Evviva il precariato, eppoi la liberta'

27 marzo 2006 alberto bisin
Dalla chat con il Corriere di Romano Prodi, Domenica 26 Marzo si legge: "Con questa legge (la Legge Biagi - nota di chi scrive) si è istituzionalizzato il precariato. Berlusconi dice che c'è solo il 12% di lavoratori precari. Sì, nella massa. Ma tra i giovani più della metà sono precari. E questo significa distruggere una generazione: impedire loro di fare programmi, acquistare una casa, fare figli. [...] Per questo ho proposto di alzare il costo del lavoro precario e di ridurre il costo per il lavoro stabile».

Dalla chat con il Corriere di Romano Prodi, Domenica 26 Marzo si legge: "Con questa legge (la Legge Biagi - nota di chi scrive) si è istituzionalizzato il precariato. Berlusconi dice che c'è solo il 12% di lavoratori precari. Sì, nella massa. Ma tra i giovani più della metà sono precari. E questo significa distruggere una generazione: impedire loro di fare programmi, acquistare una casa, fare figli. [...] Per questo ho proposto di alzare il costo del lavoro precario e di ridurre il costo per il lavoro stabile».

E naturalmente i giovani francesi in queste ore nelle piazze (che e' primavera e nessuna citta' e' bella come Parigi a primavera, le giornate si allungano, le ragazze sono vestite leggere e, si sa, sono piu' generose in questi momenti, e poi c'e' la fete de la musique,..) si ecciterebbero a sentire queste parole, se le sentissero.

E mica solo Prodi e' preoccupato per il futuro delle generazioni future. Rosi Bindi, ancora una volta dalla chat del Corriere, Martedi 28 Marzo: "Le formule previste da quella legge (ancora la Legge Biagi - nota di chi scrive) introducono un precariato che colpisce soprattutto i giovani. Per molto meno gli studenti francesci hanno occupato le piazze."

"Chi parla male pensa male." Perche' "precari"? "Precariato" e' una brutta parola. Ma non abbiamo gia' provato in Italia la strada di avere o il lavoro fisso o nulla? E non ha forse portato al 25% di disoccupazione giovanile (e peggio al Sud, dove il lavoro deve essere fisso e ai salari del Nord, senza riferimento alla produttivita', parola cattiva di stampo protestante/calvinista)?

Io vivo in una delle citta' tra le piu' eccitanti, allegre, interessanti, vive, e produttive del mondo, New York (certo da noi le primavere non sono come a Parigi, ancora fa freddo, e le ragazze a Washington Square hanno i piumini). Qui i giovani "precari" sono molti, moltissimi. Fanno i camerieri mentre provano a scrivere "the best american novel of the century", i maestri di ginnastica mentre provano a fare gli attori, le modelle, gli artisti, mentre studiano (si', perche' i genitori non hanno pensioni baby con cui mantenerli), o semplicemente mentre cazzeggiano. Lasciano un lavoro e ne trovano un altro con disarmante facilita'. Chi qui non conosce il fisioterapista che nel giro di un mese ha deciso che New York e' stressante (e fa freddo e sono tutti vestiti) e si e' trasferito in un paesino di mare a Long Island, l'avvocato che a 40 anni ha deciso di avere fatto abbastanza soldi a Wall Street e ha aperto una galleria d'arte o un ristorante, o qualcuno che invece a 40 anni si e' stancato di non fare una lira come artista/scrittore/accademico/attore o si e' stancato/a di accudire ai figli e ha trovato un "lavoro vero" magari passando prima per l'universita'? Non solo, ma tutte queste scelte sono spesso temporanee: "ci provo, per un anno, forse meno, poi vediamo". Il tutto deciso e organizzato in pochi mesi!! Questa non e' precarieta', e' liberta', e' qualita' della vita. Questa meravigliosa "precarieta'", in una citta' come New York, ha luogo a tutti i livelli sociali: probabilmente ne godono di piu' gli avvocati e i medici, ma anche i maestri di ginnastica, gli insegnanti, le segretarie e gli infermieri.

Ma che giovane generazione sta crescendo in Italia (e in Francia)? Casini, a Porta a Porta, difendendo la Legge Biagi, dice (riporto a memoria): "siamo tutti genitori, e tutti sognamo un posto fisso per i nostri figli." Io no! Io per mio figlio sogno una societa' dove si possa cambiare lavoro con facilita' tale che sperimentare, "intraprendere", fare quello che ti ispira il cuore sia possibile e possibilmente vantaggioso. Perche' non sognare un figlio che prova a disegnare un motore di ricerca piu' efficiente di quello di Google (con alte probabilita' di non riuscirci), piuttosto che un figlio alle Poste? Se anche non avesse le capacita' di disegnare un bel nulla, mio figlio, e facesse, che so', il maestro di sci, spero non sia costretto ad andare su e giu' tutta la vita dal Mottarone, ma che se si stufa possa sciare a Lake Placid o ad Alba di Canazei, o in Australia.

