Il dilemma della massaia

9 settembre 2012 lodovico pizzati

Conviene comprare una lavastoviglie o lavare i piatti a mano? L’equilibrio generale dentro le mura domestiche può essere rappresentativo per un intero paese e così indicarci un indice di sviluppo... o di declino. La domanda che si pone la massaia è parallela alla decisione imprenditoriale di investire nella propria azienda. Se mancano questi presupposti, manca la crescita economica.

L’evoluzione industriale è avvenuta in perlomeno due passaggi. L’800 e la prima meta' del '900, sino alla seconda guerra mondiale, ha visto l’Europa continentale spostarsi dai campi alle fabbriche, preferendo 12 ore di lavoro al giorno in condizioni proibitive piuttosto che fare la fame in una campagna relativamente sovraffollata. Al tempo le donne continuavano a lavorare altrettante ore in casa, dato che solo pochissime famiglie potevano permettersi la servitù necessaria per portare avanti a tempo pieno i lavori domestici. Questa trasformazione economica ha avuto le sue conseguenze sociali e politiche: l’urbanizzazione, i sindacati, il comunismo, e tanto altro. La seconda meta' del 900, invece, ha portato una seconda fase di industrializzazione dovuta all’entrata in massa delle donne nel mondo del lavoro. L’Industrialization 1.0 aveva prodotto tante belle cose (frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici, fornelli, automobili) che hanno facilitato la vita domestica e hanno cambiato l’opportunity cost femminile di entrare nella forza lavoro. Anche l'industrialization 2.0 ha avuto le sue conseguenze sociali: l’emancipazione, un ulteriore boom economico, e uno stile di vita raffigurato esageratamente nei cartoni animati The Jetsons, dove ogni famiglia ha a disposizione quella servitù elettrodomestica che un secolo prima solo l’elite poteva permettersi in carne ed ossa.

Per il mondo occidentale ci sono voluti due secoli, ed ora possiamo osservare il cosiddetto terzo mondo fare lo stesso percorso in pochi decenni con tanto di temporanee esternalità negative: sovrappopolazione, inquinamento, condizioni lavorative oscene, e così via. In sintesi però, questo percorso industriale può essere riassunto come un graduale spostamento da un fattore di produzione, il lavoro, ad un altro, il capitale (inteso in senso economico, e non in senso finanziario come il deposito di Zio Paperone). A livello macro questa transizione è molto importante per il benessere e lo sviluppo economico, e le dinamiche che alla fine dettano i tassi di crescita e gli incentivi ad investire sul futuro di un paese sono pressapoco le stesse che avvengono dentro le mura domestiche e che spingono una casalinga a comprarsi una lavastoviglie per guardarsi una telenovela sul divano, anziché lavare i piatti durante quella stessa mezz’ora. Il dilemma della massaia, se lavare i piatti (lavoro) o farlo fare ad un elettrodomestico (capitale) si basa su una serie di considerazioni che per molti versi valgono anche per altre attività economiche. Possiamo così fare una graduatoria, prendendo come indicativo quanto convenga comprare una lavastoviglie, per vedere se siamo più Flinstones o più Jetsons nello spettro industriale.

Prendiamo ad esempio la tipica famiglia americana. Un ciclo di lavastoviglie consuma di elettricità pressapoco 1.07 kWh che costa mediamente $0.104 al KWh. Il costo elettrico di un ciclo e quindi $0.11 e possiamo ignorare il costo dell’acqua calda utilizzata se supponiamo che nell’alternativa di lavare i piatti a mano utilizziamo la stessa quantità di acqua calda (in realtà le lavastoviglie sono un po’ più efficienti nel risparmiare acqua). Il costo opportunita' di lavare i piatti a mano dipende da quanto costa il nostro tempo e da quanto tempo ci impieghiamo. Dopo aver consultato Yahoo Answers, 15 minuti mi sembra il tempo medio per lavare i piatti sporchi di una famiglia di 4 persone dopo un pasto. Diciamo quindi che per lavare l’equivalente del volume di una lavastoviglie (2-3 pasti per una famiglia di 4 persone), tenendo conto di un po’ di economia di scala, ci voglia mezz’ora. Quanto costa quella mezz’ora di tempo sprecato a lavare i piatti ad una casalinga americana? Se in USA lo stipendio disponibile medio annuo è $32mila, con 250 giorni lavorativi e 8 ore di lavoro al giorno, lavorando un’ora si guadagna $16, e quindi quella mezz’ora piegati sopra l’acquaio costerebbe $8 di costo opportunita'. Naturalmente stiamo paragonando giornate intere impiegate a fare vari lavori domestici sostituendo ogni tipo di elettrodomestico (lavastoviglie, lavatrice, ecc...), e la lavastoviglie è solo un elettrodomestico rappresentativo. In conclusione, conviene di gran lunga spendere 10 centesimi di elettricità per la lavastoviglie che rinunciare a $8 di mezz’ora di lavoro per lavare i piatti. La lavastoviglie è 80 volte più conveniente, ma la lavastoviglie è un capitale, e un capitale costa: $309.99 + diciamo 5% di tassa sull'acquisto (ho scelto la meno costosa per meglio paragonare dopo), e cioè $325. Utilizzandola una volta al giorno (per i piatti di un household di dimensioni medie) con un opportunity cost di $8 per utilizzo, la lavastoviglie viene ammortizzata in solo 40 giorni, che è un affarone dato che la vita media di una lavastoviglie è 10 anni.

