Federalismo per lo sviluppo

18 novembre 2010 aldo rustichini e salvatore modica

Questo è un post lungo, in cui vogliamo motivare con un certo dettaglio una proposta: un federalismo che contribuisca allo sviluppo del paese piuttosto che esacerbare le differenze territoriali. Il nostro slogan è più Stato per i servizi essenziali, meno Stato per i beni pubblici locali. Per chi ha fretta, una versione molto più breve è uscita qualche giorno fa sul Sole 24 Ore.

L'Italia è il paese europeo con più forti disuguaglianze territoriali, e questo dobbiamo tenerlo presente quando ragioniamo di federalismo. Non perché siamo particolarmente generosi, ma per evitare di andare alla cieca verso assetti sociali che non sono efficienti. Il ruolo del Sud nel nostro paese e la storia secolare delle politiche per il suo sviluppo ci impongono di ragionare in un'ottica di lungo periodo, e in quest'ottica va inquadrato anche il federalismo. Come vedremo, questo porta ad affrontare un problema noto: il tradeoff fra costi di breve e benefici di lungo. Ma andiamo per gradi.

Voting with Your Income

In economia è diffusa l'idea del votare con i piedi un concetto introdotto dall'economista Charles Tiebout. Votare con i piedi non significa votare male, ma scegliere con la migrazione le località preferite ''votando'' quindi con la propria scelta migratoria a favore delle politiche scelte in una particolare località. Se i cittadini di una regione possono votare con i piedi, abbandondando le località che adottano politiche che a loro non piacciono per andare verso posti che invece attuano politiche che apprezzano, allora la competizione fra autorità locali produce efficienza nella fornitura di beni pubblici locali (se alcune condizioni sono soddisfatte, per esempio che ci siano molti differenti enti locali). Semplicemente, chi è insoddisfatto dei servizi nella propria regione si trasferisce verso la regione che meglio rispecchia le proprie preferenze. Chi vuole un buon livello di beni pubblici ed è disposto a pagare alte tasse per avere tali beni, andrà in regioni che attuano queste politiche, mentre chi preferisce avere tasse basse anche a costo della qualità e quantità dei beni pubblici andrà in regioni che adottano tali politiche. Infine, le regioni inefficienti, quelle che forniscono pessimi beni pubblici a un alto costo, finiranno per svuotarsi.

Come si applica questo schema astratto alla situazione italiana? Fra Nord, Centro e Sud d’Italia le differenze fra preferenze, specialmente per quanto riguarda i beni pubblici di base, sono dovute in larga parte a differenze di reddito. In questo caso è il reddito a determinare le scelte di localizzazione, e il risultato è la migrazione verso le regioni più ricche. L'intuizione di base è che nella regione ricca c’è una quantità maggiore di bene pubblico a parità di aliquota, o un’aliquota più bassa a parità di bene pubblico. In presenza di restrizioni alla piena mobilità ''una delle caratteristiche principali del mondo di Tiebout è che l’ offerta di beni pubblici è diversificata a seconda del reddito o della qualità del servizio'' (si veda il paper di Besley e Ghatak ''Incentives, choice and accountability in the provision of public services'', Institute for Fiscal Studies, 2008), con inasprimento delle ineguaglianze nella distribuzione territoriale dei beni pubblici. Questo fattore a sua volta potrebbe indurre (e indurrà) migrazione dal Sud al Nord, che nei decenni passati è stata frenata dai trasferimenti. Con le energie migliori che se ne vanno, è probabile che la situazione nel Sud peggiori ulteriormente, certamente in termini relativi rispetto il Nord. Si rischia così che si innesti un circolo vizioso.

Qualcuno può pensare che in ogni caso la secessione porrebbe fine al ciclo. E’ possibile che questo sia vero, ed è quindi possibile che sia dal punto di vista del Nord che di quello del Sud la secessione sia un soluzione. Noi non crediamo che sia una soluzione realistica: constatiamo che oggi, dopo vent’anni di dibattito e con il federalismo tornato al centro della discussione politica, nessuna forza politica italiana di un certo peso parla seriamente della possibilità di una secessione. Quindi, la soluzione di lungo periodo rimane che il Sud si sviluppi e marci sulle proprie gambe in un paese che resta unitario. La discussione che segue affronta il problema di come questo si debba fare.

