L’economia della buvette

23 dicembre 2011 giovanni prarolo e giulio zanella

Lezioni dal ristorante del Senato della Repubblica: ma se noi, quando al mercato ci vendono una maglietta a 3 euro, pensiamo: “dove sta la sòla? Chissà che manine piccole il bimbo cinese che l’ha cucita!”, cosa dovrebbe pensare un senatore quando gli fanno pagare un risotto con rombo e fiori di zucca a 3,34 euro? Ci permettiamo di suggerirglielo in questo post.

A furor di indignazione popolare è stato deciso di ritoccare verso l’alto i prezzi sul menù del ristorante del Senato, la celeberrima buvette. La vicenda è ben nota e la riassume qui Sergio Rizzo. Noi, invece di concludere con la solita sferzata agli sprechi cercheremo di imparare qualcosa, andando a colmare le lacune dei ragionamenti “parziali” (aggettivo perfettamente calzante, come vedremo) fatti da molti attori della politica e osservatori trovati sui tradizionali mezzi di informazione.

In breve, i prezzi del suddetto menù oscillavano tra il 10% e il 20% del prezzo di mercato. Il resto era sussidiato, tassando il contribuente. Rimosso (in parte) il sussidio sono successe quattro cose:

(1) Si è ridotto questo particolare costo della politica a carico del contribuente.

(2) Il ristorante del Senato si è semi-svuotato.

(3) La società che gestisce il ristorante del Senato ha iniziato a licenziare personale.

(4) I clienti fuggiti sono migrati verso i concorrenti circostanti.

Chi ha un po’ di esperienza delle cose di questo mondo non troverà di che stupirsi. Vorremmo solo sottolineare la lezione più ampia che questo caso insegna, e per questo ci vuole un po’ di pedanteria, perdonateci. Intanto azzardiamo una previsione, succederà una quinta cosa:

(5) I concorrenti circostanti inizieranno ad assumere personale.

Gli effetti (1), (2) e (3) sono effetti di “equilibrio parziale”, cioè relativi all’equilibrio di un particolare mercato (quello dei pasti dei senatori, nel caso dal quale stiamo traendo ispirazione) senza considerare l’equilibrio in altri mercati interconnessi a quello che si sta analizzando. Come vedremo qua sotto, ragionare in equilibrio parziale può essere pericoloso perchè è sempre possibile “tirare per la giacchetta” il modello che stiamo utilizzando (dimenticandoci di beni sostituti, di altri settori produttivi, di altri tipi di input, etc.). Sta ovviamente all’onestà dell’osservatore mettere in piazza tutte le assunzioni che si fanno: noi cercheremo di farlo al meglio!

Gli effetti (4) e (5), invece, sono effetti di equilibrio generale, cioè relativi all’equilibrio di tutti i mercati messi insieme. Questi sono più difficili da cogliere e proprio per questo, nel caso in cui vadano in una direzione indesiderata a chi sta cercando di fare un punto parziale, sono quelli più facili da spazzare sotto al tappeto dallo scaltro (ma intellettualmente disonesto) barricadero della buvette.

Gli effetti di equilibrio parziale sono dunque quelli più immediati da cogliere, e sono illustrati nella figura qui sotto. Il mercato dei pasti dei senatori è semplice da analizzare. Si tratta di un mercato in cui la domanda è piccola relativamente all’offerta e il mercato piuttosto concorrenziale (ci sono 315 senatori in Italia e oltre 3300 posti dove mangiare a Roma; d'accordo, alcuni sono lontani dal Senato, ma anche volendo star vicino c'è solo l'imbarazzo della scelta). Possiamo quindi rappresentare la domanda come una funzione decrescente del prezzo (pensatela come una distribuzione cumulata di disponibilità a pagare: alcuni senatori sono disposti a pagare molto per un pasto, altri un po’ meno, altri un po’ meno ancora e così via) e l’offerta come una funzione costante rispetto alla quantità (cioè i ristoranti, bar, etc. sono disposti a fornire a tutti i senatori che lo vogliono un pasto ad un dato prezzo determinato dalla tecnologia di produzione dei pasti; gli economisti chiamano questa funzione di offerta “infinitamente elastica”). Per non complicarci la vita immaginiamo che la quantità di pasti sia una variabile continua.

buvette

L’equilibrio di mercato è caratterizzato da un prezzo p* per unità di pasto e una quantità q* di pasti consumati dai senatori al prezzo p* per ogni unità di tempo, ad esempio un giorno.

Ora introduciamo un sussidio: un senatore può mangiare alla buvette del Senato pagando un  prezzo s che è solo una frazione del prezzo di mercato. Nel caso specifico, era più o meno s = 0,2p*. Questo è il prezzo per la domanda. Il prezzo per l’offerta (quello che intascano i gestori della buvette) continua ad essere p*, il prezzo di mercato. Il risultato, come si vede nella figura, è che la domanda al prezzo s è pari a m, maggiore della domanda q* che si realizzerebbe al prezzo p*.

Assumiamo ora che ogni ristorante o bar produca pasti utilizzando solo lavoratori. Questo input  è trasformato in output mediante la funzione di produzione q = an, dove a è la produttività di un lavoratore ed n il numero di lavoratori impiegati.

Il numero di lavoratori impiegati alla bouvette dopo l’introduzione del sussidio (pari a m/a) è maggiore del numero di lavoratori che sarebbero impiegati in assenza di sussidio (pari a q*/a). I salari dei lavoratori sono dati per la buvette: è troppo piccola per influenzarli. Il costo per il contribuente (in termini di maggiori tasse, non stiamo facendo analisi di benessere sociale qui ma il lettore specializzato sa già che il sussidio riduce anche il benessere sociale misurato dalla somma di surplus del consumatore e surplus del produttore) è pari all’area grigia, (p*-s)m: il Senato trasferisce p*-s (l’ammontare del sussidio) per ognuno degli m pasti consumati dai senatori in equilibrio.