È altrettanto conveniente comprare una lavastoviglie in India? Facciamo lo stesso paragone tenendo conto che $1 = 55 rupie: in India 1 Kwh costa 5 rupie ($0.09), il reddito disponibile medio è 65mila rupie ($1180), e supponendo 250 giorni lavorativi a 8 ore al giorno, parliamo di $0.60 all’ora, e quindi quella mezz’ora a lavare i piatti ha un opportunity cost di $0.30 per un indiano. Se la lavastoviglie gliela dai gratis, allora anche all’indiano conviene utilizzarla per un costo di $0.10 di elettricità piuttosto che riunciare a $0.30 di stipendio (sempre supponendo un confronto tra una giornata intera di lavori domestici e andare a lavorare in fabbrica). Ma investire in un capitale come una lavastoviglie anche in India costa, e la meno costosa che ho trovato vale 23mila rupie ($420). Insomma, utilizzandola una volta al giorno si ammortizza dopo 2100 giorni (tenendo conto di un opportunity cost netto di $0.20 al giorno), e cioè dopo quasi 6 anni. Quindi, mentre negli Stati Uniti è scontato che conviene investire in capitale elettrodomestico, per buona parte della popolazione indiana che guadagna al di sotto della media non conviene investire in elettrodomestici perché con tutta probabilità si romperanno prima di venire ammortizzati.

E per la massaia italiana odierna conviene ancora lasciare le mura domestiche come avvenuto nella generazione precedente durante Industrialization 2.0 degli anni ’60? Questa la ritengo una questione importante perché è parallela a domandarsi se ad un imprenditore conviene investire nella propria azienda come conveniva 40 anni fa durante il boom economico. In fin dei conti questo dilemma della massaia si basa su dati economici standard che valgono  per ogni attività economica di un paese: costo materie prime (energia), costo lavoro (stipendi medi), costo capitale (rappresentato dal prezzo di un elettrodomestico). Allora, ripetendo l’esercizio per l’economia italiana, vediamo che 1 KWh in Italia costa €0.19 ($0.24, più del doppio che negli Stati Uniti). È interessante notare nella tabella dell’autorità per l’energia che di quei 19 centesimi, 2.5 sono imposte, 2.6 sono costi di rete, e 3.2 sono oneri generali di sistema. Insomma, il costo della materia prima è solo 10.9 centesimi a KWh e non si può incolpare il costo elevato al consumatore solo sul fatto che l’Italia, poverina, è importatrice di energia. Quel 1.07 di KWh per un ciclo di lavastoviglie costa €0.20 ($0.25), mentre il costo opportunita' di mezz’ora di stipendio è €3.96 ($4.95), derivati da €15835 ($19794) di stipendio disponibile medio annuo. La lavastoviglie meno costosa (vari sconti inclusi) vale €309.00 + IVA, per un totale di €368 ($460). Conviene comprarla? Utilizzandola una volta al giorno, con un guadagno netto di €3.76, ci mettiamo 98 giorni (14 settimane, 3 mesi e mezzo) a ripagarla. Può sembrare rassicurante che in Italia conviene ancora comprare una lavastoviglie, ma in un mondo con competizione globale è allarmante che in Italia sia 2 volte e mezzo meno conveniente fare questo tipo di investimento che negli Stati Uniti. Per il lavaggio dei piatti di casa, che non si puo' importare ed esportare, non è un problema, ma per ogni bene esportabile lo è. Rispetto agli USA l’energia costa il doppio, gli stipendi sono la metà, e un elettrodomestico costa il 40% in più.