Il criterio del costo standard

Il primo problema è come si calcolano i costi dei servizi pubblici nelle varie regioni. Il criterio del costo standard per orientare la produzione dei servizi pubblici ''essenziali'' nelle varie regioni è quello che sembra ormai accettato, sicché su questo punto la discussione arriva in ritardo, ma è un punto fondamentale (menzioniamo qua che altri studiosi non considerano così centrale il problema della determinazione dei costi standard e preferiscono un sistema di trasferimenti basato su quote capitarie ponderate; si veda la Nota Cerm 1-2010 di Pammolli e Salerno e la relazione di Sandro al convegno FOLDER dello scorso maggio).  Per aver in mente esempi concreti: si parla di costo standard, diciamo annuo, di un reparto di ostetricia con 50 posti letto, o di una scuola elementare con 600 alunni. Somme di voci di costo cui, cumulando diverse esperienze, si assegna un valore condiviso, stabilito il quale si decide una penalizzazione per l'amministratore che lo supera. Gli amministratori locali ''spreconi'' saranno indotti a ridurre le voci di costo per evitare la punizione, in versione dura la sostituzione con un altro amministratore locale. Purtroppo scuole e ospedali non sono sospesi nel vuoto, e i loro costi di gestione dipendono da fattori complementari, tipicamente beni pubblici locali, ad essi esterni: si pensi per esempio a  un ospedale raggiungibile in autostrada e un altro cui si accede soltanto da una strada di montagna. E’ virtualmente impossibile determinare quanto contano questi fattori, quindi la questione si sposta (si è spostata) sul terreno della ''solidarietà'', e i differenziali di costo standard si trattano sul piano politico. Non essendoci limiti alla rinegoziabilità, e ricordando che al Sud risiede un terzo degli elettori, si deve temere che con l’andar del tempo del concetto di costo standard si ricorderà al più il nome. Il cambiamento certo e rilevante che il sistema ''federalista'' avviato nel nostro Paese produrrà è un trasferimento poco strutturato di risorse pubbliche dall’amministrazione centrale ai politici locali.

Il dilemma bilancio-vs-qualità

In tutta la discussione sul federalismo si fa troppo raramente riferimento al valore dei servizi prodotti in istruzione, sanità e così via. Questo è giustificabile in un mondo in cui questo valore non è misurabile: ma oggi ci sono indicatori affidabili della qualità dei servizi che fra l'altro molti stanno imparando a leggere, nel campo dell’istruzione (vedi INVALSI o CIVR) così come in quello della sanità. Il punto è rilevante perché misure quantitative come anni di scuola o numero posti letto approssimano con molta imprecisione la qualità dei servizi offerti. Dal momento che misurare la qualità è possibile, dal valore del prodotto non si può prescindere. Che effetti si possono prevedere sull'evoluzione della qualità del servizio nelle realtà locali se si applica il criterio del costo standard? La situazione ad oggi è, in media, che le regioni del Sud spendono di più e producono servizi di qualità inferiore rispetto alle regioni del Nord. Se saranno costrette a spendere meno senza vincoli sulla qualità, è molto probabile che finiscano per farlo riducendo la qualità. Se d’altra parte si insistesse su livelli minimi di qualità, diventerebbe più complicato controllare i costi. Di fronte a questo dilemma la Norvegia ha ricentralizzato il suo servizio sanitario nel 2002 dopo 30 anni di decentralizzazione. Gli effetti della decentralizzazione di spese in sanità ed istruzione in termini di efficienza, ineguaglianza e crescita ormai sono discussi con qualche cura.

Ma c’è di più: chi venisse spinto fuori dalla porta tenterebbe di rientrare dalla finestra. Il totale dei trasferimenti verso il Sud è fatto di spese per servizi essenziali, ma anche di ''trasferimenti perequativi'', ''fondi per lo sviluppo'', ''perequazioni infrastrutturali'', ''fondi aree sottoutilizzate'', insomma una pletora di finanziamenti in essenza per beni pubblici locali, nella fornitura dei quali il Sud è notoriamente inefficiente (per usare un eufemismo; altrimenti dovremmo parlare di clientele e criminalità organizzata), specialmente quando questi fondi sono ''senza vincoli di destinazione'' come quelli previsti dall’art. 119 della nostra Costituzione. Per questo tipo di finanziamenti i politici locali continueranno a strapparsi i capelli, ovviamente, dicendo che non se ne può fare assolutamente a meno. Ma continuare a utilizzare questo tipo di canali non aiuta certo a rendere le regioni deboli ''più attraenti''. Il prevedibile risultato è da un lato che le legittime richieste dei produttori di reddito del Nord di utilizzare meglio i frutti del loro lavoro resteranno largamente disattese, e dall’altro che al Sud la qualità dei servizi essenziali e degli altri beni pubblici locali peggiorerà, e con essa la qualità della vita e le prospettive di sviluppo in questa parte d’ Italia.

