È finita la crisi?

2 giugno 2009 emiliano carluccio

Io, di mio, faccio l'econometrico specializzato in serie temporali (nonlineari, per giunta). Qualcuno di qui - interessato nelle analisi congiunturali che da circa due anni elaboro mensilmente per il BIAM - mi ha chiesto di tradurle in italiano corrente, sperando interessino anche i lettori. Questo mese ci provo, poi vedremo.

Durante il mese di maggio sono stati pubblicati tutti i dati macroeconomici relativi al primo trimestre del 2009: essi confermano che le principali economie del mondo hanno vissuto, tra gennaio e marzo, il peggior trimestre degli ultimi 60 anni. Fin qui, niente di nuovo.

La sostanziale contrazione del PIL negli Stati Uniti, in Giappone e nella zona euro (specialmente in Italia, Germania e Spagna) ha causato un nuovo peggioramento delle aspettative di crescita per il 2009. Mentre le statistiche ufficiali confermavano la serietà della recessione, molti dei leading indicators iniziavano a mostrare un cambio di tendenza. I primi segnali, osservati in aprile, sono stati confermati durante maggio. Anche il recupero delle borse, che molti considerarono puramente illusorio, continua da mesi, tanto che la variazione dall'inizio dell'anno è oramai positiva in tutti i principali mercati. Questi sono, concretamente, i famosi ''germogli verdi''.

ECONOMIC INDICATORS OF THE MAIN ECONOMIES

EURO AREA

GERMANY

SPAIN

ITALY

UNITED
KINGDOM

U.S.A.

JAPAN

GDP1 1 quarter
(quarterly)

-2,5

-3,8

-1,8

-2,4

-1,9

-1,6

-3,2

PIB1 1 quarter
(annual)

-4,6

-6,9

-2,9

-5,9

-4,1

-2,6

-4,3

IPI march
(annual)

-20,2

-21,7

24,7

-23,8

-14,8

-13,7

-34,4

Exports2
march (annual)

-16,7

-24

-24

-26

-26

-23,8

-49,4

Retail sales3
march (annual)

-4,2

-1,9

-8,2

1,6

0,8

-6,8

-3,4

Unemployment rate4
marzo (%)

8,9

7,6

17,4

5,8

6,6

8,1

4,4

1) GDP Japan: 4 quarter 2008.
2) Non-seasonal adjusted. U.S.A. and Japan: february 2009.
3) Italy: february 2009
4) U.K. January 2009. Italy: december 2008. U.S.A. and Japan: february 2009.
Source: EUROSTAT & ECOWIN

Sulla capacità delle borse di anticipare l'evoluzione dell'economia reale si è detto e scritto di tutto: la verità è che non esiste una relazione statistica stabile che permetta risolvere una volta per tutte la questione. Per quanto riguarda i leading indicators bisogna considerare due tipologie distinte. Da un lato ci sono gli indici di fiducia e tutte le variabli costruite attraverso interviste e sondaggi. L’indicatore di sentimento economico, pubblicato dalla commissione europea, o l'indice di fiducia dell’industria, ne sono esempi. Un altro tipo di leading indicators è quello sintetico, costruito aggregando in una variabile unidimensionale l'informazione contenuta in un insieme più ampio di variabili. Un esempio classico in questo senso è il Conference Board Leading Indicator (pubblicato per 10 nazioni). Il succo è questo: quasi tutti questi indicatori hanno invertito la tendenza tra marzo e aprile ma tutti rimangono in un rango di valori vicino ai minimi storici e chiaramente in ''zona contrazione''. Se la relazione statistica che lega questi indicatori alle principali variabili macroeconomiche ha mantenuto una certa stabilità è molto probabile che il secondo trimestre sarà migliore del primo, che la velocità di caduta sia diminuita, o addirittura abbia raggiunto lo zero, e che l'economia abbia toccato o tocchi fondo nei prossimi mesi. L'informazione disponibile non è sufficiente per stabilire se sarà una crisi a forma di U di V o di W. I modelli quantitativi di cui disponiamo possono sbagliare nel predire la ripresa come (o peggio) sbagliarono nel predirre la crisi. È sufficiente tutto questo per dire che il peggio è passato? Beh, dipende.