Ora che il contribuente s’è fissato che l’area grigia va eliminata, il sussidio è stato ridotto. Per semplicità, immaginiamo che venga eliminato del tutto: l’equilibrio torna al punto (p*,q*): il contribuente non paga più l’80% del conto per il pranzo dei senatori,  i senatori con più bassa disponibilità a pagare fuggono riducendo i pasti serviti ogni giorno dalla buvette della quantità m-q* e la buvette manda una lettera di licenziamento a (m-q*)/a dipendenti.

Tutto come da manuale, insomma. Eppure anche qui c’è chi sragiona. Per esempio, i sindacati prima chiedono che lo stato dimagrisca (e con esso i senatori mangiando a prezzi più elevati) e poi s’incazzano se questo dimagrimento conduce a licenziamenti.

Qual è (Saviano, tiè ;-P) la lezione che (ri)impariamo da questi effetti di equilibrio parziale? La lezione è la seguente: i sussidi, quando non correggono esternalità, distorcono la corretta allocazione delle risorse. I prezzi troppo bassi hanno generato domanda troppo alta per i beni e servizi prodotti dalla buvette e, corrispondentemente, occupazione sovradimensionata. È cioè possibile creare lavoro sussidiando particolari attività, ma il giorno che i sussidi scompaiono scompariranno anche quei posti di lavoro.

Il personale della buvette che ha ricevuto la lettera di licenziamento (cosa certamente spiacevole), insomma, non deve prendersela col cattivo mercato. Deve prendersela con la cattiva politica che ha creato posti di lavoro sussidiando i pasti dei senatori. Fosse stato per il cattivo mercato, i contribuenti non avrebbero offerto l’80% del costo del pasto ai senatori e questi lavoratori oggi avrebbero un altro lavoro, quello che adesso devono cercare.

Dove lo andranno a cercare? La buona notizia è che ci sono anche gli effetti di equilibrio generale. I senatori fuggiti mica si sono messi a fare il digiuno: sono migrati verso bar e ristoranti circostanti al Senato. Più probabilmente bar (pensiamo solo al pranzo, per semplicità) perchè la differenza tra i prezzi della buvette del Senato e dei ristoranti circostanti sarà adesso piuttosto bassa, quindi quelli disposti a pagare quei prezzi più elevati sono quelli che non se ne sono andati. Ne deduciamo che quelli che non vanno più alla buvette sono quelli che vogliono spendere, diciamo, non più di 10 euro per pranzo.

Aumenta la domanda per i bar circostanti, insomma. Questi ultimi, presumibilmente, assumeranno quindi nuovo personale. Ma i maggiori ricavi saranno sufficienti? Facciamo due conti. Come detto ci sono 315 senatori a Roma. Immaginiamo che prima andassero tutti alla bouvette. Dopo la rimozione del sussidio la metà se ne vanno, diciamo 157. Immaginiamo che questi si distribuiscano in modo uniforme tra i 9 bar più vicini al Senato (l’esempio è ad hoc, certo, ma andate avanti). Lì prenderanno un panino con insalatona, o un piatto di pasta, acqua, e il caffè. 10 euro, diciamo. Questi 167 spenderanno quindi 157×10 = 1570 euro al giorno, che per 4 giorni alla settimana fanno 1570 × 4 × 4 = 25000 euro al mese circa. Ovvero 2800 euro circa al mese in più per ciascuno dei 9 bar. Forse i 9 lavoratori della buvette che hanno ricevuto la lettera di licenziamento dovrebbero iniziare a cercare un nuovo lavoro proprio girato l’angolo del Senato.

Più realisticamente, c’è un lavoro là fuori da qualche parte per queste persone (forse nei ristoranti circostanti al Senato, forse in un ristorante in un’altra regione) ma adesso ci vuole tempo per cercarlo. Senza sussidio, non ci sarebbe oggi questa spiacevole riallocazione per queste persone e per le loro famiglie. Questa è l’altra lezione che impariamo, oltre al fatto che l'eliminazione del sussidio aumenta il benessere sociale misurato dalla somma di surplus del consumatore e del produttore. Prendere nota per quando arriveranno i dolori da riduzione dei sussidi alle imprese (incolperemo il cattivo mercato o la cattiva politica dei sussidi?), e per la prossima volta che qualcuno dirà che per risollevare l’Italia ci vuole una nuova, grande, politica industriale.

ESERCIZIO PER CASA: Se scriviamo “prezzo per un volo Milano-Roma” invece di “prezzo per ogni pasto” cosa viene in mente?

41 commenti (espandi tutti)

la chiosa finale è da applausi a scena aperta! complimenti.

Faccio i complimenti per la chiarezza espositiva (*) e per le conclusioni che condivido appieno, anche per il compito a casa.

Vorrei comunque esporre un paio di dubbi, sperando che non siano troppo banali.

1. e' vero che i 157 senatori che non mangiano piu' alla buvette vanno altrove, ma non mi sembra cosi' automatico che i posti li' intorno abbiano diretta e immediata necessita' di personale.

Semplificando molto (**) e' cosi', ma i 157 che "disertano" andranno negli altri 3.300  posti  (o in una frazione di questi) dove gia' si servono vari clienti,  e magari ogni tanto cambiano: in ognuno di quei posti saranno solo gli N-esimi clienti, che non avranno bisogno di  camerieri o cuochi in piu' - a meno di usare strettamente le ipotesi dell'articolo.

2. Leggendo l'articolo di Stella e la proporzione dei prezzi, se quando i senatori pagavano il 20% il filetto costava 2,68 euro significa che il suo prezzo pieno e' 2,68 * 5 = 13,40 euro. Sto approssimando, ma in ogni caso un prezzo del genere mi sembra un po' alto. La gemeaz ha molti clienti, tra cui la mensa del personale del Senato, cosa che le dovrebbe permettere di fare una certa economia di scala: la stranezza non e' soltanto che li facesse pagare poco prima, e' che il prezzo in assoluto mi sembra veramente alto! (questo piu' che un dubbio e' una considerazione: il sussidio sembrerebbe essere servito non solo a nascondere una spesa, ma a nasconderne un aumento della stessa).