Più Stato e meno Stato

Una posizione in controtendenza rispetto alla decentralizzazione verso la quale sembra ci si stia avviando è stata recentemente espressa dal ministro Tremonti: “Prima del federalismo, al Sud ci vuole più Stato”. Come tutte le dichiarazioni di politici di primo piano è anzitutto un buon titolo per i media e in secondo luogo un messaggio ai colleghi rivali, e può voler dire tante cose. Ma noi siamo d'accordo, in un senso che adesso cercheremo di circostanziare. In effetti, diremo noi, più Stato in un certo senso e meno in un altro. Di nuovo, per inciso, il dibattito è vecchio quanto l’Italia. Il primo disegno di legge sul federalismo è stato presentato dal Ministro dell’Interno Minghetti il 13 marzo 1861 (non passò, oltre che per il timore che il neonato Stato si disgregasse, anche perché non ci si fidava dell'uso che i governi locali avrebbero fatto dei maggiori poteri; si vedano i primi capitoli del libro di Denis Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1997); e la posizione opposta la ritroviamo, almeno per quanto riguarda la Sicilia, espressa dal senatore Leopoldo Franchetti, fondatore insieme a Giustino Fortunato dell'Associazione per gli interessi del Mezzogiorno, nel 1876 a conclusione delle sue lunghe ricerche sul campo: "La forza che deve dar la prima spinta al mutamento deve essere assolutamente estranea alla società siciliana, e venire di fuori: deve essere il Governo" (in "Condizioni amministrative e politiche in Sicilia").

Ovviamente lo Stato non può occuparsi di tutto, perciò il problema è di cosa si deve occupare il governo centrale, e cosa deve essere invece decentralizzato alle amministrazioni locali. Un principio da cui partire, condivisibile e a quanto sembra largamente condiviso, è che l’amministrazione che fornisce un bene di interesse per un certo territorio deve reperire le risorse necessarie a finanziarlo nello stesso territorio. Così per finanziare la difesa nazionale si tassano tutti i cittadini, ma a finanziare l'illuminazione della piazza del paesino ci devono pensare i suoi abitanti. La giustificazione viene sempre dal modello di Tiebout: nella fornitura dei beni pubblici locali gli amministratori sono spinti all'efficienza dai cittadini che sacrificano risorse proprie per finanziarli. E’ chiaro che questo principio da solo non consente di dare una soluzione univoca al problema in discussione, perché non specifica quali beni sono di interesse locale piuttosto che generale. Per questo bisogna interrogare le preferenze dei cittadini: se a tutti sta a cuore l'illuminazione pubblica di un paesino sulle Dolomiti (per esempio perché tutti ci vanno in vacanza), quello non in effetti è più un bene locale; così come se ai cittadini del Nord non interessa come vanno i processi nei tribunali del Sud, la giustizia non è un bene di interesse generale. Alcuni servizi sembrano di interesse generale - in particolare salute, istruzione, giustizia - anche se  fino a un certo punto; e da qui deriva la decisione di garantire ''livelli minimi'' di questi ''servizi essenziali'', oggetto corrente di discussione.

Ma livelli minimi di cosa? Il criterio del costo standard risponde: livelli minimi di input. Noi abbiamo un’idea diversa: poiché, come sopra argomentato, i livelli minimi di input implicano riduzioni significative di livello di qualità in tutto il Mezzogiorno, per i servizi ritenuti effettivamente essenziali bisognerebbe essere più ambiziosi, e puntare al livello minimo di qualità. Non siamo ovviamente né i primi né i soli a parlare di qualità del servizio. Per l'istruzione per esempio, nel Rapporto ISAE  Finanza Pubblica e Istituzioni (2009) [pdf] a p. 60 si dice: “Se l’apprendimento (e non il sistema dell’istruzione) rientra tra i diritti civili e sociali di cui all’art 117 comma 2 lettera m) Cost., su cui lo Stato ha competenza esclusiva, allora risulta evidente che l’intervento di quest’ultimo non si può limitare a definire semplicemente gli input del processo, ma deve, direttamente o indirettamente, intervenire anche sugli altri fattori che determinano l’efficacia dell’apprendimento.” Nel campo della sanità si veda, tra gli altri, il lavoro di Giovanni Fattore e Francesco Longo (Università Bocconi), intervenuti al convegno su Service Standards dello scorso giugno con una presentazione il cui titolo è “Perequazione delle risorse o perequazione della soddisfazione dei bisogni? Evidenze dal SSN”.

Per i servizi non essenziali invece, in particolare tutti quelli che stanno dietro ai fondi perequativi di un tipo o di un altro, si dovrebbe invece essere più coraggiosi, e dichiarare che il livello minimo è zero, delegando alle comunità locali le scelte relative. Questa è la nostra risposta al ''come'' rendere più attraenti le regioni deboli, alle famiglie e alle imprese che lì potrebbero produrre ricchezza.

Tornando ai servizi essenziali, ossia salute, istruzione e giustizia: crediamo che la domanda non debba essere "quanto costa gestire" una scuola o un ospedale o un tribunale, ma debba essere invece "che tecnologia conosciamo per produrre un certo servizio con determinati requisiti di qualità". Determinata la tecnologia (input ed output) si può cercare di replicarla nelle singole unità operative (scuole, ospedali ecc) nel territorio nazionale. Questo è quello che chiamiamo criterio della tecnologia standard. Il punto centrale è: a che livello gestire il processo? Noi rispondiamo: a livello di amministrazione centrale. Al Nord la fornitura dei servizi pubblici è fatta in modo più efficiente. C’è anche stato un uso più intelligente della concorrenza per la fornitura dei servizi pubblici, in particolare nella sanità, fra fornitori privati. Nel lungo periodo questo è forse l’assetto ideale. Ma dove questa capacità non c’è, si devono usare altri metodi. Come in una impresa che gestisce diversi impianti produttivi: a quelli che vanno bene si lascia completa autonomia, ma se uno va peggio di un altro, il top management si preoccupa di eliminare le inefficienze intervenendo direttamente sui fattori che creano il problema, sulla base della conoscenza accumulata negli impianti che funzionano bene. Si noti che questo implica possibilmente anche trasferimenti di personale. A questo proposito diceva Franchetti, sempre in "Condizioni amministrative e politiche in Sicilia": "Le qualità che si esigono in Sicilia per il personale di ogni grado e d'ogni ordine così amministrativo come giudiziario, sono molto superiori a quelle che si richiederebbero in circostanze ordinarie dal personale più perfetto. Se non che, assicurati pure i vantaggi maggiori al personale inviato, […] se si manda in Sicilia tutto quello che fa bisogno, che cosa rimane nelle province del Continente?" Possiamo pure essere più ottimisti 150 anni dopo, ma non possiamo nasconderci dietro un dito e pretendere che "tutto quello che fa bisogno" al Sud in termini di capitale umano esterno sia oggi uguale a zero.

In termini di incentivi e meccanismi di controllo democratico, data la qualità il problema sono i costi, e per il contenimento dei costi l'eliminazione dell’intermediazione regionale è un vantaggio. Per una regione forte infatti è più facile fare pressione sull’amministrazione centrale riguardo i costi di una regione debole di quanto lo sia interferire sui meccanismi decisionali della regione debole direttamente. L'indice su cui costruire gli incentivi per i manager è in prima approssimazione il rapporto valore/costo, quindi assumiamo che loro raggiungano il loro massimo (in prima approssimazione, perché poi bisogna tenere conto dei livelli minimi). Il problema è che al sud questo massimo è inferiore che al nord, perché il capitale umano è inferiore, per cui per migliorare la performance il capitale umano va, almeno temporaneamente, riallocato fisicamente. Nella misura in cui questo è vero, dal centro si ha un insieme di possibilità più ampio. La suddivisione con manager regionali non può che peggiorare la situazione, perché loro possono riallocare solo all'interno della loro regione (e c'è di peggio: se il problema è qualche manager regionale sei nei guai perché di fatto il centro non li può riallocare). Sull’esperienza di Inghilterra e Galles riguardo la gestione diretta delle unità operative in campo sanitario si può vedere lo studio di Besley,Bevan and Burchardi, London School of Economics (2008).

In Sintesi, questa è la nostra proposta: Lo Stato si faccia carico direttamente di garantire a tutti i cittadini qualità minima di istruzione, salute e rispetto dei contratti; le comunità regionali scelgano autonomamente l'aggregato di beni pubblici locali che meglio rispecchia le loro preferenze. Dunque, più Stato per i servizi essenziali, e meno Stato per i beni pubblici locali.

Ovviamente allo Stato spettano anche altre cose come difesa, gestione della moneta, amministrazione centrale e accordi internazionali, e se si vuole le assicurazioni sociali (sussidi disoccupazione, vecchiaia, malattia). Sui beni pubblici locali la nostra proposta estremizza quello che si sta già cercando di fare, secondo noi con scarse possibilità di successo. La parte più in controtendenza è quella riguardante i servizi essenziali, perché per istruzione e salute si sta andando nella direzione opposta della decentralizzazione gestionale ignorando la qualità dei servizi.

Ci possiamo attendere che la proposta venga fortemente osteggiata dalla classe politica del Sud, dato che implicherebbe una immediata riduzione dei fondi da gestire a fini di acquisizione del consenso. Inoltre il settore pubblico locale, che dovrebbe sostenersi con risorse proprie, ne risulterebbe ridimensionato, il che renderebbe problematica anche l'approvazione diretta di una maggioranza di cittadini a causa della forte dipendenza dal pubblico dell'economia locale. Eventuali vantaggi della proposta per il Sud sarebbero tutti differiti nel tempo. In altre parole, il sud non approverebbe una sostituzione di benefici di lungo periodo (servizi essenziali) contro benefici di breve (come i fondi Fas e simili). Però, questa sostituzione è, nel breve oltre che nel lungo, favorevole agli elettori e politici del nord. Sicché quello che conviene a tutti non lo possono chiedere gli elettori del sud, ma quelli del nord sì. Lo dovrebbe chiedere -chi se non lui?- Tremonti! Questo sarebbe un patto per lo sviluppo che porrebbe fine a trasferimenti pesanti e per giunta inutili da parte del Nord, e potrebbe aiutare il Sud a camminare con le sue gambe.

22 commenti (espandi tutti)

...che viene appena toccata solo nell'ultimo paragrafo.

Una cosa e' proporre una qualche sorta di riforma federale (copia e incolla dalla Svizzera, oppure qualcosa di custom made per Italy, come proposto qui). Un altro discorso e' vedere quanto sia realistico che questo passi democraticamente in parlamento.

Per vedere se una riforma federale e' passabile, non bisogna guardare se la riforma porta benefici sia alla popolazione meridionale che settentrionale. Quello che bisogna guardare e' se la riforma porta benefici a una larga maggioranza dei rappresentanti politici delle rispettive popolazioni. E naturalmente questi hanno preferenze diverse dalla popolazione perche' la loro poltrona dipende relativamente poco dalla felicita' dell'elettorato.

In sintesi, io boccio tutte le proposte federaliste viste per Italy, inclusa questa, perche' le trovo piu' irrealistiche e utopiche dell'alternativa che cercano di evitare. E il modelletto di political economics da citare ce l'ho, solo che al momento mi manca il tempo per buttarlo giu' in un articoletto.

 

Il bello di NfA è (anche) che per un post come quello di Boldrin dell'altro ieri, che quasi quasi si augura la secessione (pardon, separazione), ne esce un altro come questo che controbilancia il tiro, facendo proposte, per quanto non facili da proporre.

Chiedo solo una precisazione, forse pedante, forse OT. Nel passaggio

Tra Nord, Centro e Sud d’Italia le differenze fra preferenze, specialmente per quanto riguarda i beni pubblici di base, sono dovute in larga parte a differenze di reddito. In questo caso è il reddito a determinare le scelte di localizzazione, e il risultato è la migrazione verso le regioni più ricche.

cosa intendete per "differenze tra preferenze"? Per come l'ho capita io, i cittadini del sud non hanno preferenze diverse da quelli del nord: semplicemente i più poveri di essi (del sud) scelgono di migrare al nord per soddisfare quelle stesse preferenze che i conterranei più ricchi riescono a soddisfare restando al paesiello. E' corretto?

 

Per fare un esempio banale se ho un basso reddito non posso permettermi la sanità privata ed opto per quella pubblica ad occhi chiusi, se posso faccio le mie valutazioni.

In linea di massima a pari qualità il servizio pubbblico costa quanto o più quello privato, e si paga in base al reddito.Pagare in base al proprio reddito ed ottenere servizi per quello medio è un buon affare per chi guadagna meno della media, cattivo per chi guadagna di più.

Questo prescinde dai discorsi solidaristici, per cui spesso anche chi personalmente ci rimette è a favore di un minimo di servizio pubblico.

Sono d'accordo. INfatti credo che la migrazione sud-nord per serivizi sanitari (non diretta a cambiare residenza) sia prerogativa di chi al sud guadagna più della media e non si accontenta del servizio pubblico locale (per altro isolate eccellenze mi pare ce ne siano anche lì)

sia prerogativa di chi al sud guadagna più della media e non si accontenta del servizio pubblico locale

Fatti un giro in certi ospedali del sud e confronta il servizio pubblico che hai (mediamente) al nord è ti accorgerai che le cose non stanno così.

Ovviamente anche in certe aree del sud esistono eccellenze, ma il servizio pubblico offerto è, purtroppo, ben diverso ed esistono famiglie del sud che fanno parecchi sacrifici pur di potersi curare decentemente al nord.

 

ho lavorato per un po' in Sicilia ed i miei colleghi avevano nel portafoglio una x-reference patologia vs Ospedale del nord a cui rivolgersi per curarla.Erano molto più informati dei cittadini del nord circa le eccellenze degli ospedali del nord. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le eccellenze non sarebbero il problema. Ovviamente ci sarà un centro, ed uno solo, che per varie ragioni è migliore degli altri nel trattamento di una specifica patologia, è cosi in tutti i paesi del mondo. Si potrebbe discutere se effettivamente sono solo al Nord è perchè ma, ripeto non sarebbe quello il problema, il problema è il servizio che si riceve nei vari trattamenti chiamiamoli di media-entità. 

Concordo. Per quel che vale la mia esperienza, nei reparti che conosco, incluso il mio, la migrazione dal Sud è in gran prevalenza composta da persone di reddito apparentemente medio-basso. Poi ci sono i centri privati, pochi in Liguria, ma quelli non li conosco.

In Sintesi, questa è la nostra proposta: Lo Stato si faccia carico direttamente di garantire a tutti i cittadini qualità minima di istruzione, salute e rispetto dei contratti; le comunità regionali scelgano autonomamente l'aggregato di beni pubblici locali che meglio rispecchia le loro preferenze. Dunque, più Stato per i servizi essenziali, e meno Stato per i beni pubblici locali.

Capisco la logica della proposta (una logica comunque che puo' avere senso solo per il Sud), ma perche' usare il fermine "Federalismo" per intitolarla?  Io la intitolerei piuttosto "Proposta di accentramento statale dei servizi pubblici essenziali".  Le parole dovrebbero avere un senso logico...

Mi sembra che i servizi per i quali si propone il totale accentramento allo Stato corrispondano alla quasi totalita' della spesa pubblica oggi nominalmente gestita dagli enti locali. Avete una stima di quale frazione della spesa pubblica locale corrisponda ai servizi pubblici essenziali da accentrare e quale frazione corrisponda al resto?

Entrando nel merito della proposta, ritengo possa essere digeribile (ma con difficolta') solo nel Sud Italia, mentre sarebbe indigeribile per il Centro-Nord, e in particolar modo dove c'e' consenso per la Lega Nord che da decenni ormai chiede piu' autonomia nella gestione dei servizi pubblici e si oppone alla gestione centralista diretta da "Roma ladrona".  E' possibile che i cittadini meridionali possano accettare che l'accentramento statale si applichi solo per loro?  Si sentono garantiti dai burocrati romani? Ne dubito.

Entrando un po' piu' nel dettaglio, per quanto riguarda il rispetto dei contratti (giustizia civile) la gestione e' da sempre totalmente in mano allo Stato centrale, ed e' gravemente fallimentare come tutti i confronti internazionali mostrano bene (siamo al livello del Kossovo e dell'Africa subsahariana).  Per questo fallimento italiano non vedo soluzione "federale" in generale, e la riforma proposta non cambia nulla.

Riguardo la Sanita', era di competenza regionale nella Costituzione del 1947, l'Ulivo nel 2001 con la sua modifica costituzionale spacciata come federale l'ha fatta diventare materia concorrente tra Stato e Regioni, qui si rischia il ridicolo proponendone l'accentramento statale come realizzazione di un un federalismo per lo sviluppo.

La Scuola e' materia concorrente nella costituzione vigente, anche qui non userei il termine "federalismo" per intitolare una proposta che ne prevede l'accentramento statale.  Oltretutto mi sfugge oggi come oggi in quale misura le Regioni collaborino ad organizzare l'istruzione, cio' che osservo io e' che la Scuola rimane dal 2001 ad oggi normata sostanzialmente solo dallo Stato centrale per ogni aspetto che sia rilevante, dal reclutamento, al finanziamento, alla determinazione dei programmi scolastici.

Riguardo la Sanita', era di competenza regionale nella Costituzione del 1947,

 

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art. 117

1947:

La Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei principî fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, semprechè le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre Regioni

2001:

Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.

Bel post, bene argomentato e non ideologico. A me sembra in gran parte condivisibile, poi si discuterà. Una cosa che trovo particolarmente apprezzabile è che il termine "federalismo" non viene quasi mai usato, mentre ci si concentra sul nocciolo del problema, ossia se convenga decentrare o accentrare alcune spese per servizi essenziali e cosa si debba fare per promuovere lo sviluppo del Sud e la sua uscita dall'assistenzialismo. Mi è sempre sembrato che per mettere un freno agli sprechi e usare il denaro pubblico in modo efficiente e virtuoso quello che serve davvero sono alcune misure ben pensate (e fatte rispettare rigorosamente) piuttosto che l'interminabile diatriba su un sedicente "federalismo". Cosa c'è da "federare" in Italia? Se ne poteva parlare quando è stata fatta l'Unità, ma che senso ha ora questa parola? Le regioni italiane non coincidono nè con i vecchi statarelli nè con etnie distinte (per fortuna), quindi?

Prima di tutto l'opzione su cui sono assolutamente d'accordo: cessazione immediata dei trasferimenti "perequativi" e FAS (tra l'altro il FAS è una sorta di fondo bancomat fantasma, lasciamo stare), perchè non servono (letteralmente: non servono). Articolare la motivazione sul perchè questi soldi non servano è lunga: sta di fatto che sono soldi "quasi-discrezionali" a vantaggio dei politici, quindi meglio non averli.

Non concordo sull'analisi costi-standard e qualità, da cui gli autori traggono le ovvie conseguenze, ovvero: meglio una gestione centrale, che omogenei risorse  e qualità.

Io, invece, parto sempre dai costi (banale, ma a Economia Aziendale Jossa spiegava che non esistono aziende che falliscono per mancanza di ricavi, ma solo per aumento dei costi), sanità e istruzione sono i due grossi centri di costo dello Stato (oltre la difesa, ma al soldatino La Russa piace giocare alla guerra), e sia nella Sanità che nell'istruzione esistono dei significativi studi sul costo standard, non determinato banalmente come il costo nella "regione più virtuosa", ma basato sul tipo di prestazione, qui un esempio (il Marco Esposito organizzatore non sono io). Ragionando da imprenditore (che non è il miglior modo possibile, attenzione) direi: prendo un territorio con popolazione X e dico: in questo territorio occorrono Y Tac,Rmn,Rx,analisi cliniche, medici, chirurgia d'urgenza, ospedale generico, ho l'input di macchinari e personale per creare "l'impianto", potrei pensare di avere una centrale nazionale che indice la gara per i macchinari (senza specificare mai per quale territorio), mentre, e torno al mio cavallo di battaglia, il personale avrà uno stipendio commisurato al territorio (follia avere stipendi uguali da Canicattì a Mondovì), questo coniugherebbe "federalismo" e "centralismo", facendo avere dei costi più o meno standard e correlati al territorio, sempre in sanità introdurrei dei meccanismi per le emergenze e per la medicina di base per abbattere i costi, ma non mi sembra il caso di continuare sull'analisi della sanità, faccio solo presente che i margini di miglioramento dei costi c'è senza intaccare la qualità.

Anche per l'istruzione stabilirei una "dotazione minima essenziale" per ogni scuola (banchi, lavagna, Pc's, palestre funzionanti, armadietti, mensa) organizzata a livello centrale, e poi insegnanti o organizzati in cooperativa, e/o pagati in base al territorio e ai risultati. Dell'Università non parlo per manifesta incompetenza (la mia, tranquilli).

Quello che eliminerei sono le "intermediazioni", che sono tutte politiche, per cui i PC e le lavagne elettroniche cambiano di costo anche fra scuole poste addirittura nello stesso plesso scolastico, oltre all'indecenza dell'assegnazione delle cattedre quasi fosse una lotteria.

Un sistema del genere avrebbe dei costi molto più standardizzati (se non altro perchè l'acquisto è centralizzato, ma io non penso a una cosa del tipo CONSIP, talmente aggirabile da essere ridicola, penso a qualcosa di più semplice e meno aggirabile), oltre a bloccare l'aumento della spesa, ma portandone una riduzione, magari non nel brevissimo, ma sicuramente nel breve. Infine eliminerebbe il problema dello "sforamento della spesa sanitaria", in quanto le risorse afferiscono a un territorio, che può anche essere una ASL, in due modi: i fattori di ausilio alla produzione in maniera centrale, con programmi di manutenzione obbligatori, il personale in maniera locale, la ASL può anche decidere di "comprare" un pacchetto chiavi in mano di servizi (es.: analisi cliniche) da un privato, ma ci si attiene al criterio del tariffario nazionale e della media ponderata del servizio (mi spiego: non può essere che un territorio faccia mediamente più esami di un altro), qualunque servizio ce lo si paga localmente. Idem per la scuola. Su questo torniamo a essere d'accordo, è nel mezzo che non ci troviamo..

proposta ben argomentata che condivido pienamente

L'ho già detto altrove, senza trovare né approvazione né contestazione, neppure negli Sati Uniti, e lo ripeto qui sperando di trovarne: io non credo che sia utile né giusto che qualcuno (aka lo Sato) possa agire nella sanità in regime di monopolio, né che un singolo soggetto possa agire contemporaneamente come assicuratore e come fornitore del servizio.

io non credo che sia utile né giusto che qualcuno (aka lo Sato) possa agire nella sanità in regime di monopolio, né che un singolo soggetto possa agire contemporaneamente come assicuratore e come fornitore del servizio.

Concordo, sebbene la prima affermazione non mi pare ritragga esattamente la situazione reale. Certamente, il doppio ruolo - non solo nell'ambito della sanità - è fonte di distorsioni importanti, anche perché la funzione di normazione e controllo è fondamentale ed è credibile solo se ci si concentra su di essa.

Forse in Lombardia il pubblico non è il monopolista. in Liguria, per esempio, lo è molto di più. Forse si può dire oligopolio, anche se, forse per mia ignoranza, ho sempre trovato il termine piuttosto ambiguo.

Articolo complesso che non riesco a seguire del tutto, sara' che non sono esperto del tema.

Solo un commento su una affermazione fatta nella prima parte, dove si dice che

"Questo fattore a sua volta potrebbe indurre (e indurrà) migrazione dal Sud al Nord, che nei decenni passati è stata frenata dai trasferimenti. Con le energie migliori che se ne vanno, è probabile che la situazione nel Sud peggiori ulteriormente, certamente in termini relativi rispetto il Nord. Si rischia così che si innesti un circolo vizioso."

In realta' nel circolo vizioso ci siamo di gia'. Mi sembra una ovvieta' ma per sicurezza sono andato a controllare i dati Istat sul movimento demografico, dove si vede come le migrazioni interne siano decisamente da Sud a Nord dal 2003 al 2009, ma immagino anche prima.

La mia idea è molto semplice. Il che non so se sia un difetto o un pregio. Vedete voi.

Lo sviluppo non è certo dato dal federalismo. È dato da un sistema economico basato sugli scambi e sugli investimenti, ben regolato sulla base di norme generali come di norme particolari. Perché il sistema economico e commerciale di Torino non è quello di Enna. Lo stato, ne abbiano discusso mille volte, puo' fare mille cose e forse in 900 casi finsce per ostacolare il sistema economico, imbrigliandolo in regole idiote o sottraendo risorse, destinate poi a usi clientelari ed assistenzialistici.