Da un lato, è passato il timore dell'apocalisse. I mercati finanziari hanno ritrovato un po' di traquillità e tutti gli indicatori di avversione al rischio si stanno normalizzando. Questa normalizzazione è arrivata dopo che governi e banche centrali hanno inondato i mercati di liquidità a tassi stracciati per oltre un anno e dopo che, cosa probabilmente più importante, hanno dimostrato di essere disposti a tutto per garantire la solvenza del sistema bancario. Consiste in questo la “soluzione” della crisi? Saremmo arrivati all’apocalisse in assenza di questi interventi di salvataggio generalizzato? La questione è aperta.

Dall’altro lato, gli indicatori “reali” continuano a segnalare una pessima situazione. Il mercato del lavoro, per esempio, segue il ciclo con un ritardo di vari trimestri e continuerà peggiorando durante molti mesi. Nei paesi dove la bolla immobiliaria è stata piú forte (USA, Irlanda, Spagna e UK) la situazione sarà ancora peggiore e la crisi dell’occupazione più lunga. Per il mercato del lavoro il peggio non è affatto passato. Questo implica che per una fetta sostanziale delle famiglie il peggio della crisi deve ancora venire.

Guardando al PIL le cose sono un po' più complicate e tirerò in ballo le nostre previsioni. Nella zona euro crediamo che il PIL rimarrà praticamente costante nel secondo trimestre per poi tornare a cadere nel terzo con una caduta dello 0,8% sul trimestre precedente. Tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 la crescita trimestrale del PIL della eurozona dovrebbe stabilizzarsi su valori leggermente positivi. La flessione del PIL sarà del 4,0% quest’anno mentre la crescita sarà contenuta però positiva nel 2010 (+0,2%). Se si è toccato il fondo nel trimestre passato è anche probabile che in quel fondo rimarremo un bel po'. La ripresa sarà lenta e modesta con una crescita media nel 2010 appena positiva.

Gli Stati Uniti, magari un po' a sorpresa, se la passano meglio; almeno nei nostri calcoli. Nelle previsioni del Consensus Forecast lo scenario centrale è quello di una flessione del 2.9% del PIL nel 2009 con una crescita quasi identica (2,8%) nel 2010. Insomma, se i modelli econometrici ci azzeccano gli USA torneranno (quasi) al PIL del 2008 all’inizio del 2011.

Quanto all'Italia, le previsioni del consensus sono simili alle nostre previsioni per la zona euro: una riduzione media annuale del 4,0% del PIL durante quest'anno e una ripresa molto debole con crescita quasi nulla (0,1%) nel 2010. Bisogna però ricordare che l'Italia ha chiuso il 2008 con una variazione media negativa dello 1,0%, entrando in recessione prima e più profondamente degli altri paesi dell'area euro. Di nuovo, se gli econometrici ci azzeccano, l'Italia all'inizio del 2011 sarà molto più povera che nel 2008. Infatti, sarà più o meno dov’era nel 2000. Poiché i cicli economici non trattano tutti in modo omogeneo, questo implica che, ancora nel 2011, una fetta veramente sostanziale delle famiglie italiane starà peggio che nel 2000!

Senza dilungarmi oltre su questi aspetti lasciatemi trarre una piccola conclusione: l'economia mondiale è passata attraverso uno dei peggiori trimestri della storia ma la probabilità di una nuova grande depressione, che molti pronosticavano solo tre-sei mesi orsono, sembrano ora molto remote. Tutto finito? Non proprio.