Approfitto per fare a tutti gli auguri di buon Natale, e in bocca al lupo allo staff per il nuovo nfA! :)

(*) perlomeno, a me e' chiaro - diciamo che credo sia chiaro a chi abbia affrontato almeno un anno o due di studi scientifici ma temo per l'uomo della strada, specie se la strada e' italiana.

(**) la semplificazione estrema sarebbe che c'e' la buvette da una parte e "tutto il resto" dall'altra, preso come un unico datore di lavoro alternativo, in cui il numero dei clienti e strettamente proporzionale al numero di cuochi e camerieri come ipotizzato dall'articolo.

Il Fatto

Corrado Ruggeri 23/12/2011 - 13:00

Credo che quest'articolo, per gli argomenti che tratta e  per la semplicità con cui li tratta, andrebbe pubblicato sul blog de "Il Fatto".  Aiuterebbe ad aumentare la comprensione di come funziona il mercato e gli incentivi/disincentivi.

Raccomanderei questi esercizi della mente a molti personaggi!

Andrebbe sottolineato ancor di più il punto (1), perché oltre ai 315 senatori forse ci sarà qualcuno in più che sarà disposto a fare un pranzo aggiuntivo al ristorante.

Beh, questo è un caso molto più complicato, lasciamo da parte il passato, parliamo del presente, innanzitutto il caso è differente: all'aumento del costo del pasto i senatori hanno risposto andando a mangiare altrove (anche se sarebbe stato simpatico imporgli per decreto di mangiare al Senato, magari con la scusa di una pausa-pranzo ridotta), all'aumento del costo del tratto della Roma-Milano puoi solo cambiare mezzo di trasporto, ovvero l'offerta sul mezzo di trasporto "aereo" è anelastica.
Per semplicità facciamo finta che l'aereo sia l'unico mezzo di trasporto, che quindi la domanda D si rivolga solo alla CAI, la quale, peraltro, ha dei limiti fisici alla possibilità di impiego del mezzo aereo, ci sono di mezzo gli "slot" (diritti di atteraggio), la quantità e il tipo di aerei su quella rotta, i tempi morti fra un atteraggio e una ripartenza, la chiusura notturna degli aereoporti, quindi  l'offerta O è anelastica, oltre che unica, quindi il sistema per limitare l'accesso è di agire sul prezzo P (che tenderà a infinito -)).

Adesso introduciamo un concorrente, che per comodità chiameremo Esposito, questo concorrente magari utilizzerà altri aereoporti per coprire la tratta Roma-Milano (Ciampino e Bergamo ?), avrà comunque dei suoi slot, piloti, aerei, personale, e, ovviamente cercherà non solo di sottrarre i clienti alla CAI, ma anche, e soprattutto, di attrarrre quella clientela che non si può permettere il prezzo tendente a infinito della CAI, ma che vorrebbe comunque andare a Milano, e per fare questo deve anche avere dei prezzi allettanti.

Quindi, con la sola presenza di Esposito sul mercato avremmo: più personale che lavora, sia come impiegati della compagnia aerea Esposito che come impiegati degli aereoporti, prezzi più bassi e maggiori flussi sulla Roma-Milano.
Solo che è Natale, e babbo natale esiste solo per i "capitani coraggiosi"

30 e lode Marco: è così che un professore vorrebbe vedere svolto un esercizio!

In realtà il riferimento ad Alitalia era alla "vecchia" gestione (anche se con la questione della tratta esclusiva la cosa ha ...debordato anche in quella nuova) e comunque, come hai fatto notare tu, la faccenda è molto più complicata: volevamo finire con un tocco di colore, ma evidentemente ci sono lettori troppo attenti e "sul pezzo".

Però attenzione: quello che hai descritto non è più un modellino che descrive il mercato in oggetto, ma è il mercato stesso o quasi, e questo sì che complica un po' le cose: adesso hai beni differenziati (atterro a BG invece che a MI), congestion costs, vincoli di quantità, etc. che rendono non così chiare le conclusioni che puoi trarre alla fine (tra l'altro, non afferro la questione dell'anelasticità & unicità dell'offerta e l'azione da fare sul prezzo per limitare l'accesso). 

Ci era piaciuto l'esempio del pranzo al Senato perchè appunto è un "caso da manuale" e, come si sa, si impara meglio con l'esempio dal vivo che con mille testi scritti!

L'offerta non è elastica proprio per i limiti fisici (non posso usare più aerei, anche se usassi A-380 da 600 passeggeri con un ritmo max di 10 voli/giorno sulla tratta Roma Milano saarebbero max 6000 passeggeri/giorno), quindi baso il mio prezzo sul fatto che ho 6000 clienti max da soddisfare, non solo, il mercato potenziale è molto di più dei 6000 passeggeri/giorno, allora l'unica discriminante è il prezzo, che posso fissare come voglio, perchè il motto di CAI è "o volere o volare"

Forse sbaglio, ma a me sembra che l'offerta di voli tra RM-MI non sia affatto anelastica. Anche se CAI fosse l'unico operatore, al variare del prezzo sceglierà di alterare la frequenza dei voli, o di utilizzare aerei più o meno grandi e capienti. Al massimo, ciò che ha offerta anelastica sono i landing slot negli aeroporti. Infatti, questi diritti potrebbero essere messi all'asta e finanziare lo scalo, ma in effetti ciò non avviene per ragioni essenzialmente politiche.

