Tra il dire e il fare … ovvero: PMI e decreto “anticrisi”

16 dicembre 2008 franco bocchini (DoktorFranz)

È la nuova parola d'ordine. Tutti hanno scoperto quanto sia determinante il supporto alla cosiddetta economia reale che, nell'ambito italiano, vuol dire piccola e/o media impresa.

S'immaginano ricette, ci si scambia il consueto j'accuse, ci si attribuisce la primogenitura dell'attenzione, si chiacchiera molto ..... spesso senza avere la minima idea delle reali situazioni sulle quali si vuole intervenire. È opportuno, allora, cercar di fare un po' di chiarezza, allo scopo di comprendere quali siano le urgenze da affrontare e quali i motivi che spingono a considerare inadeguata l'azione di governo.

Non si elemosinano trattamenti di favore, si vuol bensì dare evidenza a normative e comportamenti che minano le basi della competitività, creando condizioni di svantaggio rispetto ad altri paesi, forse con l'unico risultato di perpetuare il controllo delle risorse da parte della casta politica, che se ne serve per garantirsi il potere.

In un contesto di mercato sempre più difficile, i principali problemi che le piccole e medie imprese si trovano ad affrontare - tra loro interconnessi - sono relativi alla solidità patrimoniale ed alla carenza di liquidità: questi sono dunque gli aspetti sui quali occorre concentrarsi, se l'obiettivo è quello – da più parti dichiarato – di fornire sostegno al nostro sistema produttivo, caratterizzato dalla modesta dimensione aziendale.

Alcune proposte in tal senso sono state da tempo avanzate dalla Piccola Industria confindustriale ma, sebbene successivamente condivise ed appoggiate anche dai vertici associativi, non pare che – almeno per il momento – abbiano ispirato le ipotesi di lavoro governative che, anzi, sembra le abbiano utilizzate a scopo di copertura delle pudenda, vantandone la realizzazione ma, di fatto, snaturandole e rendendole così inefficaci o, in alcuni casi, persino dannose. Affrontando la prima questione, è corretto osservare che le PMI italiane sono sottocapitalizzate, sebbene negli ultimi tempi la situazione sia migliorata, in virtù della spinta garantita dall'entrata a regime del sistema di rating denominato Basilea 2, che ha reso conveniente riconsiderare la struttura dei bilanci per presentare situazioni patrimoniali credibili ed ottenere condizioni di credito adeguate.

I piccoli imprenditori, dunque, hanno ribaltato la passata tendenza a sottrarre risorse alle aziende, tendenza incentivata dalla normativa fiscale, ed hanno chiesto ai governi (attuale e precedente) un provvedimento - in linea con tale impostazione - che non penalizzi la rivalutazione degli immobili strumentali (quelli utilizzati esclusivamente per l'esercizio dell'attività) dal valore iscritto a bilancio – spesso quello storico - ad un livello congruo con i prezzi di mercato. In tal modo le imprese acquisirebbero una maggior solidità, facilitando l'ottenimento di condizioni creditizie più favorevoli, dal momento che il sistema bancario vedrebbe aumentate le garanzie. Una misura di questo tipo, però, ha possibilità di successo solo se il costo dell'operazione è nullo (coerentemente con il non costituire una distribuzione di reddito) o molto basso: si è ritenuta accettabile un'aliquota del 2%.

Inoltre, specie in un contesto di generale incertezza e difficoltà, logica vorrebbe che i proventi di tale operazione fossero rimessi in circolo nel sistema produttivo: l'intervento prospettato dai rappresentanti della PMI si sostanzierebbe in una detassazione degli utili mantenuti in azienda – a titolo di investimenti o di riserva – per un importo di pari entità, tenendo conto del fatto che anche tali risorse non costituiscono distribuzione di reddito. Si potrebbe trattare, in sostanza, di una partita di giro, cioè di un'operazione complessivamente a costo zero per lo Stato, che otterrebbe due importanti risultati, sia – come detto – in termini di patrimonializzazione e quindi di rapporti con il sistema creditizio, sia dal punto di vista della liquidità, mantenendo risorse in azienda, preziose in un momento di drammatico calo degli ordinativi e – attenzione – di grande difficoltà ad incassare i corrispettivi del venduto.

Ciò è tanto più vero in situazioni che vedono numerose piccole aziende impossibilitate a stabilire i budgets richiesti dalle banche per il 2009, dovendo fare i conti – sono le parole di una collega lombarda – con il blocco improvviso degli ordini, che dovrebbe costringere a prevedere un fatturato dimezzato rispetto al 2008, oppure realtà, anche mirate a targets di alto livello, nelle quali il lavoro dell'imprenditore – questo è un collega ed amico veneto - non è nemmeno più quello di girare il mondo per andare a vendere, ma quello di farlo allo scopo di farsi pagare quanto già consegnato, sperando di non ricevere, invece, annullamenti a catena. Interventi di tal fatta, tra l'altro, dovrebbero essere considerati estremamente urgenti, in un momento che si sta presentando talmente difficile da spingere un numero rapidamente crescente di voci - in un moto razionalmente calcolato di auto-difesa - a dichiarare la scelta di non pagare IRES ed IRAP, pena lo sprofondamento in un circolo vizioso che s'innescherebbe qualora la sofferenza finanziaria si riversasse nel mancato pagamento dei fornitori, con le inevitabili conseguenze sia in termini di contingentamento dei materiali necessari alla produzione, sia di ulteriore stretta del credito bancario: in pratica, l'inizio della fine.

A questo punto, non appaia inopportuna una piccola postilla polemica – di carattere etico-filosofico - relativa al fatto che non si capisce l'equità della pretesa di tassazione per un reddito che non viene distribuito - cioè che di fatto non esiste – se non in un'ottica vetero cattocomunista, secondo la quale “i ricchi devono piangere” e l'impresa è un male necessario ma i veri valori sono altri. Sarebbe alquanto istruttivo apprendere chi, quest'illuminati pensatori, ritengano sia in grado di produrre quella ricchezza che dev'essere distribuita (rigorosamente a prescindere dal merito, ma in virtù del solo fatto di dichiararne la necessità), posto che il valore si realizza solo nel momento della vendita a fronte di adeguato corrispettivo ...

Sta di fatto, comunque, che nel decreto impropriamente definito “anticrisi” si prevede la possibilità di rivalutare i beni strumentali, ma con un'aliquota del 10% e senza alcuna traccia di detassazione degli utili mantenuti in azienda che ad essa – come spiegato - dovrebbe esser legata: è facilissimo prevedere che la misura otterrà pochissime adesioni e risulta evidente come, ancora una volta, lo scopo dell'azione governativa sia solamente far cassa, sempre naturalmente a spese di un sistema produttivo già caricato di oneri imparagonabili a quelli gravanti sui competitors internazionali. Anche il pagamento dell'IVA al momento dell'incasso relativo al bene venduto, anziché della fatturazione, fa parte del pacchetto di proposte avanzate dalle PMI: il motivo è facilmente comprensibile e risiede nel miglioramento della liquidità, evitando di consegnare all'erario risorse ancora non disponibili o - nell'ipotesi peggiore, ma non improbabile in un momento di notevole aumento degli insoluti - senza nemmeno riuscire a monetizzare il credito. Il governo sostiene di aver provveduto, ma la decisione non ha, nell'immediato, alcun effetto se si dichiara (erroneamente, in quanto l'articolo 66 della direttiva 2006/112/CE consente agli Stati membri di collegare l'esigibilità al pagamento, senza richiedere alcuna preventiva autorizzazione) di dover attendere gli otto mesi necessari ad ottenere il benestare europeo. Teniamo anche conto del fatto che ancora non conosciamo il reale peso della misura, giacché sarà un successivo decreto ministeriale a fissare il volume d'affari dei contribuenti nei cui confronti si applicherà l'IVA “di cassa”, ma le voci più ricorrenti lo prevedono a quota 300,000 euro: un fatturato da artigiano, non certo da PMI con un minimo di struttura industriale.

Inoltre, a fronte di un modesto innalzamento delle soglie relative alla detassazione dei premi di produttività, è stato deciso di non confermare la detassazione degli straordinari. La scusa è che, in un momento di crisi economica, non si fanno straordinari ….. ma, allora, nessun onere ne deriverebbe per i conti pubblici, quindi tanto vale mantenere il provvedimento. In realtà, una tale decisione dimostra, ancora una volta, che non si conosce il mondo delle piccole aziende – nonostante la cosa sia stata più volte spiegata – nelle quali le ore straordinarie non sono legate solo alla produzione, ma anche alle manutenzioni. Queste, abitualmente, vengono svolte fuori dall'orario produttivo canonico, per motivi legati sia alle interferenze, più probabili in spazi ridotti, sia alla disponibilità di personale specializzato, che deve adempiere anche ad altri compiti, sia, infine, al fatto che gli addetti sono i collaboratori migliori, cioè i più esperti, volonterosi e legati (anche affettivamente) ai destini aziendali, in altre parole i più meritevoli di ottenere preziose risorse economiche aggiuntive.

Già che ci siamo, poi, è opportuno ricordare come assoluta priorità abbia la richiesta di abolizione della norma introdotta – dal governo Prodi - con la legge finanziaria per il 2008, che ha limitato la deducibilità degli interessi passivi: l'ampliamento della deducibilità dall'attuale 30% al 40% del ROL (Reddito Operativo Lordo = valore della produzione - costo della Produzione + ammortamenti + canoni di leasing), secondo la richiesta formulata – purtroppo - da Confindustria è del tutto insufficiente e può essere utile solo a riassorbire l'intervenuto aumento dei tassi di interesse sui finanziamenti rispetto all'anno prima, ma basandosi sul presupposto che le imprese abbiano comunque un ROL positivo. Con la crisi in atto, moltissime PMI avranno, invece, ROL piatto o negativo e, quindi, l'innalzamento proposto sarebbe ininfluente e verrebbe interpretato solo come una beffa: tale norma va cassata o, almeno, dev'essere fissata un'ampia franchigia fino al raggiungimento della quale sia consentita la deduzione, a prescindere dalla percentuale sul ROL.

A proposito di beffa, ad un altro capitolo del decreto è sufficiente riservare poche parole, giusto per non dar l'impressione di trascurarlo: se qualcuno annuncia, magno cum gaudio, che le aziende possono godere di una riduzione dell'anticipo IRES (che passa dal 100 % al 97 %, tra l'altro con una formulazione che, non si sa se per errore o pressapochismo, richiede comunque il completo pagamento entro il 31 dicembre …...), è bene sappia che tale misura è vissuta come irrilevante ed addirittura offensiva, una vera presa per i fondelli che nemmeno è il caso di perder tempo a spiegare, giacchè non capisce solo chi non vuole. Furbesca, infine, appare la parziale deducibilità dell'IRAP dall'imponibile IRES, misura attuata in ossequio alla quasi certa sentenza della Corte Costituzionale, che sancirà – a breve – l'obbligo di prevederla integralmente, sconfessando la nativa impostazione dell'ineffabile Visco, che così volle senza considerare che la sua infausta creatura andava a sostituirne altre prive di tale caratteristica. Anche quest'intervento, quindi, non ha valore: è solo una minima anticipazione di quanto avverrà in seguito alla predetta sentenza ed avrebbe dovuto, evitando annunci demagogici, almeno tracciare un percorso certo verso la meta che tra poco il governo sarà obbligato a concedere, in attesa di quella abolizione che le imprese chiedono da tempo, ricordando l'anomalia internazionale che essa costituisce.

Intanto, il ritardo di pagamento ai fornitori accumulato dalla P.A. ha raggiunto l'allucinante cifra di 70 – dicesi settanta - miliardi di euro, in stridente contrasto con quanto il mercato concede alle PMI, facendo così pendant con le lungaggini dei rimborsi d'imposta ed, in particolare, dell'IVA che avvengono normalmente in tempi compresi tra i 10 ed i 24 mesi, in aperta violazione della norma che stabilisce tre mesi dalla richiesta: ciò si configura come un prestito forzoso all'erario, remunerato col tasso di interesse legale (da confrontarsi con quanto richiesto, tra interessi e penali, nel caso opposto di inadempienza temporale del contribuente, ça va sans dire …..), che provoca un danno legato al fatto di dover ricorrere al credito bancario a costi più elevati. Si chiede o, meglio, si pretende di porre un immediato stop a tale indecenza che, tra l'altro, inficerebbe l'eventuale – più volte promessa e mai attuata - modifica della norma sulla compensazione di crediti e debiti erariali, alla quale oggi è imposto un iniquo tetto, che dev'essere progressivamente tolto, almeno iniziando dal raddoppio degli attuali 516.000 Euro.

