Il fisco e il lavoro delle donne italiane

23 maggio 2014 Stefania Marcassa

Quanto contribuisce il sistema di tassazione sui redditi alla scarsa partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane? Il sistema di imposizione sui redditi in Italia è almeno sulla carta indipendente dal sesso e dallo stato civile, ma nella pratica alcuni meccanismi si trasformano in disincentivi alla partecipazione femminile. L'attuale sistema di detrazioni e assegni familiari può scoraggiare il « secondo reddito » della famiglia, soprattutto in famiglie di basso reddito. Riassumo in questo post alcuni risultati di un articolo scritto con Fabrizio Colonna, citato nelle note in fondo al  post. 

È noto che, nel confronto europeo, l’Italia si distingue per la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Molti fattori economici, sociali e culturali possono spiegare la bassa partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro. Storicamente, la necessità di provvedere alla cura dei familiari e della casa, compiti tradizionalmente riservati alle donne, la minore scolarità e la rilevanza della forza fisica nell’attività lavorativa hanno giocato indubbiamente un ruolo di primaria importanza.

Si tratta di un tema al centro di un ricco dibattito. Ad esempio, Alesina, Ichino e Karabarbounis (2011) hanno proposto una riforma del sistema fiscale basata sulla differenza delle elasticità tra uomini e donne, ossia sulla loro diversa risposta a variazioni di salario (2). Questa riforma darebbe però luogo ad una tassazione basata sul sesso del dichiarante non facilmente accettabile dal punto di vista sociale. In questo post mi focalizzo invece su alcuni meccanismi forse poco noti, ma non poco importanti, della tassazione sui redditi, la cui praticabilita' politica potrebbe essere meno controversa. 

L’insoddisfacente performance del nostro paese è concentrata soprattutto fra le donne con prospettive di reddito modeste. La tabella 1 riporta i tassi di partecipazione delle donne di età compresa fra i 25 e i 54 anni (abbiamo preferito circoscrivere l’attenzione su questa fascia di età compresa per poter astrarre dall’impatto sulla partecipazione del sistema di formazione e di quello pensionistico) in Italia e nel complesso dell’area dell’euro (3). Appare evidente come il divario sia più marcato fra le donne sposate e fra quelle con bassi livelli di istruzione. Ricordiamo che il tasso di partecipazione è la percentuale di persone che hanno un lavoro o lo stanno cercando in rapporto all'intera popolazione. 

Tabella 1. Tassi di partecipazione femminile, 25-54 (%) – Dati EUSILC 2012

 

Italia

Area dell'Euro

Differenza

Totale

69,8

85,4

-15,6

Stato Civile :

Coniugate:

Senza figli

Con figli

Libere

 

61,9

63,7

61,4

87,7

 

81,9

84,3

81,0

91,1

 

-20

-20,6

-19,6

-3,4

Educazione :

Primaria

Secondaria

Terziaria

 

50,5

74,7

87,5

 

70,7

87,0

92,5

 

-20,2

-12,3

-5

Alla luce di questi dati appare rilevante verificare se il sistema fiscale italiano contenga elementi che scoraggiano la partecipazione in lavori che, sia per la durata ridotta dell’orario di lavoro sia per le qualifiche richieste, sono relativamente meno retribuiti. La tassazione sul lavoro vigente in Italia è su base individuale, dunque in linea di principio indipendente dal sesso del dichiarante e dal suo stato civile. Nella sua applicazione, però, il sistema prevede una serie di trasferimenti diretti o indiretti fra famiglie ed enti pubblici (in particolare, le detrazioni per familiari a carico, gli assegni familiari, le riduzioni delle rette per asili nido, le esenzioni dai ticket sanitari) che incrementano quella che la letteratura economica definisce tassazione implicita sul secondo percettore, disincentivandone l’offerta di lavoro.

Per comprendere meglio il meccanismo, analizziamo nella tabella 2 un esempio pratico. Esaminiamo il caso di un nucleo familiare residente a Cremona e composto da una coppia sposata con due figli minorenni a carico, di due e cinque anni. Il padre percepisce un reddito da lavoro dipendente di 24.000 € lordi annui. Se la moglie non è occupata (colonna 1), l’Irpef si applica al solo reddito del marito ed è pari a 4.333 €. Il marito ha diritto a detrarre 2.139 € per carichi familiari e percepisce 1.813 € in assegni familiari. Il reddito disponibile netto ammonta quindi a 23.119 €.

