La disuguaglianza della ricchezza in una società di uguali

16 febbraio 2011 sandro brusco

In una società di uguali la ricchezza è ugualmente distribuita, giusto? Sbagliato, e di grosso. Un post didattico che cerca di fare chiarezza sulla questione della distribuzione della ricchezza.

Update: il foglio di calcolo da scaricare.

Introduzione

E' circa paio di mesi che osservo con una certa perplessità il ''dibattito'' che si è sviluppato sulla distribuzione della ricchezza in Italia. La ragione della perplessità, e la ragione per cui ho messo la parola dibattito tra virgolette, è che la discussione sembra procedere mantenendo una rigorosa e completa ignoranza sia dei principali fatti empirici sia di osservazioni teoriche abbastanza elementari. Ho quindi deciso di scrivere questo post che non ha alcuna pretesa di dire cose nuove o particolarmente intelligenti ma semplicemente di ricordare alcune cose abbastanza scontate ma che nessuno sembra essersi preso la briga di menzionare.

La discussione, per quel che posso dire, partì con un bizzarro episodio di scoperta tardiva di un dato contenuto nella indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d'Italia, ossia il fatto che il 10% delle famiglie possedesse il 45% della ricchezza. L'episodio, come ho commentato in un altro pezzo, è bizzarro perché questo numero è stato ''riscoperto'' con vari mesi di ritardo in occasione della pubblicazione di un'altra indagine della Banca d'Italia, specificamente dedicata alla ricchezza. Comunque, bizzarro o no che sia il modo in cui il dato è risalito alla superficie, da quel momento sembra essersi imposto all'attenzione di tutti. Le proposte di patrimoniale per ripagare il debito pubblico sono a quel punto venute da sole. Un esempio fra tanti è dato da questo articolo di Peter Gomez su Il Fatto, il cui attacco recita:

Bisogna essere grati all’ufficio studi di Banca d’Italia che oggi ci ha ricordato come la ricchezza nel nostro Paese continui da anni ad essere molto mal distribuita.

Partendo da questa premessa Gomez poi continua spiegandoci come una bella patrimoniale (e che altro?) risolverebbe il problema del debito pubblico. Ci sono però due domande abbastanza elementari che nessuno sembra essersi posto, a cominciare da Gomez che è un ottimo giornalista ma che chiaramente di economia non mastica molto. La prima domanda è: se vogliamo valutare la disuguaglianza in una società, è una buona idea guardare alla ricchezza o è meglio guardare altre variabili, come il consumo o il reddito? E la seconda è: se guardiamo alla ricchezza, cosa dobbiamo considerare normale in termini di disuguaglianza nella sua distribuzione?

Sono, a dir la verità, domande abbastanza complicate. Il problema è che gran parte dei commentatori queste domande non se le è nemmeno poste. Molti hanno dato per scontato che la risposta alla prima domanda fosse ''sì, è una buona idea guardare alla ricchezza'', mentre per la seconda hanno dato per scontato che il 45% in mano al 10% più ricco fosse un numero molto più alto del desiderabile (la ricchezza è ''mal distribuita'', nelle parole di Gomez).

In questo post voglio prima di tutto introdurre alcuni esempi per mostrare perché le risposte non sono affatto banali. In secondo luogo voglio svolgere alcune considerazioni teoriche aggiuntive sulla distribuzione della ricchezza e sulla sua relazione con il benessere. Ripeto che non è niente di nuovo e originale, sono cose che dovrebbero essere ben note (ma chiaramente non lo sono) a chiunque pretenda di scrivere su giornali o blog su questi temi. Non discuterò, se non molto limitatamente, l'evidenza empirica. Lo farò in un post successivo.

Primo esempio: la società dei perfettamente uguali.

Rawlslandia Superiore è una società in cui tutti i cittadini sono perfettamente uguali. Ciascun cittadino vive esattamente 80 anni, ma per i primi 20 non forma famiglia a sé e non percepisce redditi (quindi non consideriamo gli under-20 nei calcoli della distribuzione della ricchezza). Per 40 anni lavora e per 20 percepisce la pensione. Poi muore e viene sostituito da un altro cittadino esattamente identico (gli economisti chiamano questo tipo di modelli ''a generazioni sovrapposte''). La valuta di questo paese è il rawlso, di cui non darò il tasso di cambio con l'euro perché è irrilevante.

Come detto, tutti i cittadini sono esattamente uguali. In particolare, quando lavorano guadagnano 100 rawlsi ogni anno; di questi, 30 rawlsi vengono pagati in tasse per finanziare le pensioni e altre spese per l'infanzia, mentre 70 rawlsi restano al lavoratore. Quando sono in pensione i lavoratori percepiscono 40 rawlsi e non sono tassati.

Non solo le capacità di generare reddito sono uguali, anche i gusti sono uguali. Ogni cittadino cerca di mantenere un livello di consumo costante (e il più alto possibile) per tutta la vita. Dato che tutti i cittadini guadagnano esattamente lo stesso nell'arco della vita, anche il loro consumo è esattamente lo stesso. Nessuno lascia ricchezza in eredità perché a Rawlslandia Superiore le tasse sull'eredità sono pari al 100% e non è possibile evadere in alcun modo.

La società è un bel pò che va avanti in questo modo. Essendo una società stazionaria, i cittadini adulti sono ugualmente ripartiti tra le diverse classi di età: un sessantesimo ha ventun anni, un sessantesimo ha ventidue anni etc. Non credo vi possano essere dubbi che questa è una società così uguale che più uguale non si può. Se guardassimo al consumo lo vedremmo subito. Tutti consumano esattamente lo stesso e la disuguaglianza, comunque la si misuri, è zero. Se guardassimo al reddito, vi sarebbe unicamente la disuguaglianza tra salari e pensioni. Ma la disuguaglianza tra i salari sarebbe esattamente zero. E' zero anche la disuguaglianza tra i redditi complessivamente guadagnati nel corso del ciclo vitale.

E la ricchezza? Qua la cosa da capire è che la ricchezza evolve con l'età. Ricordate che ciascun cittadino ha l'obiettivo si mantenere inalterato il suo tenore di vita lungo il ciclo vitale. Siccome quando sarà in pensione guadagnerà meno di quando lavora, metterà da parte durante i 40 anni di lavoro (accumulando quindi ricchezza) e spenderà più di quello che guadagna (decumulando quindi ricchezza) durante i venti anni di pensione. Quanto esattamente mette da parte e come evolve la ricchezza? Per rispondere bisogna fare ipotesi sui tassi di interesse. Visto che stiamo considerando un esempio semplificato, supponiamo che il tasso di interesse sia costante nel tempo e pari al 2%.

