filosofi, non economisti.  filosofi però che hanno contribuito a chiarire cosa è RICERCA e cosa è ideologia; quando conviene ascoltare ( come ascolto sempre per imparare lei prof. e il resto di noisefromamerika, per esempio) e quando no ( come mi è capitato con il prof. bellofiore ultimamente: ideologia presupponente, filosofia politica militante, e poca logica economica). 


grazie e buona sera

Ahem

michele boldrin 9/10/2014 - 21:08

Forse ho capito male ma ... parli con me? Ossia è rivolto a me l'invito?

no, è rivolto ai lettori e ospiti

ho visto in tv prima Piketty.
credo che somigli ( volto) clamorosamente al prof. Zanella.
mi sbaglio?

scusate l'intrusione....

Gent.mo Prof. Boldrin,
leggendo questo suo contributo e cosa hanno scritto i suoi detrattori relativamente al suo rifiuto di partecipare a quel confronto, mi sono convinto che nel campo liberale/libertario tra i vari schieramenti e gruppuscoli che lo compono, di fondo ci sia una profonda incomprensione su cosa sia la scienza economica, incomprensione che si fonda sul fatto che il messaggio della teoria austriaca prima di essere economico è un messaggio politico che sostiene che il potere statale/burocratico debba stare quanto più lontano possibile dalle dinamiche economiche in quanto la sua azione è distorsiva in termini negativi e impoverisce le realtà economiche piuttosto che arricchirle.

A mio parere la causa di questo incomprensione di fondo nasce dal fatto che in Italia siamo stati governati per decenni da pseudo-keynesiani che hanno trovato nella teoria interventista di Kaynes una leva fondamentale per poter convincere l'elettorato che debito e spesa pubblici/statali sono necessari per mantenere alto il livello economico del Paese. Per i gruppi libertari, ovvero che chi crede nella centralità dell'inviduo e delle sue libertà rispetto all'interventismo dello Stato, la scuola austriaca ha rappresentato un substrato teorico culturale che riuscisse in qualche modo a smontare la teoria della necessità dello Stato Invadente nell'economia tramite la teoria del ciclo economico.
Ora questi argomenti come ha scritto sopra e come ho potuto leggere nel suo scambio con Pietro Monsurrò di qualche anno orsono qui su nfa, sono affetti da delle mancanze teoriche che non permettono di parlare della teoria austriaca come di una teoria economica autoconsistente secondo i crismi della comunità accademica, ma che comunque i suoi elementi di valore sono già stati integrati nella teoria economica standard o mainstream. Mi pare poi di aver capito che la teoria economica mainstream non è neanche allineata sulle tesi di Kaynes sostenute dai socialisti di tutto il mondo.
La domanda che mi sorge spontanea da liberale/libertario, nell'accezione che ho riportato sopra, è questa: se ci sono e quali sono gli argomenti forti, della scienza economica ufficiale che sostengano una posizione politica liberale di scarso intervento dello Stato nel sistema economico di una nazione o se si possono identificare dei chiari vincoli in cui questo intervento si dimostra positivo o negativo?
Ancora una volta piuttosto che scontrarsi sulle etichette e farsi inutili guerre di religione sarebbe utile per tutto lo schieramento liberale confrontarsi e cercare di definire una base culturale solida su cui costruire un discorso coerente.

Ringraziandola per il tempo che vorrà dedicare a queste mie considerazioni porgo
Distinti Saluti
Alberto Revelant

Nota a margine

Michele 9/10/2014 - 23:00

Bentornato, Michele!

Grazie per l'articolo!

Volevo aggiungere una riflessione sull'uso della "storia" come il dataset contro cui testare le teorie. Se con "storia" ci riferiamo a "una narrativa data ad eventi passati", così come riportata da uno storico, allora si deve anche considerare il problema della selezione delle fonti.

