La drammatica fuga dei cervelli dall'Italia

19 febbraio 2016 Francesco Lippi

Il vivace dibattito tra la ministra della Pubblica Istruzione ed una linguista italiana che lavora in Olanda, vincitrice di un prestigioso grant ERC, ha acceso la curiosità di molti sullo stato della ricerca in Italia. Vediamo come stanno le cose analizzando i dati del settennio di attivita dello European Research Council (2007-2013).

I fatti sono noti: la ministra ha gioito dei buoni risultati dei 30 studiosi, di origine italiana, che si sono aggiudicati un Grant ERC nell'ultima valutazione annuale. Per la ministra è “un'ottima notizia per la ricerca italiana”. La vincitrice le ha ricordato che di questi 30 progetti solamente 13 saranno sviluppati in Italia, gli altri verranno sviluppati dai ricercatori “nazionali” (con passaporto italiano) presso istituzioni di altri paesi europei. La mobilità nel mondo della ricerca è fisiologica, ma a fronte dei 17 grant esportati dal nostro paese, in Italia non arriverà nessun ricercatore dal resto d'Europa.

Questi dati, relativi ai finanziamenti ERC del 2014, parlano già abbastanza chiaro. Per fornire un quadro più completo riporto alcune statistiche prese dal rapporto dello European Research Council sul suo primo settennio di attivita: 2007-2013. Va chiarito, per chi non fosse esperto della materia, che i finanziamenti ERC sono un indicatore importante della qualità della ricerca e che riguardano sia le scienze naturali che quelle sociali. Ogni progetto fa capo ad un ricercatore (il Principal Investigator) e mobilita risorse consistenti, circa 2 milioni di euro su un arco di 5 anni. I finanziamenti vengono assegnati da commissioni di specialisti scelti esclusivamente sulla base dei meriti scientifici e consentono al ricercatore di sviluppare in totale autonomia ricerche ad alto potenziale innovativo. I fondi sono inoltre portabili da una istituzione ad un'altra; quest'ultima caratteristica ha rafforzato la concorrenza tra istituzioni e paesi che si adoperano per avere gli studiosi migliori.

Per questi motivi l'allocazione dei fondi ERC fornisce un utile termometro della qualità e della capacità di attrarre “scienziati” dei paesi coinvolti. Bene, nei primi 7 anni di attività ERC ha finanziato complessivamente circa 4.300 progetti. Di questi 407 (circa il 9%) sono stati vinti da ricercatori con passaporto italiano, ma solo 229 sono stati portati in Italia (circa il 56% di quelli vinti da italiani). Significa che i rimanenti 178 vincitori “italiani” o si trovavano all'estero o hanno scelto di trasferircisi per sviluppare il proprio progetto. Per contro, in questi sette anni l'Italia ha accolto solamente 24 ricercatori con fondi ERC provenienti da altri paesi. Un confronto con la Francia (paese a noi simile per demografia e reddito) indica che dei 498 finanziamenti ottenuti da studiosi “francesi” nello stesso periodo (circa l'11% del totale ERC), 417 sono rimasti nel paese  (circa l'84%). Già qui siamo lontani dall'Italia ma, a fronte degli 81 ricercatori "emigrati", la Francia ospita ben 154 progetti di studiosi non-nazionali, ossia "immigrati", con un saldo netto positivo pari a circa il 15% del totale dei progetti assegnati a studiosi di nazionalità francese. Tra i paesi grandi, con cui dovremmo forse ambire a confrontarci, svetta il Regno Unito che ha un totale di 969 progetti, di cui 433 fanno capo a ricercatori non-nazionali!

Tavola – Statistiche riassuntive su ERC Grants 2007-2013

  Italia Francia Germania Regno Unito

# grant totali nel paese

253 571 614 969
#grant a ricercatori  “nazionali” 407 498 700 604
#grant a ricercatori “nazionali”  / POP (in miloni)
6,69 7,67 8,56 9,52

I dati mostrano un'Italia che non ha niente di cui rallegrarsi. La situazione è drammatica: il paese trattiene appena il 56% dei fondi vinti dai suoi "nazionali", contro il 64% della Germania, l'84% della Francia, l'88% del Regno Unito. Peggio di noi solo i piccoli paesi Austria e Irlanda, fa meglio anche la Spagna, un paese arrivato molto in ritardo alla ricerca universitaria di qualità. Ancora: a dispetto della sua ricca storia di arte e di scienze il nostro paese attrae pochissimi cervelli: la percentuale di progetti gestiti da non-nazionali in Italia è del 10%, contro il 30% di Francia e Germania, e il 45% del Regno Unito.

Nonostante queste considerazioni, alcuni leggono nei successi dei ricercatori con passaporto italiano (30 grants) una conferma della bontà del nostro sistema di istruzione: in fondo questi studiosi sono stati istruiti in Italia (almeno in parte, alcuni avranno fatto il dottorato all'estero). Anche qui non mi sembra ci sia molto di cui andar fieri: ovviamente un paese grande vince piu progetti di un paese piccolo (come l'Austria per esempio), ma normalizzando i dati rispetto alla popolazione come appare la performance italiana? I dati ERC mostrano che l'Italia fa ancora un po' meglio della  Spagna (non riportata in Tabella) ma è ultima tra i 4 grandi: dopo Francia, Germania e Regno Unito. Viene invece voglia di invidiare certi  paesi, come la piccola Olanda dove appunto opera Roberta D'Alessandro la linguista che ha polemizzato con Stefania Giannini, i cui ricercatori nazionali hanno vinto ben 336 progetti (264 dei quali rimasti nel paese), con l'incredibile rapporto  (rispetto alla popolazione)  di 20! Questo si che è un paese per studiosi. 

Due considerazioni conclusive. Forse il lettore meno esperto si chiederà perche l'Italia sia cosi poco ambita dai ricercatori, in particolare da quelli che i fondi li hanno trovati: il motivo è che la gestione di questi fondi in Italia è meno facile e meno conveniente che altrove. Un ricercatore che conferisce 2 milioni di euro a un istituto viene accolto a braccia aperte in un sistema sano. In molti posti gli si offre una cattedra, o quantomeno una prospettiva di sviluppo, un buon stipendio, buoni laboratori. Nel sistema Italiano, con pochissime apprezzabili eccezioni, non succede. Un decreto ministeriale del dicembre 2015 consentirà (forse) ai giovani vincitori di Starting Grant ERC (persone normalmente intorno ai 35-40 anni) di essere assunti come ricercatore a tempo determinato  .... a occhio stimo che in Francia o in Olanda si ottenga una posizione con uno stipendio doppio o triplo. Alcuni atenei Italiani ci stanno provando, districandosi tra i milli garbugli burocratici che impediscono a un rettore di stendere un tappeto rosso al bravo ricercatore come avviene oltralpe.

La seconda: pensare che la ministra gioisca dei dati descritti sopra è allarmante.  È in corso uno storico esodo di capitale umano, inziato circa 40 anni fa ma cresciuto nell'ultimo decennio in modo vertiginoso, ed il paese è incapace di attrarne di nuovi da fuori. Anziché rallegrarsi la ministra dovrebbe incatenarsi alle porte del suo dicastero e pretendere strumenti amministrativi per premiare il merito, assieme alle risorse finanziarie per farlo. Il fatto che non sia possibile oggi offrire una cattedra e uno stipendio competitivo ai vincitori dei grant ERC la dice lunga sui vincoli burocratici che impediscono una gestione orientata all'eccellenza. Inoltre per premiare il merito servono risorse. Purtroppo negli ultimi dieci anni i fondi destinati alla ricerca e all'universita' nel nostro paese si sono sostanzialmente ridotti. La complessa procedura di valutazione della qualita della ricerca effettuata in Italia da ANVUR non serve a niente se nel frattempo si tagliano i fondi agli atenei, impedendo che i fondi arrivino dove servono e sono strameritati (si veda qui). Si sa, la qualità della formazione superiore e del finanziamento delle eccellenze non porta voti, come invece fa il bonus cultura ai diciottenni o l'abolizione di IMU e TASI. Ma un governo che taglia i fondi all'istruzione mentre finanzia il taglio delle imposte sugli immobili è un governo miope, che elargisce favori ai vecchi proprietari e mina il futuro delle  prossime generazioni. Senza una forte inversione di rotta, una rivoluzione, nella gestione del mondo della ricerca relativa ai suoi finanziamenti e ai criteri con cui sono allocati, il paese procederà spedito verso l'abisso, come il Titanic verso l'iceberg,  mentre sul ponte si danza e si gioisce per gli ottimi risultati ottenuti.

60 commenti (espandi tutti)

In principio a un ERC starting dovrebbe corrispondere direttamente il grado di professore associato.
Il problema è che questo va detratto dai punti organico disponibili, ergo nella situazione attuale più spesso che non, si può offrire poco o nulla, in Italia.

Il sistema è malato perché è rigido come se fosse un sistema monolitico e ben oliato, ma a tale impostazione fa corrispondere un finanziamento capriccioso e risicato.