Con questo tasso di interesse un cittadino può finanziare un flusso costante di consumo pari a 63,61 rawlsi l'anno [solo per i nerds: è il numero che si ottiene uguagliando il valore attuale di un flusso costante di cassa per 60 anni scontato al 2% con il valore attuale di un reddito di 70 per 40 anni e di 40 per i 20 successivi, sempre scontati al 2%]. Mentre lavora quindi il cittadino riparmia 70-63,61=6,39 rawlsi l'anno. Alla fine del primo anno di lavoro la sua ricchezza è 6,39. Il secondo anno è 6,39*1,02 + 6,39, ossia quanto accumulato l'anno prima accresciuto dell'interesse più quanto accumulato il secondo anno. E così via. Il sentiero di accumulazione della ricchezza è mostrato in questo grafico

La ricchezza cresce per tutto il periodo di lavoro, raggiungendo un picco a 60 anni (ultimo anno di lavoro). A partire da quel punto la ricchezza viene ''mangiata'' per continuare a consumare 63,61 rawlsi a fronte di una pensione di 40 rawlsi. In questa società i più ricchi sono i cittadini con un'età intorno a quella di pensionamento (appena prima o appena dopo) e i più poveri sono i cittadini che hanno appena iniziato a lavorare, ossia quelli all'inizio del processo di accumulazione, e quelli che sono vicini alla fine, e sono quindi giunti al termine del processo di decumulazione. Se mettete il tutto in un foglio di calcolo scoprirete che a 60 anni, l'età a cui si è più ricchi, la ricchezza è di 386 rawlsi.

Ora proviamo a calcolare quanta ricchezza possiede il 10% più ricco in questa società di uguali. Per semplicità, immaginate che ci sia un cittadino in ogni classe di età da 21 a 80 anni. La ricchezza totale (sempre dal foglio di calcolo) è 10.826 rawlsi. Il 10% più ricco è costituito dalle sei classi di età con la ricchezza più alta, che risultano essere i cittadini con età compresa tra 57 e 62 anni (estremi compresi). La ricchezza totale da essi controllata è di 2.186 rawlsi, pari al 20,2% della ricchezza totale. Ossia, in questa società di perfettamente uguali il 10% più ricco controlla più del 20% della ricchezza. Il 10% più povero è invece costituito dai cittadini di età da 21 a 24 e 79-80 anni. Tutti assieme i poveretti hanno un patrimonio complessivo di soli 88 rawlsi, che è meno dell'1% della ricchezza totale.

In questa società di perfettamente uguali quindi il 10% più ricco ha una ricchezza che è spaventosamente più grande (più di 20 volte più grande!) del 10% più povero. Credo possiamo essere tutti d'accordo che questa disguaglianza nella distribuzione della ricchezza, in questa società, non dovrebbe turbare i sonni nemmeno dell'egualitarista più incallito. In altre parole, guardare alla ricchezza in questa società per stabilire l'effettivo livello di disuguaglianza è estremamente fuorviante.

Secondo esempio: la società dei dinamicamente uguali

A Rawlslandia Inferiore i cittadini sono anch'essi uguali, ma i loro salari non sono costanti lungo l'arco della vita. Invece, i salari sono bassi da giovani e crescono nel tempo, a un ritmo dell'1,5% annuo. Per il resto è tutto come in Rawlslandia Superiore (con cui esiste una unione monetaria; anche in Rawlslandia Inferiore quindi si usa il rawlso): stessi 40 anni di lavoro, stessa pensione di 40 rawlsi netti.

Il numero di partenza del salario netto (il salario nel primo anno di lavoro) lo scelgo in modo da generare lo stesso valore attuale del flusso di consumo che nell'esempio precedente: è pari a 53,65 rawlsi. Come detto il salario cresce dell'1,5% annuo, per cui al momento di andare in pensione un lavoratore ha un salario di 95,88 rawlsi. Dato questo flusso di reddito un cittadino può di nuovo finanziare un flusso costante di consumo di 63,61 rawlsi l'anno. Di nuovo quindi se guardiamo alla disuguaglianza nel consumo, questa semplicemente non esiste. Ciascuno consuma, in ogni anno della sua vita, esattamente lo stesso. I redditi ovviamente saranno più disuguali che nell'esempio precedente, con i vecchi che guadagnano più dei giovani. Ma ricordate che la dinamica del reddito è identica per tutti, per cui il valore attuale del reddito sul ciclo vitale è uguale per tutti.

E veniamo alla ricchezza. Qua c'è una complicazione rispetto al caso precedente, dato che all'inizio della carriera il valore del consumo è superiore a quello del reddito. Per mantenere costante il flusso di consumo è quindi necessario indebitarsi quando si è giovani, e si ha un salario basso, per poi pagare i debiti quando si è più vecchi e si guadagna di più. L'ipotesi che facciamo è che un cittadino paghi, sul proprio debito, lo stesso tasso di interesse (il 2%) che ottiene sui propri investimenti. Sappiamo che è un'ipotesi irrealistica, ma per il momento passatela; discuteremo poi cosa succede quando non ci si può indebitare.

Detto questo, ecco il grafico che mostra l'evoluzione della ricchezza a Rawlslandia Inferiore.

Ciascun cittadino si indebita fino a quanto il suo salario raggiunge il livello di 63,61 rawlsi, cosa che accade nell'anno 33. A partire da quel punto il reddito supera il consumo e si inizia a risparmiare. Fino a 45 anni si ripaga il debito, e da quel punto in poi si inizia ad accumulare. L'accumulazione dura fino ai 60 anni e procede a passo sostenuto, essendo ora il salario più alto. Quando si va in pensione si inizia a decumulare ricchezza per mantenere il consumo costante.

In questa società una fetta consistente della popolazione (tutti quelli tra 21 e 45 anni) ha una ricchezza negativa. Quelli con ricchezza negativa sono anche quelli con i salari più bassi. Se calcoliamo la ricchezza totale netta di questa società, ossia sottraendo il debito, otteniamo 5242 rawlsi. Il 10% più ricco a Rawlslandia Inferiore comprende di nuovo i cittadini con età intorno alla pensione, per l'esattezza i cittadini tra 59 e 64 anni, estremi compresi. Questi cittadini controllano una ricchezza pari a 2.115 rawlsi, pari al 40,34% della ricchezza netta. I più poveri sono gli appartenenti alle età comprese tra 31 e 36, ossia intorno all'età in cui si smette di accumulare debito e si comincia a risparmiare per ripagarlo. Intorno a queste età il debito è un po' più di 70 rawlsi.

In questa società la concentrazione della ricchezza è molto maggiore che nella società precedente. In effetti il 40,34% non è tanto lontano dal 45% che ha scatenato le urla indignate di vari osservatori. La disuguaglianza salariale è anch'essa assai più alta.  Ma questa è in realtà una società ugualitaria, in cui tutti consumano esattamente lo stesso a tutte le età e la somma del flusso scontato dei redditi lungo il ciclo vitale è identico per tutti. Anche in questo caso quindi guardare alla ricchezza è estremamente fuorviante.

Abbiamo visto come un profilo salariale crescente è un buon ''trucco'' per aumentare la disguguaglianza della ricchezza in una società di eguali. Un altro ''trucco'' per far crescere la concentrazione della ricchezza in questa classe di esempi è quello di ipotizzare che la popolazione cresca, anziché restare stazionaria. Se la popolazione cresce ci sono più giovani che vecchi. Siccome i giovani sono in media più poveri dei vecchi, la concentrazione della ricchezza cresce. Si tratta però di un ''effetto ottico''. La società resta una società di uguali.

Ultimo esempio: la società dei disuguali

Non voglio dar l'impressione che la distribuzione della ricchezza non possa mai essere usata come indice utile della disuguaglianza di un paese. Considerate quindi il seguente esempio, più informale dei precedenti ma che dovrebbe dare l'idea.

Nel paese di Lacandonia i cittadini sono divisi molto nettamente in due classi. Il 99% sono contadini. Ciascuno di essi ha un minuscolo pezzo di terra che fornisce appena di che sfamarsi, e nemmeno quello negli anni di carestia (il ché riduce la durata media di vita). Dato che il reddito dei contadini è uguale al consumo minimo necessario per restare vivi, essi non hanno alcuna possibilità di accumulare ricchezza, che resta quindi costante e sempre pari al valore del loro pezzo di terra. L'1% della popolazione è costituito da latifondisti. Questi sono discendenti di una banda di predoni che arrivò dal mare qualche secolo prima e si appropriò di vasti appezzamenti di terra mettendo a ferro e fuoco il paese appena scoperto. I gusti dei latifondisti sono tali per cui non sono interessati ad accrescere il valore dei terreni ma solo a goderne i frutti. Anche per loro il valore della ricchezza è costante e dato dal valore del loro latifondo.

Questa è chiaramente una società profondamente disuguale. Se si potesse misurare la disuguaglianza apparirebbe facilmente sia nei consumi sia nei redditi. Ma supponiamo che consumo e reddito non siano di facile misurazione, per esempio perché c'è molto autoconsumo e molto baratto. In tal caso guardare alla distribuzione del valore dei possedimenti terrieri fornisce una buona idea del livello di disuguaglianza presente nel paese.

Le società più ricche non sono necessariamente quelle dove si sta meglio

E' venuto il momento di tirare alcune conclusioni dagli esempi. La prima, abbastanza sorprendente, è che non è vero che più ricchezza è uguale a più benessere. Badate che non sto dicendo che ''l'importante sono altre cose, l'amore, l'arte, la bellezza'' o simili banalità tremontian-kennedyane (nel senso di Robert Kennedy). Mi riferisco unicamente al livello di consumo che un membro della società può raggiungere.

Comparate Rawlslandia Superiore con Rawlslandia Inferiore. Nel primo caso, quello con salari stazionari, la ricchezza netta totale è di 10.826 rawlsi, mentre nel secondo caso, quello con salari inizialmente bassi ma crescenti, la ricchezza netta totale è meno della metà, 5.242 rawlsi. Ma le due società sono in realtà identiche, dato che il livello di consumo è identico. Una persona razionale dovrebbe essere completamente indifferente rispetto a vivere a Rawlslandia Inferiore o Superiore.

Ma è possibile anche costruire esempi in cui la ricchezza è più alta ma si sta peggio. Ricordate che a Rawlslandia Inferiore i cittadini passavano buona parte della propria giovinezza ad accumulare debiti, che poi ripagavano da vecchi con i propri più alti salari. Immaginiamo ora che sia impossibile far debiti per finanziare il proprio consumo, o che i tassi di interessi che si pagano siano ben superiori al 2% e tali da scoraggiare i potenziali debitori. Che fare in una simile situazione? Una politica ottimale può essere la seguente. Nei primi anni di lavoro si consuma per intero il reddito e non si risparmia nulla. Quando il reddito raggiunge un certo livello si inizia a risparmiare. Da quel punto in poi il consumo resta costante e il giochino è il solito: si accumula fino alla pensione e poi si decumula.

In questa società l'andamento della ricchezza è come segue.

Il punto importante è che la ricchezza complessiva, pari a 7.916 rawlsi, è più alta che nel caso in cui i cittadini giovani potevano indebitarsi (5.242 rawlsi). Però questa è una società in cui si sta peggio. I cittadini vorrebbero mantenere il consumo costante lungo il ciclo vitale ma non ci riescono perché non possono pigliare a prestito quando vorrebbero. Il più alto livello di ricchezza risulta da questa forma di vincolo finanziario, ma non genera alcun incremento di benessere.

Un'altra importante classe di esempi in cui la ricchezza è inversamente correlata al benessere può essere ottenuta se introduciamo incertezza. Facciamo un esempio ultrasemplice. Un individuo vive due periodi e guadagna 100 in ciascun periodo. Non ha bisogno di accumulare, semplicemente consuma tutti il reddito in ciascun periodo. La ricchezza è quindi zero.

Supponete ora però che mentre il guadagno di 100 nel primo periodo sia certo, vi sia incertezza sul guadagno del secondo periodo. Con probabilità 50% il reddito sarà zero, con probabilità 50% il reddito sarà 200. Quindi, il reddito atteso nel secondo periodo è sempre uguale a 100, ma ora vi è incertezza. Sotto condizioni abbastanza generali il nostro cittadino eviterà di consumare tutto nel primo periodo e metterà qualcosa da parte per il caso in cui il reddito sia zero. Questo significa che la ricchezza è più alta. Ma chiaramente qualunque persona avversa al rischio preferirà vivere nella prima società, quella con ricchezza nulla, che nella seconda, quella con ricchezza positiva.

Conclusione

La domanda se sia utile guardare alla distribuzione della ricchezza nell'Italia del 2011 può essere ridotta alla seguente domanda: l'Italia assomiglia di più a Rawlslandia o a Lacandonia? Ossia, è un paese in cui la ricchezza si ottiene principalmente mediante il risparmio o mediante l'eredità? Ne discuteremo più approfonditamente nel post sull'evidenza empirica, qui faccio solo un'osservazione molto semplice.