Se un paragone con gli Stati Uniti pare azzardato, le conclusioni non cambiano se il paragone viene fatto con dei paesi europei. Per esempio in Francia (paese simile all’Italia per tante cose) 1 KWh costa €0.12, mezz’ora di stipendio disponibile medio netto sono €5.1 (calcolato da uno stipendio disponibile medio annuo di €20532), e la stessa identica lavastoviglie costa €340 (tasse incluse). Quanto ci mette una massaia francese a ripagare l’investimento di una lavastoviglie? 68 giorni (neanche 10 settimane). Secondo questo Dishwasher Index qui calcolato, in Italia è il 40% più sconveniente investire in una lavastoviglie che in Francia (98 giorni rispetto a 68 giorni per andare in pari sull’investimento fatto). È una differenza abissale per due paesi all’interno di un mercato unico.

Tutto sommato questo Dishwasher Index altro non è che un paragone tra reddito disponibile e il prezzo di un bene, e quindi una specie di indicatore del reddito a parità di potere d’acquisto. Ma per paesi industrializzati simili tra loro, i tanti piccoli fattori che creano queste divergenze in reddito e prezzi, sono gli stessi che rendono un investimento più difficile da fare (guadagni attesi minori, costi d’investimento maggiori) e nell’insieme possono formare uno spropositato svantaggio competitivo, e quindi meno crescita. Articoli come questo pubblicato su Repubblica sono fuorvianti perché insinuano che è “la crisi dell’euro” ad aumentare il divario competitivo tra paesi europei, mentre casomai è vero il contrario. È inutile inorridirsi se le banche fanno credito ad un tasso più elevato in Italia che in Germania. Se è nettamente meno conveniente investire in Italia tanto quanto è meno conveniente comprare una lavastoviglie, è inevitabile che gli investimenti meno appetibili attirino tassi d’interesse più elevati. La soluzione non sta nel dare la colpa all’euro o alle banche, ma a eliminare tutti questi piccoli attriti fiscali interni che rendono un terreno meno fertile.

17 commenti (espandi tutti)

98 settimane rispetto a 68 settimane per andare in pari sull’investimento fatto

Penso ti sia sfuggito "settimane"quando intendevi "giorni".

Sul resto non ho commenti da fare,  è un bell'articolo.Però mi vien da sorridere perchè mi immagino che, se fosse pubblicato su Repubblicae affini,  il dibattito verterebbe non sul gap competitivo ma sulla legittimità dell'uso della lavastoviglie, chè non segue le logiche di descrescita felice, risparmio energetico e km zero che si ottengono lavando i piatti a mano all'aperto nelle giornate di pioggia

riguardo la decrescita felice, good point.

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marco esposito 9/9/2012 - 22:22

Bello ! Peccato che i giorni  medi di pioggia in Italia  siano 60/120 (min e max) egli  altri giorni accumuli i piatti -).

Forse può essere utile ricordare per grandi linee il sistema elettrico italiano.

L’assorbimento di potenza medio è di circa 37 miliardi di Watt (GW) (320.000 GWh/8700 ore annuali), con picchi di 55 GW. L’assorbimento in tempo reale, detto grafico dell’assorbimento elettrico, si può rilevare dal sito TERNA

La capacità produttiva italiana è molto grande: nominalmente circa 110 GW, ma considerando solo gli impianti efficienti e non intermittenti (idroelettrici e termici), possiamo stimarla intorno a 70 GW. Questo dato, poco noto ai non addetti ai lavoro può essere trovato qui

Ma allora, perché l’Italia importa? Perché i prezzi che ci vengono offerti dall’estero sono più convenienti. E’ un fatto noto il surplus elettrico francese, soprattutto di notte, con la differenza che, al contrario dell’Italia, gli impianti nucleari francesi non sono modulabili. Da qui l’offerta francese di energia a basso costo.