Finalmente un articolo che, invece della solita litania contro la casta baronale, dice le cose come stanno: i governi (e questo non fa eccezione) stanno affossando l'Università. Qui vi metto il documento approvato all'unanimità il 18 Dicembre 2015 dai direttori dei 18 Dipartimenti dell'università di Pavia, documento approvato prima da tutti i consigli di dipartimento. Vale a dire, tutta l'Università di PAvia. Noi lo leggiamo ora nelle sedute di laurea. La situazione è esattamente questa.

Intanto, sui giornali, continua la campagna di disinformazione. Qui c'è un buon esempio. Il matematico in questione è dipinto come un genio, rifiutato dai baroni. La realtà è che, come potete facilmente verificare, il matematico in questione ha 33 anni, ha fatto 3 lavori con 5 citazioni, e chi non lo vuole è il consiglio di dipartimento, formato da tutti i docenti più una folta rappresentanza degli studenti (da me abbiamo 8 studenti su 44  docenti), dove i baroni sono in netta minoranza (da me ci sono 7 ordinari).

Quindi, sostegno da parte dell'opinione pubblica: zero.

Però il team che ha rivelato la fusione dei due buchi neri è italo-tedesco-anglo-americano.  Per colmo di sfortuna (per non dire peggio) l'antenna italiana VIRGO, gemella delle americane  LIGO, era disattivata per lavori quando l'evento si è verificato, sennò chissà cosa avrebbe fatto la Giannini.Tutti figli di baroni?

i soldi per la ricerca (PRIN) sono scandalosamente ridotti (quest'anno meno di 100 milioni) e   sarebbe assolutamente opportuno aumentarli - perlomeno triplicarli. Ovviamente, sarebbe anche necessario che fossero distribuiti 'bene' e devo dire che nutro qualche dubbio.  Ho l'impressione, basata solo su informazioni sparse, che i referee italiani si basino più sui nomi dei proponenti (amici/nemici) che sulla qualità del progetto.

Il calo delle risorse (FFO in gergo)  corrisponde al calo dell'organico che per ovvie ragioni anagrafiche si concentra nei professori più anziani e più costosi. Bisognerebbe reclutare giovani - ricercatori di tipo A. Eppure se ne reclutano pochissimi. Perchè? In parte, è colpa delle leggi finanziarie pregresse, che stabilivano un limite del 20% della spesa per il turn-over. Ora aumentato al 50%. Ma la colpa principale è del localismo corporativo dei professori. Due esempi concreti. A Pisa fino al dicembre 2015, sono stati reclutati 170 associati (quasi tutti promozioni interne) 30 ordinari (idem) e reclutati solo 30 ricercatori.  I nuovi associati sono pagati da un fondo speciale della legge Gelmini, inserito dopo la grande lotta dei ricercatori confermati appoggiata dal PD. Gli altri con fondi di Ateneo (fra l'altro ridotti perchè spesso usati per promuovere o assumere personale non docente). Sempre a Pisa, alla Scuola Normale Superiore, scuola di eccellenza senza problemi di punti organico e di budget, la Classe di lettere ha deliberato di offrire ai vincitori di ERC Starting Grants un contratto quadriennale, non un posto di ricercatore di tipo B (che prelude all'assunzione come associato dopo tre anni).

Non conosco il caso di Torino, e non capisco nulla di logica matematica. Quindi non so se questo Dimonte sia un genio o un mediocre, ma non mi stupisce che il consiglio di dipartimento si sia opposto.  L'arrivo di un esterno, anche a costo zero, riduce le chances di promozioni interne. Se il dipartimento assume un nuovo professore avrà meno posti nella ripartizione dei fondi di ateneo, e la materia X (settore scientifico disciplinare o SSD per i tecnici) slitterà indietro nell'elenco di settori da coprire nel dipartimento ('avete già avuto Dimonte, cosa volete'?). E tutti i membri del dipartimento hanno un interesse alle promozioni interne, I baroni vogliono promuovere i propri allievi, ricercatori ed associati vedono  ogni promosso come un concorrente in meno per la propria promozione. Inoltre, in molti casi, l'esterno, specie se viene dall'estero e non da università 'amica', è visto come una minaccia al quieto vivere. Magari pretende risorse per far ricerca, magari vuol mettere il becco negli accordi  per le promozioni -o semplicemente, facendo ricerca migliore o pubblicando di più, mette in imbarazzo i membri del dipartimento. 

Il nepotismo biologico è una degenerazione, abbastanza ma non troppo frequente.  Il nepotismo accademico è la regola. Alcuni, forse molti, professori promuovono bravi o addirittura bravissimi allievi, che comunque potrebbero fare carriera anche in un sistema 'normale', forse anche più rapidamente. Ma la regola permette la promozione di (quasi) chiunque, se sufficientemente tenace e bravo nelle relazioni interpersonali.  Tutti i tentativi di riforma dei concorsi si sono scontrati contro la resistenza ostinata del corpo docente a difesa del localismo.

 

Perché fai degli esempi sbagliati?

I referee italiani sono anonimi e il meccanismo delle amicizie scientifiche vale ne più ne meno in tutto il mondo. Vogliamo analizzare qualche progetto europeo? Ne vedremmo delle belle.

Non è vero che il calo delle risorse corrisponde al calo del personale. Sai benissimo cosa sono i costi standard e sai benissimo che l'FFO non copre nemmeno i costi standard. Ma perché fai finta di niente?

L'ultimo piano di reclutamento è stato fatto così, perché così ha voluto il ministero, che ha destinato la maggior parte delle risorse al "piano associati", una specie di sanataoria per i ricercatori "vecchio ordinamento" di cui la Gelmini si era dimenticata, persone senza le quali l'Università, come didattica e ricerca, avrebbe chiuso. Il localismo dei professori non c'entra una beata mazza. e lo sai.

Il nepotismo accademico, cioè il desiderio di vedere premiati i propri collaboratori bravi e che se lo meritano, vige in tutto il mondo, con meccanismi diversi, non ci trovo nulla di strano. Il problema è che in Italia, come dice anche la mozione di Pavia, le regole cambiano continuamente e le conseguenze per i bilanci della università che fanno reclutamento sono incerte. Intanto, dovresti sapere che, per legge, il 20% del reclutamento deve essere di esterni, e questo è a regime dal tempo della Gelmini.

Ti metti anche tu a fare disinformazione?

Evidentemente l'Università dove vivo io non è quella dove vivi tu.

Alberto, ma chi vuoi prendere in giro?

i) i referee sono anonimi ma i progetti no. Quindi i referee possono benissimo favorire gli amici e colpire i nemici.

ii) il calo delle risorse è più o meno parallelo al calo del costo del personale. L'FFO non copriva prima il costo del personale, almeno nella maggioranza delle università e non lo copre ora. Anzi la situazione è migliorata - molte più università sono virtuose (costo personale meno del 90% FFO) di 5-6 anni fa I costi standard (sistema nuovo da introdurre) non c'entrano nulla.

ii) i ricercatori confermati  prendono un ottimo stipendio (per gli standard italiani) e quindi avrebbero quindi tranquillamente potuto continuare ad insegnare e poi andare in pensione cone ricercatori. Anzi, io sono sempre stato favorevoli a chiamarli professori di terza fascia e dar loro piena dignità accademica, compresi gli obblighi didattici da professore.  Alcuni di loro sono molto bravi, meglio di parecchi ordinari e molti  hanno l'abilitazione a prima fascia.  Nessuno impedisce loro di vincere un concorso a prima fascia, magari in altra università.  Scusa, dimenticavo. Se i ricercatori bravi vincono il concorso, come fa carriera l'associato locale?

iii) vedo che apprezzi il  nepotismo accademico.  Se i tuoi collaboratori  sono bravi ed originali,  possono trovare posto altrove da professori e continuare a collaborare con te. Altrimenti. sono tecnici di laboratorio. E puoi anche trovare altri collaboratori, magari anche più bravi, con concorsi 'aperti'.   In America è vietato (non dalla legge ma da prassi accademica ferrea) iniziare un tenure track  nell'università dove hai conseguito il PhD. In Italia Berlinguer tentò di introdurre una clausola simile nella legge 1997 - fu abolita al primo passaggio parlamentare

iv) so bene della clausola del 20% (un disperato tentativo di ridurre il nepotismo) e degli equilibrismi per evitarla e scaricare ad altri dipartimenti il piacere di chiamare gli esterni. E l'altro 80%?

Non ti preoccupare. Viviamo nella stessa università. Un sistema finalizzato, come il resto del pubblico impiego, a garantire agli insiders una vita tranquilla ed una carriera (neanche tanto) modesta ma sicura a patto di rispettare le regole tacite del sistema. Solo che a te piace,  a me no.

"Perché fai degli esempi sbagliati?"

Scherzi, vero?

Il campione e' sbagliato perche' contraddice la tua prior? Suvvia ...
 

dati

alberto rotondi 21/2/2016 - 09:05

La statistica bayesiana è affidabile se il campione è abbastanza grande o se il prior è "oggettivo", cioè contiene i risultati di esperienze passate. Altrimenti, si può dimostrare qualunque cosa.

I miei prior sono affidabili quando dico che FFO non copre nemmeno i costi standard. Federico è completamente disinformato quando dice che il costo standard è un sistema nuovo da introdurre.

Il costo standard per le università è a regime dal 2014.

I costi standard per l'università di Pavia sono calcolati qui.