Possiamo anche fermarci qui, per ora, ma (in un territorio nel quale la somma della pressione fiscale e contributiva reale è la più alta d'Europa - si veda l'indagine Paying Taxes 2009 della World Bank – a fronte di una bassa qualità dei servizi ed in aggiunta ai cospicui oneri derivanti dalle inefficienze burocratiche) il discorso andrebbe ampliato ulteriormente prendendo in esame tutta una serie di norme vessatorie, inique e disallineate con i partners/competitors a noi vicini, ad esempio per quanto riguarda le spese di funzionamento/rappresentanza, sulle quali magari torneremo, se e quando sarà finalmente firmato il decreto attuativo, da tempo annunciato e costantemente rimandato senza veri motivi. Senza dimenticare, naturalmente, che l'italica amplificazione dei problemi globali ha la sua genesi dalla storica assenza di vero mercato in settori fondamentali dell'economia – e che, quindi, lì sta l'impervia via maestra da percorrere – ma volendo limitare l'analisi alla gestione dell'emergenza.

Possibilmente senza elemosine di stato, quello anacronisticamente etico che par tanto piacere al tributarista più in vista del Belpaese.

64 commenti (espandi tutti)

Qualche tempo addietro avevo segnalato alla redazione un'altra difficoltà che avrebbero incontrato le PMI nel 2009. Sandro Brusco mi aveva invitato a riproporre le mie considerazioni alla prima occasione utile. Mi sembra arrivato quel momento. Quoto parzialmente me stesso:

"Il patto di stabilità  come strutturato dalla finanziaria 2008 e modificato negli importi dalla finanziaria 2009 avrà effetti negativi sulla liquidità di molte imprese perchè, proclami di gogna per gli spreconi a parte, l'unico vero modo in cui ogni comune potrà centrare l'obiettivo di saldo assegnatogli sarà posticipando, e non di poco, il pagamento delle spese in conto capitale.

Sono assessore a San Benigno Canavese (Torino), un comune di 5.500 abitanti e se finora ci siamo sempre vantati di saldare le fatture entro 45 giorni, adesso potremo vantarci di saldarle entro 45 mesi, forse uno dei parametri necessari all'acquisizione del DOCG nella Pubblica Amministrazione."

Alla luce delle recenti misure anticrisi questa stretta, che già mi pareva pericolosa a luglio quando fu elucubrata (anche se passò un mese prima che qualcuno se ne accorgesse), sa veramente di beffa.

Saluti a tutti

Il patto di stabilità come strutturato dalla finanziaria 2008 e modificato negli importi dalla finanziaria 2009 avrà effetti negativi sulla liquidità di molte imprese perché, proclami di gogna per gli spreconi a parte, l'unico vero modo in cui ogni comune potrà centrare l'obiettivo di saldo assegnatogli sarà posticipando, e non di poco, il pagamento delle spese in conto capitale.

A me pare che la questione sia mal posta, in un'ottica secondo la quale è sempre “colpa di altri” che impediscono i comportamenti corretti che, altrimenti, sarebbero la regola: se non si parte dal concetto che merci e sevizi vanno pagati, a costo di scontentare i propri amministrati con la possibile conseguenza di perdere voti (unico vero motore di chi si dedica alla vita politica, a prescindere dallo schieramento e dall'ambito territoriale), non c'è speranza di risolvere il problema. È la solita, vecchia, querelle della differenza tra il comportamento corretto – al quale, normalmente, sono costrette famiglie ed imprese - che rapporta la spesa alle possibilità e l'atteggiamento “allegro” delle amministrazioni pubbliche, che adeguano le entrate alle previsioni di spesa oppure, se ciò non è possibile, spendono comunque e contano sul fatto che qualche santo provveda.

In altri termini, se mancano le risorse – non importa quale sia il motivo – logica vuole che si debba risparmiare, rimodulando i servizi alla collettività e contraendo gli acquisti, anche con un'opportuna valutazione di prezzi e fornitori.

Fermo restando che, probabilmente, qualche disboscamento di poltrone ben retribuite – anche il livello locale presenta tale abnorme evidenza – aiuterebbe in termini economici e, soprattutto, in termini di accettazione di sacrifici ........

Peccato essersi beccato una risposta 'ideologica' in un consesso 'tecnico', segno inequivocabile della pessima reputazione di cui gode la PA indipendentemente dall'argomento in trattazione.

Vado comunque al punto.

Supponiamo di avere, a casa, nella propria ditta o in un comune, deciso di affrontare un investimento rilevante. Mettiamo insieme i risparmi, facciamo un mutuo, diamo l'appalto, partono i lavori. A cantiere ben avviato arriva una novità: 'si dispone che d'ora in poi ai fornitori possa venire pagata una cifra massima così calcolata: entrate correnti più alcune entrate straordinarie, meno uscite correnti più X stabilito come segue [omissis]' 'scusi... noi i soldi ce li abbiamo' 'pazienza, così è stabilito'.

Ricapitolando: è stato inutile aver risparmiato, risparmiare aiuta ma non risolve per una questione di importi (anzi, in alcuni casi peggiora la situazione), il mutuo non si può spendere.

In questa situazione... che colpa ha il fornitore? In cosa ha sbagliato l'amministratore?

Si parlava di misure a favore delle imprese, questa non lo è! Piaccia o meno, in un momento imprecisato dell'anno le ragionerie degli enti locali chiuderanno in cassaforte i mandati di pagamento con buona pace di tutti.

Non mi sono lagnato di tagli et similia, ho solo espresso la mia seria preoccupazione per i risvolti che questo potrà avere sulla liquidità di molte imprese.

Il mio comune non è più bravo nè più bello di altri. Finora abbiamo sempre pagato i fornitori entro 45 giorni perchè ci teniamo a onorare gli impegni, d'ora in avanti non potremo più farlo.

A noi è andata ancora abbastanza bene, ma ci sono comuni, molti dei quali 'virtuosi', che da questo punto di vista sono veramente malmessi.

Chi fosse interessato all'argomento può consultare l'immensa banca dati del Ministero dell'Interno accessibile da qui.

Infine voglio tranquillizzare tutti: nonostante i 350 euro lordi mensili per la 'poltrona ben retribuita' sono riuscito finora a non montarmi troppo la testa.

Saluti a tutti

Infine voglio tranquillizzare tutti: nonostante i 350 euro lordi mensili per la 'poltrona ben retribuita' sono riuscito finora a non montarmi troppo la testa.

Nel mio comune di origine la paga da assessore è una cifra simile, più che giustificata dall' impegno richiesto.

Ci sono però un sacco di società municipalizzate ed enti vari dove di poltrone ben pagate ce ne sono a iosa: ricordo un'amico che lavorava per una di queste e si lamentava del portaborse dell' ex sindaco che prendeva quanto lui per partecipare a due riunioni l'anno.

Per non parlare della società energetica, in cui hanno scavato un buco tanto fondo che i vecchi amministratori hanno accettato di rifondere un paio di milioni di euro di persona pur di non passare a vie legali (soluzione che personalmente avrei preferito).

segno inequivocabile della pessima reputazione di cui gode la PA

Ehm ...... immeritata?

Peccato essersi beccato una risposta 'ideologica' in un consesso 'tecnico'

Per nulla. Non si discute il fatto che i governi centrali abbiano pesanti responsabilità, particolarmente per il sempiterno vezzo di cambiar le regole a partita in corso, si rileva semplicemente la diffusa mentalità secondo la quale è sempre colpa d'altri, accanto alla mancata presa di coscienza che sia inderogabile il pagamento di quanto acquistato: alcuni stili di pensiero sembrano considerare tale comportamento meno importante di altri, forse in virtù di un bilancio in chiave squisitamente elettorale ...

voglio tranquillizzare tutti: nonostante i 350 euro lordi mensili per la 'poltrona ben retribuita' sono riuscito finora a non montarmi troppo la testa

Già Marcello ha risposto correttamente, ma lo voglio ribadire: il riferimento è, ovviamente, al cosiddetto "sottobosco" della politica, cioè lo spaventoso numero di poltrone nelle aziende controllate alle quali, peraltro, l'accesso avviene transitando dagli scranni comunali e dalle segreterie locali dei partiti. Con buona pace delle competenze e dei costi impropri diretti ed indiretti che, così, si scaricano sulla collettività: qui, davvero, si possono risparmiare cospicue risorse da destinare al pagamento degl'incolpevoli fornitori ...... :-)

segno inequivocabile della pessima reputazione di cui gode la PA

Ehm ...... immeritata?

A questo non saprei rispondere. Diciamo che per quello che mi consta è assai meno brutta di come la si dipinge. Ci sono persone serie e preparate che fanno bene il proprio lavoro e ci sono persone meno serie e meno preparate che fanno male il proprio lavoro. Succede anche nel privato. Quello che non riesco più a digerire sono le generalizzazioni, la visione manichea e bigotta della realtà che santifica o demonizza,  giustifica o condanna l'agente in ragione della sua categoria di appartenenza e non del suo comportamento. Finchè si tratta di chiacchere da bar il bicarbonato risolve, quando certe affermazioni provengono da chi ha ruoli di responsabilità, mi rimangono sullo stomaco.

Peccato essersi beccato una risposta 'ideologica' in un consesso 'tecnico'

Per nulla. Non si discute il fatto che i governi centrali abbiano pesanti responsabilità, particolarmente per il sempiterno vezzo di cambiar le regole a partita in corso, si rileva semplicemente la diffusa mentalità secondo la quale è sempre colpa d'altri,

sarà... però continuo a non trovare espresso nei miei post questo concetto, poi se me ne devo assumere la paternità... 

accanto alla mancata presa di coscienza che sia inderogabile il pagamento di quanto acquistato: alcuni stili di pensiero sembrano considerare tale comportamento meno importante di altri,

sei un imprenditore vero? Incassi sempre alla scadenza le fatture? Se sì, sei bravo e fortunato, se, come credo, non è così allora converrai con me che il saldo dei propri debiti non è in cima alla scala delle priorità di mooolta gente, anche di stimati e riveriti tuoi colleghi.

Puoi crederci o meno, proprio perchè la nostra amministrazione è sempre stata cosciente dell'importanza fondamentale dei 'tempi finanziari' abbiamo deciso di pagare il più velocemente possibile. Pur di continuare a farlo, dopo attenta valutazione delle sanzioni (meno severe di quelle odierne) e assumendocene ogni responsabilità, un anno abbiamo sforato il patto di stabilità. Non siamo santi, nè eroi, nè martiri cerchiamo solo di essere corretti nei confronti di chi fa il proprio lavoro. 

forse in virtù di un bilancio in chiave squisitamente elettorale ...

Giusto per capirci... pagare in tempo i fornitori non finisce nemmeno sul curriculum, figuriamoci se porta voti (comunque ho afferrato il concetto).

il riferimento è, ovviamente, al cosiddetto "sottobosco" della politica, cioè lo spaventoso numero di poltrone nelle aziende controllate alle quali, peraltro, l'accesso avviene transitando dagli scranni comunali e dalle segreterie locali dei partiti. Con buona pace delle competenze e dei costi impropri diretti ed indiretti che, così, si scaricano sulla collettività: qui, davvero, si possono risparmiare cospicue risorse da destinare al pagamento degl'incolpevoli fornitori ...... :-)

Concordo parzialmente, ma più che per conoscenza diretta (purtroppo non abbiamo società municipalizzate e le nostre partecipazioni azionarie sono così esigue che alle assemblee ci mettono nel corridoio) parlo per sensazioni. Che ci sia un sottobosco della politica è innegabile, che ci sia un percorso 'istituzionale' verso certe aziende è possibile, che lì si possano risparmiare cospicue risorse è probabile, ma non scontato.

Ovviamente condivido al 100% l'articolo, se veramente pongono l'asticella dell'IVA per cassa a 300.000,00 euro conviene chiudere e andar via, perchè essere pure presi in giro, no grazie.

Il vero nodo da scegliere per le PMI è quello finanziario, Basilea 2 all'italiana non funziona, le PMI non sono capitalizzate a sufficienza, il ricorso al leasing è praticamente una strada obbligata per l'acquisto dei macchinari e immobili, con il risultato che i patrimoni netti sono sottostimati, la rivalutazione non conviene assolutamente, le banche non concedono fidi, e via di questo passo.

Anche la gestione del credito per le PMI è onerosa, il pro-soluto verso le Pubbliche Amministrazioni non è consentito, se non con costi proibitivi, le grandi aziende non lo consentono esplicitamente (è nei loro contratti), adesso molte grandi aziende si sono anche inventate (Finmeccanica, ad esempio, proprietà dello Stato) misteriose società finanziarie delegate al pagamento delle fatture, per cui se prima speravi ragionevolmente di vedere i soldi in 180 giorni, telefonando venti volte al giorno e presentandoti con il cappello in mano, adesso speri nei 360 giorni, e non sai nenache a chi chiedere.

Le cifre di Franco Bocchini sui debiti della PA nei confronti delle PMI è una stima, in verità nessuno sa quanto sia la voragine, stando anche il fatto che poi ci sono anche le grandi imprese, le quali a sua volta non pagano le PMI perchè non incassano dallo Stato, e via così.