Quando c’era ancora in ballo il nucleare venivano dette sistematicamente due falsità: 1) che importiamo perché non abbiamo produzione sufficiente e 2) che il costo del nostro kWh è alto perché non abbiamo il nucleare . Sul punto 1) ho già detto, sul punto 2), basta vedere il rapporto MIT ( a pagina 6)  o anche i costi ufficiali della comunità europea per vedere che carbone e gas non sono più costosi del nucleare.

Come detto anche nell’articolo, la nostra bolletta è elevata perché caricata di tasse e balzelli irrazionali, penalizzata a volte dai meccanismi della borsa elettrica, che permettono ai fornitori di fare cartello, e gravata anche dagli incentivi per le rinnovabili.

Un’ultima osservazione sulle rinnovabili.

Attualmente, rilevo dal sito in tempo reale di ATLASOLE Che abbiamo una potenza fotovoltaica installata di 15.413 MW, cioè più di 15 GW (pari a circa il 40% del consumo medio!). Questa potenza di picco corrisponde a circa 100 km quadrati di celle, ed è in continuo aumento grazie agli incentivi. Però, per avere una idea del peso del fotovoltaico, bisogna dividere questo numero per il fattore di capacità, che permette di trovare, dal valore di picco (cioè la produzione col sole a picco) il valore mediato nel corso di un anno. Dai dati del gestore elettrico si ricava che questo fattore è intorno a 9 per l’Italia. Quindi, 15 GW di picco corrispondono a una centrale non intermittente di circa 1,7 GW, pari al 4.6% del consumo medio. Dal 2013 l’ingresso in rete sarà controllato elettronicamente, ma oggi, quando c’è il sole, il gestore elettrico si trova di giorno ad avere in rete il 30-40% di fotovoltaico. Appena il sole cala, questo contributo va a zero, quindi occorrono aste elettriche per tenere in parallelo produttori con centrali a gas pronti a entrare rapidamente in rete quando necessario.

Quanto ci costa tutto questo? Ha senso continuare a incentivare il fotovoltaico senza pianificare impianti di accumulo di energia e ridisegnare la rete?

In conclusione, per rendere competitiva l’Italia sul fronte del costo dell’energia, occorrono, secondo me, due cose: diminuire subito tasse e balzelli sulla bolletta e depurarla dal costo degli incentivi, 2) fare un piano energetico nazionale, che pianifichi l’energia, in termini di produzione, costi, trasporto e accumulo, impatto ambientale. Questo piano, che deve avere un orizzonte almmeno di 30 anni, deve essere considerato un bene nazionale, aggiornato periodicamente ed essere indipendente dai governi che si succederanno. Diversamente, il costo dell’energia sarà sempre una palla al piede per l’Italia.

grazie alberto! all'inizio ho pensato che il tuo contributo fosse un po' OT ma l'impressione mi è passata subito. Mi spiego. Quando vivevo in Italia, piu' di due decenni fa, avevo in casa come tutti un contratto da tre KW. Questo vuol dire che se la moglie stirava, partiva il boiler elettrico ed il PC (uno dei primi 8086) era acceso, saltava il fusibile o il salvavita. Occorreva molta attenzione nell'uso degli elettrodomestici (che allora consumavano molto piu' di oggi) e se è vero che ci si poteva organizzare per fare certi lavaggi di notte (rompendo i cosiddetti ai vicini) non ci si poteva certo asciugare i capelli alle tre di notte.

Trasferendomi in CH ho constatato che in casa avevo 40 ampere con la corrente a 380 e quindi non ho piu' avuto problemi di lavatrice, lavastoviglie, asciugacapelli, condizionatore, computer (e la cucina è elettrica, non  a gas).  Per quanto riguarda il discorso del simpatico Dishwasher Index quindi non solo dobbiamo tener conto del prezzo dell'energia come fattore importante nel calcolo del costo opportunità ma anche delle limitazioni quantitative nella fornitura, che limitano fortemente le opportunità, escludendone alcune che non potremmo calvalcare se non passando a contratti molto costosi.  Un esempio aggiornato potrebbe essere quello della cucina con le piastre ad induzione magnetica.  Sono notevoli per la capacità di convertire energia elettrica in calore con un'efficenza elevata (superiore a quella del gas o della normale piastra elettrica) e qui in CH posso usarle senza problemi, a anche se è acceso il forno e sto lavando i panni. In Italia invece credo che se le usassi dovrei spegnere quasi tutto (PC compresi) perchè consumano quasi 2000W a piena potenza e quindi siamo già a limite di un contratto normale. Risultato? Un prodotto come quello si diffonde in paesi che non hanno problemi di erogazione (contribuendo alla crescita del PIL) e rimangono sconosciuti in Italia.

Un'obiezione da chi la borsa elettrica la vive quotidianamente: se il meccanismo penalizzante è quello del prezzo marginale come indicato nell'articolo che riporti,  mi permetto di dissentire fortemente.

Il meccanismo del System Marginal Price è diffuso in tutta Europa e non per questo i prezzi degli altri paesi sono allineati a quelli italiani, inoltre le direttive per il mercato unico dell'energia prevedono questo come algoritmo di risoluzione e quindi non c'è neanche spazio per uscirne.

In ogni caso, già si è provato con la legge "Sviluppo" del 99/09 a prevedere l'introduzione del Pay As Bid sul mercato italiano, progetto poi abbandonato sia per i problemi tecnici che per gli scarsi benefici nel medio periodo visto che, dopo una fase di assestamento quegli operatori che si limitavano ad azioni di price taking avrebbero semplicemente ribilanciato i propri ricavi aumentando i prezzi offerti (a dimostrazione di questo avevo letto uno studio su ciò che era avvenuto in UK nel passaggio dal SMP al PAB ma purtroppo non lo riesco a ritrovare, dovessi riuscirci aggiungerò il link).

I meccanismi di cartello invece sono dovuti più che agli operatori a distorsioni del sistema indipendenti dagli stessi: se questi poi ne approfittano, è semplicemente per il loro essere soggetti economici razionali. Infatti dalla Relazione Annuale del GME, a pag. 108 si può vedere che l'indice di concentrazione dei primi 5 operatori è poco più del 60%, con l'operatore dominante che "fa il prezzo" solo nel 23% dei casi. Purtroppo la borsa italiana sconta il fatto che il mercato non è unico ma suddiviso in molte zone alcune delle quali con importanti vincoli di transito, che di fatto limitano la concorrenza ad un numero ristretto di operatori e impianti: ma questo non si può certo imputare ai produttori ma a chi la rete la gestisce in regime di monopolio e che per anni non l'ha "sbottigliata".

Quindi a parer mio i mercati della produzione e della vendita dell'energia elettrica sono fortemente concorrenziali e onestamente credo che, per andare a ridure i costi complessivi dell'elettricità, le uniche soluzioni siano di agire per ridurre i costi per l'uso delle reti, l'incentivazione delle rinnovabili e la tassazione in genere, che insieme ormai rappresentano più di metà della bolletta, oltre che sui mercati dei combustibili, in particolar modo quello del gas naturale in cui il potere dell'operatore dominante è ancora eccessivo e mantiente un differenziale di prezzo rispetto al resto d'Europa anche di 10 Eur/MWh che di conseguenza viene ribaltato in quello dell'energia elettrica.

Il dilemma della lavastoviglie su può però porre in altra maniera.

Usare la lavastoviglie, uso i dati dell’Italia, costa 0.20 € contro un costo opportunità di 3.96 € di stipendio.

Ma nella realtà quella mezz’ora viene usata per guardarsi Beautiful in televisione, cioè a rincitrullirsi il cervello, non per andare a lavorare e ripagarsi quindi il capitale.

E’ corretto dire che l’elettrodomestico conviene, da un punto di vista strettamente economica, fino al punto in cui il suo acquisto mi libera tempo utile per lavorare.

Dopo, considerando che magari a lavare i piatti ci si può alternare tra tutti i membri della famiglia, diventa solo uno strumento per migliorare la qualità della vita.

Non che questo sia sbagliato, per carità, non sono certo un pauperista amante dei tempi in cui si lavavano le lenzuola al fiume.

Ma ci deve fare riflettere sul fatto che le spese per il miglioramento della qualità della vita hanno senso solo nel momento in cui si è raggiunta una capacità di produrre ricchezza elevata, ovvero che prima deve venire la costituzione del capitale fisico produttivo e solo dopo, avendo cura di mantenerlo ed incrementarlo per quanto necessario, ci si levano gli sfizi.

Ho l’impressione, purtroppo, che negli ultimi anni prima della crisi si siano troppo privilegiati i consumi (il numero e il tipo di telefonini in circolazione ne è una chiara dimostrazione, spiegatemi voi cosa se ne fa un ragazzino di 10 anni di uno smart-phone) a discapito degli investimenti produttivi. E questo non solo in Italia ma un po’ in mezzo mondo.