Il nostro costo standard per studente, che include le voci del documento di cui sopra, è di 6993 euro/anno per studente. L'FFO sui costi standard è calcolato sul numero di studenti in corso, che è 16.330. Quindi il nostro costo standard  è 16330 x 6993 = 114 milioni. La nostra asegnazione è di 93 milioni. A questo si aggiunge la quota premiale che dovrebbe finanziare tutte le  altre spese (dalle cliniche universitarie ai laboratori di Fisica e Ingegneria, alla manutenzione di strutture storiche e musei, ecc), che porta il nostro FFO a 123 milioni di Eu.

Detratti i costi standard, ci restano 10 milioni di Euro.

Il costo del personale (docenti e tecnici/amministrativi) è il 78% dell'FFO cioè 95 milioni di euro per 1900 persone, cioè 65 mila euro/anno lordo ente, contributi pensionistici e TFR (30%) inclusi.

Pavia ha 20 mila studenti  (inclusi i fuori corso), 1900 tra docenti e altro personale e un budget di 123 Milioni.

Berlino ha 33 mila studenti, 5700 tra docenti e altro personale e un budget di 430 milioni.

Anzittuto (ma è irrilevante) la statistica bayesiana è concepita proprio per farti partire dalla prior che vuoi. Siccome è dinamica (ad ogni tempo t=0,1,2, ...  campioni di nuovo, eccetera) ciò che conta non è tanto su cosa si fondi la tua prior al tempo t=0 (fatti salvi casi degeneri) ma come il tuo campione si evolva in seguito. Insomma, son le posterior che il campione, ripetuto, mano a mano cambia che contano ...

Detto questo, che c'entra assolutamente nulla, la tua affermazione rimane senza senso o comunque non spiegata: cosa vuol dire che gli "esempi sono sbagliati"? Sono dati  falsi? No. Allora, se non lo sono, sono solo sampling, fanno parte del campione e non sono né sbagliati né giusti, sono una parte del campione. Il tutto è così banale che non capisco perché debba stare qui a ripeterlo ad un notevole fisico nucleare.

Andiamo avanti.

Da nessuna parte, in questo blog o nell'articolo, si è mai sostenuto che in Italia la ricerca sia ampiamente finanziata. Tutto il contrario. Si sono sostenute altre cose che nel tuo esempio di Pavia (e nel confronto con "Berlino", quale Berlino? Berlino ne  ha tante di università, ma fa niente ...)  non vengono contraddette. Ma, prima di passare a quelle, pensiamo a Berlino. Se mi dici quale sia l'università in questione e da dove trovi i dati e quanti siano i fuori corso a Berlino e quanti a Pavia e in che facoltà siano quegli studenti magari facciamo un confronto intelligente invece che polemica aria fritta. Son certo che, alla fine, verrà comunque fuori (dovremmo aggiustare per il reddito, che a Berlino è parecchio più alto che a Pavia e questo conta nel calcolare i costi ..) che Berlino spende di più per studente o docente, nessun dubbio. Ma avremmo un numero realistico invece di una battuta secondo cui spendono più del doppio per studente. Che ne dici?

Ed infine, veniamo al punto.

Secondo te quale è la causa e quale è l'effetto? Le spese per la ricerca e l'università in Italia sono miserrime perché (fra le altre cose, il sistema Italia non sarò certo io a rifiutarmi di criticarlo per sprecare spesa pubblica in mille troiate anziché in quel che serve) l'università italiana è IN MEDIA baronale, nepotistica, anti-meritocratica, eccetera o viceversa? Detto altrimenti, negli anni '70 e '80 (quando la frequentavo) l'università italiana era forse meno nepotistica di ora e lo è diventata solo dopo perché han tagliato i fondi o viceversa? Questa la questione.

Vedi, un ENORME errore di molti scienziati naturali "bravi" (come sei tu) è pensare che il resto dell'università italiana sia come loro e non l'opposto. E, da questa assunzione platealmente falsa, fanno inferenze una più sbagliata dell'altra.  Ammesso (e non concesso) che i dipartimenti di fisica in Italia siano tutti come il tuo, rimane il fatto che la fisica (o la matematica, due dei pochi campi in cui l'Italia da quanto capisco riesce a difendersi a livello internazionale) sono eccezioni che contano per una piccola % dell'università italiana. Di quella stiamo parlando, non di fisica delle particelle. Cerca di rendertene conto!

Inutile, quindi, continuare a sfondare una porta aperta (in Italia si spende molto poco per università e ricerca) invece di concentrarsi sul problema vero: perché si spende molto poco e perché è evidente a quasi tutti che il sistema universitario italiano nel suo complesso (non nella sua coda destra, nel suo complesso ossia per l'80 o 90% della distribuzione) è corrotto, anti-meritocratico, nepostista, fallimentare. Ecco, questa la domanda da porsi Alberto! 

A meno che tu non mi provi (ma so che è impossibile per esperienza diretta) che quando i professori universitari erano pagati "tanto" rispetto al reddito nazionale e c'erano "tanti posti" e "tanti  fondi" (relativamente parlando) non era nepotistico e corrotto. Lo era. Quelli di noi che sono fuggiti negli anni '70 ed '80 l'han fatto proprio per questa ragione, non per il basso stipendio. Le centinaia di fisici che ho incontrato negli USA a fare i PhD negli anni '80 per cosa ci venivano, altrimenti? 

scopus

alberto rotondi 21/2/2016 - 11:22

Premetto che l'universitario italiano tipico che avete in mente, cioè il barone nepotista che scambia università pubblica per un suo feudo personale, è prima di tutto una figura che danneggia quelli come me che si sforzano (o credono di ) di far funzionarei sistema in modo virtuoso. 

Il problema è allora di stabilire cosa sia oggi  veramente l'università itaiana. Io contesto la tesi che qui si sostiene, cioè che, dato che per la stragrande maggioranza (o in media) l'università è marcia, prima di rifinanziare il sistema bisogna stravolgerlo completamente. 

Dati oggettivi? Non so fare di meglio che andare nelle banche dati standard, come Scopus.

E' vero che lì si vede che svettano discipline come la fisica delle alte energie, però  si vede che ci sono molte altre  attività con ottimo ranking. Per inciso, il posto migliore  l'ho trovato per Art and Humanities- Conservation, mentre  Economia ha uno dei ranking più bassi. Mi sembra che anche Lippi, tra le righe, non ritenga che l'Universutà italiana sia in maggioranza da buttare.

Ovviamente non posso esserne sicuro, ma mi chiedo se quello che mi contesti, cioè di estendere la mia esperienza a tutto il sistema, non possa essere attribuito un po' anche a te.

PS: i dati su Berlino li hopresi da qui dopo averli verificati.

i) ho scritto che il calo dei finanziamenti (dal 2009) è più o meno simile al calo dei docenti e che il FFO copre le spese per docenti. Infatti a PV è il  78%. Confronta la percentuale qualche anno fa: a Pisa e in quasi tutte le università era superiore.  Il calo del numero dei docenti  è un problema? Bene, allora usiamo tutte le risorse per  ricercatori di tipo A e nulla per le promozioni interne. Se si privilegiano queste ultime, come fatto a Pisa, non ci lamentiamo del calo del numero dei docenti.

ii) tu continui a confondermi con i giornalisti o con la (tua visone deformata) degli ameriKani.  Non ho mai detto che l'università è tutta da buttare o è marcia o che gli universitari nella media sono pessimi. Rileggimi venti volte e prova a capire

iii) Io sono assolutamente a favore di un aumento dei fondi all'università e sopratutto alla ricerca ma alla condizione che sia preceduto da una riforma delle regole. Altrimenti i soldi saranno solo usati per promozioni interne e/o per reclutamento locale. Ripeto: se i locali sono bravi, in un sistema competitivo, possono vincere altrove (e viceversa). La distribuzione premiale in funzione della VQR è un tentativo di riforma  in tal senso, osteggiato dal ministero e da parte dei docenti. A Pisa siamo in pochissimi a difendere la VQR.

iv) i docenti bravi dovrebbero essere in prima fila a richiedere una riforma del sistema di reclutamento e di finaziamento perchè favorirebbe loro ed i loro allievi. Invece non solo stanno zitti (e questo è comprensibile per quieto vivere) ma molti addiritttura difendono lo status quo ed i loro colleghi fannulloni.  E' un comportamento miope e gravemente dannoso per l'università.

 

Mi sento inadeguato e presuntuoso ad intervenire qui. L'unico blasone che avrei da esporre sarebbe quello di aver condiviso qualche delusione simile alla D'Alessandro, ma anche se particolarmente simile non reiterata come la sua che è stata sia reiterata che paradossale, e non potendo esibire il suo trionfo finale potremmo semplicemente fare l'ipotesi che nel mio caso la delusione sia stata sacrosanta e meritata. E tuttavia la riflessione a posteriori l'ho fatta e ve la propongo, e “se sbaglio mi corrigerete”.

Riflettendo sul mio caso, m'era proprio sembrato che siamo caduti sul punto di Boldrin:

“l'università italiana era forse meno nepotistica di ora e lo è diventata solo dopo perché han tagliato i fondi o viceversa? Questa la questione.”

