Perché Napster aveva ragione

Abolire la proprietà intellettuale
Michele Boldrin, David K. Levine
Laterza, 2012
10 gennaio 2012 andrea moro

È ora disponibile in italiano, "Abolire la proprietà intellettuale", il libro di Michele e David che popolarizza la loro teoria sull'abolizione di copyright e brevetti. L'edizione originale in inglese del libro è pubblicata da Cambridge University Press con il titolo "Against Intellectual Monopoly". 

Sembra passato un secolo, ma nel Giugno del 1999, Shawn Fanning, un diciannovenne studente universitario, iniziò la trasformazione dell'industria musicale distribuendo gratuitamente Napster, un programma da lui creato per facilitare la distribuzione di canzoni registrate in formato MP3. Napster era cosi' semplice da usare che per molti dei suoi utilizzatori risultava difficile comprendere come potesse essere illegale scambiarsi cosi' naturalmente la musica dei propri cantanti preferiti. 

Quando Napster era all'apice del successo, Michele ed io pranzavamo ogni giorno assieme ad altri docenti colleghi del dipartimento di economia di Minnesota. I pranzi a Minnesota sono un evento speciale. Si parla raramente di teoria economica in senso stretto: si preferisce dissezionare gli eventi del giorno con il bisturi del neoclassicismo più radicale. Discussioni variamente animate sono all'ordine del giorno. 

Durante uno dei quei pranzi Michele annunciò di avere scoperto, assieme a David Levine, una giustificazione teorica dell'esistenza di Napster. Napster era forse illegale ma rendeva possibili attività socialmente utili. Ci spiegò che ciò che generazioni di economisti avevano imparato e scritto in numerosi libri di testo era sbagliato. Non è vero, cioé,  che la proprietà intellettuale e l'innovazione abbiano bisogno di speciali protezioni legislative; è vero piuttosto il contrario: brevetti e copyright limitano l'innovazione, e lui e David stavano scrivendo un paper che lo dimostrava.

Se ne discusse, a pranzo, per diversi giorni, come si discute di qualsiasi risultato teorico controverso, analizzando le ipotesi alla base della teoria e valutandone la loro plausibilità empirica che ne serve a convalidarne le conclusioni. A Michele l'esempio di Napster interessava solo in parte. Per lui Napster era, appunto, un esempio empiricamente interessante, ma lui e David avevano altre ambizioni. Nel loro impianto teorico non c'è differenza fra la creazione di un ritornello musicale, la scrittura di un romanzo, l'invenzione della fusione fredda, o di una nuova medicina. Sono tutti esempi di innovazione, e la loro teoria riguarda, genericamente, qualsiasi tipo di innovazione. Focalizzarsi su Napster significa, dal loro punto di vista, perdere l'accento su implicazioni ben più importanti: se il copyright limita l'innovazione e la creatività degli artisti musicali, le leggi sui brevetti limitano l'innovazione in campo farmaceutico, tanto per citare un'applicazione cara a tutti. L'attenzione alla generalità e alla portata rivoluzionaria del risultato si rivelò però una spada a doppio taglio. 

La tesi teorica tradizionale è che senza il monopolio creato da copyright o brevetti l'innovatore non innoverebbe. Se una invenzione o una canzone possono essere facilmente copiate, dove sta l'incentivo a crearle? La risposta di David e Michele è almeno in parte di una semplicità disarmante: in sostanza, occorre chiedersi se Bono degli U2  avrebbe o non avrebbe composto Pride se non avesse avuto l'aspettativa di guadagnarci milioni.  Quale sarebbe stata la sua occupazione alternativa? E anche senza protezione intellettuale, non avrebbero gli U2 comunque guadagnato milioni fra concerti, magliette, e merchandising di vario tipo? La posizione di David e Michele non è che copyright e brevetti siano del tutto inutili, ma che per troppo tempo si è assunto che siano necessari, e che invece esistono validi argomenti empirici per affermare che sono in molti casi dannosi, e che occorre dunque limitarne drasticamente l'applicazione. Va precisato che  l'argomento teorico formale e' piuttosto complicato, ma anche piu' generale di questo semplice esempio; ma per capirlo dovete essere in grado di leggervi l'articolo.

Sin dai suoi albori, la protezione legale della proprietà intellettuale ha avuto diversi contestatori. Un esempio oramai neanche tanto recente è costituito dal guru radical-comunista Richard Stallman, l'hacker-programmatore che da qualche lustro proselitizza attraverso la sua  fondazione "free software" l'abolizione di ogni forma di proprietà intellettuale con argomenti in parte convincenti, in parte del tutto ideologici. Tramite l'articolo di David e Michele, per la prima volta però la posizione viene assunta da due economisti conservatori (definizione non mia), e giustificata col rigore della teoria economica.

Nel Giugno 2001 Napster perse la sua battaglia legale contro le grandi case discografiche, che lo costrinsero a chiudere. Una seconda battaglia legale venne persa nel 2002 dal costituzionalista Lawrence Lessig, che non riuscì a convincere la Corte Suprema americana a bloccare l'estensione del copyright operata da una legge federale USA del 1998. Lessig decise di passare ad altro e sta ora studiando, forse non a caso, le cause della corruzione. Dopo qualche anno, nella lentezza che contraddistingue il processo editoriale della nostra professione, anche David e Michele persero la loro battaglia, quella accademica: la pubblicazione del loro articolo principale, intitolato "Perfectly Competitive Innovation" venne rifiutata da tutti le maggiori riviste economiche di interesse generale (venne poi pubblicato nel 2008 dal Journal of Monetary Economics, una delle principali riviste di macroeconomia). 

Normalmente la mancata pubblicazione in una rivista "top-5" non è un fatto che meriti particolari riflessioni: il processo di pubblicazione non è perfetto, decine di risultati importanti vengono pubblicati in riviste di minore importanza, così come decine di corbellerie sono pubblicate nelle riviste principali. Ma questo non credo sia stato un errore editoriale. Chiarisco per evitare equivoci che non ho informazioni riservate da rivelare. Ma a me sembra ovvio che l'establishment dell'economia abbia deciso che il risultato di Boldrin & Levine non andava pubblicato, o perché ritenuto non abbastanza rilevante/importante, o perché andava (in effetti, va) a cozzare contro i forti interessi di decine di carriere costruite sul risultato che B&L provano essere falso. Insomma, il loro paper ha subito la stessa sorte di Napster e della causa intentata da Lessig contro i grossi poteri delle industrie cinematografiche e discografiche. In questo senso, B&L avrebbero fatto meglio a titolare il loro paper "Why is Napster Right" o, più genericamente, ad inserire il loro risultato nel contesto della letteratura esistente evidenziando le condizioni sotto cui si verificava o non verificava piuttosto che sbandierarlo come una rivoluzione della disciplina economica. La mia opinione del tutto personale è che di rivoluzione si tratti; tuttavia, il re è saldo sul trono e i rivoluzionari hanno avuto, almeno inizialmente, pochi seguaci (questo post è in preparazione da almeno tre anni e quell'"almeno inizialmente" l'ho aggiunto poche ore fa: credo che le cose stiano cambiando, e che risultati empirici a supporto delle tesi di David e Michele stiano lentamente arrivando). 

Con questo libro David e Michele hanno, giustamente a mio avviso, deciso di rivolgersi ad un pubblico più ampio aprendo un altro fronte in questa guerra, quello intellettuale, o culturale, anziché strettamente accademico, producendo argomenti piuttosto convincenti.

Diversamente dal loro principale articolo accademico l'approccio del libro è strettamente empirico. Capitolo dopo capitolo, esempio storico dopo esempio storico,  Michele e David cercano di dimostrare due tesi. La prima, che l'assenza di copyright e brevetti non limita l'innovazione. La seconda, che la presenza di copyright e brevetti spesso limita l'innovazione, perché l'innovatore, invece che innovare, si siede sugli allori perdendo più tempo a combattere in tribunale chi cerca di migliorare la sua (dell'innovatore) invenzione. Nel secondo capitolo, per esempio, raccontano la storia di James Watt mostrando che il brevetto della sua macchina a vapore ritardò la rivoluzione industriale di due decenni. La ricostruzione storica di David e Michele rimane a mio parere convincente anche dopo essere stata dissezionata e criticata da alcuni storici.

Il libro contiene decine di altri esempi presi da varie industrie (quella cinematografica, musicale, chimica, farmaceutica, etc...), confrontando legislazioni di diversi paesi. Gli esempi sono corredati da spiegazioni che aiutano il lettore inesperto ad intuire anche la spiegazione teorica del loro risultato, pur senza giungere ad apprezzare completamente il dibattito accademico ovviamente. Nessuno di questi esempi, da solo, puo' convincere il lettore della tesi argomentata. Per usare un esempio a noi vicino, nel capitolo 9 viene documentato con dovizia di dati come l'Italia avesse una fiorente industria farmaceutica prima del 1978, quando la Corte Costituzionale ammise la possibilità di brevettare farmaci (prima non era possibile). La salute dell'industria farmaceutica italiana in tempi piu' recenti, beh... meglio lasciar perdere. Questo però non dimostra granché: occorre anche dimostrare che non si sarebbe innovato di più con la possibilità di brevettare, e che non vi siano altri fattori a confondere la correlazione evidenziata fra innovazione ed (assenza di) protezione legislativa. Questo tipo di dimostrazione, che vorrebbe trovare l'effetto causale, richiede un lavoro con i dati più rigoroso e metodico, lavoro che la comunità scientifica ha cominciato a svolgere, ma che richiede diversi anni e decine di studi per giungere a risultati apprezzabili.

Anche se nessuno degli esempi presentati è cruciale, nel suo assieme il libro risulta convincente. Retorica e sostanza sono efficaci nel confutare l'ipotesi tradizionale che, senza protezione legislativa, l'inventore non inventerebbe, il cantante non canterebbe, il programmatore non scriverebbe programmi. In questi mesi di crisi, ci si chiede spesso cosa generi crescita e benessere. La risposta è abbastanza ovvia: crescita e benessere vengono dall'innovazione. Meno ovvio è cosa generi innovazione, e come realizzare le condizioni perché si possa innovare. Una meditata riflessione sul ruolo della proprietà intellettuale sembra necessaria ed urgente e questo libro offre un contributo prezioso al dibattito. 

Una versione del libro in inglese è disponibile gratuitamente online

177 commenti (espandi tutti)

Bene

Corrado Ruggeri 10/1/2012 - 20:29

Sono contento che sia finalmente disponibile in italiano (l'inglese lo leggo e lo parlo ma..che palle), non vedo l'ora di comprarne una copia di ruvida carta!

A chi sia interessato all'argomento "danni causati dalla proprietà intellettuale" ed agli sviluppi possibili legati alle nuove tecnologie (smartphone, tablet smart-tv), segnalo questo recente articolo di Paolo Attivissimo.

però così a bruciapelo mi viene in mente che anche nel mio "estremamente chiuso" iphone, volendo, potrei (lungi da me mettere in pratica certe cose ;):

-Collegarmi a siti che offrono ebook e brani musicali pirata e poi "leggerli" sul telefono

-Caricare mp3 o pdf  o video pirata ottenuti tramite il pc (ove opportuno convertendo il materiale sul pc in formato leggibile dal telefono)

Insomma non per sfatare le cospirazioni, ma credo che il migliore alleato della "perdita di libertà" sia la pigrizia delle persone che trovano più comodo rinunciare  alla loro libertà che non i limiti imposti dai produttori.

Insomma non per sfatare le cospirazioni, ma credo che il migliore alleato della "perdita di libertà" sia la pigrizia delle persone che trovano più comodo rinunciare  alla loro libertà che non i limiti imposti dai produttori.

Son d'accordo ma, ad esempio, io ho scelto android perchè lo trovavo più libero rispetto al sistema Apple. Ebbene i nuovi dispositivi android sono prodotti in modo sempre più complicato da "sbloccare" e personalizzare.

Comunque Attivissimo non è certo un "cospirazionista" e vedrai che il video, lungi dall'essere "complottista", si limita a mettere in guardia rispetto ad una tendenza.

Android

Pietro Puricelli 11/1/2012 - 00:35

Su questo punto non sono molto d'accordo, esistono dispositivi Android semplicissimi da sbloccare e personalizzare, e anche case costruttrici abbastanza intelligenti da non considerare lo sblocco un azione che fa decadere la garanzia.

non faccio nomi per non fare pubblicità, come si usa dire......

Android

Corrado Ruggeri 11/1/2012 - 10:19

Certo, è ancora così, ma la tendenza ad ogni nuovo modello mi sembra quella di rendere l''operazione più complicata.

Per la garanzia non sento il problema perchè comunque basta fare un hard reset.

dipende

marcello urbani 11/1/2012 - 11:03

Visto che io non ho obiezioni a publicizzare atteggiamenti positivi (o negativi) di varie aziende, cito il caso cui penso si riferisse Pietro.

Da che mi risulta (a memoria), HTC collabora attivamente con gente che sviluppa versioni modificate di Android, li assiste nello sviluppo dei loader e sostanzialmente garantisce la possibilità di cambiare OS senza rischiare di "brickare" il telefono o perdere la garanzia.

Non so se sia la sola eccezione alla regola, ma è abbastanza grossa. 

per chiedere consigli su un tablet valido.

L'iphone me lo passa l'azienda e come si suol dire a caval donato non si guarda in bocca.

Stavo pensando di prendere un tablet quando vincerò la mia dipendenza psicologica dalla tastiera (che è un po' come la coperta di linus)

Pensavo di prendere un android proprio per diversificare perchè guardando un confronto fatto dal sito vocearancio mi pare che molti prodotti android abbiano prezzo  <=iPad con prestazioni (qualità fotocamera etc) superiori.

In particolare guardavo al transformer che (in soccorso alla mia coperta) all'occorrenza si può innestare su una tastiera che funge anche da batteria supplementare e al samsung che credo goda di buona reputazione

Any clues?

Marcello saprà consigliarti meglio di me. Dico la mia solo perchè ho preso un Galaxy Tab: mi trovo molto bene ma:

1. la prima serie aveva un difetto sul monitor (che hanno sistemato in garanzia)

2. l'espansione di memoria è possibile solo tramite simil usb stick e non con scheda USD

3 .il prezzo è lo stesso dell' iPad

Tu hai una sim dentro il galaxy oppure ti agganci al cellulare e/o wifi?

Ho avuto modo in passato di sperimentare un folio android che era solo wifi e, colpevole il fatto che il mio iphone vecchio non diventa hub wifi e l'android vecchio non consentiva il collegamento bluetooth praticamente lo usavo solo come ebook reader o lettore  di contenuti  scaricati in precedenza su PC (nb piusttosto comoda una scheda SD da 8Gb con cui facevo i passaggi)

In teoria ho la SIM ma praticamente non la uso mai. Uso solo il wifi e funziona egregiamente, anche il bluetooth. 

Inoltre (scaricando appositi driver dal sito Galacy su un PC) è possibile collegare il tab al pc e "caricare" via cavo.

Ho un cell android, un iPad 1 ed una tavoletta Android da 100€, ovviamente il confronto tra tablet è impari.

Dell' iPad apprezzo la durata della batteria, 8 ore di uso da nuova, settimane in standby.E la grafica è piu fluida/animata (non potrebbe fregarmene meno)

Come applicazioni ho ricercato poco su ios (il suo ruolo è andare in internet dal divano, per cui è perfetta), ma mi trovo molto meglio con gli equivalenti android.

Magari esistono browser, newsreader e mail clients decenti per ios, ma non ne ho trovati che si avvicinino a dolphin,newsrob e gmail su android (le versioni ios degli stessi sono mediocri o pessime). 

La killer application è il tabbed browsing: sui pc o devices android ne apro una dozzina da leggere in aereo, l' ipad insiste a ricaricare un tab appena lo apri, il che per me rende quasi totalmente inutile il fatto di avere dei tabs.

In particolare guardavo al transformer che (in soccorso alla mia coperta) all'occorrenza si può innestare su una tastiera che funge anche da batteria supplementare

Per esperienza indiretta (collega che lo ha acquistato) ti posso assicurare che il transformer è un signor tablet e che la Asus fa continui aggiornamenti. Il prezzo è più basso dell'iPad 2, ma per la tastiera aggiuntiva (mai provata: non so dirti) c'è da pagare 100 € in più. Personalmente punterei decisamente su quello.

LG

Paolo Casillo 11/1/2012 - 20:06

Pubblicità per pubblicità vi segnalo che la LG consente addirittura di effettuare il root del telefono e l'installazione di ROM alternative: entrambe le operazioni non invalidano la garanzia. Da quel che ho letto è l'azienda più aperta.

ma anche tra quelle che forniscono gli aggiornamenti ufficiali più in ritardo, insomma se sai smanettare è una buona scelta, altrimenti lascia stare, c'è di meglio

io sono moderatamente ottimista sul tema apertura/chiusura dei sistemi computazionali. Ricordate cosa successe quando internet explorer divento' dominante e provo' ad imporre sul mercato la sua versione tutta personale di html? Una fetta largamente minoritaria di utenti si stufo' e inizio' mozilla/firefox. A me sembra che lo stesso valga per i tentativi di creare delle isole: ipad, amazon/fire piu' si chiudono piu' limitato e' il loro mercato.

Pero' deve esserci concorrenza!  Abbiamo anche la fortuna che google e' diretta da gente con un po' di sale in zucca, e che ha deciso di entrare attivamente nel mercato della telefonia/wireless proprio per evitare questi rischi, e lo ha fatto nel modo "giusto": aprendo android. 

Vediamo come si sviluppera' la battaglia legale, ne vedremo delle belle.  Segnalo questo interessante articolo su ictlex sul tema.

Non dimentichiamoci che è la pigrizia (insieme alla fretta) che muove l'informatica di consumo, senza i pigri non esisterebbe l'evoluzione.

anzi forse è improprio parlare di pigrizia, termine che conserva un'accezione negativa.

Personalmente ricodo che nel passaggio da desktop a laptop credo che la mia produttività sia aumentata.

-Collegarmi a siti che offrono ebook e brani musicali pirata e poi "leggerli" sul telefono

-Caricare mp3 o pdf o video pirata ottenuti tramite il pc (ove opportuno convertendo il materiale sul pc in formato leggibile dal telefono)

Tutta roba prodotta  su iPhone e distribuita tramite webserver e torrent software che gira su iPad immagino :)

gli iCosi funzionano solo come consumatori, una volta tolti di mezzo i produttori t'attachhi all' iTune.Unica eccezione l'iMac, ma con Lion che ha il suo app store han cominciato a provvedere.

E non è solo Apple, Microsofted altri parlano di "trusted computing" e DRM hardware da anni. E non si limitano a parlarne, vedi l' HDCP 

Mi è chiaro che se fossero disponibili solo sistemi chiusi non esisterebbero film, libri e musica pirata o altri prodotti sgraditi a chi detiene le chiavi della chiusura.

Secondo me il nocciolo è che ci sono utenti passivi e attivi. Gli utenti attivi, che producono  contenuti (i.e. piratare il film o la canzone, scrivere cose sconvenienti etc) hanno ovviamente bisogno di sistemi aperti. 

Gli utenti passivi, possono tranquillamente crogiolarsi anche in sistemi chiusi, e qui quel che volevo dire, perchè

-spesso i sistemi chiusi  non consentono la creazione di certi contenuti, ma ne consentono la fruizione (è il caso di apple dove per dire l'mp3 o il film pirata creati in altro ambiente li puoi vedere)

-i sistemi troppo chiusi che limitano anche la fruizione dei contenuti sviluppati altrove rischiano di soccombere alla concorrenza dei sitemi chisui più tolleranti

Ottimo articolo

Ha suscitato in me la curiosità ma non mi ha offerto sbrigativamente le risposte, e ora mi devo leggere il libro in inglese.

Però la rivista campa perché può pubblicare l'articolo vendendolo, e gli autori possono lavorare nelle università perché pubblicano articoli peer reviewed che vengono letti da un pubblico pagante.

