Un fatto semplice-semplice sull'evasione fiscale

3 febbraio 2012 giulio zanella

L'evasione fiscale è enormemente più facile quando il reddito imponibile viene dichiarato dal soggetto tassato invece che da un terzo. Strano ma vero: altre differenze sembrano essere di secondaria importanza nello spiegare i divari tra le economie sommerse nei paesi OCSE.

Un lavoratore autonomo in Italia, infatti, evade all'incirca quanto un lavoratore autonomo negli Stati Uniti o in Danimarca. Sembra un'affermazione pazzesca, eppure i dati disponibili sembrano mostrare proprio questo.

In questo paper (perdonerete l'autopromozione ma certe cose le si notano più facilmente facendo ricerca) io e Roberto Galbiati stimiamo che a fine anni  '80 gli autonomi in Italia nascondevano al fisco circa il 46% del reddito imponibile. Il corrispondente tax gap (cioè la frazione di imposte non pagate relativamente a quelle dovute) era pari a circa il 55%. Per gli Stati Uniti, una stima comparabile del tax gap è fornita da Joel Slemrod: 52% per i redditi dei proprietari di imprese "non-corporate" (esclusi gli agricoltori, per loro il tax gap arriva al 72%) e 55% per i redditi dei lavoratori autonomi in senso lato. Per la Danimcarca, infine, Henrik Kleven, Martin Knudsen, Claus Kreiner, Søren Pedersen, ed Emmanuel Saez hanno stimato che i contribuenti che dichiarano direttamente il proprio reddito tassabile nascondono circa il 41% dell'imponibile. La tabella qui sotto riassume questi studi.

Fonte Paese Imponibile non dichiarato Tax gap Anno dati
Galbiati-Zanella (2012) Italia 46,4% 55,2% 1987
Slemrod (2007) USA - 52%-57% 2001
Kleven et al. (2011) Danimarca 41,5% - 2007

Con un po' di cautela perché le stime si riferiscono a periodi diversi, questa tabella suggerisce che quando gli incentivi sono simili le persone si comportanto in maniera simile, anche in contesti socioeconomici diversi: davanti al fisco un lavoratore autonomo italiano non si comporta molto peggio del suo omologo americano o danese. Non sembra, insomma, che gli italiani abbiano una speciale propensione ad evadere le tasse. Da dove viene, quindi, l'enorme differenza nella dimensione dell'economia sommersa in questi tre paesi? Secondo le stime di Friedrich Schneider, Andreas Buehn e Claudio Montenegro la dimensione media dell'economia sommersa tra il 1999 e il 2007 relativamente al Pil e' stata del 27% in Italia, 8,6% in USA, 17,7% in Danimarca.

La tabella sopra suggerisce una semplice risposta: si tratta di un effetto di composizione. La domanda retorica nel titolo del paper di Henrik Kleven e coautori ("Unwilling or unable to cheat?") significa questo: se in un paese si evade poco non è perché non si vuole evadere a causa di una speciale moralità ma perché è più difficile farlo. E il motivo per cui è più difficile è che la vasta maggioranza dei contribuenti è soggetta a third-party reporting, cioè a un regime per cui il reddito tassabile di Tizio non è dichiarato al fisco direttamente da Tizio ma da Caio (quello che in Italia si chiama il regime del "sostituto d'imposta").

Mettendo insieme le stime della dimensione dell'economia sommersa (fonte: come sopra; nota: l'economia sommersa non coincide esattamente con l'economia sottratta al fisco perché non tutte le attività sommerse sono imponibili; tuttavia c'è una buona sovrapposizione tra le due, anche perché le stime di Schneider e Buehn non includono l'economia criminale) con quelle sull'incidenza dei lavoratori autonomi sul totale dell'occupazione (fonte: statistiche OCSE) si vede immediatamente che c'è una forte correlazione positiva tra le due variabili. La figura qui sotto riassume questa relazione utilizzando dati relativi al 2006 per gli autonomi e la media 1999-2007 per l'economia sommersa, entrambi per i 25 paesi OCSE a più alto reddito.

autonomi-sommerso

Correlazione non significa causalità, naturalmente. Ci dev'essere un motivo se in Portogallo, Italia, Corea del Sud, Grecia, e Messico c'è un esercito di lavoratori autonomi mentre in Lussemburgo, Stati Uniti, Francia, Canada e Danimarca bisogna cercarli col lanternino. E questo stesso motivo potrebbe riflettersi nel fatto che nel primo gruppo la dimensione dell'economia sommersa è maggiore (e non di poco) che nel secondo gruppo.

Ma è proprio questo il punto: capire questo motivo (o, più probabilmente, i motivi). Il third-party reporting rende meccanicamente più difficile evadere; se ogni transazione che genera reddito imponibile venisse riportata al fisco non da chi deve pagarci le imposte ma dalla controparte che non deve farlo, l'incentivo a dichiarare il falso sarebbe sostanzialmente ridotto. È sempre possibile corrompere e redistribuire i guadagni dell'evasione, è vero (si potrebbe dire che almeno così l'evasione sarebbe più "equa": finalmente anche i lavoratori dipendenti potrebbero evadere cifre paragonabili a quelle degli autonomi!) ed è amministrativamente impensabile avere tanti sostituti d'imposta quante sono le famiglie.

Questo fatto semplice-semplice, però, solleva una domanda importante per i governi dei paesi dove l'evasione fiscale è un problema cronico, come l'Italia: perché ci sono così tanti soggetti (rispetto al resto dei paesi OCSE) col privilegio di autoriportare il proprio reddito imponibile direttamente al fisco? La risposta a questa domanda è importante perché può indicare alcune delle cause remote dell'evasione fiscale. Ecco alcune possibilità, in modo del tutto casuale e speculativo. Forse in Italia (e nei paesi a "nord-est" nella figura sopra):

  1. i regimi di tassazione e regolamentazione del mercato del lavoro danno un incentivo a mascherare con una partita IVA un rapporto di lavoro dipendente (forse non è un caso che il gruppo di paesi a "nord-est" nella figura sono nelle parti alti del ranking per employment protection legislation);
  2. il regime di enforcement fiscale dà un incentivo a mettersi in proprio perché evadere le tasse è relativamente facile;
  3. le istituzioni economiche creano incentivi che risultano in una struttura industriale fatta di piccole imprese, ditte individuali, singoli professionisti in proprio.

Eccetera. Tutti gli sforzi di contrasto all'evasione fiscale si concentrano sul #2, rendere più difficile evadere le tasse. Questo è certamente utile ma per quanto ci si sforzi su questo fronte (per esempio mettendo tutto quello che si può nel redditometro) il margine è limitato perché a un certo punto il costo addizionale di combattere l'evasione per questa via inizia a superare il beneficio addizionale.