E per evitare di girarci intorno dico che, m'era sembrato proprio che, si!

E in questo senso. Quando i tagli sono volti a ridurre gli sperperi, quando i tagli sono volti alla migliore razionalizzazione, quando i tagli sono volti anche a indurre maggiore razionalità, nel senso di costringere a bilanci responsabili che tengano conto dei vincoli e delle risorse, essi sembrano sempre ben giustificati da tutti i punti di vista rilevanti, ma se le loro motivazioni eccedono i loro fini, se le loro motivazioni servono ad altri scopi, pur sacrosanti o persino vitali, può accadere che essi ottengano l'effetto opposto a quello per cui si legittimano. L'effetto opposto si manifesta quando per essi si sovrastima l'efficacia a curare malattie su cui altre forze e altri impegni sarebbero richiesti. Insomma m'è sembrato proprio che al di sotto di un certo budget, al di sotto di una certa disponibilità e libertà di movimento, al di sotto di certe risorse, il sistema subisca una involuzione e sopravvivano solo le forze più ancestrali, quelle più radicate e istintive, la razionalità essendo sotto un certo livello un lusso. Quando una nave affonda può essere ancora possibile pianificare gli interventi con calma solo se non si supera un certo livello di allarme, altrimenti è un fuggi fuggi senza rimedio.

Così, mi pare, che in effetti al livello a cui si è scesi restino solo le forze della pura sopravvivenza fisica, e il merito è oramai un orpello che non appare più nella lista, come se su questo piano gli spazi di manovra si siano ridotti a zero. Se non devo prendere in considerazione me stesso, per conflitto d'interessi, pure so con certezza di conservare un giudizio obiettivo sulle qualità e il talento di altri che sono in grado anche di ritenere più meritevoli di me perché sono quelli che ritengo i veri competitori, come sono in grado di confrontare essi con quegli altri che risultano infine gli eletti. Del resto, sui riscontri di questa situazione bastano le numerose inchieste giornalistiche in proposito.

Dunque direi che poiché il prof. Boldrin si chiede se l'università italiana era meno nepotistica di ora e lo è diventata solo dopo perché hanno tagliato i fondi, proporrei di giudicare la questione rispetto ad un altro indicatore, che potrebbe essere dato dal rapporto tra quantità di nepotismo e quantità di merito, e mi pare che questo rapporto oramai dia infinito, non perché è variato il numeratore ma perché il denominatore è andato a zero. O, per dare qualche fiato al prof. Rotondi, diciamo che tende ad infinito per via che il denominatore sta vertiginosamente crescendo ma ancora non è nullo, e credo che abbia ragione quindi quando dice che, proseguendo a tagliare, oramai tocca a lui di segnare il passo e non certo a quelli che si appoggiano a ben altre forze che il criterio razionale per gestire la loro discrezionalità.

Mentre infine l'essere assolutamente favorevole ad

“un aumento dei fondi all'università e sopratutto alla ricerca ma alla condizione che sia preceduto da una riforma delle regole”,

se io ho una qualche ragione dalla mia, equivale a rassegnarsi definitivamente alla inevitabile sconfitta, come chi chiedesse ordine sul ponte del Titanic.

una pagina di contorsionismi per dire 'aumentate i fondi - così insieme al 90% di locali/insiders magari vince qualcuno bravo' - magari io.

Capisco l'interesse personale, ma perchè i contribuenti italiani dovrebbero pagare di più per avere 1000 mediocri  invece di 1000 bravi? 

Perchè i giovani assumono che l'università sia irriformabile? E'iniziato un processo di riforma, lento e con vari errori, ma comunque in corso. Capisco che gli insiders (che in questo caso sono molto più gli associati ed i ricercatori che ordinari) si oppongano, ma perchè gli outsiders non lo sostengono - o addirittura sostengono gli insiders, come nella protesta contro la legge Gelmini?

 

Contorsioni?

Matteo2 21/2/2016 - 16:23

No, guardi, non mi dispiace per me, sono in grado di farmene una ragione, mi dispiace semmai per il progetto che non verrà svolto da altri perché ognuno ha una sua intima sensibilità e dà peso alle cose secondo il suo giudizio, ma, mi deve credere, mi dispiace molto di più per tutti quegli altri progetti che ho osservato con interesse dal di fuori, per mia inclinazione a rimanere ammirato per ogni proposta originale, e che saranno destinati al macero.
Ora, visto che il numero da lei scelto è proprio di 1000, dirò che se fisiologicamente ci deve essere un minimo di 1000 mediocri, e nessuno lo riuscirà a schiodare con medicine improprie, allora significa che non ci sarà alcun bravo. E i contribuenti avranno definitivamente solo mediocri e nessuno che tira la carretta.

alla mia domanda: perchè rassegnarsi allo status quo?

Da assegnista

roccog 22/2/2016 - 14:34

non mi rassegno e cerco di far passare l'idea che tutte le nostre proteste di precari (coordinamento precari) non devono solo essere finalizzate alla richiesta di più fondi (assumeteci tutti). Io lavoro (o come direbbe il Ministro, mi "formo altamente") in un ex-Dip. di Scienze della Terra e da abilitato in seconda fascia la cosa che più mi deprime è vedere che molti dipartimenti sono zeppi di ricercatori non abilitati, già assunti da anni, i quali però coprono gran parte della didattica (molto spesso fanno solo quella), quindi coprono il fabbisogno del corso di laurea. Il risultato è che non si fanno bandi per associati, non c'è tutta quella necessità. La conseguenza è che la ricerca (l'H-index) è più scadente di quanto potrebbe essere. Cioé si presenta quella dicotomia fra docenza e ricerca per cui per fare un RTD ci vuole un corso libero, ma per avere fondi bisogna pubblicare bene. E' anche qui che il sistema italiano salta, in quanto spesso l'Università si avvicina al Liceo e tende a vedersi solo come impartitore di conoscenza pregressa generata da altri. Lo stato contribuisce a questa confusione.

Per rispondere alla domanda di Matteo2 o di Boldrin... E' aumentato il baronismo? Premetto che dove sto io di Baroni ce n'è pochi, al limite sono Baroni da briciole; il problema è che con questo livello di finanziamento/efficienza alcuni lottano per il posto per il proprio allievo per far sopravvivere il proprio settore (altri se ne fregano e dietro di sé lasciano nulla). ' incomprensibilmente  queste persone non riescano a capire che invece di spendere soldi per gente mediocre (per coprire un buco nella ricerca), potrebbero far sopravivere il proprio settore in maniera migliore attraendo gente valida con un concorso vero. Ma si sa, il rischio è che l'allievo superi il maestro...

Aumentare i fondi in questo contesto pare anche a me uno sperpero. Per esempio, perché in Emilia-Romagna ci sono 4 corsi di Laurea in Scienze Geologiche in 4 atenei diversi? Razionalizziamo veramente? Ne facciamo 1? 2, a esagerare, visto che ci sono l'Emilia e la Romagna? Toscana, idem? Andatevi vedere quanti iscritti ci sono al primo anno a Ferrara, Modena, Parma, Bologna... vi metterete a ridere... Non so se sia così anche per altri Corsi di Laurea. E parlo di Corsi di Laurea perché gli atenei da un po' stanno facendo i furbi e nascondono i dipartimenti piccoli dentro dipartimenti più grandi (Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra...).

Prendere atto.

Matteo2 22/2/2016 - 15:26

(Mi dispiace di andare a singhiozzo e far attendere ma avevo finito i colpi)

Rispondo.

Rassegnarsi?, neanche per sogno, e poi oltretutto alla mediocrità, e come si farebbe? Introducevo una riflessione che credo possa essere interessante in generale, uno spunto.

Per semplificare: in tutti gli strumenti scientifici c'è sempre da tener conto di un rumore di fondo non eliminabile, questo però non dovrebbe indurre a impedirsi di eseguire misure finché lo strumento non diventi perfetto. Se vogliamo dirlo con questa parola, diciamo che ci si rassegna a sopportare per il momento ciò che appare attualmente inevitabile. E perché, dice lei, non attendere di aver disinfettato il marciume? Ecco, il dubbio è che tenere la bestia a digiuno, superata una certa soglia, non sia più efficace allo scopo. Mentre superata questa soglia si sterilizzano pure le parti sane. E se uno crede che la formazione e la ricerca sono parti vitali, non dovrebbe sacrificarle solo per vedere estirpato completamente un tumore. Se poi uno crede che sia tutto un tumore allora è altro paio di maniche, ma allora nulla serve. Tuttavia non può essere tutto un tumore, abbiamo bassa natalità e di nipoti ce n'è pochi, e una volta sistemati quelli, che vogliamo chiamar nipoti ma potrebbero essere anche decennali collaboratori, potendo, gli si affiancherebbe sempre anche qualche bravo, o almeno uno bravo, così anche gli altri fanno bella figura. Però, se c'è rimasto un solo posto, quello va al "nipote" che attende da 10 anni, e come una schioppettata. Si tratta quindi di vedere se si ritiene più essenziale la ricerca o l'assenza di interessi privati o particolari.