Mi sembra che l'articolo sia forse eccessivamente focalizzato nel completare il sistema economico della Buvette con i soli bar e ristoranti disponibili vicino al Parlamento, quasi trascurando il resto dell'Italia, cioe' la massa indistinta di contribuenti che finanziavano i pasti dei parlamentari, oltre a finanziare il loro stipendio.

In soldoni, prendendo i dati di un recente articolo di Rizzo sul Corriere della Sera, considerando i costi completi della Buvette, i parlamentari pagavano dal 10% al 20% del costo dei piatti e il restante ~85% veniva finanziato dai contribuenti italiani. Con il recente aumento dei prezzi i parlamentari non pagano ancora il 100% ma circa il 50% dei costi totali.  Tirando le somme, fatto 100 l'incasso precedente della Buvette, il 35% non viene ora piu' alimentato dai contribuenti italiani, e come si e' visto i parlamentari non intendono pagare la differenza di tasca loro, rivolgendosi al 50% a bar e ristoranti vicini, sicuramente piu' economici, probabilmente continuando a pagare piu' o meno quanto pagavano in precedenza.  E' quindi del tutto ragionevole, secondo me, aspettarsi una diminuzione dell'occupazione dalle parti di Roma centro, compensata (in realta' molto piu' che compensata) da aumento di occupazione e benessere medio dei contribuenti che prima pagavano il 35% dell'incasso (sempreche' tale risparmio non vada inghiottito in nuovi sprechi dello Stato).

Come un altro commento ha sottolineato, inoltre, i prezzi attuali (anche se coprono solo il 50% dei costi) sono cari, probabilmente anche in relazione con la ricercatezza delle preparazioni offferte, ma non solo.  Qui c'e' un altro fenomeno da sottolineare, secondo me. Finanziando la Buvette del Parlamento all'85% con soldi dei contribuenti questa attivita' economica di fatto viene sottratta alla concorrenza e diventa significativamente piu' inefficiente del resto delle attivita' economiche sottoposte a regime di concorrenza, come accade del resto per tutte le dipendenze del Parlamento italiano, e in generale dei vertici statali italiani.  Insomma, come i famosi barbieri del Parlamento, come i commessi di Camera e Senato pagati piu' di un preside di Scuola e forse anche piu' di un primario ospedaliero, e' molto probabile che  1) i gestori della Buvette facessero extra-profitti monopolistici 2) i dipendenti della Buvette fossero pagati molto piu' dei loro colleghi fuori dal Parlamento e lavorassero molto meno. Non c'e' nulla da fare, quando si toglie il finanziamento extra coi soldi dei contribuenti non potranno non essere colpiti anche gli extra profitti e le inefficienze di origine monopolistica.  Quindi personalmente non mi aspetto compensazione dell'occupazione locale ne' del totale dei profitti dalle parti di Roma centro.  Invece mi aspetto che, grazie all'eliminazione (ancora parecchio parziale) di questa pesante distorsione economica a spese dei contribuenti italiano, i soldi rimasti in tasca a questi ultimi siano impiegati in maniera molto, molto piu' produttiva sia per l'occupazione in Italia sia in generale per l'attivita' economica "sana" sottoposta a libera concorrenza nel resto d'Italia complessivamente.

Alberto, non ti seguo:

rivolgendosi al 50% a bar e ristoranti vicini, sicuramente piu' economici, probabilmente continuando a pagare piu' o meno quanto pagavano in precedenza.  E' quindi del tutto ragionevole, secondo me, aspettarsi una diminuzione dell'occupazione dalle parti di Roma centro, compensata (in realta' molto piu' che compensata) da aumento di occupazione e benessere medio dei contribuenti che prima pagavano il 35% dell'incasso (sempreche' tale risparmio non vada inghiottito in nuovi sprechi dello Stato).

Se la domanda per 150 pasti al giorno si sposta in bar e ristoranti vicini (noi abbiamo ipotizzato i 9 piu' vicini per illustrare il punto, ma probabilmente saranno anche meno, 3 o 4 mi aspetto) questi posti assumano un cameriere o un addetto alla cucina in piu', perche' no? Hai presente avere sistematicamente 20-30 persone in piu' a pranzo? Se la domanda si concentra in pochi posti questo effetto NON e' implausibile.

Non capisco invece come possa esseri un effetto sull'occupazione dei contribuenti!

Se la domanda per 150 pasti al giorno si sposta in bar e ristoranti vicini (noi abbiamo ipotizzato i 9 piu' vicini per illustrare il punto, ma probabilmente saranno anche meno, 3 o 4 mi aspetto) questi posti assumano un cameriere o un addetto alla cucina in piu', perche' no? Hai presente avere sistematicamente 20-30 persone in piu' a pranzo? Se la domanda si concentra in pochi posti questo effetto e' implausibile.

Sono d'accordo con quanto scrivi, ma ritengo che l'occupazione totale (buvette + bar attorno) complessivamente diminuira', perche' diminuisce non il numero dei pasti ma il totale dei soldi che parlamentari  + contributo dalle tasse dei contribuenti impiegheranno per i pasti. I parlamentari non compenseranno con maggiore spesa quanto manca dal contributo pubblico (come testimonia il fatto che si spostano dalla Buvette ai meno costosi e piu' efficienti bar attorno) e il guadagno di efficienza dei bar rispetto alla buvette (che presumo inefficiente e costosa perche' generosamente sussidiata) comportera' che saranno sufficienti meno nuovi assunti nei bar attorno rispetto a quelli probabilmente anche super-pagati della Buvette.

Non capisco invece come possa esseri un effetto sull'occupazione dei contribuenti!

Probabilmente mi esprimo in maniera non corretta o comunque non standard. Presumo che se il 35% del costo delle Buvette rimane nelle tasche dei contribuenti questi potranno aumentare i loro consumi e generare nuova occupazione.

alberto,

diminuisce non il numero dei pasti ma il totale dei soldi che parlamentari  + contributo dalle tasse dei contribuenti impiegheranno per i pasti. 