I cantanti possono avere  altri profitti, diversi dalla vendita delle canzoni in sé, e probabilmente non si danno alla musica per puro calcolo economico, e mi vien facile immaginare un ricercatore che si mette a studiare una cura per ragioni filantropiche (anzi, sono sicuro che per la stragrande maggioranza di loro è così), però non riesco a vedere un investitore che finanzia un laboratorio senza possibilità di lucro futuro o un editore che pubblica riviste che, a fronte di migliaia di lettori, avranno pochissimi acquirenti (è vero anche che esiste la pubblicità...).

Insomma, me lo devo leggere, e basta, e il link finale è una bella prova di coerenza. Una sola critica: per quanto con mille caveat e pur affermando che si tratta di una opinione personale, siamo sicuri che il "complottismo" sia utile? Senza voler nulla togliere agli autori, se la cupola funziona in questo caso, devo assumere che funzioni in tanti altri. Non sono sicuro che tante persone e tante istituzioni possano essere così coordinate, tant'è vero che il paper è stato pubblicato.

Magari sono ingenuo io, e sono appena sceso dalla montagna del sapone, però, insomma, l'ingenuità è pure importante...

Hai scelto un esempio sbagliato: niente del funzionamento dell'accademica si regge sulla pubblicazione a pagamento delle riviste. Ne' i ricercatori ne' le universita' ricevono soldi dalla vendita delle riviste (tranne le University Press, che credo siano per la gran parte no-profit). Il ricercatore non pubblica/fa ricerca per motivi filantropici, ma perche' questo gli da reputazione accademica, riconoscimento in termini salariali, etc... Il problema dei costi fissi di laboratorio e' piu' sottile rilevante,  ma questo te lo lascio leggere sul libro.  

Quanto alla cupola accademica immaginavo che questo aspetto potesse sollecitare la curiosita' dei lettori, ma io non vedo motivi di essere troppo pessimisti. La peer review ha costi e benefici, ma non vedo modelli alternativi migliori. Ne ho parlato un po' piu' approfonditamente in un'altra recensione e in questo post su wikipedia

Non intendevo dire che gli accademici o le università vengono pagati per i loro articoli (non ho detto questo, anche se sono stato un filo ellittico). La loro sopravvivenza accademica però dipende dalle loro pubblicazioni: tanto i cattedratici quanto le università devono la loro capacità di attrarre finanziamenti alla loro "fama" accademica, che si misura in pubblicazioni. Le riviste su cui avvengono queste pubblicazioni però sono imprese commerciali, e non hanno interesse a far leggere i loro articoli gratis. Insomma, ho ripetuto abbastanza pedissequamente il solito argomento relativo al copyright (che remote reminiscenze scolastiche mi fanno ricondurre alle riproduzioni illegali delle incisioni di Hogarth). Mo' vado a leggere, cmq.

non c'e' niente che stabilisca che le pubblicazioni scientifiche debbano essere imprese commerciali. Molte nemmeno lo sono. Non c'e' nemmeno nulla che stabilisca che debbano esistere riviste stampate. L'unico requisito per la peer-review e' la certificazione degli editors. Per questo basta un sito internet, oggigiorno, e prima di internet bastava un archivio dove si potesse depositare e certificare la data di pubblicazione dell'articolo. 

Non per polemizzare, ma la rivista scientifica per eccellezza, Nature, è di proprietà di un gruppo privato, Macmillan Publishers LTD. Science invece è di AAAS, che in effetti è no-profit. Anche AAAS, però, nonostante il suo status, protegge il suo copyright come tutti gli altri, come dire che ha un interesse diretto nel controllo dei suoi materiali.

Ripeto: non per polemizzare (tanto più che, allo stato, ho letto solo le primissime pagine del paper, senza peraltro avere chissà che competenze), ma giusto per "ripassarmi" gli argomenti tradizionali.

il punto e' che l'attivita' scientifica non ha bisogno ne' di Nature ne' di Science. Gli editors di science possono passare ad un equivalente online, accettare gli articoli con gli stessi stringenti criteri mantenendone la reputazione. Non sto dicendo che la cosa sia realistica, dico solo che non c'e' bisogno di vere riviste che pubblicano gli articoli. La peer review si basa solo sulla certificazione. 

PLoS

Michele Tizzoni 11/1/2012 - 11:28

Credo che in questa discussione manchi una notizia fondamentale: non esistono più solo riviste scientifiche classiche, come Nature e Science, ma sono ormai molto diffuse le riviste open access. L'esempio più importante di queste riviste è sicuramente PLoS (Public Library of Science) con i suoi journals, tra cui spicca PLoS ONE. In queste riviste chi paga non è il lettore ma gli autori dell'articolo, che contribuiscono alle spese di pubblicazione. Inoltre tuttti gli articoli vengono pubblicati sotto licenza CC, quindi vengono aboliti i pieni diritti di copyright.

Non si tratta di riviste di nicchia: PLoS ONE è attualmente il journal che ha pubblicato più articoli nel 2011 di qualsiasi altro journal esistente: più di 12mila papers!

Il suo successo ha ovviamente attirato le attenzioni di altre case editrici, che si stanno affrettando a copiare il modello. Tra queste c'è proprio la casa editrice di Nature, che ha recentemente inaugurato un journal open access: Scientific Reports.

Quindi non solo la ricerca non ha bisogno del copyright, ma già la comunità scientifica ha compreso che si può pubblicare in modo diverso senza perdere di vista i "fondamentali", come l'impatto scientifico e la peer review.

Per un approfondimento su PLoS e il suo successo, consiglio questo post: http://www.michaeleisen.org/blog/?p=686

Credo che lo leggerò volentieri. Mi trovo spesso ad affrontare questioni relative alla proprietà intellettuale sulle biotecnologie applicate all'agricoltura, come si sa il tema dei brevetti e delle royalties è uno degli argomenti forti degli anti-biotech...

Al volo mi vengono in mente alcune circostanze per le quali ritengo la tutela della proprietà intellettuale necessaria: in primo luogo il fatto che spesso l'alternativa al brevetto è il segreto industriale (brevettare un'innovazione obbliga a rendere pubbliche tutte le metodologie necessarie alla sua produzione) , e quando si parla di cibo o farmaci non credo che sarebbe un buon affare. Così come il tema dei costi imposti dal regolatore pubblico: servono pochi soldi per realizzare un OGM, ne servono moltissimi per farlo arrivare sul mercato, per via dell'enorme quantità di controlli necessari. Allora in questo caso il brevetto potrebbe rappresentare una sorta di risarcimento, un patto tra regolatore e innovatore.

Un'altro aspetto, per andare più nello specifico, riguarda la tutela delle generazioni successive delle varietà non ibride: per fare un esempio, se vuoi seminare mais, devi necessariamente acquistare il seme, perché è un ibrido, e pagare il brevetto. Ci sono varietà, come il colza, che non sono ibride, e che quindi presentano le stesse caratteristiche anche nelle generazioni successive: se l'anno dopo la risemino avrò risultati comparabili. In questo caso il divieto di usare il seme autoprodotto senza pagare royalties somiglia molto di più alla tutela di un brano musicale.

A favore delle tesi del libro ci potrebbero essere i casi di paesi, come l'India, che non riconoscono valore legale ai brevetti, ma in cui Monsanto vende tranquillamente i suoi prodotti senza, evidentemente, ricavarne eccessivo danno. Ma in quei paesi, di contro, spesso c'è un eccessivo peso del regolatore pubblico nell'autorizzazione all'uso di certe tecnologie

C'è parecchia carne al fuoco, ma credo che leggerò il libro, prima di continuare a parlarne...

Penso arriveranno decine di commenti come questo, casi particolari in cui un lettore crede che almeno in quel caso la protezione legislativa sia indispensabile. Non so se sia il caso di rispondere punto per punto, il dibattito ovviamente e' aperto da B&L e le loro risposte stanno sul libro. Per esempio in alcuni dei casi simili a quelli che hai citato mostrano che il first-mover advantage puo' essere piu' che sufficiente a coprire le spese di innovazione.

Sì, dammi il tempo, mo' lo compro e lo leggo... :-)

Semi

Pietro Puricelli 11/1/2012 - 00:43

L'argomento dei semi autoprodotti è abbstanza controverso, forse in una agricoltura "arretrata" si usano ancora sementi autoprodotte, ma nel 99% dell'agricoltura moderna le sementi selezionate e trattate hanno tali vantaggi che nessun contadino sano di mente si autoproduce le sementi.

Semi

Giordano Masini 11/1/2012 - 14:14

Dipende: le sementi ibride perdono le loro caratteristiche nelle generazioni successive (la cosiddetta "forza dell'ibrido"). I mais in commercio sono praticamente tutti ibridi, quindi il problema non si pone. Il grano, ad esempio, può conservare le caratteristiche della varietà selezionata per più di una generazione, perdendole progressivamente ma in più tempo, così come altre specie. In questi casi possono essere riseminate, salvo magari effettuare la cosiddetta concia, un trattamento che favorisce la conservazione del seme, ma che è alla portata delle aziende agricole.

Ho citato l'esempio del colza perché è una specie della quale esistono varietà geneticamente modificate, ovvero per le quali sono stati necessari molti investimenti tanto per la ricerca e produzione che soprattutto per la messa in commercio (costi imposti non dal mercato ma dal regolatore), ma possono essere riseminate con buoni risultati. Ed infatti ha destato scalpore il fatto che Monsanto impegnasse gli agricoltori a non riseminare salvo pagamento di royalties e che abbia citato in giudizio alcuni che lo avevano fatto, vincendo la causa.

davvero interessante, lo leggo appena avrò tempo. Volevo chiedere un'altra cosa però, ricordo che qui sul forum si parlava di un libro che sta scrivendo Boldrin, si tratta di questo libro oppure è un altro?

Il libro cui ti riferisci è un manuale di economia che il nostro eroe dovrebbe scrivere in collaborazione con Marco Ardemagni (altro eroe :-)).

A quel che han fatto capire è tipo la mia dieta: lo cominciano domani :-)

thanks, allora non ricordavo male, pensavo di esser diventato matto! :-)

Io lavoro con il software libero da anni, e lo ritengo piu` piacevole, per certi versi, del software propretario.

Pero`... effettivamente e` molto piu` difficile costruire un modello di business funzionante con il software libero, con il risultato che e` piu` difficile collegare i soldi con chi lavora e migliora il software.  Non impossibile, no, ma fare un business e` gia` un'impresa ardua senza dover cercare di innovare in termini di modelli.

Ecco qualcosa che ho scritto a proposito tempo fa:

http://journal.dedasys.com/2007/02/03/in-thrall-to-scarcity

Tutto questo per non parlare di copyright per le opere che non sono 'innovative' ma solo entertainment.  Se uno passa un anno a scrivere un libro, e tutti lo possono scaricare gratis, e` difficile che possa permettersi di scrivere un altro libro: dovra` fare qualche altro mestiere, con il risultato che il mondo perde un autore.

Comunque, e` un argomento affascinante!  Io mi sono avvicinato all'economia perche` volevo capire qualcosa di piu` del software libero che mi piace cosi` tanto....

ha cominciato a scrivere libri e a venderli  a 99c l'uno su piattaforma e-book. Ne vende ora 10mila al giorno ed e' multimilionaria. Ok, non erano copiabili ma se fossero copiabili secondo te, per il compratore e' piu' facile andare in cerca della copia taroccata, scaricarla, trovare un software su cui leggerla, o andare su kindle/android/whatever store e cliccare su "compra" e pagare i 99c? Per qualche morto di fame/giovane si, ma per la maggioranza non credo. Risultato: la tipa invece che essere multimilionaria a 20 anni, sarebbe stata solo milionaria, o magari avrebbe guadagnato "solo" $60K l'anno invece che milioni. Ora mi devi dimostrare che l'alternativo uso del tempo per lei sarebbe stato piu' profittevole. 

Chiediti: uale sarebbe stato il lavoro di Luciano Pavarotti se non avesse potuto vendere dischi?

Se posso permettermi: lo stesso concetto è spiegato in modo molto esaustivo e divertente in questo episodio di South Park di qualche anno fa.

Insomma Corrado fatti un account FB,Linkedin o G+ e tienimi come amico unico.

O mandami un email: sono troppo vicino ai tuoi gusti ;)

Ok

Corrado Ruggeri 11/1/2012 - 23:46

Stante la mia idiosincrasia per i social network, ti invierò con piacere una email :-).

PS

G+ confesso che non so come funzioni, mi informo magari questo mi garba

Andando in ordine:

* I 'file tarrocati' non esistono in questo mondo ipotetico copyright-free.  Sono esattamente come l'originale.  E quindi un altro store potrebbe vendere la stessa roba sempre a meta` del Kindle store e forse ricavare anche un guadagno tutto suo di cui l'autore originale prende esattamente 0%.  Nel nostro mondo, invece, credo che cose come Kindle siano la strada giusta: il copyright c'e`, i pirati anche, ma i search costs e transaction costs sono abbastanza bassi, ed e` quindi facile comprare dal store legittimo.

* "la tipa invece che essere multimilionaria a 20 anni, sarebbe stata solo milionaria, o magari avrebbe guadagnato "solo" $60K l'anno invece che milioni."  Se c'e` una cosa che ho imparato da voi economisti, e` pensare al margine.  La tipa vive anche bene con 60K all'anno, ma se gli autori piu` conosciuti prendono quelli come soldi (meno del 10% di quello che prendevano "prima"), vuol dire che ci sono tanti autori che passano dal "guadagnare abbastanza per continuare a produrre libri" a "devo trovare un altro lavoro e produco meno libri".

* Pavarotti?  Ok, vendeva dei dischi, ma piu` di quelli, vendeva posti nei teatri, che sara` uno 'scarce resource' anche nell'era digitale.  Gli autori, pero`, non hanno questo lusso.  Quando e` l'ultima volta che hai pagato per andare a guardare un autori scrivere?

Io credo che, fondamentalmente, "intellectual property is a messy compromise".  Le soluzioni facili piacciono, ma probabilmente non sono ottimi in termini di 'information goods' prodotti.  Per esempio, credo che cambi molto da settore a settore: nel mio campo, l'informatica, i brevetti sono *sicuramente* contrari all'innovazione.  Invece, mia moglie, dottorata in biochimica, ha visto il mondo biotech, e la` senza brevetti e` molto piu` difficile che investano anni di ricerca: il segreto industriale non va molto bene per i farmaci!

Comunque, e` affascinante come argomento; potrei parlarne per delle ore.  Nel campo software, ho vissuto molte di queste cose in prima persona: faccio parte dell'Apache Software Foundation, ho fatto parte di Debian, ho lavorato a San Francisco a Linuxcare nell'era Dot Com, e ho conosciuto alcuni dei personaggi famosi in quel mondo: Stallman, Raymond, Bruce Perens, e altri ancora. 

Se qualcuno capita a Padova, sarei felice di offrire uno spritze e fare due chiacchere a proposito.

Parlo per me

andrea moro 12/1/2012 - 01:07

ma credo che la tesi principale sia che ci sia troppa proprieta' intellettuale, e che la sua quantita' non debba essere necessariamente zero. Se e' cosi', e' vero che la "quantita'" di protezione ottimale puo' variare da industria ad industria. 

Ci vediamo a Padova allora, io passo le vacanze a Vicenza. 

Vorrei provare a risponderti, David, ma rischierei di riscrivere interi capitoli del libro. Le osservazioni che fai non sono sorprendenti, ma sono erronee. Non sembri, per esempio, renderti conto che GIA' OGGI il 95% delle persone che scrivono romanzi (immaginati quelli che scrivono saggi o libri scientifici) guadagnano cifre irrisorie. L'abolizione del copyright per costoro farebbe zero differenza. Le stars ne perderebbero? Probabilmente. Ma, di nuovo, chiediti se Pavarotti o Roth avrebbero scelto un altro lavoro (quale?) avessero dovuto accontentarsi un reddito medio di, tanto per essere stretti, mezzo milione di dollari all'anno. Dubito assai. Cosa guadagnava l'autrice di Harry Potter prima di diventare famosa? Secondo te rifiuterebbe di diventare famosa se le offrissero solo 1/100 di quanto ha guadagnato? Lo dubito assai ...

La storia del "messy compromise" ha almeno cento anni, ed e' messy. Si rifiuta di riconoscere i fatti (copyright and its extensions NEVER increased output of creative goods) e, soprattutto, si rifiuta di riconoscere la "messy" part: copyright produce danni sociali enormi ed alimenta un enorme cancro sociale. Pensa solo al DMC Act ... ed ai coyright lawyers.

Re: Non so...

tizioc 11/1/2012 - 11:15

Il lavoro più noto su questo argomento è forse Raymond, Eric S.; The Magic Cauldron  (1999).  Non so se sia citato da Boldrin & Levine, ma forse dovrebbe esserlo.  Di fatto, la stragrande maggioranza di chi "lavora con il software" non vende SW commerciale plausibilmente in concorrenza con il SW libero/open source.  Molti SW sono sviluppati ad uso interno di una particolare attività e non vengono ridistribuiti, quindi la distinzione non si pone affatto.  Oppure si tratta di sotware commerciale, ma comunque specializzato, che implementa metodi proprietari; nel qual caso la diffusione come software free/open source ha poco senso.  Ma anche questo caso è più affine al segreto industriale che alla proprietà intellettuale vera e propria.

Lo lessi anni fa - versione .pdf - all'interno delle mie ricerche di tesi. Poi, a dimostrazione che rendere un libro liberamente scaricabile ne può incentivare le vendite invece che ridurle, ne comprai una copia per me e ne regalai un paio (una, tra l'altro, a un'amica che fa l'avvocatessa nel settore del copyright e ne nacquero molte discussioni). Il libro è piacevolissimo e interessante.

Unico appunto: non direi che la professione sia del tutto chiusa a argomenti simili. Ci sono voluti anni, e sicuramente il decennio 2000-2010 non è stato propizio, ma mi sembra che le cose stiano cambiando. Bessen & Maskin, per esempio, hanno pubblicato il loro paper in cui patenting & copyright non sono un bene per la società (e, in certe condizioni, neanche per le singole imprese!) su RAND [sunto & commnti ad esempio qui; uno potrebbe sempre dire che it needs a Nobel prize to get these things published, vero...]. Le critiche al sistema di patenting negli Stati Uniti ad oggi sono molte, apparse su molti giornali anche influenti.  Forse l'aria sta cambiando; o almeno, dato il mio focus di ricerca, lo spero...

Non lo so

andrea moro 11/1/2012 - 03:29

girerei la domanda a Michele.  Io direi che i poteri forti, come i monopoli farmaceutico-sanitari sono ancora piuttosto "forti".  

Leggendo il capitolo due del libro (in inglese) ho appreso tante cose interessanti. Per esempio, l'industria cinematografica a luci rosse, non potendo difendersi dal "furto di proprieta' intellettuale" in modo efficace quanto i colleghi di Hollywood, e' molto piu' frammentata e le stelle come Rocco Siffredi hanno salari piu' "normali". Mi e' sorta la domanda, pero' - una volta eliminato il copyright, non si sentira' la mancanza di film a larghissimo budget come "Ben Hur" o "Avatar"? Ci ritroveremo tutti a guardare roba come "Il postino" e "La vita e' meravigliosa"? Poi mi e' venuto in mente che io posseggo una copia pirata dell'unico "blockbuster" pornografico mai realizzato - Pirates (di Digital Playground). [Nota - purtroppo non ho ancora avuto il tempo di guardarlo dopo due anni che mio cugino me l'ha mandato]. Beh, come sta a vendite? Sicuramente la Digital Playground sara' fallita a causa mia, di mio cugino e tutti gli altri che non hanno pagato per (non) vedere il film. Vediamo che cosa dice il sito... [Attenzione - il contenuto linkato potrebbe non essere adatto a tutti i lettori :-) ]

"...our top selling movie this year and, contrary to established retail patterns, has actually increased in sales since initial release. [...]  strong DVD sales [...] at $76.99"

WOW! (E c'e' la sales tax da aggiungere).

Ottimo libro! Ne comprero' una copia da regalare perche' regalare copie pirata legalmente scaricate senza pagare e' da gente con le braccine corte.