Dato che purtroppo non sempre gli storici concordano tra loro, quale ricostruzione storica il ricercatore sarà più portato a considere come "un fatto"? Quale quindi sceglierà come dato su cui testare la sua teoria? Probabilmente il resoconto di quello storico che, mentre metteva insieme gli eventi, aveva implicitamente in testa qualcosa di simile alla sua teoria. Magari non farà ciò per malafede, ma semplicemente perché la troverà più "logica" (la sua logica!) e quindi più verosimile.

E' chiaro che qualsiasi teoria ragionevole/affascinante troverà sempre uno storico che abbia ricostruito gli eventi con la stessa struttura logica in testa, e quindi il "test empirico" della teoria diventa più una ricerca della fonte che avvalora la teoria, piuttosto che effettivamente un test.

Il punto che qui riporto non è originale: nelle scienze sociali il problema è ampiamente riconosciuto, si veda per esempio "History, Historiography, and Political Science" di Lustick (1996). Mi viene quindi da concludere che l'uso della storia come dataset ricade in (II).

Una banale osservazione, che astrae un po' dal contesto, è che questa riflessione sull'uso della storia "antica" vale anche per quella più recente: si pensi a chi per difendere teorie complottiste cita ricostruzioni di eventi fatte da (altri) complottisti.

Condivido. 

Ma nella misura in cui lo stesso periodo/evento/persona/problema viene studiato da piu' di uno storico e questi hanno "modelli" diversi del mondo in mente e' ragionevole sperare che, con il tempo, documenti, fatti ed osservazioni piu' o meno verificabili cumulino sino a darci (almeno) una visione composita e non pre-determinata del fatto oggetto di studio.

La verita', lo sappiamo, non e' di questo mondo e cio' che e' successo sara' per sempre aperto a interpretazioni diverse. Ma vi sono dei limiti e questi limiti, grazie alla concorrenza fra storici ambiziosi, si restringono nel tempo in modo utile.

Questo apre ovviamente piu' problemi di prima ma sono OT, quindi mi fermo qui. 

Forse non ci sono abbastanza storici ambiziosi in giro (o forse ci sono troppi economisti che si dilettano di storia economica...)

Buongiorno Michele,

e bentrovato.

Forse un po' OT in questo caso (ma non del tutto). Non so bene se sia già stato affrontato e discusso qui tale argomento. 

Tornato di attualità negli anni a ridosso dell'esplosione dell'ultima crisi il dibattito sul macrociclo di Kondratieff, permangono dubbi e perplessità a riguardo.

Sarebbe molto gradito da parte mia il tuo parere sul tema.

Saluti

 

Mainstream vs ?

amadeus 10/10/2014 - 17:05

Dunque, riassumendo, probabilmente anche gli economisti 'austriaci' di fine ottocento, i presunti fondatori della cd omonima 'scuola', non si sarebbero detti tali: ai tempi il loro contributo era sostanzialmente coerente con il nascente filone 'marginalista' che poi sarebbe diventato 'neoclassico'. Tra l'altro mi sembra che i Contributi elencati nell'apposita sezione, siano stati principalmente il frutto del lavoro dei 'precursori' piuttosto che dei seguaci, la cui principale dote si è rivelata essere l'inconsistenza. Tali contributi, quando erano validi sono naturalmente confluiti nella teoria ufficiale.

Per quanto ne so di 'scuola austriaca' non se ne è parlato per decenni, se non in qualche 'enclave' nascosta ma ultimamente il fiume carsico è riaffiorato. Motivo ? IMHO, in questa fase in cui la disciplina ufficiale non è riuscita (e non riesce) a fornire una spiegazione consistente dell'attuale stato dell'economia nei paesi industrializzati o ex, che convinca anche i non addetti ai lavori (ammesso e non concesso che le cose siano invece chiare agli addetti ai lavori) anche i venditori di fumo cominciano a trovare il loro spazio. Così come quando la medicina ufficiale non riesce a spiegare una malattia cominciano a circolare i venditori di olio di serpente. L'accresciuta (?) ' diffusione delle idee, sicuramente confuse, della 'scuola austriaca' è il risultato a) da un lato, di internet che costituisce un veicolo molto potente per la diffusione delle idee, comprese quelle balzane, che trent'anni fa non esisteva ancora; b) del fatto che le risposte attuali della scienza economica mainstream non sono da molti considerate soddisfacenti. Forse sarebbe altrettanto interessante un dibattito - anche virtuale - su qs ultimo punto.

lo so, ma ho ascoltato ieri un illustre personaggio addebitare la crisi finanziaria alla diffusione dell'ideologia dello shareholder value che avrebbe soppiantato una sana considerazione dell'impresa come comunità di uomini che si giustifica per la capacità di produrre crescita e sviluppo.