Concludo con quella assurda tassa, di cui Franco parla poco, che è l'IRAP, per cui aziende in perdita si trovano costrette comunque a pagare tasse, perchè l'IRAP è di fatto una tassa sul fatturato.

E non continuo con i cahiers de dolance solo perchè Franco ha già scritto abbastanza, se a queste autentiche beffe contenute nel decreto aggiungete gli studi di settore con indici di normalità assurdi (alla faccia di GT che dice che lui aveva già previsto la crisi: perchè allora non ha rivisto gli indici di normalità? la sfera magica non funzionava bene in quel momento?) il quadro è completo.

Più di una volta su NFA è stato scritto che l'Italia va avanti, nonostante tutto, grazie alla PMI, ma non so per quanto tempo ancora traineremo questa carretta. Giusto per non far pensare che sia il solito meridionale piagnucolone voglio specificare che le mie due aziendine sono un'isola felice in un mare di disperazione, per il settimo anno consecutivo chiudo con fatturato e utili in aumento, non ho incagli negli incassi, non ho problemi di credito, anche perchè in banca sono in attivo, nonostante un ottimo rating (B, confermato ieri). Ma sono stanco. E come me molti altri nelle mie condizioni.

quella assurda tassa, di cui Franco parla poco, che è l'IRAP, per cui aziende in perdita si trovano costrette comunque a pagare tasse, perché l'IRAP è di fatto una tassa sul fatturato.

Verissimo, ne parlo solo relativamente alla questione della deducibilità dall'imponibile IRES – che già è una bella porcheria – ma l'orrenda creatura vischiana rimane una delle innumerevoli anomalie dell'italica normativa fiscale ed un vero nonsenso economico, dal momento che non si basa sul reddito, ma s'inventa un meccanismo perverso che falsa le regole della concorrenza.

D'altra parte, il suo esimio genitore nemmeno sa dove stia di casa il mercato: probabilmente lo intende come una distesa di bancarelle alla Fiera di San Severo ........

Le cifre sui debiti della PA nei confronti delle PMI è una stima, in verità nessuno sa quanto sia la voragine, stando anche il fatto che poi ci sono anche le grandi imprese, le quali a sua volta non pagano le PMI perché non incassano dallo Stato, e via così.

La stima - che non è mia ma è quella fornita da Emma Marcegaglia nel discorso di Bologna alla fine di ottobre – comprende, in realtà, i debiti della PA verso tutti i fornitori di beni e servizi.

Ciò non toglie che sia stratosferica ed inaccettabile e che, anche quando non riguarda direttamente le PMI, ma grandi aziende, si rifletta drammaticamente a cascata sulla liquidità complessiva.

L'aspetto etico, tra l'altro, non è trascurabile: non è ammissibile che chi ha il potere di decidere e sanzionare si permetta comportamenti in aperto contrasto con quelle regole di cui esige il rispetto da altri e la cui trasgressione pubblicamente stigmatizza e punisce.

 

Una chiaccherata tra clienti (Veneti) e colleghi (Bavaresi, lavoro per un'azienda tedesca) mi aveva di recente evidenziato il modo iniquo in cui viene tassata la PMI.

Iniquo soprattutto da un punto di vista "etico". Non voglio essere polemico ma sembra che si tassi la PMI utilizzando il seguente ragionamento: "sono ricchi, sfruttano il proletariato ed evadono le tasse", altrimenti una cosa come l'IRAP non ha spiegazione.

Però vorrei facilitare il lavoro del governo affrontando il problema da un altro punto di osservazione. Rispetto alla media europa, abbiamo:

pagamenti MOLTO più lunghi, costi di riscossione del credito molto più onerosi, possibilità di fallire lasciando "voragini" molto più allegra

Questo crea, è evidente, una serie di problemi a tutta la società italiana ma colpisce in maniera più nefasta gli imprenditori medio piccoli

La proposta è: se non si vuole ridurre la pressione fiscale sulla PMI perchè almeno non la si aiuta rendendo la riscossione creditizia la stessa che nel resto del mondo civile?

Il domandone è: perchè negli altri paesi la situazione è così differente? E' una questione legislativa, amministrativa, di "sistema sociale"?

Spero non sia OT.

Per il resto "quoto" il post di Marco in toto

La butto lì, come proposta, chissà se qualcuno con più competenze delle mie può trasformarla in proposta di legge. Scusate se sono un po' confusionario nell'esposizione.

Se chi ha crediti nei confronti della PA potesse usare questi crediti per pagare le tasse richieste? Caro stato, gli X mila euro che ti devo li chiedi alla amministrazione di questo comune/regione/ente... O direttamente, caro stato tu mi devi X ed io ti devo Y, facciamo che siamo a posto così.

Espandendo il discorso, perchè non permettere a chi ha crediti verso altre aziende di ribaltare su di esse l'onere delle proprie tasse? Non si aggraverebbero i costi, in fondo, se l'azienda B deve ad A 10.000 euro (per dire) e di questi 3000 finirebbero in tasse, è inutile fare il tragitto dei soldi da B ad A e da A all'erario (magari con le penali per il ritardo o tagliandosi il gas per pagare in orario). A potrebbe tranquillamente dire all'erario: i miei soldi te li dà B che non mi ha ancora pagato. A sarebbe tranquilla di aver pagato in tempo e i problemi diventerebbero di B. B a sua volta potrebbe ribaltare sui suoi creditori... ho la sensazione che lo stato si troverebbe senza liquidità molto in fretta. E' una situazione che francamente non mi spaventa, è l'unico modo per "affamare la bestia" e far concentrare le amministrazioni pubbliche sulle cose serie e non sulle scemenze (vedi proposta del PD in piemonte di elargire 1,5M di euro per i campi nudisti).

Secondo voi si può fare?

Se chi ha crediti nei confronti della PA potesse usare questi crediti per pagare le tasse richieste? Caro stato, gli X mila euro che ti devo li chiedi alla amministrazione di questo comune/regione/ente... O direttamente, caro stato tu mi devi X ed io ti devo Y, facciamo che siamo a posto così.

Sono state presentate proposte in tal senso, ad esempio questa ma, per il momento, la compensazione è prevista solo tra tributi, cioè non tra imposte dovute e crediti di altra natura (ad esempio per forniture) e per di più con un tetto che, pur apparentemente elevato (516,000 euro) è in realtà facilmente oltrepassabile da una PI esportatrice. Al di là dell'evidente iniquità di tale norma, si noti anche il solito differente “grado di uguaglianza dei diritti” tra Stato e “sudditi”: l'eventuale errore che si commetta compensando una cifra eccedente il consentito comporta il – corretto – pagamento degli interessi, ma anche la – un po' meno condivisibile .... - sanzione pari al 30% della somma indebitamente portata a compensazione.

Conviene rivolgersi ad uno strozzino professionista ...

si noti anche il solito differente “grado di uguaglianza dei diritti” tra Stato e “sudditi”: l'eventuale errore che si commetta compensando una cifra eccedente il consentito comporta il – corretto – pagamento degli interessi, ma anche la – un po' meno condivisibile .... - sanzione pari al 30% della somma indebitamente portata a compensazione.

Ora senti questa. Pochi anni aver lasciato l'Italia, a fine anni '80, mi arrivo' tramite consolato una lettera dell'ufficio IVA di Roma in cui mi si annunciava che non avevo effettuato un pagamento, e pertanto mi era addebitato il dovuto con una multa aggiuntiva che ammontava, se ben ricordo, all'80%. Siccome i conti non mi tornavano, dato che ricordavo di aver sempre saldato fino all'ultima lira, telefono a mia madre in Italia e le chiedo se gentilmente puo' andare di persona a chiedere chiarimenti. Lei va all'ufficio e parla con un impiegato che all'inizio cerca di defletterla con argomenti tipo "a signo', se j'e' arrivata la lettera vor di' che non ha pagato, no?" ma, dietro all'insistenza, si siede sbuffando al terminale. Risultato: "Toh, anvedi, e' tutto a posto. Va bene cosi', allora." Mia madre: "E se mio figlio avesse pagato quanto richiesto dalla vostra lettera, ora potrebbe riavere indietro i soldi?" Impiegato: "Gli arretrati si', ma la multa non e' rifondibile. Eh signo', me dovrebbe paga' un caffe' pe' sto favore che j'ho fatto!"

 

La tua proposta ha già una legge al riguardo, è già legge che le fatture debbano essere pagate a 30 gg., inoltre questa teorica regola dovrebbe valere anche per la PA, ma è ampiamente disattesa, dati i tempi (e i costi) della giustizia per cifre non rilevanti conviene aspettare o metterti l'anima in pace, inoltre la legge sul fallimento favorisce in vario modo i debitori e non i creditori (difatto le aziende con patrimonio netto inferiore a € 200.000,00 non possono fallire), per cui non mi sembra questa la strada.

Sul Domandone non ho risposte, solo ti cito un vecchio detto napoletano che secondo me ti dà una chiave di lettura: " A murì e a pavà c' sta siempre tiempo".

Anche per Luciano Mollea devo dire che è già possibile la compensazione fra tasse e crediti verso la PA, ma, se non ricordo male, solo dopo la liquidazione annuale, inoltre anche così per molte aziende lo scomputo è praticamente infinito. L'altra tua ipotesi la vedo poco praticabile in Italia, poniamo che io chieda ad una società che so essere in situazione di illiquidità: te la prendi una fatturina di € 50.000,00, te ne dò 10.000,00 cash, tanto poi i soldi me li dà lo Stato...(non mi invento nulla, è il sistema di funzionamento delle "lavanderie iva" usate anche dalla GDO).

Sei sicuro che non sia la strada?

Premetto che, sottoscrivo il tuo post precedente, e sono convinto che la tassazione delle PMI andrebbe ripensata per consentire agli imprenditori di crescere e di competere seriamente sui mercati esteri (o sui mercati italiani contro concorrenti esteri),

Però... nessuno schieramento politico sembra voler aiutare la PMI rivedendo il sistema di tassazione. A questo punto che aiutino questo settore, così importante per l'economia italiana, diminuendo le tempistiche tra l'investimento del capitale ed il suo recupero portandole ad un livello di decenza come nel resto del mondo.

Tu dici che esiste una legge per il pagamento a 30gg. ma è, a tutti gli effetti, una "grida" manzoniana.

Riguardo i tempi (e i costi) della giustizia tu dici per cifre non rilevanti conviene aspettare o metterti l'anima in pace sono d'accordo ma questo è proprio il problema che secondo me andrebbe risolto.Inutile fare leggi e regolamenti nuovi se poi non si possono far rispettare.

Credo che tutto il settore avrebbe un grande aiuto. Pensa alle piccole aziende familiari che, lavorando con la GDO o con i grossi gruppi industriali, vengono pagate a 150 o 180 gg.

In Italia è ormai la norma, non ci facciamo caso, ma sono cose folli.

PS

Per la legge sul fallimento confesso la mia ignoranza.Diverse volte i miei clienti si sono lamentati, di aver perso soldi, perchè aziende a cui avevano venduto sono fallite, quindi immaginavo che la legge fosse lacunosa.

No, non sono sicuro al 100 %, dico che esiste una grida manzoniana ampiamente disattesa, per cui farei in modo che non rimanga una grida, ma non faccio il legislatore.

Comunque ti concedo qualunque cosa, visto che pratichiamo la stessa religione (io sono comunque tendente al scettico verso il calcio), e per di più siamo circondati dai nemici (buona parte dei redattori è petrolier-dipendente).

i redattori se bravi tosi ma purtroppo miscredenti.

la legge sul fallimento favorisce in vario modo i debitori e non i creditori

In realtà, a me sembra che – tanto per cambiare – il favorito sia lo Stato: detto che tra i creditori privilegiati di un'azienda che fallisce vi sono i dipendenti (correttamente, perché sono l'anello più debole), va rimarcato che i fornitori sono creditori “chirografari”, il che significa che sono in ultima fila e molto spesso non vedono un quattrino. Prima vengono – guarda un po' – le casse pubbliche, sotto forma di fisco, Inps e quant'altro, senza alcuna considerazione per il fatto che una PI che si trova impelagata in un fallimento altrui potrebbe pagarne le conseguenze finanziarie fino al proprio stesso fallimento. Ogni ulteriore commento mi pare superfluo .......

quella assurda tassa, di cui Franco parla poco, che è l'IRAP, per cui aziende in perdita si trovano costrette comunque a pagare tasse, perché l'IRAP è di fatto una tassa sul fatturato.

Verissimo, ne parlo solo relativamente alla questione della deducibilità dall'imponibile IRES – che già è una bella porcheria – ma l'orrenda creatura vischiana rimane una delle innumerevoli anomalie dell'italica normativa fiscale ed un vero nonsenso economico, dal momento che non si basa sul reddito, ma s'inventa un meccanismo perverso che falsa le regole della concorrenza.

