Era meglio se continuava a tacere

18 marzo 2014 andrea moro

Nessuno ci ha mai spiegato con quali meriti la signora Marianna Madia sia diventata ministro della Pubblica Amministrazione nel governo più ambizioso della storia della repubblica. Il quotidiano La Stampa racconta che sinora ha preferito stare zitta; le sue prime dichiarazioni ci fanno sperare che torni alle precedenti buone abitudini. Un ministro che non dice e fa nulla è migliore di uno che dice sciocchezze e fa danni. 

Il rivoluzionario primo atto della Madia è di rendere operativa una misura presa dal governo precedente, quella per cui i lavoratori pubblici non possono cumulare lavoro e pensione oltre 311 mila euro (lo stipendio del primo presidente di Cassazione). La misura vale per i dipendenti pubblici. Il ministro Madia però vorrebbe che regole simili valessero in generale. Nell'intervista spiega:

da deputata avevo presentato una proposta per agire sulle pensioni: chi percepisce una pensione oltre 6 volte la minima e continua a lavorare, deve lasciare metà pensione allo Stato

In un'altra parte dell'intervista, il ministro spiega le sue motivazioni:

è una scelta politica, per segnalare una priorità: l’attenzione all’equità sociale e al tema di un’intera generazione esclusa. [...]. Capisco chi ha pensioni basse, ma ritengo non sia etico quando il cumulo porta a soglie di reddito molto alte

Insomma, non è che la misura abbia lo scopo di ripianare il bilancio dell'INPS, o dello stato; nemmeno si vuole, giustamente secondo una legittima posizione politica, redistribuire da super-ricchi a meno ricchi. La risposta è che non è etico prendere troppi soldi, e se non etico cosa si può ribattere? E perché limitarsi alle pensioni, allora?

Si potrebbe rispondere che è poco etico non distinguere equamente fra chi si è sudato la propria pensione (alta) dopo averci contribuito (molto), e i molti che invece la ricevono senza aver versato adeguati contributi. La sacrosanta proposta di correlare le pensioni attuali all'effettivo ammontare contribuito (come sarà per noi, futuri pensionati) viene qui completamente ignorata in virtù di un taglio indiscriminato alle pensioni (per alte che siano). 

Ma non è questo il punto che voglio fare. Il punto principale qui è che questa misura tasserà, con un'aliquota del 100%, il lavoro di chi prende più di 311mila euro. La Madia vorrebbe imporre una tassazione aggiuntiva del 50% (aggiuntiva alle regolari aliquote), a chi lavora ma percepisce nel privato una pensione superiore a sei volte la minima. Generalmente, chi lavora e percepisce stipendi alti sta producendo e creando lavoro e ricchezza di cui beneficiano anche i percettori di redditi inferiori. Cosa pensa, la Madia, che scelga di fare l'imprenditore o consulente, dipendente pubblico, percettore di pensione (più o meno correlata con quanto contribuito), al raggiungimento dei 311mila euro di reddito? Gli converrà o meno contribuire a creare ulteriori 1000 euro di ricchezza, se la pensione gli verrà decurtata di pari misura? Cosa succede al pensionato a 2800 euro al mese, circa 6 volte la minima, che continuasse a svolgere un'attività imprenditoriale o lavorativa se si trova a fronteggiare, oltre all'aliquota Irpef che può superare il 40%, una ulteriore decurtazione della pensione pari al 50% del proprio reddito? 

Non si tratta, dunque, di difendere i ricchi, o le pensioni alte. Possiamo redistribuire, e limitare le pensioni, soprattutto quelle non commisurate ai contributi versati. È indubbio però che nella situazione attuale dobbiamo farlo con un'attenzione agli incentivi a creare ulteriore ricchezza e lavoro, perché se la scelta è sempre quella di punire chi, creando ricchezza, è responsabile per la creazione di reddito e lavoro, allora non si va da nessuna parte. 

57 commenti (espandi tutti)

"nemmeno si vuole,

saul 18/3/2014 - 15:41

"nemmeno si vuole, legittimamente secondo molti, redistribuire da super-ricchi a meno ricchi."

A leggere la frase intera a me sembrerebbe di si:

“E’ una scelta politica, per segnalare una priorità: l’attenzione all’equità sociale e al tema di un’intera generazione esclusa. In un’epoca in cui oltre il 40% dei giovani non trova lavoro, un milione e mezzo di persone, tra pubblico e privato, cumula lavoro e pensione. Capisco chi ha pensioni basse, ma ritengo non sia etico quando il cumulo porta a soglie di reddito molto alte». “

Non so se sono un milione e mezzo (dove hai reperito questo dato?) ma credo di conoscere i motivi per cui tanti vanno in pensione e continuano a lavorare.  Conoscendo alcuni casi e quello che mi hanno spiegato, si tratta di persone con una posizione salariale elevata e di responsabilità in azienda, prossima al pensionamento.  Il prepensionamento comporta una notevole penalizzazione nell'importo che si riceve e continuando a lavorare si compensa questa lacuna. Inoltre si va avanti a contribuire (l'indipendente paga i contributi e mi pare che ora siano stati portati al 33%) e quindi ricupera parte del gap.

Insomma alla fine è una soluzione che permette all'azienda di non pagare dei contributi (li pagherà il lavoratore) e di diminuire un po' costi (perché il lavoratore ha comunque un'integrazione previdenziale e quindi pretende un po' meno).

Cose del genere in altri sistemi previdenziali non dovrebbero accadere, perché nei sistemi a compartizione se ti puoi ritirare anche prima, smettendo di pagare, la pensione dovresti prenderala comunque solo al raggiungimento dell'età di vecchiaia, per non danneggiare gli altri. Nei sistemi a capitalizzazione invece il prepensionamento comporta una diminuzione della rendita ma sono soldi tuoi e quindi non danneggi altri. 

Premesso che sono d'accordo con la tua spiegazione, mi permetterei di segnalare due aspetti che non vi sono contemplati. Il primo è l'aspetto culturale: esiste gente che vuole lavorare. A me vien da ridere quando sento parlare di "etica protestante del lavoro", conosco veneti, lombardi e piemontesi che non concepiscono lo stare a casa a "far niente", mio nonno a 75 anni andava ad aiutare i suoi amici contadini gratis abbiamo faticato non poco per impedirglielo. Il secondo è l'aspetto del "nero". Un aspetto oggi (spero) superato ma circa 20 anni fa molto presente in alcuni settori (alberghiero ad esempio) dove la mancanza di controlli consentiva di percepire la pensione continuando a lavorare in nero con un netto simile allo stipendio precedente.

Vale non solo per i pensionati: ho sentito (per radio!!!) di camerieri romagnoli che ricevono il sussidio invernale previsto ed intanto fanno la stagione sulle alpi ( ma non so se in nero in Italia o all'estero senza dichiarare)

Il milione e mezzo è riportato dal ministro, non è un numero che ho indicato io, sinceramente non so dove lo abbia preso e difficilmente si riferisce solamente ai percettori di redditi alti, infatti  i dati che emergono dalle analisi statistiche sulle dichiarazioni dei redditi per il 2010 riportavano meno di 50.000 contribuenti con redditi > di € 200.000. Forse si riferisce a tutti i casi possibili e quindi bisognerebbe dettagliare meglio.

Detto  questo, ciò che volevo far notare è che è ben chiaro cosa voglia dire la Madia, dopo si può essere d’accordo o meno, ma l’intento redistributivo secondo me è più che evidente in base a quello che dice, quale sia l’impatto invece  è più incerto.

Invece sui prepensionamenti non sono certo che ciò che dici possa riferirsi a questa situazione, il prepensionamento è  una sorta di ammortizzatore che accompagna alla pensione, si dovrebbe ricevere un assegno di accompagnamento che pensione non è, quindi non sarebbe corretto parlare di cumulo pensione reddito. Ad esempio , nel settore del credito, esistono i fondi esuberi e solidarietà, che accompagnano alla pensione, e che erogano prestazioni ridotte per persone che si trovano un’altra occupazione.

Detto  questo, ciò che volevo far notare è che è ben chiaro cosa voglia dire la Madia, dopo si può essere d’accordo o meno, ma l’intento redistributivo secondo me è più che evidente in base a quello che dice, quale sia l’impatto invece  è più incerto.

Certo, l'intento redistributivo, in ottica superfisso, è chiaro.
L'impatto penalizzante su chi produce valore aggiunto è altrettanto chiaro, per chi non ragiona con il superfisso.

la proposta riguarda manager che nella maggior parte dei casi operano in settori fortemente sussidiati, parlare di valore aggiunto senza considerare i sussidi vuol dire guardare le cose a metà...

A parte l' approccio etico/demagogico, che forse serve semplicemente a far piacere la misura ai milioni di plebei demagoghi che affollano il bel paese e che, ahimé, votano, noto in tutto questo un clima da 8 settembre: tutti contro tutti, siamo al redde rationem, non contano equità, equilibrio, disincentivi al lavoro, ecc. ecc., ma solo peso politico per scaricare gli oneri sugli altri; come è sempre stato, peraltro, solo che una volta gli altri erano i nascituri, oggi non bastano manco più loro. Siamo un paese fallito, e prima gli stranieri lo capiscono e ci mettono sotto governo militare, meglio è per tutti, anche per i loro 1.000 miliardi di nostri pagherò.

Voglio solo notare che la frase "" i molti che invece la ricevono senza aver versato adeguati contributi" suona bene, ma è di nebulosa applicabilità: posso stabilire che i miei contributi sono attuarialmente insufficienti ad erogare la mia pensione se do per scontato che via via che li accumulavo essi venivano investiti ed il montante è scarso, a parità di condizioni. Posso essere femmina e pensare di essere agevolata perchè, a parità di altre condizioni con un uomo, prendo lo stesso vitalizio (a proposito, ce lo ricordiamo, prima di sproloquiare sulla parità di genere ?), ma per più tempo generalmente, ma poco di più; cioè: ragionare a ripartizione quando si sopportano i contributi ed attuarialmente quando si prende il vitalizio non porta da nessuna parte. Oppure, e questo è il sogno mio e, spero, di molti altri, alla completa abolizione della previdenza pubblica obbligatoria: magari tra 2 secoli, ma sogno che avvenga.

Non ci sono soldi

Pigi 19/3/2014 - 09:26

Nell'articolo manca una considerazione: si tratta di pensioni pubbliche. E i soldi erogati dallo Stato devono tener conto di vincoli, compatibillità, convenienza, nell'immediato e nel medio e lungo termine.

Lo Stato deve garantire ai pensionati un certo reddito, e sei volte il minimo è sicuramente più del necessario. Per chi vuole di più, c'è la previdenza integrativa.

In ogni caso si tratta di emolumenti ottenuti sfruttando normative demenziali che consentivano pensioni legate all'ultima retribuzione, magari ottenuta con una promozione il giorno prima della pensione. Sono largamente slegate ai contributi versati e sono una palla al piede per un paese che non cresce più.

Aggiungo se non ci sono soldi in cassa, visto che non possiamo più stampare moneta, tagliare le pensioni e gli stipendi pubblici sopra una certa soglia è la misura meno dolorosa e lo hanno fatto tanti paesi dell'area Euro. Se a qualcuno non piace, c'è il privato pronto a sfruttare e retribuire tutte queste brillanti intelligenze.

Non capisco come la natura pubblica della pensione cambi la logica del discorso. Perché i fatti sono due (1) ha contribuito o no a ricevere la pensione d'oro? Se si, decidiamo se sia etico elargire tale pensione, e se non lo è riduciamole tutte, pubbliche o meno che siano (2) non ha contribuito a ricevere la pensione d'oro? Riduciamo la pensione, ma facciamolo anche per quelle maturate con rapporti di lavoro privati.
C'è, poi, la questione degli incentivi. Il pensionato in questione svolge un lavoro, all'interno della pubblica amministrazione, che fornisce un beneficio valutabile superiore o uguale al costo sopportato dallo stato? Se sì, paghiamolo quanto merita, perché se col cumulo finiamo per tassarlo al 100% appena supera la soglia, il signore  starà a casa a godersi i nipotini e lo stato perde il vantaggio derivante dalle sue abilità. Se invece questo pensionato svolge un lavoro che non reca beneficio sufficiente a chi lo impiega, che bisogno c'è di tassarlo? Facciamo una leggina in cui il ministro competente è libero di mandare a casa definitivamente tali persone dopo l'età di pensionamento.

Non sono così sicuro che il discriminante sia solo "ha contribuito/non ha contribuito" e che una pensione d'oro possa solo essere "etica/non etica" in assoluto. Di quello che ha contribuito, c'è da domandare come ha fatto, a contribuire. C'è anche il caso (frequente, io penso al politico) di quello che avendo guadagnato troppo per tutta la vita (pur essendo poco meno che inutile) ha però anche contribuito parecchio; e così, dopo essere stato privilegiato da "lavoratore", si ritrova privilegiato pure da pensionato.

Se uno ha contribuito alla pensione d'oro significa che ha versato molti contributi, e quindi ha goduto di compensi alti. Nel privato questo succede quasi sempre quando il lavoratore in questione e' capace di produrre profitti consistenti all'impresa, ossia ricchezza esogena. Nel pubblico, invece, i compensi di fascia alta sono quasi sempre ingiustificati e palesemente gonfiati, quindi anche l'ammontare dei contributi versati e' viziato.

Anche se ha versato tutti i contributi, il pensionato d'oro pubblico lo ha molto spesso fatto grazie ad uno stipendio non equo, quindi, secondo me, non solo bisognerebbe ricalcolare tutte le pensioni sul contributivo, ma, solo nel pubblico, sarebbe giusto rivalutare l'ammontare di contributi versati riparametrandolo su una base salariale piu' equa, ad esempio su una media Europea dei pari livello. E, nei casi piu' sfacciati, si dovrebbe applicare la regola del quinto della pensione per compensare l'eccessiva remunerazione goduta nel periodo lavorativo.

Mah capisco il senso degli ultimi due commenti, ma procedere cosi' significa anche non andare da nessuna parte. Nel pubblico, come nel privato, c'e' un sacco di gente che si impegna e riesce a manare avanti la baracca nonostante gli imboscati. Cosa facciamo, andiamo a pescarli e gli diamo un premio di produzione speciale? 

Per ottenere qualcosa occorre focalizzarsi su pochi criteri, che andrebbero rispettati anche nei casi di cui parlate (e cioe: anche se i dipendenti pubblici hanno, in media, ricevuto piu' di quanto meritato, occorre correlare la pensione alle contribuzioni).

In ogni caso, le pensioni devono essere corrisposte a chi le ha maturate, senza riduzioni che disincentivino il lavoro. Se non sono eque, si rendano eque, ma perche' ridurle a chi lavora? 

Credo anch'io che dal punto di vista della praticabilita' quello che ho scritto necessiti di approfondimenti. Ma siccome dicevi che non vedevi differenza tra pubblico e privato, ed io una la vedevo, l'ho detta. E sono d'accordo a non ridurre le pensioni a chi lavora, in pieno.

Insomma tu ipotizzi che il sig. Rossi, in passato dipendente pubblico pagato molto al di sopra di quanto avrebbe meritato, abbia maturato una pensione proporzionalmente altrettanto alta ed egualmente superiore a quanto equo, e pertanto proponi di ridurla, e così? Mi pare difficilissimo da applicare: giudicare il valore 'equo' del lavoro di una persona è già difficile nel presente, come farlo se la valutazione si riferisce al passato, magari 20 o 30 anni prima? I documenti magari non sono più disponibili, eventuali testimoni sono magari morti o non ricordano più, i parametri con i quali effettuare le valutazioni sono cambiati. Ma qundanche tutto questo fosse possibile, ed io sono convinto che non lo sia, cosa c'entra con quello di cui stiamo discutendo? Perchè il sig. Rossi deve essere penalizzato per il solo fatto che è ancora in grado ed ha voglia di lavorare? Tieni conto che se già guadagna più di € 300.000 vuol dire che è in un'aliquota alta, e gli eventuali guadagni successivi andranno sullo scaglione più elevato. Se alla fine rinuncia a lavorare, non ci saranno guadagni aggiuntivi e neppure gettito IRPEF supplementare, senza contare che il mancato datore di lavoro dovrà rinunciare alla ricchezza che il sig. Rossi avrebbe potuto produrre e che lui evidentemente valuta più di quallo che sarebbe disposto a pagarlo.

Siccome non si vedevano differenze tra pubblico e privato, ho solo riportato quello che secondo me e' una differenza. Poi, sulla praticabilita', ho molti dubbi anch'io. E sono anche d'accordo sul non ridurre la pensione a chi lavora.
Ad ogni modo, forse non sarebbe cosi' difficile vedere cosa prendono di pensione i dipendenti pubblici di pari livello in Germania o Francia o Spagna e compararli con le nostre pensioni d'oro.
Il ridurre la pensione ad un valore piu' equo avverrebbe in ogni caso, quindi se il pensionato lavora continuerebbe a percepire la pensione equa e in piu' il compenso per il suo lavoro.
E credo che politicamente sarebbe molto piu' equo rispetto alla riduzione dell'orario di lavoro o dei salari dei lavoratori nel privato, come sta succedendo in Spagna e Francia e sta cominciando anche in Italia.

Ma contesto questa distinzione pubblico/privato che si fa qui. Anche io avevo fatto l'esempio del politico, ma così si contribuisce al mito per cui nel pubblico ci sono solo fannulloni e imboscati, e gli stipendi indecenti di alcuni dirigenti sono prodotto di meccanismi clientelari; mentre nel privato se il signor Rossi guadagna 300.000€ è perché è capace di produrre un reddito almeno pari per l'impresa che lo paga.

Ho visto da vicino come funziona il tessuto delle PMI (l'unico che c'è) in questo paese. I dipendenti, di ogni livello, compresi quadri e dirigenti, compresi quelli bravi (e ce ne sono) queste cifre non le avvicinano neppure in sogno. Gli va di lusso se superano i 50.000. Quelli che si fanno stipendi da 10.000 - 20.000€  sono i membri del CDA, e i loro figli/parenti.

Un caso tipico di contribuente da 300.000€ che lavora nel privato, in italia, è quello del puttaniere (violo la policy di nFA, lo so, ma non lo so dire in un altro modo) che alle nove parcheggia la Porsche nel parcheggio riservato davanti all'entrata dell'azienda di famiglia, scende con la trota di turno, per fare una comparsata, e saluta tutti alle undici. Poi si rivede nel tardo pomeriggio, senza trota ma con la pupilla dilatata dalla cocaina. E' a questi personaggi che i lavoratori pagano la pensione d'oro, non a super manager terminator dalla produttività estrema.

Sto fantasticando? Questa descrizione non è mica un parto della mia fantasia. Potrei fare nomi e cognomi di decine di personaggi così. Li ho conosciuti.

Stipendi

Andrea Grenti 19/3/2014 - 17:34

gli stipendi indecenti di alcuni dirigenti sono prodotto di meccanismi clientelari

Comparando stipendi nel pubblico e nel privato, si nota subito che i primi sono totalmente scorrelati dai secondi e dalla produttività locale dove risiedono coloro che li percepiscono e sono ampiamente più alti della media europea.
Per quanto riguarda i privati, nessuno dovrebbe imporre un tetto massimo alle remunerazioni. Non è una questione in cui deve intervenire lo Stato, e anche se lo facesse non riuscirebbe nel suo intento. 

nessuno parlava di introdurre tetti massimi alle retribuzioni del settore privato. Casomai si dovrebbe introdurre un tetto minimo. Ma nemmeno questo era il tema del mio commento.

Io sostenevo che questa distinzione, pubblico = retribuzioni scorrelate dalla produttività VS privato = tutta un'altra cosa, ossia l'idea che nel privato le retribuzioni più elevate siano frutto di competenza, bravura e produttività, è frutto di un pregiudizio, tipico di chi le PMI nostrane le conosce poco. Nel settore privato (italiano) quelli che guadagnano tanto, e che per ciò poi si "meritano" anche le pensioni più grasse, sono i soci, le loro mogli/amanti, e i figli di papà; e le loro retribuzioni sono "correlate" alla produttività ancora meno di quelle dei dirigenti della pubblica amministrazione.

Nel settore privato (italiano) quelli che guadagnano tanto, e che per ciò poi si "meritano" anche le pensioni più grasse, sono i soci, le loro mogli/amanti, e i figli di papà; e le loro retribuzioni sono "correlate" alla produttività ancora meno di quelle dei dirigenti della pubblica amministrazione.

si chiama libera impresa: investo i guadagni come mi pare. se mi circondo di imbecilli, i concorrenti in breve faranno meglio e i miei guadagni svaporeranno. molto rapidamente potrò però sapere quale delle mie amanti è veramente affezionata..

Si può chiamare anche distrazione di fondi societari.

In italia s'intende "libertà d'impresa" come "il padrone sono io e faccio come mi pare". Finché non si ha bisogno degli ammortizzatori sociali, si capisce; allora l'impresa diventa interesse della collettività e si mendica l'intervento di pantalone. Qui mi pare di scorgere traccia di quella carenza di cultura d'impresa che impedisce a questo paese di sviluppare aziende che vadano oltre la dimensione familiare. E' perché abbiamo ancora quella mentalità che  aveva il capoccia, il fattore della famiglia-impresa agraria del tempo di mio bisnonno, mentalità che traghettava anche nella sua nuova azienda agricola o manifatturiera quando la metteva su.

Quello non capiva perché fosse obbligato a pubblicare i bilanci. Questo non capisce perché mai dovrebbe distinguere tra conti aziendali il portafoglio suo, visto che la "ditta" è la sua.

Casomai si dovrebbe introdurre un tetto minimo.

Sul resto vedi la risposta di dragonfly, ma in questo caso staresti pensando ad un salario minimo? Se sì, ti consiglio una lettura qui su nFA.

Attenzione, non va dimenticato che gli stipendi (lordi, e quindi compresi i contributi previdenziali) pubblici li paghiamo noi, quelli privati no. Il datore di lavoro nel privato e' l'azienda, nel pubblico sono i cittadini. Come cittadini abbiamo (o dovremmo avere) il diritto di sindacare sugli emolumenti nel pubblico, non nel privato.

Per quanto mi riguarda, il cicalone privato ha il diritto di sperperare quanto vuole in quello che vuole, visto che non sono soldi miei.

Il figlio fannullone si gode (beato lui) i proventi della produttivita' del bravo papa' imprenditore, quindi e' sempre ricchezza generata reale, poco importa da chi.

In merito al fatto che cosi' si avvallerebbe il mito dei pubblici fannulloni, ancora, non c'entra nulla. Stipendi e pensioni pubblici vanno ridotti non perche' i nostri statali sono fannulloni o imboscati, ma perche', a parita' di incarico rivestito, hanno stipendi e pensioni esageratamente piu' alti di pari livello in altri paesi civili.

Fannulloni e imboscati non vanno ne demansionati ne desalarizzati o depensionati, ma semplicemente cacciati.

Vedi sopra

Nasissimo 21/3/2014 - 12:50

Come cittadini abbiamo (o dovremmo avere) il diritto di sindacare sugli emolumenti nel pubblico, non nel privato. Per quanto mi riguarda, il cicalone privato ha il diritto di sperperare quanto vuole in quello che vuole, visto che non sono soldi miei.

Questa logica de "il padrone sono io e faccio come mi pare" è frutto di carenza di cultura d'impresa, da cui si produce questo equivoco ricorrente. Perché sono soldi tuoi (nostri) quelli con cui paghiamo la cassa integrazione, per esempio, e la probabilità di avere bisogno della cassa aumenta, se il figlio fannullone o la ganza del socio di maggioranza attingono alle casse aziendali per i capricci loro.

Il principio, fissato anche nella legge, è che i fondi societari, anche nelle imprese a socio unico, debbono essere utilizzati solo per le finalità dell'impresa, stabilite dallo statuto. Una sentenza della Corte di Cassazione (sentenza 23.09.2009 n° 37107) ha stabilito che i pagamenti virtuali integrano il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, e che per il sussistere di questo non è nemmeno necessaria la consapevolezza dello stato di dissesto dell'impresa. E' sufficiente "il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell'impresa, nella prevedibilità [..] della riduzione della garanzia patrimoniale offerta dal debitore".

Ma le sentenze della Cassazione o le leggi ordinarie non possono sostituire la cultura d'impresa. Dovremmo avere chiaro in mente che quando una impresa da lavoro ad almeno un lavoratore, questa diventa entità di interesse sociale. Coinvolge ed interessa la società quando fallisce o va in sofferenza, perché assorbe risorse comuni, quindi Il socio di maggioranza/socio unico/imprenditore non ne può affatto disporre a piacimento, come fa delle sue ciabatte. E come cittadini abbiamo eccome il diritto, anzi abbiamo il dovere, di "sindacare" di cosa fa costui con i fondi societari, che sono, devono essere, nettamente distinti dai soldi suoi.

Il vizio di assegnare incarichi inutili ed esageratamente retribuiti a parenti, figli e ganze, oltre che essere nella sostanza un reato (anche se difficilmente perseguibile, almeno finché l'azienda è in salute), è frutto di questa incultura; per cui l'imprenditoricchio italiano pensa la sua azienda privata essere "robba sua", e crede di avere il diritto di attingere alle casse societarie come e quando gli pare.

Perché sono soldi tuoi (nostri) quelli con cui paghiamo la cassa integrazione, per esempio, e la probabilità di avere bisogno della cassa aumenta, se il figlio fannullone o la ganza del socio di maggioranza attingono alle casse aziendali per i capricci loro.

Appunto, allo stato attuale la cassa integrazione produce più distorsioni che benefici, e per questo va abolita insieme all'assegnazione di sussidi vari.

Dovremmo avere chiaro in mente che quando una impresa da lavoro ad almeno un lavoratore, questa diventa entità di interesse sociale.

Su questo si è discusso qui e qui.

andrò a leggere con calma. Ma si cambia argomento. Qui volevo solo dire una cosa banale.

L'idea "pubblico=schifo Vs privato=ganzo" è una superstizione: il problema italia è culturale, e riguarda tanto il pubblico quanto il privato. Perché oltre alla cassa integrazione c'è la mobilità, poi il sussidio di disoccupazione, poi ci sono gli altri ammortizzatori, infine ci sono i costi sociali indiretti prodotti da un'impresa che chiude/fallisce/espatria, e questi non li puoi "abolire". Non è la cassa integrazione, che produce "distorsioni" di cui parlavo qui, è l'inestirpabile attitudine a mescolare le casse societarie col borsellino del padrone. La distrazione di fondi societari viene percepita, nel sentire, come se fosse una cosa regolare: questo era il tema del mio commento.

L'imprenditoricchio italiano (medio) non ha mai assimilato il principio, etico prima e giuridico poi, per cui i fondi societari sono destinati esclusivamente alle finalità d'impresa scritte nello statuto, e non sono nella sua disponibilità. Il vizio ampiamente diffuso di assegnare incarichi inutili ed esageratamente retribuiti a parenti, figli e ganze, oltre che essere nella sostanza un reato, ne è la dimostrazione.

L'idea "pubblico=schifo Vs privato=ganzo" è una superstizione

Sono d'accordo e la pensano così la maggior parte degli utenti di nFA. Il problema reale deriva invece dal fatto che lo Stato dà ampio potere ad una ristretta élite di imprese e corporazioni, liberalizzando poco, e questo non permette una sana libera concorrenza. Comunque si parlava di stipendi prima e lo Stato dovrebbe occuparsi solo di quelli pubblici.

il problema italia è culturale, e riguarda tanto il pubblico quanto il privato.

Più che culturale è sistemico. E' il sistema italiano che permette tutta una serie di distorsioni ed ambiguazioni a livello legislativo, oltre al fatto che la politica ha un ruolo rilevante nella formazione del sistema economico e finanziario. Non è un problema solo italiano.

 infine ci sono i costi sociali indiretti prodotti da un'impresa che chiude/fallisce/espatria, e questi non li puoi "abolire"

Succede dovunque e lo Stato, in particolare italiano, ha le sue colpe in merito nel disincentivare la libertà d'impresa con i suoi adempimenti ed oneri. E' ovvio comunque che un imprenditore cerca sempre condizioni migliori per massimizzare i profitti a scapito di alcuni diritti dei lavoratori, come avviene in vari Paesi in via di sviluppo e del Terzo Mondo. I vantaggi sono comunque evidenti e non solo per l'imprenditore.

La distrazione di fondi societari viene percepita, nel sentire, come se fosse una cosa regolare

Per quanto mi riguarda può farne ciò che vuole della sua impresa, a patto che rispetti i contratti e i diritti degli azionisti oltre che dei dipendenti. Qual è il problema? Credi che mancherebbero persone più motivate e impegnate a creare una sana impresa? La questione è un'altra, e cioè che manca tutta una serie di condizioni affinché si sviluppi un sistema di libera impresa in libera concorrenza e questa mina la stabilità e la crescita economica, indispensabile per migliorare e mantenere non solo le proprie condizioni economiche.

L'imprenditoricchio italiano (medio) non ha mai assimilato il principio, etico prima e giuridico poi, per cui i fondi societari sono destinati esclusivamente alle finalità d'impresa scritte nello statuto, enon sono nella sua disponibilità. Il vizio ampiamente diffuso di assegnare incarichi inutili ed esageratamente retribuiti a parenti, figli e ganze, oltre che essere nella sostanza un reato, ne è la dimostrazione.

Se l'impresa per questi motivi fallisce non è un problema, come scritto anche da dragonfly. Più che altro non deve intervenire lo Stato, altrimenti i danni diventano doppi e pagati da tutti.
Dopo chiaro che il senso civico e il rispetto delle regole di talune persone lascia a desiderare, ma è sbagliato ridurre tutto ad un problema culturale. 


Che vi siano regole che condizionano la discrezionalita' di un impresa su come impiegare i propri proventi non e' che uno dei molti esempi in cui lo stato condiziona il mercato, compromettendo di fatto la sua intrinseca natura di regolatore.

Un imprenditore che opera in un ambiente sano non evita di sperperare perche' vi e' una legge che gli vorrebbe insegnare che i profitti vanno usati nell'impresa, ma lo fa perche' e' perfettamente consapevole che altrimenti non potra' competere sul mercato, e sa anche che se va in rosso quello stesso ambiente sano non gli regalera' nessun ammortizzatore.

Ancora, non capisco come si sia arrivati a dedurre che pubblico=schifo e privato=ganzo, non e' assolutamente quello che ho detto. 

A far chiudere o prosperare un'impresa deve essere il mercato, non lo stato. A determinare i costi e l'efficienza dello stato invece tutti i cittadini hanno diritto e dovere di concorrere. 

si può parlare altrove, pure il dibattito sulla responsabilità sociale d'impresa è interessante.

Qui parlavo solo del difetto di cultura d'impresa che ammorba questo paese. Problema culturale e poi etico, che si manifesta in tanti modi, in primis quello descritto sopra. Non lo so se anche gli autori di nFA ne siano partecipi, oppure se siano anche loro critici verso la piccola imprenditoria italiana, e consci di questi suoi vizi di fondo. Ditemelo voi.

Mi era sorto il sospetto che non ne foste molto consapevoli, e mi perdura quando leggo

Se l'impresa per questi motivi fallisce non è un problema

La distrazione di fondi societari è più che un "problema", è un reato. E la sentenza della Cassazione sopra citata ha precisato che non è neppure necessario che l'impresa vada in dissesto a causa dei pagamenti virtuali, perché si configuri il reato,

Infatti, tali operazioni alterano i rapporti di credito e debito ed influiscono sul bilancio della società.

Così la Cassazione. Non importa, a questo fine, se lo Stato interviene oppure no. Di questo si può discutere (anche per me, in generale, è meglio di no) ma non è questo il punto. Se interviene, si hanno costi sociali diretti. Se non interviene, si hanno costi sociali indiretti. Ma se anche costi non ci fossero affatto, il principio giuridico (ed etico) è che le casse societarie sono distinte dai conti personali del padrone, e non sono nella sua disponibilità. Non mi interessa discutere temi giuridici in quanto tali, ma mi interessano i princìpi, e il Diritto societario, come il Diritto in generale, è la trascrizione in legge dei princìpi.  Il principio di fondo di cui stiamo parlando qui, che appartiene alla buona cultura d'impresa è che in italia è carente, è questo: i soldi della mia azienda non sono soldi miei.

Questa carenza è, eccome, un problema culturale. E' un problema perché non essendo assimilato il principio, non essendo cioè la distrazione societaria percepita come un reato, quale è, ma come una cosa regolare, viene perpetrata comunemente e diffusamente, aggirando la legge con vari camuffi, ed appesantisce il tessuto delle imprese ed il tessuto sociale.

Per fare un esempio che chiarifica il mio pensiero: l'impenditoricchio italiano Pinco Pallini prima ha una macelleria. La figlia diciassettenne il sabato chiede soldini a papà per la discoteca, allora papà apre la cassa (della macelleria) e gli molla due banconote da 50€. "La macelleria è mia, della cassa fo quel che mi pare". Poi fa buoni affari e si allarga. Dalla macelleria Pinco passa ad una società di "food and beverage" con cinquanta dipendenti, che fattura qualche milione. Nel frattempo anche la figlia è cresciuta, ma non troppo, ora ha trenta anni, ma passa sempre da papà, solo che adesso chiede i soldini per comprare un'AUDI. Cosa fa papà? La stessa cosa che faceva ai tempi della macelleria. Va a ravanare nella cassa (dell'azienda) e smolla 50.000€ alla figlia. Se qualcuno gli fa notare che non si può fare, lui percepisce questa come un'ingiustizia. Non distingue la persona fisica dalla persona giuridica, i fondi societari dal suo conto personale: non gli hanno insegnato a farlo, né capisce perché mai dovrebbe. Ma come, l'azienda è robba mia, non posso fare che mi pare dei soldi miei? Perché Pinco Pallini non è un industriale, è un macellaio arricchito, che del macellaio (con rispetto parlando) ha ancora la mentalità. E quindi dice alla figlia "Va bene, ma fammi una fatturina da 50.000€ per una consulenza, che se no ci rompono le scatole". Il Pallini forse non si rende nemmeno conto che sta compendo un reato, comunque non si nasconde e di sicuro non si sente in colpa: il pagamento virtuale, che la Cassazione precisa rientrare a pieno titolo tra i reati societari, integrando la bancarotta faudolenta, nella sua mentalità è cosa lecita.

Non ho capito bene: lo è anche nella vostra?

Reato

Andrea Grenti 22/3/2014 - 19:27

E' un problema perché non essendo assimilato il principio, non essendo cioè la distrazione societaria percepita come un reato, quale è, ma come una cosa regolare, viene perpetrata comunemente e diffusamente, aggirando la legge con vari camuffi, ed appesantisce il tessuto delle imprese ed il tessuto sociale.

Anche se fosse percepita come un reato, pensi che certe situazioni non accadrebbero comunque? Probabilmente se vi fossero pene e sanzioni gravi il fenomeno potrebbe diminuire, certo.
E' utile ricordare comunque che molti attingono alla cassa societaria per tentare di salvare la ditta dalle troppe imposte e debiti verso lo Stato.
Sul fatto di appesantire il tessuto delle imprese e quello sociale sono d'accordo in parte perché non ne è la causa principale.

il pagamento virtuale, che la Cassazione precisa rientrare a pieno titolo tra i reati societari, integrando la bancarotta faudolenta, nella sua mentalità è cosa lecita.

Dipende come è stata utilizzata la cassa. Se viene stabilito l'utilizzo per fini non fraudolenti le cose cambiano.

in altri luoghi virtuali che ho frequentato si veniva alle mani per molto meno.

Dialogando con calma di solito si scopre che una volta chiarite le posizioni si è d'accordo più di quanto sembrasse. Io non sostengo che servirebbero sanzioni più gravi. Per scoraggiare un comportamento fraudolento serve se mai la certezza della pena, la durezza è inutile. Ma non era questo il punto, io puntavo il dito contro il difetto culturale. Non possono essere le leggi e la magistratura a insegnare cultura d'impresa, il difetto è valoriale. Tra l'altro nel caso dei reati societari, e in particolare dei pagamenti virtuali e della distrazione societaria, è molto difficile individuare la fattispecie di reato. All'atto pratico questi comportamenti, ahimé ampiamente diffusi a tutti i livelli nelle PMI italiane, finiscono nel mirino dei giudici solo quando c'è in corso un fallimento o un concordato, e un perito nominato dal curatore va a spulciare i flussi di cassa. Ma come si vede dalla sentenza della Cassazione, che ho riportato proprio per questo, non è necessario che ci sia dissesto d'impresa perché la distrazione sia illecita per la giurisprudenza: lo è sempre, a priori. Il principio che viola è quello ribadito più volte (e così mal-digerito dall'imprenditoria italiana, fatta da ex bottegai). I fondi societari non possono essere utilizzati per scopi personali, ma devono essere destinati esclusivamente alle finalità dell'impresa, fissate dallo statuto. Questo è un principio etico, poi anche giuridico. E' un principio cardine dell'etica d'impresa, che dovrebbe stare nel DNA degli imprenditori come le tre leggi della robotica di Asimov negli automi. Purtroppo in Italia è carente.

Mi ero inserito per dire che è falso l'assunto che mentre nel pubblico le super-retribuzioni dei grandi dirigenti e manager sono frutto di rapporti clientelari, e sono scorrelate dalla produtttività, nel privato se uno gadagna molto.. beh, deve essere per forza perché è bravo. Equivoco: nel privato, in italia, fatte salve le debite eccezioni ovviamente (ma quelle ci sono anche nel pubblico) le retribuzioni a cinque zeri sono quasi sempre frutto di pagamenti virtuali, e distrazioni societarie, a beneficio di figli, parenti, amici e ganze del padrone o dei soci o dei soci stessi, piuomeno parziali e piuomeno mascherate, al limite della legalità; e sono un prodotto di questa carenza di cultura d'impresa, e dell'inestirpabile familismo italiano.

Etica

Andrea Grenti 23/3/2014 - 22:23

Questo è un principio etico, poi anche giuridico. E' un principio cardine dell'etica d'impresa, che dovrebbe stare nel DNA degli imprenditori come le tre leggi della robotica di Asimov negli automi. Purtroppo in Italia è carente.

E' un pensiero che condivido ma utopistico. Sarebbe come pretendere che le persone a priori debbano rispettare la libertà altrui e l'ambiente in comune. E' necessario e vitale uno stato di diritto in una democrazia, invece.

mentre nel pubblico le super-retribuzioni dei grandi dirigenti e manager sono frutto di rapporti clientelari, e sono scorrelate dalla produtttività, nel privato se uno gadagna molto.. beh, deve essere per forza perché è bravo

No certo, hai ragione, ma non deve essere lo Stato a decidere quanto devono guadagnare e quanti profitti possono fare le imprese. Ci può provare per una finalità etica, ma non otterrebbe nient'altro. 

Il macellaio Pallini non e' un imprenditore, e' solo un evasore. L'imprenditore e' quello che, dopo aver pagato dipendenti, fornitori, spese, debiti e tasse, si gode quelli che sono proventi legittimi, se gli va anche comprando la supercar alla figlia.

E fa bene a lamentarsi con chiunque ha la pretesa di andargli a dire come deve spendere i suoi guadagni.

Il vero problema dell'Italia non e' la mancanza di cultura sociale d'impresa, semmai e' la mancanza di cultura "tout court" e di visione di gran parte dei suoi imprenditori, e non solo.

Credete veramente che Jeff Bezos si chieda, o il compianto Steve Jobs si chiedesse, quale ruolo sociale deve avere l'impresa? No, la prima cosa che i veri imprenditori hanno in testa e' come creare cose nuove e migliori, come mettere sul mercato cose che nessun altro ha pensato. 

E che piaccia o no, e' la ricchezza creata da costoro che rafforza l'economia di un paese. In quei paesi, chi si sogna di andare a sindacare sull'Audi regalata alla figliola viene quanto meno deriso, e si da'  anche il caso che nessun dirigente pubblico (presidente incluso) guadagni cifre faraoniche.

La gente comune sta alle calcagna dei pubblici e li bastona se fanno cavolate, ma sostiene e ammira i privati che, ripettando le regole, si arricchiscono. Questo e' lo spirito dominante nei paesi che hanno successo, e la mancanza del quale lascia gli altri indietro.

Sono i fondi societari.

Se non riesci a capire la distinzione, sei affetto dallo stesso difetto di cultura d'impresa di Pinco Pallini. Pinco Pallini può comprare quello che vuole alla figlia, coi soldi suoi. Certamente. Ma i soldi della sua azienda non sono soldi suoi. Nell'esempio cercavo di evidenziare come sia un problema di mentalità. Il Pallini da ex-macellaio si porta dietro la mentalità del bottegaio, per cui la cassa della bottega fa tutt'uno col suo portafogli:

Il Pallini forse non si rende nemmeno conto che sta compendo un reato, comunque non si nasconde, e di sicuro non si sente in colpa: il pagamento virtuale [..] nella sua mentalità è cosa lecita.

Non è l'evasione il problema. L'evasione fiscale è un reato, la distrazione societaria è un altro reato. Il problema che cercavo di evidenziare è che la carenza di cultura d'impresa in Italia è talmente profonda che molti percepiscono la distrazione di fondi societari come se fosse una cosa regolare.

Ed è questo il motivo per cui viene perpetrata diffusamente a tutti i livelli.

Ma per favore, non diciamo sciocchezze. La distribuzione degli utili aziendali non e' un reato per nulla. Qualsiasi societa' puo' deliberare la distribuzione utili o dividendi che al netto dell'ennesimo prelievo fiscale, sono guadagni a tutti gli effetti.

E poi, il nostro Pallini, quale unico proprietario, puo' comunque assegnarsi lo stipendio che vuole, purche' non mandi la societa' in bancarotta.

E non venitemi a raccontare che questo e' illegale per favore.

Allora anche la corte di Cassazione dice sciocchezze.

Tu fai confusione fra cassa e utili. Nei bilanci aziendali, all'ultima pagina, c'è la voce "utile netto d'impresa". L'utile è netto perché calcolato al netto delle spese e delle retribuzioni, e del suo destinarsi decide l'assemblea dei soci. Può reinverstirlo o può distribuire divindendi. Se distribuisce dividendi, questi fanno reddito a tutti gli effetti, subiscono l'imposizione fiscale come dici anche tu, poi quel che rimane va nel borsellino dei soci che ne fanno quel che vogliono.

Nell'esempio portato e negli altri io parlavo del vizio di ravanare nella cassa aziendale prima della determinazione dell'utile. Il pagamento virtuale è la fattispecie di reato (proprio così, reato, pare strano?) per cui tramite il trucco di pagare prestazioni inesistenti ("virtuali") a mogli ganze figli e parenti, ma anche a se stessi, oppure di pagare prestazioni reali, ma in misura smodata, si fa distrazione di fondi societari (voce della giurisprudenza) verso i propri conti personali.

Questo comportamento tradisce l'etica d'impresa, ed è fraudolento secondo il diritto societario. Lo è sempre, come precisa la sentenza della Cassazione citata, non solo se l'azienda va in bancarotta per sua causa, perché altera i bilanci. Lo è a prescindere dall'evasione fiscale, che tramite la distrazione certo si può concretare: si tratta di reati distinti. E lo è comunque, anche se l'impresa è a socio unico. Perché l'impresa non ha doveri solo verso i suoi azionisti, ce li ha verso i suoi creditori e debitori, e verso i suoi dipendenti, e verso il suo indotto. E pure verso i suoi clienti. Non dimentichiamo i clienti. L'unica impresa, in astratto, che potrebbe permettersi in linea di principio di fare quel che vuole dei fondi societari sarebbe quell'impresa che vive nel paese del nulla, dove non c'è fisco, non c'è sistema, e non ci sono servizi; e che riunisce in una sola persona il socio unico, unico azionista, unico dipendente, e unico lavoratore. Infine che non ha crediti ne debiti, che non opera con nessuno, e che non ha nessun cliente. E' l'impresa che non c'è.

 

Non serve la cassazione per capire questo.

Tutto questo discorso e' nato per comparare pubblico e privato;  non ha senso comparare legale con illegale, e' ovvio che un privato che VIOLA la legge e' 'peggio di qualsiasi pubblico che la rispetta.

Il punto non e' questo. Il punto che io sollevo e' la comparazione tra pubblico e privato ENTRAMBI NEL RISPETTO DELLE LEGGI. Che stipendi e pensioni LEGALI nel pubblico siano alti e' giusto che il cittadino lo dica e che lo stato ascolti, mentre se nel privato Pinco Pallini con gli utili LEGALI della sua impresa compra l'Audi alla figlia, no.

Io credo che i cittadini abbiano il diritto di determinare stipendi e pensioni pubblici, ma non quello dei privati, ovviamente NELLA LEGALITA' di entrambi.

Nella fattispecie, per tornare al punto originale, secondo me nessuna pensione d'oro e' giustificata, anche quando i contributi sono stati versati, perche' se cosi' e' significa che e' stato corrisposto uno stipendio altrettanto ingiustificato.

E il dirigente pubblico che non accetta questo, per quanto mi riguarda che vada pure sul mercato e si confronti con le menti piu' capaci del mondo; se vale veramente, otterra' quello che merita e creera' ricchezza vera per il paese. Altrimenti che torni pure nel pubblico a cercare stipendi sicuri, ma con un po' piu' di umilta' sulle sue spettanze, per cortesia.

se nel privato Pinco Pallini con gli utili LEGALI della sua impresa compra l'Audi alla figlia, non c'è niente da eccepire.

Senz'altro. Nell'esempio però il Pallini non usava gli utili d'impresa, ma ravanava nei flussi di cassa per fare questo, confondendo i fondi societari col portafogli suo. Questo è illegale (ma prima ancora è immorale).

Io credo che i cittadini abbiano il diritto di determinare stipendi e pensioni pubblici, ma non quello dei privati, ovviamente NELLA LEGALITA' di entrambi.

Questo è il punto. Nel privato, quando il super-stipendio è quello percepito da un amministratore o socio, o da un suo parente/figlio/moglie/ganza, quando cioè a fissare lo stipendio è lo stesso che lo percepisce, o quando un padre fa lo stipendio alla figlia, è difficile stabilirne la legalità, perché si può avere il fondato sospetto che costui sia in conflitto di interessi, e che si tratti dunque, in tutto o in parte, di un pagamento virtuale. Finché l'azienda non va in dissesto, costui potrà sempre sostenere che stipendio era tutto guadagnato, ma (come precisa la sentenza) la condizione di fallimento non è necessaria perché il reato di distrazione societaria sussista. Lo rende solo manifesto. La fattispecie del reato è aver destinato fondi societari a scopi personali, alterando i bilanci con dolo. E quindi lo stipendio-super del "manager" privato figlio di papà si colloca spesso al limite della legalità, anche più di quello del manager pubblico.

Anche perché nelle PMI italiane raramente si fa distinzione tra proprietà e gestione. Ma questa circostanza, secondo me, è conseguenza del difetto culturale citato, non causa del nanismo cronico del nostro tessuto di imprese.

secondo me nessuna pensione d'oro e' giustificata, anche quando i contributi sono stati versati, perche' se cosi' e' significa che e' stato corrisposto uno stipendio altrettanto ingiustificato.

Sono d'accordo. Solo che questo vale sia nel pubblico che nel privato. Anzi, forse nel privato addirittura di più.

la condizione di fallimento non è necessaria perché il reato di distrazione societaria sussista

Nassissimo, ma qual è la sentenza, a cui ti riferisci, che prevede una bancarotta senza fallimento?

La sentenza della cassazione citata da te in un precedente commento non dice quello che tu vuoi farle dire.

 

Finalmente arriviamo al punto. In più punti avevo scritto che non mi interessa discutere questioni giuridiche, e che la distrazione societaria per tramite dei pagamenti virtuali nella pratica è indimostrabile (e quindi impunibile) finché l'azienda non fa bancarotta. Questa è senz'altro un'altra ragione per cui questo comportamento fraudolento è così ampiamente diffuso, ma secondo la mia idea non è questa la ragione principale: la ragione prima è culturale, ed è che il principio di fondo, che attiene all'etica d'impresa e ne è cardine, in italia non è assimilato. Non è proprio compreso per niente. Anche qui si fa fatica a far capire che il discorso "l'azienda e la mia e faccio come me pare" è scorretto. E' un problema di mentalità (e un difetto morale) antico e cronico del belpaese, che condanna all'eterno nanismo il nostro sistema d'imprese.

Perché l'impresa italiana è sempre solo un'impresa familiare. Anche quando allarga il fatturato, supera i 100 dipendenti e diviene SpA, è sempre gestita dal padrone, che decide tutto lui, piazza i figli e la moglie e la ganza nei ruoli cardine, distribuisce stipendi gonfiati e ingiustifiati a se stesso, e a familiari e amici. Lo fa perché crede di essere autorizzato a farlo: il familismo è nel DNA.

La sentenza della cassazione citata dice che i pagamenti virtuali integrano il reato di bancarotta fraudolenta, e che non è necessaria la consapevolezza dello stato di dissesto dell'impresa per questo. E cosa sono i "pagamenti virtuali"? Sono i trasferimenti di fondi societari verso conti personali, giustificati come "pagamenti" di prestazioni inventate, o di prestazioni reali ma di valore nettamente inferiore. Nella sostanza, la sentenza dice proprio questo: il vizio di assegnare incarichi inesistenti o esageratamente retribuiti a mogli, ganze e figli non è solo "malcostume", è reato, perché altera i bilanci per finalità personali: il dolo (cioè la sostanza del delitto) consiste nella volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell'impresa. E' questa l'essenza del delitto, per cui non conta la circostanza che queste operazioni contabili siano operate in un epoca in cui non si è ancora manifestata l'insolvenza della società: esse sono delittuose in sè.

Rileggiamola insieme:

 

..l'operazione contabile dà luogo a un depauperamento che, nella prospettiva del successivo fallimento (o provvedimento equivalente), integra quella distrazione che costituisce l'elemento oggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale.

Per le stesse ragioni non si può negare che le operazioni contabili di cui sopra, alterando i rapporti di credito e debito, abbiano influito sul bilancio della società.

Privo di fondamento è il terzo motivo di ricorso, col quale il B. contesta la configurabilità del dolo; assume il ricorrente di non aver avuto alcuna consapevolezza di ledere l'interesse dei creditori, avendo agito in un'epoca in cui non si era ancora manifestato lo stato d'insolvenza della società. In proposito occorre considerare che, ad integrare l'elemento psicologico del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, è sufficiente il dolo generico, che consiste nella coscienza e volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell'impresa, nella prevedibilità di un pregiudizio per i creditori sotto il profilo della riduzione della garanzia patrimoniale offerta dal debitore: mentre non è necessaria la consapevolezza dello stato di dissesto in cui l'impresa stessa

E' chiaro che finché non si ha bancarotta difficilmente il reato sarà perseguibile, e già lo avevo scritto, ma l'elemento psicologico del delitto, la sua sostanza, non consiste nel truffare consapevolmente i creditori, ma nella coscienza e volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell'impresa.

Ma far capire questo a un ex-bottegaio come il Pallini dell'esempio, abituato da sempre a ravanare nella cassa della macelleria, e a farne tutt'uno col portafogli suo, è impresa impossibile.

Nasissimo, mi pare che tu faccia confusione proprio con la cassa della macelleria. L'imprenditore risponde illimitatamente con il proprio patrimonio personale per i debiti dell'impresa. Non vi è piena separatezza tra patrimonio aziendale e patrimonio personale. E questo vale anche per le società di persone. I pagamenti virtuali o effettivi che citi integrano il reato di bancarotta quanto l'imprenditore fallisce, altrimenti no. E questa non è una finezza giuridica. Hai letto male la sentenza.

Il punto non è che il privato ha un diritto a essere inefficiente (addirittura scientemente inefficiente) ma che il privato non ha l'interesse a esserlo. Se il privato è inefficiente, egli paga con il proprio patrimonio o, se in società, pagheranno i suoi soci.   L'imprenditore che assume la ganza lo fa non perché è nella ns cultura (non so se esistono studi sul tasso di ganze per occupato tra paesi) ma perché sa che può essere inefficiente senza essere sbattuto fuori dal mercato. Tutti i discorsi di etica di impresa vanno bene, ma non li puoi basare sui presupposti che hai citato nei vari commenti.

Ne sulla lettura della sentenza, ne soprattutto sulla sua sostanza, che è quello che mi interessa davvero. La sentenza cita chiaramente il principio che i fondi societari devono essere destinati esclusivamente alle finalità dell'impresa, che sono quelli scritti nell'oggetto. Non ci sarebbe bisogno di scrivere un oggetto sociale e depositarlo alla camera di Commercio, di uno statuto, e della pubblicità della visura camerale, della visibilità dei bilanci, del collegio dei sindaci revisori dei conti, del collegio sindacale e di tutte queste amenità sui princìpi contabili, se l'imprenditore potesse fare quel che vuole dei fondi societari. Infatti l'imprenditore italiano tipico percepisce tutte queste cose come inutile burocrazia, perdite di tempo e rotture di cojoni.

Per la sentenza: i pagamenti virtuali integrano il reato di bancarotta fraudolenta, anche se operati in un tempo in cui il dissesto societario non era ancora in essere, e non era prevedibile. Così la sentenza. Non saltare il passaggio in corsivo, ho citato la sentenza per quello. La sentenza continua con le parole:

il dolo consiste nella coscienza e volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell'impresa

E' per questo che l'avevo citata. La lettura di queste parole della sentenza, queste del riquadro, che riguardano l'elemento psicologico del delitto e cioè la sua natura, è chiara e inequivocabile. Non ammettono tante interpretazioni, puoi leggerle solo per quello che dicono. Le interpretazioni giuridiche riguardano la fattispecie del reato e la sua punibilità effettiva: è evidente che finché l'azienda resta in piedi, i pagamenti virtuali non sono dimostrabili, perché si potrà sempre affermare che quei soldi erano tutti guadagnati. Ma la sostanza del delitto consiste nel depauperamento dell'azienda tramite distrazione di fondi societari per scopi personali, ed è a priori della bancarotta. Questo dice la sentenza. Altrimenti il ricorso presentato dal B. si sarebbe dovuto accogliere.

Riguardo all'etica d'impresa: Torno a ripetere che la separazione netta tra fondi societari e borsello del padrone è un princìpio cardine dell'etica d'impresa, prima che un principio giuridico; e che in italia è malcompreso, maldigerito, se non del tutto assente. Aggiungo che la pretesa di affidarsi sempre al "mercato" che si regolerebbe da solo è la più deprecabile delle tendenze immoraliste del liberalismo nostrano: l'idea del mercato che farebbe automaticamente selezione premiando i virtuosi e facendo fallire i viziosi è una superstizione. Un tessuto di imprese ove tutti gli amministratori assumono la ganza e il figlio e la moglie, o elargiscono a se stessi stipendi abnormi, è come una gara automobilistica dove tutte le auto competono con la stessa zavorra. Continuano quindi a vivere (male, e non sempre) nella competizione interna, mentre se si azzardano a uscire all'estero per partecipare a una corsa contro auto non zavorrate, arrivano ultimi. E infatti così accade. Ma se anche così non fosse, la sostanza delittuosa dell'ammanco resterebbe tale. Si può immaginare facilmente una azienda che mantiene la moglie e il figlio del padrone col lavoro straordinario di qualche dipendente più efficiente della media.

E aggiungo anche (ma qui si va fuori tema, come mi è stato fatto notare, della responsabilità sociale d'impresa si è discusso altrove su nFA) che il privato che si rende inefficiente perché deruba la sua azienda non crea nocumento soltanto al suo patrimonio personale, ed eventualmente a quello degli altri soci. Il danno è molto più esteso. Crea un danno erariale e dei costi sociali, diretti o indiretti; sia in caso di intervento, che di non-intervento dello stato; crea sofferenza per i suoi dipendenti, nei confronti dei quali pure ha dei doveri; poi dei creditori, dei debitori e dei fornitori; poi dell'indotto che può aver generato; infine del suo pacchetto clienti. I tanto vituperati clienti, di cui non si ricorda mai nessuno.

...una costruzione giuridica. Quindi il problema si pone in tale contesto. Non serve tirare in ballo concetti vaghi e indefiniti come la responsabilità sociale delle imprese. L'irresponsabilità è sostanzialmente prevista dalla legge che però deve necessariamente definirne le caratteristiche. Il problema invece non si pone in senso stretto per il singolo imprenditore (società di persone) che invece non può invocare la responsabilità limitata ed è quindi, in ultima analisi, sempre legato alle vicende della propria impresa. Anche se, a dire il vero, nella realtà ci possono essere sempre delle situazioni in cui i danni potenziali che qualcuno può produrre ad altri o alla colletività sono assai superiori alle sue capacità di indennizzo.

Tuttavia per tornare al punto di partenza, ovvero alla responsabilità di un soggetto giuridico, ma necessariamente governato da soggetti fisici, è assolutamente normale e necessario che la legge, introducendo la possibilità di limitare la responsabilità degli atti economici di qualcuno alla consistenza patrimoniale di una entità chiamata società, si preoccupi di assicurare la veridicità di quanto viene rappresentato ai terzi che in buona fede si fidano (anche se tale impresa,  nel mondo attuale, è piuttosto ardua). A tale proposito i sistemi giuridici prevedono anche un reato noto come 'falso in bilancio' che si consuma anche in corso d'opera e non solo la 'bancarotta' che è solo un evento conclusivo. In generale, la risposta alla domanda se una impresa possa fare ciò che vuole con i propri soldi è: sicuramente sì, se sono identificati come 'utili o profitti' mentre negli altri casi ci sono delle limitazioni (che però non sono uguali dappertutto). Il contesto è assai sdrucciolevole e si presta ad abusi: sia da un  lato (imprenditore/dirigente che usa disinvoltamente le risorse aziendali) che dall'altro (magistrati che vorrebbero limitare la libertà d'azione degli imprenditori, anche per ragioni 'ideologiche'). In Italia il ventennio berlusconiano ha sicuramente prodotto effetti pericolosi sulle leggi che regolano tale materia (depenalizzando e deregolamentando), lasciando assai maggiore discrezionalità ai soggetti più disinvolti e dimenticando che la responsabiltà limitata non è un 'diritto naturale'. Dall'altro lato ci sono dei magistrati che vorrebbero sanzionare anche ciò che non gli piace, non solo ciò che prevede la legge (che di solito è scritta molto male).

Avevo accennato alla responsabilità sociale d'impresa solo per dire che non è questo il luogo per parlarne, altrimenti si va fuori tema. Ma trovo che non ci sia nulla di "vago e indefinito" nel suo concetto, come in generale nei concetti morali. E che il tentativo di eluderli, soprattutto nel trattare un tema delicato come le pensioni, sia immorale.
Insisto nel dire che il comportamento sopra descritto, cioè il vizio di assegnare incarichi inutili ed esageratamente retribuiti a mogli, ganze e figli, è -  in se -  un comportamento fraudolento. Il principio che i fondi societari devono essere destinati esclusivamente alle finalità dell'impresa è un principio cardine dell'etica d'impresa, ma è anche un principio giuridico. Nel caso descritto, respingendo il ricorso del B., la Cassazione ha scritto che il dolo consiste nella coscienza e volontà dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell'impresa. Questo mi pare chiarissimo nella sostanza, e comunque, se anche non lo dicesse la Cassazione, lo dico io.

Quando scrivi che l'impresa può impiegare gli "utili o profitti" come vuole usi la parola utili, che mi fa pensare che anche tu faccia confusione tra utile e fondi societari. Sono d'accordo che il contesto è sdrucciolevole, e non c'è dubbio che i soci possano fare cosa vogliono degli utili d'impresa. Ma quell'amministratore che assume il figlio, la moglie o la ganza, strapagandolo/a per fare poco o niente, non usa mica l'utile netto d'impresa. Sta distraendo fondi societari per scopi personali prima della determinazione dell'utile. Con questo non c'è dubbio che stia alterando i bilanci: se poi questa alterazione si possa far rientrare nel reato di falso in bilancio secondo la normativa vigente non lo so, e non mi interessa approfondirlo. Diciamo che le leggi sono sempre migliorabili: se non ci rientra forse può essere una buona idea farcelo rientrare. Quello che si deve tenere fermo sono i princìpi, cui le leggi si ispirano o dovrebbero ispirarsi. E quello posto qui sotto osservazione è un principio fondamentale della buona etica d'impresa, che in italia è purtroppo tragicamente carente.

Confermo tutto

G.Pietro 23/3/2014 - 15:26

Confermo, sulla base della mia esperienze nelle PMI, che funziona esattamente come descritto.  "Questa è roba mia e faccio come voglio" l'ho sentito dire di persona da un imprenditore al Collegio Sindacale di una Spa, che lo ammorbava sulle correttezza del bilancio, i principi contabili etc.

Se l'impresa per questi motivi fallisce non è un problema, come scritto anche da dragonfly. Più che altro non deve intervenire lo Stato, altrimenti i danni diventano doppi e pagati da tutti.

è un problema per i creditori, che verosimilmente perderanno parte dei loro crediti, per i dipendenti, che dovranno trovarsi un altro lavoro e resteranno disoccupati per un tempo più o meno lungo, per lo stato, che dovrà fornire loro una qualche forma di sussidio, oltre ovviamente per gli altri eventuali azionisti dell'azienda fallita.

In Italia impera ancora il familismo amorale, e questo è uno dei fattori che impedisce la formazione di grandi aziende in grado di competere a livello internazionale.
Lo stato non può cambiare la cultura del paese per decreto, ma può fornire i giusti incentivi, come mettere in galera chi truffa e falsifica i bilanci invece di farlo diventare presidente del consiglio, ad esempio.

Costi

Andrea Grenti 23/3/2014 - 12:15

è un problema per i creditori, che verosimilmente perderanno parte dei loro crediti, per i dipendenti, che dovranno trovarsi un altro lavoro e resteranno disoccupati per un tempo più o meno lungo, per lo stato, che dovrà fornire loro una qualche forma di sussidio, oltre ovviamente per gli altri eventuali azionisti dell'azienda fallita.

Se un'impresa fallisca non è detto che non possa essere acquistata da qualcun altro. Comunque in ogni caso, se lo Stato intervenisse per salvarla i costi per la comunità salirebbero maggiormente rispetto a quelli che dovrà fornire a coloro che si troveranno senza lavoro.

Che il taglio agli stipendi del personale pubblico possa essere fonte di guadagno andrebbe dimostrato.

Qui si trova documentato l'andamento della spesa pubblica, dove però si considerano solo gli stipendi degli altissimi dirigenti D1 e D2, notoriamente troppo alti. By the way, se Moretti se ne andasse e si portasse via anche Scaroni, condannato nel 1992 per corruzione dopo patteggiamento, i dipendenti pubblici sarebbero tutti più contenti.

Qui invece si analizza la spesa pubblica italiana in rapporto a quella europea. VA notato che Il confronto delle retribuzioni con la Germania, a livello di dati generali, è privo di senso perché in Germania non si conteggia la spesa per il personale sanitario. Da queesto studio emerge un fatto ben noto, che la spesa italiana per il mantenimento dei servizi pubblici, stipendi inclusi, è la più bassa d'Europa. Analizzare poi quanto effettivamente il dipendente pubblico costi al contribuente non è facile, perché gli effetti dei tagli del 2010 (stipendi congelati e liquidazioni confiscate e rateizzate senza interessi) non si sono ancora manifestati appieno. Inoltre le aliquote fiscali molto elevate e, fatto ancora più importante, la mancanza di detrazioni e deduzioni, si configurano qui come una partita di giro tra il dipendente-contribuente e lo stato. Se confrontiamo gli stipendi pubblici con quelli dei paesi con aliquiote simili alle nostre (Francia, Germania, Svezia, che hanno però deduzioni e detrazioni molto più elevate!!!) vediamo che gli stipendi lordi italiani sono nelle media o più bassi di quelli di questi paesi. Tagliare qui non consentirebbe quindi grandi risparmi, e probabilmente inciderebbe sull'efficienza.

Concludendo, 1) vanno sicuramente ridotti gli stipendi assurdi dei manager pubblici e degli alti dirigenti, 2) il blocco degli stipendi pubblici già in atto riporterà il pubblico in linea col privato entro pochi anni.

Dovremmo quindi smetterla di alimentare la diatriba pubblico inefficiente e peso per il paese e privato faro di civiltà ed efficienza a cui tutti devono guardare.

Mi pare più sensato valorizzare tutti quelli che, nel pubblico e nel privato, si stanno impegnando per  tenere in piedi il paese e colpire le sacche di parassitismo e inefficienza sparse un poi' ovunque, incluso (per evocare una immagine fatta qui) il manager privato che si fa vedere al pomeriggio fatto di coca e guadagna 20 volte il suo dipendente.

 Mettiamo una aliquota marginale addizionale del 5% a tutti gli stipendi statali superiori a 1000 euro (netti), del 10% a quelli superiori a 2000 euro, del 20% a quelli superiori a 3000 e del 30% a quelli superiori a 4000 euro netti. I risparmi li redistribuiamo in premi di produttività misurati su parametri oggettivi al 20% o 30%  migliore

P.es. per i professori universitari, sulla base della valutazione VQR complessiva di ciascun professore (compresi i prodotti presentati dai co-autori), sulla base dei finanziamenti ottenuti e sulla base della valutazione degli studenti - dando una indennità aggiuntiva a coloro che ricoprono cariche accademiche. D'accordo?

confronti

dragonfly 23/3/2014 - 11:44

gli statali guadagnano poco, nel confronto internazionale? sarà, ma vale  anche per moretti, cheinfatti  non ha alcuna rossore a dirlo. forse bisogna ragionare un po' di più.

se abbiamo due motori con lo stesso consumo orario, possiamo dedurne che il loro rendimento è identico? se poi uno dei due motori rifiuta categoricamente e per  nessuna ragione al mondo di salire sul banco-freno per misurane in qualche maniera ripetibile e confrontabile ne l tempo, la potenza erogata, posso pensare che sia un catenaccio che non vuole essere revisionato perchè le parti ammalorate non vogliono.

Dovremmo quindi smetterla di alimentare la diatriba pubblico inefficiente e peso per il paese e privato faro di civiltà ed efficienza a cui tutti devono guardare.

rimanendo al solo lavoro dipendente, il pubblico ha la sicurezza di percepire lo stipendio, almeno fino a quando l'ultimo dipendente privato non ha trovato i cancelli della ditta chiusi. e dopo si vedrà, pare essere la logica. il privato e il pubblico sono composti dalle stesse identiche persone, solo che il privato lavora normalmente in regime di concorrenza, il pubblico no. mica poco.

Che il taglio agli stipendi del personale pubblico possa essere fonte di guadagno andrebbe dimostrato.

Mai scritto che possa essere fonte di guadagno. Rimangono comunque troppo alti.

VA notato che Il confronto delle retribuzioni con la Germania, a livello di dati generali, è privo di senso perché in Germania non si conteggia la spesa per il personale sanitario.

Vero, ma la Germania compie maggiori trasferimenti al settore sanitario privato, come scritto nello stesso studio, lasciando comunque una differenza dello 0,4% nel confronto sulla spesa sanitaria.

Da queesto studio emerge un fatto ben noto, che la spesa italiana per il mantenimento dei servizi pubblici, stipendi inclusi, è la più bassa d'Europa.

Questo per un fatto storico noto: la spesa per interessi e quella per la previdenza sono aumentate notevolmente a scapito della spesa primaria.
Ora, ragionando su questo, come possiamo affermare che diversamente i servizi pubblici funzionerebbero meglio se spendessimo di più e nel contempo riuscissimo a frenare le varie forme di clientelismo, corruzione, inefficienza che ammorbano l'Italia incentivando merito e rispetto delle regole? Gli anni del deficit a doppia cifra ci hanno detto che questo non è avvenuto. Quindi, non è sufficiente aumentare la spesa per migliorare i servizi e il sistema.
Un altro aspetto: la Germania, così come l'Italia e molti altri Paesi europei, ha bisogno anch'essa di liberalizzare e fare le riforme.

Dovremmo quindi smetterla di alimentare la diatriba pubblico inefficiente e peso per il paese e privato faro di civiltà ed efficienza a cui tutti devono guardare.

Beh, i debiti della PA nei confronti delle imprese private dicono qualcos'altro.
Comunque, non si è colto l'aspetto più importante che riguarda anche i privati: fino a quando non ci sarà una vera libera concorrenza ed uno stato di diritto che garantisca l'applicazione delle leggi base di una civiltà democratica a tutela di tutti i cittadini, non ci sarà un grande cambiamento. Il privato in mancanza di queste cose è come il pubblico, se non peggio. Quindi non so da dove sia saltata fuori la tua conclusione.


Pensavo anche io stamattina di affrontare il tema (che seguo da alcuni giorni) ma mi stavo chiedendo dove non essere OT.  Stavo cercando vecchi post di Lodovico e pensavo di intervenire li, risvegliandoli, ma mi hai preceduto. Ma anche qui saremmo OT, quindi mi scuso preventivamente con Andrea.

Quella consultazione privata (non refererendm) non ha alcuna validità giuridica ma ha una indubbia valenza politica-simbolica. Pero' duplice. Da un lato manda un segnale a Roma, che potrebbe essere anche positivo se poi si canalizzasse in un vero federalismo (che però Lodovico qui da noi ha già detto che "non s'ha da fare") e dall'altro puo' essere male usato, come stumento di vago romanticismo populista, per azioni illegali sul piano fiscale, come già annunciato dai promotori.

In buona sintesi si parte da un voto irresponsabile, perché ogni votante sa che non ha validità alcuna e quindi pensa in cuor leggero "perché no, mandiamo un segnale..." e si arriva ad azioni illegali e penalmente rilevanti, come la disobbedienza fiscale e compagnia "tankante". Col risultato di inflazionare e squalificare uno strumento di consultazione dal basso che secondo me dovrebbe essere in futuro importantissimo per arrivare ad un vero federalismo, non alla pantomima della Lega e delle sue costole separatiste.

Sul tacere pero' io distinguo tra chi è al governo, e deve parlare il meno possibile e solo possibilmente per atti e fatti, non per annunci, e tutti gli altri non al governo, che hanno diritto di parlare, anche sparando c@##°§e, e di essere sottoposti ad analisi critica anche severa su quanto dicono.

Concordo sulla differenza tra chi sta al governo e chi no. Però l'articolo di Pizzati è un potpourri di inesatezze, sviste e dimenticanze faziose che fa impallidire. Non posso credere che un docente universitario ignori le implicazioni economiche dell'indipendenza. Insomma, a leggere l'articolo, ci si fa l'idea che lo stato Veneto sarebbe assolutamente meglio in tutto, ma si ignorano fattori fondamentali (es. sull'abbassamento dell'iva e conseguente diminuzione dei prezzi) come la rinegoziazione degli accordi con l'UE o il dover affrontare i dazi doganali conseguenti ad una non partecipazione. O ancora le spese per il mantenimento di un esercito veneto (alias gestire tutte le materie riservate, ad oggi, allo stato), la rinegoziazione degli accordi sull'energia... Insomma, è vero che non è al governo, ma che un docente universitario mutui tesi secessioniste strampalate lo trovo altrettanto grave, seppur fuori tema :-) (mi scuso ovviamente).

a me pare che L.Pizzati abbia detto qualcosa di opinabile ma comunque difendibile al primo ordine. Le affermazioni che ho sentito dalla sig.ra Madia mi sembrano senza alcuna possibilita' di difesa. 

Interessante questo grafico, da Pagg. 55 del Rapporto Cottarelli:

Alcuni brevi considerazioni.

Concordo con Andrea: era meglio se stava zitta ma, visto che ha parlato, possiamo trarne qualche utile informazione.

a) Anche se ringiovanita, la classe politica italiana continua a manifestare il solito difetto ovvero che lo stato risolve i problemi a prescindere...dalle soluzioni. Di solito nessuno di costoro è mai sfiorato dal dubbio che taluni problemi siano generati proprio dallo stato. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

b) Non a caso la situazione descritta ne è un caso lampante: lo stato ha stabilito delle regole di calcolo delle pensioni che non tenevano adeguatamente conto della contribuzione dei futuri beneficiari, 'dimenticando' che la differenza avrebbe dovuto chiederla ad altri.

c) Oggi, secondo la Madia, tale questione andrebbe ancora risolta in modo fantasioso, appellandosi a motivazioni etiche (peraltro indefinite) senza ripristinare una corretta valutazione economica del problema.

d) La soluzione proposta, basandosi su vincoli ed obblighi e non su solide basi economiche (che però avrebbero richiesto qualche giorno/mese/anno per uno studio approfondito) crea degli incentivi perversi per cui sarebbe - come al solito - necessario introdurre ulteriori controlli da parte della sempre effeciente burocrazia statale.

Comprendiamo che la Madia, nonostante sia già passato qualche anno dal suo insediamento parlamentare, debba ancora fare un po' di esperienza però non riusciamo a capire perchè debba farla in qualità di ministro. Ci sarebbero molte altre attività (soprattutto pratiche) che le consentirebbero un maggiore e migliore allenamento sui casi della vita (che sono ciò di cui si dovrebbe occupare la politica).

Alcuni brevi considerazioni. Concordo con Andrea: era meglio se stava zitta ma, visto che ha parlato, possiamo trarne qualche utile informazione.
a) Anche se ringiovanita, la classe politica italiana continua a manifestare il solito difetto ovvero che lo stato risolve i problemi a prescindere...dalle soluzioni. Di solito nessuno di costoro è mai sfiorato dal dubbio che taluni problemi siano generati proprio dallo stato. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.
b) Non a caso la situazione descritta ne è un caso lampante: lo stato ha stabilito delle regole di calcolo delle pensioni che non tenevano adeguatamente conto della contribuzione dei futuri beneficiari, 'dimenticando' che la differenza avrebbe dovuto chiederla ad altri.
c) Oggi, secondo la Madia, tale problema andrebbe ancora risolto in modo fantasioso, appellandosi a motivazioni etiche (peraltro indefinite) senza ripristinare una corretta valutazione economica del problema.
d) La soluzione proposta, basandosi su vincoli ed obblighi e non su solide basi economiche (che però avrebbero richiesto qualche giorno/mese/anno per uno studio approfondito) crea degli incentivi perversi per cui sarà - come al solito - necessario introdurre ulteriori controlli da parte della sempre effeciente burocrazia statale.

Comprendiamo che la Madia, nonostante sia già passato qualche anno dal suo insediamente parlamentare, debba ancora fare un po' di esperienza però non riusciamo a capire perchè debba farla in qualità di ministro. Ci sarebbero molte altre attività (soprattutto pratiche) che le consentirebbero un maggiore e migliore allenamento sui casi della vita (che sono ciò di cui si dovrebbe occupare la politica).

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