Presumo che il personaggio in questione intendesse dire che l'attenzione alla creazione di valore per gli azionisti abbia comportato l'assunzione di rischi eccessivi, soprattutto da parte del management di imprese finanziarie nordamericane, rivelatisi poi incontrollabili: forse c'è del vero in quest'ipotesi, ma la contrapposizione, troppo facile, all'impresa - ed al management - socialmente responsabile mi lascia perplesso.

Che ne pensano Michele e gli altri amerikani?

... nel suo libro "Manifesto capitalista". In effetti LZ è molto più "uomo d'azienda" che economista, insegna in una scuola aziendale d'altronde.

Da non economista ti risponderei dicendo che è diffusa nel mainstream l'idea che gli uomini rispondono a incentivi, anche perversi come quelli del valore trimestrale delle azioni per il calcolo dei bonus,  inoltre c'era (c'è) l'azzardo morale del too big too fail e la frittata si combinò, col buco peraltro, perche Lehman Brothers fu lasciata fallire generando il panico che il "too big too fail" non fosse vero. End of OT.

Socialmente responsabile è l'idea di LZ, ma che la vede in un'ottica di interessi contrapposti, in cui uno (quello del management) sta prendendo il sopravvento, ma oltre al fascino dell'idea io son perplesso e ritorno all'idea che si devono disegnare incentivi non perversi.

ad acquistare il libro o saresti così gentile da darmi una sintesi della risposta di LZ?

...in sintesi LZ afferma che il capitalismo soffra di pochi "interessi contrapposti", e che le grandi lobby in USA (il libro fu scritto per il mercato USA e ha solo un capitolo riguardante l'Italia) stanno prendendo il sopravvento "come in Italia" (testuale), e che sono molto interessate alla spesa pubblica (USA sempre), e che quindi per far tornare il capitalismo a una cosa che sviluppa tutto e tutti si devono introdurre dei meccanismi etici nella guida delle grandi corporation, e si deve ridurre di molto il potere delle lobby (che in USA e in UE sono pure regolamentate, in Italia NO).
Da qui il titolo "Manifesto capitalista". Se occorre gli ridò una rapida occhiata e ti descrivo i "meccanismi etici" di LZ, ma a memoria era roba di quasi puro buon senso, in cui si dovevano introdurre dei meccanismi compensativi non basati sulla pure "Quarterly review".

Da quanto scrivi, mi pare una prosecuzione del libro che LZ aveva scritto con Rajan. In definitiva, l'idea è sempre quella che l'ordinamento giuridico deve difendere il capitalismo, impiegando sia hard sia soft law, nei confronti delle sue denegerazioni che, guarda caso, sono addebitabili - nella sostanza - ai capitalisti stessi o, meglio, agli incumbents.

La differenza rispetto ai personaggi evocati nel mio intervento precedente, mi sembra, è che questi non diffidano degli incumbents, forse perché hanno buone relazioni con loro.

Dopo di che, il senso della Corporate Social Responsibility resta vago.

Salve, è la prima volta che commento su questo sito, sebbene lo conosca da tempo e abbia letto molti dei suoi contenuti. Per un po' ho anche trollato sulla pagina facebook del prof. Boldrin, prima che questa, molto saggiamente, venisse interdetta ai "non amici" (spero non per colpa mia).
Comunque, se ho capito bene, a me pare che vi sia una contraddizione di fondo nelle premesse del metodo adottato da questa "scuola economica", ovvero si assume che ogni analisi debba partire dallo studio dell'azione umana, riconducendo questa ad un set di principi base, e cercando di costruire di fatto una teoria del comportamento umano (o quantomeno assumendo che ne esista una), però poi si ribadisce l'impossibilità di ogni modellizzazione (matematica) dell'essere umano stesso, da cui deriverebbe l'impossibilità del calcolo economico. Evidentemente mi è sfuggito qualcosa...