 

MI sembra difficile "pianificare" certe cose, i cellulari per esempio possono esere considerati "sfizio" se in mano ad un ragazino, ma sono stati un impulso allo sviluppo non indifferente in molti paesi per esempio africani che erano privi di una rete telefonica fissa, il problema mi sembra che sia la difficoltà nel distinguere senza usare metodi da pianificatore maoista ciò che è consumo superfluo e ciò che è investimento produttivo, che nel casi estremi può essere possibile fare, ma ni troppi casi rischia di essere arbitrario e miope.
QUindi non dico che sia sbagliato privilegiare gli investimenti rispetto ai consumi, ma che questo sia praticamente impossibile.
A parte questo sulla questione dell'energia elettrica il rischio delle proposte finali di Alberto è che comunque nessuna pianificazione "riduce" il costo dell'energia, al limite lo sposta da un tipo di tassazione ad un altro, nel caso dell'accumulo dell'energia del fotovoltaico per un successivo utilizzo per esempio poi si ha un aumento del costo reale gia alto del fotovoltaico dovuto al costo elevato delle batterie o all'efficenza molto bassa del pompaggio di acqua per riempire bacini idroelettrici, se per accumulare 10 kWh di energia ne sprechi 3 o 4 la cosa diventa assurda.

 

A parte questo sulla questione dell'energia elettrica il rischio delle proposte finali di Alberto è che comunque nessuna pianificazione "riduce" il costo dell'energia, al limite lo sposta da un tipo di tassazione ad un altro,


Uno degli scopi di un piano energetico è proprio la determinazione dei costi da far gravare sul sistema elettrico. Ad esempio, molti costi del nucleare civile  francese sono   comuni a quelli del nucleare militare, come i costi per l’arricchimento, la fabbricazione del combustibile, i depositi delle scorie nucleari. Non  conosco i dati in dettaglio, ma ho il forte sospetto che i costi bassi del kWh francese nascondano dei costi occulti riversati  sul militare.

La comunità europea, nei suoi costi ufficiali, quota nucleare e carbone a 70 Euro MWh e il gas a 85 Euro MWh, considerando, per il gas e il carbone, una carbon tax di 20 Euro per tonnellata di CO2.

 

nel caso dell'accumulo dell'energia del fotovoltaico per un successivo utilizzo per esempio poi si ha un aumento del costo reale già alto del fotovoltaico dovuto al costo elevato delle batterie o all'efficienza molto bassa del pompaggio di acqua per riempire bacini idroelettrici, se per accumulare 10 kWh di energia ne sprechi 3 o 4 la cosa diventa assurda.


I calcoli dettagliati (vedere questo rapporto a pagina 110) mostrano che il rendimento del pompaggio è il 75% (Pompo 100 kWh e ne riutilizzo 75). Nel caso del fotovoltaico, bisogna aggiungere un’altra perdita del 5-10% dovuta alla conversione da corrente continua a corrente alternata (detta assorbimento dell’inverter). Quindi il rendimento di un fotovoltaico con immagazzinamento idroelettrico è di circa il 65% (per confronto, gli impianti termici incluso il nucleare hanno una resa del 40% in energia elettrica).  Questa efficienza ovviamente non incide sul   combustibile, che per il fotovoltaico è gratis, ma fa aumentare il costo del kWh fotovoltaico, dato che la cella, nel corso della sua vita, produce meno energia utile alla rete. So che nei calcoli della comunità europea si tiene conto dell’inverter, non so se sono inclusi anche i costi di immagazzinamento. Il fotovoltaico è dato  dalla EU intorno ai 200 Euro MWh per il 2030 (ora è stimato intorno ai 600).

Ovviamente, se si guarda il costo, il fotovoltaico non conviene. Ma  se si considerano i problemi di approvvigionamento, i problemi ambientali e la produzione di CO2 le conclusioni possono cambiare.