Tuttavia un sistema federale fatto di piccoli territori (quindi non regioni ma al massimo province, meglio ancora distretti) e con ampi poteri comunali, puo' essere piu' adatto sia per un effetto "voting with the feet" che penalizza le amministrazioni inefficienti e spendaccione, sia perché politiche economiche locali sono piu' efficaci ed efficnete se localmente c'è una giurisdizione dotata di poteri politici (legislativo, esecutivo, giudiziario) e di autonomo prelievo fiscale diretto. Il tipo di federalismo fiscale che meglio si adatta a questo obbiettivo assegna in via esclusiva imposte dirette (persone fisiche e giuridiche) a comuni e provincie, mentre assegna allo stato centrale (ed eventualmente alle regioni, se volete tenervi questi inutili e costosi elefanti, buoni solo per dare poltrone) solo imposte indirette (IVA e compagnia). Il tutto armonizzato da una legislazione centrale che stabilisca norme comuni e parità di trattamento, oltre alla classiche regole per evitare la doppia imposizione per chi lavora in un comune, abita in un altro, ha case in un altro ancora.

Per i livelli minimi, ogni compito dello stato viene assegnato ad un livello giurisdizionale (comune, provincia, nazione) e questo viene scritto nella costituzione. A seconda che le competenze siano esclusive o concorrrenti si definisce chi deve stabilire i livelli minimi. Se il compito fosse esclusiamente provinciale, ogni provincia stabilisce che fare. Ogni luogo definisce come operativamente realizzare gli obbiettivi. E che carico fiscale imporre per finanziare tutto questo. Tendenzialmente dovrebbe essereci una competizione per avere servizi buoni ad un costo fiscale inferiore. Piu' piccole sono le giurisdizioni (senza esagerare) più è facile per un cittadino trasferirsi dove il rapporto qualità prezzo è migliore oppure cercare di influire per via politica affinche migliori quello del posto in cui vive.

Se questo è il contesto, credo che il sistema si autoregoli, nel giro di alcuni decenni.
Dubito che qualsiasi operazione condotta dall'altro produca migliori risultati di un sistema a autoregolato dal basso. Daltronde questa è l'essenza del federalismo. Chi non ci crede fa bene a tenersi il sistema centralista attuale.

Francesco

quindi non regioni ma al massimo province,

Ma come fai ad organizzare un Servizio Sanitario senza un minimo di economia di scala?

Già ora per regioni come Molise e Basilicata è un problema.

Io addirittura penso sia conveniente mantenerlo centrale : si risparmierebbe molto negli acquisti di attrezzature , medicinali e supplies.

Infine non dimenticare , federale o no , che siamo in Italia e il numero dei ladri è proporzionale al numero di centri di spesa. ( senza contare che ogni centro di spesa si costruisce la sua piramide di management )

 

 

 

 

 

 

b

Ma come fai ad organizzare un Servizio Sanitario senza un minimo di economia di scala?

Cosa credi che facciano i piccoli cantoni svizzeri?
La qualità è ottima .... forse il costo è un po' elevato ma preferisco cosi' che il contrario.

Francesco

opps: dimenticavo ...

Infine non dimenticare , federale o no , che siamo in Italia e il numero dei ladri è proporzionale al numero di centri di spesa. ( senza contare che ogni centro di spesa si costruisce la sua piramide di management )

Ok se partiamo da quueste considerazioni lasciamo tutto cosi' e chi se è visto si è visto.
Tuttavia abbiamo avuto casi anche di un grande ladro unico che ha fatto disastri (vado a memoria, poggiolini, de lorenzo). Il concetto in fondo è anche qui molto semplice: qualsiasi sia il tasso di difettosità o ladrocinio, piu' sono i livelli conivolti dall'alto verso il basso e maggiore è il disastro.

A parità di tasso (nell'esempio dell'amico losio, su www.losio.com) come il 20% una organizzazione dall'alto verso il basso produce guasti superior di una bottom-up.

L'immagine, prssa dal sito di Gastone Losio, dovrebbe aiutare.

 

 

Francesco

Tuttavia un sistema federale fatto di piccoli territori (quindi non regioni ma al massimo province, meglio ancora distretti) e con ampi poteri comunali, puo' essere piu' adatto sia per un effetto "voting with the feet" che penalizza le amministrazioni inefficienti e spendaccione, sia perché politiche economiche locali sono piu' efficaci ed efficnete se localmente c'è una giurisdizione dotata di poteri politici (legislativo, esecutivo, giudiziario) e di autonomo prelievo fiscale diretto. Il tipo di federalismo fiscale che meglio si adatta a questo obbiettivo assegna in via esclusiva imposte dirette (persone fisiche e giuridiche) a comuni e provincie, mentre assegna allo stato centrale (ed eventualmente alle regioni, se volete tenervi questi inutili e costosi elefanti, buoni solo per dare poltrone) solo imposte indirette (IVA e compagnia). Il tutto armonizzato da una legislazione centrale che stabilisca norme comuni e parità di trattamento, oltre alla classiche regole per evitare la doppia imposizione per chi lavora in un comune, abita in un altro, ha case in un altro ancora.

Sono complessivamente d'accordo. Per un'organizzazione del genere si potrebbe usare il termine "federalismo" senza usurparne il significato.

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