Guarda la funzione di produzione che abbiamo messo nel post: quello che conta per l'occupazione e' il numero di pasti, non il loro valore. Se licenzi 1 operario che produce una Ferrari questo potra' andare a produrre una Smart, anche se il valore della prima e' dieci volte quello della seconda.

Presumo che se il 35% del costo delle Buvette rimane nelle tasche dei contribuenti questi potranno aumentare i loro consumi e generare nuova occupazione.

Ok, capito il tuo punto. Vero in principio,  ma in pratica irrilevante: la riduzione delle tasse (if any) per questo ammontare e' suddivisa tra milioni di consumatori, e la loro domanda e' altrettanto frazionata. Se la riduzione non e' grande (e in questo caso non lo e', stiamo parlando di un milione di euro) l'effetto che descrivi e', in pratica, irrilevante.

(sempreche' tale risparmio non vada inghiottito in nuovi sprechi dello Stato)

Suggerisco questa lettura. In particolare, le ultime cinque righe...

Perché lo stesso giorno nel quale una ventina di camerieri della ditta appaltatrice finiranno in cassa integrazione, faranno il loro ingresso in Senato sette nuovi dirigenti appena assunti. Il cui costo compenserà il risparmio ottenuto per il ristorante. Lo compenserà abbondantemente, sia ben chiaro.

Io avrei un nuovo esercizio, in aggiunta a quello suggerito da Giulio...

1)  Assumete che l'eliminazione del sussidio provochi il licenziamento di venti camerieri, l'assunzione di nove funzionari del senato e un leggero incremento della spesa pubblica. Come varia il benessere sociale?

Beh, le due cose sono indipendenti.  Eliminare il sussidio e' comunque efficiente.  Se poi allo stesso tempo si introducono (per altre ragioni) distorsioni da un'altra parte e' un altro paio di maniche.

Trovo infatti fuorviante l'osservazione di GAS in proposito.

tesoretto

marcello urbani 24/12/2011 - 13:03

Credo che il sospetto di GAS fosse che nel liberarsi qualche fondo per l' eliminazione del sussidio qualcuno abbia esclamato "Wow, un tesoretto!" e si sia industriato ad usarlo per acuisire qualche clientela.

Un po' azzardato, certo,resta un bit di informazione importante ed effettiva: si taglia qualcosa ma la spesa complessiva aumenta sempre.

Credo che il motivo sia il trend della spesa: i tagli bastano solo a compensare in parte un aumento di spesa che ci sarebbe stato comunque.

Assumptions

marcinkus 25/12/2011 - 10:19

A me sembra che le assumptions siano approssimative per difetto, ovvero prima i prezzi erano al 10% dei valori di mercato (o anhce sotto), dopo l'aumento siamo passati al 20% di tali valori (per ristorazione di fascia paragonabile). Dunque il sussidio rimane molto elevato.

No, l'articolo di GAS linkato nel post riporta che dopo l'aumento si arriva al 70-80%.  Comunque questo non cambia la sostanza dell'argomento.

L'articolo citato di Stella e Rizzo e' abbastanza convoluto nel riportare l'entita' del sussidio dei contribuenti italiani alla Buvette del Parlamento.  Riporto alcuni brani contenenti dati quantitativi:

Dal 13,3 per cento del costo per le pietanze «standard» si è passati con un balzo al 50 per cento. E dal 21,77 per cento di quelle più «pregiate» improvvisamente al 75 o al 100 per cento, secondo i casi.

A seguito della decisione assunta dal collegio dei senatori questori, con la quale sono state sensibilmente incrementate le quote percentuali a carico degli utenti del servizio, si è verificata una eccezionale diminuzione dell'attività del ristorante dei senatori, sia con riguardo all'affluenza, ridottasi di oltre il 50%, sia con riferimento ai quantitativi di pasti somministrati, ridottasi per il numero di pietanze, sia con riguardo alla tipologia di pasti di tipologia superiore e pregiata la cui incidenza è diventata marginale, mentre in precedenza la pressoché totalità dei pasti serviti appartenevano a tali tipologie

Peccato che mentre il ristorante del Senato si svuotava, e i suoi ricavi subivano un crollo del 70%

Per me il quadro generale dovrebbe essere questo.  Il costo della Buvette prima dell'aumento di prezzo era finanziato dai parlamentari al 13-20% e dai contribuenti all'87-80%. Siccome i parlamentari prediligevano i piatti costosi finanziati al 20% possiamo fissare il finanziamento dei contribuenti all'80%. Dopo l'aumento dei prezzi i parlamentati abbandonano al 50% e quelli che rimangono scelgono i piatti meno costosti, che ora sono finanziati dai contribuenti al 50%.

Complessivamente a me sembra che il finanziamento dei contribuenti e' passato dal 80% al 50% dei costi dei pasti effettivamente consumati. Il fatto che rimangono solo il 50% degli avventori e che questi prendono pasti meno costosi riduce le entrate della Buvette del 70%.  Secondo me i parlamentari che vanno nei bar dei dintorni spendono meno o uguale, quindi la spesa totale sara' 30% rispetto a prima nella Buvette, piu' 20-30% delle entrate precedenti della Buvette  nei bar attorno, quindi il totale speso sara' il 50-60% rispetto a prima che parte dei sussidi dei contribuenti fossero eliminati.

buvette

Raf Tp 26/12/2011 - 23:35

Il fenomeno che si osserva è che i prezzi della buvette sono aumentati e ora coprono una percentuale più elevata, rispetto al passato, del costo. Ciò significa che quando un senatore va a mangiare alla buvette, è minore il contributo che deve essere erogato per coprire il costo del suo pasto. Questo contributo non viene direttamente dalle tasche dei contribuenti, bensì dalla disponibilità delle casse del Senato, che viene da un'assegnazione periodica (credo annuale) di cui il Senato dispone con totale autonomia. Quindi non è automatico che l'intervento sui prezzi della buvette si traduca in minori costi per i cittadini.  E in ogni caso stiamo parlando di spiccioli.