Questo sembra essere il limite anche delle iniziative animate dalle migliori intenzioni. Per esempio, abbiamo ricevuto da Massimo Donadi (Italia dei Valori) il testo di una "mozione per il contrasto all'evasione e all'elusione fiscale". Pare che il governo la trovi interessante. Io ci trovo aspetti assolutamente positivi (come: punto a), la misurazione sistematica del tax gap in Italia--se non altro perché implicherebbe fare da noi cose come quelle che hanno fatto Henrik Kleven e coautori in Danimarca; punti g) e h) rendere più flessibile il processo di controllo, inclusa magari l'allocazione delle risorse -- è una delle conclusioni a cui io e Roberto Galbiati giungiamo). Altri però sembrano poco lungimiranti perché si basano sull'illusione che l'evasione fiscale si possa contrastare al meglio con misure sempre più invasive che obbligano a riportare al fisco di tutto di più e quindi ad ingigantire la macchina burocratica per la raccolta e la gestione di queste informazioni (esempi: punti b) e d) su consumi, investimenti, risparmi, beni mobili e immobili, attività finanziarie dei singoli nuclei familiari).

In una prospettiva di lungo periodo è probabilmente su fattori come #1 e #3 che si deve agire. Questo indica strade nuove e poco battute per contrastare l'evasione fiscale.

38 commenti (espandi tutti)

Mi sembra di ricordare che in Francia non esista il regime della ritenuta alla fonte per il lavoratori dipendenti: il datore di lavoro paga il lordo al dipendente e quest'ultimo paga le tasse  sulla base di una dichiarazione (qualcuno che lavora in Francia mi corregga se sbaglio).  Peró la Francia non mi sembra fuori linea nel grafico.

Si e' vero. Il sistema di retenute alla fonte vale a grandi linee per i contributi sociali e pensionistici . L'imposta sul reddito viene versata ex-post. Ma se sei lavoratore dipendente, i tuoi reddito da lavoro appare pre-compilato nella dichiarazione delle imposte online .

Che e' la stessa cosa. Il punto non e' chi versa l'imposta ma chi riporta l'imponibile al fisco. Anche in Francia, per i dipendenti, lo fa una parte terza.

(vedo adesso che Corrado l'aveva gia' fatto notare, grazie.)

Perchè se il datore quando ti versa  il lordo dichiara esattamente quanto ti ha versato, il dipendente è costretto a fare altrettanto (è esattamente quello che succede a me). Altrimenti viene immediatamente scoperto.

In pratica non esiste la ritenuta alla fonte ma il dipendente non può comunque alterare le proprie entrate.

confermo

marcodivice 3/2/2012 - 10:52

anni fa ho lavorato in francia e confermo. i contributi li versa il datore di lavoro, la tassa sul reddito la paga il lavoratore. 

La differenza tra livelli di evasione di lavoratori autonomi e dipendenti emerge anche da una serie di altri lavori. Li trovate sintetizzati qui:

https://editorialexpress.com/cgi-bin/conference/download.cgi?db_name=IIP...

Da imprenditore individuale (ramo sviluppato software verticale), confermo la sostanziale correttezza della logica espressa nell'articolo.

Correggerei, nell'impostazione, solo la genericità del concetto di "autonomo", in quanto nello stesso calderone finiscono due tipologie di operatori.

A) chi, come me, lavora e può lavorare solo con le aziende, non evade nulla (0% evasione) perchè, etica a parte, le aziende non ti pagano se non a fronte di regolare fattura, che a sua volta viene segnalata allo stato tramite registro clienti/fornitori (segnalazione di terzi allo stato, come giustamente evidenziato dall'articolo)
In sostanza, gli autonomi che lavorano in determinati settori sono a tutti gli effetti controllati come e più dei dipendenti.

B) chi lavora con il privato, evade "girando" parte delle tasse evase come sconto al cliente (che è complice del fenomeno, non dimentichiamolo... a dare addosso agli autonomi sono il più delle volte gli stessi che chiedono lo "sconticino" col nero).
Nessuna terza parte può/vuole fornire in questo caso informazioni sull'avvenuta transazione.

Allo stato attuale, non mi risulta che l'Agenzia delle Entrate in Italia abbia capito la differenza tra le due casistiche (fanno controlli più o meno inutili su svariate categorie di professionisti e imprenditori individuali).

L'evasione era possibile in passato per tutte le aziende (non solo autonomi!) tramite falsificazione/soppressione di fatture ricevute/emesse su clienti italiani o esteri.
La pratica, per quanto concerne le fatture italiane, è possibile solamente in assenza di registro fornitori/clienti, la cui tenuta dovrebbe finalmente diventare una volta per tutte definitiva e obbligatoria per tutti.
Una estensione a livello europeo del citato registro clienti/fornitori permetterebbe, con un datacenter non costosissimo e programmatori esperti e capaci, di estendere a livello CEE il contrasto all'evasione.

Segnalo peraltro come sia diffusissima anche in aziende NON individuali, tipicamente sotto i 15 dipendenti, la prassi di evadere il fisco quando il cliente sia un privato.

Una domanda agli esperti: esistono contributi in letteratura in merito alla efficacia del "redditometro"? come viene denominato all'estero, ove esiste, questo strumento?

Massimo Brini

Commento molto utile, grazie Massimo.

Per chiarire (avrei dovuto farlo nel post, pensavo fosse sottinteso ma evidentemente non era per niente chiaro): per "autonomi" intendo non solo i professionisti ma anche tutte le piccole aziende (il cui proprietario e' statisticamente un lavoratore autonomo), gli agricoltori, ecc.

A) chi, come me, lavora e può lavorare solo con le aziende, non evade nulla (0% evasione) perchè, etica a parte, le aziende non ti pagano se non a fronte di regolare fattura, che a sua volta viene segnalata allo stato tramite registro clienti/fornitori (segnalazione di terzi allo stato, come giustamente evidenziato dall'articolo)
In sostanza, gli autonomi che lavorano in determinati settori sono a tutti gli effetti controllati come e più dei dipendenti.

Ma cosa impedisce a due aziende di colludere ed evadere come se fosse una transazione con una controparte non aziendale? E' certamente piu' difficile ma non impossibile, ti pare? Cioe' quanto dici sotto

La pratica [sottofatturazione o omissione fatturazione], per quanto concerne le fatture italiane, è possibile solamente in assenza di registro fornitori/clienti, la cui tenuta dovrebbe finalmente diventare una volta per tutte definitiva e obbligatoria per tutti.

non mi pare necessariamente vero, potresti spiegare meglio? Cioe' cosa impedisce a un'azienda che abbia "fondi neri" di fare una transazione aggirando questo registro se l'azienda controparte e' compiancente?

Eviterei di scendere nel dettaglio del meccanismo, onde evitare che qualche giudice zelante mi insegua nel futuro. Spero mi perdonerà per questo.

"Ma cosa impedisce a due aziende di colludere ed evadere come se fosse una transazione con una controparte non aziendale?"

Banalmente: non ne avrebbero utilità.

Una transazione tra due entità può essere documentata oppure no (in nero).
Se documentata, sorgono effetti fiscali e civilistici tra le parti.
Gli effetti civilistici sono utili ad ambedue le parti: responsabilità del fornitore, diritto al pagamento per il creditore...
Gli effetti fiscali sono diversi a seconda se l'acquirente è privato o azienda (ipotizzo nel seguito pari aliquota fiscale, onde evitare fenomeni distorsivi).
Se l'acquirente è aziendale, il guadagno del fornitore è costo per il cliente, e quindi è fiscalmente neutro (il fornitore paga X euro di imposte, ma il cliente ne paga X di meno e quindi PRETENDE la fattura/ricevuta fiscale).

In condizioni normali, pertanto, non ha senso che uno Stato (maiuscolo stavolta) indaghi con eccessivo ardore su transazioni tra imprese: esse sono solitamente neutre, dal suo punto di vista, e il suo cane da guardia è l'azienda cliente (azienda, non privato: si badi bene alla differenza).
Tali condizioni normali vengono meno quando una azienda mette in atto comportamenti illegali tramite creazione fittizia e/o soppressione di documentazione fiscale. Esempio: il fornitore A ha per clienti B, C e D. Emette a tutti e tre la fattura, ma sempre con lo stesso numero, ovviamente registrandone una sola. Oppure, registra sul suo bilancio una fattura di importo minore rispetto a quella autentica inviata al cliente.
Il registro dei clienti/fornitori ovvia a questo problema: lo Stato può confrontare rapidamente (in O grande di uno, pr gli informatici che ci seguono) quanto B, C e D hanno ricevuto e pagato di fatture a A, e viceversa. *** Questo implica che eventuali comportamenti illegali possono durare al più un anno fiscale. Dopo, vengono scoperti.***
Una nota di colore locale aiuterà a chiarire la teoria: l'introduzione improvvisa, negli anni passati, del registro fornitori+clienti per le piccole aziende ha provocato la fuga di molti titolari stranieri, comunitari e non, di piccole imprese edili... abitualmente essi emettevano fatture multiple o difformi da quelle effettivamente registrate, evadendo il fisco, e l'introduzione del registro ha fatto emergere all'improvviso le loro furbate. Essendo il nostro uno stato (minuscolo) poco serio, una volta espatriati sono diventati impunibili/impuniti.

Per quando riguarda i fondi neri, essi vengono creati per scopi illeciti DIVERSI dall'evasione fiscale. Capita anzi che per crearli si paghino più tasse del dovuto. Non so quali siano le sue conoscenze sulla finanza aziendale "illegale": credo non sia saggio spiegare i dettagli di queste pratiche in luogo pubblico (quando mi vennero spiegate una ventina di anni fa, lo fecero con le porte chiuse a chiave :-)

Spero di essere stato esauriente e chiaro !

autonomi 1e 2

gianni 3/2/2012 - 13:42

concordo sul fatto che vi siano due autonomi diversamente tassati e tartassati afronte di clientela privato/azienda, cui il fisco si disinteressa,(ahimè io sono uno di quelli)

trovo comunque la  questione fiscale usata sempre o dai politici o dai loro conniventi intelletuali strumentale ai loro bisogni di capro espiatorio. il tax rate in italia è assolutamente una rapina ai danni del cittadino. ergo  chi può bengiustamente deve evadere...l' evasione al di là delle barzellette propinate da 30 anni è stata la possibilità di avere somme a disposizione da destinare al miglioramento proprio o alla sanità.Gianni Z. NB. pagare tutti per pagare meno ......ma dai...

>>due autonomi diversamente tassati e tartassati
Le aliquote fiscali sono identiche, e tali è ovvio che devono rimanere.

Molto banalmente sarebbe necessario, nel contrasto alla evasione, focalizzarsi non sugli autonomi in sè e per sè, cosa inutile nel 50% dei casi, ma sulle realtà imprenditoriali sotto i 15/20 dipendenti che lavorano col privato (solo una parte delle quali sono autonomi). Eventuali evasioni devono poi essere sanzionate con durezza proporzionata alla percentuale di evaso sul potere contributivo (cosa che oggi non avviene).

Se al posto del termine "autonomi" si fosse adottato "aziende di piccole dimensioni E autonomi operanti sul settore privato", l'articolo sarebbe stato un contributo ancora migliore di quanto non lo sia già ora.

Per quanto concerne il problema dell'evasione, fermo restando la necessità di combatterla: se non è etico rifiutare il proprio contributo al benessere collettivo, è anche vero che le risorse raccolte DEVONO essere spese con criterio.
Vedere i propri utili, faticosamente guadagnati, destinati a stipendiare fanciulle di dubbia fama non aiuta il contribuente onesto a fare il proprio dovere.
Ognuno faccia il suo dovere: contribuenti e stato (con la "s" minuscola, perchè nel nostro paese non merito molto di più).

Aiuterebbe anche, peraltro, dare leggi chiare e sensate: per citare un esempio, nessuno ancora ha capito con certezza se l'IRAP vada o meno pagata dai professionisti senza beni strumentali significativi, ed alcune situazioni finite sui giornali in questi giorni sono figlie di questa confusione creata NON dai contribuenti, ma dallo stato (sempre in minuscolo, vedasi sopra).
Tale confusione ha fatto sì che venissero etichettati come evasori persone che non lo sono affatto, a danno loro e della credibilità di un paese, che di credibilità avrebbe dannatamente bisogno.

Gianni, non ti seguo, puoi spiegare meglio?

il tax rate in italia è assolutamente una rapina ai danni del cittadino. ergo  chi può bengiustamente deve evadere...l' evasione al di là delle barzellette propinate da 30 anni è stata la possibilità di avere somme a disposizione da destinare al miglioramento proprio o alla sanità

Che la pressione fiscale in Italia sia alta siamo d'accordo. Che a fronte di questo evadere sia "bene e giusto" non siamo d'accordo. Se l'unico modo per competere e' evadere le tasse, meglio cambiare carriera perche' vuol dire che non si e' competitivi. Che poi l'evasione sia stata tollerata dai governi per far tirare a campare tante piccole imprese o autonomi inefficienti e' un'altro discorso, ed e' esattamente uno dei punti del post che questo non aiuta (vedi #3 nel post).

Infine, mi sfugge il legame tra evasione e risorse per la sanita'.

Mi perdoni, ma affermazioni come questa proprio non le digerisco:

Se l'unico modo per competere e' evadere le tasse, meglio cambiare carriera perche' vuol dire che non si e' competitivi.

Trovo che sia davvero un'affermazione priva di senso.

Siamo in un mondo globalizzato, ed uno dei fattori che rende competitivo l'"ambiente" in cui operano le imprese è proprio il peso del fisco.

Mi spiegherebbe, concettualmente da un punto di vista economico, e non legalmente, che differenza c'è tra pagare il metà delle imposte in Italia ed il pagarle integralmente in un paese che pretende la metà delle imposte?

Dobbiamo forse pensare che tutti coloro che se ne vanno in paesi dal fisco meno vorace sono "non competitivi" e dovrebbero cambiare mestiere? Attenzione perchè l'elenco diventerebbe molto lungo nonchè estremamente interessante.

Non potrebbe anche essere che imprese che sarebbero assolutamente sane e competitive in Usa o Svizzera o Irlanda diventano non competitive in Italia grazie al peso del fisco sulle imprese ai primi posti al mondo (sembrerebbe secondo la banca mondiale)?

Appunto imprese che, una volta migrate all'estero, tornano ad essere competitive (ed ovviamente le imprese estere in Italia non vengono).

Forse l'"inefficienza" non sta nelle imprese, ma altrove, ed è questo "altrove" che dovrebbe cambiare mestiere.

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Una domanda ed una considerazione sulle stime sull'evasione: esistono solo i confronti internazionali di Schneider o ce ne sono anche altri, magari basati su metodologie differenti (possibilmente non fondate sull'utilizzo di contante, che in Italia è probabilmente più elevato per fattori culturali indipendentemente dall'evasione)?
Perchè a me i numeri sull'economia sommersa sembrano ogni giorno di più i numeri del lotto: com'è possibile che ci siano differenze così marcate tra Istat e Schneider?A me tra 16-17-18 e 22 non sembra affatto che la differenza sia poca, figurarsi rispetto a 27.

Dobbiamo fidarci di chi sovrastima di 5 punti per errori di una banalità così sconcertante?

Wikipedia (perdonatemi) cita questo studio:

http://mpra.ub.uni-muenchen.de/29672/

che parla di 18/19% di redditi non dichiarati negli Usa. Cifra che risulta paurosamente simile alle stime Istat relative all'Italia. Anche rapportando tale numero (dice circa 2 trilioni) al pil Usa, arriviamo ad oltre il 14%, che è un numero molto diverso dall'8-9% di Schneider.

A che numeri dobbiamo credere?
La mia impressione, vedendo numeri che quasi raddoppiano da una stima all'altra, è che abbiamo a che fare con stime assolutamente poco affidabili.

La mia impressione  è che l'evasione in Italia sia assolutamente sovrastimata (nel confrontarla con quella degli altri paesi) e che serva solamente come capro espiatorio per una classe politica di incapaci e malfattori. Un modo come un altro per distogliere l'attenzione dall'inettitudine di chi incassa e spende i soldi delle imposte e dare il via ad una indecente caccia alle streghe magari proprio contro quelli che mandano avanti il paese (cioè le PMI, o sono i dipendenti pubblici che non evadono a mandare avanti la baracca?).

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Ultima nota: a guardare il grafico che mostra la correlazione tra evasione e autonomi, a me sembra che pesino di più i fattori culturali. I paesi "latini" e meno avanzati evadono generalmente tanto. Gli altri stanno tutti in una bella nuvoletta che secondo me non mostra alcuna correlazione.

Come si posizionerebbero in un grafico del genere nord e sud Italia separatamente (dato che sembra che in Italia l'evasione "anomala" sia fenomeno che riguarda prevalentemente il sud)?

Grazie

L'affermazione incriminata significa questo: in Italia non tutti evadono, c'e' anche chi riesce a sopravvivere in un ambiente competitivo pagando tutto quello che deve pagare, assumendo con contratti regolari i dipendenti eccetera. Conosco personalmente casi specifici di cui sono certo (non e' evidenza generale, me ne rendo conto, ma basta un caso per fare il mio punto). Se l'unico modo in cui si puo' competere con costoro e' evadere, chiaramente non si e' competitivi e il concorrente che non evade sta li' a dimostrare proprio questo.

Mi spiegherebbe, concettualmente da un punto di vista economico, e non legalmente, che differenza c'è tra pagare il metà delle imposte in Italia ed il pagarle integralmente in un paese che pretende la metà delle imposte?

La differenza da un punto di vista puramente economico e' che permettendo evasione del 50% delle imposte in un paese a pressione fiscale 50% (vs. far pagare il 100% in un paese a pressione fiscale 25%)  si peggiorano le distorsioni che la tassazione diretta di per se' gia' introduce. Per esempio (e lo vediamo bene in Italia) aver tollerato l'evasione ha implicato tassare sempre di piu' chi non poteva evadere, cioe' principalmannte il lavoro dipendente. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Questo argomento di efficienza ha un corollario nell'equita' del sistema fiscale, che e' anch'essa questione economica e non solo etica.

Dobbiamo forse pensare che tutti coloro che se ne vanno in paesi dal fisco meno vorace sono "non competitivi" e dovrebbero cambiare mestiere?

No, infatti se ne sono andati esattamente per essere piu' competitivi.

questo studio: http://mpra.ub.uni-muenchen.de/29672/ [...] parla di 18/19% di redditi non dichiarati negli Usa. Cifra che risulta paurosamente simile alle stime Istat relative all'Italia. Anche rapportando tale numero (dice circa 2 trilioni) al pil Usa, arriviamo ad oltre il 14%, che è un numero molto diverso dall'8-9% di Schneider.

Beh, non si puo' confrontare non l'Italia se non dopo aver calcolato la stessa cifra per l'Italia con la stessa metodologia. Pero' e' vero, e' maggiore della stima di Schneider e non di poco. Come dicevo sopra in un altro commento questo non sorprende: stimare l'evasione e' estremamente difficile e dobbiamo per forza convivere con un certo grado di incertezza. Se pero', per esempio, potessimo dire che per gli USA la cifra e' compresa tra l'8 e il 14 del Pil, l'incertezza non sarebbe insopportabile. Stessa cosa per l'Italia se potessimo dire che e' compresa tra il 20% e il 27%. L'importante e' pero' usare lo stesso metodo per confrontare paesi diversi.

La mia impressione  è che l'evasione in Italia sia assolutamente sovrastimata (nel confrontarla con quella degli altri paesi) e che serva solamente come capro espiatorio per una classe politica di incapaci e malfattori. 

E su quale evidenza di basa questa impressione? Scommetto che se usiamo lo stesso metodo per tutti i paesi scaliamo in alto o in basso le cifre, ma il ranking rimane invariato.

a guardare il grafico che mostra la correlazione tra evasione e autonomi, a me sembra che pesino di più i fattori culturali. I paesi "latini" e meno avanzati evadono generalmente tanto. Gli altri stanno tutti in una bella nuvoletta che secondo me non mostra alcuna correlazione.

A parte che Corea, Belgio e Grecia non sono paesi "latini", questo non spiega nulla se non si sa perche' i paesi "latini" hanno allo stesso tempo elevata evasione ed un'elevata quota di autonomi, ti pare?

Se l'unico modo in cui si puo' competere con costoro e' evadere, chiaramente non si e' competitivi e il concorrente che non evade sta li' a dimostrare proprio questo

...

Per esempio (e lo vediamo bene in Italia) aver tollerato l'evasione ha implicato tassare sempre di piu' chi non poteva evadere, cioe' principalmannte il lavoro dipendente.

 

Continuo a non vedere la differenza – economicamente, non legalmente – con un’impresa che si sposti oltreconfine, ad esempio in Svizzera.

Non è un problema di inefficienza dell’impresa, di per sè in grado di produrre ricchezza (quindi sufficientemente efficiente), ma di inefficienza dell’ambiente in cui opera e quindi del “fardello” che mette a gravare sull’impresa.

Dopotutto non ci diciamo sempre che la nostra economia starebbe molto meglio e che le nostre imprese sarebbero ben più competitive con una minore pressione fiscale? Stiamo forse dicendo che diminuire la pressione fiscale serve per permettere ad imprese decotte ed inefficienti di stare in piedi? Non penso. Stiamo dicendo che è giusto che chiudano tutte le imprese che sarebbero in grado di produrre ricchezza e stare in piedi da sole con una pressione fiscale normale? Non credo neanche questo, anche perchè i risultati sono sì sotto gli occhi di tutti: le imprese “inefficienti” chiudono e l’economia va a quel paese. L’inefficienza è esterna all’impresa, non interna, anche se su di essa viene traslata.

NB: anche un’impresa delocalizzata induce le medesime distorsioni, “costringendo” (se vogliamo vedere le cose in questo modo: non sono per niente d’accordo ma lasciamo stare perchè è un altro tema) ad aumentare la tassazione sulle imprese e sulle persone che rimangono in patria. Anzi, se vogliamo in questo caso le distorsioni possono essere ancora maggiori, perchè invece che la metà lo stato non incassa più nulla (e molte spese non hanno nulla a che fare coi presunti “servizi” erogati alle imprese/persone stesse).

 

No, infatti se ne sono andati esattamente per essere piu' competitivi.

 

Magari continuando ad operare esattamente come prima, con l’unica differenza data dal fisco: altro segno che l’inefficienza e la mancanza di competitività non è delle imprese in questione ma del contesto in cui operano. Continua ad essere qualcun altro il soggetto “inefficiente” che dovrebbe cambiare mestiere.

 

stimare l'evasione e' estremamente difficile e dobbiamo per forza convivere con un certo grado di incertezza.

...

L'importante e' pero' usare lo stesso metodo per confrontare paesi diversi.

 

Da qui nasce la mia perplessità: il grado di incertezza è molto elevato, per cui occorre usare una certa cautela prima di dare il via alla caccia alle streghe cui stiamo assistendo, perchè non mi pare affatto provato che l’evasione sia in Italia tanto “anomala” rispetto ad altri paesi “normali”. Si evaderà comunque più che negli Usa, ma la differenza rispetto ad altri paesi europei con pf simile potrebbe essere molto molto ridotta.

Per fare un altro esempio, mi sono imbattuto anche in questo studio (certamente meno autorevole di Schneider, ma non per questo da buttare):

http://ideas.repec.org/p/tur/wpaper/22.html

che in sostanza dice che trattando adeguatamente l’economia illegale l’evasione torna ad essere più o meno il 17-18% indicato dall’Istat.

Per questo le chiedevo se ci sono altri confronti internazionali omogenei: dato il grande margine di incertezza affidarsi ad un solo studioso non mi pare saggio, anche perchè il suo metodo potrebbe ad esempio trattare in effetti in modo inadeguato l’economia criminale. Questo potrebbe, sempre per esempio, portare a sovrastimare l’evasione nelle zone con maggiore economia criminale, come può essere appunto l’Italia (sempre a sensazione e senza dati a supporto, immagino che in Norvegia le mafie varie abbiano meno peso).

Un altro problema potrebbe essere quello di basarsi in ultima analisi sull’utilizzo dei contanti, penalizzando potenzialmente i paesi che ne fanno un maggiore – onesto – uso. Cioè sempre l’Italia, dove dal Mc Donalds non si paga con la carta di credito come accade normalmente altrove.

Se avessimo a disposizione altri confronti basati su metodi differenti potremmo davvero capirci qualcosa di più.

 

E su quale evidenza di basa questa impressione? Scommetto che se usiamo lo stesso metodo per tutti i paesi scaliamo in alto o in basso le cifre, ma il ranking rimane invariato.

 

Su nessuna evidenza, ho parlato di “impressione” apposta. Ad occhio penso che dovremmo vedere una maggiore ricchezza diffusa se ci fosse tutta questa economia sommersa in più rispetto agli altri paesi europei. Da qualche parte finiranno tutti questi soldi, no?

A parte che Corea, Belgio e Grecia non sono paesi "latini", questo non spiega nulla se non si sa perche' i paesi "latini" hanno allo stesso tempo elevata evasione ed un'elevata quota di autonomi, ti pare?

Intendo dire che forse i fattori culturali spiegano più del numero di autonomi. Estremizzando il concetto, immagino che se plottassimo la latitudine media degli stati del mondo ed il loro tasso di evasione troveremmo una buona correlazione.

Con ciò non intendo dire che più “occasioni” di evasione, come suggerito nell’articolo, non portino effettivamente a maggiore evasione.

Giulio, conosci questo paper. Credo che sia molto utile a capire perchè in Italia ci sono più autonomi che negli USA.

No, non lo conoscevo.  Interessante, grazie. Il modello,

a model where efficient financial markets and a favorable policy environment lead to a better allocation of capital to talent, higher wages, and thereby driving the least productive self-employed individuals to seek employment

e' simile al #3 nel post.

Probabilmente, la convergenza di interessi tra gli ultimi governi e Confindustria, per introdurre modelli societari con apporto di capitale nel mondo dei servizi resi dai liberi professionisti, al di là di deprecabili concessioni a defatiganti pratiche lobbistiche, o la ricerca di mirabolanti modernizzazioni e recuperi di efficienza, tutti da dimostrare,  sottende anche obiettivi di questo tipo:  trasformare autonomi (professionisti) in dipendenti, più controllabili (sotto molti punti di vista, non solo fiscale)

C'è qualcosa di poco chiaro nel discorso. I liberi professionisti, per esempio, sono obbligati a tenere un conto specifico per l'attività lavorativa, dovendo giustificare con apposite fatture tutti gli accrediti ed addebiti su di esso, e a presentare la dichiarazione dei redditi tramite commercialista autorizzato, per via telematica.

Inoltre, i professionisti che prestano i loro servizi ad imprese sono di fatto costretti a fatturare tutto, perché lo richiedono i clienti che, di regola, non hanno interesse ad evadere l'IVA, che non è a loro carico.

Se poi hai la fortuna di raggiungere un fatturato di qualche rilievo, ti accorgi che non vale la pena di fare sconti al cliente, perché le eventuali sanzioni pesano troppo.

In sintesi: per buona parte, se non la totalità delle professioni, la normativa tributaria impedisce l'evasione (o almeno la contiene).  Bisogna guardare altrove, credo. 

Luciano, i dati disponibili (quelli nei papers linkati nel post e nel paper linkato da Roberto in un commento sopra; per gli USA, la tabella 1 in Slemrod e' emblematica) mostrano che il grosso dell'evasione viene proprio dalla categoria "autonomi" (professionisti, piccole aziende individuali di servizi, manifattura e costruzioni, agricoltori). Non dovrebbe sorprendere. Li' in fondo e' anche dove si concentra il lavoro nero.

 di vessazione da irap io potrei dire molto...e penso tutti i professionisti....il preside sputttanamento della Bocconi in nome dell' equità avrebbe dovuto come primo atto sistemare questa autentica truffa di stato...vero befera ? il grande comunicatore delle invidie sociali ....

oggi in italia si può scientifcamente parlare di uno stato fascicomunista... e di cui il preside è il degno capobanda...per la sanità semplicemente uno deve metere da parte dei soldini perchè nel futuro in questo stato prima di fare un esame sei defunto...paghi doppio, con contributi e dopo con le visite private. Gianni Z.

sarebbe bene che noise citasse o facesse uno studio sul fiscal compact dal preside sottoscritto...neanche il berlusca tra una ruby e l'altra avrebbe firmato tale atto....

Grazie per aver presentato questi studi utili a comprendere meglio il fenomeno dell'evasione fiscale.  Se le scadenti elites italiane, dai politici agli intellettuali agli artisti e i sindacalisti fossero in grado di capire questo genere di studi quantitativi di impronta scientifica, finirebbe il circo italiano degli ultimi decenni in cui tutti si agitano e promettono di fare miracoli contro l'evasione fiscale senza mai concludere nulla di fatto e nel contempo spargendo una montagna di frottole, bugie e disinformazione, come quella che nel Nord Italia (dove ci sono piu' dipendenti e meno autonomi) si evadrebbe piu' che nel Sud Italia, dove a causa delle nocive e ridicole politiche econiche dello Stato sostenute da buffe e/o disoneste teorie della maggioranza dei suoi intellettuali l'assunzione di dipendenti privati risulta fortemente disincentivata, tanto da essere a livelli da terzo mondo, favorendo oltremodo l'impiego autonomo o in micro-imprese dove prevale l'evasione fiscale.

In questo lavoro della BdI si sostiene che le norme sociali e il civismo hanno un ruolo nell'evasione. Viene costruito un indicatore "di propensione ad evadere" partendo dall'indagine sui bilanci delle famiglie italiane di qualche anno prima e si mostra come ci sia una corrispondenza tra intenzioni e comportamenti. Si mostrano correlazioni tra questo indice e lavoratori irregolari, evasione dell'imposta sul reddito, evasione dell'IVA. Sembra molto convincente ma è in antitesi con la tua affermazione che “Non sembra, insomma, che gli italiani abbiano una speciale propensione ad evadere le tasse.”

I lavori di Schneider, che alcuni accusavano di sovrastimare l'evasione, davano quella italiana al 26-27% del Pil. Nel link che che hai postato è sorprendentemente (per me) al 22.4%, più vicina alla stima Istat. In generale tutte le stime sono sensibilmente più basse che nei lavori precedenti, anche rispetto a quelli più recenti come questo. Come si spiega?

L'anno scorso, sul Corriere è apparso questo articolo in cui si parla del DataBase Geomarket (Dbgeo), uno strumento dell'Agenzie delle Entrate per stimare il tax gap, con tanto di dati e mappa dettagliati a livello provinciale. Sapete qualcosa di questi benedetti dati di cui non si trova traccia da nessua parte, nemmeno sul sito dell'Agenzia?

Questioni molto interessanti.

(1) La corrispondenza tra intenzioni e comportamenti lascia indeterminata la direzione causa-effetto. Puo' darsi che queste intenzioni dichiarate riflettano le preferenze e che il comportamento rifletta queste ultime ("preferenze rivelate"). Ma puo' anche darsi che le intenzioni dichiarate giustifichino ex-post un comportamento che riflette particolari incentivi. Il paper non risolve questa incertezza causa-effetto, ne' pretende di farlo. In altre parole, le opinioni sull'evasione sono determinate da molte cose, incluso quanto si evade. Chiamare questa "propensione ad evadere" non mi sembra appropriato, e' una tautologia: "sono propenso ad evadere perche' evado". Non mi pare quindi in antitesi con quanto ho affermato.

(2) Grazie mille per il paper di Schneider e coautori del 2010, mi era sfuggito. Vedo che rettificano le stime precedenti, sbagliate a causa di un banale errore di segno--dicono nella nota. Adesso correggo anche lo scatterplot che ho messo nel post. Direi quindi che queste stime corrette sono in linea con le precedenti. Restano maggiori di quelle Istati, vero. Questo e' dovute alle diverse metodologie utilizzate. Schneider ha sempre usato MIMIC, Istat usa una procedura di correzione a tre stadi: (i) input di lavoro: si stima il lavoro nero e si attribuisce a ciascun lavoratore irregolare il prodotto medio di quelli regolari; (ii) correzione fatturato e costi: si assume che l'imprenditore non possa guadagnare meno dei propri dipendenti; (iii) riconciliazione domanda/offerta: la produzione di beni e servizi finali non può essere inferiore a quello che le famiglie consumano. Metodi diversi, assunzioni diverse, stime diverse. Difficile dire quale sia piu' affidabile. Ma non sono troppo lontane.