Andrea, grazie dell'articolo che ho trovato personalmente ottimo. Mi commuove che sia in preparazione da tre anni ... Solo qualche commento  in calce alle cose che racconti ed in risposta ad alcune domande.  Dici:

in questo senso, B&L avrebbero fatto meglio a titolare il loro paper "Why is Napster Right"

Lo facemmo, nel senso che prima di scrivere PCI scrivemmo questo nella primavera del 2000.  Forse non te l'ho mai raccontato, ma per pochi mesi servimmo anche da "consulenti" a Naspter-Bertelsmann, ma poi decisero di cedere ... Quel post io lo trovo piu' importante che non PCI ed il resto di cose che abbiamo scritto, visto che le previsioni che fa sono molto specifiche e si sono avverate o si stanno avverando una dietro all'altra ... Ecco l'esempio piu' recente (courtesy of Chris Phelan, U of MN).

Hai perfettamente ragione a dire che ci vuole maggior lavoro empirico. Noi, ogni tanto e quando ce ne viene la voglia, qualcosa facciamo. Ma l'ostracismo, non vedo come altro chiamarlo, continua ed io (DKL meno) sono tipo poco paziente e scarsamente prono alla monomania. In questi dodici anni DKL ed io abbiamo partecipato a decine di dibattiti e credo di poter dire con assoluta tranquillita' che non ci sono andati male. Tanto che i piu' noti "esponenti" della posizione contraria, quelli a cui alludi nel tuo articolo, oramai rifuggono dal confronto pubblico. Io, a dire il vero, mi sono annoiato ... David meno, lui insiste. Io penso ad altro, tipo la teoria della moneta. Se poi qualcuno mi mostra che ho torto meglio, ma al momento non sembra voler succedere ... Diciamo che l'intera esperienza mi ha fatto vedere la professione da un punto di vista molto piu' maturo di prima. Ma, d'altra parte, se l'analogia con cui chiudiamo il libro e' corretta (quella con il libero commercio internazionale) faremo tranquillamente tempo a diventare cibo per i vermi prima che il vento cambi e credo che cosi' sara'.

Hai ovviamente ragione al 100% sull'accademia, infatti quello fu (assieme al risotto ai funghi) il mio primo controesempio. Quando Paul Romer mi insegnava in classe le sue assurdita' sui rendimenti crescenti ed il monopolio io gli chiedevo perche' diavolo continuassero a pagare lui e quelli come lui (tipo me) fior di quattrini per riprodurre in classe delle copie di idee vecchissime e disponibili a tutti, quindi (secondo la sua teoria) di valore zero perche' tutti se ne erano gia' appropriati ... Non mi ha mai dato una risposta convincente.

Al lettore Rocchi faccio notare che il ruolo delle riviste scientifiche e' quello di certificare non di diffondere. Se dovessimo aspettare che un articolo venga pubblicato per conoscerne il contenuto staremo freschi; non era cosi' neanche prima dell'internet, la gente si spediva comunque i working papers ciclostilati. Le riviste svolgono puramente un ruolo notarile e la loro capacita' di estrarre rendite e' legata all'esistenza del sistema di copyright che ricatta le universita' attraverso l'esistenza delle bilioteche. Se togli il sistema di copyright tutto il resto rimane, la diffusione scientifica in particolare, ma spariscono le rendite.

Tutte le altre domande poste trovano risposta, puntuale, nel libro, quindi mi astengo.

Sulla domanda di Crosetto: direi di no. Almeno nell'alta accademia, chi si occupa della questione continua a rigettare il nostro modello facendo finta che non esista o inventandosi, come ha fatto piu' di qualcuno facendo pessima figura, che il risultato fosse "ben noto" ... L'intera teoria della crescita e' ancora prigioniera delle cazzate (si', ho scritto proprio cazzate) sui rendimenti crescenti, il potere di monopolio che alimenta l'innovazione, le esternalita' che fanno girare il mondo e via producendo modelli uno piu' insensato ed inutile dell'altro. Le mode sono mode, hanno una vita tutta loro. Siamo molto piu' popolari fra avvocati e business people che fra teorici della crescita economica, ma sia io che DKL siamo teorici, alla fine, e a fare semi-consulenza ci annoiamo ... Vi sono ovviamente eccezioni alla regola dell'ostracismo ma non fanno testo, al momento. L'argomento e' complesso e rischia di farci finire nel gossip. Diciamo che (da Stanford ad Harvard passando per Chicago) abbiamo pestato dei piedi molto grossi che non s'aspettavano d'essere pestati ... e che qualcuno non ci perdonera' mai d'avergli (dice) fatto perdere il famoso premio, quello della Sveriges RiksBank per cui in questo periodo si inviano le raccomandazioni ...

Di nuovo, grazie della recensione, davvero molto bella. Ha ragione Giulio quando ti da' certi consigli per posta ...

La questione delle riviste scientifiche, per come è stata posta, è molto interessante. Per certi versi è parallela a quella dei mass media in genere. A che serve un giornale, od una rivista, quando la rete permette una capillare comunicazione peer to peer?

Serve però qualcuno che stabilisca delle priorità e scremi il rumore di fondo da quel che vale la pena leggere. Nelle miliardi di informazioni (o di articoli) che girano per il mondo è ben difficile trovare quel che mi interessa, senza qualcuno che indichi e selezioni (e, appunto, certifichi), donde la necessità tanto delle riviste quanto dei giornali.

Però mi rendo conto che questo, in realtà, non ha nulla a che fare con il copyright: sicuramente c'è modo di farsi pagare per questo servizio senza monopolizzare le informazioni.

mah....

Pietro 11/1/2012 - 11:05

"Ok, non erano copiabili ma se fossero copiabili secondo te, per il compratore e' piu' facile andare in cerca della copia taroccata, scaricarla, trovare un software su cui leggerla, o andare su kindle/android/whatever store e cliccare su "compra" e pagare i 99c? Per qualche morto di fame/giovane si, ma per la maggioranza non credo."

In realtà Angry Birds su Android l'hanno dovuto regalare perchè non lo comprava nessuno. In genere il rapporto tra una app free e una a pagamento da 99cent è 1 a 20 (parlo per esperienza personale). Il software di qualità va pagato e tutelato, non vedo tante alternative.

e adesso Rovio (produttore di angrybirds) grazie al "aggratis" fa i milioni con pubblicità e gadgets. Non hai scelto un buon esempio. Sull'argomento rimango cmq abbastanza dubbioso anch'io, a fronte di successi dell'open source free (firefox per es.) vedo anche successi di software closed a pagamento (es. photoshop) dove le relative soluzione alternative FOSS sono cacche che non userei neanche a pagamento. Tocca leggere il libro di MB. Domanda provocatoria: il libro si trova gratis in pdf o è protetto dai diritti d'autore e tocca comprarlo? :-)

hai ragione...

Pietro 11/1/2012 - 11:51

... ma Rovio se lo è potuto permettere perchè aveva già venduto milioni di copie sull'app store. Giochi nati e cresciute free che si autosostengono con pubblicità e gadget non ce ne sono che io mi ricordi. In ogni caso la pubblicità non tutelerebbe le applicazioni di nicchia e i piccoli sviluppatori.

Farmville, Smurf VIllage & Co. sono FREEMIUM ovvero gratis ma con funzionalità aggiuntive a pagamento. Il loro scopo è creare dipendenza e poi fornire beni virtuali da pagare con soldi reali. E funzionano assai bene anche :)

B&L non sostengono che BISOGNI dare tutto a gratis. Rovio e chiunque altro sono liberissimi di vendere il loro software closed source e di mettere tutti i meccanismi anti copiatura che vogliono. Pero' chiunque altro puo' fare reverse-engineering. Nel frattempo, come dici tu avranno "gia' venduto milioni di copie sull'app store". 

Senza polemica e sperando di non aver tralasciato link che rispondano alle mie domande (o magari le risposte sono nel libro che ancora non ho letto):

1) Perché l'edizione italiana non è "libera" come l'edizione inglese?

2) Visto che uno degli autori è italiano perché l'edizione italiana ha tardato tanto ad arrivare? (mi sembra di aver capito che siano passati alcuni anni fra le due edizioni)

 

Segnalo inoltre che anche in Italia ci sono, anche se pochissimi, sostenitori della riforma dei brevetti e dei copyright. Qualcuno ha fatto anche proposte concrete: http://www.partito-pirata.it/programma-del-partito-pirata-italiano (con tutti i limiti che il nome del partito crea...)

Grazie per l'attenzione e grazie per questa preziosa opera. 

Risposte

michele boldrin 13/1/2012 - 06:50

1) Perche', data l'organizzazione del mercato esistente, l'editore deve guadagnarci qualcosa.

2) Perche' ho perso troppo tempo per scrivere e commentare su nFA ...

Grazie

ilcomiziante 13/1/2012 - 14:31

Grazie per le risposte.

In Italia pare poi che la S.I.A.E. gli introiti non li distribuisca tutti agli autori bensì ai "soliti amici"


La SIAE è un delirio tutto italiano, che meriterebbe un libro a parte.

Esempi tra i tanti:

1.so per certo che hanno chiesto soldi a gruppi musicali che eseguivano canzoni composte da loro stessi, oltretutto in CC !!! Non hanno voluto sentire ragioni (con la scusa che "avrebbero controllato eventuali plagi"!?).

2.ad una serata di distribuzione di s.o. Linux volevano la SIAE sui CD dove veniva masterizzato linux. Dopo una mezzora di spiegazione dell'evento e del sistema open source, domandano "ma se non mettete il bollino come fate a capire quali CD sono i vostri originali e quali i masterizzati" :-)

3. negli anni 60 "la siae" per i pezzi originali in lingua straniera (esempio: "Yesterday" dei Beatles) andava comunque divisa con gli autori della versione italiana a prescindere da quale delle due fosse effettivamente la più venduta! Lascio immaginare la corsa a depositare versioni italiane, che non vedevano mai la luce, fatte dagli amici degli amici.

finance

federico de vita 11/1/2012 - 11:44

Il libro lo lessi tempo fa e consiglio di leggerlo ai tanti che hanno postato commenti interessanti ma che troverebbero risposta nella lettura.

Io di mio conto sto cercando di far passare l'idea nel mondo finanziario: la gestione del rischio dovrebbe essere completamente open source. Lavoro in una grande banca d'investimento e quando lo dico mi guardano come se avessi bestemmiato. L'argomentazione che se le altre banche gestissero meglio il rischio ne beneficeremmo anche noi non trova obiezioni però :-)

La tesi avanzata non e' che tutto debba essere "open source" e/o gratis. Nel caso della finanza, per esempio, e' comprensibile che i gestori mantengano un po' di segretezza sulle strategie usate. D'altro canto non e' inconcepibile che, in un mercato sufficientemente ampio, ci sia anche domanda per un prodotto finanziario "open source". Io credo che la tua idea abbia un mercato anche per prodotti piu' sofisticati degli index funds. Non puoi proporre ai tuoi colleghi la sperimentazione di un prodotto di questo tipo? Mica devi cambiare la strategia dell'intera banca. 

Ho parlato di gestione del rischio. Se sono una grande banca ho tutto l'interesse che le altre banche facciano bene la loro gestione del rischio, altrimenti rischio di più. Per esempio, se fallisse - per dire - Goldman Sachs, penso che una qualsiasi altra banca si troverebbe in pericolo. Ora che ci penso questa è esattamemte la situazione di qualche anno fa :-)

Condividere, almeno in una certa misura, le tecniche per la gestione del rischio e le idee "filosofiche" a riguardo non può che portare a un ambiente meno rischioso. E questo è tanto più vero per il fatto che le grandi banche di fatto sono uni dei fattori principali che determinano il rischio, viste le loro dimensioni. 

Essere aperti sulle tecniche per far soldi è tutt'altro discorso

Ho parlato di gestione del rischio. Se sono una grande banca ho tutto l'interesse che le altre banche facciano bene la loro gestione del rischio, altrimenti rischio di più.

Beh, "tutto l'interesse" è un concetto relativo.  Peraltro esistono rischi di free-riding, perché della situazione si avvantaggiano tutte le banche.  La soluzione più ovvia sarebbe che le banche creassero un consorzio per condividere i metodi di business più sicuri, e magari sussidiarne lo sviluppo e l'utilizzo con metodi incentive-compatible (del tipo: "per quest'anno mi impegno a donare X al consorzio, ma solo se insieme a tutti gli altri raggiungiamo Y, altrimenti nisba").

Ci sono pratiche che usano tutti? Se si, sarebbe piu' lampante il motivo per andare open source. Per condividere i costi di sviluppo e testing con altri agenti. No?

Di fatto sì. Tutte le banche fanno essenzialmente le stesse cose. E principalmente per il fatto che è il regolatore a costringerli. Esagero poco se dico che la gestione del rischio non fa parte realmente della cultura di alcuna grossa banca. Tanto per dire, il mondo dei fondi hedge cinque anni fa era ben più avanti delle banche oggi in terminu di gestione del rischio. 

Cioe', le banche si sviluppano ognuna il proprio software, oppure lo comprano? Sto pensando anche alla ventina (?) di banche piccolissime che ci sono in Italia. Di certo quelle non hanno le risorse e le teste per prodursi e testarsi il software.

Perche' insomma, se lo comprano, tanto varrebbe produrselo in consorzio. E cade anche la critica che se usano tutti gli stessi programmi, si rischia di piu'.

Proposito, ma e' vero che le banche girano ancora su cobol?

le banche grandi sviluppano il loro software, ma spesso in modo da aumentare il rischio opereativo: dove lavoro io ci sono una quindicina di sistemi che non parkano tra di loro ed alcuni sono persino internamente incoerenti. In sostanza un incubo. Le banche piccole comprano software esterno. Non mi risulta che qualcuno ancora sviluppi in cobol. Certamente nelle grandi banche questo non succede, in genere si usano linguaggi Microsoft o Java insieme a C++ per i calcoli (anche se oggi esistono altnative valide al C++). Se il tutto fosse aperto, non ci sarebbe bisogno di fare una distinzione tra grande e piccolo. In più al momento tutto ciò che viene prodotto in una banca viene prodotto essenzialmente tal quale nelle altre. Sono certo (ne ho parlato con colleghi che lavorano in altre banche) che il beneficio sarebbe enorme.

Beh, di sistemi incoerenti e fondamentalmente rimasti al secolo scorso ne vedo tutti i giorni (lavoro in pianificazione e controllo in una multinazionale). Non riesco a capire nemmeno io perche' non vengano fuori alternative serie aperte e fatte in consorzio invece che dalla Microsoft di turno (penso a cose orripilanti tipo il SAP). Ma credo che il problema principale sia di fiducia e credo sia anche il motivo per cui poi le banche reimplementano la stessa cosa 200 volte. 

Giusto per, che alternative al C++? Ho visto che la ABN AMRO usa Haskell e qualcuno altro usa OCaml. Anche se poi di lavori in questi linguaggi pochi.

Chiaramente se si lavora su un unico processore, non c'è nulla di meglio del C++, ma oggi giorno si ha la possibilità di lavorare su più processori (spesso in remoto, tipo cloud), ed allora sono venute fuori una serie di librerie specifiche per linguaggi vari che sfruttano le tecnologie multi-core. Tnato per dire, si riesce a far girare certi calcoli più velocemente in F# su un multicore che non su C++ per il semplice motivo che Microsoft ha fatto una libreria per il mutlicore migliore di quella che c'è su C++. Ovviamente la realtà è piuttosto complessa, ed in più la maggioranza dei calcoli sono talmente veloci che una differenza di qualche centesimo di secondo non fa una gran differenza. Nelle banche i linguaggi Microsoft sono in gran crerscita. Hanno grandi vantaggi, quali una piattaforma di programmazione con pochi rivali all'altezza, un ambiente in cui i vari linguaggi (C#, VB, F#, C++, Xaml,...) parlano tutti tra loro senza problemi (molto meglio che nel caso Apple, tanto per dire!), ed in più l'integrazione con database è perfetta non solotramite l'SQL di Microsoft, ma nche attraverso la nuova e bellissima tecnologia Linq.Il problema di Haskell eOcaml è che sono stati pensati per sci diversi (soprattutto Haskell), mentre il mondo Java (con aggiunte tipo Scala) è una valida alternativa. Il problema è la lentezza delle grandi istituzioni, che definire Kafkiane è naturale e giiusto.

Fortran

marcello urbani 13/1/2012 - 14:34

Non sono nel giro, ma in teoria Fortran ha un vantaggio iniziale su C++ per il calcolo numerico, se hai un compilatore decente (tutto è statico, si possono precalcolare un sacco di operazioni in compilazione).

E se hai tempo di riottimizzare ogni volta che cambi processore assembly è imbattibile.

Per il resto (che è quel che conta all'atto pratico) mi fido, mi occupo di tutt'altro.

Il tutt'altro è SAP, e dopo 12 anni del settore credo di poter spiegare facilmente perchè si resta attaccati a vecchi linguaggi e tecnologie.

I motivi principali imho sono 3:

  • 1)Inerzia: come dici, le grandi aziende sono kafkiane, e per approvare ogni quisquilia ci vogliono mesi e comitati di approvazione. Va detto che per il software gestionale la cosa ha un senso: buona parte dell' azienda si troverebbe ferma a seguito di un passo falso, per cui spesso si consultano decine di persone, da cui decine di discussioni, una piccola parte delle quali fondamentali.
  • 2)investimenti pregressi: se hai 200 anni/uomo di codice Cobol o ABAP specifico per la tua azienda riscriverlo in Haskell perchè fa figo non è un idea particolarmente brillante, tanto piu che in buona parte sono cose dimenticate da tutti, magari apparentemente inutili ma fondamentali per gestire il tal quirk del magazzino portoghese o della fatturazione indonesiana. Oltre ai 200 anni/uomo per riscriverli mettine 150 per farne il reverse engineering.E lo stesso discorso vale per il core di SAP: credo che Microsoft abbia un prodotto concorrente che non ho mai visto ma ne parlano come un giocattolo buono per le piccole aziende. Oracle ne ha uno serio  che non conosco, ma immagino abbia gli stessi "problemi" di elefantismo di SAP.
  • 3) fitness for the purpose:non conosco Cobol, ma ABAP come linguaggio fa abbastanza schifo. In compenso è fatto apposta per le business applications,l' integrazione col database e (per certi versi) con il frontend è fantastica, per cui lo stesso lavoro che faccio in mezza giornata di ABAP in Java/C++ richiederebbe almeno il doppio. Rapporti piu che invertiti se dovessi fare un webserver, un videogioco o qualunque cosa non passi gran parte del tempo ad interfacciarsi con un database.

Infine c'è un problema culturale: tipicamente il consulente SAP è tecnologicamente un dinosauro ma conosce molto bene i business processes, mentre il tecnologo non capisce un tubo di questi ultimi. Ovviamente esistono le eccezioni, ma sono rare e difficili da scovare (gli HR si basano sugli anni di esperienza, e se ne hai spesi a fare una cosa non li hai spesi nell'altra).

... quando c'era il FORTRAN i treni arrivavano in orario

Dubito (ricordo un viaggio negli anni '80 in cui arrivai con 26 ore di ritardo, e, per quanto vaghi, ho ricordi simili risalenti agli anni '70), ed ad ogni modo certe frequenze, ad esempio quelle delle linee giapponesi, erano impensabili.

 Mi ero sbagliato, avrei fatto meglio a dire "quando c'era il FORTRAN i treni arrivavano in anticipo": http://t.co/NfRv8cm (http://goo.gl/fxga7).

Sottoscrivo quello che dice Marcello. I costi, le difficoltà e i rischi delle progettazione di nuovo software sono spesso molto più alti di quello che viene percepito. l'end user comune è abituato a vedere i software cambiare rapidamente a basso costo (o senza nessun costo) questo perché è principalmente esposto ad un tipo di mercato che permette (e anzi incentiva) questo tipo di cambiamento, stiamo parlando di software "venduti" a milioni di individui (Microsoft, Apple, Google...), se parliamo di banche o in generale di software "custom" di media complessità diretto ad un target molto ristretto di utenti la storia cambia. I progetti software falliscono più spesso di quanto non si creda e i loro fallimenti possono essere costosissimi: http://goo.gl/ly0Ci

Fossi lo strapagato manager di una grande banca ci penserei bene prima di abbandonare il COBOL ;-)

ma il mondo della tecnologia si muove talmente velocemente che le grandi istituzioni in questo modo rimangono parecchio indietro rispetto a chi ha la flessibilita' del posto piccolo. Nella banca dove lavoro sono stati coraggiosi introducendo negli ultimi anni tecnologie nuove. Pero', per le solite inefficienze di scala, i vari progetti sono completamente scollegati l'uno dall'altro. Comunque anche per questi motivi credo che l'open source sarebbe la scelta migliore: il software lo si sviluppa insieme e il passaggio alla tecnologia piu' nuova e' pure piu' semplice perche' avviene dietro le quinte. Costi minori, affidabilita' maggiore.