L'IRAP sostituisce principalmente contributi per la sanita', in passato pari a circa 8-9% del salario (credo lordo di IRPEF e netto di contributi previdenziali) dei dipendenti. Quei contributi dovevano essere pagati indipendentemente dal fatto che l'impresa avesse profitti o meno, quindi non capisco bene la lamentela sul fatto che l'IRAP sia dovuta anche in assenza di profitti. Chiedo ad entrambi: era preferibile pagare i contributi sanitari? Per essere piu' chiaro, vorrei capire se l'IRAP non piace solo perche' e' una tassa da pagare (come tutte le tasse) oppure per qualche altro motivo che ha a che fare con la natura specifica dell'IRAP.

Per quanto riguarda l'indeducibilita' dell'IRAP dall'imponibile IRES, effettivamente mi sembra un fatto estremamente grave: immagino non accadesse per i contributi sanitari, me lo confermate?

Devo dire che mi sfugge come sia possibile che nel processo di riduzione del cuneo fiscale, contrattata tra Confindustria e governo Prodi, a nessuno sia venuto in mente di proporre da una parte e premere dall'altra perche' fosse almeno eliminata l'indeducibilita' IRAP. Evidentemente le soluzioni logiche, corrette e lineari sono impossibili in Italia. E come e' possibile che la Marcegaglia non solleciti una misura del genere, che dovrebbe essere comprensibile da un imprenditore come Berlusconi?

Siccome sono sospettoso, avanzo un sospetto: alle grandi imprese, specie se assistite, non interessa dell'indeducibilita' perche' tanto sono in grado di aggiustare i profitti a zero giocando con holding lussemburghesi e finanza creativa. Rimangono fregate solo le PMI per le quali sarebbe troppo oneroso ricorrere alle tecniche di elusione delle grandi imprese. E le PMI contano poco o nulla anche se tengono in piedi tutta la baracca.

Non sono un fiscalista, come sai, ma cercherò di motivare quel sentimento di contrarietà così diffuso nell'imprenditoria italiana nei riguardi dell'IRAP, imposta vissuta come una vera vessazione.

Di essa bisogna innanzitutto dire che ha il merito di aver introdotto una semplificazione che, ovviamente, nessuno vuole cancellare ritornando alla complessa ed articolata situazione precedente, caratterizzata non solo dai contributi sanitari, ma anche da altre gabelle assortite. Gli aspetti positivi, però, si fermano qui.

Anzi, per la verità, se ne può trovare un altro – del tutto involontario – se si considera l'effetto di rendere più evidente la reale enormità della tassazione sulle imprese italiane, dal momento che non sono rari i casi di aziende con risultato positivo ante-imposte ma negativo una volta assolti gli adempimenti tributari (in virtù della indeducibilità dall'imponibile IRES). In tal modo già comincia ad esser chiaro il motivo di tanta insofferenza per un trattamento – giustamente percepito come decisamente iniquo – che evidenzia la prepotenza di un socio occulto dedito a ritagliarsi la fetta di gran lunga più grossa, oltretutto a fronte di un contributo al successo aziendale fornito sotto forma di bastoni tra le ruote, servizi scadenti, inefficienza generale …...

Ricordato che quella riforma, introdotta nel 1998, era studiata ad invarianza di gettito e quindi non riduceva le imposte ma ne rimodulava il carico, è opportuno sottolineare che colpisce il costo del lavoro (salari, stipendi, costi per il personale in genere) e del capitale (interessi, costi finanziari, ecc ecc..), quindi svantaggia le imprese ad alta intensità di manodopera e quelle finanziariamente meno solide (solitamente, di minore dimensione).

Un risultato è favorire la finanza a scapito della manifattura, un altro è diminuire la convenienza ad assumere personale (già così scarsa a causa di altre normative), un terzo è disincentivare ulteriormente imprese internazionali ad investire in impianti sul suolo italiano (con perdita di tutto il possibile indotto, solitamente rappresentato da piccole imprese).

Inoltre, anche da un punto di vista logico (ed etico) non si capisce perché finanziare un servizio generale alla persona, come la sanità, con risorse prelevate gravando sui costi di produzione di beni e servizi anziché basandosi sulla fiscalità generale, tra l'altro non in maniera proporzionale alle capacità di spesa.

Certo è che, nella competizione internazionale, tutto ciò che costituisce aggravio di costo unilaterale andrebbe evitato, ma devo anche dire che non mi sembra così facile portare proposte alternative alla situazione attuale (se non si vuol dire che l'IRAP va abolita e le spese delle pubbliche amministrazioni ridotte di pari importo …...), perché quanto è stato ventilato ha i suoi difetti: ad esempio la compensazione con aumento dell'IVA per togliere costi alle imprese e migliorarne, così, la competitività in relazione ai concorrenti d'oltralpe porterebbe in dote svantaggi legati alla presenza di settori protetti (servizi, sostanzialmente, spesso gestiti dalla mano pubblica o ad essa collegati ) che, senza necessità di migliorare le proprie performances, scaricherebbero tutto il peso sui prezzi con pesanti riflessi sull'inflazione.

Infine, Confindustria ha continuato a chiedere l'abolizione dell'IRAP: il fatto che nemmeno chi - dal quartier generale di Arcore - inseriva tale misura nei programmi elettorali abbia poi provveduto significa, semplicemente, che intendeva farne motivo di propaganda ma non d'azione, cosciente che la via maestra rimane un ripensamento complessivo della struttura di stato, delle sue funzioni e delle sue spese: qualcuno ritiene davvero che la politica voglia togliere - sua sponte - le mani dalle risorse economiche?

 

L'IRAP sostituisce principalmente contributi per la sanita', in passato pari a circa 8-9% del salario (credo lordo di IRPEF e netto di contributi previdenziali) 

se la memoria non mi inganna erano calcolati sulla stessa base imponibile dei contributi previdenziali. Giustamente ricordi come lo scopo dell'IRAP fosse dare alle regioni le risorse per la sanità perchè sembrano essersene dimenticati un po' tutti e che fossero calcolati soprattutto sul costo del lavoro (cioè sui redditi di chi della sanità ususfruisce) non mi ha mai scandalizzato. Alla sua prima uscita fu accolta con favore (ricordo che sostituì anche il 16,2% dell'ILOR).  Nel corso del tempo poi è stata percepita (a torto o ragione) come uno dei tanti balzelli dovuti allo Stato ed è caduta in disgrazia.

Per quanto riguarda l'indeducibilita' dell'IRAP dall'imponibile IRES, effettivamente mi sembra un fatto estremamente grave: immagino non accadesse per i contributi sanitari, me lo confermate?

confermo, erano integralmente deducibili dal reddito di impresa quelli pagati per i dipendenti e dal reddito personale quelli pagati dall'imprenditore per se stesso.

Franco Bocchini ti ha già risposto, di mio aggiungo solo che è una tassa odiata perchè fin dal primo momento ha tradito la sua natura semplificativa, doveva essere in "invarianza di gettito", accorpando varie gabelle e l'ILOR (che però era calcolata in altro modo), ma non è mai stato così, difatto il suo ammontare totale è andato crescendo anno per anno (alla faccia dell'invarianza di gettito). Ovvero è stata una truffa (l'ennesima).

Poi, in Campania, in omaggio al buco nero sanitario (che mi ricorda un buco nero boldriniano) abbiamo l'IRAP più alta d'Italia (e anche l'evasione IRAP più alta, a dire il vero), per cui, per chi paga le tasse, la beffa è elevatissima: servizi da decimo mondo, tasse svedesi. E Bassolino sempre lì...

Sul gioco delle holding lussemburghesi, di cui farebbero ampio uso le grandi società, ti devo dire che secondo me sono arretrati, molto meglio Irlanda e Inghilterra, e il costo è perfettamente sopportabile anche dalle PMI. Solo che le holding sono uno strumento vecchio, se usano ancora quello siamo alla preistoria. Ma di più non dico. Ti dico solo che l'IRAP, ovunque si trovi la holding, la paghi comunque.

benvenuto

axel bisignano 17/12/2008 - 23:47

benvenuto nel team (del resto, in fondo, ne facevi giá parte).

Inutile dire che, per quanto pubblico funzionario privilegiato e di sinistra, condivido integralmente, anche e soprattutto, la conclusione che il buon BS é filo classe produttva solo a parole :-).

Sono d'accordo che BS e GT non hanno niente a che spartire con la classe produttiva, ma consentimi di ricordare il furore ideologico di Vincenzo Visco, che, al di là degli intenti, colpiva le aziende nel loro punto debole: la burocratizzazione.

Credimi, ideologie a parte, le continue "idee" di VV erano dure da digerire, anche con buone dosi di Maalox.

Infatti, lungi da me la volontà di difendere il vampiro ed ancor meno le BS (bullshit) che un certo sindacalista diffondeva impunemente sulle reti nazionali, per cui, post 2001, i lavoratori autonomi si sarebbero arricchiti con l'evasione fiscale alle spalle dei poveri lavoratori dipendenti. Sono keynesiano, ma qualconsina di economia la capisco anch'io...

Grazie Axel.

condivido integralmente, anche e soprattutto, la conclusione che il buon BS é filo classe produttva solo a parole

Credo che l'importante sia conservare l'indipendenza di giudizio, ma qui in nFA l'utilizzo dei neuroni in dotazione di serie mi pare rigorosamente doveroso ed ampiamente condiviso.

Quanto alle classifiche "del peggio", son sempre difficili ed influenzate dai mal di pancia del momento ma, francamente, Nosferatu Visco è fuori classifica ..... :-)

Interessante vedere come sta procedendo l'assegnazione di fondi del programma "Industria 2015", come documentato dall'odierno articolo di Romeo sul Sole (dopo quello di Fotina 2 mesi fa) in merito alle attività dell'Agenzia per l'Innovazione (già bell'e spolpata della mission), dal programmatico titolo "Aspettando una valutazione". Questo il comunicato del Ministero dello Sviluppo Economico, che ha come al solito fatto il proprio comitatino di saggi.

RR

La nuova legge fallimentare italiana, poco conosciuta, prevede che un imprenditore NON può fallire se dimostra il possesso congiunto di 3 requisiti:
a) aver avuto nei 3 esercizi commerciali precedenti l'istanza di fallimento un attivo patrimoniale annuo non superiore a 300.000 €
b) aver realizzato nei 3 anni precedenti ricavi lordi annui non superiori a 200.000 €
c)avere un ammontare di debiti non superiore a 500.000 €

Non sono esperto di diritto specie italico, potrei avere un chiarimento?  Chi fallisce o non fallisce e' l'impresa, non l'imprenditore, vero? L'impresa, s.r.l. o s.p.a. risponde dei suoi debiti solo nel limite del suo attivo che emerge dal suo capitale sociale e dai suoi bilanci. Cosa significa che non puo' fallire? Che non e' possibile avere una dichiarazione che un certo credito da quell'impresa non verra' mai pagato?

Se ho interpretato correttamente la tua domanda: significa che l'impresa, pur essendo insolvente, non viene sottoposta a procedura fallimentare (procedura che si avvia e viene gestita in tribunale, secondo passaggi rigidamente regolamentati) e mantiene così la disponibilità del proprio patrimonio, e i suoi creditori la possibilità di esperire, singolarmente, azioni di recupero e conservative (che invece nel caso della dichiarazione di fallimento sono impedite, e demandate al curatore nominato).

Dal punto di vista fiscale, per poter dimostrare l'inesigibilità del credito vantato nei confronti di un'impresa non fallita ma impossibilitata a pagare (e quindi vedere riconosciuta dal fisco la perdita deducibile), devi necessariamente poter dimostrare: a) di aver esperito azione di recupero del credito (es. pignoramento infruttuoso); b) altrimenti, devono risultare elementi oggettivi che quel credito non lo incasserai mai (come la mancanza di patrimonio, la irreperibilità del creditore, sentenze penali per bancarotta o frode); c) infine, puoi tentare la carta della mancata convenienza ad esperire azioni legali nel caso il valore del credito in sofferenza sia contenuto.

A me è capitato di incappare in truffe preordinate, dove l'intestatario dell'impresa è nullatenente (un intestatario fittizio, ovviamente) che si nega al domicilio, e in casi del genere è utile la dichiarazione da parte di un ufficiale pubblico o del legale della condizione di irreperibilità. La differenza rispetto al caso del fallimento è quindi (dal punto di vista del creditore e della deducibilità fiscale) la necessità di procurarsi elementi documentali probanti, niente di più.

Il punto è esattissimo, secondo la nuova legge fallimentare e i paletti elencati da "pollodimare" (avete un consulente per i nick o li scegliete da soli?), a fallire sono pochissimi, anche perchè le grandi aziende hanno poi il decreto Parmalat, quindi fallire è un evento sempre più raro.

Chi fallisce è l'impresa, ma l'amministratore, o il CDA, o il singolo imprenditore, sono poi inseriti in uno speciale elenco dei falliti, ma i sistemi per evitarlo esistono e sono dei più fantasiosi, per cui i truffatori svicolano alla grande, potrei farti esempi di aziende che chiudono, ma sono sempre là con altro nome e soci "puliti", con un gioco continuo e all'infinito.