Consideriamo ora cosa accadrebbe se la moglie accettasse un impiego a tempo parziale, con una retribuzione lorda annua pari 10.000 € (colonna 2). Sulla base delle attuali aliquote l’Irpef ammonterebbe a 603 €, equivalente a un’aliquota media del 6,03 per cento. Essendo aumentato il reddito familiare, sia le detrazioni fiscali sia gli assegni familiari goduti dal marito sarebbero decurtati, a 1.449 € e 930 € rispettivamente. Durante l’orario di lavoro della madre, la famiglia dovrebbe probabilmente rivolgersi, per 10 mesi, a un asilo nido la cui retta mensile, calcolata sulla base dell’indice Isee, ammonta a 193 € (4). Il reddito disponibile netto sarebbe quindi pari a 29.013 €. Se ne desume che l’occupazione della moglie incrementerebbe il reddito familiare di soli 5.894 €, meno del 60 per cento della sua retribuzione lorda. A fronte di un’aliquota Irpef media del 6,03 per cento, la tassazione implicita sul secondo percettore che grava sulla donna sposata è quindi del 41,06 per cento.

Da questo semplice esempio si può comprendere quali siano i disincentivi che vengono indirettamente creati dal sistema fiscale.

 

Tabella 2. Tassazione implicita sul secondo percettore (euro)

 

Moglie non occupata

Moglie occupata part-time a 10.000

Reddito Totale familiare lordo

24.000

34.000

IRPEF

4.833

4.833 + 603 = 5.864

Detrazioni

2.139

1.449

Assegno Nucleo Familiare

1.813

930

Retta Asilo Nido (3)

0

193*10 mesi = 1.930

Reddito Disponibile

23.119

29.013

La tassazione implicita delle donne sposate è molto alta se i redditi del marito sono medio-bassi, ovvero quando l’ammontare delle detrazioni, degli assegni familiari e delle altre agevolazioni è più ingente. Ad esempio, nel caso precedente il marito non avrebbe comunque goduto di nessuna detrazione o assegno familiare qualora il suo reddito lordo avesse superato i 110.000 €. Per livelli bassi di reddito, invece, la convenienza ad accettare un lavoro da parte della moglie viene mitigata dalla rinuncia da parte del marito alle detrazioni e agli assegni familiari. L’andamento della tassa implicita si riflette verosimilmente sulle decisioni di partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

La figura 1 mostra come la tassa implicita varia con il reddito lordo della moglie, assumendo il marito abbia reddito lordo annuale di 40.000 €. Si può notare come la tassazione sia più elevata nel caso in cui i coniugi abbiano figli ed in particolare, come aumenti notevolmente in corrispondenza di un reddito di 3.200 € (o 3.500 € nel caso di coppie senza figli). A quel punto, il marito perde il diritto alle detrazioni per coniuge a carico e all’assegno familiare e la tassazione della moglie passa dal circa 9 ad oltre il 30 percento.

Figura 1. Tassazione implicita della moglie in relazione al numero figli

image  

La figura 2 ripete l’esercizio fissando il reddito annuale lordo delle mogli a 40.000 €. Possiamo chiaramente osservare che la tassazione implicita della moglie diminuisce all’aumentare del reddito del marito. Il livello è anche in questo caso più elevato per le madri, ma la differenza è quasi nulla quando il reddito del marito supera i 60.000 € euro.

Figura 2. Tassazione implicita delle mogli in relazione al numero di figli

image

Al fine di ottenere una prima valutazione quantitativa di tale dinamica, nel nostro articolo, io e Fabrizio abbiamo costruito un modello statistico che ci permette di stimare gli effetti di schemi alternativi di tassazione sul reddito sull’offerta di lavoro femminile. Ad esempio, abbiamo simulato le conseguenze occupazionali e reddituali di due modifiche del sistema fiscale: (1) l'abrogazione delle detrazioni per carichi familiari accompagnata dal pagamento di un credito di imposta se si lavora e (2) una riduzione della prima aliquota Irpef dal 23 al 20 per cento (a parità di gettito fiscale). I risultati sono riportati in tabella 3. 

Tabella 3. Confronto tra simulazione scenari alternativi (valori percentuali)

 

Attuale

Credito di imposta

Riduzione della prima aliquota dal 23 al 20%

Tasso di partecipazione femminile (25-54)

69,8

71,7

70,1

Coniugate:

Senza figli

Con figli

61,9

63,7

61,3

64,5

64,7

64,5

62,4

63,2

62,1

Libere

87,7

87,9

87,6

Il primo intervento dimunisce gli effetti negativi generati dalle detrazioni e descritti nella prima parte di questo articolo e incentiva la partecipazione  femminile, che aumenterebbe dal 69,8 al 71,7 per cento. Il secondo invece, ha un effetto lievemente positivo sulla partecipazione, ma le detrazioni continuano a disincentivare la partecipazione delle donne coniugate. Si noti che la prima riforma proposta aumenterebbe la partecipazione delle donne coniugate di circa 3 punti percentuali!