Che importanza dare a questi aspetti?  Chi deve decidere? Ovviamente i cittadini attraverso la (buona) politica, la cui azione deve poi concretizzarsi nel piano energetico nazionale. Che noi non abbiamo.

fotovoltaico

st 11/9/2012 - 10:27

Una domanda riguardo al fotovoltaico.Sei sicuro dei 600 euro a MWh,perche' il terzo conto energia per impianti entrati in servizio da dicembre 2010 a dicembre 2011 pagava circa 0,4 € per kwh e mi pare strano che tutti volessero l'impianto se i costi fossero stati piu' alti del 50% dei ricavi.Da quanto ho letto,anche se una stima dei costi varia da fonte a fonte e anche da dove metti i pannelli,il costo attuale del fotovoltaico dovrebbe gia' aggirarsi sui 0.2-0.25 € per kwh(tenendo conto del crollo del costo dei pannelli degli ultimi anni).

Il sito SETIS della comunità europea dà per il solare un costo EU/MWh di 615, 320 e 200 per gli anni 2007, 2020, 2030 rispettivamente. Però le tue considerazioni mi hanno messo una pulce nell’orecchio e ho rifatto i conti.

Ho preso come esempio un impianto solare domestico installato nel nord Italia. Non sono un installatore, ma ne ho visto funzionare qualcuno nella zona di Varese-Pavia. Vengono installati circa 23 metri quadrati di celle che producono 3 kW di picco. In un anno si producono circa 3100-3500 kWh. Diciamo 3300 kwH. Il fattore di capacità che ho misurato è quindi 3300 kWh/(3 kWx 8760 ore)=3300/26280=12.5%. Nel post precedente avevo messo pessimisticamente 1/9=11% mettendo 3000 kWh/ anno (io al nord non ho mai visto più di 3200 kWh/anno, ma gli installatori mi dicono che mediamente sono di più). Wikipedia quota fattori di capacità del 13% per l’Italia del nord e 16% per l’Italia del Sud. Calcolando 20 anni di lavoro della cella (come quelli del finanziamento standard) abbiamo 20x3300 kWh = 66000 kWh=66MWh. Oggi un impianto domestico costa 15000 Euro (il mercato è in movimento e forse questa cifra è ancora scesa). Otteniamo 15000/66=227 Euro MWh. I conti di SETIS sembrano effettivamente sovrastimati. Tenendo conto anche delle perdite per immagazzinamento (che comunque sarebbero solo una parte), otteniamo 227/0.75=302 Euro MWh. Questo sembra per l’Italia il limite più pessimistico per il fotovoltaico attuale. Infatti, se mediamo tra Italia Nord-Sud e mettiamo un 50% di immagazzinamento con resa al 75% otteniamo un costo medio di circa 238 Euro kWh. Inoltre, le ultime celle solari conservano un buon rendimento per più di 20 anni, pare fino a 25.

La resa a spanne: con un incentivo di cira 0.44 Euro/ kWh, in 20 anni si ricavano almeno 66000x0.44=29000 Euro, con un guadagno di circa 14 mila Euro.

Grazie per l'osservazione che mi ha permesso di essere più chiaro.

Sicuramente lavare i piatti ha le sue esternalita' positive. Per esempio, l'idea di questo articolo mi e' venuta lavando i piatti dato che avevo la lavastoviglie rotta, e avendo le mani impegnate non potevo perdere tempo su internet.

Si libero comunque risorse no? Il tempo in questo caso, prima materia prima per fare qualsiasi cosa. Se la massaia si guarda Beatiful comunque aumenta l'audience della telenovela, quindi gli introiti pubblicitari della rete quindi...ecc... ecc... Se usa il tempo per coltivare un hobby dovrà comprare il materiale per farlo... Se dorme, magari sarà più riposata il giorno dopo e potrà lavorare meglio, avere più energie per cercare un lavoro. Potrà lavorare se non ha reddito... Avrà il tempo e le energie per protestare per tutto quello che non le garba... ecc... Liberare tempo non è MAI male. Gli smart-phone ai ragazzini hanno aumentato le vendite degli smart-phone, che sono scesi di prezzo, hanno generato occupazione per chi li fa, li commercia ecc... non in Italia? La colpa è nostra che non produciamo iphone (e non li disegniamo nemmeno)

il tempo che si libera lo puoi davvero valutare come frazione dello stipendio medio, se non viene usato per lavorare?

Cioè, forse il valore delle risorse liberate e dell'indotto sarà di quell'ordine di grandezza, ma dal punto di vista soggettivo, non è che uno (una?) sceglie di comprarsi una lavastoviglie calcolando che risparmia mezz'ora al valore di mezz'ora di stipendio medio o che l'indotto del suo tempo libero nell'economia ci equivale.