Circa lo svuotamento della buvette dovuto all'aumento dei prezzi, stento a crederlo. Pur al 50% del costo dei singoli piatti, siamo sempre a un livello di prezzi assolutamente ottimo. Propendo maggiormente per una sorta di "sciopero" della buvette volto a scaricare sulla gestione il problema di immagine che si è creato. Passata la buriana, la buvette si riempirà di nuovo. Niente ricadute sull'occupazione dei bar tra il Pantheon e Piazza Navona.

Questo contributo non viene direttamente dalle tasche dei contribuenti, bensì dalla disponibilità delle casse del Senato, che viene da un'assegnazione periodica (credo annuale) di cui il Senato dispone con totale autonomia.

Beh, non essendo il Senato un'azienda privata le sue casse si riempiono tassando i contribuenti.

Quindi non è automatico che l'intervento sui prezzi della buvette si traduca in minori costi per i cittadini.  E in ogni caso stiamo parlando di spiccioli.

Se la spesa dell'amministrazione pubblica si riduce per sempre di 1 milione di euro cala permanentemente di 1 milione di euro il fabbisogno dello stato rispetto al controfattuale di spesa sul trend precedente e quindi c'e' meno bisogno di aumentare le tasse in futuro. Che siano spiccioli non c'e' dubbio, ma qualitativamente le implicazioni sono chiare. E a forza di spiccioli si fanno i bigliettoni.

Circa lo svuotamento della buvette dovuto all'aumento dei prezzi, stento a crederlo. 

Cosa c'e' di strano nel credere che quando uno e' abituato a pagare un prezzo che considera "normale" e questo prezzo aumenta di un fattore di 4 o 5, uno pensa che ora il bene in questione costa troppo rispetto a prima e rispetto ai suoi sostituti?

erratum

giulio zanella 27/12/2011 - 11:19

L'articolo che ha ispirato il pezzo era di Sergio Rizzo, non di Gian Antonio Stella. Chiediamo scusa.

Premesso che anche io sono d'accordo con l'eliminazione del sussidio, l'analisi è ragionevole ed interessante ma secondo me trascura almeno un punto importante: se i ristoranti nei dintorni sono tanti (ipotesi dell'analisi), molti di essi non producevano sulla "frontiera delle possibilità" (plausibile) e gli onorevoli si distribuiscono in più locali (plausibile anche questo) l'outcome di questa manovra può ben essere che le assunzioni di personale siano minime (nulle?) e la riallocazione delle risorse si sposti verso i proprietari dei locali (e più indirettamente sui locatori) a detrimento di cuochi e camerieri. Questo costo in termini di equità giustifica il sussidio? Secondo me no, ma questo è un livello di policy successivo rispetto a quello presentato e molto si gioca qui.

Bisognerebbe vedere come sono messi i ristoranti della zona. Pochi o tanti che siano i ristoranti, i loro tavoli a mezzogiorno erano (prima della eliminazione del sussidio) vuoti,  semivuoti o sempre pieni? Se sono pieni, i nostri 500 parlamentari non ci stanno e vanno a cercare quelli vuoti o semivuoti, riempiendoli in tutto in parte.  Quindi l'eliminazione del sussidio modifica la realtà delle vicinanze. O magari comporta che alcuni locali, che stavano per chiudere per carenza di clienti, ora non chiuderanno.

l'analisi è ragionevole ed interessante ma secondo me trascura almeno un punto importante: se i ristoranti nei dintorni sono tanti (ipotesi dell'analisi), molti di essi non producevano sulla "frontiera delle possibilità" (plausibile) e gli onorevoli si distribuiscono in più locali (plausibile anche questo) l'outcome di questa manovra può ben essere che le assunzioni di personale siano minime (nulle?) e la riallocazione delle risorse si sposti verso i proprietari dei locali (e più indirettamente sui locatori) a detrimento di cuochi e camerieri.

Non sono d'accordo con questo ragionamento. E nemmeno sono d'accordo sul quanto ha scritto Giulio Zanella in una precedente risposta., piu' o meno che siccome le tasse che rimangono ai contribuenti si distribuiscono tra un gran numero di persone l'effetto in termini di maggiore occupazione sono irrisori.  Secondo me mediando tutto l'aumento di occupazione causato da aumento di domanda e' lo stesso indipendentemente dal numero degli attori. O meglio ci si puo' aspettare che sia lo stesso. Se l'aumento di domanda corrisponde ad un occupato in piu' in un unico bar, e l'aumento di domanda si distribuisce su 100 bar, ci sara' (statisticamente) ancora un aumento atteso di una unita'.

Il mio ragionamento e' questo. Se ci sono 100 bar, casualmente accadra' che i loro occupati sono in alcuni dei casi lievemente insufficienti, ma non tanto da giustificare una nuova assunzione prima dell'aumento di domaanda, in parte lievemente eccessivi, ma non tali da giustificare un licenziamento, sempre prima dell'aumento di domanda. In seguito all'aumento di domanda, statisticamente, in media, un dipendente in piu' risultera' occupato, tipicamente nel bar dove prima dell'aumento di domanda il numero dei dipendenti era insufficiente, ma ancora per poco la domanda non giustificava una nuova assunzione.