Ed almeno riuscissero a spiegarci, una volta per tutte ed in modo chiaro, che diavolo sono gli assiomi del comportamento umano da cui segue tutto cio' che abbiamo bisogno di sapere ... e che non abbiamo appreso in kindergarten.

Con tutto il rispetto qui in italia noi liberali siamo cosi pochi che potremmo tenerei congressi in una cabina telefonica mentre gli statalisti spesso ladri quasi sempre interessati sono milioni e lei professor Boldrin attacca un altro gruppo liberale?

Ma non poteva scrivere un articolo che dimostrava gli errori di Keyns o di Krugman? Ma lo sa quanti in questo paese considerano la MMT come una teoria salvifica che farà cadere la manna dal cielo e farà rinascere il paradiso terrestre? Si ricorda che un comico assurdo e ridicolo ha preso il 25% dei voti alle ultime elezioni politiche promettendo 1.000€ al mese a tutti e chiedendo l'uscita dall'euro?

Francamente smontare gli austriaci è l'ultimo dei problemi per Fare e per una qualsiasi politica liberale in Italia. Lei sarà anche un grande economista ma come politico ha commesso un altro errore.

Con tutto il rispetto, ma credo che ai cosiddetti liberali faccia più male l'autoghettizzazione imposta dalla purezza dell'ortodossia, che sfocia irrimediabilmente in un certo vittimismo...

Sono un vostro appassionato lettore da qualche anno ormai.

Ho avuto la (s)fortuna di infatuarmi con la SA recentemente (un paio d'anni).

Fatico a immaginare come la proposta dell'elicottero di Zingales/Friedman possa aver senso ma sono pronto ad essere sorpreso.

Prof. Boldrin, è professore? Professori allora!

Ha qualche reference da consigliare per riportarmi sulla "retta via"?

Premetto che sto facendo un PhD in matematica applicata ma non mi occupo, né mi sono mai occupato, di economia

ringrazio anticipatamente.

scienze e scemenze

beppyz 14/10/2014 - 10:35

Egregio Professore,
mi fa immenso piacere un dibattito di qualità sulle teorie economiche.
Sono d'accordo sul fatto che la teoria austriaca sia una non teoria (ovvero, non essendo distinguibile dalla teoria dominante, non può essere definita come teoria a se stante), tuttavia vorrei sapere cosa pensa lei della teoria economica attuale...

Sic et simpliciter, da come lei parla di economia mi sembra che ne abbia una concezione scientifica, come se si basasse su verità scientifiche assodate (come la gravità nella fisica, la fotosintesi in biologia, la tettonica delle placche in geologia etcetc), in realtà (secondo me) è solo una semplificazione dell'ideologia sociale dominante/favorevole (propongo qui un articolo che ho trovato molto simpatico http://fixingtheeconomists.wordpress.com/2014/09/22/is-economics-a-scien...).

So che è un tipo schietto nelle risposte, la prego di non bollare questo intervento come mera spazzatura, in realtà intendo confrontare con lei (che ritengo uno dei più credibili interlocutori in materia) delle mie idee del perché "l'economics", così com'è insegnata/concepita oggi nel 2014 (con le conoscenze sceintifiche che abbiamo raggiunto), sia diventata anacronistica