Il tutt'altro è SAP, e dopo 12 anni del settore

Mia moglie 15, e viaggia per i 16 ;)

gli HR si basano sugli anni di esperienza, e se ne hai spesi a fare una cosa non li hai spesi nell'altra

Mia moglie nel mercato Britannico inizialmente ha avuto problemi perché aveva lavorato su troppi moduli. Ora sono diversi anni che lavora essenzialmente su FI/CO, ma spesso sa progettare e mettere mano più degli specialisti in altri moduli, e quando dopo un po se ne rendono conto ne restano stupefatti (ha anche i suoi vantaggi positivi, recentemente l'hanno promossa di 2 gradini).

niente gradini, solo vile denaro (faccio ABAP ma sono  a mio agio con tecnologie più moderne).

Ma se voglio cambiar lavoro competo ad armi pari coi colleghi per cui il massimo della sofisticazione è usare due/tre classi copiaincollando lo stesso esempio del 2002.

Se avessi idea di come risolvere il problema avrei già messo su un recruiter o affine :) 

come funziona

st 12/1/2012 - 19:05

Le banche piccole si consorziano o vanno in outsourcing,ma anche quelle medie,esistono vari consorzi in italia 2 a Padova e uno a Trento che io conosco,girano su vari linguaggi anche cobol fino a 3 anni fa,il software lo producono e lo comprano a seconda delle esigenze.

mi sorprendo non poco!

Su banche e gestione del rischio, non posso aprire bocca (e poi se lo facessi sarebbe tutto hearsay). In altri settori la gestione del rischio fa invece parte della cultura aziendale.

Io lavoro per un fornitore di software enterprise per la gestione di rischio, ed i nostri clienti mi sembrano abbastanza informati ed acculturati sull'argomento.

Ne parlavo con un amico che lavora alla Airbus e loro ne sanno qualcosa di risk management :-)

Parlando d'altro, conosci l'IRM? Qualche opinione sui loro corsi? Conosci alternative?

quel che manca in ambito finanziario e' una definizione di cosa sia il rischio!

finance

dragonfly 11/1/2012 - 18:56

...la gestione del rischio dovrebbe essere completamente open source...

puoi specificare meglio? ma terra terra, che probabilmente sono io a confondermi sia sul significato proprio di "gestione del rischio" che  di "open source". :-)

la crisi finanziaria che abbiamo avuto in sorte di dover osservare da vicino,  ha avuto come caratteristica ANCHE l'adozione, quasi generalizzata da parte dei principali operatori, dello stesso modello di gestione del rischio, cosa rischiosissima evidentemente.

questo modello comune e fallace era però free, quasi open source. alla fine gli unici sviluppatori in proprio erano più o meno le agenzie di rating, molto poco accurate come si è visto. gli altri "scaricavano" copiando da loro, senza mettersi a sviluppare sistemi personalizzati: troppo costoso, a confronto con un metodo che sembrava funzionare e "a gratis".

questo esempio, un po' stiracchiato,  sembra insomma un punto a favore del copyright. se gli operatori avessero dovuto pagare le agenzie (come opera ad es. egan-jones) , se cioè il  parere di queste ultime non fosse stato di pubblico dominio ma riservato ai clienti, essi sarebbero stati più accorti ed esigenti e difficilmente si sarebbe sviluppato un pensiero unico a riguardo.

ma il punto centrale è che la crisi è stata causata da cattive pratiche di gestione del rischio. Quello che tu chiami "lo stesso modello" io non mi azzardo a chiamarlo modello, perché per modellare bisogna prendere la realtà come oggetto e in qualche misura copiarla. I modelli di gestione del rischio di tutte le banche prima della crisi non avevano pressoché nulla di realistico. Oggi, a tre anni e mezzo di distanza dal crollo di Lehman, la situazione è migliorata ma solo marginalmente. Le banche hanno assunto gestori del rischio a raffica (quindi le braccia ci sono), ma senzza un vero progetto. Per banalizzare (ma nello spazio di un commento è necessario, ti chiedo scusa), le banche hanno uno strumento principale per la gestione del rischio (il VaR - Value at Risk, misura peraltro uscita come la più sconfitta dalla crisi) più una serie di strumenti al lato. Ma tutte mantengono la filosofia che quando le cose vanno davvero male, la gestione del rischio si fa nel mondo politico. Tnato per fare un esempio, ad un seminario interno alla banca per cui lavoro, upn dirigente stava presentando i cambiamenti fatti alla struttura per calcolare il regulatory capital (non so come si chiami in italiano, chiedo venia). Alla domanda "come cambiano le cose se fallisse la Grecia o peggio ancor l'Italia?" dapprima ha provato ad evadere dicendo che esposizioni dirette non ne avevamo, ma poi all'incalzante "sì ma se fallisse la Grecia fallirebbero Deutsche Bank e BNP Paribas, e noi abbiamo esposizione diretta a loro, oltre a tutte le esposizioni indirette verso la Grecia" ha risposto con un blando "in quel caso, come tre anni fa aspettiamo il bail out, di DB, BNP o nostro se serve". 

Ora, dicevo, le braccia ci sono, ma di fatto tutti sono concentrati sulla modellazione del VaR o strumenti sescondari, e tutti fanno capo alle regole dettate da Basilea e dal regolatore locale (FSA nel caso nostro). Nessuno si chiede quali siano i rischi o le fonti di rischio, ma tutti si adeguano alle richieste del regolatore. Io nonn riesco a far meno di pensare che le rischieste del regolatore potremmo soddisfarle usando meno di metà delle risorse che abbiamo e usare il resto per fare qualcosa di veramente utile alla banca e all'industria. Ma farlo isolatamente non serve a nulla: se faccio un bel modello dei mercati usando le avazate tecniche quant e anche le sofisticatezze dell'economia (che sono ben più avanzate, visto che l'economia ha una storia ben più lunga e numeri ben maggiore del quant) e riesco a modellare, per esempio, come funziona la liquidità in tempi di crisi e poi la crisi avviene, se sono l'unica banca ad avere quel modello non ci faccio nulla, perchè un modello del genere dovrebbe servire ad evitare la strage. Modelli del genere non li ha nesuno tra le banche. Solo qualche fondo hedge, che non a caso in momenti di crisi non profonda (agosto 2007) è riuscito a contribuire ridare stabilità al mercato comprando massivamente quando tutti vvendevano come pazzi. 

Cari amici, ci stiamo allargando e purtroppo stiamo mischiando due questioni che sarebbe bene tenere separate. Il libro di Boldrin e Levine, a quanto ricordo (l'ho letto più di qualche mese fa), si scaglia giustamente contro il sistema dei brevetti che ostacolerebbe lo sviluppo tecnologico e quindi umano.

Se ricordo bene il libro faceva l'esempio di Watt e della sua macchina a vapore. Le risorse del geniale Watt furono quasi completamente assorbite dalle battaglie legali per difendere la sua proprietà intellettuale e privò l'umanità delle possibili innovazioni non solo sue ma anche degli altri ingegneri. Ora questa situazione è molto più elastica, almeno nel mondo della tecnologia di oggi. Apple commercializzò il primo iPhone giusto 5 anni fa e i concorrenti (convenientemente soprannominati followers) non aspettarono poi molto per commercializzare la loro versione del telefono con touch screen e applicazioni fino ad allora non convenzionali per un telefono. Dopo 5 anni ne abbiamo viste abbastanza per poter dire che la concorrenza (per qualcuno oltre i limiti della legalità) ha portato Apple a commercializzare una nuova versione di iPhone ogni anno e il telefono ha fatto passi da gigante, paragonare un 2G all'ultimo 4Gs chiarirà i dubbi dei più scettici.

Fosse finita qui la storia dovremmo rinchiudere Boldrin e Levine in manicomio, in quanto si sarebbero presi la briga di scrivere diverse pagine descrivendo una situazione che esisteva magari 100 anni fa, ma che oggi sarebbe completamente risolta. 

Leggere le cronache "tecnologiche" fa capire che non è così. Apple fa causa a Samsung, Samsung fa causa ad Apple, Apple fa causa ad HTC e Kodak (canto del cigno) fa causa ad Apple. Ecco, una delle idee principali del libro di B&L era che questi continui e ripetuti episodi di bullismo legale non giovano a nessuno. E lo sa anche Apple, che se fosse genuinamente convinta della enforceability dei suoi brevetti bene farebbe a ridimensionare il dipartimento R&D e lasciarci cuocere più a lungo tra una release e l'altra. I pesci grossi giocano a farsi i dispetti, ma l'idea (anche a leggere la biografia di Jobs) è che certe cose siano mosse più che da decisioni business da risentimenti personali, delle volgari scazzottate tra le divisioni legali delle multinazionali. La situazione quindi, ahimè, è ancora aperta e dirotta risorse di queste aziende verso studi legali e tribunali. Sarebbero fattacci di Apple e Samsung, di Apple e Kodak, non fosse che nel frattempo noi tutti ci perdiamo in innovazione. La domanda quindi di B&L, se posso permettermi ancora questa esegesi, è cui prodest? 


E' evidente che non è così. Andate da mediaworld e ditemi quanti telefoni ci sono appesi alla parete, telefoni che incorporano tutti alcune tra le feature dell'iPhone (sblocco telefono a slide, interfaccia springboard, modo di muovere e cancellare le App etc. tutti concept brevettati da Apple). 

Il disorso di Stallman, del free software è dell'Open Source poco c'entra. Qui stiamo parlando di modelli di sviluppo e non di brevetti tout-court. E anche qui andrebbero introdotte delle differenze. Sin dagli esordi di Linux il movimento è spaccato in due, con Stallman e la FSF che si preoccupano di fornire agli utenti un ambiente libero, e il gruppo OSI che invece continua a battere sulla maggiore funzionalità di suddetto modello di sviluppo (aperto e collaborativo). Un libro interessante su cosa quelli dell'OSI vedano nel software a sorgente aperto è sicuramente La Cattedrale e il Bazar di Eric S. Raymond (un tipo molto poco simpatico ma che segue/guida la carovana dei linuxari sin dagli esordi).

Qui la battaglia è tra due modelli di sviluppo, quello chiuso e gerarchico (che poi tanto chiuso non è) di Mac Os e iOS e quello aperto e collaborativo di Linux. 

Per quanto riguarda invece quanto postato da Attivissimo, io qui temo che Cory Doctorow, col suo discorso tenuto agli amici del CCC, sia stato pesantemente frainteso. Quello che gente come Doctorow (e con lui Stallman e la FSF più che Linux e l'OSI) contesta è che il modello di sviluppo end-to-end, cavallo di battaglia di Apple per mantenere i suoi device "perfetti", implichi la rinuncia dell'utente a libertà che questi movimenti ritengono fondamentali. Ora con l'App Store e le App sviluppate da programmatori indipendenti (che devono comunque passare il vaglio di Cupertino) il modello di iOS è un pizzico più aperto, mentre Android continua ad imbarcare, più radicalmente, cani e porci. Ma non credo questa  sia la questione che interessava Boldrin e Levine.

Anche se posso tranquillamente leggere in inglese sono troppo affezionato al cartaceo per cambiare abitudine, sia pure per Michele, quindi lo comprerò, mi piace vedere i libri e le copertine nella mia libreria.

Molti commenti sono andati a finire sul dibattito SW aperto, chiuso, telefonini, etc. ,etc, che sarà pure interessante, ma non rappresenta il mondo dell'innovazione.

Poichè mi occupo di innovazione tecnologica ed ho anche brevettato delle cose (poca roba, tranquilli, non campo di royalties) l'argomento ha, secondo me, dei pro e dei contro, quindi leggerò il libro e poi posterò qualcosa, se ne vale la pena.

Giusto per contribuire alla discussione ricordo che il più grande progetto OPEN SOURCE non è linux, ma l'aereoplano, e una delle aziende che campa meglio di tutte sulle royalties è la Honeywell, che ha brevettato... un gas refrigerante (R-410A).

Molti commenti sono andati a finire sul dibattito SW aperto, chiuso, telefonini, etc. ,etc, che sarà pure interessante, ma non rappresenta il mondo dell'innovazione

Chiedo venia è tutta colpa (involontaria) del mio commento. E che sono sotto shock per la ventilata cessione di Pato :-(

In realtà l'argomento trattato dal libro avrebbe dei risvolti MOLTO più interessanti in altri campi penso soprattuto al campo della ricerca medica ed al copyright su musica, fumetti, romanzi.

Storia recente

RobertoT 11/1/2012 - 19:05

Molto interessante. Lo compro di sicuro. Proprio un paio di mesi fa ho letto questo libro di argomento affine (ma di taglio ovviamente diverso) scritto da un omonimo del coautore di Michele. Non so se del tutto condivisibile ma sicuramente molto piacevole e ben documentato (di fatti).

Attendo di leggere il libro di B&L. Ma come spiegano gli Autori la storia dell'industria culturale, che sembra dar ragione ai pessimisti (o al mainstream)? I giornali perdono lettori a favore dei visitatori (non paganti) dei siti web - e licenziano pezzi di redazione. Le case discografiche hanno visto precipitare i loro profitti. Gli Studios cercano di barcamenarsi. Insomma, non è tutta colpa dei pirati (come affermano gli apologeti del culturale business) ma forse qualcosa sì.

per quanto riguarda il mercato dell'informazione. Chiaramente, il quotidiano stampato ha meno senso di esistere e (forse) non esistera' piu'. Ma un mercato dell'informazione ci sara' sempre. Magari saranno i blogger a pagare l'accesso a fonti di informazione "professionali". Magari si paghera' per avere le informazioni 30 minuti prima degli altri (bloomberg, le agenzia di stampa, etc... funzionano gia' cosi'). 

Per quanto riguarda le case discografiche, non mi e' chiaro quale sia il loro valore aggiunto. Se riescono a produrne, continueranno ad esistere. Altrimenti cosa c'e' di male a comprare le canzoni direttamente su itunes?

Ripeto: dovrò ovviamente leggere. Ma il mio umile sospetto è che la risposta del business model sia quasi "troppo" giusta - tanto da sembrare troppo facile. Probabilmente sarà così, ma a oggi abbiamo un mercato dell'informazione in cui la corsa al web (e quindi al gratis) sta distruggendo l'industria. Di sicuro il Guardian ha più lettori oggi di 10 anni fa, ma sta messo parecchio male. E così tutti. I sistemi a pagamento finora funzionano solo per contenuti specialistici con lettori professionali o comunque forti (v. WSJ). Gli altri paywall e simili hanno fatto fiasco.

 

Il valore pubblicitario di un lettore sul web è una piccola frazione del valore che ha lo stesso lettore su carta. Forse qualcuno si inventerà la soluzione, ma forse sarà troppo tardi e avremo solo agenzie di stampa e nessuna costosa inchiesta o altro contenuto dall'alto costo di produzione - semplicemente perchè il ritorno su essi sarebbe negativo.

 

Per i discografici, be', il valore aggiunto non sta certo nella distribuzione. Per quello sono d'accordo con te: iTunes è anche meglio della Ricordi o di B&N o del mitico Other Music dietro Washington Square a Manhattan. Il valore aggiunto però sta nei soldi che EMI, per dirne una, può investire su un talento. E' pure possibile - e succede - che un gruppetto passi dal garage di papà alla fama grazie al web (ci sono esempi mastodontici nella musica indie). Ma son casi eccezionali. iTunes fa il mestiere del negozio dei dischi, non quello del discografico (talent scouting, produzione, promozione massiccia, creazione del brand del musicista eccetera eccetera): tutti investimenti imponenti che necessitano di buoni ritorni (e quindi di proprietà intellettuale ben difesa) per essere anche solo pianificati.

 

Credo che sia l'argomento del secolo e sono abbastanza agnostico come su tutto.

Il valore aggiunto però sta nei soldi che EMI, per dirne una, può investire su un talento

Quale sarebbe esattamente questo investimento? Hanno pagato lezioni di canto a Britney Spears? Hanno regalato auto-tune a Rihanna? No perche' altrimenti non capisco. Il talent-scouting lo fa anche american idol a gratis. Quello che veramente fanno le industrie e' limitare l'offerta musicale, da bravi monopolisti, per alzare i prezzi. 

suvvia

RobertoT 11/1/2012 - 21:35

capisco lo spirito da polemista, ma io sono qui semplicemente per capire. Ho esemplificato le voci di investimento, non vorrei fare una querelle ma chiedere lumi su una tesi che non colgo appieno. Far girare il pezzo su MTV e radio chi lo fa? Fare invitare in tv il gruppo? Pompare il singolo in ogni angolo del pianeta? Darti uno studio professionale di registrazione e un produttore professionista (che spesso fa il successo di un particolare sound)? Lo fa iTunes? No.

 

Adesso: si può pure argomentare che possiamo vivere senza tutto questo valore aggiunto e forse ci sarà un mondo di miliardi di piccoli gruppetti "medi" noti a piccoli nicchie e non avremo più i Beatles (è più o meno quello che sta succedendo) e quindi qualcosa del tipo "coda lunga" eccetera. Però bisogna argomentare, non semplicemente negare che c'è un'industria che fa un lavoro con una certa intensità di investimenti (certo non quanto per svillupare una cura per il cancro, ma di sicuro al di là della portata di una comitiva di Manchester).

davvero pensi che le industrie discografiche, facendo girare i pezzi su MTV e radio stiano compiendo un servizio utile promuovendo la qualita'? L'industria e' completamente autoreferenziale, e gli "artisti" che girano su MTV hanno successo ... perche' girano su MTV.

Del resto, la maggior parte dei profitti sono incamerati dalle etichette, a parte pochi artisti di successo, il resto campa con poco. Tali profitti incamerati dagli intermediari sono possibili solamente a causa della protezione legislativa. 

Se togli MTV non cambia assolutamente nulla alla quantita' e qualita' della musica in circolazione.  La quantita' di musica in circolazione, probabilmente anzi, aumenterebbe senza copyright. Non e' assolutamente vero che non avremmo i Beatles. I Beatles emergeranno con meccanismi diversi. 

sono d'accordo

RobertoT 11/1/2012 - 22:14

sulla qualità. ma purtroppo il discorso sulla qualità è complicato e pericoloso. ognuno alla fine ha i suoi gusti: io non vedo MTV, ma non ascolto neppure Berio - per intenderci. C'è sempre uno più puro che ti epura, se parliamo di qualità. E finisce che le piccole librerie che hanno solo libretti ostici di semiotica vanno sussidiate per non subire la concorrenza delle Feltrinelli che disdegnano la qualità ma guardano alle vendite (è un discorso totalmente diverso ma l'argomento "qualità" è usato da tutti i fautori di sussidi vari).

 

Non sono per le major o per i Beatles o per MTV. Descrivo solo il modello attuale. E non vedo qual è quello diverso che potrebbe funzionare. Vorrei ce ne fosse uno. Ma vorrei capire meglio come funziona.

o meglio, il punto e' di eliminare il modello che vede degli intermediari percepire rendite rese possibili solo dalla legge. 

ma secondo te (e/o gli Autori) il discografico o la casa editrice sono middlemen da tagliare? Il web è middleman: fa la distribuzione. Amazon è middleman. Un signor middleman, fantastico (attenzione: su Amazon.it cercando Boldrin non si trova il libro, perché l'hanno segnato come Boldrini). Ma facciamo l'esempio di un libro-inchiesta amerikano di quelli bellissimi. Per cui si devono fare 1000 interviste in 12 stati diversi (quindi chiedere appuntamenti, prendere aerei, dormire in hotel), sbobinare conferenze, fare settimane di ricerca e nel frattempo fare la spesa, mangiare, pagare l'affitto. Chi ci mette i soldi? Tu sei uno scrittore emergente, hai una grande storia con una grande idea, ma hai bisogno di 1000 interviste, ricerche ecc. Vai da Amazon e ti danno un anticipo sulle royalties? O ti anticipano le spese per i viaggi e l'alloggio?