Il costo dell’intervento pubblico, per le economie occidentali, si aggira, per il triennio 2007-2010, sul 20% del PIL secondo le stime del FMI. Dando uno sguardo alle previsioni a lungo termine l'aumento supererà i 30 punti percentuali nel 2014. Anche se il settore privato, spinto dalla poca disponibilità delle banche ad emettere nuovi prestiti, iniziasse il suo deleveraging a un ritmo vertiginoso, l’indebitamento globale delle principali economie è destinato ad aumentare nei prossimi anni. Questo implica che da una crisi dovuta all'eccessivo indebitamento usciremo ancor più indebitati di quando ci siamo entrati. La differenza starà nell'identità dei soggetti indebitati.

La bolla del consumo privato, gonfiata dall’inflazione della ricchezza finanziaria e immobiliaria, non si ripeterà. Sperare che i consumatori tedeschi, cinesi o italiani (anche l’Italia è tra i paesi con un alto tasso di risparmio) cambino le proprie abitudini e "sostengano" la ripresa dell’economía mondiale indebitandosi è non solo illusorio ma controproducente. Vale la pena ricordare che gran parte delle economie occidentali (e non) devono vendere nei prossimi anni una immensa quantitá di debito, che il settore bancario deve ancora terminare la sua ricapitalizzazione, che le imprese, non potendo più contare sulle banche, dovranno finanziarsi principalmente con emissioni di corporate debt. Vale la pena ricordare insomma, che più che di consumo sembra che l’economia mondiale abbia bisogno di una grande quantità di risparmio. Questo fatto, che sta emergendo sempre più chiaramente negli ultimi tempi, la dice lunga sulla rilevanza del dibattito di sei-nove mesi fa sulla necessità di stimoli fiscali.

Per l'Italia, e non solo, la via d'uscita tipica dalle recessioni è stata quella della domanda esterna e della svalutazione competitiva. Questa strategia ha un difetto fondamentale: funziona solo se i paesi che creano la ''domanda esterna'' non sono anche loro in recessione. Purtroppo la crisi è globale: molti paesi hanno visto cadere le proprie esportazioni a tassi superiori al 20%, la flessione del commercio internazionale (in volume) sarà superiore al 10% nel 2009. Molti paesi, che affrontano la prima crisi dell'era euro, non hanno il controllo diretto della propria moneta mentre altri equilibri (penso al tasso di cambio dollaro-yuan) si reggono su motivazioni politiche e strategiche più che economiche. Nessun paese importante può sperare di tornare a crescere a breve termine manipolando il tasso di cambio: questa strada, per ora, è chiusa.

Alla luce di questi fatti, la possibilità che alcuni paesi (USA in primo luogo) possano tentare di uscire dalla trappola del debito generando un eccesso di inflazione aumentano. Questa opzione ha guadagnato molto spazio sui mezzi di comunicazione nelle ultime settimane (diversi articoli, specialmente sul Financial Times) mentre il dibattito sulla deflazione, la grande paura degli economisti "ufficiali", si è oramai spento. I dati confermano questo cambio di tendenza: alcuni prezzi sono diminuiti per alcuni mesi, perché era in atto un cambio di prezzi relativi dovuto, in generale, ad un eccesso di offerta di quei beni. Il cambio è stato utile e la situazione sembra ormai stabile: il rischio di deflazione negli USA e nella euro area è insignificante.

Dall'altro lato l'inflazione USA si è attestata sopra le previsioni per due mesi consecutivi proprio grazie ai prezzi dei beni industriali. Incorporando la nuova informazione le nostre previsioni dell’inflazione core per il 2009 ed il 2010 sono l'1,8% (± 0,18) e l’1,9% (± 0,39) con un aumento di 2 decimi nel 2009 e di un decimo nel 2010. Anche la FED ha modificato le sue previsioni verso l’alto: l’intervallo della tendenza centrale del core PCE per l'ultimo trimestre passa dal 0,9%-1,1% pubblicato in gennaio al 1,0-1,5%. Potrebbero non sembrare grandi numeri, ma bisogna tenere in conto che il core PCE è una misura di inflazione estremamente stabile e poco volatile. Un cambio dal 0,9% all’1,9% è un cambio tra due scenari completamente diversi.

Il problema con le previsioni della FED è che, in questo momento, il suo conflitto di interessi è enorme. Se, da un lato, non può non prendere atto che le aspettative di inflazione sono cambiate, dall'altro non può ammetterlo se il Tesoro USA vuole continuare a vendere T-bills con rendimenti nulli. Una volta portata a termine l’espansione del debito necessaria, la tentazione di generare inflazione sarà fortissima. Anche se nel FOMC si parla ormai molto di exit strategy, è chiaro che ci troviamo davanti a un classico problema di inconsistenza temporale.

La domanda fondamentale, in un problema di inconsistenza temporale, è se la punizione che il mercato può infliggere al debito pubblico americano è sufficiente a disincentivare l'utilizzo puntuale di una strategia opportunista. Se non emerge un'altra moneta di riserva, la risposta è probabilmente negativa. Se gli USA generassero inflazione svalutando il loro debito, i risparmiatori mondiali dovrebbero ammettere l'errore ed accettare le perdite. Mantenere l’inflazione tra il 5 e il 7% per un periodo di 2-3 anni scontenterebbe molti e incentiverebbe alcuni cambiamenti, ma difficilmente potrebbe portare alla rapida ascesa dell’euro, del yuan o di una moneta artificiale creata dal FMI come valuta di risverva.

È possibile che la zona euro o il Giappone seguano gli Stati Uniti sullo stesso cammino? Improbabile. Il Giappone ha avuto per 15 anni la possibilità di svalutare il suo immenso debito e non l’ha utilizzata. Per quanto riguarda l’unione monetaria europea, mantenere l’inflazione sopra il 2.0% sarebbe una violazione del mandato del BCE.

Concludendo: il rischio nuovo è quello dell'inflazione USA. Quello antico sta in una ripresa che tardi a venire perché qualcosa, da qualche parte, si è rotto nel meccanismo mondiale dei mercati, e le parti rotte non sono state sostituite.

15 commenti (espandi tutti)

Complimenti per l'italiano corrente, ho capito tutto io che sono un mulo (keynesiano, per giunta), immagino gli altri.

In questo scenario molto chiaro che tratteggi sembra che privilegi (come a gran voce stanno facendo in USA, per far pagare al resto del mondo i loro problemi) lo scenario inflazionistico, non pensi che ci possa anche essere un "rischio" di aumento di tassazione, almeno nell'area euro ?

Magari, per non essere sgradevoli politicamente, non sul reddito delle persone fisiche, ma sull'imposta sul valore aggiunto (attraverso la classica "rimodulazione e armonizzazione") ? Tutto sommato un punto percentuale in più sull'iva in ambito europeo è una cifra di tutto rispetto.

Bell'analisi semplice e probabilmente veritiera alla faccia del paradigma delle derivate seconde e delle inversioni di tendenza...Tre secondo me sono gli elementi interessanti di quest'analisi:

1) Ammesso e non concesso che la derivata seconda sia migliorata per vari indicatori, siamo sempre in territorio negativi e li ci possiamo rimanere per tempo...Nessuno sa per quanto nonostante la derivata seconda. Se la discesa del PIL é rallentata nessuno ci puo' dire quando si tornerà in positivo. Un inflection point non é un turning point...

2) Il conflitto d'interessi nel dare i dati: alcuni hanno interesse a diffondere ottimismo e non realismo sperando in aspettative autorealizzantesi (il governo Berlusconi é specialista e trasforma automaticamente i punti di flesso in punti d'inversione. Anche Trichet della BCE parlo' di inflection points invertiti ma si guardo' bene nel comunicare la differenza tra inflection point e turning point).

3) Che bene che vada nel 2011 saremo in ogni caso più poveri e indebitati e più disoccupati che nel 2008 (Tremonti disse che non era un problema se il PIL torna indietro...e Brunetta gira dicendo che con la crisi alcune categorie come pensionati e dipendenti si sono arricchite, alla faccia dell'ottimismo di maniera e della nozione di peggioramento che rallenta...)

Leggendo l'articolo più che risposte mi sono venute in mente domande: tutti i soldi spesi dai governi per contrastare il crash finanziario, dovranno prima o poi rientrare nelle casse degli stati. Tasse alte e ripresa non vanno daccordo. Soluzione? Meno servizi per i cittadini? Una lunga e costate stasi economica fino al default (sulla falsa riga dell'Argentina)? O altro?

Secondo me, inflazione (tra un paio d'anni). Persino uno dei piu' tenaci propagatori di paranoie su rischi deflazionistici, Martin Wolf, finalmente ammette che vari segni, non ultimo l'aumento dei rendimenti dei titoli obbligazionari, fanno pensare che la paventata deflazione dopotutto non ci sara'. Tempo di autocritica? Macche': e' contento perche' dice che questa e' la prova che le misure prese dai governi hanno funzionato...

Sulla questione inflazione io sono proprio "torn". Da mesi - come i miei colleghi del macro-group (Fed e dipartimento) di St Louis sanno da discussioni quasi quotidiane - oscillo fra le due posizioni. Well, anche loro oscillano, anche se la maggioranza vede inflazione in arrivo. Comunque, mi spiego.

L'espansione della massa monetaria in possesso delle banche USA, e non solo, è anormale al punto della follia, nessun dubbio. In circostanze standard produrrebbe, avrebbe già prodotto, un'enorme inflazione, probabilmente a due cifre. Però non siamo in circostanze "normali", per due ragioni.

1) Moltissime banche che hanno ricevuto grande liquidità sono in bilico, sempre a due passi dal fallimento. In analogia con le banche giapponesi del 1994-2000, è loro interesse tenersi quella liquidità come materasso, non investirla. Quindi non li vedo lanciati a fare prestiti a go-go e se non fanno prestiti a go-go l'inflazione da quel lato non parte. A mio avviso queste circostanze dureranno per parecchio tempo, il che implica predirre che, per parecchio tempo, quella massa di liquidità non si trasformerà in "domanda nominale" ma rimarrà "rischio di domanda nominale". Con il termine "parecchio tempo" intendo tutto il 2009 ed il 2010.

2) La ragione fondamentale (su questo ho scritto un paper, che se vi interessa invio appena è circolabile at large) per cui la grande espansione monetaria del 2001-2005 non produsse la "solita inflazione" ma, invece, l'inflazione localizzata che chiamiamo "asset bubble" (e che poi scoppiò nel 2007 con le conseguenze a tutti note) è che la domanda che quell'espansione monetaria generava venne regolarmente assorbita, durante quegli anni, dalla produzione industriale dei paesi in via di sviluppo, Cina, e poi India, in particolare. Poiché il cambio di costoro, (in USD) era fisso, la loro capacità industriale inutilizzata (misurata come forza lavoro) praticamente illimitata ed i costi marginali praticamente costanti, la costanza o addirittura diminuzione dei prezzi dei tradables e poi di molti servizi (mano a mano che diventavano anch'essi tradables) non è impossiible da spiegare. Simmetricamente, diventa possibile spiegare l'esplosione nei valori nominali degli assets nostrani: la crescita della massa monetaria da qualche parte doveva pur riflettersi! A mio avviso le circostanze di allora saranno replicate, anzi più che replicate, nel mondo post-crisi: né Cina, né India, né Brasile, né eccetera, hanno perso la loro capacità di produrre a prezzi costanti ciò che l'Occidente consuma. Le decine di milioni di cinesi che, dall'anno scorso, han mollato le città per ritornare in campagna, sono prontissimi a riprendere gli autobus in direzione opposta. Quindi, se la liquidità delle banche occidentali finisce ai consumatori, questo creerà solo domanda nominale per (e deficit commerciale con) i paesi in questione. Dubito crei inflazione che si rifletta nel CPI.

Esistono, ovviamente, ragioni per temere che qualcosa di diverso succederà. Uno, il principale, l'ha evidenziato Emiliano: la tentazione del governo USA di inflazionare l'enorme debito che le follie Bush-Obama (o Paulson-Geithner-Bernanke, se preferite) hanno generato e stanno generando. Questa tentazione è reale. Poiché essa verrebbe severamente punita sia dai mercati internazionali (Emiliano è troppo pessimista sulla possibilità di euro ed altre monete di diventare alternative sostanziali al dollaro), sia, e soprattutto, dagli elettori USA (che sono MOLTO all'erta su questioni come inflazione e ben coscienti che questo è il grave rischio a cui le politiche adottate li espongono) credo che l'amministrazione USA dovrà accontentarsi di inflazione al 4% al più. Anche perché se le aspettative inflazionistiche si materializzassero o venissero alimentate da scelte politiche in questa direzione, il rischio di una drammatica svalutazione del dollaro ed un "run" sul debito USA non sarebbe impossibile. Non credo Obama, pratico e concreto com'è, voglia correre un simile rischio.

Questo implica, però, che essi (Geithner e Summers) sappiano come risolvere il vero problema, ossia: come sgonfiare il balance sheet della Fed. Questo richiede ritirare la liquidità VENDENDO le tonnellate di assets di tutti i tipi che si sono di fatto comprati in questi mesi (facendo finta di scontarli).

Ecco, quest'ultimo punto, quello del rientro, lo vedo più delicato ed è lì che siedono i rischi di inflazione. Ma se inflazione sarà, a mio avviso sarà di nuovo "localizzata", ossia una qualche altra forma di bolla speculativa. In un certo senso è già in corso (i valori di banche che sarebbero altrimenti fallite sono positivi e crescenti, ossia sono una bolla che non corrisponde a nulla di reale) ed in un certo senso è possibile che si finisca per scegliere di ri-alimentarla. A ben pensarci, finché le banche dipendono dalla Fed per sopravvivere, i managers di quelle banche non faranno cazzate. Se la Fed suggerisce di non esagerare dando in giro liquidità, non esagereranno perché il rischio è che il mese dopo la Fed decida di disfarsi (restituendoli) gli assets che in questo momento ha in portafoglio a prezzi finti e che le banche in questione dovrebbero poi riprendersi ... Insomma, non gli conviene.

La mia previsione, quindi, è di poca inflazione-CPI, espansione lentissima del credito, quasi nulla, per un anno e mezzo o due con una uscita di liquidità in direzione di nuove bolle: materie prime di nuovo? Il prezzo dell'olio lo suggerisce ... Imprese "verdi" ed energie alternative? Ci scommetto da tempo ... Altro? Possibile, la fantasia dei mercati è infinita ...

P.S. To put my money where my mouth is, ho appena rifinanziato a tasso variabile il mio mutuo ...

Un chiarimento sulla tua previsione di poca inflazione -CPI:

un'inflazione localizzata sul prezzo del barile di petrolio mi pare una cosa completamente diversa dall'inflazione localizzata negli assets delle banche. Se la bolla si scarica sul prezzo del petrolio posso davvero continuare ad assumere che

"[A mio avviso] le circostanze di allora saranno replicate, anzi più che replicate, nel mondo post-crisi: né Cina, né India, né Brasile, né eccetera, hanno perso la loro capacità di produrre a prezzi costanti ciò che l'Occidente consuma."

Per  qualunque livello del prezzo del barile? A me invece questo sembra cruciale. E mette- francamente- un po' di timore

 

 

Domanda interessante e difficile, che mi porta a fare quasi full disclosure.

C'è un'altra ipotesi che coltivo da tempo, e che chiamo "Scenario Levine" perché David K. Levine, con cui lavoro e discuto tutti i giorni, ne è il fautore più convinto. Io, anche qui, oscillo.

Lo scenario DKL dice: tutto quanto detto su politica monetaria 2001-2005 folle, vale, con tutto il resto su mortgage, investment banking and so on. Ma, di per se, il Ponzi scheme generalizzato che la cosa implicava avrebbe potuto durare altri svariati anni se non fosse che lo sviluppo accelerato cinese ha tirato di colpo il freno dalla fine del 2006 a causa della crescita dei prezzi delle materie prime e del petrolio in particolare. In questa visione, mentre il petrolio a 120 al barile è speculativo, il petrolio a 80/90 al barile non lo è ed è alto a sufficienza per impedire alla Cina di continuare a crescere al 10%. Se la Cina&Co rallentano, i valori degli assets occidentali crollano.

Se DKL ha ragione, ossia se è vero che una forte crescita cinese ed indiana è impossibile data la tecnologia e le risorse naturali a disposizione, allora il discorso cambia e lo scenario pre-2007 non è più possibile. In questo caso, se i prezzi delle materie prime ripartono alla grande appena c'è un po' di ripresa, allora lo scenario inflazionistico diventa molto più probabile. Però davvero non ho dati empirici su cui basare il mio giudizio, quindi non so dire. Magari David ha visto giusto, io non ne sono ancora convinto. Ragione per cui il paper con lui sullo scenario DKL al momento mi trattengo dal scriverlo: l'evidenza a disposizione è compatibile sia con l'ipotesi sua che con quella della pura speculazione e/o manipolazione dei prezzi da parte dei paesi produttori.

http://blogs.ft.com/maverecon/2009/06/fiscal-options-for-the-uk-sovereign-insolvency-inflation-or-serious-fiscal-pain/#more-1809

Dal testo di W. Buiter estraggo solo il seguente passaggio:

In two or three years, Canada  may be the only G7 country left to have an AAA rating.

Il Canada è il paese del G7 con la migliore dotazione di risorse naturali (pro capite oppure in rapporto al GDP). Non credo che sia un fatto casuale. Lo shortage di materie prime, che forse non è tale in termini assoluti, ma piuttosto rispetto alle tecnologie estrattive esistenti (e quindi ai costi di estrazione in rapporto al GDP) potrebbe essere un problema rilevante dei prossimi anni, acuito dalla riduzione degli investimenti correnti.

Interessante/preoccupante anche questo passaggio:

I believe Bernanke takes price stability seriously and would resign rather than accept responsibility for a high inflation strategy forced on the Fed by the Treasury.  With Larry Summers waiting in the wings to be the next Chairman of the Fed, however, the solvency-through-inflation route would be wide open.

Dunque prevedendo inflazione, anche poca, sei passato dal fisso al variabile?

Grazie per lo scenario, very interesting, (anche per il chiarimento successivo sullo scenario DKL), avevo chiesto a E miliano, e lo richiedo anche a te, non pensi che si corra il rischio di un aumento della tassazione, magari con un aumento dell'IVA (vat per voi) ?

Questo risolverebbe anche il problema dell'inflazione, se la programmano evitando aumento della domanda, scoarggiata da un aumento dei prezzi .

E' possibile ? Cambierebbe qualcosa (oltre alla quantità di denaro nelle mie tasche) ?

La tua posizione è molto simile a quella di Paul Krugman sul NYT la settimana scorsa e a me sembra ragionevole: non c'è rischio nei prossimi 24 mesi.

La domanda cruciale, come sottolinei, è se la Fed sarà in grado di ritirare in tempo e nella quantità giusta la massa di liquidità sulla quale le banche siedono. Capisco bene, quando dici

[le banche] non esagereranno perché il rischio è che il mese dopo la Fed decida di disfarsi (restituendoli) gli assets che in questo momento ha in portafoglio a prezzi finti e che le banche in questione dovrebbero poi riprendersi

che esistono clausole per cui la Fed può ritirare liquidità discrezionalmente dalle banche? Questo faciliterebbe le cose, ma c'è sempre una questione di tempi, quantità, e interazione con altre variabili (incluse le bolle localizzate): perché mai la capacità della Fed di fare fine tuning tra due anni dovrebbe essere migliore di quella di due anni fa?

sia, e soprattutto, dagli elettori USA (che sono MOLTO all'erta su questioni come inflazione e ben coscienti che questo è il grave rischio a cui le politiche adottate li espongono)

Pensi lo siano? Io ho i miei dubbi: gli Stati Uniti sono un paese pochissimo debt-averse, e dove tradizionalmente fregare i creditori tramite bancarotta (o, in questo caso, inflazionando la valuta) ha stigma morale pressoche' nulla. Questo ha portato all'esistenza di una vasta constituency in supporto di politiche inflazionarie, e non da ieri: vedi William Jennings Bryan e il movimento per il bimetallismo, che esprimeva gli interessi di persone indebitate (all'epoca prevalentemente coltivatori). Oggi e' anche peggio: abbiamo spendaccioni populisti sia nel partito repubblicano che in quello democratico (e pundits apertamente pro-inflazione in entrambi i campi: vedi Mankiw e Krugman), alto debito sia pubblico che privato con un decimo dei proprietari d'immobili in negative equity, struttura demografica e allocazione del risparmio entrambi ostili ai bondholders (contrariamente all'Europa, dove molti cittadini sono anziani e hanno investito in obbligazioni anziche' equity), e soprattutto moneta cartacea, che permette al governo di ridurre il debito reale sia suo che dei cittadini con una firma del segretario al Tesoro. Per giunta, una parte sostanziosa del debito pubblico e' denominata in dollari e detenuta da stranieri impopolari (governo cinese, petrolieri arabi...), e poca gente e' disposta a piangere per loro. Davvero pensi che in USA la maggioranza sia composta da vigilantes anti-inflazione?

Davvero pensi che in USA la maggioranza sia composta da vigilantes anti-inflazione?

Non credo serva una maggioranza. Basta una minoranza ampia ed aguerrita, e quella mi sembra che ci sia.

Quando vedo articoli come questo, sul NYTimes di oggi, mi bolle un po' il sangue nelle vene pensando all'insano dibattito di 6-9 mesi fa, dove il problema era ... il troppo risparmio ed il troppo poco consumo e bisognava spendere, spendere, spendere. I pochi di noi a dire che il problema era, ovviamente, il rovescio, ossia che c'era stato troppo poco risparmio per troppo tempo e che ora i segnali di prezzo erano stati finalmente forti abbastanza per convincere la gente che era il caso di risparmiare, quei pochi di noi venivano sommersi da fischi ed improperi. Meno di un anno dopo risulta che avevamo, altrettanto ovviamente, ragione. Il che implica, non tanto che avevamo ragione noi ma che il maledetto modello economico che i gestori dell'economia mondiale usavano ed usano è totalmente sballato. Ma a quella conclusione il giornalista del NYTimes non sembra arrivarci, e la gente nemmeno.

Off to celebrate Andreu, that's more entertaining.

Un saluto da un nuovo arrivato, studente di statistica ed economia.

Ho letto di indicatori macroeconomici, di fiducia e di sentimento, di avversione al rischio; di inconsistenza temporale; di inflazione e svalutazione del debito. Aspetti sicuramente fondamentali.

Ma mi incurioscono molto alcune considerazioni che mi sembrano di tipo un po' diverso e che leggo anche su questo sito:

A me sembra che, a partire dai primi anni 2000, nel mondo industrializzato occidentale, ci sia un evidente eccesso di offerta. Non c’è più niente da produrre, niente da vendere, nessun mercato in espansione o nel quale poter entrare. L’unico mercato in espansione mi pare che sia quello delle fonti energetiche rinnovabili, ma, evidentemente, non può fare da traino all’economia mondiale (axel bisignano)

E' vero? Se lo fosse, non mi sembrerebbe irrilevante. E' forse una conseguenza della curva sigmoide tipica della domanda dei beni durevoli? C'è forse un contrasto tra aumento della produttività e saturazione della domanda di beni durevoli, un divario crescente tra ciclo di produzione e ciclo di vita del prodotto?

E' falso? E' solo un'ipotesi? E come si fa a dimostrarla o smentirla?

Grazie.

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