Egregio Professore, mi fa immenso piacere un dibattito di qualità sulle teorie economiche. Sono d'accordo sul fatto che la teoria austriaca sia una non teoria (ovvero, non essendo distinguibile dalla teoria dominante, non può essere definita come teoria a se stante), tuttavia vorrei sapere cosa pensa lei della teoria economica attuale... Sic et simpliciter, da come lei parla di economia mi sembra che ne abbia una concezione scientifica, come se si basasse su verità scientifiche assodate (come la gravità nella fisica, la fotosintesi in biologia, la tettonica delle placche in geologia etcetc), in realtà (secondo me) è solo una semplificazione dell'ideologia sociale dominante/favorevole (propongo qui un articolo che ho trovato molto simpatico http://fixingtheeconomists.wordpress.com/2014/09/22/is-economics-a-scien...). So che è un tipo schietto nelle risposte, la prego di non bollare questo intervento come mera spazzatura, in realtà intendo confrontare con lei (che ritengo uno dei più credibili interlocutori in materia) delle mie idee del perché "l'economics", così com'è insegnata/concepita oggi nel 2014 (con le conoscenze sceintifiche che abbiamo raggiunto), sia diventata anacronistica

Caro Professore,

Siccome la stimo, voglio provare, da pratico (lavoro nell’industria finanziaria) a darle una riposta.

Aniztutto, lei critica un articolo di Wikipedia. Mi scusi, ma chissenefrega? Lei ha letto Roger Garrison? Mises? Parliamo di cose serie.

Punto numero due. La teoria austriaca si basa sul presupposto che la scienza economica e’ fondamentalmente diversa dalle scienze naturali. Queste sono empiriche, nel senso che i risultati della teoria possono essere testati per via sperimentale e, nel caso, falsificati. La teoria economica, al contrario, non lo e’, per il motivo che le preferenze umane, al contrario delle leggi fisiche, sono soggettive e cambiano in continuazione. Questo non vuol dire che la teoria non sia “formalmente coerente” (cito lei). Non e’ magari espressa in una serie di equazioni. Ma questa e’ un’ altra storia. Io di lavoro faccio modelli dalla mattina alla sera (di valutazione di societa’ quotate in borsa); secondo lei mi aspetto che qualcuno “falsifichi” la mia teoria per cui un titolo vale x oppure y? Il modello e’ un’estensione della mia opinione. Solo quello.

Punto numero tre. E qui vengo al cuore del problema. Cito lei “Sistema bancario e banche centrali hanno mille difetti ma quello che NON hanno e’ di creare moneta by fiat”. Ah si? Il fatto che, dopo l’abbandono di Bretton Woods i debiti, pubblici e privati, siano esplosi e negli ultimi 15 anni, siamo passati di bolla in bolla non le suggerisce niente? Gli austriaci sostengono che la manipolazione del prezzo piu’ importante, quello del capitale, e’ fonte di instabilita’e alla fine, probabilmente, incoerente con un’economia capitalista. Mi pare che la teoria austriaca spieghi in modo molto coerente gli eventi degli ultimi 30 anni. La TD, al contrario, non li spiega per niente.

Punto numero quattro. Sostiene lei che quello che di buono c’e’ nella teoria austriaca “e’stato gia’ assunto nella TD”. Io non so che cosa insegna lei ai sui allievi. Ma mi pare che per il 90% degli economisti, la teoria austriaca, rimane completamente sconosciuta.

Olivier Blanchard: “Osborne is playing with fire on austerity”.

Larry Summers: “US approaching escape velocity”.

Uno legge le due affermazioni di cui sopra e conclude che I due eminenti economisti in questione, rappresentanti illustri della TD, di come funziona l’economia, non hanno capito niente.

Non crede? (e perdoni I typo)

...

beppyz 20/10/2014 - 11:00

a quanto pare il Professore non ha tempo di rispondere a chi pone delle domande sensate...

Mi scusi, siamo sicuri che la domanda sia davvero sensata? Lei ha parlato di "verità scientifiche assodate", invocando la gravità tra gli esempi. Che gli oggetti cadano se lasciati andare è certamente evidente perchè frutto dell'esperienza empirica, così come è evidente il moto relativo dei corpi celesti, ma quando parla della gravità come verità scientifica assodata, a cosa si riferisce esattamente? Alla teoria di Newton con la sua formuletta che lega la forza gravitazionale al rapporto tra il prodotto delle masse e il quadrato delle distanze? Alla relatività di Einstein dove la gravità è un effetto riconducibile alla curvatura locale dello spaziotempo? Alla supergravità col suo gravitone di spin 2? Vede, le teorie fisiche sono "solo" modelli matematici, il cui grado di verità si misura secondo la loro capacità di descrizione dei fenomeni naturali e di render conto dei dati, ma ciò niente ha a che fare con la Verità. A questo punto, per come la vedo io, il problema non è stabilire se l'economia sia o no una scienza, ma che cosa sia davvero la scienza, e questo discorso vale tanto per le cosiddette scienze naturali, quanto per le altrettanto cosiddette scienze sociali...