E' vero che se la domanda aggiuntiva si concentra in un unico bar l'aumento di occupazione e' in qualche senso piu' certo, ma facendo una media statistica ritengo che l'aumento di occupazione rimanga esattamente della stessa entita', al limite con un'incertezza magggiore, perche' in alcuni casi potrebbe non essere assunto nessuno (spremendo di piu' gli occupati esistenti, o rinunciando a servire) in altri casi potrebbero essere due o piu' i bar che passano la soglia che giustifica un nuovo dipendente.

succedera' che per ognuno di questi 100 bar  il numero di occupati sara' in parte eccedente in parte insufficiente alla domanda totale,

Certo, dipende da quanto sono i locali sui quali si distribuisce la domanda generata dall'eliminazione del sussidio. Se i 150 senatori fuggiti dalla buvette si rivolgono a 150 bar diversi non c'e' effetto sensibile.  Se si distribuiscono su 5-10 bar  la storia potrebbe essere diversa.

il suo ragionamento smentisce almeno in parte la sua conclusione... se, come scrive

>ci sono 100 bar, casualmente accadra' che i loro occupati sono in alcuni

>dei casi lievemente insufficienti, ma non tanto da giustificare una nuova

>assunzione prima dell'aumento di domanda, in parte lievemente eccessivi, ma

>non tali da giustificare un licenziamento un aumento della domanda

questo provoca in media nuove assunzioni nei sovra-efficienti, e nessuna assunzione nei locali sotto-efficienti. Ebbene, in questo caso la media non può certamente essere uguale a quella del caso limite (come ipotizza poco dopo) per la semplice intuizione che se tutta la clientela si concentra in un solo bar ci sono evidentemente meno sotto-efficienze da colmare, e dunque più spazio (in media) per nuove assunzioni

questo provoca in media nuove assunzioni nei sovra-efficienti, e nessuna assunzione nei locali sotto-efficienti. Ebbene, in questo caso la media non può certamente essere uguale a quella del caso limite (come ipotizza poco dopo) per la semplice intuizione che se tutta la clientela si concentra in un solo bar ci sono evidentemente meno sotto-efficienze da colmare, e dunque più spazio (in media) per nuove assunzioni

Non sono d'accordo. Cerco di formalizzare il mio argomento.

Supponiamo che esista una domanda D che (per semplificare) corrisponde a P posti di lavoro, quindi P=D, qualunque sia P. Siccome P e' intero, sara' piuttosto |P-D| < 1. Se D>P ma D<P+1 il bar sara' sovra-efficiente, se D<P sara' sotto-efficiente.

Se c'e' un unico bar, e da t=0 a t=1 la domanda D passa da D_0 a D_1 = D_0+1, allora P passa da P_0=D_0 a P_1=P_0+1. Supponiamo ora invece che la domanda D sia molto grande, e si divida tra un numero di bar N. Possiamo considerare il totale dei bar come un'unica impresa, per cui continuera' a valere P=D, per cui anche in questo caso P aumenta esattamente di 1. La sola differenza e' che l'impresa multi-bar ha il vincolo che in ogni singolo bar (bar_i) P_bar_i sia un numero intero.  Questo vincolo e' una specie di diseconomia di scala (che peraltro le piccole imprese sanno superare bene con lavoro part-time o di familiari) che pero' non dovrebbe - secondo me - cambiare l'aumento di occupazione in presenza di aumento di domanda. Per cui P = somma di P_bar_i dovrebbe sempre seguire D. Se invece c'e' diseconomia di scala probabilmente l'impresa mukti-bar avra' piu' dipendenti rispetto al singolo mega-bar, ma pagati meno. Ma l'incremento di dipendenti in presenza di incremento di domanda me lo aspetto uguale o superiore.

se i ristoranti nei dintorni sono tanti (ipotesi dell'analisi), [allora] molti di essi non producevano sulla "frontiera delle possibilità"

Perche'? non vedo l'implicazione.

la virgola separava delle ipotesi indipendenti

Certo che per dimostrare che il libero mercato sia efficiente vi siete trovati un bel caso scuola di economia. Sui libri di scuola classica di questi esempi se ne trovano a dozzine. Peccato che la realtà sia totalmente diversa.

1.       Prendere il caso dei senatori è un modo demagogico per dimostrare, inutilmente, che l’interferenza dello Stato nell’economia non porti a equilibri ottimali;

2.       Ci sarebbero tante critiche da rappresentare, ne espongo alcune:

a.       i bar che assumeranno i lavoratori licenziati dalla società che gestisce la bouvette per massimizzare il profitto assumeranno a contratti atipici e a salari più bassi perché aumentando l’offerta dei pasti diminuirà il prezzo di mercato fissato precedentemente dalla bouvette;

b.      la concorrenza sui salari sarà spietata perché i bar (di dimensioni ridotte rispetto alla società che gestisce la bouvette) potranno licenziare più facilmente e quindi il potere contrattuale dei lavoratori diminuisce;

c.       lo Stato controllando il servizio di ristorazione di fatto può imporre clausole contrattuali per la  salvaguardia dei salari (e quindi dei consumi);

d.      i prezzi dei pasti, anche con diminuzione dei costi del lavoro, non si abbasseranno, perché i bar creeranno un mercato oligopolistico per mantenere i profitti ad un certo livello. Il consumatore (e non il senatore che se lo può permettere) riceverà un servizio più scarso allo stesso prezzo (vedi tutti i casi di liberalizzazioni in Italia: autostrade, telefonia, energia, trasporti).

Perché non parlate dell’efficienza dei mercati in situazione di monopoli naturali? Oligopoli? Asimmetrie informative? Perché non parlate della deflazione dei salari che a breve sarà attuata dal governo attuale per mantenere l’inflazione bassa in Germania? Si crede davvero che le liberalizzazioni avranno effetti positivi sul debito pubblico?

 

Mi limito a osservare, relativamente al punto 1, che nel post si parla di aumento della domanda di pasti, non dell'offerta. Se ha fatto almeno un corso di economia dovrebbe conoscere la differenza tra spostamento di una curva di offerta e spostamento lungo la stessa.

Inoltre, bisogna decidersi. Non si puo' scrivere nello stesso commento

aumentando l’offerta dei pasti diminuirà il prezzo di mercato

e

 i prezzi dei pasti, anche con diminuzione dei costi del lavoro, non si abbasseranno

Non c'e' molto da discutere con queste premesse, mi dispiace: nFA non e' il bar dove si puo' dire tutto e il contrario di tutto.