 

Un intervento analogo avrei voluto fare qualche tempo fa in occasione dei rimproveri indirizzati a Zingales, le cui idee in proposito del bail-in italiano apparivano appunto come una rassegnazione ingiustificata.

mi collego a questa osservazione di Michele:

Ammesso (e non concesso) che i dipartimenti di fisica in Italia siano tutti come il tuo, rimane il fatto che la fisica (o la matematica, due dei pochi campi in cui l'Italia da quanto capisco riesce a difendersi a livello internazionale) sono eccezioni che contano per una piccola % dell'università italiana.

Se si guarda a quale percentuale dei grant ospitati da un paese finisce alle scienze dure definite come Life sciences (LS) + Physics and Engeneering (PE) ,   in Italia queste hanno ottenuto  il 72% dei progetti nel periodo considerato  ( (70+114)/(70+114+69),  fonte Figura 8.17  del rapporto ERC), valore simile a quello di UK.  Se valutato in relazione alla maggiore dotazione di fondi destinata a queste discipline  a livello comunitario, che e' pari all' 83% del budget per i progetti PE+LS+SH  (fonte Figura 4.02 del rapporto ERC),   il risultato delle scienze non sembra per niente straordinario.  Casomai e' vero il contrario.   Un esempio di paese grande che eccelle in scienze  "dure"  e' la Germania, dove la quota di LS+PE sul totale dei finanizamenti e' pari all'87%. 
 

 

Ho letto anche le statistiche ufficiali 2015 (Grantees by Country of Host Institution & domain) e vedo che oltre all'Olanda (26 grant) c'è un altro piccolo paese che "svetta": la Svizzera con 25 grant, in gran parte nel settore delle scienze fisiche e dell'ingegneria. Con 10 svizzeri partecipanti, arrivare a 25 significa averne attirati 15 mentre gli olandesi presenti erano 20 (quindi 6 "attirati"). Dei 10 svizzeri, due sono andati all'estero e 8 sono rimasti.

Ecco, qui a ragione un ministro svizzero dell'educazione avrebbe potuto gioire.
Ebbene, non lo ha fatto! Timidezza? Pudore? Riservatezza elvetica?
No, semplicemente quella figura in Svizzera non esiste.
L'istruzione è compito esclusivamente cantonale e quindi ci sono 26 ministri dell'educazione, i quali si riuniscono periodicamente in un tavolo di coordinamento. Malgado (o grazie?) a questo c'è comunque un sistema articolato e che funziona.

Ecco, c'è un aspetto pero' che puo' far giorire i fautori della parità di genere. I 30 grant italiani (per nazionalità) sono ben divisi tra uomini e donne. Anzi vedo che sono 16 donne e 14 uomini. Solo la Grecia (4, tutte donne) fa meglio. L'Italia fa anche meglio della Svezia (6 grant, 3 donne e tre uomini) e dell'Olanda (9 donne, 11 uomini). Qui la Svizzera fa malissimo, con 1 sola donna e 9 maschi. 

Grazie Francesco! Questo fa capire che il vero grafico da guardare è il primo, dove l'Italia è ottava dopo UK, Germania, Francia, Olanda (17M abitanti), Svizzera (8M), Spagna (46M) e Israele (8M).

Interessante è anche il terzo grafico, dove l'Italia svetta per numero di Nationals Abroad. Anche in rapporto alla popolazione, a una rapida occhiata sembra che solo Austria, Portogallo e ovviamente Grecia facciano "meglio".

Sulla parità di genere attenzione: come nel famoso caso delle ammissioni a Berkeley nel 1973, qui potrebbe esserci (non dico che ci sia perché non ho i dati) una distorsione dovuta al fatto che in alcune materie ci sono "naturalmente" più donne. Per esempio la ricercatrice che ha ribattuto alla ministra è una linguista, campo dove noi uomini siamo la minoranza. Non a caso in Olanda, dove tantissimi grant sono in "scienze sociali" tra cui la linguistica.

Grazie anche all'altro Francesco per l'ottimo articolo e per aver fatto notare coi numeri come ovviamente un paese grande vince piu progetti di un paese piccolo. Sarebbe interessante calcolare il rapporto progetti vinti / numero di laureati. Qui probabilmente l'Italia va un po' meno male: la mia ipotesi di lavoro è che il secondo problema dell'Italia dopo l'incapacità di attrarre laureati è l'incapacità di produrre laureati. Quelli che si laureano poi sono competitivi con quelli del resto d'Europa.

 

Una nota finale: qui si parla solo di ricerca. In realtà ho paura che anche tra i lavoratori qualificati "operativi" (cioè che non lavorano nella ricerca pura ma direttamente in produzione, qualità, project management, supporto tecnico e chi più ne ha più ne metta) il saldo dei cervelli sia per l'Italia fortemente negativo, in particolare perché tanti laureati (leggermente più della media) vanno via e quasi zero entrano.

una distorsione dovuta al fatto che in alcune materie ci sono "naturalmente" più donne

Apprezzo che il naturamente sia virgolettato e faccio notare che altrettanto "naturalmente" in altre materie si sono piu' uomini. Ma piu' che il riferimento alla natura preferirei quello alla cultura.
Culturalmente i generi si orientano ancora diversamente (ma sempre meno) nelle scelte professionali e forse la cosa ci appare ... "naturale".

Grazie della correzione.

Rimane l'argomento statistico: si può gioire della parità di genere solo se si dimostra che non è dovuta al fatto che i vincitori con cittadinanza italiana non si concentrano prevalentemente in settori che per motivi culturali hanno un'alta percentuale di donne (tipo LS5, SH2, SH4, SH5).

Mi chiedo spesso, per ragioni professionali, quando un problema cocciutamente rifiuta di esser trattabile, se il problema non sia l'errore, piu' che i difetti delle risposte a creare disagi.

Si supponga che esista la conoscenza, in che modo esattamente viene danneggiata lo stato nazione Γ dal fatto che le onde gravitazionali vengano rivelate nello stato nazione Θ? Il caso che viene discusso a proposito dello studioso dei grandi cardinali e' rivelatore. Tutto quel che si sa dei grandi cardinali e' praticamente in dominio pubblico, nulla e' invisibile quanto il teorema del crivello di Eratostene lo si puo' usare a Vibo Valentia quanto a Pasadena.

L'astio, spessissimo giustificato, di chi si trova escluso da concorsi e selezioni varie, non implica che l'Italia, nel caso in questione, e' danneggiata dalla ricerca fatta, da nativi italiani che non vivono in Italia (per i conflitti di interessi, lavorai in italia per sei mesi, e mai piu', anche se nacqui in Italia.) 

L'Italia che e' uno stato nazione in declino demografico e sociale ha priorita' diverse dallo sviluppo della conoscenza e della ricerca scientifica. Mi appello agli storici: non e' questo cio' che la storia ripete ad abundantiam? Quando le dinastie cinesi decaddero (vedasi J. Neeham) le scienze cinesi decaddero, quando gli Stati Uniti abbero una crescita strepitosa, dopo il secondo conflitto mondiale, nacquero i laboratori, MIT passo' da una scuola di ingegneria a una specie di orto dei saperi, dalla linguistica alla robotica, ebbero l'improntitudine di assumere un assistente di Brecht. Ebbero la fortuna di una classe dirigente liberista che lascio' sviluppare le universita'

Nel caso italiano (si rammenti che la popolazione italiana sta diminuendo assai rapidamente, vedasi http://185.71.8.127/archivio-news/documenti/itemlist/tag/morti) ho l'impressione, a volte triste, di tanto rumore per nulla.

 

non implica che l'Italia, nel caso in questione, e' danneggiata dalla ricerca fatta, da nativi italiani che non vivono in Italia

forse si. Questi scienziati potrebbero  formare nuove generazioni di cittadini, medici,  imprenditori,  amministratori pubblici, creare nuovi prodotti e nuove aziende, invece lo faranno fuori dal mio paese. Che infatti e' povero di tutto cio.  A livello della grande storia del mondo cio con conta nulla, ok, ma per chi vive in questa parte di mondo e' un cattivo uso delle  

 

 

Quando le dinastie cinesi decaddero (vedasi J. Neeham) le scienze cinesi decaddero, quando gli Stati Uniti abbero una crescita strepitosa, dopo il secondo conflitto mondiale, nacquero i laboratori, MIT passo' da una scuola di ingegneria a una specie di orto dei saperi,

quale la causa e quale l'effetto?   sembra suggerire che sia la crescita strepitosa post bellica a portare i laboratori.  Io direi il contrario, sopratutto sulle frequenze secolari.  (stessa osservazione sulla dinamica demografica).

Intanto nel dopoguerra, il baby boom c'è stato dappertutto, mica solo negli USA. Probabilmente (non conosco i dettagli) lo sviluppo del MIT e delle Università USA è dipeso dal potenziale economico di quel Paese, no?

Credo poi che il numero di morti 2015 ed il costante calo della natalità abbiano poco a che fare con la crisi dell'Università italiana, che dipende dal nepotismo (a medicina è scandaloso!), dall'assenza di meritocrazia, dall'esistere anche in questo ambito di una casta che si protegge e si perpetua.

La crisi dell'università è simile alla crisi di tanti altri settori pubblici.

Me perchè non le rendiamo private? Lo stato potrebbe dare i soldi che ci spende agli studenti che potrebbero scegliere secondo prestigio, e fare bandi di ricerca con giuria solo di stranieri.

si fecero massicci investimenti pubblici nella ricerca di base, in parte collegata al successo della bomba atomica ed alla minaccia russa. Inoltre  gli USA beneficiarono dell'immigrazione di scienziati europei etc (cf. J.Cole The Great American University 2009). Ovviamente gli USA potevano permettersi tutto...

La demografia c'entra nulla

A quanto pare l'Italia è un esportatore netto di capitale umano qualificato, tutti i dati citati mostrano che i ricercatori nostrani trovano posto all'estero mentre i nostri atenei e centri di ricerca non sono altrettanto attraenti per gli stranieri.

Secondo l'ISTAT, anche al di fuori dell'ambito accademico e più in generale, l'Italia sta perdendo attrattività con flussi migratori in entrata che si vanno contraendo. Gli italiani stanno invecchiando, perdendo risorse qualificate, la natalità cala drammaticamente e - novità del 2015 - aumenta persino la mortatilità...

Se non è declino questo?

Per fortuna che almeno il ddl Boschi ha quasi riformato il Senato, l'Italicum è finalmente la nuova legge elettorale e adesso si affronta il problema delle unioni civili...

(ovviamente scherzavo!).

I mille garbugli burocratici, in questo come in altri casi, sono una risposta, possibilmente inadeguata, al livello di corruzione molto superiore in Italia rispetto agli altri paesi menzionati. Se il rettore in questione potesse assumere chi vuole senza i mille garbugli burocratici assumerebbe il brillante studioso estero o il nipote (accademico o familiare) del collega influente in grado di assicurargli, poniamo, un cospicuo numero di voti alla propria rielezione, o magari il proprio stesso nipote? C' è poi un altro aspetto: la totale mancanza di disciplina. In altri paesi chi fa poco o niente e se ne sta lontano dalla sede universitaria viene licenziato, da noi assolutamente no. Per cui promuovere il locale può essere giustificato coll' evitare di sprecare risorse in un esterno assenteista. Vi ricordate il famoso americanista Bonetto della Donna della domenica, che, "dato che aveva la cattedra ad Ancona abitava a Napoli"?

Se il rettore in questione potesse assumere chi vuole senza i mille garbugli burocratici assumerebbe il brillante studioso estero o il nipote (accademico o familiare) del collega influente in grado di assicurargli, poniamo, un cospicuo numero di voti alla propria rielezione, o magari il proprio stesso nipote?

prima il rettore dovrebbe far vincere al nipote (amante etc)  una borsa ERC. Cosa quasi impossibile. Anche per un rettore.

e dei vincoli burocratici, non della borsa ERC in quanto tale. E' una questione generale: la corruzione e la mancanza di regole di comportamento informale rispettabili genera proliferazione di leggi e regolamenti volti, spesso velletariamente, a limitare l' arbitrio. Ad esempio, cosa succederebbe da noi se le decisioni di reclutamento venissero prese in maniera informale senza pubblica verbalizzazione e senza possibilità pratiche di ricorso come in UK? Chissà, forse succederebbe lo stesso quello che succede,dato che da noi fatta la legge, trovato l' inganno, ma forse peggio... e forse molto peggio.

La Giannini commentando i dati dei Grant ERC sosteneva che si trattasse di “Un'altra ottima notizia per la ricerca italiana.” L'importante in questa frase non sta nella “ricerca italiana” ma nell' “Un'altra ottima notizia”. Viene infatti subito la curiosità di sapere quali altre ottime notizie precedessero questa. Se ci si ferma a questa ultima, pare legittima l'indignazione della ricercatrice che, pur essendo italiana, deve lavorare all'estero perché all'estero sono stati riconosciuti i suoi meriti e ha vinto il concorso proprio perché infine all'estero lavora. Ma questo non è ciò a cui pensava la Giannini proferendo questa frase, e dunque la ricercatrice all'estero si è inalberata senza colpire nel segno. La Giannini si riferiva principalmente all'altra ottima notizia, quella che discende dai suoi meriti, ovvero che lei accredita come suo merito; all'essere lei riuscita a far approvare l'assunzione di 1000 ricercatori per il 2016, per la quale sarebbe però meglio dire: regolarizzazione giuridica.

Potrebbe anche essere, ma questa è solo un'ipotesi, che la Giannini gioisse anche del fatto che dopo 25 anni di tagli indiscriminati e continuativi alla formazione scolastica e universitaria, pure italiani ancora riescono a mettersi in luce, in Italia o all'estero che ora risiedano. Sarebbe come dire che tuttavia furono tagli alla formazione ma non omicidio della formazione. Se è così il dato che i vincitori dei Grant ERC hanno tra i 35 e i 40 anni e oltre, dovrebbe raffreddare l'euforia. Perché significa che questi vincitori sono nati alla fine degli anni settanta e dunque sono stati presso i banchi scolastici prima dell'inizio dei grandi e continuativi tagli alla scuola e poi all'università prima dei grandi e continuativi tagli alla ricerca. Dunque, presumibilmente, negli anni a venire i numeri dei Grant ERC italiani, dovunque residenti, sono destinati a calare drasticamente.

Il declino è solo nella sua fase iniziale.

la spesa per l'università è aumentata in termini nominali e reali molto negli anni Novanta e comunque fino al 2009 - poi è calata in proporzione al numero di professori.

Giovanni,   hai ovviamente ragione a dire che era cresciuta, mi pare un fatto interessante pero notare che in livello (rispetto al pil)  siamo un fanilino di coda, comunque la si guardi.

Io, fossi il ministro, non ci metterei nemmeno un centesimo in piu in assenza di garanzie per l'allocazione meritocratica dei nuovi fondi, per esempio seguendo la VQR (ma e'solo un esempio, perche quella non premia un gran che le eccellenze, piu che altro punisce gli inattivi).

Ma mi pare un fatto che si spenda poco per universita, o anche solo per la  ricerca, oltre che male.

 

 

 

Ho scritto in tutti i commenti che bisogna aumentare la spesa per l'università e la ricerca. Reagivo solo ad una falsità che viene ripetuta spesso.  Ci sono stati 6 anni di tagli non venticinque. I tagli corrispondono ad un calo del personale docente anziano per l'ondata di pensionamenti della generazione dei provvedimenti urgenti. Sarebbe stato possibile e lo è tuttora sfruttare l'occasione per un grande ricambio generazionale con un corrispondente miglioramento della qualità del corpo docente. Ci sono moltissimi bravi giovani studiosi in giro per l'Italia e per il mondo.  In parte questo è stato bloccato dai limiti al turn-over, ma registro che gran parte delle risorse sono state usate per promuovere il personale già in servizio, come del resto è successo sempre negli ultimi cinquant'anni. E' una scelta perfettamente coerente con le tradizioni dell'università italiana, ma non mi piace e non credo piaccia neppure a te.

(Finalmente sbloccato. Ma che bisogna che passi mezzanotte e quaranta per riavere i tre colpi?)

Il periodo da me usato può in effetti generare l'equivoco che i tagli all'università datino a partire da 25 anni fa, posso ammetterlo, come ammetto che il 25 è un arrotondamento in eccesso. Ma rileggendo la seconda parte dovrebbe essere chiaro che si intendeva una sequenza con i tagli che sono partiti prima per la scuola di base e poi sono arrivati alla università e alla ricerca:

“sono stati presso i banchi scolastici prima dell'inizio dei grandi e continuativi tagli alla scuola e poi all'università prima dei grandi e continuativi tagli alla ricerca”,

a datare da Rosa Russo Iervolino ministro della Pubblica Istruzione nel 1992 nel famoso o famigerato Governo Amato I, facendo partire da qui la volontà di taglio alla formazione, per passare poi alla Moratti e alle proteste dei rettori delle università.

Qualche riferimento preso al volo in rete per i primi cosiddetti tagli più famosi, e per sommi capi:

Per la scuola:

(1993) Rosa Russo Iervolino: http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1993/12/13/Economia/FINANZ...

(1994) D'Onofrio: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/05/12/s...

Per l'università:

(2001) Moratti http://www.repubblica.it/online/scuola_universita/tagli/tagli/tagli.html

(2002) Qualche protesta animata: http://www.cipur.it/Universit%E0Oggi/UNIVERS36.pdf

Per chiudere con un cenno all'inizio dell'attuale situazione:

(2006) Salvatore Settis: http://normalenews.sns.it/tagli-alluniversita-e-alla-ricerca-settis-al-f...

ecc.

Se “taglio” è poi parola inadeguata, convengo che si possa ripiegare su: “mancato investimento”. Resta che reiterata e continuativa sia stata la volontà irresponsabile di penalizzare formazione e ricerca, e che la nazione ne sopporterà le conseguenze a partire da tra poco e per decenni.

Le promozioni ad ondate del personale in servizio, tipicamente italiane, sono dovute alla legislazione, intermittente, imprecisa, lacunosa e inefficiente; succede allora che i concorsi si bloccano e le persone brave restano al palo per anni. Poi viene improvvisamente la possibilità di promuovere qualcuno, ed ecco che veniamo criticati perhcé facciamo un po' di promozioni. interne. Ovvio che parlo di quelle meritate, quelle immeritate fanno parte della patologia, le combatto dove e quando posso, e non le tratto qui. La legislazione intermittente, episodica, incoerente e lacunosa ci ha abituati a fare le fotografie improvvise della situazione e assumere o promuovere quelli che si troivano lì in quel momento, per limitare i danni. Nel caso migliore bravi, ma non necessariamente i migliori.

Sappiamo tutti che la formazione del personale scientifico richiede anni di programmazione su più sedi diverse. Impossibile da fare quando non c'è un quadro normativo e burocratico stabile. Si veda anche in questo caso la mozione dei direttori di Pavia. E'così difficile dare autonomia alle università entro i parametri di bilancio?

Poi occorre fare alcune considerazioni importanti per le materie scientifiche, che richiedono tecnologie e laboratori. Qui mi sembra che siano veramente pochi quelli che hanno messo piede in un laboratorio, viste le obiezioni che si fanno. Alcuni esempi (astratti e di fantasia): ho un collega molto bravo manon eccellente o eccezionale , che ha messo insieme con anni di sacrifici un laboratorio di nanotecnologia, che attira giovani e pubblica e ha collegamenti internazionali. Una risorsa  per il dipartimento. Faccio un concorso e concorre anche un esterno eccezionale per riconoscimento unanime. Solo che la materia sperimentale che tratta non lo è mai stata nel mio dipartimento e non ho i soldi da assegnargli per mettere in piedi l'attività nuova e i nuovi laboratori che gli servirebbero (in Italia è impossibile, grazie ai tagli). Se promuovo lui deprimo il laboratorio di nanotecnologie e so che il vincitore cercherà di andarsene quanto prima perché non posso dargli i mezzi per  iniziare la nuova attività. Utilizzerà la vincita del concorso per aumentare il suo grado accademico da qualche altra parte. Inoltre,con le risorse per il personale posso premiare tre interni bravi che lavorano, mentre l'esterno, che  mi servirebbe ma che non potrei utilizzare, mi costa tre volte di più. Se promuovo l'interno, i soliti censori grideranno al nepotismo baronale locale. Ci si dimentica però di un particolare: nei sistemi sani si chiama quello bravo, ma, almeno in campo scientifico tecnologico, dove conta non solo la persona ma servono  anche le strutture,  insieme alla chiamata si danno anche i fondi per creare la nuova stuttura tecnologica, anche con bandi dedicati ai soli esterni.

Siamo alle solite: si dice diamo pochi soldi all'università perchè li gestisce male. Questa però è solo una parte (non so quanto piccola o grande) della verità. L'altra verità è che l'Università, anche quando vorrebbe, è costretta a gestire male i soldi per limitare i danni in mancanza di risorse.

Complicata la vita, vero?

nel caso in questione tieni l'interno bravino ma non eccezionale e non lo promuovi. Se ne va? Hai i soldi per una chiamata esterna. Smette di fare ricerca e rimane?  Aumenti il suo carico didattico e tagli i costi del laboratorio di nanotecnologia o assumi un altro nanotecnologo.  Un esterno geniale ha bisogno di soldi per il laboratorio? Risparmiamo su altri laboratori a livello locale e battiamoci tutti assieme per avere un fondo nazionale per creare nuove strutture. In Germania lo fanno. Il governo federale concede contributi a fondo perduto alle università su concorso nazionale (le università sono regionali).

So benissimo che tutto questo è utopia e che il sistema non cambierà - ci saranno sempre promozioni interne e insider mediocri (ma anche pessimi, o anche bravi) che vinceranno sugli esterni geniali. Ma il sistema non cambierà  perchè il fato è avverso e i ministri cattivi vogliono la morte dell'università.. Il sistema non cambia perchè i professori, anche quelli 'bravi' non vogliono che cambi. E non vogliono che cambi perchè fa loro comodo.  E si trincerano dietro l'alibi della mancanza di soldi.

Tu stesso parli di possibilità utopiche che non ci sono.

Secondo la tua ricetta, il dipartimento chiuderebbe in pochi anni.

Se ho uno geniale chiedo i soldi per i laboratori, non me li danno. Non so se è chiaro.

In Italia esiste l'Agenzia per la Valutazione dellUniversità e della ricerca (ANVUR), ma non esiste l'Agenzia per la Ricerca. Come sai abbiamo avuto ora 100 milioni dopo quattro anni in cui abbiamo avuto zero. Siamo, credo, l'unico paese al mondo tra quelli evoluti dove succede questo. Secondo te questi sono alibi dietro ai quali nascondersi per esercitare il turpe localismo accademico e baronale?

Perché in Italia non viene nessun scienziato straniero? Ma perché qui si parla solo di rientro dei cervelli, dimenticando che il cervello ha bisogno di altre parti del corpo, infrastrutture e finanziamenti per i laboratori e le ricerche, cioè quello che i nostri trovano andando all'estero. Qui, a cominciare per i servizi agli studenti e andando in su, si fa poco o nulla.

In Germania, se mettiamo insieme Università e istituti Max Planck, Helmholtz, Fraunhofer, Leibnitz arriviamo, solo per la ricerca, a più di 8 miliardi di investimenti pubblici. In Italia superiamo di poco il miliardo. Non è certo mettendo le virgolette 'bravi' ai professori bravi che facciamo un buon servizio all'università.

Ma perché in Italia i rettori non si riescono a mettere d'accordo per diminuire la parcellizzazione dei dipartimenti?
Esempio 4 Dipartimenti di Scienze della Terra in Emilia Romagna, più 3 a Milano, 1 a Pavia, uno a Padova, uno ad Ancona, uno a Firenze, uno a Siena. Due in Sardegna, due in Sicilia...

Non capisco l'obiezione.

Ogni Università si divide in Dipartimenti, che sono le sue unità elementari di funzionamento. E' così in tutto il mondo.

Una università unica credo esista solo nella Corea del Nord.

Si, ma quando non ci sono più studenti? Si uniscono i dipartimenti per far finta che ce ne siano? Si sta parlando di razionalizzare o no? Facciamo un dipartimento anche a Sassuolo?

i) bloccare tutte le promozioni interne - passaggi di carriera solo cambiando università

ii) quadruplicare l'importo degli scatti per merito (leggi Gelmini), equali per le tre fasce (e quindi molto più pesanti per i ricercatori). Distribuiti sulla base della valutazione della ricerca (VQR enhanced)

iii) abolire le distinzioni di casta fra i docenti - in particolare dare pari dignità ai ricercatori in termini di partecipazione ai consigli

ci stai?

rispondo

alberto rotondi 23/2/2016 - 23:46

i) Conosco bene il punto 1, perché lavoro da tempo coi colleghi tedeschi. Da loro questa regola è ferrea. Non è una legge, perché sarebbe anticostituzionale, ma è una regola seguita in modo rigoroso da tutta la comunità accademica. Il sistema ha pregi e difetti. Nonostante i difetti che non sono pochi, l’accademia tedesca la mantiene senza incertezze perché ritiene che i pregi (sconfitta del localismo e mobilità) siano di gran lunga superiori agli svantaggi. Quali svantaggi? Instabilità dei gruppi di ricerca e costi. Infatti, e lo so per esperienza, lavorando coi gruppi tedeschi ci si trova spesso con prodotti lasciati a metà, gente che sparisce perché vince un concorso e va a fare cose diverse da altre parti, formazione dei giovani ripetuta all’infinito per fare fronte al turn over esasperato, ecc. La contropartita è che si ha quasi sempre a che fare con gente molto in gamba, Viceversa, i tedeschi di noi apprezzano l’affidabilità, dato che se ci prendiamo un impegno, lo portiamo a termine, sfruttando la stabilità dei nostri gruppi. Poi i costi. Se un ricercatore si trasferisce, normalmente gli viene data una indennità di trasferimento per le spese di casa e logistiche, poi una dote di dottorandi e post doc, poi una dote per mettere in piedi il nuovo laboratorio o potenziare quello esistente. Cose da noi impensabili. Se questa regola significa investimento in ricerca e mobilità sostenuta investendo sulla ricerca, sono d’accordo. Se invece si pensa di calare questa norma lasciando il resto sistema invariato, allora è una norma suicida.

ii) Sono d’accordo. Per me i premi incentivanti vanno dati sulla produttività scientifica e didattica, indipendentemente dal livello accademico.

iii) Questo punto va specificato bene. L’ultimo piano associati, demenziale, ne è una prova. Lì ci siamo trovati di fronte a migliaia di ricercatori anziani rimasti al palo per la mancanza regolare di concorsi (tra parentesi, la procedura si ripete, la abilitazione scientifica nazionale (ASN) è in ritardo di 3 (tre) anni). Si sono fatti concorsi mischiando i giovani con i più vecchi, investendo punti organico fasulli, iniettando tensioni nel sistema per nulla. Altro che gridare al localismo. Un ricercatore anziano, con 20 anni di anzianità, abilitato, con indice h 20-40, che fa un numero di ore di lezione da associato, che fa ricerca da associato, che, una volta promosso ad associato prenderebbe uno stipendio uguale (o inferiore se cambia sede) è stato costretto a fare un concorso, Non era meglio un ope legis e dopo concentrarsi sui bandi per i giovani e su punti veri di spesa di bilancio, per investire sui nuovi? E andare poi a regime per non fare più ope legis? No. Invece ci hanno costretto a giocare con carte truccate, ibvestendo punti che non erano di spesa ma solo figurativi se vinceva un anziano, che comunque avrebbe continuato a fare le stesse cose di prima con uno stipendio uguale o inferiore per almeno 5-8 anni. E qusti passaggi sono passati sotto la critica del localismo. Sì, sul terzo punto sono d’accordo, e andava fatto con un ope legis per i ricercatori anziani abilitati, evitando il piano associati.

vedo che stiamo convergendo. Ovviamente concordo con l'opportunità di favorire la mobilità con investimenti adeguati (magari con un fondo ad hoc che finanzi strutture  di ricerca, distribuito con criteri internazionali competitivi fra le università).

Non capisco la iii).  Se il problema sono i soldi, molto meglio lasciarli ricercatori ed aumentare lo stipendio a quelli bravi con gli incentivi alla produttività.  Col punto unico da me proposto (uno scatto biennale era ca 7% dello stipendio - un triennale circa il 10% e io propongo di quadruplicarlo), la differenza fra un ricercatore anziano con uno o più scatti di merito ed un associato (o ordinario) senza scatti si ridurrebbe sensibilmente o scomparirebbe.  Se disturba il nome di 'ricercatore' chiamamolo professore di terza fascia. Non credo il problema sia il potere - ne hai altrettanto poco da associato che da ricercatore (e molto spesso  anche da ordinario in verità).  L'ope legis è una soluzione pessima perchè deve estendersi a tutti i ricercatori anziani abilitati e moltissimi sono da mediocri a pessimi.

??

fausto panunzi 24/2/2016 - 14:57

Il punto 1 non esiste da nessuna parte del mondo (almeno quello accademicamente conosciuto). 

i) sei d'accordo che in Italia (non altrove) le massicce promozioni interne sono un problema o sei convinto che il sistema funzioni bene?

ii) se il problema esiste, come lo risolviamo?  Introduciamo una superabilitazione per i candidati interni? E chi garantisce che passino solo quelli bravi? Mettiamo un limite massimo alla promozioni interne (cioè aumentiamo la % minima di esterni già presente nella Gelmini)?  E, come sopra, come garantiamo che passino quelli bravi e non gli amici del rettore? Altre idee?

  comunque se mi ricordo bene in Germania non puoi diventare professore nell'università doci hai conseguito l'abilitazione (e mi sembra che lo dica anche Rotondi)

Un conto è non assumere chi ha fatto un PhD nella tua istituzione. Un conto è impedire a un associato di diventare ordinario nella sua università. A me pare che i costi della tua proposta eccedano i benefici. E lo dice uno che a ogni promozione ha cambiato università.

germania

alberto rotondi 25/2/2016 - 02:22

A me risulta che in Germania se un docente vuole un avanzamento di carriera, di tipo qualunque, non può concorrere nella propria università.

Ho già detto che questo sistema ha dei costi elevati, e, se lo trapiantassimo  in Italia senza investimenti nuovi,  ne subiremmo solo gli effetti negativi senza goderne i benefici. La solita soluzione all'italiana.

abbiamo due possibilità  di evitarlo - sistema USA (il primo posto deve essere in università diversa da quella dove hai preso il Phd) o Germania (il posto fisso deve essere in università diversa da quella dove hai iniziato la carriera). Ambedue risolvono il problema con costi più o meno  elevati e si può discutere quale sia il migliore.  O magari si potrebbe trovare un sistema diverso (il 20% di estwerni della gelmini è un primo passo).  Sempre se si concorda sul fatto che il localismo sia il principale problema del reclutamento dei docenti.

per ERC starting si applica dai 2 ai 7 anni post phd. Quindi i suddetti ricercatori sono nella fascia d'eta' 30-35, non 35-40. 35-40 anni e' ragionevolemente la fascia delle ERC consolidator. 

I Consolidator grant sono stati introdotti nel 2013.  Fino ad allora c'erano solo starting e advanced.  La moda dei vincitori di questo gruppo (starting + consolidator)  e'  stata 38 anni  nel periodo considerato.    Insomma tra i 35 ed i 40 mi pare un range ragionevole,  anche per il futuro  considerando che chi applica, e sopratutto chi vince, sara'  vicino alla fine  dei 7 anni .   Cmq, credo siano considerazioni piuttosto marginali rispetto al punto di fondo.

Il declino del paese è certamente la causa principale dell'eccessivo declino demografico, ma è un drago che si morde la coda: il declino demografico da effetto è da tempo diventato una delle principali cause del declino del paese. Personalmente ritengo improbabile che un paese possa sopravvivere ad una tempesta demografica dell'intensità di quella a cui stiamo assistendo, e non vedo nocchieri o capitani in grado di tagliare la dragonara.

P.S.: era una riposta a 

alcuni dubbi

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" style="line-height: inherit; margin: 0px 4px; padding: 2px 4px; color: #ffffff; background-color: #e5002d; -webkit-text-size-adjust: auto;"> francesco lippi 

20/2/2016 - 13:27

Dragonara

Turz 23/2/2016 - 16:04

Cos'è la dragonara? E cosa significherebbe letteralmente "tagliare la dragonara"?

Il significato metaforico mi è chiaro: non vedo nocchieri o capitani in grado di guidare l'Italia fuori da questo declino demografico sempre più intenso.

La draunara, italianizzata in dragonara, è la coda del drago. Gli antichi marinai siciliani credevano che le trombe d'acqua fossero le code dei draghi, degli immensi mostri marini, ed il termine per estensione indica anche la tempesta. A bordo delle imbarcazioni siciliane c'era sempre un membro dell'equipaggio, generalmente il capitano o il nocchiere, che ricopriva anche il ruolo di tagliatore di dragonare, in pratica tramite sortilegi o incantesimi doveva tagliare la dragonara dal drago, e generalmente doveva provvedere ad ottenere i migliori venti possibili.

A volte in altri contesti dragonara può indicare anche una grotta, dove si pensava abitassero i draghi.

Questo articolo della Cattaneo  fa esattamente il quadro della situazione attuale.

Si è tenuto a Roma pochi giorni fa, nella sede del CNR, un interessante convegno sullo stato della ricerca in Italia. Segnalo quelli che a mio parere sono due importanti interventi:

1) una analisi dei rapporti tra ricerca ed economia, che tenta di spiegare le ragioni del declino italiano

2) un aggiornamento della situazione della nostra università ed alcune proposte per il suo rilancio.

A mio parere due miletones che dovrebbero essere considerate da chi si vuole occupare seriamente di Università e ricerca.

Mi ero chiesto se il limitarsi al piano economico di analisi fosse fonte di una eccessiva limitazione d'orizzonte. E se, ad esempio, al di sotto di una certa soglia di disponibilità, i fenomeni venissero risucchiati nella fascia di un “rumore di fondo” generato dalle più disparate motivazioni.

Ma se si prende quella economica come via maestra, le analisi dovrebbero essere più spregiudicate. Ad esempio ci si potrebbe chiedere:

E se fosse tutto a rovescio? Se fosse la crescita economica che induce la necessità della ricerca …..?!

L'osservazione d'una correlazione non decide chi è causa e chi è effetto, né se vi sia un rapporto di causa ed effetto.

E, ammettendo pure che la relazione fosse quella indicata in queste riflessioni, per l'Italia necessiterebbe di doversi rispondere anche alle altre seguenti domande:

Il tutto sarebbe accaduto per cattiveria dei governanti?

Per meritata punizione a causa della bassezza morale degli italiani?

Per senile stupidità? E di chi?

 

Alla fine si ha l'impressione che si tratti solo di predicozzi ispirati da disposizioni giuste ma generiche, come nel caso della senatrice, o da limitati interessi specifici. E in queste condizioni, la proposta guerra tra gruppi di ricerca o addirittura tra università pare essere proprio un'idea pericolosa, che ignora quali siano le forze reali in campo, ovvero prepara solo il bagliore degli ultimi fuochi. Del resto, l'assenza di una parallela analisi sul corrispondente declino della formazione di base apre già di per se una schisi fatale con la società civile, ovvero con quelli che vengono detti oltreoceano: i contribuenti, generando il sospetto, appunto, che l'attrattore nascosto sia la sola salvezza del privilegio di alcuni e non un progetto comune. 

finanziare i gruppi di ricerca indipendentemente dall'università di appartenenza con fondi aggiuntivi al FFO. Però bisogna essere chiari sulle implicazioni.  I fondi di ricerca, se distribuiti in maniera competitiva, creano un divario nella qualità della ricerca fra i destinatari e gli altri. Se si mantiene l'attuale distribuzione premiale,  nel medio-lungo periodo, porterà alla differenziazione delle università. Le università migliori avranno più fondi di ricerca, produrranno di più avranno risultati migliori alla VQR etc. Se si abolisce la distribuzione premiale,  la differenzia sarà all'interno dell'università fra dipartimenti ricchi e poveri. Comunque la giri, una distribuzione di fondi sulla base della qualità della ricerca crea differenziazione. 

La situazione dei ricercatori e' preoccupante ma ancora più gravi, secondo me, è il piazzamento dell'Italia all'interno di questa classifica.

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