?!?!?

beppyz 21/10/2014 - 11:04

non capisco dove vuole andare a parare?!?!? vuole parlare di fisica o di economia?!?!? ho fatto un esempio di una forza esistente (che ancora non sappiamo quantificare con esattezza pare), che è oggetto di continui studi e approfondimenti e che han messo in discussione le sue stesse fondamenta. le pare che stia succedendo lo stesso con le "scienze" sociali?!?!? viviamo seguendo paradossi buoni per la rivoluzione industriale (costi marginali, economie di scala etcetc) a livello micro e i nostri rapporti macro son basati sul concetto di stato che è ancora più vecchio (sarò magari un pazzo, ma in quanto essere umano penso che questo pianeta sia tanto mio quanto degli altri 7 miliardi di persone che ci vivono, a prescindere di dove siano, ed è mio dovere fare il meglio per rispettarlo). le pare che questi concetti siano stati messi in discussione dalle "scienze sociali"?!?!? le sembra che le scienze sociali siano all'avanguardia per quanto riguarda l'accountability delle esternalità negative legate all'inquinamento dovuto alla produzione?!?!? a me pare che la "scienza sociale" scienza non sia per due ragioni: non è empiricamente dimostrabile e (almeno per quanto riguarda la sua parte occidentale) non è disposta a mettere in discussione i suoi dogmi. L'economia ormai più che una scienza mi sembra diventata un culto ("il dio mercato" che si auto governa e tutto sistema in base a delle leggi indiscutibilmente vere) con i suoi sacerdoti (economisti e professoroni) che agitando delle scatole magiche (modelli matematici dalle assumptions che ad una mente razionale farebbero accapponare la pelle) fanno previsioni su cosa è giusto fare... detto schietto, per me la scienza è quella parte della conoscenza che tramite prove empiriche mette in discussione le sue leggi, dopo svariati fallimenti e bolle (la prima pare fosse quella dei tulipani un qualche mezzo secolo fa) non mi pare che l'economia abbia fatto altrettanto...

Adesso la faccio io una previsione senza ricorrere a modelli matematici: se il prof. Boldrin leggerà il suo ultimo intervento, ad occhio e croce si incazzerà... :D

ahahahahah

beppyz 21/10/2014 - 13:23

io ne sono certo, ma come si incazza si scazza... speriamo si degni di rispondere più che altro... sono curioso di ricevere un commento (elaborato intendo, non un "ma va morì ammazzato, non c'hai capito niente") da una persona autorevole come lui ai dubbi che mi perseguitano da quando, oltre a preoccuparmi di come viviamo noi nel "magnifico occidente", sono concentrato sul come vive l'80% circa del resto degli esseri umani... ;-)

Caro prof. Boldrin, 

le volevo chiedere delucidazioni in merito alla sua affermazione riguardo alla possibilità di formalizzazione dell'azione umana. Posto che mi occupo di filosofia del diritto e non di economia, mi rendo però conto che, nella mia disciplina, pensare di poter formalizzare, o trattare in via matematica, comportamenti umani legati ad esempio a valori o impostazioni culturali alla base della direzionalità politico-culturale degli ordinamenti giuridici è del tutto impossibile. Come è impossibile anche, ad esempio, pensare di poter fare altrettanto nelle teorie del diritto penale o della criminologia, tentando di trovare una via formale per rappresentare o prevedere il comportamento di un serial killer o di un truffatore. 
Cosa ne pensa?

 

Enrico 

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