(3) Anch'io avevo letto di questi dati. Dati eccezionali, mi piacerebbe certamente usarli (e piacerebbe certamente anche a tanti evasori e ai loro accountants) e non mi sorprende che li tengano ben protetti.

In questo lavoro della BdI si sostiene che le norme sociali e il civismo hanno un ruolo nell'evasione. [...] Sembra molto convincente ma è in antitesi con la tua affermazione che “Non sembra, insomma, che gli italiani abbiano una speciale propensione ad evadere le tasse.”

Devo dire che anche io non concordo con l'affermazione di Giulio. Dal suo grafico e' evidente che c'e' una variazione dal 10% al 20% dell'evasione fiscale, un fattore due, che risulta totalmente inspiegata e non correlata con la variazione della percentuale di autonomi (o per la precisione, di persone auto-responsabili della propria dichiarazione dei redditi, senza vincoli esterni): con la stessa percentuale di autonomi si passa dal 8.5% di USA e Svizzera al 19% di Svezia e Norvegia con tutte le gradazioni intermedie.


Secondo me per spiegare il livello di evasione fiscale concorrono almeno tre elementi, con peso probabilmente paragonabile: la percentuale di autonomi, la pressione fiscale, il capitale sociale fatto di tradizioni civiche, coesione sociale buon funzionamento della giustizia, buoni e apprezzati servizi pubblici.  La differenza tra l'8.5% di USA e CH e il 19% scandinavo probabilmente e' dovuto principalmente alla diversa pressione fiscale.


L'Italia secondo me starebbe sopra la sua linea di regressione per il suo scadente capitale sociale, ma le carenze di capitale socieale vengono compensate dai metodi spicci e non garantisti che lo Stato italiano usa per il recupero dell'evasione, come l'obbligo di pagamento prima della conclusione del giudizio promosso tra gli altri da Tremonti.

a proposito

ASTROLOGO 6/2/2012 - 16:35

Secondo me per spiegare il livello di evasione fiscale concorrono almeno tre elementi, con peso probabilmente paragonabile: la percentuale di autonomi, la pressione fiscale, il capitale sociale fatto di tradizioni civiche, coesione sociale buon funzionamento della giustizia, buoni e apprezzati servizi pubblici.

Sempre di Schneider, qui a pag. 13 c'è una tabellina che riassume i risultati di alcuni studi che indagano le cause. Le determinanti economiche sono comunque predominanti.

p.s. Anche in questo paper il sommerso per l'Italia è 22.3%

p.p.s. Dato che parli di capitale sociale, ricordo di aver letto uno studio sull'evasione italiana in cui si citava espressamente Putnam ma lo trovo più.

EDIT: aggiunto "sull'evasione" in pps

corretto figura e testo, grazie di nuovo.

Ritengo che la vera rivoluzione copernicana, per seguire la stessa enfasi data dai promotori della proposta IDV, sia passare dal sistema dei controlli ex-post a campione al sistema esaustivo, che comporta la verifica ex-ante di tutte le dichiarazioni e solo allora l'emissione delle cartelle.

Capisco che possa sembrare pazzesco, in termini di risorse di personale, ma io un simile sistema l'ho vissuto da dentro per una decina di anni, contribuendo come capo-progetto ad informatizzarlo completamente, rispetto alla parziale informatizzazione degli anni 90.

E so per certo quanto personale serve per abitante in un paese occidentale avanzato.

Siamo attorno ad un fuzionario ogni mille.

Direi che oggi il personale della GdF + intendenza basta ed avanza, se opportunamente preparato sul piano professionale.

Per prima cosa si esce dalla modalità in cui un contribuente compila, paga, ed inoltra.

Se ha fatto  errori ormai la frittata è fatta e riceverà una multa con gli interesi, visto che (forse) se ne accorgono come minimo dopo anni. 

Uno invece compila ed inoltra (anche per via telematica) ed un funzionario entro l'anno verifica, con davanti al video anche le dicharazioni precedenti, collima i dati con le informazioni ricevute (magari chi ha segnalato lavoro nero o altri redditi che emergono da fatture dichiarate da altri) e quindi è il funzionario che certifica, corregge gli errori ed emette l'intimazione. Trascorse le classiche procedure di reclamo e ricorso, la tassazione diventa esecutiva. Questo per le persone fisiche come per le giuridiche.

Naturalmente nulla impedisce che l''amministrazione nel frattempo chieda acconti sulla base dell'esercizio precedente e che invii tassazioni d'ufficio a chi non risponde, predisponga verifiche esterne sul posto. 

Non so come funziona la macchina tributaria negli USA ma in CH è cosi', con l'aggiunta dell'informazione che si tratta di una organizzazione periferica, cantonale o in alcuni casi comunale.

sicuro?

giulio zanella 4/2/2012 - 16:35

Interessante, ma sei sicuro che per una cosa del genere basti l'attuale occupazione della GdF? Provo a sparare alcuni numeri: metti 40 milioni di contribuenti in Italia (non so quanti siano, vado a caso). Un rapporto 1000/1 vuol dire 40mila funzionari. Su 200 giorni lavorativi in un anno questi devono farsi 5 dichiarazioni al giorno (non sono poche per un controllo molto accurato, poco piu' di un'ora ciascuna.)  non facendo altro durante l'anno.

tieni conto che quasi la metà delle dichiarazioni sono fatte con il 730 che è certificato da professionistti abilitati.

In ogni modo di fronte a una dichiarazione il controllo non può che essere formale ed è attualmente già fatto in automatico.

Interessante se l' A.E. riescisse a raccogliere tutti i dati del nuovo redditometro (tutti disponibili per c.f. ma inutili se solo dichiarati perchè chi è infedele nel dichiarare il reddito lo puo tranquillemente essere anche con il redditometro) e stabilire in automatico la loro congruità con il reddito dichiarato.

Molti problemi in Italia nascono però dal fatto che la dichiarazione è individuale e non per famiglia come per esempio in Francia e molti indicatori di capacità fiscale possono riferirsi ad un famigliare e non al dichiarante.

Molti problemi in Italia nascono però dal fatto che la dichiarazione è individuale e non per famiglia come per esempio in Francia e molti indicatori di capacità fiscale possono riferirsi ad un famigliare e non al dichiarante.