 

E se il tuo libro costasse poco: lo scrivi sul tuo pc, è la storia di un mago e di un drago. Niente interviste eccetera. L'affitto lo paga papà. Poi che succede? Amazon ti organizza le presentazioni in giro per l'Italia? Amazon manda copie gratis alle redazioni dei quotidiani?

 

C'è un lavoro preciso nell'industria culturale che è quello svolto dall'... industria culturale. Chi lo farà? Amazon sostituisce Barnes & Nobles. Chi sostituirà Simon & Schuster?

il problema e' che le case discografiche percepiscono rendite rese possibili solo da un atto legislativo. Se qualcuno ha un'idea editoriale e ha bisogno di un prestito, beh, per quello ci sono le banche che (in teoria, almeno) operano in un ambiente concorrenziale senza monopoli garantiti per legge. Non serve la casa editrice per ricevere un prestito. 

ma non mi torna una cosa. Se i profitti delle case editrici (o discografiche ecc.) sono fondate sulla restrizione della concorrenza data dal copyright e visto che il copyright non me lo dice nessuno (a me scrittore con la grande idea) di cederlo alla casa editrice e visto infine che il lavoro della casa editrice sarebbe solo di finanziare l'idea (non di avere le professionalità per valutarle, selezionarle, correggerle, promuoverle nei modi giusti ecc.) perchè mai non si è sviluppato un modello assai più razionale ed efficiente per cui lo scrittore si finanzia con le banche e sfancula le case editrici riprendendosi i profitti rubati dalle rendite delle case editrici? Del resto non serve abolire l'IP per consentire agli scrittori di fare da sé assieme alle banche.

 

E se aboliamo l'IP, perché mai le banche (che non lo fanno adesso con l'IP esistente) dovrebbero finanziare me scrittore con un'idea quando dopodomani uno che non ha né mutui con le banche né altro può fare un fantastico free ride sul successo pagato con Euribor + 7%?

Possiamo continuare, la discussione è utile e interessante.

Personalmente mi sembra ovvio che il finanziamento delle iniziative editoriali/culturali (almeno quelle più consistenti) dovrebbe essere equity, non debito.  E forse sono necessari investitori specializzati, che potremmo anche chiamare case editrici.  Però non è chiaro che tutto ciò richieda IP: l'autore potrebbe aprire una società, addebitare ad essa i costi e farvi confluire i guadagni che conseguiranno dalla sua opera in virtù dei modelli di business IP-free di cui parlano Boldrin-Levine.

Per quanto riguarda gli altri servizi che la casa editrice fornisce attualmente, a me sembra che molti di questi potrebbero essere scorporati come detto sopra.  Ciò andrebbe peraltro a vantaggio delle iniziative più piccole, che avrebbero la possibilità di avvalersene.

... sono utili, ma ricevono profitti basati su un privilegio artificiale ed ingiustificato. Leggiti sul libro, per esempio, il caso del rapporto su 9/11 del congresso americano, concesso gratuitamente, sul quale piu' di una casa editrice ha fatto profitti. Esistono vari modi di fare profitti da libri e canzoni, anche se sono gratuite e copiabili. 

Lo leggeró sicuramente.E' solo che non capisco, casa editrice o meno, casa discografica o meno, perchè un autore che abbia scritto qualcosa non possa escludere gli altri, per un ragionevole tempo, dallo sfruttamento commerciale di quello che ha scritto.

Ci sono enormi esagerazioni (è ancora protetta roba dopo quasi un secolo dalla morte dell'autore) ma ci possono forse essere delle vie di mezzo.

Sono solo a metà, ma già dopo un paio di capitoli è chiaro (da innumerevoli esempi storici) che non deve poterlo fare (o meglio: non deve poterlo far fare alla polizia) per almeno due tre quattro (mentre scrivo me ne ricordo altre) ragioni:

1) limiterà i suoi guadagni

2) limiterà gli investimenti nella sua industria (che sia la letteratura o le macchine a vapore)

3) ridurrà artificialmente la diffusione e aumenterà i prezzi al pubblico

4) ridurrà la propria produzione di nuovo materiale (perdendo tempo a far rispettare il divieto o semplicemente massimizzando la rendita di posizione mantenendo bassa l'offerta)

Sarà anche vero in alcuni casi storici, ma in altri è platealmente falso. Un esempio che mi viene in mente perché l'ho letto di recente è quello fatto da G.R.R. Martin nel suo blog (all'interno di una polemica sulle fan fiction, ma non vi annoio con i dettagli): le differenti scelte, in fondo proprio su questioni di copyright, da parte di Edgar Rice Burroughs (autore di Tarzan) e di Howard Phillips Lovecraft (creatore dell'universo di Chtulhu). Il primo - e i suoi eredi - ha strenuamente difeso il suo copyright sulla sua creazione, in ogni occasione; il secondo ha avuto un approccio più "open source": la differenza sta nel fatto che ERB è morto milionario, mentre HPL è morto in miseria, nonostante sia stato uno scrittore più prolifico e sia considerato un artista migliore. Per l'umanità, forse, è stato meglio l'atteggiamento di HPL (il fatto che il mondo di Chtulhu si sia aricchito dei contributi di molti altri scrittori e abbia potuto dare origine a tante opere derivative senza problemi ha sicuramente aiutato lo sviluppo di tutto un filone letterario che altrimenti non avremmo mai visto): per l'autore, sicuramente no. E non mi sembra giusto.

Se gli autori letterari (e altri artisti e autori di opere intellettuali) fossero anche degli esperti di marketing e strategie commerciali, forse il punto 1 e 2 possono essere veri: altrimenti, no (o almeno non sempre, e direi neanche nella maggior parte dei casi). Mi si potrebbe rispondere che "dovrebbero esserlo", ma questo - oltre a sembrarmi ingiusto, ed avere senso solo all'interno di una posizione in cui è giusto solo e sempre quello che funziona secondo il mercato - penso rischierebbe di limitare non di poco 1)le possibilità dei singoli autori di essere grandi autori, se devono anche essere uomini di marketing, e 2)il pool da cui attingere ai grandi autori, visto che non tutti sono in grado di occuparsi anche delle questioni promozionali (chiamiamole così)

No, dovrebbero solamente avere dei bravi agenti e questo non dipende dalla presenza o meno del diritto d'autore (se il diritto d'autore gli permettesse di ignorare la "capacità di vendersi bene" avrebbe a mio giudizio ragione d'essere).

La scarsa capacità di far fruttare il proprio talento ha rovinato alla pari Lovecraft e Salgari, nonostante il secondo abbia operato sotto diritto d'autore (semplicemente ha sottoscritto contratti capestro nel cederli agli editori), anzi, l'esistenza di tale sistema legale (il Regno d'Italia ha unificato le normative dei regni precedenti nel 1865) gli ha sostanzialmente impedito di liberarsi da questa situazione. 

Su Burroughs c'è poco da dire: uno dei tanti che hanno avuto successo in uno dei due regimi; però è oggetto di un simpatico esempio nel libro di B&L e vale la pena citarlo: oltre a Tarzan ha prodotto alcuni cicli narrativi di maggior successo, di questi cicli esistono in commercio solo i primi libri, ovvero quelli il cui copyright è finalmente scaduto, gli altri sono semplicemente fuori commercio (e lo resteranno finche non scadrà la possibilità dei detentori dei diritti di vietarne la pubblicazione).

Qui si inserisce il discorso delle opere derivate.

Io posso anche accettare che Tizio inventi A (opera letteraria, musicale, un robot) e possa essere l'unico a poterla vendere per tot di tempo.

Ma perché impedire ad altri di usarla per produrre B?

Sarebbe come se la Ferrero impedisse ai suoi clienti di farsi i panini con la nutella, perché ha intenzione di vendere il prodotto PaninoAllaNutella, oppure perché vuole un ritorno (oltre a quello dovuto all'acquisto dei vasetti) per ogni panino fatto al bar... Assurdo no?

La normativa del diritto d'autore prevede già la cosiddetta libera utilizzazione, in base alla quale io posso produrre B se riduco al minimo l'utilizzo di A, se l'uso che ne faccio è sufficientemente creativo, e se posso dimostrare che il mio uso non ha effetti deleteri sul mercato dell'opera A.  Lo stesso principio protegge anche il diritto di critica e di creare parodie, satire, pastiches etc.  Di più è difficile fare, perché tra una semplice copia e un'opera derivata non c'è soluzione di continuità.  È vero invece che l'ambito della libera utilizzazione varia a seconda delle giurisdizioni; ad esempio, la normativa statunitense è decisamente più flessibile di quelle europee.

E secondo te Tarzan e Chtulhu erano prodotti ugualmente famosi? Yessshhhh ...

Se il confronto va fatto, occorre farlo adeguatamente.

Luigi Nono era senz'altro miglior musicista di Michael Jackson, pero' e' morto MOLTO piu' povero ... ed entrambi godevano del copyright.

Ripensando all'esempio di Lovecraft, trovo che sia mal posto in almeno due sensi:

1) L'argomento sarebbe l'utilità o meno delle leggi sulla "proprietà intellettuale": tali leggi erano in vigore negli USA quando Lovecraft ha prodotto? In tal caso questo esempio dimostra al massimo come tali regole non esentino gli autori dalla necessità di curare le proprie finanze.

Il copyright è uno degli strumenti con cui un autore può mettere a frutto economicamente il proprio lavoro, non è sempre il migliore ed'è quello con maggiori costi sociali, e non è neppure privo di rischi (la storia dei diritti rubati o svenduti è sterminata).

2) Ci sono milioni di persone che finiscono la propria esistenza in condizioni pari o peggiori alle sue, non tutte meno meritevoli, il problema più che il copyright riguarda il wellfare. La ragione che giustifica le regole sulla "proprietà intellettuale" è l'idea che in assenza di tale premio non si produrrebbero opere di ingegno, Chtulhu , per quanto marginale, è un esempio di come questo non sia vero (il libro fa notare come la gran parte della cultura e della storia dello sviluppo tecnologico siano a loro volta degli esempi, ovviamente non marginali).

L'argomento sarebbe l'utilità o meno delle leggi sulla "proprietà intellettuale": tali leggi erano in vigore negli USA quando Lovecraft ha prodotto?

Era in vigore il Copyright act del 1909 che dava 28 anni di "godimento" dei diritti.

Quello che dovreste considerare è che  il successo di Lovecraft è stato più postumo che contemporaneo

Il citato Tarzan di Burroughs è stato immediatamente un successo mondiale, mentre Lovecraft era un autore minore, che vendeva poco e in un ambito poco apprezzato dalla critica.

Sorte che è toccata ad altri artisti che erano in anticipo con la sensibilità del loro tempo.

davvero pensi che le industrie discografiche, facendo girare i pezzi su MTV e radio stiano compiendo un servizio utile promuovendo la qualita'?

Credo che RobertoT si riferisse all'utilità per quei particolari artisti che vengono promossi da MTV, non in senso generale.  Del resto è alquanto difficile fare considerazioni in questo senso.  Molti consumatori ad esempio hanno interesse ad adeguarsi alla "cultura" generale, quindi ascoltano semplicemente chi ha più successo.

Concordo anche sul fatto che molti artisti abbiano poco successo (il che non implica che soggettivamente se la passino male) ma questo potrebbe dipendere dalle caratteristiche del prodotto (effetto winners take all) più che da IP o dalle case discografiche.

se stabiliamo che ad un certo numero di persone piace MTV perche' e' MTV, allora c'e' bisogno di MTV, punto. Se invece a molti piace quello che piace agli altri, bene, in qualche modo si sviluppano delle mode, youtube, word of mouth, whatever ma non c'e' bisogno necessariamente di MTV.

sul fatto che il mondo (della musica) sarebbe un posto migliore senza le canzonette idiote dei Beatles personalmente non ho dubbi. obladì obladà

Re: suvvia

tizioc 11/1/2012 - 22:10

Far girare il pezzo su MTV e radio chi lo fa? Fare invitare in tv il gruppo? Pompare il singolo in ogni angolo del pianeta?

In realtà su questo punto insistono anche i fautori di una proprietà intellettuale più snella.  Se il pezzo è davvero di buona qualità ed è concesso a condizioni favorevoli, la pubblicità è in gran parte fisiologica.  Pensiamo ad esempio ad un'agenzia di pubblicità commerciale che deve scegliere la colonna sonora di uno spot, o ad un produttore di videoclip che ha bisogno di un pezzo strumentale come sigla.  Il tutto, senza bisogno di pseudo-corruzione tra radio/MTV e industria discografica, e raggiungendo spazi a volte impensati.   Lo studio di registrazione può essere un'attività autonoma, pagato direttamente dagli artisti (e tra questi vanno inclusi anche gli specialisti del suono, se tale è la loro importanza) anziché dalle case discografiche.

Sulla contrapposizione tra megagruppi e long tail non mi pronuncio, perché non vedo elementi risolutivi.  In teoria l'importanza dei megagruppi potrebbe anche aumentare con minore protezione intellettuale, a causa dei network effects.

Re: Ma ci sarà

tizioc 11/1/2012 - 21:22

Probabilmente sarà così, ma a oggi abbiamo un mercato dell'informazione in cui la corsa al web (e quindi al gratis) sta distruggendo l'industria.

Se così fosse i giornali si guarderebbero bene dal pubblicare sul web, e si limiterebbero all'edicola; almeno eviterebbero di andare in perdita.  Di fatto accade spesso che le notizie tipo "agenzie/comunicati stampa" vadano sul web e le inchieste più approfondite nella versione su carta o in abbonamento.

Dal "valore aggiunto" dell'industria discografica andrebbero tolti i costi che la stessa impone all'artista, anche sotto forma di gestione della stessa proprietà intellettuale.  Di fatto resta solo il finanziamento/venture investment, per quegli artisti che ne necessitano non avendo risorse proprie.  Le altre funzioni o ben sono obsolete (talent scouting? mai sentito parlare di You Tube?), o possono essere scorporate e fruite direttamente dall'artista.  Il discorso è ancora più estremo per le case editrici di libri e simili: quanto costa assumere un correttore di bozze? Scrivendo in LaTeX/LyX si risparmia anche sul tipografo.

i giornali

RobertoT 11/1/2012 - 22:09

sono spaesati come tutti in questo nuovo "ambiente" e vanno a tentoni. Hanno provato il gratis e basta. Stanno provando il gratis + contenuto aggiuntivo a pagamento (c.d. freemium). hanno provato il paywall (fiasco, salvo pubblicazioni con focus specialistici, v. WSJ). Stanno provando il modello per cui hai tot pagine gratis al mese dopodiché devi pagare (v. NY Times e Financial Times). Insomma, nessuno ha la soluzione. Ma nel frattempo nessuno può permettersi di perdere il treno del web e devono starci anche se la profitability è assai poca e anzi ruba lettori paganti alla carta. Ma se non te li ruba il tuo stesso sito te li ruba il sito del competitor. C'è un equilibrio ahimé distruttivo nel "gioco" del web.

 

Sui dischi mi taccio, ho detto sopra. Io non credo che essere su uno dei fantastiliardi video di youtube possa darti la visibilità che ti dà EMI. I casi sono eccezionali. Ci sono gli Artic Monkeys, ok. Poi? Possiamo farne un modello? Bah, non credo. I Radiohead hanno venduto senza discografici ma hanno un brand costruito da una supermajor. Se mi offrissero un contratto con una major che si prende il 50% delle vendite, contro un iTunes che me ne lascia l'80% e non fossi un nome già stranoto, be' non avrei dubbi su cosa firmare.

Si possono anche fare esempi di buoni ritorni praticamente senza "talent scouting, produzione, promozione massiccia, creazione del brand del musicista eccetera eccetera".

Esiste un gruppo ( la Dave Matthews Band ) praticamente sconosciuto in Italia che dal 1994 ad oggi ha venduto la media di un milione di biglietti all'anno ai suoi concerti.

Considerando un prezzo medio attualizzato di 35 euro a biglietto è un incasso totale di mezzo miliardo di euro.....

mi sembra

RobertoT 11/1/2012 - 22:21

che la Dave Matthews Band abbia pubblicato tutti i suoi primi album con la RCA (= Sony Group), no?

DMB

Pietro Puricelli 11/1/2012 - 23:05

DMB hanno inziato nel 1991 il loro tour de force di concerti settimanali, nel 1993 hanno pubblicato il primo disco per un etichetta indipendente, Remember Two Things per l'etichetta Bama Rags, nel 1994 hanno registrato il primo disco con la Sony, ma a quel punto tra "talent scouting, produzione, promozione massiccia, creazione del brand del musicista"  l 'unico valore aggiuto della major potrebbe essere la produzione, ma ha influito ben poco sulla loro carriera di musicisti da un concerto la settimana.

Sul serio?

andrea moro 11/1/2012 - 22:24

Dave Matthews e' sconosciuto in Italia? 

Praticamente sì. Fino a "before this crowded streets" avevano provato a passarlo per radio, ma con poco riscontro.

Se per la DMB un po' mi spiace, sono invece contento che la stessa sorte sia toccata a Garth Brooks il cui successo nel resto del mondo continua a rimanere , per me, inesplicabile.

Per quella che è la mia esperienza e le mie conoscenze personali si.

E dato che le mie conscenze sono nel range ( 40-50 anni ) in cui è più probabile incontrare ascoltatori di quel genere e vivo a pochi chilomentri da uno dei più efficenti divulgatori della musica USA  ( Carù dischi a Gallarate )  penso che in Italia meno di una persona su 100 sappia chi sono.

Una delle cose che si fa piu' fatica a capire, in questo ambito ed in molti altri, e' che la domanda da porsi quando si dibatte su quale sia il sistema di property rights socialmente piu' adeguato NON e'

"Ma le imprese faranno piu' soldi con il sistema X o con quello Y?"

La domanda appropriata, in quel contesto, e'

"Si ottiene piu' output consumabile con X o con Y? Il (costo)x(quantita') di output e' piu' alto con X o con Y?"

Se applichi questa seconda domanda, che e' quella appropriata, all'esempio che usi (informazione) ti rendi conto che c'e' oggi MOLTA piu' informazione di 30 anni fa e che, holding quality costant, costa molto meno. That's progress.

Lo stesso vale per l'acciaio, tanto per dire: ce n'e' molto di piu' di un secolo fa e costa molto meno. Pero' son sparite centinaia d'imprese che lo producevano. E nessuno si preoccupa delle centinaia di migliaia di ex-lavoratori del settore che hanno perso il proprio lavoro ...

Vale la pena domandarsi perche' ...

secondo me ci sono già delle indicazioni apprezzabili.

Io sono abbonato sia al Fatto Quotidiano che all'Economist, nel primo caso solo abbonamento in digitale nel secondo anche cartaceo (ma leggo solo digitale, la differenza era risibile) in entrambi i casi ho acquistato DOPO aver sperimentato i  contenuti (neanche troppo limitati)  che entrambe le testate continuano a fornire gratuitamente.

Poi c'è linkiesta (cui mi abbonerò a breve) che è integralmente on line e al momento pare stia in piedi

Che e' perfetto: a costi sempre piu' bassi c'e' sempre piu' informazione in giro!

Da qualche parte ho messo un commento piu' dettagliato sul tema.

ma il fatto

RobertoT 13/1/2012 - 13:39

che ci sia più informazione a costi più bassi non rischia di essere un effetto meramente transitorio? La (maggiore) informazione che c'è in giro è comunque perlopiù prodotta (film pirata, mp3 illegally shared, huffington post) da quegli stessi soggetti (studios, major labels, quotidiani) che stanno perdendo profitti e tagliando personale. L'effetto, finora, è che i minori costi sono stati "finanziati" da una distruzione di professionalità innovative (che creavano contenuti) in favore della creazione di (numericamente assai inferiori) professionalità non-innovative (free-riders): cioé i giornalisti vanno a casa e per ogni 10 giornalisti a casa ci sono forse 2 copiaincollisti o riassuntisti che trovano lavoro.

 

Non c'è il rischio che si stia viaggiando verso il punto di rottura in cui il prezzo di questa tanta informazione diventa così basso che non ci saranno più giornalisti che producono news (e quindi gli aggregatori anch'essi rimarranno a bocca asciutta?) ovvero non ci saranno più produttori di cinema (e pirate bays a bocca asciutta) eccetera?