In Rawlslandia la ricchezza cambia con l'età: cresce fino al momento della pensione e poi decresce. In Lacandonia invece resta sempre la stessa lungo il ciclo vitale, dato che la ricchezza è ereditaria e nessuno risparmia. Questi sono i dati dell'indagine sui redditi della Banca d'Italia sui valori mediani della ricchezza netta per classi di età (Tav. E2 pag. 73).

Valore mediano

ricchezza netta

fino a 34 anni 37.000
da 35 a 44 anni 131.172
da 45 a 54 anni 175.595
da 55 a 64 anni 211.200
oltre 64 155.391

La variazione della ricchezza con l'età è evidente: si inizia giovani e poveri, si accumula e si raggiunge il massimo intorno all'età della pensione, poi si decumula. Chiaramente occorre guardare con più attenzione tutta l'evidenza empirica disponibile prima di trarre conclusioni, ma questi dati mostrano che la componente di costruzione della ricchezza mediante risparmio non è irrilevante.

A parte questo comunque è a mio avviso abbastanza chiaro che quando si cerca di valutare quanto sia diseguale una società, la ricchezza non è la variabile più utile, almeno nelle società industrializzate in cui il reddito della maggioranza dei cittadini è ben superiore alla soglia di sussistenza. Come minimo bisogna anche guardare a consumo e reddito.

Infine, quando possiamo dire che la ricchezza è concentrata e quanto ci dovrebbe preoccupare? Il 45% in mano al top 10% è tanto o poco? Abbiamo visto che in Rawslandia Inferiore, una società sostanzialmente di uguali, il top 10% controlla il 40% della ricchezza, quindi la risposta non è ovvia. Ne riparleremo guardando ai dati empirici.

64 commenti (espandi tutti)

non è solo un post didattico ma risulta anche a prova di imbecille, almeno dal test che ho fatto su me medesimo.

attendo il seguito, e poi prevedo che si scorticherà rawls. dalla sua ha degli slogan molto penetranti, è un osso duro.

Il post di Sandro è perfetto, ma non è affatto una critica a Rawls. Piuttosto, è l'ennesima dimostrazione dell'ignoranza media di chi scrive di economia sui giornali, e dei politici che riprendono quello che i giornali scrivono.

Corretto. Rawls, quite honestly, is beyond my pay grade. Scherzi a parte, il post affronta solo la questione di quali sono i modi più appropriati di misurare la disuguaglianza, dato che sulla questione continuo a vedere una confusione estrema. Rawls pone la questione filosofica di cosa sia una società giusta, e di quanta disuguaglianza possiamo considerare giusta. Ma qualunque sia il livello di disuguaglianza che riteniamo giusto, dovremmo almeno imparare a valutare correttamente quando una società è disuguale.

 faccio ammenda: la mia è stata un' illazione precipitosa, visto anche l'apprezzabilissima coerenza di intenti di questa serie di post. ma con tanti nomi a disposizione per definire quella terra utopica, proprio Rawls, che è difficile da pronunciare? :-)

Rawls, quite honestly, is beyond my pay grade.

anche del mio! già mi vedevo decrittare ponderosissimi interventi, di scuola austriaca eccecc, e alla fine non avrei capito nemmeno "chi ha vinto".

Ma a cosa serve scrivere sui giornali, quando non si sa di che si parla?

pensaci, quanti giornali in Italia cercano la notizia per la notizia, l'approfondimento per l'approfondimento, piuttosto che la polemica politica? A me non ne viene in mente uno. E questo vale anche, e molto di più, per i giornalisti televisivi.

Quale sia la causa di questa situazione indecente è difficile dire, ma buona parte è dovuto al finanziamento pubblico all'editoria, da un lato, e dall'altro alla spartizione politica (assolutamente bipartisan) dei posti in televisione dovuta alla Rai pubblica ed al monopolio privato di Mediaset.

pensaci, quanti giornali in Italia cercano la notizia per la notizia, l'approfondimento per l'approfondimento, piuttosto che la polemica politica? A me non ne viene in mente uno. E questo vale anche, e molto di più, per i giornalisti televisivi.

Quale sia la causa di questa situazione indecente è difficile dire, ma buona parte è dovuto al finanziamento pubblico all'editoria, da un lato, e dall'altro alla spartizione politica (assolutamente bipartisan) dei posti in televisione dovuta alla Rai pubblica ed al monopolio privato di Mediaset.

Secondo Montanelli ci sono due ragioni: 1) storicamente la cultura in Italia e' stata finanziata e al servizio del principe, anche perche' 2) le masse italiane fino a tempi recenti sono rimaste analfabete per cui il "mercato" per la cultura "popolare" e' rimasto asfittico.

La societa' italiiana lavora per mantenere questa condizione medievale: le masse hanno imparato l'italiano grazie alla TV e sanno anche leggere e scrivere, sebbene non bene come altri Paesi, ma gran parte dei mezzi di informazione sono posseduti o finanziati dallo Stato o da grandi imprenditori il cui settore di attivita' principale e' estraneo all'informazione, i giornalisti collaborano prestandosi a fare propaganda e disinformazione per soldi e/o ideologia piuttosto che informazione onesta e competente.

post molto bello, sarebbe ottimo come problem set per un corso sulla disugualianza!

Due sole cose: 1) anche giocare con l'eta (sia della pensione che del decesso) sono dei 'trucchi' per far aumentare la disugaglianza, sarebbe carino vedere come impatta sul calcolo della ricchezza per decili

2) Ne' qua ne' in altri post (correggetemi se sbaglio) ho trovato riferimenti a disuaglianza come frutto di scelte diverse (soprattutto di investimento in capitale umano, alla mincer); prendi due persone completamente uguali, una che decide di studiare e fare l'universita', l'altra che decide di accontentarsi della maturita': avranno sicuramete un profilo salariale diverso, anche se con lo stesso present value (al netto dei costi di studio). Insomma, di per se' la disugualianza salariale potrebbe addirittura essere vista come positiva, come ritorno su un investimento iniziale. in una societa' in cui un giudice o un chirurgo sono pagati quanto un bidello, perche' mai la gente dovrebbe sbattersi a studiare 10 anni e passa in piu?

Avevo anche altri esempi in cui giocherellavo con le variabili, ma il post era già troppo lungo. Adesso mi consulto con il Grande Timoniere e vedo se riesco a rendere pubblici i fogli di calcolo, così ciascuno si diverte come crede. [Update: sotto l'alto magistero del GT sono riuscito a render pubblico il foglio di calcolo; il link è ora nel sommario]

A parte le scelte di accumulazione del capitale umano, per generare eterogeneità basterebbe mettere tassi di sconto intertemporale differenti. Anche con un identico valore del flusso di reddito, chi è più impaziente consumerà di più da giovane e meno da vecchio, e quindi accumulerà meno ricchezza.

Poi ovviamente per rendere realistico il modello bisognerebbe mettere preferenze verso generazioni future (ossia introdurre eredità), incertezza su reddito, rendimento del capitale, durata di vita e tante altre cose. Ma a quel punto bisogna iniziare a scrivere paper veri, non dei blog post.

non è vero che più ricchezza è uguale a più benessere

Bisognerebbe spiegarlo al nostro primo ministro (secondo il quale la ricchezza degli italiani riflette chissacche') nonche' al suo ministro per l'economia, che immagino fosse d'accordo non avendo specificato altrimenti nel corso della stessa conferenza stampa, alla quale presenziava.

Bel post.

Da qualche parte nello studio di Bankitalia, o da altre fonti, si trova la Curva di Lorenz oltre all'indice di Gini ? [ anche se con il post c'azzecca poco ]

Secondo me, a livello empirico, sarebbe interessante verificare la mobilità sociale, più che la distribuzione di ricchezza. Se quel 10% rimane sempre lo stesso siamo di fronte ad una società più iniqua rispetto ad una dove tutti possono aspirare a far parte del decile più ricco (Rawlslandia Inferiore). 

Inoltre, sarò noioso, quello che [forse] non viene considerato da questi studi è la ricchezza occultata attraverso evasione ; si tratta di un flusso rilevante che ammonta a circa il 3% del PIL ( 50MLD € nel 2009) e che sono convinto vada a beneficio del decile più ricco ( anche se non si tratta doverosamente delle stesse persone che lo compongono nello studio Bankitalia)

Inoltre, sarò noioso, quello che [forse] non viene considerato da questi studi è la ricchezza occultata attraverso evasione ; si tratta di un flusso rilevante che ammonta a circa il 3% del PIL ( 50MLD € nel 2009) e che sono convinto vada a beneficio del decile più ricco

Hai in mente i capitali "rientrati" con lo scudo fiscale? Adesso non sono piu' occultati. E comunque fosse anche il 5% o 6% del PIL (i capitali "rientrati" sono circa 100 miliardi di euro) questo stock sarebbe poco piu' che briciole: la ricchezza in Italia e' di svariati trilioni di euro (c'e' dentro tutto lo stock immobiliare, per dire), a fronte del PIL che e' circa 1,5 trilioni.

Boh, non ho capito bene... secondo Bankitalia la ricchezza delle famiglie nel 2009 è di 9,45 trilioni. i 50 miliardi di cui ho parlato sono la cifra recuperata, ci sono stime di quasi 300 miliardi di sommerso, cioè un 3% del ricchezza. Ci sta che stia sbagliando da qualche parte, non mi convincono tantissimo queste cifre.

Tra l'altro, se non sbaglio, i 300mld dovrebbero essere un flusso, mentre i 9.5 trilioni uno stock

Si, i 300 miliardi di cui parli e' reddito imponibile evaso, un flusso. Avevo capito che stavi parlando di ricchezza nascosta alle stastiche perche' frutto di evasione o attivita' illegali e detenuta all'estero, uno stock. Ma anche fossero 100 miliardi sarebbe poca cosa (100/9500=1% circa).

uhm.. quello che voglio dire - correggimi se sbaglio - è che se sommiamo i flussi dei singoli anni [ il 3% dell'anno n + il 3% dell'anno (n+1) + 3% dell'anno (n+2) etc... ] otteniamo uno stock di ricchezza generata dal sommerso abbastanza rilevante, no?

9450 miliardi, così dice Bankitalia. Intendo "trilione" all'inglese ( 1012) non all'Italiana ( 1018)

ok. mi scusi: avevo visto la virgola e poi "trilioni" e quindi ho inteso i trilioni lunghi (che è una cifra MOLTO ragguardevole. invece lei intendeva i trilioni corti. mona io che anche commento.

p.s. se lei elimina il suo commento precedente, io elimino i miei così non appesantiamo la discussione con inezie inutili.

 

a livello empirico, sarebbe interessante verificare la mobilità sociale

Non è recentissimo ma, sulla mobilità sociale, in Italia qualcosa è stato scritto.

p.s. (per Sando Brusco): bello questo post, estremamente chiaro e lineare.

Seguendo il tuo link (grazie!) nelle references si trova anche questo paper di Andrea Neri della Banca d'Italia, 2009. Buon materiale per il prossimo post empirico.

Solo un appunto: l'affermazione che il 10% degli italiani detiene il 45% della ricchezza fa presa proprio perché si ha la sensazione che il driver principale di accumulo dei beni sia l'eredità e non il risparmio (vedi tutti i discorsi sulla scarsa mobilità sociale in questo paese).  Il fatto che non venga esplicitata questa cosa e presentato il 45% come un male in sé... beh, questo è effettivamente un problema del nostro giornalismo.

Vorrei però infine notare come i dati della Banca d'Italia riportati indichino come il 20% della popolazione divisa per fasce d'età più ricca detenga il 30% della ricchezza totale (ammesso che siano ripartite egualmente, cosa che non è, ma questo è un altro discorso).  Il 10% quanto deterrà, il 20%?  Il quadro che emerge mi sembra sia proprio quello di una popolazione che non riesce ad accumulare risparmio quanto potrebbe, quindi non è abbastanza "diseguale" per motivi di risparmio.  I driver della disuguaglianza andrebbero quindi cercati altrove.

 

Domanda: ma se la ricchezza fosse costituita (per semplificare) al 70% dal patrimonio immobiliare ed al 30% da redditi... la tabella finale non potrebbe essere interpretata nel senso che il grosso della ricchezza si sposta man mano che i vecchi schiattano o si decidono ad intestare le loro proprieta` ai figli?

Certo, qualcosa del genere succede. In quale misura, questa è questione empirica. In realtà però la questione di eredità vs. risparmio diventa veramente importante solo quando si parte da situazioni a priori disuguali, o in termini di capacità di generare reddito o in termini di ricchezza inizialmente posseduta in una famiglia (mi rendo conto ora che nelle conclusioni non ho illustrato bene questo punto). Gli esempi di Rawlslandia si possono cucinare assumendo che i vecchi, al morire, lascino una eredità ai giovani. Non cambierebbe molto per la conclusione principale: la distribuzione della ricchezza può essere fortemente disuguale anche in una società di uguali. Chiaro poi che è ancora più forte in una società di disuguali.

Grazie Sandro, greatly appreciated.

Ce ne vorrebbero di piu' di post "didattici" come questo.

Urca,urca, bello, bello.

Grazie al nostro Sandro da Papozze; attendo il seguito.

quoto,ottimo da mandare in giro per superiore e altro..

io piu' che dirvi grazie di cuore non sono capace.

grazie

 

 

la discussione sembra procedere mantenendo una rigorosa e completa ignoranza sia dei principali fatti empirici sia di osservazioni teoriche abbastanza elementari.

Ma questa è l'Italia, bellezza! Tra i paesi ex-sviluppati, la si riconosce proprio da questi dettagli.

Non è solo ignoranza, ma anche malafede. Questo paese si sta mangiando dall'interno, quindi tutti i dibattiti su disuguaglianza-ricchezza-reddito servono a far pensare a ciascuno "vediamo se riesco a individuare qualche categoria sociale da additare al ludibrio etico-popolare per appropriarmi delle sue ricchezze". Potremmo chiamarla "rapina endogena" se mi si passa il termine. La casta politica guida questo movimento, che però è di massa.

Il dibattito italiano cui tenti (con grande rettitudine) di partecipare non ha nulla di sociale o scientifico. La torta si riduce e bisogna trovare un vicino cui sottrarre il portafoglio, e una giustificazione etica per farlo. Tutto qui.

Si sottace gravemente la brutalità del conflitto sociale in corso in Italia, solo perché (per ora) i rapinati continuano a credere nella pentola d'oro in fondo all'arcobaleno.

 

Fermandomi al primo esempio ( la società dei perfettamente uguali ) , non riesco a capire come interviene l'interesse .

Alla fine del secondo anno la richezza di ogni cittadino è 6,39*1,02 +6,39 = 6,39*1,00+6,39*0,02+6,39 .

Mi è chiaro da dove viene il primo 6,39 e da dove viene il secondo 6,39 .

Non capisco chi produce il termine 0,02 *6,39.

Chiedo scusa se sono troppo tonto e poi magari alla fine non cambia il concetto base che comunque ho capito.

Grazie Prof Brusco. 

Domanda tutt'altro che tonta Pierre. Guarda, per questo esempio me la posso cavare così: tutti i soldi vengono investiti all'estero perché Rawlslandia è una società senza crescita e che usa solo lavoro e non capitale. Ma è un trucchetto da quattro soldi.

La questione che tu sollevi è che quando si risparmia in realtà si accumula capitale. Questo ha effetti sia sul potenziale produttivo dell'economia sia sui prezzi, in particolare l'interesse che il capitale può pagare. Hai perfettamente ragione, ma questo complicherebbe oltremodo il modellino che è disegnato per fare un punto molto semplice: misure statiche della dispersione della ricchezza possono non riflettere accuratamente la reale disuguaglianza esistente nella società. Quando si cerca di illustrare un punto è bene farlo usando il modello più semplice possibile, e questo ho fatto nel post. Le complicazioni si possono introdurre dopo per vedere se contraddicono le conclusioni iniziali.

Per quel che posso dire c'è almeno un effetto importante della accumulazione di capitale che non viene tenuto in conto nel modellino in cui (implicitamente) la riccheza si porta all'estero: società più ricche saranno più produttive e quindi in grado di sostenere livelli di consumo più elevato. Quindi la parte su ''ricchezza e welfare'' andrebbe un po' qualificata dicendo che, anche se resta vero che welfare e ricchezza non sono necessariamente sinonimi, in genere una qualche correlazione positiva ce la possiamo aspettare dato che maggiore ricchezza è correlata a maggiore prodotto e maggiore consumo.

Ho anche io una domanda riguardo al primo esempio (ed è solo colpa sua che ha reso disponibile il foglio di calcolo!).

Il paese di Rawlslandia Sup. è un paese in cui non c'è crescita demografica: quando uno muore, un altro nasce. Pure l'economia è piuttosto stagnante (crescita 0% da un centinaio d'anni almeno). Inoltre questo paese ha anche la strana particolarità di avere classi d'eta di numero equivalente, diciamo un numero N. Se così fosse, per calcolare il reddito o il consumo totale di tutto il paese, basterebbe sommare il reddito e il consumo medio di ogni classe d'età per poi moltiplicarlo per il numero di persone per classe (N).

Quindi alla fine di un anno avremmo che le persone adulte di Raswlslandia, tra salari e pensioni, hanno percepito un reddito totale di 3600 rawlsi*N. Risulta invece che abbiano consumato ben 3816.54*N rawlsi, con un risparmio negativo di 216.54*N rawlsi! Considerando che la produzione totale è 4000*N rawlsi e che bisogna pure pagare i bisogni dell'infanzia, da dove vengono fuori questi 216.54*N rawlsi in più? Sono risorse che vengono barbaramente sottratte ai pargoli oppure provengono dal paese straniero in cui i Rawlslandesi di Sopra investono i propri risparmi? Oppure da dove?

Grazie.

Non sia mai che si tocchino i pargoli! I 216.5 rawlsi derivano dal pagamento degli interessi sulla ricchezza aggregata di 10.826 rawlsi (0,02*10.826=216,5). In questa società la ricchezza aggregata resta costante, quindi il risparmio (inteso come differenza tra reddito non da capitale e consumo) più l'interesse pagato devono essere pari a zero. Altrimenti la ricchezza aggregata crescerebbe o diminuirebbe, e invece l'esempio è costruito in modo che resti costante.

Come diceva un tale, se la ricchezza non fa la felicità... figuratevi la miseria!

Ma a parte le battute c'è un punto (fosse uno solo) che non mi quadra e da qui la seconda domanda "tonta".

Da uno studio recente (di cui non ricordo la fonte ma credo si riferisse a quelle scandinave) veniva fuori che nelle società dove migliore è la distribuzione della ricchezza maggiore è la stabilità sociale e più alti sono gli standard di vita. Come si concilia con i modelli di cui sopra?

 

Franco, se trovi la fonte te ne sarei grato, dato che sto raccogliendo un po' l'evidenza empirica. I termini ''stabilità sociale'' e ''standard di vita'' sono abbastanza ambigui e andrebbero chiariti meglio. Negli USA il top 10% detiene il 70% della ricchezza netta (pagina 7; il dato è un po' vecchio, 2001, ma queste cose cambiano lentamente) ma non direi che la società è instabile.

Purtroppo non saprei dove andare a battere la testa perchè faceva parte di una "conversazione" durante una trasmissione radiofonica di Radio3 ed è stata citata da uno degli interlocutori.

Sostanzialmente la questione sta(rebbe) in questi termini (sempre se ho capito bene):

Se a un cittadino "X " lo stato assicura una quantità/qualità di servizi paragonabili appunto a quelli scandinavi, si assiste ad un fenomeno per cui il "povero" vedendo garantiti i suoi diritti si da fare per migliorare il suo stato ma non gli passa per la testa di fare la rivoluzione, e al "ricco" sta bene di pagare delle tasse elevate perchè sa che il suo ruolo sociale non viene messo in discussione più di tanto e comunque, dato che anche lui gode di servizi pubblici efficienti, alla fine gli sta bene di contribuire al funzionamento del sistema.

Lanciandomi in modo del tutto spericolato su un argomento di cui non so nulla, credo di poter affermare che sia una roba "da protestanti" e che in Italia non riusciremo mai ad arrivarci.

L'avevo sentita anch'io, so che si basava su uno studio effettuato in un paese scandinavo (credo Danimarca). Avevo letto anche un articolo su quello studio, ma non sono più riuscito a ritrovarlo. L'avevo cercato proprio per chiedere qui su nfA cosa ne pensassero. Comunque, a quanto mi ricordo, hai inteso bene, lo studio sosteneva anche che i costi in tasse erano socialmente ampiamente compensati dal risparmio in termini di pace sociale (criminalità, omicidi, rapine, ecc)

Ah!, mi fa piacere di non essere l'unico ma soprattutto di aver capito bene!

Mi astengo a fare troppi complimenti a questo post, che ci voleva per fare chiarezza, perché altri lo hanno già fatto prima di me.

Volevo ringraziare per aver messo a disposizione il foglio di calcolo!

Ho capito subito che la Rawlslandia era un riferimento al filosofo Rawls (pron.: rols), ma ero molto incerto sulla Lacandonia. Considerando che NfA e scritta da gente che legge molto, ma molto piu di me daprima ho pensato che fosse un riferimento al "filosofo" (o meglio, termine caro a Boldrin "parolaio") francese Lacan. Ma non mi risultava che Lacan abbia mai scritto di uguglianza o di economia.

Finalmente oggi: eureka! La Lacandonia e' un riferimento alla Selva Lacandona (Lacandon Jungle) nel Messico. Bastava seguire il link e leggerlo interamente...

Meno male che non sono andato a leggere Lacan...

Sì, sì, il riferimento è alla Selva Lacandona. Mi spiace, non volevo essere criptico, confidavo nella popolarità delle gesta del subcomandante Marcos. Purtroppo la Selva Lacandona non ha una sua voce su wikipedia in italiano, quindi ho linkato Chapas. Ma ho mantenuto il gioco sul nome della Selva Lacandona perché qualunque variante sul nome Chapas suonava decisamente male ...

Ha ragione il Direttore Papetti (Gazzettino del 13 febbraio) a giudicare negativamente una “patrimoniale” che si applicasse a tutti i patrimoni, indipendentemente dalla loro dimensione, lasciando lo stesso livello di spesa pubblica e aumentando ulteriormente la pressione fiscale.

Ma la proposta avanzata da Veltroni al Lingotto è profondamente diversa e la riassumo così.

Primo passo [...]

Secondo passo [...]

Terzo passo. La Banca d’Italia ha certificato di recente che il decimo più ricco della popolazione italiana possiede quasi la metà del patrimonio privato italiano, che nel suo insieme ammonta a circa il triplo del debito pubblico. E’ così sconcertante chiedere al 10% più ricco della popolazione di contribuire in via straordinaria con una frazione minima della propria ricchezza ad abbattere il macigno del debito che sta strozzando il paese? Se il debito fosse riportato con queste mosse straordinarie ad esempio dall’attuale 120% del Pil all’80% avremmo liberato per il paese energie finanziarie enormi.

Di questo si tratta. Non c’entrano niente i risparmi dei pensionati o il modesto investimento in qualche appartamento. Questo patrimonio lo colpirà ingiustamente l’IMU, introdotta dal decreto sul federalismo municipale, che colpirà tutte le proprietà immobiliari tranne la prima casa. Cosicché il ceto medio che ha investito in 2 o 3 appartamenti vedrà il proprio reddito colpito, mentre le grandi proprietà immobiliari in capo alle società finanziarie non pagheranno un euro. Si è chiesto ai lavoratori della Fiat un sacrificio. Possibile che debba fare un sacrificio chi ha un reddito di 1000 euro al mese e al 10% più ricco della popolazione non si possa chiedere un modesto contributo per rimettere in piedi il paese? In ogni caso la linea direttiva di Tremonti per la riforma fiscale (sempre promessa, mai avviata) è “dalle persone alle cose”. Se come cose non si intendono i grandissimi patrimoni cosa si intende? Sono temi scomodi ma chi ha a cuore il futuro nostro ha il dovere di affrontarli.

Qualcuno chiarisca le idee al senatore veneto!

http://www.paologiaretta.it/2011/02/patrimoniale-un-tema-scomodo-da-affrontare/?utm_source=MadMimi&utm_medium=email&utm_content=Nona+newsletter+di+Paolo+Giaretta&utm_campaign=Nona+newsletter+di+Paolo+Giaretta&utm_term=Leggi+tutto+l_27articolo

 

Seguendo gli esempi, quindi, ipotizzando una riduzione dei consumi generalizzata si creerebbe maggiore ricchezza totale con una maggiore distribuzione tra soggetti di età diversa.

Politiche di riduzione dei consumi (selezionate) potrebbero portare ad una più equa distribuzione della ricchezza?

Secondo me si perchè, a una riduzione dei consumi, si accompagna un'aumento delle esigenze "manutentive" che negli ultimi anni è stato l'unico (o comunque fra i pochi) settore in cui c'è stato un aumento di occupazione. 

 

Credo proprio sia molto più complesso non essendo un sistema chiuso (superfisso).

Ad esempio: riducendo i consumi si riduce il venduto, quindi è logico ridurre la produzione. Riducendo la produzione aumentano i costi, aumentando i costi aumentano i prezzi e non vendo il prodotto (a meno di non chiudere le frontiere ai prodotti stranieri).

Inoltre essendo la popolazione in aumento, diminuendo la produzione aumenteranno i disoccupati e diminuirà la ricchezza. En passant: ho accennato che gli stipendi calerebbero? Dato che si lavora meno e anche che si fattura meno?

La risposta non è banale, perfino nel modellino del post. Prendiamo la società dei perfettamente uguali. Supponiamo che si imponga una tassa sui consumi, diciamo del 5%, il cui gettito viene usato per l'infanzia (e quindi ''sparisce'' dai conti dell'esempio). Resta vero che ciascuno cercherà di mantenere costante il flusso di consumo sul ciclo vitale, ma ora il livello di consumo sarà più basso, dato che ciascuno unità di consumo costa di più (a causa della tassa). In un mondo in cui i redditi sono fissi la dinamica della ricchezza non cambia. Ma in un mondo in cui i redditi sono fissi qualunque tassa ha gli stessi effetti, sia essa sul consumo, sul reddito o sulla ricchezza. Se invece le decisioni degli agenti rispondono alle decisioni di tassazione, l'effetto netto dipende dalle varie elasticità, per cui c'è bisogno di un modello più complesso.

Ma c'è una questione più a monte di questa. In questa società la distribuzione disuguale della ricchezza non dovrebbe essere in alcun modo vista come un problema. L'uguaglianza che conta è quella sui consumi, e se qualcuno è interessato all'uguaglianza è già nel migliore dei mondi possibili. Quindi perché mai intervenire? Di per sé la disuguaglianza della ricchezza non è un problema, nemmeno per un egualitarista. Si possono fare altri argomenti (un esempio è il seguente: la disuguaglianza della ricchezza determina disuguaglianza nel potere politico e quindi distorsioni nelle decisioni pubbliche) ma devono essere basati su argoimenti teorici chiari e su evidenza empirica altrettanto chiara. in assenza di tali argomenti, guardare alla disuguaglianza del consumo e del reddito mi pare molto più utile.

Mi chiedo se sia possibile dare una valutazione quantitativa del fenomeno che pado ora a descrivere:

Piero è un lavoratore iscritto ad un sistema previdenziale a ripartizione (INPS o meglio Tesoro): guadagna, versa i contributi che insieme a quelli versati dal datore di lavoro gli daranno diritto ad una certa pensione. Paolo invece è iscritto ad un sistema a capitalizzazione: anche lui ed il suo datore di lavoro versano i contributi che si accumulano in un fondo individuale (tipo k401 USA) sulla base del quale gli verrà pagata una pensione. Verso la fine della carriera Piero risulta nullatenente, mentre Paolo proprietario di u discreto gruzzolo: eppure in pratica la lor condizione è molto simile!    

Non so se ti riferissi alla mia risposta, in effetti sarebbe parzialmente così poichè non si produrrebbe più "a stock" ma "a domanda" (classico esempio il confronto fra l'abito industriale e quello di sartoria) anche se credo che, gli effetti di un simile orientamento non possano essere "previsti" facendo ricorso alle categorie attuali o passate ma che a questo punto sia indispensabile un "pensiero nuovo" (ovviamente oltre le mie capacità) in tema di economia, politica, e via discorrendo. Ad ogni modo non sarei troppo pessimista perchè (secondo me), gli effetti negativi sarebbero in gran parte compensati dal fatto che il "prodotto" non sarebbe più gravato da una serie di "valori aggiunti" fittizi (il brand, il packaging e altre c....te simili!).

Non mi riferivo al tuo commento, ma comunque trovo interessante la tua riflessione sui valori aggiunti fittizi, non avevo mai pensato a questo aspetto.

Ci risiamo! Qualcuno potrebbe dire alla signora Camusso che, essendo la maggioranza degli iscritti CGIL pensionati una buona parte di loro sarebbero bersaglio delle sue attenzioni?

ho citato l'articolo su un blog americano, quello di David Brin, e un lettore mi ha chiesto un link, visto che il tema della disuguaglianza della ricchezza e del reddito è presente anche lì (e con gli stessi problemi concettuali). C'è la possibilità che venga tradotto in inglese per una utenza internazionale?

Sul tema dei "lifecycle effects" e dell'impatto sulla disuguaglianza del reddito esiste una vasta letteratura.  Ma il problema è ancora più grave, e riguarda lo stesso concetto di "reddito", contrapposto a "consumi".  Tra reddito da lavoro, reddito da capitale e rendita del suolo esistono differenze abissali: ad esempio, il "reddito da capitale" è di fatto una pura fantasia, perché il consumo futuro ha un valore molto inferiore a quello attuale.  Quindi non si vede perché l'interesse che consegue da un investimento debba essere considerato un "reddito" paragonabile ad esempio al salario, quando in realtà ha l'unico effetto di compensare la differenza tra istanti di consumo differenti.  La rendita del suolo poi è naturalmente candidata ad essere nazionalizzata, sia pure a livello locale: se il sistema fiscale deve intaccare dei diritti di proprietà, è giusto che si intacchino prima quei proventi che sono di origine sociale e non dipendono in alcun modo dalle scelte (siano esse di lavoro o di investimento) del proprietario.

qui un sommario di un lavoro di ricerca sulla correlazione tra disuguaglianza e crisi finanziarie.

 

non ho letto il paper, tuttavia l'idea di base è che l'espansione del credito è un predittore delle crisi finanziarie: gli autori dimostrano che la disuguaglianza non è correlata con i boom del credito. Quindi la storia che la gente si sia indebitata maggiormente a causa della disuguaglianza non si riscontra nei dati.

Complimenti per il sito. Per caso è disponibile il post sull'evidenza empirica riguardo a questo argomento? Grazie!

Non visualizzo più i grafici, si può fare qualcosa?

browser

giulio zanella 3/1/2014 - 12:56

Io li vedo benissimo con Chrome

Come Giovanni, non si vedono sia con Safari che con Chrome.

Strano

Gabriele Stilli 3/1/2014 - 19:48

Uso Chromium su Debian; ieri i grafici li vedevo, oggi, senza cambiare alcunché, non più. Anche se provo a scaricare le immagini in locale vedo solo un rettangolo bianco. Forse è Google che fa le bizze?

ho firefox, non sono in grado di aiutare più di così.

 Aggiungo un'ulteriore argomentazione essendomi imbattuto recentemente in una discussione sul "top 10% della popolazione che detiene il 45% della ricchezza totale".

 Il punto è: stiamo tentando di descrivere con un solo dato (con inevitabile perdita di informazione) una situazione molto più ricca di informazioni, che sarebbero la ricchezza netta di ognuna delle 20 milioni e rotte famiglie italiane.
Quindi la domanda è: quante diverse distribuzioni di ricchezza possono soddisfare il dato "top 10% detiene il 45% della ricchezza"? O in altre parole: quante curve ammissibili passano per il punto (90 ; 55) nel grafico popolazione/ricchezza cumulativi?

 Detto fatto si trova con pochi conti che le situazioni che rispettano i criteri sopra vanno da un indice di Gini di 0,35 ad uno di 0,78, contro una situazione reale che era 0,63 nel 2008. Sono situazioni limite, ma mostrano come la descrizione per mezzo di un unico punto del grafico non sia ottimale in sé, insomma, una sorta di "pollo di Trilussa" sulla distribuzione della ricchezza.

vabbè

dragonfly 3/1/2014 - 16:42

saran sempre curve di un certo tipo, quelle probabili sono molto meno di tutte quelle ammissibili.

il punto rimane intatto: la ricchezza, cioè il patrimonio, dice ben poco sull' ingiustizia sociale, che va definita in altra maniera.

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