Giusto. Anche in CH la tassazione è familiare ed i redditi sono cumulati. Inoltre, come anche in Francia, c'è la tassazione del capitale e quindi si fanno i controlli incrociati tra andameento del reddito e del capitale. Insomma un Lusi non potrebbe comprarsi una casa da 2 milioni se nella tassazione non ha indicato un capitale sufficente e chi gli ha prestato l'eventuale rimanenza.  In Ita abbiamo 25 milioni di famiglie e tassare il nucleo rende piu' economico il sistema esaustivo.

forse si

massimo 4/2/2012 - 18:52

ma in un anno, tolti i sabati e le domeniche ci sono 260 giorni lavorativi. Togli cinque festività, 25 giorni di ferie, cinque di malattia, cinque di congedi vari e il funzionario dovrebbe lavorare 220 giorni all'anno. In molti casi le dichiarazioni sono semplici: pensionati con la sola prima casa, dipendenti senza altri redditi etc. Quanto ci mettono in un CAF per prepararne una? Secondo me è fattibile.

Possono fare anche di piu'. Per un caso semplice basta mezzora, se nella cartella non sono arrivate informazioni da altri uffici.

Tutto dipende dal sistema di gestione delle informazioni che hanno sullo schermo e se sospettano casi particloari, mandano un'ispezione in loco.

Quanti sono ora i funzionari della GdF?  a me risultavano 57'000 (intendenza compresa)  ma non sono aggiornato. Naturalmente una cosa è la vedifica di una persona fisica dipendente, altor è quella di un commericnat eo preofessionista o di una azienda. Per ogni tipologia vanno previste figure professionali adegate.

Ripeto la domanda di pura curiosità: come fanno in "amerika"?

forse si???

luigi 4/2/2012 - 19:50

ciò che si propone si fa già da diversi anni in quanto le dichiarazione preparate da intermediari caf e professionisti  dovono da loro essere certificate (la dichiarazione singola si può fare ma bisogna comunque presentarla attarverso internet con un codice  o presso gli Uffici delle entrate che le controlla prima di trasmetterle) e il controllo formale viene fatto entro al massimo un anno (corrispondenza dei dati)

il controllo degli importi dichiarati,  oneri deducibili, carico di famiglia ecc. viene fatto entro un paio di anni dalla presentazione della dichiarazione.

In effetti il sistema di presentazione delle dichiarazioni italiano è forse il viù avanzato del mondo ed è stato studiato e copiato da diversi paesi del mondo 

Diverso il caso di ciò che non viene dichiarato ma allora torniamo a ciò di cui si parla nell'articolo (molto condivisibile) e allora come si diceva nel passato bisogna andare  "casa x casa"  e chiaramente è impossibile: 40 milioni di contribuenti 

In effetti il sistema di presentazione delle dichiarazioni italiano è forse il viù avanzato del mondo ed è stato studiato e copiato da diversi paesi del mondo.

Non lo metto in dubbio ma una cosa è presentare, altro è il lavoro che il funzionario incaricato fa per verificare la congruità dei dati presentati con quelli degli anni precedenti, il tutto al 95% entro il primo anno. Ho studiato l'organizzazione di un simile sistema (vari uffici con compiti diversi) ottimizzandone i flussi informativi ed proponendo la informatizzazione completa una ventina di anni fa. Considera che mentre in Italia il momento della tassazione è quello in cui il contrubuente presenta, in CH è quello in cui il tassatore certifica. Non ci si pensa abbastanza ma è una rivoluzione copernicana, fatta localmente (piccoli uffici di 300 persone distribuiti nel territorio) compresa tutta la parte di esazione e riscossione.  In gran parte questi funzionari hanno una formazione professionae come contabile oppure sono laureati in economia. Morale: meno mitragliette e piu' computer e gestione delle informazioni.

Caro Zanella, la tabella si riferisce a dati USA.

Il mio intervento riguardava le regole che i professionisti italiani - non gli autonomi in generale - devono osservare per dichiarare i loro redditi ed alcune ulteriori circostanze di fatto e di diritto che, a mio avviso, spiegano perché non si può accomunare tutti in una valutazione generica ed indifferenziata.

MEF

Roberto Arnaldo 7/2/2012 - 12:47

è uscita in questi giorni la relazione del gruppo di lavoro del MEF "Economia non osservata  e flussi finanziari",io non l'ho ancora letta,pero' potrebbe essere interessante

http://www.mef.gov.it/documenti/open.asp?idd=28962

Mi fa piacere che anche su questo sito "economico" si evidenzino degli aspetti che sono "essenziali" per la comprensione di qualsiasi modello fiscale. Tuttavia dissento dall'importanza (secondaria) dell'enforcement nell'analisi del prelievo fiscale. Anzi, é pressoché impossibile analizzare le regole tributarie, come spesso gli economisti fanno, senza capire la pecularietà di quelle fiscali. In termini generali, le tasse altro non sono che "costi di transazione" per un privato...Se posso le evito, se non posso le riduco...se le riduce il Legislatore tanto meglio...magari con una flat tax, semplice semplice. Senonché questo tipo di approccio non funziona. E che non funzioni é testato dalla riforma della tassazione degli affitti. Da un anno a questa parte é possibile optare per una tassazione piatta, flat, cd. cedolare secca (20%). Come potrete verificare sui motori di ricerca, i dati recenti testimoniano un'assenza di incremento delle locazioni dovute a tale regime, una perdita di gettito anziché l'emersione, comprovando che la semplificazione tributaria, il prelievo basso, non sono fattori che automaticamente incidono sul gettito.

L'analisi economica del diritto si presta ad essere applicata  in settori come la concorrenza, dove analizzo comportamenti economici di un soggetto ed incido sugli stessi vietandone certuni e lasciando per il resto la libertà di agire, di fare. Il diritto tributario invece ha come oggetto un'obbligazione pecunaria, un prelievo forzato di ricchezza. Pertanto non posso analizzare le regole fiscali se non studio contestualmente il soggetto economico che é chiamato ad applicarle (il contribuente con l'autotassazione), se non studio contestualmente un sistema di deterrenza e di controllo che consenta di agire laddove l'obbligazione non viene adempiuta (cioé come organizzare il controllo di chi evade/elude). 

In conclusione, l'analisi economica della regola fiscale mi permette un'indagine di tipo "micro", mai macro e di sistema, se non unitamente ad altre componenti.

Per gli interessati metto un link su un paper recente in materia che farà dispiacere a qualche Chicago boys
 "Accepting the Limits of Tax Law and Economics."
http://danshaviro.blogspot.com/search?updated-max=2012-02-02T13:26:00-05:00 

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