E poi i programmi elettorali di entrambi gli schieramenti promettono di investire di piu' nella ricerca. Ma chi ricerca? E se poi dopo aver ricercato non ritrova, il nostro ricercatore? E come fa a fare programmi, acquistare una casa, fare figli? Perche' non investiamo solo in ricerche dove si cerca quello che si e' gia' trovato, cosi' siamo sicuri ?

"Chi parla male pensa male". "Precario" e' una brutta parola solo perche' i precari li abbiamo avuti, ad esempio all'universita', non lavoravano e aspettavano un lavoro fisso, che naturalmente hanno avuto, tutti! Ma la precarieta', cioe' l'incertezza e' spesso inevitabile e necessaria in una societa' viva e produttiva.

Al dipartimento di economia di New York University, dove lavoro, come in ogni dipartimento di economia serio che io conosca, sono ammessi circa una ventina di studenti di dottorato all'anno. Solo quattro o cinque di questi in media producono lavori di ricerca dopo qualche anno tali da fruttar loro un buon lavoro accademico. Di questi solo uno (o forse meno) in media continua a fare attivita' di ricerca dopo sette o otto anni (la fase tipica di "precariato".). Gli altri hanno ricercato e non hanno trovato. Ma trovano lavoro: insegnano, fanno politica nei paesi di origine. Molti finiscono a Wall Street. E fanno programmi, si comprano casa, e quelli piu' fortunati riescono addirittura a riprodursi!

Ma non ci dobbiamo preoccupare. "Non e' ancora detto che Romano Prodi vinca le elezioni e che Rosi Bindi diventi ministro del lavoro, o della gioventu'" dicono i mei amici (beh, in realta' non ne ho molti di amici che dicono queste cose, ma dico cosi' per dire, per effetto retorico). Ma io mi preoccupo. Prima di tutto, Casini sembra pensarla come Prodi. E poi, io non lo dovrei leggere il Corriere, specie non le chat: "La Cina? «Ci sta mangiando vivi». E se l'Europa non provvederà al più presto ad imporre dazi e barriere doganali ai prodotti provenienti dall'estremo oriente, il destino dei giovani sarà quello di un futuro senza occupazione" dice Tremonti alla chat con il Corriere di Martedi' 28 Marzo.

Ecco un altro che si preoccupa della nostra gioventu'. I Cinesi fanno delle T-shirts a 20 centesimi di Euro (che poi, lo sappiamo, e' sopravvalutato, maledetto Euro, e maledetta Europa). E meno male che spedirci il latte dalla Cina ancora non conviene, che senno' ci toccherebbe ancora arrivare a Milano a piedi da Linate che la mucca Carolina e i suoi mungitori protetti occupano la strada.

I ragazzi di Prato e di Carpi troveranno senz'altro qualcosa di intelligente da fare, cosi' come avevano trovato di fare le magliette. Lasciateli cercare. Tanto figli non ne fanno comunque. E i mungitori della mucca Carolina e della politica agricola possono emigrare in Francia, dove l'agricoltura sara' sempre protetta, garantisce la Comunita'.

Ma come per ogni economista, per me "il reale e' razionale." Se i ragazzi francesi stanno in strada, e se sia Prodi che Casini pensano che a condannare il "precariato" si guadagnano i voti dei giovani, ci sara' il suo bel motivo. Beh, il motivo c'e' eccome: una societa' con tanti "precari" e' societa' libera, ma una societa' in cui un solo gruppo demografico e sociale e' "precario" (i giovani, ad esempio quelli che non possono aspirare alle rendite garantite dagli ordini professionali) e' una societa' in cui i giovani non vogliono vivere. E poi non e' solo una questione di "precariato" nel mondo del lavoro. Gli amici che lasciano il lavoro per andare a vivere al mare, aprire una galleria d'arte o un ristorante e cosi' via, devono trovare un mercato degli affitti competitivo nella localita' di mare, devono riuscire ad avere una licenza per il ristorante in meno di 5 anni,.... insomma ci siamo capiti. Aveva ragione Fiorello La Guardia a dire: coraggio!

 

7 commenti (espandi tutti)

A questo proposito, andatevi a guardare il forum del Corriere sui precari a 1,000 euro al mese.

Vi consiglio in particolare i commenti "lavorare negli USA" e "fare come in Francia". Non c'e' assolutamente speranza. Possiamo sgolarci a urlare "coraggio!" finche' diventiamo cianotici, ma fare breccia in questo muro di piccole invidie, di paura del cambiamento (e sostanzialmente della liberta'), di nostalgia per il passato - mi sembra un'impresa quasi disperata.

Ma c'e' qualche voce meritevole, che in Italia abbia "popolarizzato"  (magari con un libro ben scritto) il tema della flessibilita' del lavoro, oppure abbiamo solo un pugno di economisti e radicali a sostenere certe ovvie posizioni? 

Aldo,

il problema è l'egemonia culturale della sinistra come produttrice di film-romanzi-racconti dove la precarietà e la loro critica sono affrontati come epifenomeno di un insieme di rapporti sociali inquadrati nell'obsolescenza dello schemino dello scontro "capitale-lavoro".

Se si guarda ai film prodotti, su tutti mi viene in mente l'Ultimo Bacio (dove l'incertezza è più psciologica), e poi l'infinita serie di film di denuncia, è sempre forte il nesso dell'instabilità emotiva con quella lavorativa...come se fosse evidente che non avere un lavoro fisso sia di per se fonte di problemi di tipo anche psicologico.

Il problema è che l'economia non cresce e non cresce anche per i vincoli alla libertà individuale che sono posti ai cittadini e alla loro libertà di inventarsi lavori e fare concorrenza. Questo punto, il punto liberatorio della possibilità di cambiare lavoro e di sentirsi tutelati nei momenti di passaggio di un lavoro ad un altro NON ha ancora trovato registi, poeti e cantautori che ne esprimano la carica liberatrice ed emancipatoria.

Culturalmente poi il cambio di lavoro è associato alla mobilità geografica, che per quanto presente nella storia d'Italia, è sempre stata letta come una sorta di tragedia (l'iconografia dell'emigrante con la valigia di cartone e così via) o come un tributo che porta i meridionalisti ancora in circolazione a pretendere inesigibili "scuse" o compensazioni per il drenaggio di manodopera che avrebbe benficiato il nord Italia e "costruito" la ricchezza del Nord.

Considera inoltre che noi abbiamo il mito della casa di proprietà (nel senso comune italico i falliti e i sognatori vivono in affitto, chi non ha una casa di proprietà a una certa età è visto con sospetto). Inoltre, il nostro familismo comporta, e anche qui c'è tutta una tradizione, che i padri costruiscano appositi alveari attorno alla casa di famiglia allo scopo di tenersi i figli vicini. E i figli, ci stanno davvero vicino ai genitori, perchè questi, da nonni, o anche solo da semplici genitori, fanno quello che i servizi pubblici non fanno: guardano figli, sostengono precari che non hanno la disoccupazione così via.

Aggiungici il mammismo come religione nazionale, per cui la madre, solitamente spesasi tutta per la sola cura dei figli, privata di questi, al dunque, cosa farebbe? E questo succede perchè il livello di donne che lavorano in Italia, e hanno dunque una vita professionale e aspirazioni che non siano la cura parentale, sono meno che in altri paesi europei. O sbaglio?

Insomma, al dunque proporre la mobilità lavorativa come ideale è dura per ragioni che sono anche culturali non solo economiche. Non conosco sondaggi recenti, ma nel meridione d'Italia i laureati hanno come ambizione primaria entrare nel pubblico impiego, forma suprema dell'immobilismo italico.

E su tutto quello che hai elencato,

Che purtroppo condivido pienamente, si aggiunge l'enorme problema che il mercato del lavoro e' effettivamente rigidissimo: dunque la "precarieta'" di cui si parla e' una condizione effettivamente negativa che fornisce tutte le ragioni di lamentarsi a chi concepisce la mancanza di lavoro fisso come una barbarie.

Io non penso che la mancanza di flessibilita' del lavoro sia una tragedia - in Italia ci sono cose peggiori. Ma i problemi culturali che hai elencato transformano chi parla di flessibilta' lavorativa in un estremista di destra. Ricordo quando i radicali proposero il referendum per l'abolizione dell'articolo 18: forse dico male, ma forse fu in quell'occasione che cominciarono ad essere considerati come una formazione politica di destra...

Vedendo riaffiorare dal passato di NFA questo bel post non ho resistito alla tentazione di fare cortocircuito con una discussione che era in corso sul sito Linkedin nel gruppo Meritocrazia.

Mi sono pertanto permesso di postare lì il link a NFA e quindi metto qui il link alla discussione.

Vale davvero la pena laurearsi e cercare poi lavoro in Italia?

Anche questo post si era perso nel mare magnum del "prima non vi conoscevo", grazie ad Aldo Compagnoini per averlo fatto notare.

Poco tempo fa mi è capitato fra le mani un libro di diritto del lavoro, fra i suoi coautori Marco Biagi e ne ho letto alcune pagine. L'impressione che ne ho tratto è che veramente l'aver dato il nome della L.30 a Marco Biagi è una offesa alla memoria.

Il problema dei problemi è/era lo Statuto dei Lavoratori, Marco Biagi individuava già una barriera: la divisione fra aziende con più di 15 dipendenti (dove lo Statuto non si applica) e quelle con più di 15, quindi già esistevano due sottoclassi di lavoratori con tutele diverse e Marco Biagi analizzava il contratto di lavoro dall'unico punto di vista da cui non si dovrebbe prescindere: è un contratto economico, con una parte debole (il lavoratore) e una parte forte (il datore di lavoro).

L'analisi verteva anche sul fatto che i licenziamenti sono impugnabili innanzi a un giudice, dove la parte forte tale rimane, mentre il lavoratore è in una sorta di limbo: non può lavorare per altri, ma se perde la causa ha perso tutto, Biagi proponeva il superamento con una indennità economica: ti licenzio, ma ti dò X per andartene, quell'X ti dovrebbe consentire di campare per n mesi (materia di ampia discussione), in cui hai la possibilità di trovare un altro lavoro e magari fare un corso di aggiornamento e/o formazione.

Allo stesso tempo diceva che il contratto di lavoro, proprio perchè contratto economico, era ingessato e ingessava i rapporti, per cui si cercava i modi per aggirarlo, con notevoli costi economici, ancora, per le aziende era talmente oneroso assumere una persona che stava diventando l'estrema ratio, per cui lui proponeva flessibilità in entrata (non ti faccio subito l'ipermegacontratto, conosciamoci prima), e i contratti a termine, che nella logica dovrebbero essere più che pagati, in quanto non hai alcun paracadute in uscita. Tutto il resto della legge è farina di altri sacchi.

Personalmente aggiungo che, secondo me, ci sono due storture nel contratto economico definito "contratto di lavoro":

1. Il TFR. Questo "salario differito" a me non va giù: è una cambiale che arriverà a scadenza, se lo hai usato (e le aziende lo usano) può diventare un problema e fonte di dissapori: io lo eliminerei e lo riassorbirei nel salario: se il lavoratore vuole lo usa, oppure lo mette da parte, ma eviterei assolutamente di continuare a tenerlo. Se volete, poi, vi indico almeno due o tre trucchi che usano le grandi aziende per non pagarlo e farlo pagare a tutti noi. Meglio eliminarlo

2. L'art. 18. Solo per il fatto che i sindacati difendono questo totem andrebbe eliminato, ma ci sono motivi molto più razionali: è facilmente aggirabile, quindi meglio eliminarlo e sostituirlo con una tutela economica, molto più efficace, ed anche meno costosa per la collettività: le cause di lavoro costano. A tutti noi. Come si aggira ? facile come bere un bicchier d'acqua: creo la "bad company" e ci metto dentro n lavoratori, poi faccio un contratto di 6 mesi fra la casa madre e la bad company (da quel punto di vista posso anche metterli a pittare: quei lavoratori sono "death walking man". E lo sanno), poi cedo la bad company all'avventuriero di turno di pochi scrupoli (magari lo ha già fatto per altri), l'avventuriero incassa i sei mesi di contratto, non paga glòi stipendi, chiude l'azienda, non ha i soldi per il tfr, che è pagato dall'INPS (tutti noi). Et voilà, il gioco è fatto. E l'art.18 ? Qui.

L'art. 18. Solo per il fatto che i sindacati difendono questo totem andrebbe eliminato, ma ci sono motivi molto più razionali: è facilmente aggirabile, quindi meglio eliminarlo e sostituirlo con una tutela economica, molto più efficace, ed anche meno costosa per la collettività: le cause di lavoro costano. A tutti noi. Come si aggira ? facile come bere un bicchier d'acqua: creo la "bad company" e ci metto dentro n lavoratori,

Non ho dati statistici da citare, ma temo che per la maggioranza delle piccole aziende italiane non sia poi cosi' immediato aprire una "bad company". Il che si traduce nell'impossibilita' pratica di licenziare i diendenti, anche in presenza di prove di comportamento disonesto.

Per dirne una, uno che ruba, prima di buttarlo fuori dall'impresa, aspetti la condanna definitiva e intanto lo reintegri al suo posto, con lui che ti sberleffa tutti i giorni e, se vuole, continua a rubare a te ed ai suoi colleghi.

L'unico modo e' di pagare una cifra considerevole al dipendente per cavarlo di torno. E se non lo cavi di torno rapidamente, siccome i suoi colleghi si seccano di farsi rubare dei soldi, gli danno addosso e cosi' ti prendi pure una denuncia per mobbing (perche' sta a te come datore di lavoro impedire che si verifichi). Quindi paghi, paghi quello che ti chiede e paghi pure in fretta.

L'articolo 18 e', per come e' applicato in realta', una delle cause della presenza di tantissime aziende con  meno di 15 dipendenti.

 

 

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