Poi, come tu scrivi correttamente, i crediti inesigibil per essere dedotti dalle tasse devono seguire la procedura da te esemplificata, io ti faccio due conti:

Credito di € 15.000,00, decreto ingiuntivo, avvocato € 1.500,00 più 6-8 mesi per averlo dal tribunale, poi devono passare 60 gg., se l'ingiuntato non si oppone (e può farlo anche scrivendo che tu gli sei antipatico, per questo non ti paga), devi chiedere l'esecuzione, altri € 1.000,00 di avvocato più altri 6-8 mesi del Tribunale per avere il precetto. Poi non trovi niente, e allora puoi dedurre il credito. Se hai avuto fortuna, sei stato sempre lì addosso all'avvocato e al Tribunale, il furfante di turno non si è mai opposto (secondo la legge italiana lo può fare anche al precetto, in caso di opposizione ci devi mettere altri quattro-cinque anni e altri 3-4.000,00 euro di avvocato) ci metti due anni e 2.500,00-3.000,00 euro di avvocato, oltre a una dose massiccia di maalox.Pensa se poi il credito è minore... Non ti dico poi se il debitore è una PA, il maalox è insufficiente, credo si debba ricorrere a trapianti di milza e pancreas.

Articolo quinto: "chi tiene in mano ha vinto". Oppure " a murì e a pavà c' sta siempre tiempo". Per quest

Non sono esperto di fallimento, però nella sostanza alcune imprese, le più grosse e strutturate,  possono, fortunate loro, fallire, altre no. Men che meno, come mi sembra succeda in Amerika, possono fallire le persone. Ignoro se il fallimento di un'impresa coinvolga SEMPRE anche l'imprenditore, ma nel caso di società di persone o ditte individuali direi che discende dalla loro stessa natura giuridica.

Credo che all'origine di quest'anomalia tutta italiana ci sia il fatto che da noi il fallimento è un concetto 'morale' nei paesi anglosassoni un concetto squisitamente finanziario come mi sembra giusto.

In pratica poi succede che il piccolo imprenditore inguaiato, per poter continuare a vivere, si inguaia sempre di più rifilando 'sole' a destra e manca e sinceramente mi chiedo a chi giovi.

Premetto che non sono espertissimo di fallimento, ma osservo che il NON fallire, non consente di accedere all'istituto dell'esdebitazione, secondo cui una volta chiuso il fallimento, a certe condizoni, non possono più essere proseguite le azioni individuali da parte dei creditori non soddisfatti in sede concorsuale. Con l'esdebitazione quindi, l'imprenditore fallito può "ripartire da capo", ciò che diventa più difficile se non impossibile per il NON fallito (che rimane debitore).

Da imprenditore, ho chiuso gli ultimi 3 bilanci con utili lordi di centinaia di migliaia di euro, puntualmente azzerati da irap e ires. L'irap è tassa odiosa perché è selettiva, discriminatoria, costruita sul presupposto falso che tutti gli imprenditori eludano o evadano la tassazione degli utili. Ma è in generale la pressione fiscale (sull'impresa e sul lavoro) ad essere surreale, pressione che si va aggiungere ai costi sostenuti per essere adempienti alle centinaia di norme più o meno inutili che gravano su un'azienda. Noi operiamo a Roma, e pagare i nostri dipendenti e collaboratori una cifra umana che li metta in condizione non dico di costruirsi un futuro, ma almeno di arrivare a fine mese è sempre più difficile. Questo non perché i soci siano degli imprenditori avidi, né perché l'impresa sia uno scandalo di inefficenza, bensì perché ogni minima risorsa non spesa per produrre viene drenata in un modo o nell'altro dallo Stato. Il nodo centrale è l'esistenza di una pubblica amministrazione elefantiaca e clamorosamente inefficiente. Al di là dei tecnicismi, l'unico segnale concreto da dare alla piccola impresa è una riduzione del carico fiscale generalizzata, lasciando al mercato il compito di stabilire chi è efficiente e merita di sopravvivere. Taglio da compensare con riduzioni del personale nella pubblica amministrazione. Chi racconta che tagliare i costi della PA equivale a tagliare i servizi racconta una balla. I miei uffici sono circondati da edifici ministeriali e alle quattro del pomeriggio c'è il deserto. Che la tassazione possa essere compensata con finanziamenti alle PMI è un'altra balla. Nel Lazio, questi finanziamenti sono erogati solo ad amici e parenti, o a progetti che nascono apposta per sfruttare i finanziamenti stessi. Perdonatemi la semplificazione (e forse superficialità) ma io ho appena firmato un F24 da 850.000 euro e mi sento male. Non ho la barca intestata all'impresa, non ho uno stipendio da favola e un'auto di lusso, non ho visto una lira di utili l'anno scorso (su 10 milioni di fatturato), e l'idea che questi soldi - sudati fino all'ultimo euro - siano in buona parte sprecati mi fa impazzire.

Sottoscrivo quanto leggo sopra, anche se confesso che non capisco ancora perche' l'IRAP sarebbe piu' deprecabile di altri elementi del cuneo fiscale come i contributi INPS o l'IRPEF. Secondo i miei calcoli sul costo totale del lavoro l'INPS incide per il 32% e l'IRPEF+detrazioni+assegni familiari impongono - oltre una modesta quota esente, un'aliquota marginale del ~29%. L'IRAP invece incide solo per il ~4% circa.

Fa piacere comunque trovare qualcuno che giunge a conclusioni molto simili alle mie sul fisco e sul settore pubblico italiano, quello che e' stupefacente in Italia e' che questo sistema oppressivo, inefficiente e fallimentare gode di un consenso praticamente schiacciante tra i sudditi.

L'irap (aliquota 4,75% nel lazio sui bilanci 2007) è odiosa perché discriminante contro:

1) Chi ha molti dipendenti (e pochi precari con partita iva)
2) Chi li paga bene
3) Chi ha spese telefoniche alte per la natura della propria attività
4) Chi ha spese di trasferta elevate per la natura della propria attività
5) Chi paga molti interessi passivi (e dunque è già mezzo strozzato dalle banche)

Quando pago l'inps (l'enpals nel mio caso) ho l'illusione di pagare le pensioni alle persone che lavorano nella mia azienda. Quando pago l'irap, ho la netta sensazione di essere vittima di un arbitrio da parte di uno stato che sceglie selettivamente in quali tasche affondare le mani, e che invece di farmi un monumento a cavallo per aver creato dal nulla un'azienda, in una città (Roma) dove l'impresa media è una barzelletta, mi bastona e mi costringe a sottopagare le persone per arrivare a chiudere - sempre in affanno - un bilancio in pareggio.

Profondamente condivido. L'IRAP è un'imposta folle: solo persone che odiano le imprese e/o non capiscono nulla di come funzionano possono essersi inventate una cosa del genere per raccogliere gettito fiscale.

Parecchi anni fa, quando venne introdotta, provai a scriverci contro sostenendo che, anche solo da un punto di vista tecnico (ossia di "scienza" delle finanze), era una boiata pazzesca che faceva danno alle aziende altamente produttive. Svariati papaveri che insegnavano ed insegnano "scienza" delle finanze nel bel paese mi spiegarono che non avevo capito nulla ed ero solo un "amerikano" un po' ideologico e troppo liberista. Cosa non si fa/dice in Italia per entrare nelle grazie del politicante che fa il ministro di turno, cosa non si fa!

Michele, dove posso leggerlo? Mi sembra molto interessante. Grazie.

Da nessun lato. Provammo/ai, appunto, a scrivere qualcosa a qualche giornale (i soliti: Sole, Corriere, ...) e ricevetti per risposta il silenzio. Da qualche parte, nell'hard drive di qualche vecchio computer (il più probabile: Coral, la Sun work station che avevo allora a Madrid ...) devono esserci un paio di files. Dubito d'essere in grado di rintracciarli; niente di trascendentale, comunque. Banalità, più o meno sulla falsariga di quanto il dibattito in questo thread sta argomentando.

La mia odierna, lo ammetto, in questo caso è solo irritazione personale. Ricordo perfettamente le lezioni di scienza delle finanze che dovetti sopportare in Italia, in varie occasioni, ad opera di personaggi il cui nome preferisco omettere, i quali mi spiegavano, ossequiosi al VV nazionale, quale colpo di genio l'IRAP fosse e come io non m'intendessi di finanza pubblica.

Prima dell'IRAP le imprese pagavano i contributi sanitari, proporzionali al 8-9% al monte salari dei lavoratori dipendenti.  I legislatori di centro-sinistra hanno pensato che quei contributi incentivassero le aziende a ridurre la frazione dei costi della produzione legati al lavoro dipendente e ad aumentare la quota di altre spese (investimenti, automazione) su cui non gravavano contributi sanitari. Quindi, rispetto alla situazione precedente, l'IRAP e' stata definita per favorire, e dovrebbe favorire, l'occupazione in forma di lavoro dipendente e allo stesso tempo dovrebbe sfavorire investimenti in automazione e macchinari.  Probabilmente le "buone intenzioni" dei legislatori di centro-sinistra, funzionali anche a coltivare il proprio parco buoi elettorale, hanno prodotto il danno collaterale di danneggiare il settore produttivo, favorendo imprese a basso valore aggiunto, bassi investimenti per ricerca e innovazione. Tuttavia non credo si possa accusare l'IRAP,  rispetto alla situazione precedente, di aver colpito chi ha molti dipendenti e li paga bene.

Molto probabilmente hai ragione riguardo alla situazione precedente, che non conosco (L'Irap è del '97.. la nostra società è stata fondata nel 2000). Concordo anche sul fatto chel una riduzione (o abolizione) dell'Irap sia solo una delle diverse misure che si potrebbero adottare per dare respiro alle PMI (Nel pacchetto governativo, non ce n'è una che abbia effetti tangibili).

Detto ciò, non voglio sembrare il solito imprenditore "chiagne e fotte" che tira acqua al suo mulino, ma nella mia esperienza personale, l'Irap è davvero un fardello pesante e - di questi tempi - rischia di dare il colpo di grazia a molte imprese. 

 

Quindi, rispetto alla situazione precedente, l'IRAP è stata definita per favorire, e dovrebbe favorire, l'occupazione in forma di lavoro dipendente e allo stesso tempo dovrebbe sfavorire investimenti in automazione e macchinari.

Alberto, fu proprio quello l'errore. Non si determina a base di incentivi/penalità fiscali quale sia la tecnologia (combinazione di capitale e lavoro) che un'impresa deve usare per produrre un dato bene! La combinazione appropriata la sceglie l'imprenditore cercando di massimizzare profitti e confrontandosi con la concorrenza ed i prezzi di mercato dei fattori. Se conviene una certa combinazione K/L si usa quella perché è quella efficiente. Aumentare artificialmente (a mezzo di imposte come l'IRAP) il costo finale di un fattore (il capitale, ma anche il lavoro, fa nessuna differenza) perché vogliamo che l'imprenditore ne usi un altro, fa danno.

Detto altrimenti: se vuoi fare redistribuzione a favore di L e a sfavore di K lo fai redistribuendo DOPO che i redditi sono stati ottenuti, se proprio vuoi redistribuire. Non lo fai alterando artificialmente i prezzi di K e di L, perché questo causa danni di un ordine di grandezza maggiore degli apparenti benefici che si ottengono.

Quindi, rispetto alla situazione precedente, l'IRAP è stata definita per favorire, e dovrebbe favorire, l'occupazione in forma di lavoro dipendente e allo stesso tempo dovrebbe sfavorire investimenti in automazione e macchinari.

Da quanto mi risulta IRAP, contrariamente a quanto indicato, tende a sfavorire le imprese ad alta intensità di manodopera e si configura sostanzialmente come un incremento del costo del lavoro per il datore di lavoro.

Con quale imposta, a parità di gettito ( oltre 30 miliardi di euro) e di localizzazione territoriale, proponi di sostituirla ?

Da quanto mi risulta IRAP, contrariamente a quanto indicato, tende a sfavorire le imprese ad alta intensità di manodopera e si configura sostanzialmente come un incremento del costo del lavoro per il datore di lavoro.

Potresti spiegare con un esempio come dal passaggio da contributi sanitari ad IRAP vengono sfavorite le imprese ad alta intensità di manodopera? Io espongo in cambio un esempio che spiega perche' la penso in maniera opposta alla tua.

L'impresa AIM (alta intensità di manodopera) per esempio un'impresa di pulizie ha spese minime per materiale di consumo, macchinari e ricerca, e praticamente il 100% delle sue spese sono stipendi di lavoratori dipendenti. Prima dell'IRAP i contributi sanitari incidevano sui suoi costi per il 9% del lordo in busta paga (credo) quindi il 9%/133% = 6.75% del totale dei costi, in prima approssimazione.

L'impresa BIM (bassa intensita di manodopera) spende invece molto in automazione, macchinari, computer, consumi di elettricita', i suoi costi solo al 50% costi di personale e al 50% consumi e investimenti.

Prima dell'IRAP, la tassa principale erano contributi sanitari per il 9% del lordo in busta paga (credo) quindi il 9%/133% = 6.75% del costo totale del lavoro:

  • l'impresa AIM pagava in tasse il 6.76% del suoi costi (dominati dagli stipendi del personale)
  • l'impresa BIM pagava in tasse il 3.38% del suoi costi (solo al 50% di personale)

L'IRAP invece e' una tassa con aliquota inferiore (~4%) che incide sostanzialmente sul fatturato dell'impresa, cioe' sul totale delle entrate, che in condizioni di mercato sono uguali ai costi piu' profitti dell'ordine del 5-10%. Stimando fatturato = base imponibile IRAP = totale dei costi, con l'IRAP:

  • l'impresa AIM paghera' il 4% dei suoi costi, cioe' meno che in passato
  • l'impresa BIM paghera' il 4% dei suoi costi, cioe' piu' che in passato

Quindi io concludo che - rispetto alla situazione precedente - l'IRAP favorisce le imprese ad alta intensita' di manodopera e scarse spese per macchinari e consumi e sfavorisce le imprese dove vi sono piu' spese per macchinari e consumi, presumibilmente quindi le imprese piu' redditizie e avanzate.

Con quale imposta, a parità di gettito ( oltre 30 miliardi di euro) e di localizzazione territoriale, proponi di sostituirla ?

Personalmente ritornerei ai contributi sanitari proporzionali al costo del lavoro. In sostanza l'IRAP e' una tassa per finanziare le spese sanitarie, che riguardano le persone e non i macchinari o i consumi. E' corretto secondo me che le imprese paghino i costi quanto piu' possibile totali della manodopera impiegata, che include quindi salari, spese sanitarie e previdenza. Quando ogni fattore della produzione viene pagato il suo costo reale integrale, il mercato dovrebbe - almeno in teoria - assicurare che le imprese ottimizzino quale frazione di costi impiegare per il personale, a seconda del settore produttivo.

 

 

    Se non ho capito male, l'imponibile irap e' dato - grosso modo - dal totale dei ricavi meno i costi per fattori diversi dal lavoro. Correggetemi se sbaglio (nel qual caso cio' che dico sotto non vale piu'). 

    Per semplicita', seguo l'esempio di Michele con due fattori, capitale e lavoro. L'irap riduce il valore di quanto una unita' di capitale in piu' produce nella stessa proporzione del suo costo: irap al 4% significa che il 4% di [ricavi - costo totale capitale] se ne va in tasse. Questo vuol dire che 1) se non uso capitale, pago il 4% dei ricavi in tasse, 2) il margine di scelta del capitale non e' intaccato.

    Per il lavoro, e' diverso: il valore marginale di un lavoratore in piu' e' il 96% di quanto non fosse prima, mentre il costo marginale e' sempre lo stesso. Quindi, il prezzo relativo del lavoro rispetto al capitale dovrebbe essere - nella sostanza - piu' alto. 

    In questo senso, tutte le imprese vedono un cambiamento dei prezzi relativi dei fattori, ma questo cambiamento e' quantitativamente molto forte per imprese che usano molto lavoro e poco capitale.

    I produttori spingeranno - potendolo, siamo pur sempre in Italia - la quantita' di lavoro verso il basso, in proporzione a quanto e' possibile, da un punto di vista tecnologico, la sostituzione con capitale. Se la sostituzione e' bassa o nulla, l'unica cosa da fare e' ridurre la scala di produzione. Altrimenti, si cambia la composizione degli input, e/o si cercano tecnologie labor-savings.

    Chiedo opinioni su questo ragionamento, e' un po' tardi mentre lo scrivo.

 

 

    Alberto, scusa (e scusate tutti), devo fare ammenda. Cercando di usare un paio di numeri per confrontare i due regimi, mi sono accorto che il mio discorso vale esattamente nel caso sbagliato, e cioe' se l'IRAP fosse deducibile dall'imponibile IRES. Ma tutta la questione ruota proprio intorno al fatto che non lo e'.

    Quindi chiedo venia, mi correggo, e approfitto per un discorso un pochino piu' ampio, se vogliamo rispondere alla domanda: l'irap svantaggia o no le imprese ad alta intensita' di lavoro?

    Il post e' un po' lungo, quindi anticipo che sono parzialmente d'accordo con te. Mi discosto dal fatto che ritengo importante, quando si passa da un regime all'altro, considerare che le scelte delle imprese cambiano. Alla fine, la mia risposta e' abbastanza ovvia: dipende dall'intensita' relativa con cui si usano i diversi fattori, e le diverse aliquote (ires compresa) sono importanti nel determinare il risultato.

    Ci sono credo due ordini di considerazioni, una che riguarda la sostituzione tra fattori di produzione diversi, ed uno che riguarda direttamente il livello di profitti conseguente. 

    Il primo punto e' quello che cercavo di fare prima.

    Nel regime precedente, i contributi sanitari fanno semplicemente salire il costo del lavoro rispetto ad altri fattori, e quindi le imprese tendono a sostituire il primo con combinazioni dei secondi.

    Mentre il margine di scelta del capitale non e' intaccato, il margine di scelta del lavoro invece lo e', ed in un modo leggermente piu' complicato di quanto ho scritto sopra. Infatti, i ricavi di un lavoratore in piu' sono imponibili ad entrambi i fini, ma dal punto di vista irap questo costo non esiste: sono tutti "profitti". Credo che questo sia cio' che si intende quando diciamo che l'irap "svantaggia" chi ha molta manodopera. 

    Se cio' che si paga per l'irap non e' deducibile, aliquota irap e ires "interagiscono". Mentre nel primo regime (fatemelo chiamare regime ilor) una unita' di lavoro costa come (1+0.09)*w/r unita' di capitale ( r e w essendo il prezzo di capitale e lavoro), nel regime irap costa come (w/r) * (1-ires)/(1- ires - irap) unita' di capitale. Se le imprese siano piu' o meno forzate - rispetto a prima - a sostituire lavoro con capitale dipende dalla grandezza relativa delle imposte. Con i numeri di ora, ires =0.3 (circa?), irap = 0.04, quindi il secondo regime alza il prezzo del lavoro del 6%, mentre il primo lo alzava del 9%. Nel passaggio dal primo al secondo regime, il prezzo relativo del lavoro dovrebbe essere piu' basso, a parita' di altre condizioni. Le imprese dovrebbero voler richiedere piu' lavoro e meno capitale, nel passaggio da un sistema ad un altro. Se non ho capito male, tu confronti due imprese che non cambiano le loro combinazioni produttive nel passaggio. 

    La seconda cosa su cui vorrei soffermarmi e' che, cambiando il prezzo relativo del lavoro, non solo si modifica la combinazione ottima di fattori, ma anche la scala stessa di produzione. Quindi non possiamo tenere fermi i ricavi, e percio' non possiamo confrontare solo quanto si paga in imposte, rispetto a prima, per capire chi perde.

    Ho provato a fare due conti, con ipotesi semplici. Vi riporto brevemente cosa ho imparato chiedendomi se una stessa impresa ha piu' profitti con il regime irap o ilor, in funzione della intensita' di capitale/lavoro della sua funzione di produzione. Ho ipotizzato rendimenti decrescenti - altrimenti niente profitti - e una funzione (cobb-douglas) dove con k unita' di capitale ed l di lavoro ottieni k^a * l^b unita' di output (a>0,b>0,a+b<1) valutate ad un prezzo p. Il resto delle ipotesi sulla tassazione e' come ho appreso nel dibattito (irap non deducibile in un caso, contributi sanitari deducibili nell'altro, piu' ires).

    Risolvendo il problema di massimizzazione dell'impresa, si possono vedere i profitti totali come 1) profitti per unita' di capitale, 2) moltiplicati per il totale delle unita' di capitale usate.

1) Con il regime irap, il profitto per unita' di capitale e' sempre minore che non nel regime ilor: questo e' normale, credo, visto che nel regime ilor il capitale viene tassato solo via ires.

2) Quante sono le unita' di capitale usate nei due casi determina quindi il risultato. Nel passare da un regime all'altro, cambia il prezzo relativo del lavoro, quindi cambiano i costi unitari di produzione, e quindi cambia la scala ottima dell'attivita'. Se l'impresa ha una intensita' di manodopera vicino a zero, questi aggiustamenti sono piccoli, e il regime irap tende ad avere risultati peggiori: questo e' il tuo caso BIM. Via via che l'intensita' di manodopera cresce due effetti contrastanti si verificano: I) l'effetto sulla scala diventa sempre piu' importante, e quindi anche le differenze nei livelli ottimi di capitale sono amplificate  II) il capitale diventa sempre meno importante, e quindi l'effetto (1), "profitto per unita' di capitale" tende a dominare; in particolare, in imprese che hanno quasi solo manodopera (il tuo caso AIM), il regime IRAP dovrebbe essere migliore.

    Se si perde o no e' quindi una questione di valori. Ho usato i grossolani numeri di prima per le aliquote, e ho costruito le combinazioni di a e b che rendono il passaggio all'irap sconveniente, nel senso di minori profitti. La figura e' questa.

irap

 

Ho trascurato molte cose. Ogni discorso (il mio, quello di Alberto, e i casi individuali qui descritti), e' sempre cosi. Sarei particolarmente attento a considerare che ci sono casi in cui e molto semplice, e casi in cui e' molto difficile sostiture fattori, per considerazioni propriamente tecnologiche; e anche al fatto che nel passaggio tra i due regimi, la domanda di lavoro cambia per tutte le imprese, cosicche' anche i salari stessi (w) cambiano. Ma spero di aver risposto un po' meglio.

 

 

Cerco di portare il mio piccolo contributo alla discussione da semplice cittadino contribuente , basandomi sostanzialmente sull’ esperienza di compilazione della propria dichiarazione dei redditi e su qualche interessante documento reperito su Internet, in particolare questo.

PREMESSA

Da Wikipedia: l’ IRAP, istituita nel 1997 a valere nel 1998,  ha sostituito ILOR, Contributo Servizio  Sanitario Nazionale, imposta sul reddito d’ impresa netto, ICIAP e altre piccole tasse.

Da un confronto sui gettiti corrispondenti ( IRAP è pari a circa 35 miliardi di euro nel 2005, mentre  nel 1998 fu di circa 52.000 miliardi di lire)  le principali, per gettito,  imposte sostituite furono ILOR  e CSSN ( rispettivamente circa 22.000 miliardi di lire e 55.000 miliardi di lire nel 1996).

ILOR veniva calcolata con un aliquota del 16,2 sui redditi di impresa, di capitale, ecc.

CSSN veniva pagata con aliquota media del 6,76 sui redditi da lavoro lordi  ( se la retribuzione lorda è 100, il costo del lavoro sarà circa 140 %, senza il CSSN pari a 6,76, in tutto 146,76%).

ILOR e CSSN venivano dedotti dall’ imponibile IRPEG.

IRAP si paga con un aliquota del 3,9 ( 4,25 fino al 2007) sulla differenza tra ricavi e costi , dove nei costi non sono compresi il costo del lavoro e gli interessi di leasing ( da qui l’ affermazione che l’ IRAP viene  pagata  sostanzialmente sul costo del lavoro).  IRAP al momento non è deducibile da imponibile IRPEG, quindi nel confronto fra i gettiti tra IRAP e imposte dismesse occorre tenere presente che con IRAP  l’ IRPEG è aumentata.

ESEMPIO

L’ esempio riportato nel commento di Alberto Lusiani non mi sembra corretto perché non tiene conto del fatto che IRAP si paga solo sul valore aggiunto e non sul fatturato e inoltre con IRAP viene cessata ILOR. Con queste correzioni  e  ipotizzando per AIM su un fatturato di 100, un costo del lavoro di 90 e un risultato ante imposte  intorno al 10 % senza altri costi, abbiamo in prima approssimazione che ( CSSN*90+ ILOR*10+IRPEG*10)  AIM pagava intorno al 9,6% di imposte (IRPEG, CSSN, ILOR) ante IRAP e circa 8 % post IRAP.

Ipotizzando per BIM su un fatturato di 100 un risultato ante imposte di 10 e un costo del lavoro di 50 con altri costi pari a 40 abbiamo che  BIM passa da circa 7,8 % a circa 6,3% con una significativa riduzione dell’ imposizione .

In conclusione l’ IRAP ha portato una riduzione significativa della pressione fiscale sulle imprese ( calcolata intorno ai 10 punti percentuali per i casi reali medi) e ha mantenuto un forte impatto sul costo del lavoro, penalizzando le imprese ad alta intensità di manodopera ( pagano più imposte rispetto alle imprese a bassa intensità di manodopera a parità di profitti e fatturato).

 

I casi di scuola citati vanno molto bene per le grandi imprese e per le grandi Spa, lì forse l'IRAP ha avuto un impatto addirittura negativo, ma qui parliamo di PMI, dove i profitti servono a mantenere l'imprenditore e gli investimenti, e molte volte i profitti non ci sono, o sono minimi, ILOR, IRPEG, si pagavano sui profitti, l'IRAP la paghi anche se sei in perdita (nella stragrande maggioranza dei casi, se hai IRAP negativa non credo che il tuo problema sia la tassa, ma quale procuratore fallimentare scegliere).

Ancora: noi PMI siamo alla ricerca continua di incrementi di produttività a parità di fattore lavoro (è quello che ci tiene a galla), se il costo del lavoro è indeducibile dalla base IRAP tutti gli incrementi di produttività se ne vanno in imponibile IRAP. Con il 6,7 % di C.S.S.N. mantenendo la base occupazionale potevo anche pensare a dei premi di produzione, oggi non ho alcun incentivo.

Le PMI quando devono acquistare dei macchinari si rivolgono al leasing per una serie di ragioni, l'elenco è lungo, il costo del leasing non è detraibile dall'imponibile IRAP, ho una tassa sull'innovazione e sul ricambio dei macchinari, quindi spremo fino al midollo i vecchi. Continuo ? O pensate che l'IRAP ci dà fastidio perchè siamo ingordi ? La verità è che in tempi di crisi, pagare tasse  a prescindere è irritante.

IRAP si paga con un aliquota del 3,9 ( 4,25 fino al 2007) sulla differenza tra ricavi e costi , dove nei costi non sono compresi il costo del lavoro e gli interessi di leasing ( da qui l’ affermazione che l’ IRAP viene  pagata  sostanzialmente sul costo del lavoro).

Grazie per questo intervento che corregge una mia effettivamente errata percezione dell'IRAP. Se l'IRAP consente di detrarre i costi diversi dal lavoro e dal leasing, allora effettivamente le imprese a bassa intensita' di manodopera sono favorite in generale.  In rapporto a prima quando c'erano i contributi sanitari mi e' piu' difficile capire anche perche' ora non ho tempo, ma ci guardero'.

Alberto, io non saprei dire se la situazione ante-IRAP fosse generalmente migliore o peggiore, anche perché i conti andrebbero fatti comparando casi differenti per settore, dimensione, intensità di manodopera, localizzazione, patrimonializzazione, caratteristiche finanziarie, tipologie d'investimento .......... e tenendo anche conto del fatto che i contributi sanitari erano deducibili e questo balzello non lo è.

A buon senso – ne convengo, non è una misura matematica – l'impressione è che vi sia stato uno spostamento d'imposizione da attività finanziarie e commerciali ad attività produttive (a causa del diverso rapporto fatturato/addetto) e da grandi a piccole aziende (a causa della differenza di costo del debito). Basta questo per una valutazione negativa.

Inoltre, la sostituzione di una sola imposta alle sette precedenti è certamente un'operazione di semplificazione ma, a prescindere dalla distorsione introdotta - correttamente spiegata da Michele - tale modifica è avvenuta ponendosi come obiettivo l'invarianza di gettito, in un mondo che si muove, invece, nella direzione di ridurre alle imprese i costi non direttamente legati alla produzione, per massimizzarne la competitività e puntare così allo sviluppo ed alla creazione di ricchezza, anche sotto forma di posti di lavoro.

Ciò che conta di più, al fine di spiegare l'avversione imprenditoriale per l'orrenda creatura viscana, è quindi il fatto che si tratta di una manovra che dà la massima evidenza alla considerazione delle aziende come puri limoni da spremere, con una dichiarazione de facto che si debba pagare il pizzo per la pura esistenza (a qualcuno ricorda un certo tipo di sistema di potere “alternativo”?): si è sfruttata politicamente la fortissima richiesta di semplificazione per dichiarare di aver favorito le imprese, ma avendo come fine il gettito fiscale sull'esistente anziché l'attivazione di condizioni adatte alla creazione di nuove attività che generano ricchezza. Questo, in realtà, è il peccato originale della sinistra italiana (e, in buona parte, anche della destra statal-centralista), cioè l'incapacità culturale di puntare allo sviluppo, la totale estraneità al concetto di mercato che l'impostazione della politica fiscale dimostra.

 

L'IRAP, quando fu introdotta (il ragionamento vale anche oggi ma mi sembra meno attuale) negli anni '90, aveva anche un vantaggio prospettico rispetto ai contributi sanitari: trasferiva una parte consistente del finanziamento del SSN dai lavoratori alla cd "fiscalità generale", anche se l'imposta di alla fine grava sulle imprese. Questo avrebbe potuto/può consentire in un secondo momento di introdurre l'assistenza sanitaria indiretta a partire da una certa soglia di reddito personale/famigliare in su. Assistenza sanitaria indiretta dovrebbe significare (più o meno) che viene garantito il ricovero ospedaliero ma non l'assitenza medica generica e quella specialistica (visite mediche, medicinali e prestazioni ambulatoriali). Tutto ciò era coerente con l'introduzione dei ticket sanitari (erano stati progettati anche quelli sui ricoveri ospedalieri). Poi hanno fatto marcia indietro.

Benvenuto a Chardon, un imprenditore, mi sento meno solo in questo blog (anche se DF, in arte Francesco Bocchini era già un eccellente compagnia).

Non descriverò ulteriormente gli effetti perversi dell'IRAP sulle PMI, perchè non è il mio mestiere, anche io pago gli F24, non così elevatiin valore assoluto,ma in Campania l'aliquota è il 5,25%, i servizi li conoscete, non dico altro.

Quello che mi fa arrabbiare è la dizione "invarianza di gettito" che fu adottata da VV. Guardatevi le cifre dell'IRAP e vedrete l'"invarianza di gettito" in quale posto ci è andato. l'ILOR non si pagava su utili non conseguiti, l'IRAP la paghi e basta. I contributi sanitari erano sui lavoratori dipendenti, e anche i co.co., ma se investivi in macchinari non dovevi nulla (alla faccia della modernizzazione). Potrei continuare dicendo che adesso è una tassa "federalista", per cui alcune regioni la attenuano, altre la incrementano (la Campania in primis).

Sul come risparmiare 30 mld di euro non posso dire nulla (siete sicuri ? non ho controllato, ma 30 mld di euro mi sembrano pochini conoscendo le mire di VV), anzi non voglio dire nulla, ma credo che già eliminando i trasferimenti nord-sud si risparmi la metà di quella cifra. Ma toglietemi l'IRAP !

Concludo dicendo che aiuterebbe molto le PMI (almeno quelle della mia zona) la razionalizzazione dell'assetto urbanistico delle zone ASI, mi spiego: a nessuno (a me almeno) piace vedere una distesa di capannoni, ma allo stato attuale ogni comune crea o può creare una zona ASI in cui arrivano i soliti noti, comprano il terreno e te lo vogliono vendere a prezzi incredibili, poi il capannone se lo vuoi solo da 2.000 mq., non divisibile (occorerebbe una nuova licenza edilizia, tre anni e 100.000 euro di mazzette), mentre sia la mia, sia molte altre piccole e medie aziende troveremmo conveniente avere capannoni da 500-800-1000 mq, con la possibilità di stare vicini e fare "distretto".

Ma in Campania è impossibile, abbiamo mosso Confindustria, API, altre associazioni imprenditoriali, ma niente, se volete, fiumi di denaro con pseudo progetti imprenditoriali (servono a quello che afferma Chardon), ma avere cose del genere no ! E se chiedete al vs. comune un'area per costruire un capannone (magari vi volete ingrandire...) vi ridono pure in faccia e vi dicono:dottore, ma chi glielo fa fare ? Eppure succesi come il CIS di Nola, e l'Interporto di Nola dovrebbero insegnare qualcosa alla politica...Scusate lo sfogo, e Buon Natale a NFA, lettori e redattori.

Cari DoktFranz, Marco, Ferdinando Monte e Chardon:

perché non vi parlate e ci fate un pezzo "tecnico" sulla questione IRAP, dal punto di vista delle PMI? Ho letto i vostri commenti, molto interessanti. Qualcosa ho capito, ma ho capito soprattutto di saperne ben poco. Quindi, vorrei capire meglio. Se ne avete la voglia, fatecelo sapere e (visto che abbiamo i vostri indirizzi di email) vi mettiamo in contatto noi nel caso non vi fosse possibile farlo indipendentemente. Imparare non fa mai danno e far collaborare persone diverse ma capaci ed interessate è una delle cose utili che possiamo fare con questo blog. Grazie mille. m

P.S. Se ve ne sono altri, di PMI-imprenditori che leggono e sono interessati, fatecelo sapere.

Mah, io dal mio infinitesimo sono anche disponibile, ma credo che un qualunque commercialista sia in grado di documentare gli effetti perversi dell'IRAP, credo che la cosa interessante possa essere documentare in maniera efficiente che non c'è stata nè la mitica "invarianza di gettito", nè la neutralizzazione sulle imprese, siano esse ad alta intensità di manodopera, sia ad alta intensità di capitale (se esistessero, DF ha già detto che noi ricorriamo in grandissima parte al leasing, per cui...).

Aggiungo che la ritengo una sfida interessante, forse al di sopra delle mie capacità, ma se riuscissimo a farci capire, una volta tanto, ne sarebbe valsa la pena.

Michele, lo sai, io non sono un tributarista (del resto, ce n'è già uno nelle vesti di plenipotenziario del re, che basta e avanza ......)

Lo dico perché la complessità della normativa italiota (ogni assonanza con il termine "idiota" è puramente voluta .....), fatta di commi e paragrafi, casi particolari, distinguo e rimandi, eccezioni delle eccezioni e tutto quello che ti può venire in mente per complicare la vita al contribuente e consentire alle "autorità (in)competenti" quella discrezionalità che garantisce potere e prebende, richiede una specifica ed approfondita preparazione per realizzare un'analisi completa.

Tale complessità generale produce anche un risultato collaterale per nulla trascurabile, nel senso che i singoli casi sono tanti e differenti che a me non pare possibile dichiarare un miglioramento od un peggioramento "medio" (come chiede, comprensibilmente ma inutilmente, Alberto Lusiani al quale mi dispiace moltissimo non riuscire, perciò, a rispondere in termini matematici).

Tuttavia, anche in considerazione del fatto - conseguenza diretta di quanto ho appena detto - che il problema non stia nel confronto tra un "prima" ed un "dopo", ma piuttosto nella visione del mondo che porta ad istituire un'imposta di questo genere, ci si può provare, benché senza certezze né sui tempi e neppure di pervenire ad un risultato soddisfacente ..... :-)

Mal che vada, è sempre una nuova sfida (ed a me, guarda un po', piacciono le sfide ....) e comporta pure il piacevole effetto di aprire un dialogo più approfondito con persone degne di stima: quindi, Michele, dai pure la mia e-mail a Marco Esposito ed a chi altri abbia voglia di collaborare.

E, come si dice da queste parti (italian version), "buona fine e buon principio" ...... :-)

Anche io non sono un tributarista, mi piace la sfida (altrimenti farei altro-).), mi interessa molto dimostrare gli effetti perversi del sistema di tassazione all'italiana, per cui l'IRAP non è una tassa sul lavoro, ma una vera e propria tassa sul fatturato, il quale è mantenuto (talvolta) artificiosamente alto dagli studi di settore, indici di normalità e quant'altro si sono inventati i vari legislatori, creando un intreccio perverso assolutamente contrario alle PMI (alla faccia di chi dice di volerle favorire).

Se interessa, ho variato il mio indirizzo email, fornendo il mio indirizzo aziendale, così da poter essere eventualmente più rapidi, oltre che always wired.

Ragazzi (si fa per dire, ma visto che io sono di certo il più vecchio me lo posso permettere! :-)) in parte scherzavo. No, non scherzavo, ma era un'idea buttata lì. Mettiamola così: io troverei interessante se un gruppo di piccoli imprenditori da varie parti del paese (requisito che mi sembrate soddisfare) potesse dare un'idea delle politiche CONDIVISE di cui la PMI ha bisogno. Non volevo concentrarmi su IRAP ed altre sigle fiscali varie, il fisco è solo una parte del problema, ovviamente. La mia idea era di costruire una piccola rete di "PMI-nFA ... gente che fa e pensa pure a quello che sarebbe da farsi" :-)

Ripeto, era un invito a coordinarvi fra di voi ed usare nFA come "altoparlante" e, magari, noi redattori come impietosi critici/referees delle idee. Visto l'andazzo nazionale, sono profondamente convinto che sia più facile che escano idee intelligenti ed utili da piccoli gruppi di gente che "fa", come siete voi e siamo in parte anche noi, che da quella cosa indefinibile (per mancanza d'aggettivi adeguati) che è la politica romana. Ripeto, era solo un'idea e capisco perfettamente che coloro che "fanno" abbiano ben poco tempo a disposizione! Prova ne sia che io non riesco a scrivere da settimane nemmeno qui su nFA e gli altri non mi sembrano far meglio! Troppe cose, come sempre.

Per adesso godiamoci il capodanno ed un po' di relax. Se siete interessati scriveteci (redattori@noisefromamerika.org) e vi mettiamo in contatto. Ciao a tutti. m

Aprezzo l'invito, ma non so se potrei esservi utile. Pur avendo due rudimenti di economia, cerco di occuparmi del mio business più che dei tecnicismi fiscali.. ho rinunciato da tempo a capirci qualcosa, delegando a uno stuolo di dipendenti amministrativi e consulenti il compito di districarsi nella matassa. Insomma guardo la bottom line, e una delle ultime e più dolorose righe del bilancio è - appunto - l'Irap
Tra l'altro la nostra impresa si occupa di audiovisivi, ed è un settore un po' particolare.

Detto ciò qualche idea su possibili politiche condivise, a partire - appunto - da un disperato bisogno di semplificazione normativa, ce l'ho.

l' unio modo di risolvere il problema è tramite divisione dell'italia ( cosa che sta surrettiziamente avvenendo perchè le imprese che possono fuggono all'est), quelle che rimangono sono inchiappettate per foraggiare fiat e porcate varie.

Dallo Stato, inteso come burocrazia politica, le PMI saranno sempre i poveri scemi che pagano. Saluti.

letto chardon  rimango idea bisogna abolire lo stato.

E' stata pubblicata la direttiva in materia di Osservatori del Credito previsto dal decreto anticrisi (ora L. 2/09). Costituiti presso le prefetture, essi dovrebbero monitorare il finanziamento delle imprese e delle famiglie da parte delle banche quotate (i cui Tremonti bonds vengono sottoscritti dallo Stato). Il documento è visibile sul sito del Ministero dell'Interno italiano. Mi sbaglio o sembra una direttiva sovietizzante? 

Riporto i termini della discussione:

Michele ha avviato la discussione su FB scrivendo

Domanda: a cosa servono gli aiuti, incentivi e sussidi alle imprese?
A questo.

con riferimento a questo articolo

Dopo vari scambi giusepper ha rilevato

Ok, già più chiaro. Ultimo dubbio:
quell'anno li avevano fatto una perdita della madonna, compensata completamente da quei 45 milioni di rivalutazione degli immobili.
Se fai una perdita non sufficiente a farti chiudere, te la porti a creditonegli anni successivi. Loro hanno annullato questa perdita e quindi anche il credito conseguente, o sbaglio?

Magari ci hanno guadagnato, ma magari anche no.

Magari si sono solo salvati il culo da una botta che in un mercato libero da interventi statali avrebbe dovuto farli chiudere...o fargli vendere davvero le proprietà, in un momento in cui il loro prezzo era depresso, perdendoci una vagonata di soldi, ma non mi è così ovvio che lo stato ci abbia perso soldi di tasse.

E' intervenuto anche franco

olevo intervenire qualche ora fa, ma non ne avevo il tempo.
Ora, la discussione è proseguita - grazie Beppe, hai già detto più o meno quel che volevo dire io, con grande pazienza e pragmatismo - e non ho moltissimo da aggiungere.
Suggerisco solo di rileggere il mio primo articolo per noise, scritto all'epoca della promulgazione di quella norma, che ne parla (tra le altre cose):
http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1251

C'è, però, una cosa che devo dire: trovo davvero una tragedia che la stampa italiana cerchi esclusivamente argomenti per attaccare il nemico di turno, scrivendo spesso imprecisioni e vere frottole: nel caso in esame, il pezzo de "Il Fatto" - non stranamente - arriva persino a sostenere che la rivalutazione sarebbe a titolo gratuito, il che mostra una grave incompetenza e/o il totale spregio dei fatti, nel chiaro tentativo di rincarar la dose il più possibile. Del resto, fa bene - dal distorto punto di vista dell'autore - perchè ottiene l'effetto voluto: suscitare indignazione.
Pensate, riesce anche a far fessi intellettuali di pregio come Michele, la cui dichiarata speranza nella caduta del "tiranno" fa sì che non leggano attentamente prima di condividere e commentare .... :-)

La mia posizione è ripilogata come seguente

L'idea che il provvedimento costituisca un sussidio è una lettura di Michele, che io condivido.

La possibilità straordinaria di aggiornare i valori (perché esistono ovviamente casi ordinari in cui puoi farlo),secondo me, è un beneficio concesso in forma non monetaria.Il valore del sussidio per l'imprenditore è dato dal costo-opportunità dei soldi che non è costretto a versare direttamente. Questo prescinde da qualsiasi rilievo di tipo fiscale.

Ho ragionato come segue: 
1-il bilancio di alcune imprese aveva un rapporto tra capitale proprio e crediti quanto meno sospetto (per via dell'incentivo fiscale etc) 
2-questo incideva sul merito di credito non perché Basilea II sia burocrazia fritta, ma perché una banca razionale dovrebbe tenere conto delle garanzie quando eroga (non è un business angel o venture capitale che guarda solo al business plan e che comunque entra nell'equity e non nel debito)
3-Finché le imprese potevano ottenere credito a prescindere dalle garanzie e detrarre gli interessi hanno potuto vivere mettendo a rischio poco capitale proprio (aspetto rilevante in caso di fallimento) lascia stare che poi l'imprenditore magari metteva i soldi come finanziamento soci, in ogni caso la struttura finanziaria se non squilibrata era quantomeno non trasparente (capitale travestito da credito)
4-Giuridicamente il giorno che decidi di rendere la struttura finanziarie della tua impresa più trasparente perché altrimenti la banca chiude i rubinetti o aggiungi capitale (che metti a rischio) o, se puoi, rivaluti delle poste contabilizzate in modo non più realistico
5- la rivalutazione comporta che una cosa che hai comprato (o comunque iscritto a bilancio) a 10 la puoi contabilizzare a 10+x vero che finché non la vendi materialmente non hai incassato nulla però intanto x invece di doverlo mettere di tasca lo puoi ottenere "aggiornando i valori".
6-Venendo alla questione fiscale se la rivalutazione ha un costo per l'impresa inferiore all'aliquota che pagherebbe vendento hai due effetiti
6-1 Un effetto temporale per cui paghi subito delle tasse che avresti potuto non pagare mai (magari parliamo della sede dell'impresa che non venderai mai) come rilevato da Giuseppe 
6-2 Un effetto bonus fiscale per il quale se e quando venderai, una parte del ricavato sarà soggetto ad imposizione separata e agevolate (io credo che Moratti qualcosa potrebbe dismettere, non credo siano tutti asset strumentali, anzi, ma quella è un altra storia

In ultima analisi:
->un beneficio, mediante costo opportunità di non mettere a rischio soldi freschi ce l'hai
->si verifica una sanatoria di una anomalia pregressa e il costo della sanatoria grava in parte sull'impresa in parte no, quanto sia corrotto non saprei (credo sia impossibile valutarlo)
->però, come nei condoni, penso che la responsabilità dell'anomalia vada condivisa tra lo stato che male incentivava e le imprese che legittimamente e razionalmente ne hanno approfittato: che dovrebbero dire di quelle imprese che hanno sempre avuto un livello di capitalizzazione adeguato sostenendone i costi? Cornuti e mazziati?

Mi pare confermato il giudizio di michele sui sussidi: sono pensati per aiutare le imprese in difficolta e al contempo sanare un anomalia pregressa, ma qualcuno che ha un'immobiliare piena di beni non strumentali può, legalmente e leggittimamente, usare la norma per risparmiare le tasse sulla plusvalenza (di sicuro lo ha fatto la moratti in parte perchè almento in una casa ci vive e non la usa per produrre)

Chi vuole può aggiungere commenti qui invece che sulla bacheca di Michele ;)

 

incollo

Lascio rispondere a Franco Bocchini, ma faccio solo un paio di osservazioni-lampo:
2) prova a chiedere un prestito senza garanzie: ti devi giocare la casa, se ce l'hai. Dubito esista una PMI italiana di quelle "sottocapitalizzate" che ha dei prestiti senza la "firma" dei soci.
3) vale il punto 2 (le garanzie le chiedono eccome) e poi c'è l'aspetto notarile: quando ho fatto l'aumento di capitale nel 2009, il preventivo migliore che ho avuto è stato di 2500 euro per un aumento di 35.000.
Secondo te saremmo dei bravi manager se, potendo scegliere fra a) finanziamento soci (che consente anche di superare eventuali impossibilità di qualche socio di contribuire immediatamente con la cifra che gli competerebbe), b) aumento delle riserve in "conto capitale" (che le congela a scopo di aumento, ma senza la necessità di andare dal notaio) e c) aumento di capitale in senso proprio (con un pagamento di circa il 7% tra tasse e spese notarili), scegliessimo c)?

Il punto 2) non fa che confermare la differenza tra gente onesta e i furbi.

Ti posso assicurare per esperienza diretta che i bilanci delle banche italiane sono pieni di crediti (incagliati o in sofferenza o finti in bonis) erogati alla cazzo. Quando c'era discrezionalità maggiore sono state fatte molte porcherie e molte "imprudenze" e non solo al sud.

Visto che parliamo tra persone concrete andrei alla sostanza:

 

  1. Sui balzelli medioevali dei notai sfondi una porta aperta
  2. Sul fatto che il sistema fiscale sia astruso e distorto non si può che essere d'accordo

Però, sai meglio di me che c'è una sostanziale differenza tra capitale proprio e capitale di credito. Ti assicuro che quotidianmente vedo milioni di euro delle banche italiane finire al gabinetto (sofferenze in gran parte sfumate definitivamente in perdita) per n motivi e uno di questi è la struttura finanziaria squilibrata che il finanziatore paga fino all'ultimo centesimo al momento del default.

Si però, Massimo, non puoi continuare a dirmi "E' vero, ci sono le distorsioni, i notai per ste cose non servono e costano troppo, gli incentivi sono perversi..." e poi concludere che il problema è comunque l'imprenditore che non capitalizza abbastanza di suo.

Io ti ho posto una domanda precisa e concreta, che è la stessa domanda che si pongono milioni di piccoli imprenditori italiani: se vuoi aumentare il capitale, in Italia, devi andare da un notaio, anche se non fai alcuna variazione dell'oggetto sociale o altre "robe" delicate sulle quali Sabino Patruno potrebbe dare valida assistenza; ebbene, molli 2500 euro ogni volta che vuoi aumentare quella stupida voce di bilancio che si chiama capitale sociale? Tra l'altro, 2500 su 35.000 euro. Con situazioni diverse anche le parcelle sono diverse.

Non ti pare che sarebbe un bel deficiente un imprenditore che, nel mezzo della peggiore crisi economica degli ultimi 80 anni, regala 2500 euro al notaio invece che fare un semplicissimo finanziamento soci?

Io capisco che a forza di ripetere una cosa alla fine diventa vera e quindi che noi imprenditori italiani siamo stupidi, poco innovativi, col braccino corto, che preferiamo investire nel mattone piuttosto che nei torni o nelle sedi commerciali estere..."verità incontestabili". Ok. Va bene. Io e qualche milione di colleghi (perché è troppo comodo dire "Non prenderla sul personale": le mele marce ci sono dappertutto, ma non credo di essere un genio o un martire. Sono anch'io un piccolo imprenditore come tanti altri.) siamo degli avidi sfruttatori della tetta statale e solitamente non abbiamo neanche tanta fantasia, contrariamente agli idraulici di Berlino che come aggiustano i tubi loro, non lo fa nessuno.

Detto tutto questo, tu, o chiunque altro qui, come risponderebbe alla mia domanda?

Il problema è semplicissimo e molto ben definito. La ditta ha bisogno di soldi "veri" per pagare dipendenti e fornitori e i soci hanno solo 35000 euro disponibili e decidono di darli all'azienda.

Il semplice finanziamento soci richiede solo un bonifico e null'altro e la società ottiene 35000 euro da spendere (scelta A).
(Non altera l'assetto sociale. Aumenta l'indebitamento della società (verso i soci), anche se la questione è molto virtuale, dato che il socio finanziatore sarebbe l'ultimo ad avere un euro in caso di fallimento e quindi per gli altri stakeholders non cambia nulla.)

Finanziamento soci e conferimento della cifra in conto capitale. A questo punto i 35000 entrano "nell'orbita" del capitale sociale. Non possono essere restituiti e quindi sono committed. Un domani bisognerà sistemare le cose andando da un notaio, ma per ora non occorre. Il capitale sociale ufficiale rimane però quello di prima, cioè piccolo, ma la società ha di nuovo 35000 euro da spendere. (scelta B)

Finanziamento soci e aumento di capitale. Si versano 32500 euro alla società e 2500 al notaio. La società ha solo 32500 euro da spendere anche se i soci hanno tirato fuori tutti i 35000 che avevano a disposizione. Però adesso tutti quelli che guardano la capitalizzazione la vedono bella grossa e sono contenti. (scelta C).

Qual è la scelta migliore per la società?

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