Non so, forse la tua previsione e' giusta. O forse no. I dati, per ora, ti danno torto. Fra vent'anni vediamo.

Nel frattempo basta guardarsi intorno per rendersi conto che se dovesse succedere quanto predici sarebbe una grandissima novita' storica. Non e' mai successo prima, in nessuna industria.

Credo tu confonda il processo utile ed estremamente positivo di "creative destruction" che ogni tecnologia realizza con il diluvio universale. Senza offesa, ma questa confusione ha un nome da quasi due secoli: luddismo.

P.S. Con tutto il rispetto per i giornalisti bravi, che ci sono anche quelli. Ora non ci sono i copiaincollisti a rimpiazzarli. Ci sono gli specialisti del settore, invece di tuttologi che plagiano il NYTimes ...

intanto

RobertoT 14/1/2012 - 12:03

grazie per le risposte. molto apprezzate. Forse ho da un'idea distorta di quello che penso: io non "tengo" per una tesi o per un'altra. poi avevo un blog nel 2003, scrivo (occasionalmente) per una rivista web e quindi è difficile darmi del luddista (almeno nella pratica).

Leggerò con attenzione nel libro anche i dati che citi che smentirebbero il mio pessimismo. Capisco il punto della distruzione creativa, ma qui - mi sembra - non stiamo parlando di semplice innovazione tecnologica che distrugge il vecchio e crea del nuovo. Qui stiamo parlando anche (anzi soprattutto) di eliminazione di un framework giuridico che ha consentito la creazione del vecchio. Quindi non è immediato che l'innovazione tecnologica, senza più il sistema di property rights di cui parliamo, sia anche creatrice oltre che distruttrice. Credo che il punto sia lì, se non sbaglio.

Poi mi rimbomba in testa la diagnosi pessimista di Tyler Cowen, nel suo The Great Stagnation: non è che l'innovazione internettiana finora ha solo migliorato le nostre vite private, il ns accesso alle info ecc, senza gettare le basi di una crescita degna di questo nome?

Ho dato una letta rapidissima all'indice del libro e mi riprometto di tornare sulla questione con più attenzione nei prossimi giorni dopo aver avuto il tempo di leggermelo. Alcune osservazioni mi sembrano però utili per dare fin da subito un po' di pepe alla discussione. 

Innanzitutto, ciò che sorprende è che le medesime conclusioni vengano raggiunte per i diritti più disparati, dal diritto d'autore sui personaggi Disney o su una semplice canzone ai brevetti farmaceutici ed elettronici. Si tratta di realtà completamente diverse, rette da dinamiche che non mi sembra possano essere messe sullo stesso piano.

Sviluppare (e non semplicemente inventare) un nuovo farmaco può costare centinaia di milioni di euro. Per registrare una nuova canzone possono bastare una chitarra ed un microfono collegato al pc. 

Anche all'interno del mondo dei brevetti, poi, le differenze sono immense. Copiare un farmaco tradizionale comporta un investimento limitatissimo (confrontato con i costi di sviluppo), mentre lo stesso non vale ad esempio in campo biotecnologico od elettronico. Ciò rende evidentemente le esigenze di tutela dell'innovatore profondamente diverse e da ciò non mi pare possa prescindersi. In altri termini, mentre forse in alcuni campi tecnologici la tutela brevettuale potrebbe non essere strettamente necessaria (la letteratura - anche empirica - sul punto è amplissima), in altri settori è difficile essere convinti del contrario.

 Dall'indice del libro sembra poi che tutta una serie di ulteriori funzioni dei diritti IP non venga presa in considerazione . E si tratta di funzioni che a me sembrano essenziali (forse ancora più importanti del semplice incentivo ad innovare).

Brevemente (mi concentro qui solo sui diritti che tutelano l'innovazione tecnologica - la questione del copyright classico è  completamente diversa):

i) I diritti IP permettono la specializzazione. Esistono tantissime realtà di mero R&D in cui nuove invenzioni vengono sviluppate e poi licenziate a terzi. Senza la possibilità, offerta dal brevetto, di mantenere il controllo sull'innovazione, tali realtà non potrebbero esistere.

 

ii) Conseguentemente, i brevetti favoriscono la circolazione/la trasferibilità delle innovazioni (e circa il fatto che il c.d. technology transfer sia fatto positivo non sembra possano esservi dubbi). Questo aspetto in particolare mi sembra non venga sufficientemente valorizzato nel libro. Anche  uno degli esempi portati a sostegno della tesi della non necessità dei brevetti (l'esempio dei patent pools), infatti, sembrerebbe in realtà essere un classico esempio di circolazione di innovazione resa possibile dalla presenza di brevetti. Per fare un esempio, a me sembra che è proprio grazie al fatto che avevano brevetti e che potevano quindi ottenere royalties su tali brevetti che Sony, Philips, etc. hanno deciso di creare pools per licenziare le proprie tecnologie (CD, DVD, etc.). Senza i brevetti ciascuna di loro avrebbe optato per lo sviluppo e lo sfruttamento individuale (e non condiviso) delle proprie innovazioni. 

iii) I diritti IP portano poi alla divulgazione di nuova informazione. Senza l'incentivo rappresentato dall'esclusiva (per ottenere la quale l'inventore deve depositare domanda di brevetto che descrive esattamente come realizzare l'invenzione), nessuno renderebbe disponibili le proprie innovazioni e si vivrebbe in un mondo caratterizzato dal segreto. Chiunque abbia avuto a che fare con il mondo dell'R&D sa quanto sia importante il ruolo che svolgono i registri brevetti. Si tratta di database che sempre vengono consultati dagli addetti ai lavori per vedere cosa è stato fatto prima. Senza brevetti, tutto ciò non esisterebbe.

iv) i brevetti favoriscono gli investimenti nello sviluppo delle nuove invenzioni. Portare un nuovo prodotto sul mercato può comportare costi enormi, superiori a quelli necessari all'invenzione iniziale. Per fare un altro esempio, quale casa farmaceutica investirebbe i milioni necessari a testare un nuovo farmaco se non potesse essere sicura  di avere il ritorno garantito dalla presenza dei propri brevetti.

Tutto ciò ovviamente non toglie che vi siano, come in tutte le realtà, problemi e distorsioni. Con questo post volevo solo dare voce all'altra parte della barricata, a quelli che pensano che le possibili alternative alla tutela brevettuale sarebbero forse peggio di ciò che abbiamo ora.  

quindi si, vale la pena leggerlo prima di iniziare un dibattito inutile. Io pero' non capisco quello che stai dicendo: per esempio, i patent pool: cosa impedisce a due ditte di accordarsi su uno standard anche senza l'esistenza dei brevetti e della possibilita' di fare cross-licensing? Anzi a me pare che l'esistenza di brevetti renda il tutto piu' difficile. Dove sta scritto che Sony e Phillips avrebbero optato per lo sfruttamento individuale delle proprie innovazioni?  In molti settori l'industria si accorda su standards senza che vi siano particolari problemi. 

Per quanto riguarda l'ufficio brevetti, cosa vieta che in un mondo senza brevetti si vengano a creare agenzie che raccolgono, schedano e magari creano dove mancasse o fosse incompleta, documentazione su quanto viene inventato nel mondo, per poi rivendere queste informazioni su richiesta?

Una specie di http://sourceforge.net/ delle invenzioni.

certo che e' possibile, ma la tesi di VCI e' che senza brevetti ci sarebbe maggiore segretezza. Certo ci sono costi e benefici, l'argomento di B&L infatti e' principalmente empirico. A me in ogni caso pare che l'incentivo alla segretezza ci sia anche con la possibilita' di brevettare. 

Da quello che sembra, la tesi di Boldrin/Lavine è che l'abolizione dei brevetti darebbe risultati per lo più analoghi a quelli odierni.  I produttori si sforzerebbero di mantenere segrete le proprie innovazioni (anche stringendo contratti di non divulgazione con la clientela, se i costi lo giustificano) ma per il resto le operazioni di retro-ingegneria sui prodotti sarebbero completamente libere, quindi prima o poi il segreto sarebbe divulgato, salvaguardando l'innovazione.  Il risultato sarebbe una sorta di brevetto "naturale", a costi di transazione molto bassi e senza imporre oneri su chi non li accetta esplicitamente.

Gli indici, si sa, sono traditori.

Eviterei di congetturare troppo sui medesimi e di fare il processo alle intenzioni. Anche perche' l'indice, avendolo scritto io, e' veramente poco informativo: 4/5 dei titoli sono battute, allusioni, citazioni, ironie o parodie ... non so cosa se ne possa inferire senza leggere almeno i capoversi iniziali di ogni sezione.

Raccomando di leggere anzitutto il libro (con un po' di pazienza ed attenzione: ha una bibliografia tecnica piuttosto corposa e le parole messe a caso son poche, punteggiatura inclusa).

Se poi ci sono fatti, argomenti logici e riscontri statistici che smentiscono o inficiano questa o quell'altra tesi, siam qui pronti ad imparare. Ma, insisto, sulla base di fatti, dati, tacchi, dadi e datteri. Non scappiamo.

Per quanto invece riguarda i PP, a pensarci bene l'ho messa giù troppo facile. 

Nella mia testa avevo in mente i primi pools Sony/Philips (quelli per i CD), il risultato di grandissimi sforzi di R&D (congiunti) che le parti hanno poi deciso di rendere disponibili a tutto il mercato confidando nel ritorno rappresentato dalle royalties. Resta da vedere se tale immediata condivisione con il resto del mercato sarebbe avvenuta se le parti non avessero confidato in tale possibilità di ritorno. Resta anche da vedere se la condivisione delle rispettive tecnologie sarebbe avvenuta senza la possibilità di mantenere un controllo sulle stesse. Non solo, Sony e Philips sono due imprese verticalmente integrate che lucrano anche (e soprattutto) dalla commercializzazione dei propri prodotti. Lo stesso non vale per tutte quelle imprese che fanno solo R&D e per le quali i brevetti sono l'unica fonte di ritorno (e considera che moltissimi standard sono sviluppati proprio a partire da tecnologie sviluppate - e brevettate - da imprese che vivono solo della propria attività di licenza). 

Comunque, come dicevo, il settore elettronico è uno di quelli che pone oggi certamente più problemi. Il tema è complessissimo e non ho tempo (purtroppo!) per affrontarlo in modo sensato qui. Tra l'altro non sono un economista e non vorrei addentrarmi in discussioni che potrebbero scatenare la giusta ira dei rigidi censori del sito...

Mi leggo il libro e vedo se risponde ai miei dubbi. 

Per ragioni professionali mi occupo di proprietà intellettuale (brevetti nel campo dei semiconduttori).

Detto in sintesi, i brevetti sono fondamentalmente utilizzati per condurre battaglie legali tra aziende o per aumentare il valore nominale delle aziende stesse. La maggior parte dei brevetti è costituita da idee ovvie o impraticabili, utilizzate rispettivamente per attaccare i concorrenti o per aumentare il valore dei titoli in borsa. Nell'uno e nell'altro caso hanno un ruolo essenzialmente distruttivo. Personalmente ritengo che i criteri per ottenere un brevetto dovrebbero essere molto più stringenti: solo idee indiscutibilmente originali e provatamente funzionanti dovrebbero essere brevettabili. Purtroppo così non è, per cui di fatto propendo a credere che l'eliminazione totale dei brevetti sarebbe preferibile alla attuale situazione.

Yup

michele boldrin 13/1/2012 - 06:56

Grazie per la conferma. Abbiamo parlato con parecchia gente del settore prima di metterci a scrivere e la tua opinione collima con quelle che abbiamo sentito, e con una delle tesi che il libro sostiene.

Ora mi piacerebbe leggere il libro sul mio Kindle, ma vedo solo un PDF.  Su Amazon e` a pagamento, ma capita che ho un business che trasforma i libri dal formatto Word in .mobi (il formatto Amazon): LiberWriter.com .

Quindi, sono disponibili i "sorgenti" (un file Word, LaTeX o qualcos'altro) del libro sotto licenza libera?

e chiariamo un equivoco che forse si sta insinuando. Il paper di B&L non dice che eliminando la proprieta' intellettuale stanno meglio tutti. Dice che, secondo un qualche criterio di efficienza (non paretiana), l'esito e' migliore. In parole povere, stanno meglio quasi tutti. Chi sta peggio (in molti casi) e' chi gode della protezione monopolistica. Nella maggior parte dei casi concreti, questi non sono ne' gli artisti ne' gli sviluppatori di software ne' gli inventori o farmacologi, che riuscirebbero ad incamerare molte delle proprie royalties in ogni caso (concerti, merchandising, first-mover advantage, consulenze, etc...). Chi sta veramente peggio sono le case discografiche, editrici, farmacologiche. Chi sta veramente meglio sono gli amanti della musica, della lettura, gli ammalati in africa (semplificando con l'accetta). 

Infine, il libro e' disponibile online dal sito degli autori, ma non e' rilasciato con licenza creative commons o simile. Lascio a te capire perche' questo non sia incoerente con la tesi sostenuta sul libro. 

Un piccolo appunto: per un consulente informatico, il guadagno e` ben diverso da quello di vendere un prodotto informatico.  Il primo deve concentrarsi ad avere piu` "billable hours" possibile, e una serie di skill per vendersi ai clienti, trovare lavori, ecc...  Il secondo da` piu` possibilita` al nerd stereotipico che si chiude in una stanza e si dedica al prodotto stesso.  Ovvero, con le consulenze, conviene usare software gia` fatto, e non passare molto tempo a scriverne di nuovo.  Non e` a caso che le aziende di consulenze generalmente scrivono poco codice utilizzato da altri (IBM e` un caso a se stante...).

Non c'è dubbio alcuno che brevetti et similia frenino lo sviluppo; logicamente è lampante e empiricamente, non so la macchina a vapore, ma chiunque voglia informarsi ha una casistica strepitosa;  giusto per fare un altro esempio, si considerino le recenti "guerre dei brevetti" in ambito smartphones. Infatti, l'unico argomento a favore del brevetto, molto relativo, ovvero i summenzionati costi della ricerca che nessuno avrebbe voglia di sostenere se non in ragione di un utile. In qualche caso potrebbe apparentemente sembrare fondato, ma è facilmente superabile nell'interesse di tutti, inventori e sovvenzionatori di qualunque natura  dei medesimi compresi.

Nel caso di elementi pubblicamente controllabili, è facilissimo rendere redditizi gli esiti delle ricerche senza penalizzare in alcun modo sviluppo e diffusione: basta che i detentori del diritto di invenzione ricevano un premio per ogni applicazione della loro trovata senza per questo disporre di alcun diritto d'esclusiva. A seconda del tipo di società il premio può essere attribuito secondo diversi criteri: in una società più "di mercato", si può tranquillamente lasciar fare alla legge della domanda e dell'offerta (in questo caso la concorrenza è perfetta - se il tuo sistema operativo è più conveniente, in egual misura i potenziali sviluppatori saranno disposti a ricompensarti un po' di più che per altri meno performanti); in sistemi più intersoggettivi, si possono adoperare anche altri criteri (ma qui il discorso diventerebbe lungo). Basta che sia mantenuta entro certi limiti (continua la parentesi) il primato: se A inventa la ruota X, B può inventare la bici XB e C l'automobile YC senza limitazioni, ma chi sfrutta XB o XC, oltre a ricompensare B o C, deve ricompensare anche A (entro quei limiti, come per esempio quelli già esistenti sulla durata dei brevetti).
Naturalmente i limiti sono determinati dai valori e dalle norme delle distinte società - a partire dalla loro maggiore o minore, più che meritocrazia, "meritoarchia" - e possono essere determinati, oltre che dalla quantità di applicazioni, dai feedback piuttosto che da riscontri oggettivi (se D inventa un dissipatore XD che è l'unico applicabile a una infinità di prodotti, ma che incide minmamente sulle loro prestazioni, in un'economia di mercato pura le pretese di D possono limitare  lo sviluppo di tutti quei prodotti; in una società con - anche - altri valori, D può essere costretto a limitare le sue pretese, ad esempio a una certa porzione degli utili da ripartire fra i vari sviluppatori...). Un "conservatore" può non apprezzare una cosa del genere - in pratica faciliterà anche la concorrenza perfetta ideale, ma abolisce la proprietà privata dei mezzi di produzione (intellettuale) - ma è lampante come lo sviluppo in ogni settore non possa che esserne esponenzialmente accresciuto.

Semmai il rischio (peraltro già ora sempre attuale) è che così sia frenata la ricerca di soluzioni alternative rispetto a quelle abbondantemente soddisfacenti (perché mai F dovrebbe sviluppare un sistema di frenata diverso da E, se E non può impedire ad altri di adoperare il suo, già ottimo?). Ma da un lato così è facile ottimizzare ricerca e sviluppo (magari solo F è in grado di inventare freni ancor più performanti sulla base di quelli di E) e dall'altro, laddove non bastano le diverse esigenze del pubblico, le società più accorte possono sovvenzionare programmi di ricerca (anche in senso lakatosiano) attualmente "perdenti" (magari traendo in gran parte i fondi per le sovvenzioni dagli interessi di quelle che in quel settore producono innovazioni vincenti, così da adattare sul lungo periodo in modo automatico la proliferazione di varietà al contesto - può esser complessivamente  più produttivo sovvenzionare più artisti attualmente non convenzionali che inventori di brugole con scale diverse da quelle usuali). Senza contare la propensione al rischio: se in un certo settore è dato tutto per scontato, chi vi innova può farlo senza correre rischi di saturazione da corposa concorrenza e, se riesce, ha molte possibilità di vedere la propria ricerca rivoluzionare l'intero settore e, dunque, di guadagnarne maggiormente.

Per gli ambiti non pubblicamente controllabili (ad esempio certe modalità di acquisizione di musica - vedi napster - piuttosto che ricette di cucina), il discorso in realtà cambia relativamente: si può procedere direttamente o meno a dedurre il valore da quello d'area (la banda larga - questa o quella - si vende a tot e di essa tot è adoperato per scaricare Vasco Rossi e tot Vasco Brondi... chi scarica, almeno se lo può fare anonimamente, non paga, ma paga la banda e parte di tale banda va ai contenuti che la fanno adoperare) e/o dai feedback, dalle donazioni e dall'indotto (e/o altro, in caso di società non - solo - di mercato). Tutto ciò, che quanto più sono gli unici criteri, altrettanto riguarda i settori dal valore più soggettivo, inverificabile e con meno contenuto di innovazione produttiva o metodologica, lasciato così è tutt'altro che rivoluzionario (anche chi come me segue poco o nulla il calcio ne avrà più che sentito parlare: in pratica il modello con cui le società calcistiche di tutto il mondo si spartiscono i diritti televisivi coincide con il modello più semplice; il caso di quelle spagnole è l'esempio più lampante del modello più integrato e le competizioni internazionali sono la prova di come questi possano convivere tranquillamente). Resta il fatto che questi ambiti, poco o punto controllabili, sono quelli in cui l'innovazione e/o il successo e/o la qualità sono più imponderabili, soggettivi e meno attinenti allo sviluppo economico - che mi pare quello che più in tema su questo sito - e in cui la proprietà intellettuale ha caratteristiche differenti e maggiormente arbitrarie (se Pinkett Pallin fa un'opera di cui vuole concedere la fruizione solo a chi gli dà un milione - o lo invita a cena - ha ragioni diverse da chi scopre una cura per il cancro e vuol fare altrettanto).

In generale così - offrendo un premio commisurato per ogni applicazione del suo ritrovato ma impedendogli di detenere l'esclusiva - oltre a ottimizzarsi l'attività di ricerca e sviluppo coin benefici enormi per la società e la sua competitività, l'inventore (o la società di ricerca e sviluppo) non guadagna di meno, affatto. Semplificando brutalmente: se sviluppa un processo o un processore che fa risparmiare o offre vantaggi tot rispetto a tutta la concorrenza, non guadagnerà di meno a guadagnare 1 dal 100% del mercato che a guadagnare 10 dal 10% del mercato disposto a pagare 9 in più; per contro il 100% del mercato beneficerà della sua invenzione e chi desidera ho a bisogno/interesse a spendere di più in quel settore, a parità di valore delle singole invenzioni e data la loro disponibilità, decuplicherà la qualità del prodotto che acquisisce.

Naturalmente così viene meno per le società di produzione l'interesse di internalizzare i centri di ricerca, senza che per questo vi sia alcun bisogno di renderli statali: la loro funzione pubblica è intrinseca e, salvo settori in cui una società decide di investire indipendentemente, vi è tutto l'interesse di avviare e sviluppare attività e società di settore.

In ciò sta tuttavia l'inapplicabilità di tale modello all'interno del sistema vigente, incontrastatamente dominato da chi si appropria delle risorse di produzione (non solo) intellettuale, il quale ha tutto l'interesse immediato, più o meno "trimestrale", a vendere ciò di cui si appropria il più caro possibile a prescindere dallo sviluppo del proprio stesso mercato, nonché di quello dei reali inventori, sviluppatori, implementatori e, nel caso (almeno nella misura in cui non sono anche padroni dei diritti), anche dei loro coordinatori.

(Gli esempi sono tagliati con l'accetta e gli argomenti solo abbozzati, ma per un commento mi pare di aver già scritto troppo e, se a qualcuno interessasse, sono ben felice di fornire ulteriori chiarimenti o considerare critiche e obiezioni).

Leggero' il libro che trovo stimolate ed intanto segnalo il saggio di Jaron Lanier "Tu non sei un gadget" nel quale l'autore difende in modo convincente (a mio parere) il diritto d'autore. 

Finalmente la traduzione in italiano!

Mi resta una curiosità: mi colpì molto, qualche anno fa, il titolare di un grosso studio legale specializzato in brevetti e proprietà intellettuale, quando illustrò in modo semplice e disarmante la policy che ogni studio legale che si dedica a questa materia segue costantemente.

Non sarebbe interessante che qualche economista studiasse, oltre al beneficio economico della proprietà intellettuale, i comportamenti ed i risultati delle infrastrutture legali (forse qualcuno lo ha già fatto)? Forse lì si troverebbe la conferma definitiva.

Penso arriveranno decine di commenti come questo, casi particolari in cui un lettore crede che almeno in quel caso la protezione legislativa sia indispensabile.

Dato che tra le premesse si legge che le obiezioni degli autori non si riferiscono a tutti i casi ma solo in alcuni, penso che prima o poi qualche commento risulterà azzeccato.

Non per forza il mio ma è bene provarci.

Chiaramente leggero' il libro ma non è cosa che si fa in tempo zero per cui se nel frattempo posso avere lumi, tanto meglio per me e per chi ci legge.

Vedo che si è partiti dalla musica (diritti di autore) per poi passare ai libri (idem) ed ai brevetti (farmaceutica). Poi c'è anche la protezione del marchio e non so se qui se ne parla o se mettiamo anche questo nel mucchio. Ipotizziamo di sì.

Facciamo un'ipotesi: Il libro di MB & DKL è un successo. Me lo auguro. Cosa e chi mi impedisce di scannerizzarlo e di venderlo io, incassando al loro posto? Non c'è piu' alcun diritto d'autore (ipotizziamo). Centinaia di persone desiderose di guadagnare si mettono a stampare il libro (identico) ed incassare. Diversamente da MB & DKL che hanno impiegato mesi ed anni per redigere e sistemare il testo, io e gli altri non abbiamo questa spesa. Quindi possiamo fare un prezzo piu' basso. Inoltre Laterza fa pubblicità al libro (immagino)  e noi possiamo approfittarne, anche qui con un prezzo piu' basso. 

Visto che ci sono, perché non fare anche repliche di borsette di Gucci e Luis Vuoitton? Ha, già, ci sono già, ma è reato. Potrebbe non esserlo piu'? Ma perché inventare una nuova corrozzeria se anche io, con un po' di amici abili, non ci mettiamo in garage a fare repliche perfette di Ferrari o Porche ma che costano un po' meno. Alla prima curva i freni non funzionano? Lo avevo detto che non ci sono piu' le Ferrari di una volta e che bisogna saperla guidare!

Venendo al lato farmaceutico, non mi pare che fare aspirina (acido acetilsalicico) ci voglia molta scienza e potrei farne un po' nella mia cantina, con la scatola identica all'originale.

Non sono sicuro del risultato, ma ci provo.

Fa niente se la mia cantina è un po' lurida ed ogni tanto topi e scarafaggi scagazzano nei blister prima che vengno chiusi con il prodotto dentro, tanto se ci sono lamentele l'utente si rivolgerà alla Bayer.

Ho volutamente esagerato, quindi non vogliatemene. Il fatto è che se applichiamo concettualmente la replicazione digitale, che ci permette di condividere musica, film e documenti pdf, alle cose reali garantite dagli stessi diritti (opere dell'ingegno, brevetti, marchi) le cose si complicano un po' per quanto riguarda le garanzie dei consumatori.

Il brano o il libro che copio, è identico all'originale, la ferrari, la borsetta o l'aspirina no.

Anche fossero identici, copiare non è etico (anche sui banchi di scuola).

Quindi o sono due mondi diversi, con regole differenti (con tutte le implicazioni del caso) oppure le regole sono le stesse e bisogna vedere dove sta il male minore.

Il problema che non vedo per ora affrontato (se non mi sono perso qualche messaggio) non è tanto quello del guadagno di chi era protetto  da un diritto che tutelava ingegno ed investimento, ma il diritto del consumatore di avere prodotti veri, originali, di qualità.

In un mondo sempre piu' virtuale, non mi sembra cosa da poco.

B&L mica stanno dicendo che sia desiderabile impersonificare un autore e cambiare  l'attribuzione di un opera. La qualita' viene garantita dalla reputazione del venditore, non dal copyright. Per questo e' importante che il marchio sia protetto.

Chiarito questo punto essenziale, provo a rispondere:

Diversamente da MB & DKL che hanno impiegato mesi ed anni per redigere e sistemare il testo, io e gli altri non abbiamo questa spesa. Quindi possiamo fare un prezzo piu' basso. Inoltre Laterza fa pubblicità al libro (immagino)  e noi possiamo approfittarne, anche qui con un prezzo piu' basso. 

Ci sono vari modi per guadagnare su un'opera. Intanto, michele puo' vendere le prime copie ad un prezzo piu' alto. La gente e' disposta a pagare molto di piu' per avere il libro prima degli altri. Se davvero pensi che puoi fare un affare scannerizzando e rivendendo, sarai disposto a pagare un bel tot a michele per farti dare la prima copia. La prova formale del risultato nell'articolo accademico se non ricordo male si basa proprio su questo meccanismo: la prima copia costa di piu' della seconda, etc... e il costo della prima copia serve a ripagare l'investimento fatto.

Poi a parte questo, ci sono altre fonti di introito: Michele puo' vendere delle copie autografate al prezzo che vuole. Puo' stampare solo 100 "copie originali" numerate e venderle, come fanno molti artisti con le stampe. Nota che anche in quel caso e' facile fare una copia taroccata praticamente identica. Pero' la gente paga quelle dell'artista fior di quattrini di piu'. Se vale per le arti grafiche, perche' non dovrebbe valere per la letteratura? 

Venendo al lato farmaceutico, non mi pare che fare aspirina (acido acetilsalicico) ci voglia molta scienza e potrei farne un po' nella mia cantina, con la scatola identica all'originale.

Parla con qualsiasi amico farmacista. La gente e' disposta a pagare  piu' del doppio per avere il farmaco di marca piuttosto che il generico. Ho sentito di dottori che raccomandano ai propri pazienti di non comprare i generici. E non e' del tutto irrazionale. La reputazione di Bayer e' diversa da Farmapincopallino. 

generici

Francesco Forti 12/1/2012 - 21:46

Non mi sono spiegato bene. Per me (ma è chiaro che posso sbagliarmi) c'è un filo logico che unisce la tutela dei diritti d'autore (o delle opere di ingegno) i brevetti ed i marchi. Non so come sia possibile avere la sparizione di uno senza gli altri. E qui senza diritti di tutela io non faccio l'aspirina "Pincopallino" ma faccio (imito, replico) direttamente la Bayer. Cosi' come quando scarico e e poi distribuisco i Beatles, non lo faccio cambiando il nome al prodotto o ai cantanti. Distribuisco io (gratis o a pagamento) il libro di Michele o l'ultimo altro best seller librario o conematografico, le canzoni di Dylan o del G3.

Una cosa e' poter copiare e rivendere. Un'altra cosa e' mettere il tuo nome come autore sostituendo la copertina del libro di michele. Una cosa e' copiare e produrre pillole di acido acetilsalicilico. Un'altra e' produrle ed inscatolarle in confezioni con scritto "bayer". La prima e' vietata dal copyright o brevetto. La seconda e' vietata dalle leggi sui marchi. Sono due cose diverse, ovviamente, e una puo' esistere senza dell'altra. Il libro di B&L si limita a discutere di copyright e brevetti, essendo il ruolo dei marchi di ovvia utilita'. 

Concordo

Francesco Forti 12/1/2012 - 23:13

Sono due cose diverse, ovviamente, e una puo' esistere senza dell'altra. Il libro di B&L si limita a discutere di copyright e brevetti, essendo il ruolo dei marchi di ovvia utilita'.

Concordo. Diverse ma legate. Una non puo' esistere senza l'altra. Questo è il mio dubbio.

Sicuramente ci sono pro e contro in ogni cosa, copyright e brevetti compresi, a meno di non avere una visione manichea. Quindi non mi meraviglio che MB & DKL analizzando la cosa trovino ottimi argomenti economici (che andrò a leggermi). Tuttavia oltre alla ratio economica possono essercene altre epoi c'è questo fatto dell'intimo legame "esistenziale" (logico e giuridico) che lega Copyright/Brevetto da una parte e Marchi dall'altra.

Bisogna mettere paletti molto chiari perché allentare uno significa mettere in dubbio l'altro.

Ti sbagli

andrea moro 13/1/2012 - 00:19

E' perfettamente possibile rinunciare a copyright ma mantenere il marchio (vedi la licenza con cui rilasciamo i contenuti di noisefromamerika. Allo stesso tempo, purche' strano e credo non esista in pratica alcun esempio a riguardo, e' possibile cedere la paternita' di un'opera mantenendo i diritti di copyright. 

In realtà, quantomeno in Italia ed in Europa continentale (non so in USA), i diritti morali (tra cui il diritto ad essere riconosciuto autore di un'opera). non sono trasmissibili. Ciò non toglie ovviamente nulla a quanto giustamente dicevi circa la completa indipendenza tra diritti che tutelano l'identità dell'impresa e diritti che tutelano il risultato di attività creative/inventive.

molto interessante, qui credo che il ghost-writing sia un'attivita' abbastanza comune, non so se sia legale o meno. 

Assolutamente legale, e lo è anche qui. La differenza rispetto a quella che credo essere la situazione negli Stati Uniti è che in Italia ed in Europa il ghostwriter potrà sempre chiedere di essere riconosciuto autore. Ogni eventuale patto con cui il ghostwriter dovesse rinunciare a (vedersi riconosciuta) la paternità dell'opera sarebbe infatti nullo.

non credo che le risposte centrino la questione del perché, oltre al fatto innegabile che i diritti d'esclusiva legati al brevetto (o simili) sono un freno alo sviluppo, eliminarli può essere non solo sostenibile ma addirittura vantaggioso anche per gli sviluppatori, anche in caso di cospicui investimenti in rierca (o simili).

Qui si tralascia rispondendo ad altro, ma resta il fatto che per un farmaco innovativo i costi di sviluppo sono tali da rendere sconveniente sostenerli non potendone beneficiare direttamente (ma lo stesso vale per un libro di nicchia che implica ricerche dispendiose, anche uno d'inchiesta come si è notato sopra): difficilmente, per usare un eufemismo, i ricercatori avranno modo di vendere direttamente il loro prodotto in moo da rientrare sui propri costi in modo paragonabile ai parassiti.

Resta il fatto che non è necessario, come ho argomentato meglio sopra (pur essendo riduttivo mi son dilungato fin troppo) concedere l'esclusiva all'inventore perché ci guadagni. Anche il gruppo o l'impresa di ricerca e sviluppo che sostengono altissimi costi possono guadagnarci enormemente senza dover esercitare queta prerogativa "latifondista". Basta, lo ripeto, che ai creatori sia riconosciuto un tot (con qualunque criterio sabilito, anche quelli semplici di offerta e domanda di mercato) per ogni applicazione del loro ritrovato perché si eliminino tutte le distorsioni e i colli di bottiglia dello sviluppo dovuti alla proprietà intellettuale esclusiva e, al contempo, non si dia nessuno dei problemi in alcuni casi per loro indesiderabili, in altri per l'intera società, derivati dalla mancanza di interesse a investire 100 per trovare il modo di produrre 10 esemplari il cui costo di produzione è 1 e che tanto l concorrena quanto la clientela facilmente troverà conveniente commerciare a 1+x invece che a 11+x...
Se qualcuno pensasse che questo porterebbe a gonfiare i costi della ricerca, basta fargli notare che se qualcuno sviluppa qualcosa di analogo a costo di rierc 50, a parità di mercato e di costi di produzione, facilmente sbaraglierà la concorrenza con prezzi 5+1+x rispetto a quelli 10+1+x. Basta che i diritti di invenzione comprendano i costi di sviluppo fino alla loro copertura+y (dove y è il diritto iconosciuto all'inventore compreso in x) che tutto torna.

Da quello che capisco io (devo ancora finire la lettura), la ricerca degli autori li ha portati a concludere che i vantaggi diretti della paternità della scoperta o dell'opera (il know-how, l'essere gli unici a sapere della scoperta nel primo periodo, la reputazione, la capacità produttiva) sono in ogni caso (anche se con modalità diverse caso per caso, molte descritte nel dettaglio) sufficienti a fornire nella maggior parte dei casi un profitto ben superiore alle spese (ovviamente non sempre, come avviene con i brevetti, forse anche più spesso che coi brevetti).

Senza voler analizzare caso per caso vale sempre l'evidenza storica: brevetti e diritti d'autore sono realtivamente recenti, in molti settori hanno pochi decenni (e in altri è nuova solo la durata pluridecennale), mentre scoperte, innovazioni e opere d'arte (anche con ingenti costi di sviluppo) vengono prodotte da sempre (e spesso con ottimi risultati economici). Anzi, nella maggior parte dei casi la brevettabilità arriva in un settore solo dopo una grande esplosione innovatrice (il software è un esempio eccellente: se Xerox avesse potuto brevettare il desktop, come sarebbe ora il mercato?).

@Francesco Ponzin

Ho detto un'altra cosa. Sono assolutamente d'accordo, per quanto le mie conoscenze storiche siano ridotte e non abbia ancora letto il libro, sul fatto che in molti casi i vantaggi della paternità dell'opera possano comunque offrire utili considerevoli e di per sé sufficienti, anche sulla base dell'utilitarismo meno sofisticato, a giustificare l'impegno nel settore (senza contare che in alcuni casi gratificazioni di carattere non economico sono abbondantemente sufficienti e forse persino migliori per garantire l'innovazione e la qualità - se si parla di gruppi musicali, c'è da chiedersi al limite quanto troverebbero investimenti le boy band fabbricate a tavolino rispetto ai molti musicisti di qualità "oggettiva" attualmente sconosciuti,,,). Quello che mi pare logicamente inconfutabile, anche per via della base empirica che ha contraddistinto gli utlimi secoli non meno che l'insorgere dei brevetti e dintorni - ovvero la replicabilità, "taroccabilità" intrinseca nella riproduzione seriale) è che tutto ciò valga per i prodotti a più basso investimento di ricerca.

Almeno finché viviamo in un mondo dove uno più uno fa due, è chiaro che tutti i fattori che avvantaggiano la paternità la incentivano solo nella misura in cui i costi della gestazione sono inferiori ai primi. Almeno se adoperiamo un utilitarismo non ingenuo dove fra i fattori consideriamo anche le gratificazioni non direttamente economiche. Per fortuna, per quanto faccia causa a Samsung, Ios non può brevettare il tablet (quasi come non potè Xerox) e il costo della difesa dell'indifendibile è elevato mentre la priorità si gioca più sul piano della propaganda che di altro, soprattutto visto che il valore di un'innovazione in economia di mercato dipende più dalla sua diffusione che dalla sua convenienza (anche qui la storia del sw è piena di casi).

Ma la questione è un'altra: supponiamo che A inventi un velocipede capace di offrire prestazioni migliori del 50% rispetto alla bicicletta, più comodo e richiudibile nelle dimensioni di una custodia da chitarra e pertanto capace di modificare la mobilità del futuro. Finche A è uno qualunque, è possibile addirittura che guadagni di più applicando una specie di licenza creative commons che a detenere i brevetti etc. Sa A è una multinazionale o giù di lì, guadagnerà sicuramente di più a tenersi i diritti in esclusiva. La società nel complesso e forse A alla lunga no, ma A in trimestrale su trimestrale sì.

Dove l'investimento per la ricerca è ingente, però, le cose cambiano. Anche ammesso che nelle società in cui viviamo sia possibile fare l'interesse comune più dei maggiori interessi privati, resta un problema: chiamiamo CP i costi di produzione, CR quelli di ricerca, UL l'utile di mercato ricavabile in regime di libera concorrenza e UD quello derivabile dai diritti di licenza e brevetto. Non solo UD per A è sempre superiore a UL (in misura esponenzialmente crescente rispetto a UL - servono esempi?), ma UL può addirittura essere insufficienti a favorire la ricerca i cui CR sono ingenti (e a maggior ragione al diminuire di CP). Se a ciò aggiungiamo la rischiosità della ricerca, intrinseca, le cose non fanno che peggiorare (perché investire 100 per il ritrovato x dal quale si potrebbe ricavare UL 2 a fronti di CP 1 per ogni pezzo venduto, se la domanda è 200 ma i concorrenti in grado di avviare la produzione dopo chi fa la scoperta con un vantaggio temporale nullo o ridotto - diciamo dopo che si sono prodotti 5 pezzi - sono decine?). E tutto ciò senza contare l'aumento dei costi della sicurezza dovuti al tentativo di accrescere la durata nel tempo del segreto industriale. Solo le più grandi multinazionali, con reti di distribuzione capillare e battaglioni di pubblicitari e giornalisti al proprio servizio possono sperare di rientrare dei costi! Se l'intento è premiare chi gode già di una posizione dominante, a prescindere dal valore della sua attività di ricerca e sviluppo, questa può essere una soluzione. La società generale beneficerebbe di costi più bassi per i ritrovati a basso CR, ma quelli ad alto scomparirebbero.

Per fortuna, come ho detto nel primo commento, è possibile trovare una soluzione funzionale nell'interesse di tutti. Basta sviluppare ULR, ovvero far sì che chiunque possa produrre i farmaci salvavita e tutti i più impegantivi ritrovati teconologici, ma solo a condizione di dare una percentuale dei ricavi all'inventore. Le soluzioni funzionali per farlo sono innumerevoli; la più semplice è fissare una quota minima per ogni prodotto che sfrutta il ritrovato, almeno fino alla compensazione dei costi di ricerca (eventualmente più un tot) indipendentemente da chi lo produce. Se gli utili derivabili dalle ricerche andate a buon fine sono considervelmente superiori al rischio del fallimento, non c'è alcuna contrazione della ricerca. Se la durata e l'entità del premio massimo ricavabile da questo diritto sono contenute, i costi per la società restano conseguentemente ridottissimi, venendo a coincidere con quelli di sviluppo con solo l'aggiunta di quanto quella società valuta giusto premiare gli innovatori. (se è lei a dettare le regole per l'UDL o se esistono numerose alternative concorrenziali in un regime di mercato perfetto).

Che sono cosa ancora più diversa e che non credo gli autori vorrebbero eliminare (non costituiscono, salvo alcuni casi, significative barriere all'ingresso e non impediscono l'innovazione successiva). 

Anch'io comunque ancora me lo devo leggere.

Giusto

andrea moro 12/1/2012 - 18:57

come ho anche chiarito sopra. Anzi, e' vero il contrario, la certezza sulla paternita' dell'opera e' assolutamente essenziale. 

la tutela del monopolio ostacola la crescita di lungo periodo.non era una posizione sostenuta già da Arrow?

c è differenza tra la posizione di Arrow e quella di Boldrin Levine

La differenza fra la posizione "classica" di KA, espressa all'inizio degli anni '60, e la nostra e' sostanziale.

Fra quello che puo' pensare ora (specialmente dopo il nostro lavoro :-)) e la nostra posizione, la distanza e' probabilmente molto minore; ma Ken ha 90 anni, lasciamolo in pace.

In ogni caso, se vuoi capire la differenza di cui al primo paragrafo leggi il libro, specialmente capitoli 6 e 7, references included.

ok,grazie.tengo d'occhio anche e soprattutto il libro sull'economia italiana,per capire a fondo come siamo diventati ciò che siamo :-)

chiedo se 1) la versione Laterza è esatamente la stessa di quella inglese, che mi pare sia questa: http://tinyurl.com/7orrtrn ; 2) se è agevolmente leggibile anche da giurista che non ha cognizioni matematiche e economiche particolari, tranne un' infarinatura di EAL. Grazie

si

andrea moro 14/1/2012 - 12:58

e' leggibile da chiunque direi. 

Non con senso dispregiativo ovviamente, in quanto fisico so bene che scoprirel'acqua calda sia la cosa più difficile. Ma in quanto fisico sono ben conscio del fatto che la gente abbia altre motivazioni se non fare sedili. Al CERN è posto l'assoluto divieto di brevettazione! Non a caso il www è stato inventato proprio da berners-lee negli anfratti diGinevra distribuito gratuitamente al mondo e mi sembra proprio che la località svizzera sia avara di innovazioni. In effetti è stato calcolato da fonti (di parte,vero) che il CERN anche escludendo l'incalcolabile contributo del www abbia contribuito economicamente, evitando di brevettare, 1.6volte il denaro investito.

Il copyright è un premio, non una motivazione, giustifica l'investimento, ma investimenti ha scarsi investimenti e concerti e affin i sono un premio piuchesuff (nel senso della Teo dei giochi) . 

Ps:scrivere su iPad è un bel casino con questo form

E' sempre rinfrescante sentire i fisici parlare di questioni economico-sociali.

Mi ricorda gli anni ad SFI ... loro lo sapevano sempre gia' ...
:-) 

Teorema di Murphy dello studente di Analisi Matematica:

"Più l'enunciato è ovvio, più la dimostrazione è bastarda"

Dimostrazione lasciata allo studente.

Ho letto 2/3 del libro da quando e' apparso questo post, e mi piace. Premetto che il tema della proprieta' intellettuale mi ha sempre interessato e sono abbastanza d'accordo con la tesi principale.

Penso che la ragione per cui la protezione del copyright (etc.) sembri cosi' ragionevole a molte persone e' per una questione di giustizia ("justice as fairness", a la Rawls). Per molte persone l'idea di girare un film e poi vedere altri che ne fanno uso gratis e magari ci fanno dei soldi con proiezioni pirata e DVD e' inaccettabile a priori. L'efficienza non e' il solo criterio; se la torta e' piu' grande ma la fetta dell'individuo che ha lavorato di piu' e' molto sottile, la felicita' collettiva potrebbe essere minore a causa della percezione di ingiustizia. Sebbene sono d'accordo che il copyright non sia l'unica via, o la migliore via, per assicurare che chi inventa qualcosa venga ricompensato, e' anche vero che in alcuni casi ottiene l'effetto desiderato dove tutto il resto fallisce. Purtroppo uno potrebbe andare avanti per mesi a citare esempi favorevoli e contrari - Meucci? Robert Kearns? Ma spesso il senso etico degli individui li porta a tollerare cose abbastanza brutte (per esempio criminali in liberta', o innovazione piu' lenta) per prevenire altre cose che sono molto piu' rare ma comunque percepite come piu' brutte (per esempio, innocenti in galera o inventori defraudati).

[A proposito di Kearns, ho trovato un filino naif la discussione nel libro di come, senza brevetti, un inventore individuale possa andare da General Motors e dire "pagami per avere l'esclusiva sulla mia invenzione". Il film "Flash of Genius" dovrebbe togliere ogni dubbio su cosa succederebbe].

Infatti, nel campo dove la protezione dei brevetti sembra meno ingiustificata (farmaceutico), i monopolisti hanno la maggiore difficolta' nel giocare la carta etica per ottenere termini piu' favorevoli, perche' le ragioni etiche dell'altra parte - salvare vite! - sono ancora piu' forti. Meglio un inventore defraudato o un bambino malato?

In altre parole, motivare l'eliminazione della proprieta' intellettuale con la giustificazione che la persona media sarebbe piu' ricca non basta. Non confondiamo "output per capita" con "social welfare", altrimenti finiamo per assecondare anche la politica del figlio unico in Cina.

Cio' non toglie che, come dice anche Stallman oltre che Boldrin&Levine, il monopolio viene concesso ai termini correnti per un periodo che e' molto, molto piu' lungo del necessario e per ragioni che non hanno nulla a che fare con la giustizia. Penso pero' che questo distinguo possa servire a chi sta dalla nostra parte della barricata per fare argomenti piu' convincenti.

anche sul Corriere è aperto il dibattito sul copyright e copyleft QUI

Purtroppo non ho avuto il tempo di seguire tutta la discussione e magari qualcuno ne ha già parlato. Però questa sera ho affrontato l'argomento in una conversazione da pub con amici "profani" dell'economia come me. Siamo finiti a parlare di sport e di trasmissioni in esclusiva.
La mia domanda è: la vendita dei diritti di trasmissione in esclusiva (televisiva, editoriale, internet...) può essere paragonata a il concetto di copyright? Dunque, la sua abolizione potrebbe essere vantaggiosa quanto la cancellazione della proprietà intellettuale?
Il mio ragionamento, tutto empirico, è questo: se io, per esempio, Lega Calcio, vendessi i miei diritti senza esclusiva, ci guadagnerei di più? Secondo me, sì. Potrei vendere a titolo globale i miei diritti a più network (ora, ad esempio, la Rai trasmette le dirette all'estero, ma non in Italia, visto che i diritti li hanno Sky e Mediaset, che però non trasmettono all'estero, dove ci sono altri network ad avere diritti sulla serie A) dai quali arriverebbero offerte meno alte, ma in maggior numero. Un network però avrebbe dei vantaggi, o altrimenti ci perderebbe qualcosa? Io credo che sostanzialmente le sue entrate per gli sponsor sarebbero invariate, se non maggiori. Perchè ciascun network produrrebbe una trasmissione orientata su un determinato target (differente dalle altre in base, per esempio, alla lingua della telecronaca, alle clip, agli inserti, alle trasmissioni-contenitore) e quindi attirerei determinati sponsor; la Fiat comprerebbe i miei spazi pubblicitari perchè io trasmetto in italiano. "Ma anche" in tutto il mondo, perchè l'esclusiva non esiste. Quindi potrei chiedere qualcosa di più allo sponsor, perchè, ipoteticamente, sarei visto dagli italiani all'estero e magari anche da qualcun'altro. La selezione - l'incontro - tra offerta, sponsor e acquisto dei diritti non esclusivi, avverrebbe in modo naturale sulla base della copertura, dei mercati di interesse, del target interessato. Una prosciutteria italiana non acquisterebbe spazi da un network USA, a meno di particolari interessi. Continuerebbe a comprarli a un network locale; nessuno ci perde, ma qualcuno, forse, ci guadagna. Allo stesso modo, senza esclusiva, potrei io Lega Calcio occuparmi della produzione del prodotto, almeno in parte o stringere ulteriori accordi di partnership - e in abbondanza. Ad esempio: il sito Nfl pubblica highlights ad accesso libero. Milioni di appassionati li guardano, sono di ottima qualità, perfetti. E nessuno ha bisogno di cercarli su youtube. Gli spazi pubblicitari del sito aumentano il loro valore e vengono, immagino, gestiti direttamente dall'Nfl. Per contro, dove vige l'esclusiva, questo non avviene. Però 90° minuto chiuderà lo stesso perchè i diritti sono profumatamente pagati, però gli ascolti crollano perchè ci sono le dirette; e per chi non ha sky, basta guardare le partite in streaming o cercare le sintesi su youtube, facilmente reperibili poco dopo la partita. Se la Rai non comprasse l'esclusiva, ma semplicemente il diritto a trasmettere, potrebbe pagare meno (tanto la Lega Calcio venderebbe a tutti, comprese tv locali interessate ai loro team) e quindi non chiudere la trasmissione, anzi, migliorarne la qualità offrendo un prodotto più appetibile anche agli sponsor. Saranno poi dinamiche di mercato a decidere cosa o chi premiare. Senza per questo strozzare il prodotto. Perchè ci sarò un network locale interessato a realtà minori e che potrà permettersi di trasmettere.
L'esclusiva serve solo, a mio parere, per mantenere lo status quo e alimentare un cartello dei produttori garantendogli un entrata fissa. Forse, questo ragionamento potrebbe essere applicato anche in ambiti diversi da quelli sportivi su cui ho ragionato. Sempre che io, da profano, non abbia compiuto errori madornali nella logica del mio ragionamento!

statalismo

GianniCiardo 23/1/2012 - 15:42

Io ho letto la versione inglese e il libro mi piacque. Da quello che capisco qui il libro e' stato piu' o meno ostracizzato/ignorato.  A mio parere la cosa confermerebbe che senza scendere nel complottismo esistono degli interessi che nel mondo accademico come altrove spingono in certe direzioni a prescindere se siano  "buone e giuste "o meno. 

Vorrei porre una domanda a chi il libro l'ha letto in italiano: esiste il termine "statalismo"?

Grazie,
Gianni

Se ne parla su "Il Post"

Credo che l' articolo  sia l' introduzione al libro.

Avevo detto "prima leggo, poi commento" e questo faccio.
Premetto che non ho ancora terminato di leggere il libro di Michele Boldrin e David Levine, ma alcune cose sono già chiare.

1. Come già evidenziato da Andrea nel libro non si parla di marchi, quelli vanno benissimo.

2. Il libro è godibilissimo, ed è adattato all'Italia.

3. Avevo dei dubbi e delle perplessità, avendo brevettato alcuni oggetti pensavo che il brevetto serva soprattutto a difendere ME che son piccolo dal grande che mi mangia se io non brevetto la mia idea: sostanzialmente se l'idea è copiata da XZY che è un colosso, ed ha già una rete distributiva consolidata, questo lo rende in posizione superiore alla mia, il mio unico vantaggio risiede nel fatto che XZY non può copiarmi, e quindi deve venire a patti con me, oppure io cercherò nel mio piccolo di avvantaggiarmi e diventare un monopolista (fuori dai denti: è il sogno proibito di ogni imprenditore di avere solo lui il pane e l'olio).
Questa mia posizione permane: secondo me la "riserva" può aiutare i piccoli nella fase di start-up, però la posizione di M & D è condivisibile sotto l'aspetto generale: è fuori di dubbio, e vale per tutti, che l'accesso alla conoscenza senza dover pagare dazio favorisce enormemente l'avanzamento dell'economia.

Sono quindi combattuto fra la giusta battaglia ideale di non vedere confinate le innovazioni tecnologiche e/o di copyright nella cerchia del "Patent pending" o "pubblicazione riservata", ma capisco alcune resistenze da parte delle piccole società, inconcepibili invece quelle dei grandi gruppi, che hanno la possibilità di generare il mercato partendo da un'innovazione senza bisogno di chiudere il recinto. Continuerò a leggere e vedrò se le mie perplessità permangono o meno.

Piccola nota: M & D parlano male  dei brevetti (che sono pubblici), ma difendono il concetto di segretezza, e questo mi ha fatto venire in mente la querelle fra Ferrari e Mc Laren di tre anni fa, in cui non esistevano brevetti violati, ma segreti copiati. Forse sarebbe il caso di estendere questa riflessione: non brevetto niente (quindi non faccio sapere come faccio una cosa), ma impongo un vincolo di segretezza a quelli con cui vengo in contatto per vendere/diffondere la mia idea/progetto/libro/musica.

Un po' off-topic (ma neanche troppo). Vi segnalo alcuni links riguardo la posizione di monopolio di alcuni editori, ora duramente contestata da una significativa parte della comunita' scientifica:

http://thecostofknowledge.com/

http://gowers.wordpress.com/2012/01/21/elsevier-my-part-in-its-downfall/

http://terrytao.wordpress.com/2012/01/26/the-cost-of-knowledge/

Qui c'e' anche l'assurdo  che le case editrici sfruttano posizioni di rendita (il possesso di un marchio) per guadagnare su prestazioni gratuite (sia il lavoro di scrittura degli articoli che quello di peer review non sono in genere retribuiti).

premessa: non c'è nessuna volontà di polemica!

i fatti: tre giorni fa trovo finalmente la versione ebook del libro di Boldrin e Levine su amazon. Lo carico "golosamente" nel mio Kindle; siccome non porto sempre il kindle, decido di convertirlo in pdf per poterlo leggere con comodo sul pc in ufficio durante la pausa pranzo (e per consultazione visto che mi occupo di opendata). Carico il tutto su calibre, avvio la conversione e... orrore!!!!!! il file è protetto da drm e quello che mi chiedo è se gli autori ne siano a conoscenza.

osservazione: non ho ancora letto il libro, ma l'editore Laterza che pubblica dovrebbe avere un minimo di comprensione di quello che pubblica. Oltre a rappresentare nello specifico caso un paradosso, la presenza di drm và ad incidere sulle possibilità legate alla mia proprietà del file (in questo caso un azw ma sul sito Laterza è in epub ma con le stesse limitazioni) che non posso convertire o farne altro sempre ad uso personale.

Mi si dirà: ma se quel pdf finisce in un qualsiasi sito di torrent o filesharing, l'editore e gli autori ne sarebbero danneggiati dai mancati introiti! A parte che esistono vari modi per inserire dei loghi o dei testi che appaiano nel file convertito (in un manuale comprato originale e convertito in pdf, ma appariva con un intervallo di alcune pagine un avviso che comunicava che quel file era stato convertito da un originale e che l’uso non personale era una violazione), ma è il concetto stesso di trattare diversamente un libro in base al supporto. Il libro cartaceo lo posso prestare ad un amico, magari lui se ne fa delle fotocopie... non è un mancato introito anche quello? Le avvertenze inserite nelle prime pagine hanno mai impedito pratiche sopra descritte? Quelle stesse avvertenze non sono in contrasto con la “missione cultura” che tanto si arrogano gli editori?

Perché non approfittare dei vantaggi tecnologici per cominciare a rompere quei limiti ed agire direttamente trasformando le case editrici in produttori di ebook come prima missione (per ridurre i costi, quanto meno di distribuzione) e lasciare ai colossi la distribuzione cartacea?

A corollario segnalo questa risposta dell’editore Mursia ad un articolo di Sergio Rizzo, in cui mischia il (sicuramente difficile) lavoro di editore con quello dell'accesso al credito (comune a qualsiasi imprenditore). La risposta evidenzia come il mondo dell'editoria, almeno qui in Italia, sia lo specchio dell'arretratezza culturale e digitale: rispetto ad altri prodotti, gli editori, hanno la possibilità di evolvere il loro prodotto tagliando costi; un libro è principalmente costituito dal testo e la sua, oggi possibile, indipendenza dal supporto pone degli orizzonti molto interessanti.

L'aspetto interessante mi appare da queste domande:

se la proprietà di un libro risiedesse nel file manipolabile a prescindere da chi l'ha acquistato, la proprietà intellettuale si trasferirebbe dall'autore al proprietario di quello stesso file? Qualora quel file fosse venduto con licenze creative commons permettendo opere derivate (o altro), l'editore potrebbe proporsi come eventuale editore delle stesse opere derivate?

ne parlo con Giuseppe Laterza. Credo non convenga neanche a lui questo approccio al libro digitale.

.. laterza e' proprio il soggetto che ci rimette dall'abolizione dell'IP. Ci mettono (poco) gran parte degli autori, ci rimettono (un po' di piu') pochi grandi autori, e ci guadagnano tutti gli altri. Ma i middle-man ci rimettono molto, salvo reinventarsi come promotori in qualche modo. In ogni caso, il problema non e' il DRM, ma l'illegalita' di aggirarlo. 

Mi permetto di riprendere i commenti a questo articolo per segnalare un danno "collaterale" della proprietà intellettuale che mi ha sconcertato .

Il fatto:

la mia biblioteca ha introdotto il prestito on-line di e-book.

Decido di sfruttarlo sul mio tablet. Cerco di scaricare un e-book ma...è già stato prestato. Ma come? è un file, non possono prestarne più copie? Poco male, c'è un altro libro disponibile al prestito che mi interessa, lo scarico. Mi accingo ad aprirlo ma per leggerlo debbo scaricare un software Adobe. Solo che quel software non gira su sistemi operativi Android!

Ma come? E' uno dei sistemi operativi più diffusi per tablet!

Questi bibliotecari non capiscono un ca**o, vado a protestare!

Epilogo:

Scopro che i bibliotecari c'entrano ben poco.

Mi spiegano che le case editrici, per fornire gli e-book (che pare siano anche parecchio costosi) abbiano posto il seguente vincolo:

si può prestare il file ad un solo utente ogni 30 giorni!

Praticamente il vantaggio principale di avere un formato digitale, cioè la possibilità di servire tutti gli utenti con una singola copia non viene sfruttato. Anzi con questa nuova tecnologia è peggio di prima, perchè il file è assegnato tassativamente per 30 giorni! Anche se tu leggessi il libro in 2 giorni la biblioteca non potrebbe riprestarlo come invece avviene con le copie cartacee

Riguardo al formato la spiegazione è che sia "per impedire duplicazioni",è che sia già stato fatto notare che esistono formati con DRM che girano anche su Android, ma senza successo.

Conclusioni:

Insomma una tecnologia che potrebbe semplificare la vita (nel suo piccolo of course) non sfruttata pienamente.

In questo caso lo spreco non deriva tanto da motivazioni economiche, dato che tutti i limiti posti potrebbero essere rimossi mantenendo comunque invariati i guadagni, quanto dalla mancata comprensione delle possibilità offerte dal mezzo e-book.

PS

Altra scoperta: l'IVA agevolata sui libri NON vale per gli e-book

Mi spiegano che le case editrici, per fornire gli e-book (che pare siano anche parecchio costosi) abbiano posto il seguente vincolo:

si può prestare il file ad un solo utente ogni 30 giorni!

Anche con Amazon Kindle tu puoi acquistare un ebook e prestarlo ad un tuo amico. Pero' (mi scuso se sono impreciso perche' ho letto velocemente le condizioni) mentre l'hai prestato tu non puoi piu' leggerlo, e glielo puoi prestare solo per 15gg. Sono condizioni tragicomiche che non hanno alcun senso se non quello di salvaguardare i profitti di Amazon e di chi vende i libri in generale, senza alcun adattamento alle possibilita' offerte dalle nuove tecnologie. Queste consistono sostanzialmente nel fatto che e' possibile copiare grandi quantita' di informazione a costo vicino a zero, e quindi distribuire informazione con efficienza mostruosa e senza perdita dell'originale. Col libro di carta il processo era molto piu' oneroso. L'economia privata non si e' ancora adattata alle possiblita' offerte e resiste (usando e sviluppando tecnologia frenante come i DRM). Boldrin e Levine hanno suggerito come permettendo il diritto di copia si potrebbe raggiungere una migliore efficienza complessiva, ma e' ovvio che nell'aggiustamento, positivo in media, una parte (e una parte potente) degli attori ci perdono. Queste buffonate senza senso apparente corrispondono alla resistenza di chi ha da perdere (o ritiene di avere da perdere) in questo gigantesco aggiustamento possibile (e in parte realizzato, ma illegalmente).

Capisco che il tutto nasca alle resistenze degli editori, i quali avrebbero da perderci. Quel che non capisco e che mi stupisce è che il numero di copie ed il periodo scelti siano peggiorativi rispetto ad un prestito tradizionale cartaceo. Avrebbero potuto scegliere condizioni almeno paritetiche. Attualmente l'unico vantaggio rimasto è quello di non dover andare in biblioteca a ritirare il libro, che è un vantaggio relativo e comunque limitato dalla scarsa disponibilità che ti costringe a preferire la soluzione cartacea.

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