Oltretutto, se già lavori, mezz'ora al giorno ti permette giusto qualche ora di straordinari in più al mese se te li fanno fare; se non lavori, il lavoro te lo offriranno in "quanta" definiti (tempo pieno, part-time) non in fettine di mezz'ora, e probabilmente la scelta sarà di valutare se il costo di elettrodomestici colf e babysitter rende conveniente il lavoro esterno.

In ogni caso, per esempio, una donna che lavora, coniugata o single, oltre al lavoro ha tutta una serie di incombenze domestiche. Un doppio lavoro. Se ricupera mezz'ora sul fronte dei piatti non importa se converte questo in lavoro straordinario (fermandosi di più in ufficio solo perché sa che ha meno lavoro a casa). Ha comunque tempo libero e non importa se guarda la puntata di beautiful videoregistrata oppure dedica mezz'ora a leggere noisefromamerika. Noi speriamo che legga NfA, naturalmente.  Ora hai ragione dire che nessuno, concretamente, si mette a tavolino a fare i calcoli come ha fatto lodovico. Ma sa senza far tanti conti che una lavatrice ed una lavastoviglie fanno risparmiare tempo e fatica. Cosa che consente di avere piu' tempo per se e/o per il lavoro.

Tempo libero

VincenzoS 11/9/2012 - 07:55

In effetti nello scrivere il commento originale ho sottolineato il fatto che non sono certo favorevole al ritorno al pauperismo. Fare meno fatica è importante anche per me; se valutassi le cose solo dal punto di vista dei costi andrei a piedi o in bicicletta e non userei l'automobile.

Lo scopo del mio commento era piuttosto quello di focalizzare l'attenzione sul dilemma consumo, cioè qualcosa che ci rende la vita più piacevole ora, rispetto al risparmio/investimento, cioè la rinuncia a un consumo attuale nella prospettiva di un ritorno futuroo costante.

Da un certo punto di vista anche l'acquisto della lavastoviglie è un risparmio/investimento. Invece di passare una serata in un ristorante di lusso, piacere che si esaurisce alla fine della serata, compro la lavastoviglie che mi darà mezz'ora di tempo libero ogni giorno per i prossimi dieci anni.

Oppure posso scegliere di continuare di lavare a mano i piatti e mettere quei soldi in una attività produttiva che mi frutterà 100 euro reali (non quelli calcolati assumendo che quella mezz'ora la passerei a lavorare come nell'articolo, cosa che non avviene nella realtà) all'anno per i prossimi 20 anni.

Insomma vi sono vari livelli per esaminare il problema e la soluzione ottimale non è mai facile da trovare.

Ho comunque l'impressione che oggi, nelle decisioni di spesa, ci si fermi ai primi livelli, ovvero all'andare nel ristorante di lusso.

A me pare che l'articolo dimostri solo una cosa arcinota: investimenti in automazione sono tanto più attraenti quanto più alto è il costo  del lavoro. Prendendo Italia e Francia careatterizzate da un cuneo fiscale molto vicino si puo fare un'analisi di sensibilità alle tre variabili. giorni=C/(hL-kE) dove C=costo lavastoviglie, L retribuzione oraria, E costo kwh.

Con tutti i parametri italiani giorni= 98

usando per l'Italia il costo della macchina in Francia: giorni(C Francia) = 91 -7,6%

usando per l'Italia il costo del lavoro in Francia: giorni(L Francia) = 75 -23,6%

usando per l'Italia il costo dell'elettricità in Francia: giorni(E Francia) = 96 -2,0%

 

Nell'esempio il costo dell'energia è quasi ininfluente, la compensazione del lavoro è il parametro più importante.

Resta da decidere se da noi il lavoro è mal retribuito per rendere compatibili attività quasi da paesi emergenti o se il costo del lavoro basso puo evitare costosi investimenti.

Il basso costo del lavoro non è un ostacolo a investimenti di automazione ma un vantaggio che fino a un certo punto non li rende necessari per competere.

Un analisi più canonica variando ogni variabile +-5% dà i seguenti risultati:

capitale +5% - -5,%

lavoro -5% - +5,6%

energia +0,3% - -0,3%

la poca sensibilità al costo dell'energia, dell'esempio, è evidente.

diverso sarebbe per ALCOA, energivora e non labor intensive 

 

 

 

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