Infine,

Perché non parlate dell’efficienza dei mercati in situazione di monopoli naturali? Oligopoli? Asimmetrie informative? Perché non parlate della deflazione dei salari che a breve sarà attuata dal governo attuale per mantenere l’inflazione bassa in Germania? 

Perche' questo e' un post sull'economia della buvette, non su monopoli naturali, oligopoli, asimmetrie informative e deflazione.

Chiudo qui la discussione, saro' lieto di riprenderla in futuro quando sara' sul punto in maniera precisa.

Mi scuso per la superficialità con la quale ho scritto, di impeto, il commento precedente. Non volevo paragonare questo sito al bar sotto casa. Inoltre, non sono un economista, ma un osservatore che cerca di capire la realtà in cui viviamo. Se l’obbiettivo del sito sono i tecnici, allora esco subito e non torno più.

Il mio commento voleva far notare che spesso le reazioni degli operatori economici non sono così automatiche come descritte nell’articolo. Non vengono considerate molte variabili legate all’incertezza, ai mercati del lavoro e dei capitali, ai prezzi delle materie prime, ecc. ecc. ecc.

Gli oligopoli, i prezzi dei salari e le informazioni, anche se non sono un esperto, credo che c’entrino sempre quando si parla di mercati.

Ribadendo che non sono un esperto, qualche articolo di economia l’ho letto ed in tutti ho trovato sempre riferimenti bibliografici abbastanza nutriti, cosa che non riesco, forse per problemi tecnici, a visualizzare con il mio browser.

Per il resto, continuo a credere che l’articolo sia un tentativo demagogico (demagogico perché tratta il tema dell’inefficienza della P.A., per ora molto di moda) e mal riuscito di dimostrare che la mano invisibile del mercato sia la soluzione di tutti i mali.

Cordiali saluti.

Giovanni Antonio P.

 

continuo a credere che l’articolo sia un tentativo demagogico (demagogico perché tratta il tema dell’inefficienza della P.A., per ora molto di moda) e mal riuscito di dimostrare che la mano invisibile del mercato sia la soluzione di tutti i mali.

Non sono assolutamente d'accordo. Questo articolo non e' demagogico, anche se non lo condivido al 100% secondo come ho commentato, e in generale questo blog e' infinitamente meno demagogico e piu' basato su razionalita' e dati empirici rispetto al 95% e oltre del panorama politico-mediatico italiano.

continuo a credere che l’articolo sia un tentativo demagogico (demagogico perché tratta il tema dell’inefficienza della P.A., per ora molto di moda) e mal riuscito di dimostrare che la mano invisibile del mercato sia la soluzione di tutti i mali

L'inefficienza della P.A. e' di moda principalmente perche' la P.A. e' inefficiente. Comunque non era nemmeno quello l'argomento del post. L'argomento, semmai, sono gli assurdi privilegi creati dal fatto che lo stato pretende anche di entrare in settori che non gli competono, come quello per la ristorazione. 

Quanto alla mano invisibile come soluzione di tutti i mali, nessuno su questo sito si e' mai sognato di affermare una cosa del genere. Capisco la reputazione del sito sia questa, ma basta una scorsa all'archivio del sito per capire che qui si cerca di argomentare senza preconcetti che il mercato, per funzionare, va regolato.

L'idea, pero', che le inefficienze del mercato siano risolvibili dall'intervento pubblico va anch'essa argomentata. 

mercato

giulio zanella 6/1/2012 - 10:11

Giovanni Antonio,

Riporto anche qui quello che le ho gia' scritto privatamente: lo scopo del post era evidenziare un risultato "da manuale", cioe' che i sussidi sono dannosi (di norma). Non vedo demagogia.

Questo NON implica (perche' dovrebbe?) che "il mercato" sia "la soluzione" a "tutti i mali", whatever that means; non lo penso (e nessun economista che capisca i limiti del primo teorema dell'economia del benessere lo pensa) e infatti non l'ho scritto (perche' avrei dovuto scriverlo?)

Come ha sottolineato Andrea Moro ogni economista serio e' ben consapevole del ruolo fondamentale della regolamentazione (antitrust&regulation) per il buon funzionamento dei mercati.

Questo a conferma che non siamo al bar, ne' allo stadio.

Scusate! Allora significa che ho frainteso il senso dell’articolo. Pensavo che le espressioni usate “cattivo mercato” fossero sarcastiche. Inoltre, leggendo gli altri articoli su questo sito e su altri giornali che riportano gli stessi, mi pareva che il gruppo editoriale preferisse il liberismo all’economia keynesiana (un esempio, anche se ho appreso che l’autore non fa più parte della squadra, lo trovo qui http://noisefromamerika.org/articolo/cosa-fare-cosa-non-fare ).

Buona festa dell’Epifania.

mi pareva che il gruppo editoriale preferisse il liberismo all’economia keynesiana (un esempio, anche se ho appreso che l’autore non fa più parte della squadra, lo trovo qui http://noisefromamerika.org/articolo/cosa-fare-cosa-non-fare ).

La mia modesta opinione e' che il "gruppo editoriale" preferisce le idee alle etichette, nonche' l'uso del cervello proprio all'automatismo delle ideologie. L'abbiamo dimostrato piu' volte, e questo vale anche per Michele.

L'equilibrio generale trionfa sempre :-). Ora aspettiamo con ansia la notizia che qualcuno dei licenziati dalla buvette del Senato e' stato assunto al "Sapore di Mare".

Resta solo una domanda a cui rispondere: ma dopo essersi mangiati tutta quella roba a pranzo, con anche il vino, come fanno a lavorare al pomeriggio? Che sia per questo che ci vogliono anni a fare e disfare le leggi?

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti