Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 2

17 agosto 2013 Tommaso Monacelli

Dove si discute dello step concettuale a monte della tesi di "euro-exit", ossia quello che spiega la caduta della domanda nel settore traded (e quindi poi la caduta di produttività, vedi Parte 1) in Italia con un eccesso di apprezzamento del nostro tasso di cambio reale. In conclusione si discute anche delle possibili cause della crisi dell'euro e del ruolo delle imperfezioni nel mercato del credito nello spiegare la stagnazione italiana.

Un passo indietro. Lo Step 1 della tesi post-keynesiana su euro-exit.

Nonostante quanto chiarito finora, assumiamo comunque che sia valida l’ipotesi che nel lungo periodo la crescita del PIL in equilibrio causi la crescita della produttività. Questa implicazione emerge in modelli con rendimenti crescenti nell’aggregato, o perché, ad esempio, esiste una qualche forma di learning-by-doing.[1] Non solo. Digeriamo anche che il reddito sia determinato dal lato della domanda nel lungo periodo, così che la domanda determina anche la produttività nel lungo periodo. Cioè dimentichiamoci di tutte le critiche precedenti. Veniamo allo step 1 della tesi su euro-exit. Lo ricordo per comodità qui sotto:

Step 1: introduzione Euro --> shock negativo di domanda (nel settore traded)

Secondo lo step 1, l’introduzione del cambio fisso avrebbe determinato un persistente shock negativo di domanda (nel settore traded). Quindi, se diamo per buono lo step 2, la contrazione della domanda avrebbe poi comportato una contrazione del reddito, che a sua volta ha comportato una contrazione della produttività.

Tornando allo step 1, il punto ovviamente è: perchè l’introduzione dell’euro (inteso come passaggio da cambi flessibili a fissi) avrebbe determinato uno shock negativo di domanda?

Le ipotesi al proposito sono diverse. Ne elenco tre.

  • Primo, il sentiero di transizione all’euro ha comportato politiche monetarie e fiscali di austerità (deficit/Pil al 3%, riduzione dell’inflazione, etc..) che hanno ridotto la domanda aggregata.
  • Secondo, il cambio da lira a euro ha causato un incremento esogeno (una tantum) del livello generale dei prezzi, con conseguente caduta della domanda.
  • Terzo, il cambio nominale lira-euro ha comportato, per dati prezzi relativi, un apprezzamento iniziale eccessivo del tasso di cambio reale. Questo eccesso iniziale di apprezzamento reale ha eroso la competitività del settore export, contraendo la capacità di espansione sui mercati internazionali, e quindi la domanda estera.

Di seguito tralascio le prime due ipotesi. La prima perchè suppone che la causa della contrazione della domanda sia l’austerità fiscale, cioè qualcosa di logicamente diverso dalla fissazione del cambio.[2] La seconda (“con l’euro è aumentato tutto”) perchè è stata discussa a lungo nei primi anni della moneta unica. Con la conclusione che il presunto aumento discreto nel livello dei prezzi è stato in realtà ampiamente ridimensionato nei dati. In ogni caso, sono passati 13 anni da allora e, secondo questa teoria, l'effetto maggiore avrebbe dovuto esserci al momento dell'introduzione dell'euro e avrebbe dovuto essere decrescente nel tempo. Impossibile pensare che la recessione in corso e il rallentamento di produttività che andiamo osservando da un decennio sia dovuto ad una caduta di domanda che sarebbe avvenuta nel 2000 con la sua intensità massima.

Veniamo quindi alla terza supposta causa di una contrazione della domanda: lo squilibrio nel tasso di cambio reale.[3] Questa tesi va riespressa nel modo seguente.

(i) Un tasso di cambio eccessivamente apprezzato ha causato una caduta di competitività del settore dei beni commerciabili (traded), perciò una contrazione della domanda estera, e quindi una caduta della produttività nel settore traded.

(ii) La contrazione della domanda nel settore traded ha dirottato la domanda nel settore non-traded (servizi, eccetera). In questo settore, però (nonostante un plausibile incremento della domanda) la produttività non è salita, perché le riforme del mercato del lavoro introdotte in Italia a partire dal 1997 avrebbero favorito verso quel settore un flusso di lavoratori a bassa produttività.

La contrazione aggregata della produttività è quindi il risultato di (i) + (ii). La parte più controversa di questa tesi è la (i), cioè quella che riguarda il settore traded. È riformulabile così:

  • a) rivalutazione iniziale eccessiva del tasso di cambio reale →
  • b) caduta domanda nel settore traded →
  • c) caduta produttività settore traded.

Alcuni spunti di questa tesi sono plausibili e interessanti, anche se ben noti.[4] Ad esempio, l’effetto composizione tra settore traded e non-traded come motore della dinamica della produttività. Non interessa per ora discutere questo punto. La chiave di tutto, e da cui quindi muove tutta la tesi di euro-exit, è che la causa primaria sia la fissazione del tasso di cambio nominale (e quindi anche reale, per dati prezzi iniziali o rigidi nei periodi succesivi). Quindi i punti a) e b) di cui sopra. Il punto c) altro non è che una applicazione settoriale della tesi di KV (la cui dubbia validità statistica abbiamo già discusso in precedenza).

Discuto a) e b) qui di seguito.

a) Rivalutazione eccessiva del cambio reale?

È centrale nelle tesi di euro-exit l’idea che il tasso di cambio nominale della lira con l’ECU ristabilito nel 1996 (e quindi il tasso di cambio successivo con l’euro) abbia determinato, per dati prezzi relativi iniziali, un tasso di cambio reale (relativamente al resto dell’Unione) eccessivamente apprezzato. Abbiamo già indicato all’inizio l’impossibilità logica di una tesi di questo genere. Da un lato, la caduta di LP riguarda quasi tutti i paesi dell’euro. Ma questo è ovviamente inconciliabile con l’idea che tutti i paesi possano avere simultaneamente “sovrapprezzato” il loro tasso di cambio reale effettivo.

Un primo aspetto che rimane totalmente indefinito (ma che richiederebbe un’analisi statistica) nelle tesi di euro exit è il seguente: l’apprezzamento reale del cambio (posto che sia la causa esogena di tutto), e il presunto shock di domanda che ne consegue, è da intendersi come temporaneo o permanente? Si noti subito la difficoltà metodologica nel rispondere a questa domanda nel “mondo post-keynesiano”, dove la dinamica non è concettualmente data nè formalizzata. Interpretando le tesi di euro-exit, mi sembra di poter dire che si debba intendere come shock permanente di domanda negativo. La cui causa esogena è appunto un permanente sovrapprezzamento del cambio reale.

Da cui due domande iniziali: (i) può darsi il concetto di shock di domanda permanente? (ii) E quindi: può il tasso di cambio reale essere permanentemente sovrapprezzato?

La risposta ad entrambe le domande è negativa. O meglio, i due concetti possono darsi se e solo se si assume che i prezzi nominali siano permanentemente rigidi. Ma questo, come detto, non solo è logicamente incoerente, è anche contrario a ogni evidenza empirica. E in più, se lo shock iniziale di domanda deve essere uno shock permanente al tasso di cambio reale, ciò implica che il cambio reale dell’Italia sia una variabile non stazionaria. Il che, oltre a confliggere con l’idea che nel lungo periodo valga la parità dei poteri d'acquisto (PPP, secondo la sigla inglese comunemente usata), andrebbe dimostrato con test econometrici.[5]

Il “gap” nel tasso di cambio reale

Nel dettaglio, ciò che rimane sempre vago nella locuzione “cambio sovrapprezzato” è: eccessivamente rispetto a quale parametro? Rispondere a questa domanda richiede una misura (o stima) del tasso di cambio reale di equilibrio rispetto al quale il tasso di cambio reale iniziale effettivo sarebbe stato fissato “troppo apprezzato”. A sua volta, costruire una misura del tasso di cambio reale di equilibrio richiede un modello quantitativo. A quanto mi risulta, non c’è traccia di queste stime nelle tesi di euro-exit.

Ma c’è di più. È risultato econometrico ben noto (e si lega al concetto appena richiamato di PPP) quello secondo cui il tasso di cambio reale esibisce, nei dati, un comportamento di reversion to the mean, cioè un comportamento stazionario che implica che se il punto di partenza è “troppo alto” rispetto al valore di equilibrio di lungo periodo, entro un certo periodo (nel medio periodo, la cosiddetta half-life) il tasso di cambio reale tenderà a riallinearsi al suo valore di equilibrio di lungo periodo. Il motore dell’aggiustamento nel medio-lungo periodo sono, ovviamente, i prezzi relativi. Che possiamo certamente assumere “rigidi” nel breve periodo. Ma che, ancora una votla, è implausibile assumere rigidi per periodi superiori a quattro/cinque trimestri (secondo le stime più accurate), anche per l’area euro.[6]

Ebbene, assumiamo pure che il tasso di cambio reale di partenza fosse per errore eccessivamente apprezzato. Resta da spiegare un punto cruciale: perchè poi negli anni successivi all’ingresso nell’euro il tasso di cambio reale ha continuato ad apprezzarsi? O meglio, perchè non c’è traccia di reversion to the mean? Non è forse già debole l’ipotesi iniziale sub a), da cui muove tutta l’impalcatura dello shock di domanda nel settore traded? Ancora una volta bisogna appellarsi a rigidità nominali di prezzo del tutto implausibili nel lungo periodo per spiegare questo fatto stilizzato.

In ogni caso, il punto sull’eccessivo apprezzamento iniziale del cambio reale è la premessa di tutto. Sul quale essere molto prudenti e rigorosi (con modelli ed econometria) prima di saltare ai punti (b) e (c). In una parola, il ricercatore, prima di ogni altra cosa, dovrebbe prima mostrare che il tasso di cambio reale iniziale dell’Italia fosse eccessivamente apprezzato (e abbia continuato ad esserlo) rispetto al suo valore di lungo periodo. Cioè produrre una stima del cosiddetto real exchange rate gap (la differenza tra cambio reale effettivo e di equilibrio). È solo in presenza di “gaps” positivi che si può parlare di “eccessivo” apprezzamento

Una prevedibile iniziale contro-obiezione potrebbe essere: ma è stato l’afflusso di capitali dal centro verso la periferia, e successivo alla nascita dell’euro, che ha generato un persistente apprezzamento del tasso di cambio reale. Questo canale, certamente plausibile per il resto della periferia dell’euro (i cosidetti PIGS), non sembra plausibile per l’Italia, in cui la crescita del differenziale di inflazione rispetto all’unione non può certo assumersi sia stata dovuta a un boom di domanda come conseguenza di un boom nei flussi di capitale. Innanzitutto perchè di boom in Italia non c’è traccia da parecchio tempo. In secondo luogo, perchè un presunto boom di domanda contraddirebbe la premessa stessa di partenza della tesi di euro-exit (cioè lo shock permanente negativo di domanda).

Torneremo su questo punto tra poco. Ma è evidente che la logica della teoria economica già qui ci porta a presumere l’opposto di quanto assunto dalla tesi di euro-exit (“apprezzamento cambio” causa “caduta produttività”). Cioè che sia la caduta di lungo periodo della produttività in Italia la causa principale del persistente apprezzamento del tasso di cambio reale (con conseguente drammatica perdita di competitività).

In realtà, una risposta più sofisticata alla contro-obiezione è la seguente. Certamente la dinamica dei flussi di capitale ha contribuito in modo decisivo all’apprezzamento del cambio reale nei PIGS (con un forte dubbio sull’Italia, come già detto).  Questo genera però il problema di stimare, ancora una volta, l’effetto sul tasso di cambio reale di equilibrio della transizione al nuovo sistema euro. Per semplificare: non sarebbe corretto assumere che, con la transizione ad un’area valutaria comune, il tasso di cambio reale di equilibrio dei PIGS, o dell’Italia, sia rimasto costante. Ad esempio, perchè con la moneta unica l’integrazione dei mercati dei beni e finanziari (seppur imperfetta) è certamente progredita. Come si vede, questo aspetto complicherebbe di molto la stima econometrica del gap nel tasso di cambio reale. Perchè entrambi gli elementi del gap sarebbero non costanti nel tempo.

b) Shock negativo di domanda nel settore traded?

Ma proviamo anche a tralasciare il punto precedente sull’eccesso iniziale di apprezzamento del cambio reale. La premessa rimane comunque che il settore traded avrebbe subito uno shock negativo di domanda. È plausibile questo punto? Soprattutto, è plausibile quantitativamente in modo da spiegare poi il punto c), cioè la drammatica discesa di LP (ma anche di TFP) in Italia?

b.1) Export e rivalutazione del cambio.

La figura qui sotto mostra, a partire dal 1995, l’andamento del tasso di cambio effettivo reale (misurato come costo relativo unitario del lavoro[7]) e delle esportazioni reali (di beni e servizi) in Italia. Si noti che mostro le esportazioni, e non il saldo della bilancia commerciale (cioè la differenza tra export e import), perchè mi interessa valutare se esista un effetto specifico di lungo periodo sul settore traded della presunta persistente rivalutazione del cambio reale.

In questo caso è utile guardare al trend nelle due variabili. Si nota chiaramente il trend di apprezzamento del tasso di cambio reale. Ma allo stesso tempo si nota anche un trend crescente delle esportazioni, cioè della misura di output del settore traded. Da un primo superficiale sguardo ai dati non è affatto chiaro dove emerga un effetto permanente negativo “di domanda” di lungo periodo sull’export italiano, che possa fare anche solo da premessa a una contrazione nel tasso di crescita della produttività nel settore traded. [8]

         tasso di cambio

b.2)  Effetto pro trade vs. effetto contra trade.

Esistono in realtà ottime ragioni di pensare che l’introduzione dell’ euro sia stato anche uno shock positivo di apertura al commercio internazionale per una piccolo economia aperta come l’Italia. Qui i riferimenti teorici sono ai cosiddetti “nuovi modelli di trade” con eterogeneità tra imprese e (si noti) produttività endogena, lungo le linee di Melitz (2003) e letteratura seguente. In questa tipologia di modelli, oramai la frontiera dei modelli di trade, le imprese sono eterogenee e la produttività (si noti) è endogena. In questi modelli, uno shock del tipo “riduzione della volatilità del cambio” (cioè l’adozione di un cambio fisso) è equivalente a uno shock che riduce le barriere al commercio internazionale. Nel modello, e in risposta a un shock che riduce le “barriers to trade”:

(i) è più profittevole accedere al mercato dell’export;

(ii) la produttività aggregata aumenta endogenamente, perchè sono le imprese più produttive quelle che, al margine, si auto-selezionano nel mercato dell’export.

Se accettiamo il punto a) discusso a lungo in precedenza, un eccessivo apprezzamento iniziale del cambio reale comporta certamente uno shock negativo di domanda. Ma, allo stesso tempo, è plausibile che la compressione della volatilità del cambio nominale che si accompagna all’adozione dell’euro (per giunta dopo un processo lungo anni di integrazione del mercato comune) sia un potenzialmente importante effetto pro-trade. [9]

Per fare un punto quantitativamente rilevante un ricercatore dovrebbe considerare entrambi gli effetti: un “effetto negativo contra trade” (per presunto eccessivo apprezzamento iniziale del cambio reale) da interagire con un “effetto positivo pro trade” (dovuto alla riduzione permanente della volatilità dei cambi intra Unione[10]).   

È plausibile che l’effetto netto sia un forte shock negativo di domanda? Ho molti dubbi (anche se non si tratta di una impossibilità logica). Ancora una volta, il quesito è interessante. Ma richiede, prima di trarre alcuna conclusione, un modello stimato, quantitativo, e con microfondazioni, per misurare con precisione l’interazione dei due effetti sul livello di trade.[11]

b.3) Discesa dei tassi di interesse.

Secondo, assumiamo pure che l’effetto contra trade dell’euro sia di molto superiore all’effetto pro trade (punto che rimane tutto da valutare con grande rigore e attenzione). Sottolineo “di molto”. Ricordiamo infatti che l’obiettivo finale rimane quello di avere tra le mani uno shock negativo di domanda così forte da riuscire a spiegare un fatto aggregato macroscopico quale la caduta aggregata di TFP in Italia.[12] 

Molti sembrano dimenticare che, simultaneamente all’ingresso nell’euro, è successo qualcos’altro di macroscopico in Italia: una riduzione massiccia dei tassi di interesse. Poco importa se la discesa dei tassi sia stato un riflesso di un trend al ribasso mondiale nei tassi a lungo termine oppure un effetto specifico dell’ingresso nell’euro (per una compressione di diverse componenti del premio al rischio). È certamente vero, comunque, che la discesa relativa dei tassi a lungo termine nei paesi della periferia euro (inclusa l’Italia) sia stata decisamente superiore che in altri paesi.

Rimane un semplice fatto: che una discesa dei tassi a lungo termine (sostanzialmente esogena per una piccola economia aperta come l’Italia) altro non è che un forte shock di domanda aggregata positivo. Eccoci quindi di fronte all’ipotesi di “due shock di domanda”:

(i)  Shock di domanda presunto negativo nel settore traded (se, in base a quanto discusso sotto b.1, si assume che “shock against trade” sia molto più forte di “shock pro trade”).

(ii) Shock di domanda aggregata fortemente positivo dovuto alla discesa dei tassi di interesse (e non presunto, ma oggettivo, perchè chiaramente esogeno per l’Italia).

Ne sorge una nuova domanda di ricerca (pur ignorando tutte le perplessità iniziali sul canale “domanda causa produttività”). Combinando lo shock negativo in (i) con lo shock positivo in (ii), qual è l’effetto netto su produttività aggregata?  E’ quantitativamente plausibile immaginare che l’effetto netto sia ancora uno shock negativo di domanda così forte da essere in grado di spiegare la massiccia caduta aggregata di TFP in Italia?

Se anche concludessimo che l’effetto netto è uno shock esogeno di domanda negativo, nella migliore delle ipotesi sarebbe uno shock piccolo. Può tutto questo spiegare il più imponente fatto macroeconomico italiano degli ultimi 25 anni?

È un’ipotesi che vale la pena indagare seriamente. Va da sè che questo richiede un modello strutturale in cui entrambi gli shock interagiscono. Ma appunto. Ci vuole un modello rigoroso: dinamico (perchè l’effetto della discesa dei tassi richiede di modellare un effetto di sostituzione intertemporale tra consumo corrente e futuro), microfondato (per valutare l’effetto a livello di singola impresa di pro trade vs. against trade effect), e stimato con metodi strutturali (per avere una idea empirica quantitativa dell’effetto finale su produttività). Ho accennato a questa ipotesi di modello e progetto di ricerca in una nota a piè di pagina precedente.

Il ruolo dei flussi di capitale

Si dirà (nuovamente). Ma è stato per colpa (o grazie) all’euro che si è avuto uno shock esogeno così forte di riduzione dei tassi a lungo termine nella periferia. Questo effetto ha comportato un afflusso di capitali verso la periferia, e una spinta all’apprezzamento del tasso di cambio reale nella periferia.[13]

Certamente, e infatti tutto questo punta nella direzione della mia spiegazione preferita per la crisi recente della periferia dell’euro: cioè un sudden stop nell’afflusso di capitali.[14] Ma il punto rimane. Che cosa c’entra l’euro inteso come adozione di un cambio nominale permanentemente fisso? Possiamo pensare che sia stata esclusivamente l’ eliminazione del rischio di cambio a favorire un massiccio afflusso di capitali dal centro verso la periferia? Per giunta in un mondo in cui la “copertura” dal rischio di cambio è accessibile a ogni impresa o istituzione finanziaria? E se anche fosse: dovremmo ritenere una sciagura l’euro per aver favorito flussi di capitale verso la periferia meno sviluppata dell’area?

Tutto questo ha invece a che fare con una delle questioni di policy più importanti del nostro tempo: che cosa determina e come si gestiscono i flussi di capitali tra paesi? Vanno tassati? Vanno sussidiati? Che esternalità macro generano? Qual è il regime di cambio ottimale in presenza di massicci afflussi di capitale? Come giudichiamo se flussi di capitale sono eccessivi per una piccolo economia aperta?

Soprattutto. In un’area valutaria comune, come si gestiscono, ex-ante ed ex-post, i flussi di capitale? Dovremmo avere dei target sugli squilibri di bilancia (ad esempio) su deficit/PIL? Quand’è che uno squilibrio di bilancia dei pagamenti è da giudicare eccessivo/inefficiente? [15]

E’ chiaro che tutte queste sono ipotesi e domande ben diverse da “euro = cambio fisso”, e quindi (soprattutto) dal suo (azzardato) corollario: usciamo dall’euro e riprendiamoci la flessibilità del cambio. È altresì vero che massicci (e potenzialmente pericolosi) flussi di capitale colpiscono le economie in ogni parte del mondo, indipendentemente dal fatto che abbiano adottato cambi fissi o flessibili. Esempi macroscopici recenti di paesi con cambi flessibili e con importanti problemi di gestione dei flussi di capitale sono la Turchia e il Brasile. È paradossale notare che molti dei paesi che fronteggiano flussi di capitale massicci tendono ad adottare ex-post regimi di cambio fisso o semi-fisso, proprio per evitare l’eccesso di apprezzamento della valuta.

Ma l’Italia ha avuto un boom o una contrazione della domanda aggregata?

Il dibattito “Italia e euro” è fonte di grandi stimoli. Uno spunto che mi sembra di grande interesse è il seguente. I dati sulla crescita anemica del PIL in Italia negli ultimi 15-18 anni sono sotto gli occhi di tutti. Anche di fronte alla discesa dei tassi di cui detto, certamente non è possibile sostenere che l’Italia abbia avuto un boom di domanda. (Infatti il mio punto precedente è sulla presunta, e tutta da misurare, magnitudo netta dello shock negativo di domanda.)

Tutto questo ci consegna un puzzle di estremo interesse: nonostante una così forte contrazione dei tassi di interesse a lungo termine, perchè l’Italia è l’unico tra i paesi della periferia euro che non ha avuto un boom nei primi anni dell’euro (a differenza di Spagna, Irlanda, e in parte Portogallo e Grecia)? Quanto meno questi paesi hanno goduto, per una certa fase, di un boom di consumi e investimenti. In un parola, in Italia, stiamo avendo oggi l’ “hangover” senza avere neanche fatto il “party” la sera prima.

Anche questa mi sembra una possibile, appassionante, ipotesi di ricerca. La mia ipotesi preferita sul perchè l’Italia non sia stata in grado di trarre alcun vantaggio dalla discesa dei tassi di interesse riguarda le imperfezioni finanziarie. Credo quantomeno che troppo a lungo il dibattito in Italia sulle cosiddette riforme strutturali si sia concentrato solo sul mercato dei beni e del lavoro, e pochissimo sul mercato del credito. Una manifestazione drammatica dello sviluppo ancora primitivo dei mercati finanziari in Italia lo stiamo vivendo oggi con la realtà del cosiddetto “credit crunch”. Incidentalmente, ed in linea con Reis (2013), credo che imperfezioni finanziarie siano anche cruciali per spiegare la mis-allocazione di capitale tra settore traded e non-traded che è una delle ipotesi plausibili per la caduta di TFP in Italia.[16]

Nuovamente, niente a che fare con cambio fisso o flessibile stricto sensu. E se ciò è anche solo minimamente vero, forse vale la pena riflettere un momento prima di invocare scenari di euro-exit. Magari senza una minima proiezione dei costi catastrofici che ciò avrebbe per il nostro sistema bancario.

Nessuno nega che l’euro sia una costruzione molto imperfetta. Ma un conto è valutarne l’imperfezione ex-ante (per l’assenza di meccanismi di risk-sharing a vari livelli, per l’assenza di una vera unione bancaria, etc.). Un altro, e ben diverso, è anche solo concepire, per una economia vulnerabile dal punto di vista finanziario come l’Italia, di uscire ex-post condizionatamente al fatto di averne fatto parte per 13 anni. Soprattutto quando gli argomenti scientifici sull’effetto negativo aggregato dell’euro sulla nostra economia sono ancora così fragili.

Riferimenti bibliografici

  • Arellano C. and E. Mendoza (2003), “Credit Frictions and 'Sudden Stops' in Small Open Economies:An Equilibrium Business Cycle Framework for Emerging Markets Crises”,  Ch. 7 of Dynamic Macroeconomic Analysis: Theory and Policy in General Equilibrium ed. by S. Altug, J. Chadha and C. Nolan, Cambridge U. Press.
  • Bagnai A. (2013), “Il Tramonto dell’Euro”, Imprimatur Editore.
  • Barnichon R. (2010) “Productivity and Unemployment over the Business Cycle”, Journal of Monetary Economics.
  • Bils M. and P. Klenow (2004), “Some Evidence on the Importance of Sticky Prices”, Journal of Political Economy.
  • Gali J. and T. van Rens (2010), The Vanishing Procyclicality of Labor Productivity, CREI and Universitat Pompeu Fabra.
  • Ghironi F. and Marc J. Melitz, 2005. "International Trade and Macroeconomic Dynamics with Heterogeneous Firms",  Quarterly Journal of Economics.
  • Kaldor N. (1985)‘Economic growth and Verdoorn law: a comment on Mr. Rowthorn article’,
  • Economic Journal, vol. 85, 891-6.
  • Melitz M. (2003). The Impact of Trade on Intra-Industry Reallocations and Aggregate Industry Productivity. Econometrica, Vol. 71, No. 6.
  • Mendoza E (2008), “Sudden Stops, Financial Crisis and Leverage”, American Economic Review.
  • Nakamura E. and J. Steinsson, “Five Facts About Prices: A Reevaluation of Menu Cost Models”, Quarterly Journal of Economics, 123(4), 1415-1464, November 2008.
  • Kaldor, N. (1966). Causes of the Slow Growth in the United Kingdom. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Reis R. (2013), “The Portuguese Slump and Crash and the Euro Crisis”, Brookings Papers on Economic Activity.
  • Shimer R. (2010), “Labor Markets and the Business Cycle”, Princeton University Press.
  • Thirlwall, A. P. (1979). The balance of payments constraint as an explanation of international growth rate differences. Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review, March.
  • Verdoorn, J. P. (1949), “On the Factors Determining the Growth of Labor Productivity,” in L. Pasinetti (ed.), Italian Economic Papers, Vol. II, Oxford: Oxford University Press, 1993. 

Note

[1]↑ Si veda ad esempio l’ambio contributo di P. Romer , o il libro di testo di Barro e Sala-i-Martin (1994).

[2]↑ Questa interpretazione meriterebbe una nota a parte. Perchè concludere che il rallentamento del tasso di crescita della produttività sia dovuto, in Italia, a una contrazione della spesa pubblica equivarrebbe a un’ipotesi eroica. In ogni caso, secondo il modello di KV, perfettamente coerente: una contrazione del tasso di crescita della spesa pubblica, in quel modello, causa una caduta del tasso di crescita della produttività.

[3]↑ Questa è la tesi centrale in http://goofynomics.blogspot.it/2013/05/declino-produttivita-flessibilita-euro.html, e una delle tesi discusse in Bagnai (2012).

[4]↑ Reis (2013) discute, per il Portogallo, il ruolo delle frizioni finanziarie nell’allocazione distorta dei flussi di capitale verso il settore non traded, e quindi nel causare una caduta della produttività via un effetto composizione. Non c’è traccia del ruolo delle frizioni finanziarie nelle tesi su euro exit.

[5]↑ Esiste la versione “in livelli” della PPP, ma anche la versione nei “tassi di crescita”. La prima non è coerente con la non-stazionarietà del cambio  reale. La seconda sì. Ma tutto questo andrebbe ovviamente documentato con test econometrici per l’Italia prima di procedere a qualsiasi conclusione.

[6]↑ Si veda per l’area euro l’ampio studio coordinato dalla Ecb e denominato European Inflation Persistence Network.

[7]↑ L’andamento sarebbe simile per il tasso di cambio effettivo reale se misurato in unità di CPI

[8]↑ Anche in questo caso l’approccio metodologico corretto sarebbe più sofisticato. Il ricercatore dovrebbe studiare, infatti, utilizzando un modello teorico stimato, se la dinamica delle esportazioni, seppur crescente, sia stata superiore (o inferiore) relativamente a quella che sarebbe stata in assenza di transizione all’euro. Per definizione, una stima controfattuale del genere, richiede la formulazione di un modello strutturale.

[9]↑ Ad esempio Berthou and Fontaigne (2008), utilizzando dati micro francesi a livello di impresa, e distinguendo (proprio nella logica di un modello a la Melitz ) tra “intensive margin” di trade (quanto export per ogni data varietà di prodotto) ed “extensive margin” (quante varietà di prodotto), concludono che “estimation results point to a strong negative effect of the nominal exchange rate volatility on both the intensive and extensive margins of trade, which suggests a large - positive – effect of the euro related to the reduction of firm-level uncertainty. Volatility indeed reduces the number of varieties that are shipped to trade partners, as well as the value of exports by variety“. Ho citato uno studio serio che utilizza dati micro non a caso. Perchè è ben noto che la stima degli effetti pro-trade delle currency unions con dati aggregati è soggetta a problemi di ogni tipo (si vedano a tal  proposito i molto criticati papers di A. Rose).

 [11]↑ Quella descritta è un’ ipotesi di progetto di ricerca. Che richiederebbe, nell’ordine, di: i) adottare un modello macro del tipo Ghironi-Melitz (2005), che contiene le fondamenta del modello di Melitz 2003; ii) estendere il setup alla presenza di rigidità nominali sui prezzi, affinchè il regime di cambio nominale non sia neutrale; iii) stimare il modello e valutare quantitativamente l’effetto su TFP  di “shock against trade” (eccessivo apprezzamento del cambio reale iniziale rispetto al valore di lungo periodo) vs. “shock pro trade” (azzeramento permanente della volatilità del cambio nominale). O quantomeno questo è il modo in cui, secondo me, l’ipotesi “adozione euro ha causato caduta TFP” andrebbe indagata.

[12]↑ Tutto ciò ammesso ovviamente che valga poi lo step 2, cioè che una caduta della domanda determini una caduta di TFP nel lungo periodo (legge KV). Su questo si veda la discussione sopra.

[13]↑ In realtà l’ipotesi “riduzione dei tassi” può spiegare il flusso di capitali verso la periferia solo nell’ambito del fenomeno del carry trade. Cioè la possibilità per le istituzioni finanziarie di indebitarsi a tassi quasi zero in alcune valute (ad esempio lo Yen) e poi di prestare a tassi relativamente più elevati nella periferia dell’euro, dove il rendimento reale atteso era certamente più alto.

[14]↑La trattazione di questo tema è rimandata, per ragioni di spazio,  a un’altra nota. Per la letteratura su sudden stops e flussi di capitali si veda Arellano e Mendoza (2003), Mendoza (2008), e tutti i riferimenti bibliografici contenuti.

[15]↑ Economisti di tutto il mondo sono alle prese con queste domande (incluso me). Con pazienza e modestia.

[16]↑ Altre ipotesi sulla caduta di TFP riguardano ovviamente le inefficienze strutturali delle istituzioni economiche italiane, il ruolo della specializzazione produttiva obsoleta dell’economia italiana di fronte all’apertura al commercio delle economie emergenti, della size-distribution delle imprese italiane, e così via. Non è quest il luogo, per ragioni di spazio, per discutere queste ipotesi.

Seconda e ultima parte di una serie. Questa il link alla prima parte.

105 commenti (espandi tutti)

Il tema dello shock negativo (presunto) dovuto all'Euro è molto usato da sostenitori dell'uscita dall'Euro, purtroppo è poco dibattuto. Trovo questo pezzo molto importante per  una divulgazione più oggettiva sul tema; altro bel pezzo dopo il precedente.

Un'altra ipotesi è che l'Italia sia andata al party, ma sia entrata già in hangover. In altre parole, l'abbassamento dei tassi ha mitigato il declino, magari senza di questo il 2008-2013 sarebbe potuto accadere nel 1996-2001.

Difficile. La discesa dei tassi è un quasi esperimento naturale. Una dimiminuzione esogena, anche se difficile da definire "non anticipata". In ogni caso rimane il conundrum del perchè questo non abbia favorito una crescita di consumi e/o investimenti in Italia (quelli residenziali solo in parte). E' questo il dato che più di ogni altro mi fa pensare a frizioni dal lato del credito. Troppo spesso ignorate e sottovalutate nel dibattito pubblico in Italia.

Un domanda da ignorante: quali sono le altre teorie possibili/plausibili della mancata crescita?

E' questo il dato che più di ogni altro mi fa pensare a frizioni dal lato del credito. Troppo spesso ignorate e sottovalutate nel dibattito pubblico in Italia.

Non dalle mie parti. Che l'aver permesso di fagocitare le banche locali abbia distrutto il sistema creditizio in Sicilia occidentale é una tesi che generalmente nel Trapanese nessuno mi chiederebbe di dimostrare (anche se devo ammettere che all'esterno é poco pubblicizzata, mi viene in mente solo un titolo, "Sicilcassa: una morte annunciata. La svendita del sistema creditizio siciliano e la crisi delle banche in Italia", Dino Grammatico, 1998). Una volta mi é passato tra le mani il giornaletto aziendale di una delle banche fagocitatrici che spiegava ai propri dipendenti come l'acquisizione di una banca trapanese avrebbe permesso di sfruttare il risparmio dei siciliani per finanziare le imprese e lo sviluppo economico ed imprenditoriale dei lombardi. Quindi mi pare ci fosse anche abbastanza consapevolezza di quello che si stava facendo.

Proprio jeri un amico mi raccontava che per permettere ad un imprenditore locale di iniziare una attivitá imprenditoriale, lui ed altri imprenditori si erano accollati il 100% del rischio di credito (cioé in pratica avevano ceduto beni e servizi in cambio di alcuna garanzia), perché a fronte di un finanziamento pubblico che si sarebbe sbloccato dopo 60 giorni dall'apertura dell'attivitá, non si era trovata una banca disposta ad un finanziamento ponte di 60 giorni. Non é la prima volta che sento storie simili, anzi, e questa é una finita bene (ho un amico "azionista" di un gommista da un decennio, ed un altro di una pizzeria, chissá se rivedranno mai i propri soldi), ma finché c'era un sistema creditizio locale, le banche locali un pensiero ad investire i risparmi locali localmente lo facevano, da metá degli anni 90 ad oggi é diventata una cosa impossibile.

È paradossale notare che molti dei paesi che fronteggiano flussi di capitale massicci tendono ad adottare ex-post regimi di cambio fisso o semi-fisso, proprio per evitare l’eccesso di apprezzamento della valuta.

E' vero, ma o limitano i flussi di capitale eliminando la convertibilita' della valuta in conto capitale, Bretton Woods-style (Cina, Malaysia post-Asian Crisis) o hanno elevate  flessibilita' salariali che permettono di assorbire gli shock tramite aggiustamenti strutturali. John Greenwood, che nel 1983 fu l'architetto del currency board di Hong Kong, in un articolo su FT di due anni fa ha elencato otto condizioni per la stabilita' di un sistema monetario a cambi fissi con liberta' di flussi di capitale:

1. Economia molto aperta
2. Elevata flessibilita' di prezzi e salari. (Nota che invece la "stickiness" dei salari e' un assunto centrale per i keynesiani di ieri e di oggi, e anzi una conquista da tutelare per i cosiddetti post-keynesiani nostrani.)
3. Poco welfare e trasferimenti fiscali (che disincentivano l'aggiustamento dei salari e la riallocazione della forza lavoro in aree dove l'offerta di lavoro e' maggiore)
4. Forte disciplina fiscale (dal 1984 a oggi il governo di Hong Kong ha mantenuto un surplus di bilancio medio annuo dell'1.4% del PIL)
5. Alta capitalizzazione del sistema bancario (in Hong Kong il capital ratio si aggira sul 14% - 19%, ben superiore a quello dell'Eurozona)
6. Mantenimento di bilanci attivi delle banche con la banca centrale
7. Bassa leva finanziaria nel settore immobiliare residenziale (dal 1991 in Hong Kong sono stati limitati al 70% del valore dell'immobile, e recentemente anche a meno)
8. Bassa leva finanziaria nel settore immobiliare commerciale, che indirettamente limita l'indebitamento delle ditte private

Ora, con questo non voglio dire che senza Euro si starebbe meglio: anzi, io sono un sostenitore dell'Euro non perche' lo veda come uno strumento di maggiore integrazione politica (che aborrisco per varie ragioni, non ultima quella che implica armonizzazione che e' nemica della concorrenza tra i vari governi) ma perche' spero che forzi l'adozione di almeno parte delle condizioni su elencate, che considero desiderabili in se'. E comunque,  ormai e' tardi per tornare indietro: chi le trova inaccettabili avrebbe dovuto pensarci prima.

Sono diventato un fan dei "like" anche per i commenti e non solo per gli articoli. Questo di Enzo (anche se non concordo con l'idea di generalizzare a partire dall'esperienza di HK) merita un paio di "like", specialmente per le conclusioni! 
:-) 

tasto like

marcodivice 17/8/2013 - 13:57

il tasto like per post e commenti è una mia vacchia richiesta, insieme credo a corrado ruggeri. approfitto dell'appoggio di michele boldrin per rilanciarla.  Fosse già implementato andrebbe premuto a manetta per l'ottimo post di Monicelli.

Consenso

PZ 17/8/2013 - 20:02

E magari a nessuno viene in mente che molti di questi punti possano essere considerati inaccettabili dalla maggioranza della popolazione, e che il dovere degli economisti non sia quello di difendere per partito preso un sistema con costi e benefici al fine di raggiungere determinati risultati, ma illustrare e divulgare costi e benefici affinché il "popolo bue" [cit.] possa effettuare le scelte democraticamente e in maniera più consapevole?

Sembra profetico Bagnai: l'euro è stato stabilito non tanto perché buono ed efficace strumento di politica macroeconomica, ma come necessario mezzo per vincolare scelte "strutturali" interne ai singoli paesi.

P.S. Grazie al Prof. Monacelli per questo post, è pieno di spunti interessanti e con un'ampia visione critica, e soprattutto delinea un programma di ricerca ben chiaro se si vuole approfondire il punto in questione.

Purtroppo alla fine Bagnai usa tanti argomenti a dir poco opinabili da sembrare un banale difensore di uno status quo che rende impossibile una crescita economica REALE basata su una produttività REALE del paese.
Se divulgare costi e benefici ?
Come per esempio dire che la svalutazione del 1992 ha portato un milione di disoccupati in più ed un calo dei consumi del 3.5% e far notare che la svalutazione è sempre e comunque un impoverimento perchè nessun artificio monetario cambia il fatto che essendo la moneta solo un mezzo di scambio il tenore di vita di una nazione, ovvero i beni e servizi a disposizione dei suoi abitanti saranno solo pari alla quantità e qualità di beni e servizi REALI che gli stessi sono in gradi di produrre e scambiare.
E che nessuna crescita drogata ha mai portato vantaggi reali a lungo termine, anche i tifosi di Bagnai in fondo lo ammettono che la svalutazione del 1992 dopo solo 4 anni aveva esaurito TUTTI i suoi effetti positivi , dato che parlano di cambio sopravvalutato di una moneta che era crollata del 30% solo 4 anni prima.

Questi spunti sono interessanti. Ma solo suggestivi. Ognuna delle ipotesi andrebbe formalizzata meglio, magari in un modello. Per capire fino a che punto ciascuna condizione sia necessaria (e/o sufficiente). Su twitter mi sono sentito dare del c..glione (ovviamente dal solito Borghi, sic!) per aver impostato un paragone tra EA e USA.

Il punto era, e ancora è: un'area valutaria comune è qualcosa di diverso da un sistema di cambi fissi. Questa era l'intuizione originaria che ha spinto i paesi europei ad abbandonare il sistema dello SME e a fare un salto in avanti "strutturale" nel tentativo di coordinare le loro politiche economiche.

Ma che cosa realmente necessita un'area valutaria comune? E' sufficiente dire: gli USA "funzionano" perchè sono uno stato unitario? E' questo l'aspetto cruciale? A me sembra un pò tautologico. O forse è il mitico sistema dei trasferimenti tra Stati degli USA la chiave? (Tutti i fanatici di euro-exit si riempiono la bocca con questo mito dei trasferimenti. Certo ci sono. Ma nessuno che tiri fuori uno straccio di studio che mostri come funzionano, che effetti hanno, e soprattutto quanto decisivi siano per la "viability" del dollaro come currency area.)

Oppure quello che è veramente necessaria è una vera unione bancaria? O una politica fiscale centralizzata?  O servono tutte queste cose insieme? (anche una lingua comune?).

Attenzione: perchè questo è il vero punto cruciale. Quale deve essere il passo successivo della costruzione dell'euro (ammesso che si voglia andare avanti)? Certamente deve essere qualcosa di strutturale: ma che cosa, veramente?

 

OCA o AVO

l.biagini 19/8/2013 - 09:06

In merito all'OCA mi pare che molti facciano lo stesso errore dell'economia in equilibri. Si tende all'OCA o all'equilibrio non che questo venga raggiunto (lo credo impossibile visto che non siamo in un sistema sociale statico ma dinamico).

Un attimo, mi stai dicendo che in sistemi dinamici non si raggiungono equilibri? Ok, non saranno equilibri fissi (statici) e saranno equilibri dinamici che oscilleranno attorno a certi  punti. Non un punto solo di equilibrio; potrebbero essere piu' d'uno.  Se non sbaglio Nash ha proprio detto questo, per i giochi a somma > zero.  Anche la natura è un sistema dinamico, ma ci sono equilibri (strategie evolutivamente stabili).

Non un punto solo di equilibrio; potrebbero essere piu' d'uno.  Se non sbaglio Nash ha proprio detto questo, per i giochi a somma > zero. 

Mi hai ricordato questo: http://mpra.ub.uni-muenchen.de/29957/1/MPRA_paper_29957.pdf

Se non l'hai già letto, troverai le conclusioni interessanti.

Se dipendesse dalle mie personali preferenze, il passo successivo sarebbe lasciare l'unione valutaria come pistola puntata alla tempia dei governi recalcitranti davanti alle riforme; e abolire l'UE lasciando SEE+AELS+Svizzera (ed estendendo il piu' possibile l'area Schengen). Lo so che secondo i vari Delors, Kohl etc. l'unione monetaria era vista come passo nella direzione di "un'unione sempre piu' perfetta", ma a me invece sta bene com'e', una specie di "gold standard differenziale"  che impedisca ai governi di procrastinare aggiustamenti strutturali tramite interventi di politica monetaria (i quali in teoria dovrebbero servire in pura funzione anticiclica, ma in pratica, specie nei paesi come l'Italia, finiscono in scelte consistentemente inflattive).

Dollar-exit

Tom Riddle 19/8/2013 - 14:07

A mio modesto parere, la diversa coesione politica ha avuto un ruolo non indifferente. Mentre negli Stati Uniti vi è un unico Stato Federale detentore del monopolio della forza, ciascuno dei 17 membri dell'eurozona ha ancora un esercito. Se la Grecia nel 2012 avesse deciso di uscire dall'euro, infliggendosi immani sofferenze, cosa avremmo potuto fare per impedirglielo? Mandargli i panzer? Ovviamente no. Se invece un governatore statunitense annunciasse seriamente un referendum per uscire dal dollaro e dall'Unione, si troverebbe gli agenti federali sotto casa e un'accusa per "rebellion or insurrection" o "seditious conspiracy".

Credo che questa differenza spieghi parte del panico del 2012, quando Tsipras rischiava di vincere le elezioni in Grecia. Certo, l'assenza di un'unione bancaria avrà un ruolo altrettanto importante, ma resta il fatto che oltreoceano un concetto come "dollar-exit" non sarebbe nemmeno concepibile.

o meno esplicit. si richiamano tutti. Ossia, il presupposto implicito e': l'Italia e' una paese disastrato ormai al conto (quello surrealmente scaricato sulle spalle incolpevoli delle generazioni future, per intenderci, dalla Kasta, capace unicamente di rinviare/portare a nuovo, devaluing). l'Unico modo per indurre cambiamenti e' il bastone. Aut fai le riforme Aut fai la fine della Costa guidata da Schettino....La domanda pero' e': l'Italia ce la fara'? 120k espatriati da codesto paese solo nel 2012. Sarebbe interessante calcolare quanti scrivano dall'estero-
f.to un n espatriato)

Indipendentemente da quello che ci vorrebbe imporre o suggerire l'Europa (la Germania in primis, come indicato con, penso, poca ironia nel commento), l'Italia deve fare le riforme se vuole sostenere il livello di beni e servizi che la popolazione pretende ogni giorno. Quindi la gente deve capire che non è possibile un'alternativa soluzione, con buona pace di chi vuole continuare ad esasperare le teorie di Keynes (che non condivido totalmente, ma che in parte possono essere efficaci in particolari situazioni; ma non ora, soprattutto in Italia dove la spesa pubblica a deficit fa da padrone da lungo tempo). Altrimenti può tornare un Paese povero, iniziando a partire con il ridimensionamento della spesa e delle necessità che i consumatori dovranno accettare. Aldilà di complotti, diktat o altro ancora.

Several centuries ago....l'Italia va trattata come un paese emergente, in cui le regole sono da riscrivere da ZERO, ispirandosi a Galileo Galilei, piu' che al Talmud. A buon intenditore. Certo, a dare retta a De Mauro sull'ignoranza CRASSA degli Italiani, passando attraverso le fondazioni politico-bancarie....e varie altre celesti amenita' omens aren't good

Che bello che è essere così tanto specializzati. Complimenti, mi vien da piangere.

Resta da spiegare un punto cruciale: perchè poi negli anni successivi all’ingresso nell’euro il tasso di cambio reale ha continuato ad apprezzarsi?

Ancora una volta complimenti per l'esposizione e per le riflessioni che il testo propone.

Una domanda: l'apprezzamento del tasso di cambio reale necessita per essere valutato di un termine di riferimento esterno. Immagino quindi sia il dollaro (nel senso di beni e servizi usa). Corretto?

Ora andando indietro nel tempo e lavorando di memoria, ricordo che la transizione alle valute nazionali al l'euro comporto' un po' di problemi per il grande volume di sommerso e di capitali ad esso connessi. Di fatto appena fu chiaro che la Lira sarebbe diventata Euro ci fu il problema della conversione dei capitali nascosti che già non fossero stati depositati all'estero. Non si potevano convertire istantanealmente alla luce del sole e mi fu spiegato che quindi già un paio di anni prima del passaggio ufficiale ci fu un trasferimento verso il dollaro che riguardò non solo la Lira ma anche il Marco tedesco, moneta di riferimento per le economie ex-cortina in cui il sommerso viaggia attorno al 40% del PIL (da noi è il 27% considerando attività lecite ed illecite, che anche loro generano profitti da convertire).

La transizione a quanto pare (non sono cose di cui si parla apertamente) fu organizzata in modo diluito nel tempo, con importi mensili ridotti ma pur sempre di miliardi. Vendendo costantemente Lire e Marchi per comprare Dollari  le prime due valute persero un po' del loro valore ed il dollaro si apprezzò (tanto che molti analisti allora non capivano il perché, dato che i fondamentali sottostanti al dollato indicavano un valore piu' basso). Una volta arrivato l'euro fu innescato gradualmente il percorso inverso, da dollaro ed euro, anche qui non tutto in un colpo. Il risultato fu un deprezzamento del dollaro ed un apprezzamento graduale dell'euro.  Che volume fu coinvolto. Non è dato a sapere ma se il sommerso da noi è il 27%, come flusso, quale puo' essere lo stock accumulato nei decenni in beni non mobiliari?

Tutto questo tuttavia spiega solo i due anni precedenti ed i due successivi ma puo' essere una parziale risposta all'apprezzamento dell'euro (e per il tasso nominale, non reale)  negli anni successivi alla sua nascita. Ma solo quelli.

Ritengo anche che i tecnici che allora fissarono i rapporti di conversione fossero consapevoli del meccanismo, avessro anche alcune stime del volume coinvolto e che quindi per esempio sapevano che la Lira era momentaneamente deprezzata e che poi la situazione sarebbe tornata normale nel giro dei mesi seguenti. Adottarono quindi un cambio che puo' essere considerato sovrapprezzato rispetto al momento stesso della decisione (innescando le polemiche che sappiamo) ma che rispettava la media e la realtà. Da qui forse nasce la favola del sovrapprezzamento iniziale.



Il nero al 27% e al 40% riguarda i flussi interne delle economie, gli stock esportati (che sono decisamente inferiori)  sono tipicamente finiti in svizzera e caraibi, e non sono mai stati detenuti in Lire o Marchi, mentre quelli "domestici" non hanno avuto alcun bisogno di essere convertiti materialmente in altre valute: semplicemente si è smesso di usare le lire e si è cominciato a usare l'euro, come per le transazioni ufficiali.

Credo che l'iniziale apprezzamento del dollaro (l'euro partì praticamente alla pari, è sceso fino a 0,80 sul dollaro, e anche peggio per la sterlina) sia stato dovuto ai dubbi sull'euro in sè agli inizi, per cui i capitali finanziari hanno semplicemente preferito  essere denominati in valute "sicure".

Sulla stima dello stock di nero detenuto all'estero credo che può valere la stima fatta ai tempi dell'introduzione dello scudo, e che fu anche dibattuta su nFA. Fra i 100 ed i 200 miliardi di €, a memoria.

Fra i 100 ed i 200 miliardi di €, a memoria.

Ok, quei dati erano solo per la Svizzera (quindi una parte del totale) ma quelli erano già all'estero ed in franchi (a meno che uno non avesse preferito un conto estero in Lire).  Credo che tu possa aver ragione se pensiamo al volume detenuto dalla criminalità organizzata, che essendo tale lo è anche nella gestione degli stock. Tuttavia il grosso del sommerso in Italia è fatto da centinaia di migliaia di piccoli e medi evasori che fatta la casa e la barca, avevano comunque un problema di gestione del contante.  La soluzione trovata in Lire, che soddisfa le necessità di liquidità in un paese che non ha una vera patrimoniale e quindi non ti chiede conto di ogni euro detenuto, non poteva essere convertita in euro la mattina del primo gennaio. Sulla cosa (conversione lira-dollaro e dollaro-euro dello stock di capitale non dichiarato) comunque furono scritti vari articoli di giornale anche se non fu data molta enfasi. Erano ancora tempi in cui quando schneider pubblicava di dati delle sue stime sul sommerso, l'Italia taceva nei TG o negava vistosamente. 

Ecco, il testo sembra buono, ma sinceramente è troppo difficile da capire fino in fondo per me che sono un profano.
L'altro articolo (prima parte) sono riuscito a seguirla, questo invece non sono riuscito a seguirlo fino alla fine.

La divulgazione scientifica, e questo articolo lo vuole essere, deve per forza di cose volgarizzare il messaggio.
Certo, un professore direbbe: se uno vuole capire, deve studiare.
Ma il volgo ha altro da fare che studiare economia (magari studia e lavora su altro) e, per capire rapidamente, necessita di una volgarizzazione.

A mio parere potrebbe essere utile far fare una pre-lettura di questi articoli ad un non-specialista, così da capire dove la discussione va semplificata (magari ad uno con formazione scientifica, così non si perde la rigorosità del discorso).

Fermo restando che non e' sempre possibile "volgarizzare", come dici tu, potresti dirci dove ti sei fermato? Semplicemente puoi copiare le frasi che ti sono rimaste oscure, anche solo qualcuna, poi vediamo se riusciamo a rispondere.

  • Mio padre o mia madre non riuscirebbero a capirlo, probabilmente nemmeno a leggerlo. Avrebbero problemi con tutte le parole straniere (step, traded, learning-by-doing, gap, pro-trade, ...), con gli acronimi (LP, TFP, ...), con il grafico, con tutte le assunzioni implicite, etc..
  • Se non lo capisce mio padre (laureato in filosofia), non lo capirá ottimisticamente il 99% degli over 70, il 98% degli over 50 ed il 95% della popolazione.
  • Questo detto leggendolo non ho pensato nemmeno per un momento che fosse una volgarizzazione, se me l'avessero chiesto avrei risposto che mi pareva rivolto ad uno 0.1% (max 1% ad essere veramente ottimisti) della popolazione.

Ti piacerà sapere che questo mese ci sono state circa 60mila visitatori unici, che corrispondono circa allo 0.1% della popolazione. Agosto è un mese scarso di visite, ma come ordine di grandezza quello è il pubblico a cui ci rivolgiamo, ma pretendere che tutti capiscano tutto è sinceramente poco realistico. 

Hai ragione sugli inglesismi; gli acronimi erano tutti spiegati nel primo post, ma sulla sostanza, è vero che un blog cerca di divulgare, ma questi post in particolare erano necessariamente più tecnici, perché non c'è altro modo di smascherare chi cerca di divulgare via slogan o, nel peggiore dei casi, via grafico postato su un blog con quattro dati messi in croce senza che vi sia una minima seria riflessione sul perché si sono scelti quei dati e quelle variabili, quale sia il ragionamento logico di riferimento, etc.... Dico nel peggiore dei casi, perché dati (e ragionamenti raffazzonati) danno una parvenza di accademicità al ragionamento logico che purtroppo può confondere i non specialisti (e anche gli specialisti, a volte). 

Noi ci adoperiamo per divulgare, ma questo non significa che tutto sia spiegabile a tutti. Alcuni dei nostri post sono più ostici degli altri, e questi due sono forse fra i più difficili apparsi sul sito. Non tutto può essere spiegabile ad un settantenne laureato in filosofia; ma il punto di questo post, credo, era anche quello di rendersi conto come operano gli economisti, come si disseziona una domanda, e come il consenso si forma dopo un lungo percorso di ricerca su ogni sotto-questione. Ognuna di queste, poi, richiede spesso conoscenze che non è possibile affrontare su un blog.

Faccio un esempio usando un tema accennato nel primo post:  perché e come si possa (provare a) stimare relazioni endogene fra variabili (cioé quando la variabile A influenza la variabile B, ma anche B influenza A). A tecniche di questo tipo si arriva, peraltro non sempre, in un corso di econometria di una laurea in economia. In sostanza, direi che il 95% dei laureati in economia non ha le basi per capire la questione, figurarsi quelli in filosofia. Però il laureato in filosofia dovrebbe capire che correlazione non implica causazione, e che dedurre la seconda dalla prima porta a conseguenze a volte sbagliate. 

Insomma, per chi non capisce o non può capire i dettagli, credo che lo sforzo di Tommaso possa bastare a far capire che certe questioni non si possono risolvere via blog. Non dico che non fosse possibile fare meglio, ma credo Tommaso sia stato molto bravo a spiegare come un ricercatore affronta il tema. Senza questo tipo di analisi, si possono scrivere tutti i post, o anche i libri che si vogliono, ma non si arriva alla comprensione delle questioni. 

In sostanza, hai ragione a lamentarti, questo post si rivolgeva soprattutto a specialisti, perché esiste l'urgenza di smascherare chi pretende di manovrare le folle con argomenti pseudo-accademici, e solo persone che fanno ricerca sul serio possono farlo, ma non è facile senza il supporto di un esperto del settore come è Tommaso. 

Restiamo disponibili, comunque, a rispondere a questioni specifiche. 

Grazie Andrea: hai descritto perfettamente il senso del post.

Ti piacerà sapere che questo mese ci sono state circa 60mila visitatori unici, che corrispondono circa allo 0.1% della popolazione

son contento per i 60k visitatori unici, ma dubito che tutti e 60 mila capirebbero l'articolo che stiamo commentando da cima a fondo. D'altra parte quanti sono quelli che leggono e capiscono quel che scrivono i Bagnai, i Borghi, le Napoleoni, i Barnard o gli adepti di Auriti?

Per esempio, sul perché e percome si possa (provare a) stimare relazioni endogene fra variabili (cioé quando la variabile A influenza la variabile B, ma anche B influenza A), tema accennato nel primo post, si arriva, peraltro non sempre, in un corso di econometria di una laurea in economia.

Leggere questo inizialmente mi ha sorpreso non poco. Poi mi sono ricordato che da studente ho condiviso la casa per qualche tempo con degli studenti in medicina e di economia, e di come mentre costoro si lamentavano in continuazione di quanto fosse difficile passare analisi o statistica, quando davo uno sguardo ai loro appunti ed esercizi, mi sembravano sempre piuttosto banali rispetto a quanto incontravo io a ingegneria, per non parlare di quello che incontravano mio fratello o mio cognato a matematica.

P.S.: repetita juvant, non mi lamentavo, perchè non pensavo volesse essere un articolo divulgativo.

quando davo uno sguardo ai loro appunti ed esercizi, mi sembravano sempre piuttosto banali rispetto a quanto incontravo io a ingegneria

La matematica e' abbastanza facile, ma non si puo' ripetere un corso di econometria in un blog. 

A me sono piaciuti molto i post. L'argomentazione è estremamente rigorosa e trovo molto utile anche il modo in cui fanno capire la complessità dei problemi, direi che l'interesse va aldilà dei singoli temi affrontati perché dà veramente un ottimo spaccato dell'attività e del modo di ragionare di un economista, cosa che il blog tenta di fare da sempre.

Forse è un limite aver preso come tesi da smontare  una tesi così specifica e così forte (euro come causa principale della crisi della produttività in Italia) che certo è sostenuta da Bagnai ma non riassume tutte le possibili argomentazioni euro-exit (né di Bagnai né di altri). Sarebbe interessante anche discutere più in generale i problemi posti da un'area valutaria comune come l'Euro. Forse non sarebbe male un altro post più generale sulla questione euro/aree valutarie/bilance dei pagamenti/flussi capitali, ho colto qualcosa nei commenti (e addirittura su twitter), sono temi interessanti.

Un'altra cosa che viene da pensare leggendo i post è che parte di queste metodologie e di queste ricerche siano molto recenti e le relative conoscenze poco stabili. In genere è possibile fare una divulgazione accessibile anche di questioni molto complesse solo quando queste siano state sufficientemente "digerite" dalla comunità scientifica mentre è più difficile farlo per ricerca "di frontiera".

Colgo l'occasione per dire che @monacelt, quando ha tempo, è piuttosto efficace anche su twitter (ce n'è per tutti :-) ) anche se personalmente non mi sembra un mezzo particolarmente adatto (al massimo si può fare a "clavate").

Quando ci sono post di questo tipo io torno a rileggerli varie volte (anche a distanza di settimane). Poiché le domande che mi suscitano sono tante la mia unica speranza è che l'autore sia così paziente da continuare a rispondere a nuovi commenti anche dopo mesi :-) 

Lo farei io, ma temo che dovrei ricopiarne metà, di quell'oscuro discorso. Quindi almeno lo faccia chi ha pochi dubbi :)

Fai come ti ha chiesto A Moro. Hai aperto una breccia forse e' la volta che si smuove la montagna. Non perdere questa occasione. Il punto che hai sollevato e' di vitale importanza se da elite si vuole passare ad educare la massa.

Spagna

Martino Piccinato 21/8/2013 - 19:50

 

Una prevedibile iniziale contro-obiezione potrebbe essere: ma è stato l’afflusso di capitali dal centro verso la periferia, e successivo alla nascita dell’euro, che ha generato un persistente apprezzamento del tasso di cambio reale. Questo canale, certamente plausibile per il resto della periferia dell’euro (i cosidetti PIGS)

 Capisco che la risposta probabilmente richiederebbe post altrettanto lunghi ma mi domando se nei casi di Portogallo, Irlanda e Spagna, in particolare questi ultimi due che a lungo sono stati considerati i "bravi bambini della UE" (mercato del lavoro, rapporto deficit/PIL ecc.) non sia invece più corretto riferirsi al "ciclo di Fraenkel" o, a quello che Bagnai chiama "Romanzo di centro e periferia" e pensare che l'Euro (o magari l'Euro + la non regolamentazione dei flussi di capitali) sia il principale colpevole della crisi PIGS. Non mi riferisco alla "tesi forte" per cui cambio fisso avrebbe determinato diminuzione produttività (che nel caso non mi sembra neanche ci sia stato o comunque non in misura così forte come in Italia).

La Spagna in particolare si avvia al sesto anno consecutivo di crisi (mica bruscolini...) e non mi sembra si intraveda una via di uscita (quali riforme dovrebbero fare? quelle che si chiedono in Italia le avevano già fatte prima...).  Quanto deve essere grande il danno prodotto dal "sistema imperfetto" per giustificare l'uscita dal sistema imperfetto?

Tocca chi sostiene la necessità di uscire dall'euro trovare un modo fattibile e conveniente, ma l'unica cosa che sento dire di fronte alla elementare osservazione dei possibili rischi è un alzata di spalle e l'assoluta mancanza di proposte fattibili.
Dato che il fine dichiarato di chi propone l'uscita dall'euro è una svalutazione tocca a chi lo propone dimostrare che sia possibile l'ipotesi da paese dei balocchi di un paese che svaluta senza avere né inflazione né recessione né aumento della disoccupazione, e senza problemi di finanziamento della spesa pubblica.
Ricordo che ogni anno ci sono nelle tasche di investitori esteri 120 miliardi di titoli che scadono e vanno pagati se hai una moneta che si svaluta dovrai per forza pagare interessi sufficienti a compensare la svalutazione , oppure prender quei soldi dalle tasche degli italiani.
Il punto è che tocca a chi vuole l'uscita dall'euro dimostrare di aver risolto e prevenuto tutti i grossi possibili danni, non semplicemente negare che esistano.

Quello del cd. ciclo di Frenkel, appunto, è un romanzo. Una storia costruita ex post. Un'ipotesi argomentativa. Niente di più. Non certo una teoria coerente costruita sulla base di un modello e di una conseguente verifica empirica. Anche questo fa parte del "mito di euro-exit". Essersi impossessati di una narrazione, del tutto qualitativa, che razionalizza  esattamente quello che ci si vuole sentire dire. Dalle mie parti questa si chiama, banalmente, bad economics (ammesso che si possa chiamare economics at all).

 

Pensare che l’euro sia il principale colpevole del capital flows + sudden stop successivo è, appunto una favola. Il voler poi attribuire a Frenkel chissà quali “scoperte” su un tema dibattutto e ben noto da decenni, se non secoli, come quello dei capital flows + sudden stop, è a dir poco imbarazzante.

a)      Se vogliamo rimanere alla recente crisi iniziata nel 2008, si puo dare un’occhiata alla evoluzione dell’indebitamento netto con l’estero di paesi come Islanda, Ungheria, Romania, in parte Polonia. Stessa idéntica dinámica dei PIGS: huge deterioration in current account deficit nel periodo 2003-2007, huge capital inflows, then sudden stop due to capital repatriation after Lehman collapse. L’eccessivo flusso di capitali dai paesi core alla periferia, che ha interessato molti piu paesi che non i soliti quattro noti paesi dell’eurozona, è molto piu legato agli errori di política monetaria USA (e in parte Eurozona) nel periodo post tech bubble, con tassi mantenuti troppo bassi per troppo lungo tempo (discorso ampio e articolato, che pero nessuno dei guru euro exit nomina mai).

b)      Nel caso di Ungheria (e in parte Islanda), si è poi verificato un fenómeno che dovrebbe far riflettere: molti cittadini, dovendo scegliere se accendere mutui in valuta locale (con tassi molto alti) o in una valuta estera come l’EUR (con tassi molto piu bassi), hanno purtroppo optato per la seconda via, illusi anche dal fatto che durante gli anni di party la loro valuta nazionale rimaneva stabile o addirittura si apprezzava contro EURO…un sorta di free lunch ai loro occhi: tassi piu bassi, e possibilità di pagare il mutuo in una moneta che si deprezzava rispetto a quella in cui ricevevano lo stipnedio. Gli effetti catastrofici di questo giochino sono esplosi nel 2008, con brusco deprezzamento delle loro monete locali, sudden stop e collasso del sistema bancario (in ungheria stanno ancora a discutere su come redistribuiré le perdite di questi mutui tra cittadini, banche e stato…e questo sta pesando sulla crescita del paese, visto che l’ungheria è il paese nella regione con i tassi di crescita piu deboli nella ripresa post 2008). Domanda: i cittadini di spagna, portogallo, grecia, Irlanda, avrebbero commesso lo stesso errore senza euro?

c)       Esempi di capital inflow +sudden stop se ne trovano a decine, e se ne sono occupati tantissimi economisti (Roubini-Manasse con splendidi papers, Reinhardt-Rogoff, solo per citare quelli noti anche ai non addetti ai lavori). Le crisi dei Paesi Emergenti negli anni 80 e 90 sono un esempio di qeusto fenómeno, cosi come quello che sta accadendo proprio in questi giorni in Brasile, Turchia, India, Indonesia. Le crisi da capital flight non sono nate con l’euro, e Frenkel non ha scoperto proprio un bel niente.

d)      Attenzione ai giudizi su Spagna e Irlanda: dal 1998 a oggi, questi paesi hanno avuto tassi di crescita elevati, anche considerando la recessione degli ultimi anni. Sono cresciuti, sull’intero periodo,  a tassi piu elevati di Francia e Germania, e il loro PIL pro capite è aumentato in misura maggiore rispetto alla media dei Paesi UE. Portogallo e Italia, al contrario, non crescevano negli anni di party, e non crescono ora. Come mai?  Lungi da me dal considerare Spagna e Irlanda modelli economici perfetti, è comunque innegabile la differenza tra questi PAesi rispetto ad Italia e Portogallo. Non si puo’ mettere tutto in un calderone. Basta con le frottole dell’euro fascista grazie al quale la germani prospera e tutti gli altri sono degli schiavi.

Morale della favola: non date retta alle favole…J E un grazie di cuore al prof per questi due ottimi articoli.

Grazie

Martino Piccinato 22/8/2013 - 13:38

grazie mille, sono tutti esempi molto istruttivi. Questo però non sposta semplicemente il problema da area valutaria comune a gestione dei flussi dei capitali? è possibile in qualche modo evitare questi fenomeni senza bloccare o comunque rendere troppo difficile la libera circolazione di capitale?

Mi pare che di questo si discuta proprio al termine del post 2. La gestione ottimale dei capital flows è probabilmente la questione di policy più rilevante dei nostri tempi. Dovremmo pensare che Euro sia stato una cattiva idea perchè ha indotto K flows da centro a periferia? Ovviamente no. La questione appunto diventa: come si gestiscono i K flows? E la questione nuova è: come lo si fa nelle currency areas? 

Riguardo a Ungheria e denominazione dei mutui, tutto vero. Faccio notare che lo stesso fenomeno tende a verificarsi in molti episodi di K flows bonanza in paesi emergenti. Ad esempio, adesso in Turchia (vedere qui ad esempio )

si, proprio per questo. Certo fa un po' paura che sia una "questione nuova" (forse era meglio pensarci prima di fare una CA, un po' sbadati questi politici :-) ).

Già che ci sono un'altra domanda: ma perché mai un'area valutaria comune dovrebbe indurre K flows? Da una parte si dice che ci sono degli strumenti finanziari per eliminare il rischio di cambio, dall'altra si dice che eliminando il rischio di cambio e dando credibilità si incoraggiano i K flows. Le due cose non sono un po' in contraddizione?

dover andare da Goldman Sachs per eliminare il rischio di cambio piuttosto che l'impegno di una dozzina di governi con relativi eserciti mi sembrano due cose diverse no? 

all'inizio si, ma ora se l'Italia volesse uscire la Germania e la Francia che fanno, gli dichiarano guerra? (con Goldman Sachs invece avrebbe funzionato).

Comunque grazie per l'osservazione, in realtà non ci avevo pensato, mi domando se sia (stato) possibile valutare QUANTO questo vantaggio abbia facilitato K-flows

Se l'Italia esce dall'euro con il fine evidente di svalutare chi ha titoli italiani alla scadenza non ne ricompera più se non gli paghi un interesse sufficiente a coprire il deprezzamento da svalutazione.
Visto che quando l' Italia svalutava allegramente la lira l'ha fatto ininterrottamente ( dal 1975 al 1995 il marco è passato da 200 lire a 1000 lire, e il dollaro da 600 lire a 1700 lire ) l'uscita stessa dall'euro sarebbe un segno di ritorno al passato.
Ogni anno 120 miliardi di euro di titoli italiani in mano estera scadono, se li vuoi far ricomperare devi pagare più interessi se non li puoi far comperare alle tue banche, ma tutta la spesa per comperare titoli di stato italiani nell'anno passato si è risolta pari pari in una riduzione del credito alle imprese.
Il punto che non capisco sinceramente è quando Bagnai dice letteralmente che la colpa degli sbilanci è di chi ha prestato i soldi ( a privati o agli stati ) come se sia possibile costringere una persona o uno stato a farsi prestare dei soldi, non ha assolutamente senso, come non ha senso dire ( sempre Bagnai ) che se le banche fossero obbligate a comperare titoli di stato per sostenere il debito pubblico questo sarebbe un BENE, è un inno alla dissolutezza e alla irresponsabilità.

Ok ma poter svalutare e dover pagare interessi più alti non si compensano nel medio-lungo periodo? Mentre col cambio fisso nel caso in cui, come si dice avvenga in questo periodo, devo pagare interessi più alti per scontare il rischio di default/uscita dall'euro ho uno strumento in meno per difendermi.

 

L'osservazione invece riguarda la "colpa" dei creditori. Se la banca il mutuo me lo regala (apparentemente), io la casa me la compro. A me in Spagna mi hanno fatto sentire un fesso per 4 anni perché non mi compravo dei buchetti fatiscenti per cifre che mi avrebbero costretto a mutui minimo ventennali. La pressione all'"indebitamento allegro" causato dalla facilità del credito si sente, forte, fino al singolo individuo.

certo che nel lungo periodo si compensa tutto.
a meno di ulteriori interventi: così la svalutazione nel tempo si compensa, e si torna alla situazione precedente (a meno di riforme, o ulteriore svalutazione). così come il rischio defualt/euro-exit: i tassi alti prima o poi si compensano (tornando bassi in seugito a default/euro-exit, oppure a riforme).
quindi?

sull'osservazione: la pressione esiste certamente. qual'è il ruolo della "deregolamentazione" e quale quello di governi che sempre, puntualmente, in ogni caso, cercano modi per "spingere il credito", e soprattutto amano farlo nel settore immobiliare?

se non fossi ignorante non farei domande :-) Il punto è che venendo meno il cambio flessibile in questo caso sembra esserci uno strumento in meno che si può decidere di utilizzare o meno a seconda della situazione, ad esempio per non subire una più forte "svalutazione interna"  con maggiore disoccupazione e diminuzione dei salari. Se posso permettermi una analogia per un pugile una cosa è usare il sinistro per scelta, un'altra doverlo usare perché ha il destro legato (non pretendo che l'analogia rispecchi la realtà, piuttosto quello che posso aver erratamente inteso).

 

per intervento ignorante, intendevo il MIO intervento :)

mi aggrego...

PJ 22/8/2013 - 19:29

Mi aggrego alla domanda di Martino…da semplice appassionato ma assolutamente non esperto, mi piacerebbe avere l’opinione del professor Monacelli su possibili metodi per rendere “ottimale” la gestione dei flussi in una currency área…la butto li, consapevole di poter fare un errore banale: unione bancaria con meccanismi di loss sharing accentrati puo’ essere un primo passo importante (e, ahime, assente prima del 2008)?

Se non è troppo disturbo, mi piacerebbe avere la sua/vostra opinione anche su altri aspetti (mi scuso se vado forse un po fuori tema..):

a)      Siete d’accordo nel considerare che la principale causa dell’imbalances creatasi nel periodo 2003-2008 è da ricercarsi in errori di política monetaria USA e in parte Eurozona, con tassi tenuti troppo bassi per troppo tempo, creando quel massiccio afflusso di capitali in asset “periferici” (EM, ABS, PIGS, Commodities, etc etc) alla ricerca del “carry” facile, e alimentando quella asset reflation esplosa poi nel 2008? Forse è solo una mia impressione, ma tutte le persone che mi citano tesi euro-exit, tendono a considerare il fenómeno del capital flight+sudden stop come una cosa nata e sviluppatasi solo nell’eurozona, quando invece mi pare non sia cosi.

b)      Quando si discute sui famosi costi/benefici di una euro exit, molti dei sostenitori della euro exit si concentrano  solo su aspetti “nazionali” (effetti in termini di inflazione, benefici della svalutazione per export, etc etc..che, a ben vedere, sono dei meri effetti redistributivi tra diversi attori economici, ovvero tra debitori e creditori) tralasciando ,a mio avviso, il costo piu importante, che renderebbe la rottura dell’euro un evento potenzialmente drammatico: vale a dire le perdite che questo fenómeno genererebbe nei bilanci delle banche. M attenzione, non parlo solo delle banche italiane che detengono BTP, ma soprattutto delle banche tedesche e francesi che detengono titoli governativi di Italia, spagna&co…e che detengono titoli obbligazionari e partecipazioni in banche di Italia, spagna&co. In sostanza, si potrebbe fácilmente assistere al “lehman moment” in europa: se alcune di queste grandi banche salta a causa delle perdite, queste avrebbe degli effetti sistematici per l’economia europea e globale enorme, vale a dire potenziale blocco dei flussi finanziari e reali. A quel punto, avremmo una moneta svalutata, ed una domanda globale fortemente ridotta. Effetto sulle esportazioni? Ovviamente difficile da dire per un amatore come me…se guardiamo all’esperienza Lehman, l’EUR si è deprezzato di oltre il 20% rispetto alle valute dei pricipali partner commerciali, e gli export di tutti i Paesi dell’area euro verso il resto del mondo sono letteralmente crollati, a causa del crollo della domanda globale che ha piu che offsettatato l’effetto svalutazione. Quindi ci rimarrebbero solo i costi dell’uscita, e i benefici di breve termine legati ad un rimbalzo degli export non sarebbero poi neppure cosi sicuri.

c)       Il pericolo di trovarsi in una situazione alla Lehman (cioè crollo di domanda globale e altra Great Depression) ha già spinto tantissimi economisti a schierarsi contro l’ipotesi di una euro exit. Lo stesso De Grauwe, spesso citato dagli euro exiters, ritiene che la rottura dell’euro è da evitare per gli enorme costi economici e social che comporterebbe. Tra l’altro è curioso che de Grauwe è spesso citato dai sostenitori Euro exit per la sua brillante analisi del capital flight/sudden stop all’interno dell’UE, ma si dimenticano spesso di dire che, partendo dalla stessa analisi, arriva a conclusioni opposte alle loro. Certo, gli euro exiters aggiungono sempre:”noi proponiamo di uscire dall’euro in modo ordinato, si fa cosi”…ma è proprio l’impossibilità di decomporre l’area Euro in modo “ordinato” che spinge de Grauwe e altri a dire che i costi sarebbero enormi!  Ricordate cosa si diceva ai tempi di Lehman? “subprime market? Sono solo 100 billion, mercati piccolissimo, che non ha effetti di sistema…Lehman default? Non è un problema, con le banche centrali che forniscono liquidità, si puo gestire in modo ordinato”…e abbiamo visto cosa è successo. Nel caso del break up ordinato, si sentono piu o meno le stesse cose..banche centrali che forniscono liquidità, blocco di capitali, conti con la calcolatrice per vedere quanti BTP ci sono nelle pance delle banche europee (senza considerare i bond e le azioni delle banche, i derivati, etc etc)…pensare di gestire tutto questo in modo “ordinato” è pura follia…

Chiedo scusa in anticipo se sono andato fuori tema. Se le mie domande sono troppo banali o non interessanti, o semplicemente non pertinenti, accetto una “non risposta”…J

Grazie, post con molti spunti. Ma è veramente difficile rispondere in poche righe. Se Nfa mi darà altro spazio, cercherò di farlo in futuro. Accenno solo al fatto che il tema della gestione ottimale dei K flows in una unione monetaria è del tutto alla frontiera della ricerca. (e ben presente sul mio tavolo in ufficio..) Farhi e Werning (due tra i migliori macroeconomisti giovani del mondo) se ne sono occupati in parte in un paper recente

https://dl.dropboxusercontent.com/u/125966/trilemma.pdf

Ma di fatto ancora non sviluppano il tema all'interno di una currency area, che è cosa diversa da tassi di cambio fissi.

grazie

PJ 26/8/2013 - 12:09

grazie per la risposta, leggero' con attenzione, e spero davvero che questa collaborazione tra Lei e NfA possa continuare. Stavo un po perdendo le speranze circa la possibilità di avere discussioni pacate e "sui contenuti" via blog, ma Lei e NfA mi avete ridato un po' di speranza.:-)

my two cents

marcodivice 26/8/2013 - 01:44

a. non sbagli. in molti hanno criticato duramente la politica di greenspan di tassi bassi.

anche il prezzo delle materie prime, petrolio in testa, per me ha un ruolo fondamentale nella crisi.

b+c. questo è il punto cruciale dell'intero discorso.I sostenitori dell'uscita + svalutazione, sorvolano sempre su questi due punti perchè gli sono con tutta evidenza contro. Vengono cronologicamente prima del dispiegarsi degli eventuali, molto eventuali a parer mio, benefici di una svalutazione e sono molto difficili da gestire.Per uscire bisogna denunciare il trattato e quindi uscire dalla ue, negoziare quindi nessuna garanzia sulla necessaria segretezza e rapidità dell'operazione, oppure decidere tutti insieme il ritorno alle monete nazionali.ad oggi nessuna delle tre strade è percorribile. Se questo da solo non basta per convincere gli entusiasti del ritorno alla lira,oltre a quello che hai descritto, la più che probabile necessità di  ricapitalizzare il sistema bancario nazionale, il Core tier 1 essendo ottenuto grazie a titoli di stato mark to market con tutta probabilità sarebbe spazzato via,per non parlare dei debiti delle aziende in $ e £ ecc.,dovrebbe chiudere il discorso.

Come si faccia a parlare di breakup o uscita ordinata, è davvero un mistero.

anche michele

dragonfly 26/8/2013 - 12:38

 Ricordate cosa si diceva ai tempi di Lehman? “subprime market? Sono solo 100 billion, mercati piccolissimo, che non ha effetti di sistema…

anche michele boldrin espresse la stessa valutazione. non glielo rinfaccio di certo, ai miei occhi la sua autorevolezza è anzi successivamente aumentata, perchè ha mostrato di saper cambiare idea per tener conto dei fatti, sempre ingombranti.

cosa che non fanno, con assoluta evidenza, gli euro exit.  tirare calci alla tv via cavo sperando di continuare a vedere film porno...sfasciare tutto, ma proprio tutto, per una soddisfazione modestissima, risaputa e effimera, è un programma? e quale?  quale pulsione dell'elettorato vellica?

questa la so.

dragonfly 23/8/2013 - 00:20

   Nel caso di Ungheria (e in parte Islanda), si è poi verificato un fenómeno che dovrebbe far riflettere: molti cittadini, dovendo scegliere se accendere mutui in valuta locale (con tassi molto alti) o in una valuta estera come l’EUR (con tassi molto piu bassi), hanno purtroppo optato per la seconda via, illusi anche dal fatto che durante gli anni di party la loro valuta nazionale rimaneva stabile o addirittura si apprezzava contro EURO…un sorta di free lunch ai loro occhi: tassi piu bassi, e possibilità di pagare il mutuo in una moneta che si deprezzava rispetto a quella in cui ricevevano lo stipnedio. Gli effetti catastrofici di questo giochino sono esplosi nel 2008, con brusco deprezzamento delle loro monete locali, sudden stop e collasso del sistema bancario (in ungheria stanno ancora a discutere su come redistribuiré le perdite di questi mutui tra cittadini, banche e stato…e questo sta pesando sulla crescita del paese, visto che l’ungheria è il paese nella regione con i tassi di crescita piu deboli nella ripresa post 2008). Domanda: i cittadini di spagna, portogallo, grecia, Irlanda, avrebbero commesso lo stesso errore senza euro?

almeno in Italia, lo hanno gia commesso, paro paro come da te descritto. dal 1988 circa fino alla crisi del '92 il mutuo in marchi o in ECU andava alla grande, in buona parte normali mutui prima casa. a dire il vero, la stabilità del cambio sembrava anche più sicura, c'erano le bande di oscillazione (e quelle della lira erano più ampie) però da lì non si sarebbe dovuto uscire.

leggere qui, per avere un'idea del clima dell'epoca.

almeno in Italia, lo hanno gia commesso, paro paro come da te descritto. dal 1988 circa fino alla crisi del '92 il mutuo in marchi o in ECU andava alla grande, in buona parte normali mutui prima casa.

Fino alla prima parte del 1992 c'erano banche che offrivano mutui in ECU. Chi ci incappò prese una bella batosta.

Prima di parlare di euro-exit a me piacerebbe anche capire che senso ha avuto entrarci nell'euro e crearlo così come è stato creato. Mi si risponderà o che è una questione passata e secondaria o, come è stato fatto, che comunque è irrilevante per la questione euro-exit che è questione del tutto diversa, oramai siamo in gioco, dobbiamo giocare (per non parlare della time inconsistency :-)).

Sarà sicuramente così dal punto di vista strettamente economico ma dal punto di vista politico la questione invece riveste un certo interesse perché anche sul senso di queste decisioni si deve basare la valutazione della politica che ha guidato (e ancora guida) questa gigantesca operazione di ingegneria politico-economica  dell'euro e dell'Europa più in generale e sulle possibilità che questa stessa politica ha di trovare una soluzione alla crisi attuale.

Qui le opinioni di alcuni economisti riguardo all'euro. Ora non so se tutti questi signori avessero "una teoria coerente costruita sulla base di un modello e di una conseguente verifica empirica" ma io, sprovveduto, tendo a fidarmi dei CV (compreso, perché no, quello del povero Bagnai che quantomeno risponde ai "requisiti Bisin"), confidando nel fatto che le opinioni espresse siano frutto di lunghi studi di vasta letteratura in merito.

Il problema però, ripeto, è politico: un numero così alto di economisti (e così qualificati) ritiene che l'euro non sia una buona cosa (per usare un eufemismo), qualcuno di voi si ricorda che all'epoca la cosa sia stata portata in qualche modo nel dibattito politico? (oh, magari mi ricordo male io...). La mia non è certo un'accusa agli economisti anche se mi domando perché, ammesso ci sia stato veramente un così largo consenso sul rischio dell'operazione, non si sia "gridato" un po' di più (Alesina lo fece). Spero però si capisca che la questione non è di secondaria importanza (pur non attenendo esclusivamente alla scienza economica pura). Vi ricordate qualcuno che abbia detto "attenzione è un grandissimo rischio entrare nella moneta unica" o perlomeno "assumiamoci questo grandissimo rischio, la ricompensa sarà...!" (già, quale sarà? Anche questo non è chiaro, perlomeno a me ma è un altro problema). In UK pare che questo a suo tempo sia avvenuto e si è deciso di non entrare nell'Euro, secondi alcuni hanno fatto bene a seguire il consiglio di molti economisti (mi interesserebbe sapere l'opinione dell'autore in merito, ha fatto bene o male UK a non entrare?).

 

Riguardo invece all'euro-exit l'impressione è che nessuno sappia bene cosa succederebbe a una rottura del sistema, ricordo peraltro che la proposta di Bagnai non è tanto "usciamo dall'euro" quanto "gestiamo l'uscita dall'euro piuttosto che subirla" perché si da per scontato che comunque l'area valutaria comune, volenti o nolenti, si romperà (è l'unico a sostenerlo?)

Qui si danno alcune "ricette" e si fanno alcune considerazioni, immagino del tutto insufficienti per una reale valutazione dei problemi posti. Certo la domanda ironica viene da porla: se non si sono ascoltati gli economisti quando si entrava nell'euro perché mai bisognerebbe ascoltarli quando se ne vuole uscire? Forse la soluzione è seguire il consiglio del buon vecchio René Ferretti :-)

 

  1. http://www.policyexchange.org.uk/images/WolfsonPrize/wolfson%20economics%20prize%20winning%20entry.pdf
  2. http://www.policyexchange.org.uk/images/WolfsonPrize/wep%20shortlist%20essay%20-%20jonathan%20tepper.pdf
  3. http://www.latribune.fr/getFile.php?ID=5314959

 

La domanda non ironica invece è: c'è o non c'è un largo consenso sui rischi e i problemi che un'area valutaria come l'Euro pone? Se, come mi sembra, c'è perché non prendere seriamente in considerazione ANCHE l'ipotesi di uscita ("rottura", "riforma" ecc.) dell'area valutaria valutando costi e benefici? E' possibile che i costi siano maggiori dei benefici ma è così evidente da non richiedere lo sforzo? (ve l'ho detto, io sono uno sprovveduto, se mi dite che è così mi fido, poi mi rimane il problema se fidarmi anche di quelli che è dicono sia evidente il contrario però :-) ).

Rimane l'impressione che si voglia utilizzare la crisi per obbligare il paese a fare delle riforme forse comunque necessarie e forse causa principale di suoi antichi problemi e che ci sia il timore che passi il messaggio semplicistico "è tutta colpa dell'euro" (cosa peraltro non sostenuta da molti euro-exiters) però il messaggio oramai ha tanta più possibilità di passare quanto più NON si parla dei problemi che l'euro crea e ha creato e delle possibili soluzioni.

Il caso della Spagna per me è particolarmente lampante perché il forte afflusso di capitali e il credito facile c'è stato, non c'è stata crescita asfittica della produttività, tutti i compitini a casa fatti.  Non capisco quali diavolo di riforme si possano ragionevolmente chiedere a questo povero paese, al contrario dell'Italia, per poter uscire dalla crisi dopo 6 anni di disoccupazione crescente e altissima, forte riduzione dei salari,  sistema bancario e creditizio allo sfascio, tagli alla spesa pubblica, e (nonostante questo) incessante aumento del debito pubblico e indebitamento con l'estero. E' vero o no che stanno pagando la crisi con più disoccupazione e più riduzione dei salari a causa della rigidità del cambio? E' chiaro che in passato la Spagna sarà anche stata fortemente beneficiata dall'Euro ma è sostenibile questo gioco?

 

 

 

 

Buonasera,

Condivido le Sue perlessita', ed il Suo approccio mentre sono sinceramente stupito a fronte
1) di certo gusto per la sprezzatura che traspare da certi commenti, o dalla pertinenza del richiamo al currency board di Hong Kong!!!!! a fronte del solo fatto che uno Spagnolo non parla Tedesco....come si fanno a riallocare i lavoratori? Corso accelerato di tedesco, o cinese?

2) di certo gusto per la sprezzatura che traspare da articoli sui 'trenini a vapore' che non dicono quanto serve a trasformare i treni a vapore in treni a reazione e se l'Italia sara' ancora in piedi, quando il ciclo sara' compiuto.
Mai fatto un viaggio dalle parti di Napoli, Reggio Calabria, o nelle altre 9/10 regioni in profondo rosso…

Inoltre, a fronte di questo, rimane il fatto che gli unit-labour costs tedeschi sono cresciuti di 7-8%, 30% in Italia, 35% in Spagna and 42% in Grecia, e lo stesso Claude Juncker disse: “We all know what to do, we just don’t know how to get re-elected after we have done it.”

Forse mi sfugge qualcosa, ma l'esito piu' probabile sara' una DOLOROSISSIMA integrazione 'stealth' con standard di vita ridotti, tassi di disoccupazione alle stelle, che in alcuni paesi si avvicinano al 30% e al 50% per le persone sotto i 25 anni, crescente instabilità, disordini sociali e conflitti.

Non per mancare di rispetto, e fuor di polemica, ma preferisco affidarmi alle NOTE diagnosi di A.Sen, Spinelli, ed Alesina, specialmente in fase di crisi strutturale a livello Mondiale, piu' che ad una mera refutazione tecnica della tesi euro-exit.

Si consideri, infine, quanto segue: EU Commission 2012 State Aid Scoreboard. between October 2008 and December 2011, all 27 EU states provided banks alone with Euro 1.6 trillion in assistance (around 13% of EU GDP) for liquidity support, capital and removing impaired assets from balance sheets. Since 2011, further assistance has been provided to banks. There was additional assistance provided by the ECB and IMF to banks and nations. If these are included, then the total amount of assistance to date approaches Euro 3.5 trillion (30% of EU GDP), around Euro 7,000 for every EU citizen.
7k per capita.

ARMARE IL BAZOOKA ECB, e trovare il modo (es. Bossone, o vari contributi circolati) per fare affluire liquidita' all'economia reale.

Eurozona= if you stay the beast will eat you, if you run the beast will catch you........a trazione Germanocentrica

mi scusi ma io invece non condivido quello che ha scritto Lei, non condivido il modo di affastellare tante cose diverse in un commento, lasciando intendere ma senza porre questioni precise, soprattutto non condivido il modo di intervenire: non può scrivere pensando che chi scrive su questo blog non abbia presente meglio di Lei le varie questioni a cui accenna, meglio sarebbe porre delle domande anche se critiche.

Se anche nei miei commenti ci possono essere tante cose diverse è perché ho delle difficoltà a capire e a formulare delle domande che possano chiarirmi le idee, non perché penso di aver capito tutto e mi interessa dire che sono d'accordo con Krugman invece che con Monacelli (direi che con chi sono d'accordo io interessa solo me, quindi cerco di non scriverlo sui blog altrui :-) ).

Rispondo in merito alla questione "opinione degli economisti" vs. scelte politiche. Ma tu credi davvero che le opinioni degli economisti contino qualcosa nella testa dei politici, o nel pubblico in generale?

Dai un'occhiata a questa interessante inchiesta di NPR. Hanno cercato quali fossero alcune misure sulle quali economisti di diverso orientamento  politico potessero trovarsi d'accordo, e le hanno proposte al pubblico. Ebbene, non solo nessuna di queste riforme si trova all'ordine del giorno, ma il pubblico intervistato sembrava sconvolto. Proposte del tipo: eliminare tutte le deduzioni e detrazioni, a partire da quella sull'interesse sui mutui, eliminare la tassa sui redditi d'impresa, tassare di piu' la benzina, etc... Sapienza e zingales ne hanno poi fatto uno studio approfondito confermando che economisti e pubblico non la pensano allo stesso modo. 

so bene che i poveri economisti non contano poi granché altrimenti non sarebbero costretti a fondare partiti! :-)

Tuttavia sono sicuro che, per quanto obliqua e imperfetta, esista una catena di trasmissione dal mondo della ricerca economica a quello della politica. Non mi riesce difficile pensare alle ragioni per cui, mettiamo, alcuni politici (non tutti!) ignorino le raccomandazioni di alcuni economisti (non tutti!) di ridurre la spesa pubblica, mi riesce più difficile capire perché tutti i politici hanno ignorato le raccomandazioni di moltissimi economisti (tutti?) di entrare nell'euro. Le domande poste da Zingales/Sapienza riguardano perlopiù o questioni controintuitive o questioni che pur beneficiando il sistema economico nel suo insieme toccano direttamente l'interesse di molti. Cosa aveva da guadagnare/perdere direttamente un italiano nel '94  ad essere pro o contro l'euro? Quale preconcetto andava a toccare? Era un dibattito squisitamente politico-economico (ma con pesanti implicazioni per il futuro). Politicamente quindi sarebbe utile capire perché si sia scelto di ignorare totalmente gli economisti che erano contro l'ingresso, Bagnai offre una spiegazione.

Questo senza contare che comunque è sempre esistito un certo numero di economisti che scrive sui giornali (vedi l'articolo di Alesina). Certo non mi aspetto che l'articolo di un economista cambi granché ma anche qui nessuno mi leva dalla testa che, se il tema era veramente così importante e se moltissimi economisti italiani avessero fatto più chiasso il tema sarebbe perlomeno entrato nel dibattito. L'esperienza di Bagnai da questo punto di vista insegna qualcosa, certo ha dalla sua parte il momento storico (la crisi e la ricerca di risposte) e una molto maggiore diffusione di internet ma ha veramente fatto tutto da solo al principio (senza contare l'università di provincia ecc.).

 

  1. Per ultimo è anche strano che nel momento in cui gli eventi sembrano confermare quanto detto da molti economisti all'epoca gli economisti stessi non perdano un po' più di tempo a dire "ve l'avevamo detto noi", il che non implica dire "usciamo dall'euro" né, ovviamente, essere ascoltati questa volta. Ho sentito per esempio varie volte Michele Boldrin dire che all'epoca era fortemente contrario all'ingresso nell'euro ma lo dice un po' "a latere", come se fosse una cosa senza importanza, ora capisco perché, perché dal punto di vista strettamente economico ora lo è, dal punto di vista politico secondo me non tanto.

 

 

“L'esperienza di Bagnai da questo punto di vista insegna qualcosa, certo ha dalla sua parte il momento storico (la crisi e la ricerca di risposte) e una molto maggiore diffusione di internet ma ha veramente fatto tutto da solo al principio (senza contare l'università di provincia ecc.)”.

L’esperienza di Bagnai è interessante…lui parte sostenendo, correttamente, che tutti gli economisti del mondo sono d’accordo sul fatto che: a) l’eurocostruzione era sbagliata, e in caso di shock asimmetrici, ci sarebbero stati problemi; b) Le origini della crisi di Portogallo, Irlanda, Spagna non stanno tanto in una crescita del debito pubblico nel periodo pre 2008, ma nella esplosione del current/capital account a causa dei tassi troppo bassi nei paesi core, a cui è seguito il sudden stop post Lehman. E dice:”ragazzi, io non mi invento niente, io ripeto quello che i premi nobel dicono”. Che è correttissimo.

E allora, dove sta il problema? Il problema, a mio avviso, sta nel fatto che  il concetto “guarda che non sono teorie di Bagnai, lo sostengono tutti gli economisti internazionali” è stato esteso dalle truppe cammellate a qualsiasi opinione/concetto espresso dal professore. Per cui mi è capitato spesso di sentire dalle truppe che: tutti i piu grandi economisti del pianeta sostengono che l’euro è la causa unica dei problemi di BoP dei PIGS (quando crisi di BoP si verificano sia in regimi di cambi fissi che flessibili), che l’euro è la causa principale del declino della produttività italiana, che l’unica cosa economicamente razionale da fare è smontare l’euro (qui gli economisti internazionali, partendo da De Grauwe, sfiorano l’unanimità sulla posizione opposta), che i problemi dell’Italia sono identici a quelli degli altri PIGS (cioè debito pubblico irrilevante, mentre esplosione di debito estero e privato la causa principale della crisi – proprio Krugman di recente ha scritto che l’Italia non puo essere assimilita da questo punto di vista a Spagna/Co.), e via dicendo…

Ora, questa è solo la mia opinione personale…ma questa etichetta di “portavoce del pensiero economico, della scienza, della verità”, che (magari non per colpa sua, ma semplicemente grazie al tam tam delle truppe) ha finito per essere appiccicata a qualsiasi sua opinione, anche la piu strampalata, ha fatto la differenza. Anche perchè spesso queste opinioni sono molto vicine a quello che il 99% della gente vuol sentirsi dire...cioè che la colpa non è di nostra, ma dell'euro, della germania, della merkel, etc etc.Pertanto trovo questa esperienza molto pericolosa non solo economicamente, ma anche politicamente. Ripeto, puo darsi che questo non fosse il suo intento e la cosa (causa truppe) gli è un po sfuggita di mano...ma il problema rimane: il successo di pubblico è, secondo la mia umile opinione, legata al fatto che opinioni del tutto personali vengano in qualche modo recepite come il pensiero degli economisti piu illuminati.

sono d'accordo su alcune cose ma delle due l'una: o nessuno sta a sentire gli economisti e questi sono totalmente irrilevanti per le persone e per la politica o invece hanno un peso, in ogni caso le tue considerazioni avallano la mia tesi e cioè che un qualche peso l'abbiano.

Quanto alle truppe cammellate, per quanto fastidiose, sfido chiunque qui a sostenere che fenomeni simili non accadessero anche con le proposte di Fare, è proprio perché le proposte degli economisti arrivano nel dibattito politico che vengono spesso esagerate o distorte fino ad essere stravolte, fa parte del gioco. 

Proprio per alcune delle considerazioni che fai tu dico che non sarebbe male avere un altro post, meno tecnico e più generale, che sfati una serie di certezze delle truppe cammellate.

lui parte sostenendo, correttamente, che tutti gli economisti del mondo sono d’accordo sul fatto che: a) l’eurocostruzione era sbagliata, e in caso di shock asimmetrici, ci sarebbero stati problemi

Cari M. Piccinato e PJ,

lasciando stare il fatto ovvio che quando ci sono shock negativi (ma anche positivi) ci sono sempre problemi, non è corretta per niente l'affermazione che "tutti gli economisti del mondo" sono d'accordo sul fatto che "l'eurocostruzione era sbagliata". Almeno nel senso di strutturalmente sbagliata. Per usare la tassonomia di Dornbusch, prima dell'euro tra gli scettici c'erano tre categorie: quelli del "it can't happen", quelli del "it's a bad idea", e quelli del "it won't last". Tra questi economisti scettici, molti usavano argomenti da politologi anziché economici, mentre altri usavano gli Usa anni 90 come benchmark per le analisi di costi benefici delle optimal currency area applicata all'Europa. Naturalmente c'erano tra gli economisti scettici anche quelli che hanno poi cambiato idea (per poi alcuni ricambiarla di nuovo),  ma c'erano anche prominenti euro entusiasti. Ora col senno di poi ci sono anche quelli del "cosa fatta capo ha".

a posteriori non vedo grandi differenze tra "it's a bad idea" e "it won't last" dando per scontato che la fine di una cosa del genere non può essere senza conseguenze, se non ricordo male Dornbush stesso era una somma delle due. A voler pensare male quelli del "it can't happen" potrebbero aver pensato "non possono essere così scemi" :-) (scherzi a parte, avrebbe un qualche link di riferimento per questa tassonomia?)

Per il mio ragionamento (vd. commenti precedenti) non fa molta differenza, la quantità e autorevolezza dei pareri (compresa quella dell'autore di questo post e credo quella di alcuni membri di NFA!) è piuttosto consistente.

Buon ultimo (perlomeno nelle mie scoperte) Luigi Zingales che avalla anche la tesi della "premeditazione", come Bagnai: http://tagli.me/2012/12/19/1932/. Ci dovrebbe essere anche un video su youtube dove Zingales si mostra piuttosto indignato.

Qual è il punto?  è veramente importante sapere chi sosteneva cosa all'epoca?

Preferisco rimanere ai dati di fatto. E'  un dato di fatto che l'euro ha fatto risparmiare una montagna di soldi in spesa per interessi soprattutot ai paesi mediterranei (prima che parta il mantra di B&B ricordo che le obbligazioni greche sono arrivate a rendere meno di quelle UK). I due post di Monacelli dimostrano che l'euro non c'entra nulla col calo di produttività e basta leggere i giornali di questi giorni per rendersi conto che k inflow+sudden stop avvengono anche con una moneta propria.  Malgrado queste evidenze, ancora si propone eurexit+svalutazione cioè, tralasciando l'uscita che è sempre più evidente che non si ha la minima idea del meccanismo, intervenire su un qualcosa che NON è causa della crisi. Francamente assurdo.

scusa per il ritardo nella risposta ma sono in una zona del profondo sud dove internet arriva in relazione alle condizioni atmosferiche. Oggi è il giorno buono. In più non ho capito bene la domanda sulla tassonomia. Provo: vai su google, digita "dornbusch" and "euro controversy" e trovi i riferimenti che cerchi più qualcosa extra che può esserti utile.  Comunque, come per i matrimoni, it's a bad idea è molto differente  da it won't last, sopratutto dopo quasi 15 anni di matrimonio.

Grazie per la risposta, forse non mi sono espresso bene per la voglia di sintetuzzare troppo. Con “eurocostruzione sbagliata” volevo semplicemente dire che molti economisti dell’epoca ci mettevano in guardia su uno dei possibili “costi” dell’impianto dell’eurozona, vale a dire quelli legati al verificarsi di shock asimmetrici in assenza di meccanismi di loss sharing/rebalancing. Con questo non volevo dire ci fosse unanimità nel ritenere che Eurozone fosse una bad idea e che quindi non dovesse essere implementata, anche perche accanto a questo (ed altri) costo, c’erano tutto un insieme di benefici (primo fra tutti, come dice il professor Monacelli, la possibilità di “importare credibilità” per paesi come l’Italia). E come sosteneva Roubini nel 2006:” In conclusion, my view is that EMU can work and has worked for the Eurozone countries that have reformed and are reforming.  But, unless Italy and other Eurozone laggards change their policies to pursue serious economic reforms that restore competitiveness and growth, they will eventually be forced to exit EMU. This would be a disaster but a disaster that may become unavoidable unless policies change. And I am currently pessimistic about the chances that such changes may occur given the policy makers and policies currently in place in countries like Italy”

Ma forse con il mio post volevo mettere piu l’accento sulla situazione attuale italiana. E cioè sul fatto che siamo invasi da una truppa di esaltati squadristi che al grido di “guarda che tutti gli economisti del mondo la pensano cosi, quindi statti zitto, co**ione traditore della patria” sostengono tesi strampalate e francamente pericolose per il paese.  Non inquadrano la crisi Eurozona nel contesto delle politiche monetarie implementate a seguito della tech bubble, non prendono in considerazione gli effetti sulla domanda globale di un EUR break up (anzi, spesso si sentono tirate nazional popolari del tipo “noi ci guadagnamo e lo mettiamo in quel posto ai tedeschi”, perdendo di vista che eventuali ripercussioni negative per un paese come la germania ci tornano indietro come un boomerang), considerano l’euro la causa di ogni male generato da cattive politiche nazionali (calo di produttività in testa), portano sempre l’esempio del 92 per sostenere che svaluatazione non causa inflazione, dimenticandosi di spiegare il perchè nel 92 la svaluatazione non ha generato inflazione, e chi ha “pagato” per questo risultato (a parte che ancora non riesco a capire come un prof di economía possa dire: non ci sarà inflazione perchè neppure nel 92 ci fu…alla faccia della scienza). Potrei continuare per ore ad elencare tutte “le verità assolute sostenute da tutti i premi nobel e sapientemente divulgate dalle truppe”…io francamente sono un po preoccupato da questo squadrismo. Spero condividiate la mia preoccupazione.

 

molti economisti dell’epoca ci mettevano in guardia su uno dei possibili “costi” dell’impianto dell’eurozona, vale a dire quelli legati al verificarsi di shock asimmetrici in assenza di meccanismi di loss sharing/rebalancing

a me sembra un po' più che "mettere in guardia", comunque non mi sembra poco. Mi impressiona anche leggere l'opinione di Luigi Zingales nel 2012 (http://tagli.me/2012/12/19/1932/).

Il punto della questione, che a me sembra rilevante, è se il problema fosse prevedibile e il significato politico di assumersi un rischio (per alcuni una certezza) così forte senza un adeguato dibattito pubblico, che in altri paesi (UK) c'è stato, dando adito a decisioni diverse. Inoltre la mancanza di un adeguato monitoraggio e intervento da parte della UE per scongiurare il verificarsi del problema (o attenuarne le conseguenze), se fosse stato così prevedibile gli strumenti comuni si potevano preparare prima.

 

my view is that EMU can work and has worked for the Eurozone countries that have reformed and are reforming

Tipo la Spagna appunto (ah... che bello il 2006 :-)) Faccio notare che il thread è partito da un commento che ha per titolo "Spagna", che riforme gli facciamo fare a questi spagnoli che quelle chieste all'Italia le avevano già fatte prima? che il debito pubblico era basso, che la giustizia funzionava, che la pressione fiscale era più bassa, che i servizi pubblici funzionavano ecc. 

 

La parola "squadrismo" mi sembra veramente eccessiva, non vedo Farinacci in giro. Vedo gli eccessi e le intemperanze e sono il primo a cui danno fastidio ma purtroppo questo accade anche per le idee che possiamo ritenere giuste, chi vuole far entrare certe idee nel dibattito politico deve fare informazione ma anche propaganda, spesso il limite tra le due non è così chiaro né si ha il controllo su chi recepisce le idee. 

La mia idea è che forse è proprio il non aver parlato di questi temi (e il non parlarne diffusamente e e correttamente ora) che può alimentare ancora di più tesi tipo "usciamo dall'euro e tutto si risolverà".

 

No, in quel (per noi

PJ 26/8/2013 - 19:00

No, in quel (per noi italiani, tristemente) noto discorso a Davos del 2006, il Paese che stava facendo le cose giuste, secondo Roubini, era la Germania. Ho semplicemente portato ad esempio quel discorso in quanto Roubini fa una bella sintesi  delle diverse posizioni in ámbito accademico in merito all’euro . Al tempo stesso metteva in evidenza come il progetto EURO stesse prendendo una piega sbagliata a causa dei ritardi di alcuni Paesi nell’attuare riforme (Italia, Grecia, Portogallo,..), e della mancanza di meccanismi a livello centrale che rendessero meno “painful” nel breve termine la implementazione di tali riforme. Tutto qui. Volevo solo portare un esempio di come il dibattito fosse un po meno a senso único di come si voglia far credere, e non certo per dire se Roubini avesse ragione o torto, visto che non ne ho le competenze.

Ma non è questo il punto su cui volevo porre l'attenzione col mio primo post (cosi come non lo è il fatto che Spagna e Irlanda, pur avendo compiuto errori di política economica evidenti, hanno avuto una storia completamente diversa da Italia e Portogallo dal 1998 ad oggi, dal momento che, nonostante la recessione degli ultimi anni, hanno visto il loro PIL crescere a tassi superiori rispetto a Francia e Germania nel periodo 1998-2012, ed il loro PIL per capita crescere a tassi suepriori rispetto alla media UE. Italia e Portogallo sono cresciuti meno dei Paesi core negli anni di espansioni, e sono caduti piu dei paesi core durante gli anni di declino). Il punto che mi sta a cuore è sapere se per voi significa fare propaganda utile per il Paese spacciare le proprie opinioni personali come le opinioni di tutti i massimi esperti di economía a livello mondiale, guadagnarsi credibilità nei dibattiti televisivi spacciandosi per economisti quando non lo si è, andarsene in giro per i vari blog insultando chi si permette di dissentire dal “verbo”, etc etc…tutto questo fa bene al dibattito político-economico? Sta aiutando l’italiano medio a capire i motivi per cui l’italia si trova nella situazione in cui si trova? Hai ragione, lasciamo stare termini come “squadrismo” (virtuale, s’intende)…ma la preoccupazione rimane..grazie come al solito per la risposta 

voi

Martino Piccinato 27/8/2013 - 11:22

 

se per voi 

voi chi? Per quanto mi riguarda non sono una "truppa cammellata", non ho mai fatto nessuna delle cose che elenchi e penso anche piuttosto male di chi le fa, dico solo che purtroppo sono fenomeni che si osservano per tutte le proposte politiche "forti" e mi sembra iniquo rilevarlo solo per gli euroexiters.

Se le mie domande in parte ricalcano delle argomentazioni "euroexit" è solo perché alcune per me sono convincenti (o quantomeno non mi sembrano folli come alcuni dicono) ma proprio perché capisco poco di economia cerco di avere delle risposte che non sono in grado di trovare da solo. Devo dire che è molto difficile farlo sia per i fenomeni che riporti tu ma anche per una certa "ritrosia" nell'altro campo ad occuparsi di certi temi (perlomeno questa è la mia impressione). Può essere che effettivamente questi temi siano irrilevanti o, peggio, dannosi per una comprensione di ciò che accade (a me non sembra) ma, volenti o nolenti, stanno entrando sempre di più nel dibattito politico quindi in un modo o nell'altro bisognerà occuparsene.

Tranquillo, per „voi“ intendevo semplicemente le persone che stavano partecipando alla conversazione. Mi era chiaro dal primo tuo post che non appartieni certo alle truppe cammellate. A me non pare che ci sia stata „ritrosia“ nell’affrontare l’argomento. Praticamente tutti  hanno detto la loro sul tema.  De Grauwe, Roubini, lo stesso Soros…spesso vengono citati dai leader delle truppe per le loro analisi della situazione dell’eurozona…e sulla base di quelle analisi, giungono a tali conclusioni:

a)    Paul De Grauwe (marzo 2013): “Chiunque avalli l'uscita dell'Italia dall'euro si porterà la responsabilità di aver causato una spaventosa destabilizzazione globale, con effetti e durata imprevedibili ma sicuramente pesanti e non brevi”; “Potrebbe anche essere che dopo due-tre anni o forse più, si riesca alla fine a trarne vantaggio. Ma il problema è che nel frattempo ci sarebbe un aggravamento a picco della recessione in Italia con impennate dei tassi, inflazione alle stelle e moti di piazza sempre più violenti. Anche le tensioni internazionali crescerebbero verticalmente. Insomma l'operazione è troppo rischiosa, è un passo che non si può fare perché l'azzardo supera grandemente i possibili futuri benefici».

b)    Nouriel Roubini (gennaio 2006): “unless Italy and other Eurozone laggards change their policies to pursue serious economic reforms that restore competitiveness and growth, they will eventually be forced to exit EMU. This would be a disaster (…)“

c)    Paolo Manasse (gennaio 2013): “A questo punto una rottura dell’Euro avrebbe costi molto alti. I paesi che uscissero tornando ad una moneta nazionale vedrebbero una fortissima perdita di potere d’acquisto per le famiglie poiché le monete nazionali si svaluterebbero di molto, del 30-50% e l’inflazione salirebbe, erodendo il valore di salari, pensioni e stipendi, i depositi sarebbero riconvertiti forzosamente nelle nuove monete, e dunque ne uscirebbero dimezzati; i governi perderebbero l’accesso ai mercati internazionali e dovrebbero dichiarare la loro insolvenza ristrutturando il debito pubblico e riconvertendolo in moneta nazionale; molte banche fallirebbero perché i loro investimenti in titoli di stato perderebbero valore, mettendo a rischio i depositi dei cittadini, e riducendo ancor più i prestiti alle imprese; con minori consumi e minor credito molte imprese fallirebbero e ci sarebbe una recessione e disoccupazione molto elevata, che potrebbe però essere compensata dall’aumento delle esportazioni dovute alla svalutazione”.

d)    Geoge Soros (maggio 2013): “If Italy tried to leave the euro, it would have to default on its debt, which would be catastrophic not only for Italy, but for all of Europe and even for the global financial system

 

Il dibattito è aperto e molto stimolante, tra persone che non appartengono a una “parte”, ma che analizzano le cose e si formano un opinione, e che sono pronte anche a cambiarla.

C’è invece “ritrosia” nel dialogare con i leader delle truppe cammellate. Ognuno la puo pensare come vuole, ma come si fa a dialogare con gente che sostiene di essere quello che non è per mettersi sullo stesso piano di credibilità del proprio interlocutore di fronte a gente che non ha i mezzi e il tempo per approfondire? o con chi sostiene che chi si oppone all’uscita dall’euro è un nemico della patria, o un mezzo imbecille che ignora i suggerimenti di economisti e premi nobel?

a me al momento interessa di più capire se la diagnosi di Bagnai è corretta e condivisa e fino a che punto, non la terapia (uscire dall'euro). La questione è complessa, l'Italia potrebbe essere un caso particolare e io non sono competente in materia, sono lento a capire e vado passo passo :-)

 

Riguardo l'uscita dall'euro l'impressione (superficiale) è che nessuno sappia bene cosa potrebbe accadere. D'altro canto le terapie alternative (controllo K-flows, trasferimenti ecc.) sembrano divise tra ricerca di frontiera (controllo k-flows in area valutaria comune) e impossibilità politica (trasferimenti). Bagnai sembra dire: è un evento ineluttabile perché reali alternative politicamente realizzabili in tempi ragionevoli non ce ne sono, le alternative sono comunque incerte, prendere tempo non fa che peggiorare la situazione, cerchiamo di gestire al meglio quello che comunque poi  accadrà (avendo fatto più danni quanto più si aspetta), cosa che peraltro è diversa dal dire "usciamo dall'euro e avremo risolto tutti i nostri problemi".


Del resto arrivare a una situazione del genere, arrivare ad una crisi che obbligasse a prendere determinate decisioni (che non è detto saranno poi quelle auspicate...), se ho capito bene, era l'obiettivo di chi ha ideato l'euro. Alla faccia di chi dice che l'economia non sa fare previsioni, magari non sa come mettere la pallina sul piano inclinato ma una volta che la pallina c'è stata messa... :-)

Questo secondo me implica tutto un altra serie di importanti problemi politici.

 

Riguardo alla difficoltà di avere un dibattito utile e comprensibile non posso che essere d'accordo con te, tuttavia l'opera di divulgazione fatta da Bagnai (indipendentemente dal fatto che abbia ragione o meno) è veramente imponente e, nonostante il grande impegno di Monacelli, non è possibile (dal punto di vista strettamente divulgativo) affrontare così tanti temi/argomentazioni in soli due post. A mio modo di vedere sarebbe anche un'occasione molto utile per confrontarsi con un differente modo di vedere l'economia (perché sinceramente è difficile non pensare che questo sia anche uno scontro tra due diverse "scuole").

 

qualche spunto..

PJ 28/8/2013 - 12:15

In fatto di diagnosi, come dici tu, ne ha fatte tante e su tante argomenti…e molte (non tutte) queste diagnosi tendono ad andare nella direzione opposta rispetto a quello sostenuto da molti studiosi della materia. Non è mio obiettivo voler confutare in poche righe tutte queste diagnosi, ma spero possano essere uno spunto interesante qualora voglia reperire mateeriale specialistico sugli argomenti:

a)      L’euro è la principale causa della perdita di produttività italiana: questo lo sostiene praticamente solo lui e il suo amico che scrive su Il Giornale. Argomento buono per aizzare le folle, ma privo di ogni fondamento.

b)      L’italia, come Spagna e Irlanda, sta vivendo una crisi di bilancia dei pagamenti causata dall’euro: il debito pubblico non c’entra, l’origine della crisi sta nell’esplosione del debito privato finanziato con capitale estero: falso. Questa diagnosi, corretta per Paesi come Spagna e Irlanda (anche se , come abbiamo visto, l’euro non è la sola e piu importante cause del capital flight&sudden stop, che ha interessato anche paesi con cambi flex) non lo è per l’italia (Krugman dice: “Italy is often grouped with Greece, Spain, etc. in discussions of the euro crisis. Yet its story is quite different. There were no massive capital inflows; debt is high, but deficits aren't”). L’evoluzione del current account italiano e della posizione finanziaria netta dell’italia non ha niente a che vedere, per dinamica e dimensioni, con quella dei PIGS. Il CAD è peggiorato di pochi punti percentuali, mentre nei PIGS ha toccato il -10% o -15%! (non si puo certo parlare di “crisi”, ed il peggioramento è stato dovuto il larga misura all’evoluzione del prezzo del petrolio ed alla perdita di quote di mercato su beni a basso valore aggiunto per la concorrenza dei paesi emergenti, e non da attacchi imperialistici tedeschi a suon di tagli di stipendi. Vai a dare un’occhiata al trade balance italiano UE ed exUE, cosi come al trade balance con energía e senza energía, cosi come alla composizione merceologica degli export italiani e tedeschi,  e ti accorgerai di questo).

Lo stesso vale per gli afflussi di capitale per finanziare debito privato,che sono stati quasi inesistenti: l’italia ha un debito estero netto di 15% o giu di li, i PIGS han toccato picchi di 80% e 100% (il debito totale dell’italia è molto piu basso di quello dei PIGS ma sbilanciato nella sua composizione sul debito pubblico, la quota finanziata dall’estero è pure bassa e concentrata nel debito pubblico…il trigger della crisi è stato causato dal fatto che l’elemento di vulnerabilità italiano risiedeva nell’alto debito pubblico italiano finanziato in parte da capitali esteri e dalle banche nazionali. Col sudden stop after Lehman, i capitali esteri che finanziavano il debito PUBBLICO sono stati richiamati, causando problemi al settore pubblico che sono arrivati poi a catena alle banche – piene di titoli di stato ­- e al settore privato. Il meccanismo è l’esatto opposto di Spagna e Irlanda: con il sudden stop due to Lehman, i problemi di leverage del settore pubblico si sono trasferiti al settore privato, e non viceversa).

c)       La germania sta segando il ramo su cui è seduta: i PIIGS, a causa dell’austerità, vedranno le proprie importazioni dalla germania crollare, trascinando il modello imperialista nel báratro: questa la stiamo vivendo live. Causa austerity, tutti i PIGS + Italia hanno current account close to flat o positive. E la Germania? Il current account è piu o meno sempre quello, attorno a +7%. Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda…messi assieme arrivano si e no al 5% degli export tedeschi, i quali hanno rapporti piu stretti con turchia, polonia, svizzera…ma come si fa a credere alla favola che il successo commerciale tedesco è basato sulla vendita di BMW e mercedes a cambi favorevoli in grecia e portogallo?!?! L’evoluzione dei current account sopra citata mostra che questa, appunto, è una favola.

d)      L’uscita dall’euro, con il conseguente deprezzamento della valuta, consentirebbe un miglioramento cíclico dei tassi di crescita italiani grazie alla dinámica degli export, che a sua voltarenderebbe meno painful il processo di riforme che l’italia deve fare: gli economisti citati nel post precedente, esprimono dubbi al riguardo, ed anzi sostengono che l’euro exit, proprio perchè non gestibile in modo ordinato (altra favole degli euro exiters), aggraverebbe la recessione. Nel suo blog, BAgnai citava un paper UE come la prova scientifica della sua posizione, mostrando come l’elasticità degli export italiani al prezzo è molto alta, e quindi una svalutazione farebbe volare gli export. Giusto. Ma quel paper (a differenza del suo blog) riportava anche la elasticità degli export alla domanda globale. In caso di euro exit non si ha solo fx depreciation, ma anche caduta della domanda globale, a detta di molti esperti. In Lehman abbiamo visto quale effetto ha prevalso. Quindi ci andrei con le pinze a dire che svalutazione = export boom.

Scusa se mi sono allungato troppo. A queste si aggiunge poi la favola del debito pubblico italiano colpa del divorzio, che è quella che mi piace di piu…J ma magari un’altra volta…:-)

tasto like

marcodivice 28/8/2013 - 13:13

lo so sono pedante, ma rinnovo la richiesta del tasto like :)  qui andrebbe premuto a manetta.

se posso per il punto d, sarebbe simpatico se B&B descrivessero una procedura credibile per evitare il collasso del sistema bancario durante la transizione visto che per l'uscita partono dal presupposto della fine dell'euro come moneta.

Alcuni commenti, in realtà (a) lo sostiene solo Bagnai, a Borghi non interessa (b) è una considerazione che conoscevo ma io sono interessato ai problemi di tutta l'Europa, non solo dell'Italia (la povera Spagna...), tieni presente che quando Bagnai si riferisce all'"Euro" credo si riferisca all'intero sistema quindi anche all'assenza di sistemi di monitoraggio/controllo circolazione capitali, (c) e (d) molto interessante, cercherò di approfondire.


Tutti gli spunti sono molto interessanti, alcune cose le conoscevo, altre no. Tutto questo non fa che confermarmi nell'idea che ci sia bisogno di un dibattito più esteso, non si può pretendere più di quello che fai tu in un commento (comunque mi hai dato di che studiare per un po' :-) ).

Prego,  figurati.

a)      Avevo inserito Borghi perchè in una trasmissione TV  (con Boldrin in collegamento, e vi lascio immaginare la sua faccia ascoltando ste robe..:-)) si lancio’ in una sparata del tipo “ma basta vedere la línea della produttività sul grafico…da quando siamo entrati nell’euro…línea piatta”…ossignur…comunque non è rilevante.

b)      Si, hai ragione, è l’intera costruzione dell’eurozona che deve essere oggetto di analisi per poter capire quali siano le decisioni migliori da prendere, non c’è dubbio. Volevo solo sottolineare che nel blog di Bagnai si prende sistemáticamente in giro chi, a suo modo di vedere, non si rende conto che in Italia “il debito pubblico non c’entra, è tutto un problema di debito privato finanziato con massicci capitali proveniente dall’estero”..si trovano ad esempio frasi del genere:” Che l’euro ci ha messo in crisi perché ci ha costretto ad accumulare ingenti quantità di debiti verso l’estero, per finanziare un crescente deficit commerciale, per lo più verso i paesi del Nord, non lo dico perché sono “antitedesco”, come farfuglia qualche traditore. Lo dico perché, come accuratamente ripeto, nella mia totale, vacua, desolante assenza di qualsiasi originalità, mi limito a riportare le parole di tanti saggi e illustri colleghi, inclusi i padri dell’euro. Sono un nano sulle spalle di giganti. Dai piedi di balsa”. Krugman e mille altri economisti questi ingenti capitali esteri per finanziare debito privato non li hanno visti. Il gigante dai piedi di balsa in questione era Roubini. Puoi tranquilamente digitare in google “Roubini 2006 Davos” e leggere lo speech, quello con Tremonti special guest... secondo te, Roubini, ci disse che la colpa dei nostri mali era da cercare nell’euro e nella Merkel, o in qualche altro posto?

Grazie ancora per l’interessante discussione. E ovviamente condivido l’idea che è la costruzione dell’intera eurozona che debe essere analizzata e migliorata. Ma se si parte da una analisi sbagliata dei motivi per cui i vari Paesi stanno avendo difficoltà, dubito si possa arrivare a proporre soluzioni efficaci.  L’analsi della situazione di Spagna e Irlanda fatta da Bagnai in parte ricalca quella fatta da molti economisti. E’ l’utilizzo della stessa diagnosi per spiegare i problemi italiani che lascia basiti.

Scusa se ti annoio, dopo di questo smetto…J

Vorrei solo fare una precisazione, forse superflua. Tutta la discussione sulle poltiche monetarie piu giuste da adottare (euro exit si o no, manovre di tassi, liquidity injections, “gestione” del cambio) sono discussioni che riguardano esclusivamente la gestione della “ciclicità” dell’economia. Un conto, infatti, è l’aspetto cíclico della crescita economica, e la política monetaria puo essere d’aiuto, qualore ben utilizzata, per evitare overheating nelle fasi di espansione e accelerare l’uscita dalle recessioni. Un conto è la crescita strutturale dell’economia, cioè il tasso di crescita potenziale di un Paese “across the cycle”. Se il tasso di crescita potenziale dell’italia è tra i piu bassi all’interno dei Paesi ad esso paragonabili per livello di sviluppo e benessere (ed è questo l’argomento, a mio avviso, su cui bisognerebbe concentrare l’attenzione sia dal punto di vista del dibattito político che económico), questo dipende da scelte di politica económica, dalla costruzione di istituzioni economiche e sistemi di incentivi sbagliati accumuluti per decenni.  Ed è questa la vera emergenza. Un libro iluminante in tal senso è “Why nations fail. The orign of power, poverty and prosperity” di Acemoglu. Un affascinante viaggio a metà tra la macroeconomia e la storia economica alla ricerca dei fattori che accomunano I paesi che prosperano e che mancano nei paesi (e negli imperi) che sono entrati in declino. Per usare le parole dell’autore, «Extractive institutions » : questo deve essere il nostro nemico. Se non  lo sconfiggiamo, EUR o non EUR, non andiamo da nessuna parte. E depende solo da noi, non dalla Merkel.

"Bad Economics"

PZ 22/8/2013 - 22:17

Per ammissione di Bagnai, il c.d. "ciclo di Frenkel" è solo un adattamento divulgativo del ben più celebre ciclo finanziario kaldoriano. Sarebbe questa la teoria da smontare. Il ciclo kaldoriano è narrativo per natura, ma questo non è solo un male ma anche un bene. Se ho capito bene, il ciclo kaldoriano implicitamente assume mercati finanziari imperfetti, per cui non è chiaro come modellizzarlo teoricamente: un modello teorico (assente un paradigma robusto su cui costruire modelli di mercati finanziari imperfetti) può limitare la discussione. Ciò però non ne sminuisce comunque la potenziale validità empirica.

Del tutto d'accordo a discutere meglio e fare più ricerca sugli aspetti monetari e di capital flows, in particolare relativi a un'unione monetaria.

Se per validità empirica si intende la verifica in base ai fatti di un ipotesi l'ipotesi stessa che una svalutazione della moneta nazionale italiana possa avere effetti positivi sulla produttività e sulla competitività ( con la classe politica e la classe imprenditoriale attuale ) può essere discussa in base ai risultati di 20 anni di svalutazioni continue dal 1975 al 1995 e di spesa pubblica in deficit.
Tutto ciò in base alle teorie "politiche" da Bagnai è esattamente l'opposto della situazione successiva, ed è la situazione che propone come soluzione a tutti i problemi.
A me empiricamente sembra una grandissima stupidaggine.

Che palle

PZ 23/8/2013 - 20:39

Che palle, uno parla di economia, rapporto tra teoria e dati etc. e l'altro la butta sulla classe politica e imprenditoriale italiana.

Cazzo fateli voi i politici e gli imprenditori, che diventeremo tutti biondi perfetti efficienti e puliti e faremo tutti quanti telefoni fighissimi come nella Silicon Valley! (A me personalmente gli smartphones fanno schifo.) Che poi questo è pure un modo inefficace per superare i limiti che effettivamente le nostre classi dirigenti hanno.

A leggere certi commenti sembra sempre più che Bagnai abbia ragione: la difesa di un ordine macroeconomico inadeguato e inefficiente ha il solo fine di orientare le scelte politiche interne, il tutto supportato da una falsa propaganda moralisticheggiante.

(Non voglio entrare nel merito di dati e fatti, quelli sono a disposizione di tutti, altri lo hanno fatto al mio posto.)

Cioe' bisognerebbe ora smontare una teoria descrittiva della quale nessuno e' ancora riuscito a costruire un modello formale coerente?

L'attaccamento di molti a quanto dicevano economisti (per quanto bravi) un secolo o piu' or sono non finira' mai di stupirmi. 

 

assente un paradigma robusto su cui costruire modelli di mercati finanziari imperfetti

ma è vero??

Questo commento è ridicolo e patetico. Quindi le idee di Smith e Keynes non avevano rilevanza solo fino a che nessuno ha dimostrato il FFWT con la topologia o non ha formalizzato il modello IS-LM e successivi.

Senza tenere in considerazione: a) l'aspetto sociologico della professione economica, in cui la ricerca esterna ai paradigmi principali è scoraggiata; anche perché b) tentare di farlo ad es. superando il paradigma di razionalità (approccio bounded rationality a la Rubinstein, non l'approccio di preferenze flessibili a la M. Rabin) è enormemente difficile, e giustamente un economista che vuole avere la tenure e tutto il resto preferisce lavorare proseguendo su strade sicure.

E qui vengo al commento di M. Piccinato: modellizzare formalmente gli insights di Keynes e Kaldor su "animal spirits" ed eccessiva euforia nei mercati finanziari è impossibile, dato lo stato attuale del paradigma neoclassico, senza entrare in questioni concettuali e potenziali contraddizioni a non finire (questo il senso del mio commento di sopra). Chiaramente, tentativi esistono, cercando di riconciliare varie cose insieme; ma in ogni caso non sono inclusi nei modelli macroeconomici prevalenti.

modellizzare formalmente gli insights di Keynes e Kaldor su "animal spirits" ed eccessiva euforia nei mercati finanziari è impossibile, dato lo stato attuale del paradigma neoclassico, senza entrare in questioni concettuali e potenziali contraddizioni a non finire (questo il senso del mio commento di sopra).

 

Sarebbe interessante una tua opinione informata sulle contraddizioni in questo paper (forthcoming su una rivista eterodossa, Econometrica).

Ho letto il paper velocemente: mi pare far parte dei "tentativi che esistono, cercando di riconciliare varie cose insieme" - una cosa che chiaramente si può permettere Angeletos meglio di altri. In ogni caso, noto che:

- il modello è basato su quello delle isole di Lucas, che non mi ha mai convinto in quanto a realismo e applicabilità, davvero riduzionismo da economisti portato all'estremo;

- non ci sono mi par di capire intertemporal assets markets, e l'intera idea degli animal spirits e dei sentiments è relativa allo scambio intertemporale, invece qui questi vengono trattati essenzialmente come belief shocks rispetto alle primitive di t = 0;

- l'adattamento a un modello RBC è semplicemente una riformulazione del modello RBC di base con una differente forma di shock esterno, non c'è un'innovazione sostanziale;

- in ultima analisi, nulla del paradigma corrente viene messo in discussione: si gioca semplicemente con delle equazioni inserendo uno shock in ciò che prima veniva "assumed away".

Vediamo come va, sinceramente sono scettico. Invece penso che:

- il paper di Eichenbaum e Rebelo che viene citato ha tutta l'aria di essere interessante, darò un'occhiata quando potrò;

- riguardo a spiegazioni delle fluttuazioni che prescindano dagli animal spirits, credo che linee di ricerca interessanti possano partire dal lavoro di Acemoglu ed altri o di Gabaix sulle fluttuazioni "granulari" che si espandono all'interno di networks di imprese reali o finanziarie (detta volgarmente).

Questo senza entrare nel mondo dell'eterodossia.

Quindi le idee di Smith e Keynes non avevano rilevanza solo fino a che nessuno ha dimostrato il FFWT con la topologia o non ha formalizzato il modello IS-LM e successivi.

Cosa significa che avevano rilevanza? Certo che avevano rilevanza, e ce l'hanno oggi ora che sappiamo che anche se erano discorsi un po' azzardati logicamente, le idee sottostanti non erano campate per aria. Facile ragionare ex-post. Senza Arrow-Debreu Smith rimaneva un bravo pensatore del XVIII secolo, o al piu' uno che ha fondato una disciplina che poi se ne e' andata da un'altra parte. Quanto alla formalizzazione di IS-LM, serve a chiarirne i limiti, altrimenti hai voglia di leggerti un migliaio di pagine!

Anche Marx aveva rilevanza, ma chi si studia oggi la teoria del valore-lavoro se non gli storici? C'e' qualcuno che si fila gli stadi della crescita economica di Rostow?

Walras

giovanni federico 24/8/2013 - 09:52

Senza Arrow-Debreu Smith rimaneva un bravo pensatore del XVIII secolo, o al piu' uno che ha fondato una disciplina che poi se ne e' andata da un'altra parte.

L'idea dell'equilibrio economico generale è di Walras. Arrow e Debreu l'hanno espressa in forma matematica più adeguata. 

Lei ha scritto...

PZ 24/8/2013 - 20:44

...che non vale la pena "smontare" una teoria descrittiva, come se queste fossero inutili e poco valide. Il fatto che ci siano state teorie descrittive che poi abbiano acquisito successo e magari formalizzazione e altre che non lo abbiano avuto mi sembra qualcosa normale.

In ogni caso, ci stiamo dimenticando che qualsiasi teoria, descrittiva o no, può essere in grado di fare predizioni empiriche che possono essere almeno in linea di principio falsificate (piuttosto, praticamente il cuore della teoria microeconomica moderna in realtà ha una costruzione talmente flessibile per cui non è falsificabile empiricamente, e qualcuno direbbe che con tutta la topologia che uno vuole è epistemologicamente spazzatura - "have you ever seen a preference?" diceva il mio Prof. di graduate micro). Quindi piuttosto che attaccare la mancanza di basi analitiche di una teoria, si dovrebbe rapportarla ai dati, e al rapporto coi dati di altre teorie.

Segnalo infine questo recente post di Krugman (che su questo sito non gode tanto di buona reputazione).

http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/08/22/more-economath/?_r=0

Concordo al 100 percento con l'impostazione dell'articolo del prof. Monacelli. La spiegazione e' perfetta. Su certi argomenti non si puo' abbassare troppo il livello di trattazione perche' le conclusioni sarebbero semplicistiche. Per me che le ho studiate al dottorato sono risultate molto utili perche' nessuno le aveva trattate cosi' bene da un punto di vista divulgativo. comunque le premesse e le conclusioni sono comprensibili a tutti i livelli. Per la parte sugli strumenti scientifici e' chiaro che i non adetti ai lavori capiscono solo in parte ma e' cosi' per tutte le discipine scientifiche.  Credo che pochi capirebbero gli strumenti tecnici per capire perche' un ponte e' crollato ma il concetto lo capirebbero

Quando due post ptretendono di spiegare ai molti che le teroie dell'altro sono una mensogna, dovrebbero porsi dalla parte dei più.

Ciò che interessa ai molti è se il tutto incide sull'occupazione e sul livello del  salario.

Bagnai cerca di dire che le NON sue teorie quantomeno cercano di attenuare il fenomeno.

Qui chi ci capisce qualcosa è bravo! Voi siete un gruppo di  élite, di conseguenza da voi ve le dite e quasi da voi ve le cantate (diversamente Fare mica faceva il fisco politico che ha fatto. Lo scandalo di Giannino è uscito ad arte perchè avete annusato il declino, altrimenti che élite sareste).

FOCUS sul problema.

"Fabbrica trasferita in Polonia durante le ferie"

Anche per chi scrive è un mistero il fatto che si preferiscano teorie di economisti  scollegate dalla realtà viva del corpo sociale. F.Caffè per molti è passato di moda le sue riflessioni (oggi va di moda il termine narrazione economica) non stanno dendro un modello econometrico.

Mentre, l'homo Economicus che agisce  "razionalmente" dando efficienza al mercato, in quale modello stava? La crisi del 2008 dei mutui sub-prime che diversificavano il rischio del credito  in quale modello stavano?

Come se non ci fosse più spazio per l'Uomo sociale, e alle sue piccole riflessioni tipo:

- a cosa serve una  scienza sociale che dimentica la socialità dell'uomo?

- a cosa serve una teoria sociale incapace di capire ciò che realmente sta accadendo alla società e in particolare a una istituzione sociale chiamata "mercato/i"?

- il mercato spiegato da Einaudi è lo stesso  spiegato  Monti a Porta a Porta?

Tutte queste domande banali e comuni, ci stanno dentro a un modello econometrico?

E' ovvio che io non ho risposte altrimenti non ponevo le domande.

Ma di una cosa sono quasi certo! alla gente comune (i molti), interessa sapere quanto ancora inciderà la situazione socioeconomica sulle loro condizioni di vita, se questo spiega le fughe delle industrie in Polonia e quali politiche adottare per mantenere i livelli di qualità della vita acquisiti. 

Tutto il resto è noia, provare per credere, magari una sera a cena con amici metalmeccanici spiegategli cosa sta succedendo. Poi se vi dicono che una svalutazione temporanea delle moneta attenuava il colpo non date la colpa della loro ignoranza a Bagnai o a Borghi, perchè loro le asimmetrie le stanno vivendo sulla loro pelle.

Il problema è questo "se vi dicono che una svalutazione temporanea delle moneta attenuava il colpo" vi stanno raccontando favole senza nessun fondamento nella realtà.
Dopo la svalutazione del 1992 la disoccupazione è aumentata del 3% e i consumi sono calati del 3,5%, sono questi gli effetti positivi?
In 20 anni dal 1975 al 1995 il marco è passato da 200 lire a 1000 lire, il dollaro da 600 lire a 1700 lire ma il reddito reale in Germania e USA è aumentato di più che in Italia.
Certo che dire coma fa Bagnai che sia possibile contemporaneamente svalutare, aumentare la spesa pubblica, obbligare le banche a comperare i titoli di stato senza che alla fine NESSUNO paghi il conto è la solita favoletta dei pasti gratis che può essere comodo raccontare agli amici metalmeccanici, ma non darà mai da mangiare a nessuno.
Dove è stata applicata ha SEMPRE portato miseria e scaffali vuoti nei negozi.
Se le imprese scappano ANCHE dove si pagano più tasse che in Italia un motivo ben diverso dalle scemenze che raccontano i vari Landini e Camusso ci sarà pure!

siamo perfettamente daccordo, resta il problema ( e con questo mi collego anche a quanto scritto più su dal sig. Di Fabrizio) di farlo capire a quanti (come il sottoscritto) non possiedono (tutti) gli strumenti.
Se si vogliono spiegare al "popolo" certi concetti o, quantomeno fargli arrivare un certo messaggio, il mio modesto consiglio è di pensare a come vi sentite quando avete di fronte due medici che discutono della "vostra" condizione clinica esprimendosi nel loro linguaggio tecnico....

Dopo la svalutazione del 1992 si è verificato un aumento della disoccupazione del 3%. Può essere però che senza la svalutazione la disoccupazione sarebbe stata del 6%. Chi ha scelto la strada della svalutazione lo pensava, credo. Tu confronti un dato con una alternativa immaginaria tua. Insomma il tuo e' un sillogismo abbastanza insicuro.

Io non ho presentato nessuna alternativa immaginaria, ho solo presentato i fatti come sono avvenuti, la svalutazione non è stata "scelta" ma è stata combattuta con tutte le forze, anche Bagnai lo ammette.
Nel caso in questione dato che ho visto un buon numero di imprese tracollare sotto il peso dell' aumento improvviso del prezzo delle materie prime conseguenza della svalutazione (compresa quella per cui lavoravo allora) per cui considero poco serio presentare la svalutazione SOLO per i suoi ipotetici effetti positivi e negare i suoi eventuali effetti negativi.
Il sillogismo è quello di chi come Bagnai propone un uscita dall'euro come mezzo per un programma di spesa pubblica e di debito pubblico fuori controllo e pretende che questo possa portare a un miglioramento del tenore di vita degli italiani.

idem

marcodivice 24/8/2013 - 21:44

Puoi dimostrare che senza svalutazione  la disoccupazione sarebbe salità del 6%? si? prego, altrimenti è un sillogismo insicuro.

B&B hanno presente che nel 92 non si è abbandonata nessuna moneta comune? hanno presente che ci sono mille variabili che avevano un valore differente da oggi?che assieme alla svaluazione sono avvenute altre cosette in quegli anni(manovre correttive, accordo di moderazione salariale, calo del salario reale, ecc.ecc.)?

... che nel periodo 1975-1995 il reddito reale in Usa e Germania sia cresciuto di più di quanto non sia cresciuto in Italia ? Hai visto i numeri o è solo una tua impressione ?

Anche se devo sprecare un commento lascio questo indirizzo:

http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/weodata/weoselgr.aspx

in cui si possono consultare un buon numero di statistiche interessanti.

Anche se purtroppo partono dal 1980 sono certo che nei 5 anni prima la situazione non era molto migliore per l'Italia da inficiare le mie affermazioni.

Il risultato è che nei 15 anni in questione dal '80 al '95  il pil procapite a parità di potere d'acquisto ( che è l'unico sensato da considerare ) è aumentato del 30% in Italia e del 35% in Germania, potrà anche sembrare poco, ma dato che nel frattempo il marco sia era rivalutato circa del 200% l'idea che svalutare porti ad una maggiore competitività mi sembra irreale, al massimo è una droga temporanea senza nessuna ulitiità nel medio periodo.

Il siga bagnai è solito fare affermazioni basate su dati opportunamente scelti in base alle sue esigenze retoriche, basta vedere come di solito citi il fatto che nel 1995 ci sia stata una crescita del 2%, secondo lui merito della svalutazione del 1992, e tace in malafede il fatto che nel 1993 ci sia stato un CALO dell'1%, di solito i tifosi dell'uscita dall'euro millantano effetti positivi IMMEDIATI della svalutazione.

Il punto alla fine è che qualunque siano le ipotetiche colpe dell'EURO chi dice che è possobile e conveniente uscirne come Bagnai e poi propone soluzioni a base di spesa pubblica e debito sterilizzato dalla banca centrale non considera che poi tutta questa spesa verrebbe gestita dei vari Razzi & Scilipoti, eredi dei Cirino Pomicino e dei De Mita, oppure dai grillini

Io sinceramente NON MI FIDO.


Conosco dove trovare i dati e come si leggono. Con il mio commento volevo solo attirare la tua attenzione sul fatto che nel periodo che consideri il reddito reale in Italia e' cresciuto in modo eguale a quanto si riscontra per Germania e Stati Uniti. Probabilmente andavi a memoria. Quindi il marco e' passato da 200 a 1000 lire, il dollaro da 600 a 1700 e la ricchezza degli italiani e' aumentata come negli altri due paesi che hai considerato.

uguale?

Pietro Puricelli 25/8/2013 - 10:29

Nel commento precedente non avevo sottolineato il fatto che la crescita degli USA nel frattempo era stata del 65% contro il 30% italiano.
Detto questo l'unica cosa che mi interessava sottolineare era che la favola per cui la svalutazione spingendo le esportazioni stimola la crescita è evidentemente priva di fondamento.
L'Italia non è cresciuta come la Germania ma comunque un 5% meno in un periodo in cui la rivoluzione dell'automazione industriale ha fatto MIRACOLI.
TUTTI i paesi con una moneta più forte, come è logico aspettarsi hanno un economia più sana e più forte nel medio periodo.
Perchè nonostante la stupidaggine in malafede di Bagnai per cui "la svalutazione non comporta inflazione" negli anni in questione l'inflazione tedesca è stata del 50% complessivo, quella italiana del 220%, e se di fronte ad una rivalutazione del 400% del marco i tedeschi hanno avuto un inflazione pari a meno di un quarto forse un minimo di correlazione io la vedo.
Riguardo poi alla ricchezza vorrei ricordare che la ricchezza di una persona si misura SEMPRE facendo "patrimonio - debiti", e dato che il patrimonio degli italiani non è cresciuto e i debiti SI, è abbastanza azzardato dire che "la ricchezza degli italiani è aumentata"
Ma si sa la mentalità per cui i debiti alla fine si possono anche non pagare a passarla poi liscia è alla base delle teorie euro-exit.
Come se noi fossimo i più furbi del mondo, e stranamente finora sempre secondo le teorie euro-exit ci siamo sempre lasciti fregare come polli, vedo una certa incoerenza in un discorso del genere.

Keynesiano, con rispetto, non condivido ciò che lei ha scritto, il suo post mi è sembrato dettato dalla frustrazione di non riuscire a rispondere nel merito di quanto scritto da Monacelli perché, evidentemente, non si hanno conoscenze adeguate per farlo.

Inoltre trovo scorretto usare la dialettica per mettere in cattiva luce qualcosa che di negativo non ha nulla; la competenza.

Cito poi una parte di un post di qualche riga sopra firmato Andrea Moro che rende meglio l'idea del mio punto di vista:

E' vero che un blog cerca di divulgare, ma questi post in particolare erano necessariamente più tecnici, perché non c'è altro modo di smascherare chi cerca di divulgare via slogan o, nel peggiore dei casi, via grafico postato su un blog con quattro dati messi in croce senza che vi sia una minima seria riflessione sul perché si sono scelti quei dati e quelle variabili, quale sia il ragionamento logico di riferimento, etc.... Dico nel peggiore dei casi, perché dati (e ragionamenti raffazzonati) danno una parvenza di accademicità al ragionamento logico che purtroppo può confondere i non specialisti (e anche gli specialisti, a volte).  

Io non capisco il perchè lei mi trovi scorretto se uso la dialettica per dialogare....un blog seve a questo.

mi è sembrato dettato dalla frustrazione di non riuscire a rispondere nel merito di quanto scritto da Monacelli perché, evidentemente, non si hanno conoscenze adeguate per farlo.

Lei invece si spinge a fare della pisicologia spicciola, e si vede dal fatto che io per primo ho scritto che se avevo le risposte non avrei posto le domande.

Frustrato? E di che cosa! ho un famiglia splendida, un lavoro come imprenditore che esercito da oltre trenta anni (ho iniziato giovane avevo 20 anni) e nonostante la crisi e una perdita di fatturato di oltre il 35% per il momento ho lasciato intatto il mio piccolo organico aziendale. Certo non ho le competenze probabilmente, probabilmente  come tutti quelli che fin dall'età di 14 anni hanno iniziato a lavorare dopo aver finito  le scuole dell'obbligo, anche se devo dire onestamente che questo non mi ha impedito di sedere in alcuni consigli di amministrazione e di amministrare  consorzi fra imprese artigiane, confrontandomi con sindaci revisori e avvocati; Dove, anche gli aspetti più complessi hanno una loro funzione se vengono capiti da chi siede al tavolo e che necessariamente deve prendere delle decisioni per se e  per conto di altri che gli hanno dato il mandato di rappresentanza.

Vede mi sorge un dubbio, se io stampo i due POST del Prof. Monacelli e li porto al mio Presidente del collegio sindacale, che da quanto mi risulta è laurato in economia e commercio con lode e con una tesi critica su un modello econometrico ( non mi chieda quale perchè non lo ricordo) pensa che lui capirebbe?

Pensa  che farebbe  proprie le argomentazioni e l'esposizione del Prof. Monacelli per spiegare ai soci che siedono di fronte a lui che il nostro problema è quello se perdiamo competitività?

SE LA RISPOSTA E' SI, CHIEDO SCUSA SE SONO SEMBRATO ARROGANTE.

Se però la risposta è no, vuol dire che io ho posto un problema di comprensione che probabilmente è del 85% delle persone (e quindi legittimo in un blog e in un post aperto al pubblico).

LA MIA VERA FRUSTRAZIONE E':

Capire come può un imprenditore produrre in  Italia giocandosi la partita sul libero mercato, la realtà sembra dire che non è possibile se le fabbriche delocalizzano. Tutti e tutto  obsoleto?

Comunque, può anche non crederci, ma la frustrazione non è per soddisfare un IO personale, ma è semplice curiosità imprenditoriale. Personalmente potrei chiudere la mia piccola azienda artigiana domani mattina ( visto che calo di fatturato, mantenimento dell'organico a livelli anti crisi e IRAP sono in netto contrasto. Sa non vorrei che  pensasse che non lo sappia e al prossimo POST magari mi da dell'imbecille involontario) dato che ho sempre improntato il mio vivere quotidiano e quello familiare a una " frugalità" dignitosa nel senso che ci basta poco per vivere siamo gente di provincia molto modesta.

PS:

- Ho imparato nella vita che bisogna cercare di conoscere il proprio interlocutore se si vogliono fare "affari" senza creare inutili conflitti che potrebbero derivare da una formazione o esperienze personale diversa, ora lei mi pare nuovo del blog visto che il suo commento è il n.2, ma comunque non si perita ha dare sentenze a personam,la cosa mi puzza assai.....

 

Saluti

Nicola Efflandrin 27/8/2013 - 19:09

Guardi, sempre con rispetto, le dico che la chiudo qui soprattutto perché ha voluto interpretare a suo piacere ciò che ho scritto nel precedente post. Non penso purtroppo che discutere con lei sui commenti di un blog possa, per entrambi, essere costruttivo, forse potrebbe esserlo di persona.

Se ha qualche dubbio sulla mia identità non si preoccupi perché è il mio nome e cognome reale. Quando scrivo qualcosa su internet ci penso sempre diverse volte perché so che rimarrà ai posteri (che sia il secondo o il centesimo post su NfA). Cerco sempre di capire l'altrui punto di vista e di rispettarlo anche se non lo condivido, come nel suo caso, se si è sentito offeso mi dispiace ma non era affatto mia intenzione neppure volevo fare lo "pisicologo" infatti non ho dato del frustrato a lei nella sua sfera privata, non mi permetterei, ma al fatto che non avesse modo di rispondere nel merito di quanto scritto da Monacelli.

Sulla dialettica non sono d'accordo, non è una questione di libertà d'espressione (lei può scrivere quello che ritiene più opportuno dove vuole, come io d'altronde posso risponderle) ma di usare degli argomenti come "siete delle Élite" per screditare la competenza e il lavoro di persone qualificate. Nella vita ho imparato che la preparazione e la conoscenza vanno sudati e che se non capisco, prima di dare un giudizio positivo o negativo, cerco di costruire una preparazione adeguata a ciò che voglio leggere altrimenti preferisco spostare la mia attenzione dove so d'essere più competente e di poter dare il mio contributo.

La saluto facendole sinceri in bocca al lupo per la sua attività

Vorrei chiedere un approfondimento al prof. Monacelli sulla parte relativa ai beni non commeciabili. Quando lei dice che la diminuzione della domanda dei beni traded (T) ha dirottato la domanda verso il settore non traded (NT) ma la produttività NT non è aumentata a causa di frizioni finanziarie (più o meno mi sembra questo il concetto) si riferisce alla formula che esprime il tasso di cambio reale in rapporto sia alla ragione di scambio, sia al rapporto tra prezzi dei beni T e prezzi dei beni NT (che si trova nell sue slides)? Poi alcuni aggiungono anche un legame al premio al riscio per il mercato finanziario. Cioè mi dica se è giusta la mia interpretazione: se la ragione di scambio migliora c'è un apprezzamento reale; se diminuisce il prezzo dei NT c'è un apprezzamento reale. Naturalmente vanno considerate anche le elasticità prima di affermarlo. I paesi sviluppati (secondo Balassa e Samuelson) hanno la produttività dei T (es. settore manifatturiero) che cresce più velocemente rispetto al settore NT (es. servizi) ed i prezzi dei NT più alti (crescono più velocemente rispetto a quelli del settore T) rispetto ai PVS e sperimentano un apprezzamento reale. A ciò vanno aggiunti gli studi sul pass-through del tasso di cambio: il pass-through nel breve periodo è parziale (deviazioni dalla PPP) e nel lungo periodo è completo (vale la PPP). Il grado di pass-through indica in quale proporzione una variazione del tasso di cambio si trasmette ai prezzi alle importazioni in valuta locale (anche qui bisognerebbe precisare se il regime è LCP - local currency pricing- o PCP - producer currency pricing- o PTM - pricing to market). La mia domanda è la seguente: come si legano i discorsi relativi alla letteratura sul pass-through e sui prezzi relativi dei beni NT alla parte dell'articolo che tratta dei beni non commerciabili nella risposta alle teorie euro-exit? Mi rendo conto che ho messo insieme varie cose ma è difficile trovare spiegazioni esaustive e convincenti su questo argomento molto importante.

Confesso di non aver capito la sua domanda. In ogni caso le frizioni finanziarie non hanno relazione con la decomposizione del tasso di cambio reale a cui lei accenna tra "ragioni di scambio" e "prezzo relativo di beni T e N" (che è una mera riscrittura di una identità). Non capisco anche quando parla di "miglioramento" delle ragioni di scambio. Dipende come le definisce (prezzo imports /p beni domestici, o viceversa?), e in ogni caso l'unico concetto che capisco è "apprezzamento relativo" o deprezzamento.  Ragioni di scambio che si apprezzano, migliorano o peggiorano? MOlti pensano che ragioni di scambio che si apprezzano siano una sciagura, perchè la perdita di competitività, etc.. (solita storia).

Bottom line: quando si parla di prezzi relativi, tassi di cambio reali, etc.. sempre bene definire a monte esattamente di che si parla.

1) Per quanto riguarda le ragioni di scambio volevo dire che in presenza di PTM (prezzi fissati nella valuta del mercato locale) a seguito di un deprezzamento del tasso di cambio farà aumentare il prezzo in valuta nazionale delle esportazioni lasciando invariati i prezzi delle importazioni (questo viene definito miglioramento delle ragioni di scambio). Con PTM oltre all'effetto sulle ragioni di scambio abbiamo che: la redistribuzione del reddito avviene a favore del paese domestico a causa della variazione dei profitti e ci sono deviazioni dalla legge del prezzo unico nel breve periodo. Il ragionamento cambia se siamo in presenza di LCP o PCP. Questo primo punto è corretto?

2) in merito ai beni NT volevo dire che quando il prezzo dei beni NT aumenta relativamente al prezzo dei beni T il RER si apprezza (il rapporto diminuisce); avevo scritto questo perchè pensavo che fosse collegato al fatto che quando è aumentata la domanda nel settore NT non c'è stato un aumento della produttività ma evidentemente non ho capito bene il ragionamento nell'articolo; ma non avevo collegato le frizioni finanziarie alla formula (le vedo come una ragionamento a parte).

3) ho citato il PT del tasso di cambio perchè in base alla presenza di LCP,PCP, PTM varia il suo grado. Inoltre varia a seconda se viene misurato sui prezzi al consumo o sui prezzi all'ingrosso.  Con LCP il PT sui prezzi al consumo è basso nel breve periodo a causa di rigidità nominali sul mercato di destinazione dei beni (lo dice Engel se non erro); altri (Aurora Ascione, Corsetti) affermano che sul grado di PT (in presenza di LCP) misurato sui prezzi al dettaglio incidono anche i servizi distributivi. In presenza di PCP invece il PT è pari a zero (Aurora Ascione, Corsetti) misurato sui prezzi all'ingrosso (ed il tasso di cambio ha una funzione riallocativa). Con il PTM i prezzi delle esportazioni vengono fissati nella valuta del mercato locale, a livelli diversi nei mercati di sbocco, facendoli varirare poco. In presenza di PTM i mercati sono segmentati c'è potere di mercato nella fissazione dei prezzi. Aumenta la variabilità del tasso di cambio e c'è scarsa riallocazione delle risorse. Il PT è incompleto. In questo terzo punto mi volevo riallacciare al discorso dei cambi fissi perchè alcuni economisti affermano che la teoria del PCP ritiene preferibile il regime di cambi flessibili mentre la teroia del LCP ritiene preferibile il regime di cambi fissi (perchè il regime di cambi flessibili genererebbe devizioni dalla legge del prezzo unico e non svolgerebbe un ruolo riallocativo delle risorse).

Queste sono le tre cose che volevo dire anche se mi sono espresso sicuramente male. Mi interessa molto capire il perchè il mancato aumento della produttività nel settore NT è dovuto a frizioni finanziarie o più in generale da cosa dipende la produttività nel settore NT.

Non commento nel merito sulla questione centrale dell'articolo di Monacelli (la relazione tra ingresso nella moneta unica e produttività) perché, al di là dello zelo di alcuni fautori di euroexit, credo che sia poco interessante, e per il resto l'articolo la tratta in modo più che esauriente.  Mi limito invece a segnalare alcuni aspetti che sono risultati non del tutto chiari, nell'eventualità che questo susciti discussioni interessanti.  Anzitutto: (dalla seconda parte, sez. b.3):

E’ chiaro che tutte queste sono ipotesi e domande ben diverse da “euro = cambio fisso”, e quindi (soprattutto) dal suo (azzardato) corollario: usciamo dall’euro e riprendiamoci la flessibilità del cambio. È altresì vero che massicci (e potenzialmente pericolosi) flussi di capitale colpiscono le economie in ogni parte del mondo, indipendentemente dal fatto che abbiano adottato cambi fissi o flessibili. Esempi macroscopici recenti di paesi con cambi flessibili e con importanti problemi di gestione dei flussi di capitale sono la Turchia e il Brasile. È paradossale notare che molti dei paesi che fronteggiano flussi di capitale massicci tendono ad adottare ex-post regimi di cambio fisso o semi-fisso, proprio per evitare l’eccesso di apprezzamento della valuta

Qui non ho ben capito se Monacelli intenda dichiararsi a favore delle politiche di questi paesi - ma potremmo aggiungere altri casi più recenti, come l'Indonesia. In tutti questi casi, non si tratta esattamente di paesi all'avanguardia nel campo della stabilizzazione macroeconomica.

Dalla discussione su Twitter ricavo il link ad un interessante paper: Engel C. (2011) Currency Misalignments and Optimal Monetary Policy: A Reexamination, che effettivamente sembra rivalutare la non completa flessibilità dei cambi, almeno nella misura in cui si suggerisce il targeting dei prezzi al consumo (che è effettivamente una politica più "rigida" rispetto ad altre possibilità, ad esempio il prezzo dei beni prodotti).  Ma non mi è chiaro come questo possa spiegare le politiche dei paesi emergenti.  Piuttosto, c'è da temere che il perseguimento della stabilità del cambio da parte di questi paesi abbia avuto altre motivazioni, che per intenderci non sarebbero neanche troppo dissimili da quelle che Bagnai ha ipotizzato per l'Italia.

Certamente più rilevante è il ruolo dei cambi fissi come semplice politica di commitment contro l'inconsistenza dinamica, ma resterebbe da paragonare questa politica ad altre possibilità, altrettanto non-discrezionali e rules-based. (Ad esempio molte economie emergenti sono esportatrici di commodities, e ciò ha portato alcuni autori a suggerire "peg the export price" come una migliore approssimazione alla stabilizzazione economica.)  Quella del cambio fisso come politica di commitment per eccellenza (lasciando a parte il caso delle unioni valutarie) potrebbe essere nulla più che una moda per certi aspetti dannosa.

E in ogni caso, sembra quantomeno intuitivo che la causalità vada nel senso [rigidità più o meno accentuata del tasso di cambio] --> [effetto destabilizzante dei flussi di capitale e opportunità di politiche di stabilizzazione].  Il paragrafo citato sembra dare per scontato che sia vero l'opposto, e sarebbe utile una spiegazione a riguardo.

Un altro punto non del tutto chiaro è nella prima parte, dove si discute dello shock petrolifero.  Anche se in quel contesto è un esempio puramente illustrativo, mi sembra che venga affrontato in modo così sintetico da risultare poco chiaro se non ingannevole, soprattutto per una questione che per certi aspetti è di stretta attualità.  Nella prima parte dell'articolo si legge:

Con costi energetici più alti, le imprese subiscono un aumento dei costi marginali di produzione (correnti e futuri). A parità di impiego di lavoro, quindi, sarà per loro efficiente (cioè sarà “un equilibrio”) aumentare i prezzi. Siccome aggiustare i prezzi è costoso (per svariati motivi, anche qui la letteratura è immensa), le imprese decideranno di aumentarli meno di quanto farebbero se non ci fossero costi di aggiustamento (e in più sulla base di quanto ci si aspetta che saranno i costi marginali in futuro). Perciò parte della risposta dell’impresa sarà via i prezzi, parte via una riduzione della quantità di produzione.

Ora, in un regime di concorrenza imperfetta, dove il caso normale è che il costo marginale sia minore del prezzo fissato dall'impresa, non sembra empiricamente rilevante il caso in cui una resistenza all'aumento dei prezzi da parte della singola impresa causa un calo del PIL.  Di solito uno shock petrolifero viene considerato come shock di markup (nel modello NK) con un meccanismo un po' più complesso, che in particolare potrebbe prestarsi a politiche di stabilizzazione.

E in ogni caso, tutta quella discussione sembra dare quasi per scontato che gli shock petroliferi siano stati la causa dell'inflazione galoppante degli anni '70, ad esempio degli Stati Uniti.  Questa tesi viene talvolta ripetuta come una sorta di vulgata nei manuali di macroeconomia, ma ben guardare i dati (ad esempio la crescita piuttosto sostenuta del PIL reale negli Stati Uniti, 2.6% dal 1973 al 1981), sembra che la responsabilità principale sia da attribuire alla politica monetaria che in quel periodo appariva completamente disancorata.  Sarà un caso, ma il prezzo del petrolio negli anni 2000 è passato da 20$ a oltre 140$, in un ambiente di inflazione bassa.

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