I risultati di questo esercizio sono ovviamente parziali e soffrono delle limitazioni tipiche di ogni studio statistico. Pensiamo possano tuttavia servire come spunto di riflessione affinché in possibili future modifiche del sistema fiscale si possa tener conto, nel rispetto dei vincoli di bilancio e di eventuali obiettivi redistributivi, delle implicazioni sull’offerta di lavoro, con particolare attenzione all’occupazione femminile.

Note

(1) Colonna, F., Marcassa, S. « Taxation and Labor Force Participation: The Case of Italy » 

(2) Alesina A., Ichino A., Karabarbounis L.  « Gender based taxation and the division of family chores » 2011, American Economic Journal: Economic Policy, vol. 3, pp. 1 - 40.  

(3) Le statistiche sono elaborate sulla base dell’indagine sui redditi e le condizioni di vita familiari EU-SILC condotta nei paesi dell’Unione Europea, coordinata dalla Commissione Europea.

(4) Le informazioni sulle rette dell’asilo nido provengono da http://www.comune.cremona.it/images/comu/file_bd/definizione_rette_frequenza_nido.pdf [4]. Le tariffe sono aumentate del 10 per cento in caso di “tempo lungo”, che prevede l’uscita dei bambini posticipata dalle 16 alle 18:30.

25 commenti (espandi tutti)

Stefania, il secondo paragrafo introduttivo mi lascia perplessa perche' dici che storicamente le donne risultano meno scolarizzate.

 

Potresti definire meglio "storicamente"? Mi pare che ben dal 1977 le percentuali di donne scolarizzate siano significative per l'italia. Potresti definire a quanto addietro nella realta' italiana ti riferisci?

La mia sorpresa si basa sul fatto che poi riferisci tabelle su donne dai 25 ai 54 anni che quindi rientrano nella fascia di eta' dove la scolarizzazione femminile italiana e' superiore se non identica ai maschi.

 

Mentre le altre ragioni storiche sono ancora molto rilevanti (accudimento e cura familiare) sommare anche una minore scolarizzazione mi suona anacronistico. Puoi spiegare? Grazie

Giuliana, nella tabella sottostante riporto i dati relativi alla percentuale di individui (donne e totale di 25-54 anni) che hanno un titolo di studio rispetto a tutti gli individui di età superiore ai 15 anni. Nell'ultima colonna è riportato il numero medio di anni di studio. 

La fonte è il sito Barro-Lee Educational Attainment Dataset (http://www.barrolee.com/)

 

DONNE Senza istruzione Elementari Secondaria Laurea Anni medi di studio
1950 12,7 77,6 9 0,7 4,1
1955 11,2 76,5 11,4 0,9 4,3
1960 9,4 75,8 13,6 1,3 4,6
1965 6,9 75,7 15,9 1,5 5
1970 4,6 74,5 18,8 2,1 5,4
1975 6,8 64,1 26,4 2,8 5,9
1980 6,7 55,5 33,6 4,2 6,6
1985 5,8 44,1 44,8 5,3 7,4
1990 3,9 32,9 56 7,3 8,5
1995 3,1 23,2 63,6 10,2 9,4
2000 1,9 14,2 70,9 13 10,3
2005 1,5 9,7 74,3 14,5 10,9
2010 1,2 6,9 77,9 14 11,2
TOTALE          
1950 10,7 76,9 10,7 1,7 4,4
1955 9,4 75,2 13,4 1,9 4,7
1960 7,8 73,9 15,8 2,5 5
1965 5,7 73,1 18,6 2,5 5,4
1970 3,7 71 22 3,2 5,8
1975 5,6 60,5 30,3 3,7 6,3
1980 5,4 51,3 38,2 5,1 7
1985 4,7 40 49,3 6 7,8
1990 3,2 29,1 60,1 7,5 8,8
1995 2,7 20,3 67,2 9,9 9,5
2000 1,8 12,2 73,9 12,1 10,3
2005 1,4 8,2 77 13,3 10,8
2010 1,2 6,1 80,2 12,6 11,1

Si puo' notare che la percentuale di donne che si laurea supera la media solo a partire dal 1995 e il numero medio di anni di studio delle donne è rimasto inferiore alla media fino al 2000.

L'argomento mi interessa molto ma, per miei limiti, non ho capito cosa vuol dire questo:

Ad esempio, abbiamo simulato le conseguenze occupazionali e reddituali di due modifiche del sistema fiscale: (1) l'abrogazione delle detrazioni per carichi familiari accompagnata dal pagamento di un credito di imposta se si lavora

Si potrebbe avere un esempio per chiarirmi il concetto?

Il sistema fiscale italiano prevede una serie di detrazioni fiscali per coniuge e figli a carico, oltre ad assegni familiari per i figli. Le detrazioni e gli assegni diminuiscono all'aumentare del reddito. In particolare,  le detrazioni per coniuge a carico sono concesse solo se quest'ultimo guadagna un reddito annuale inferiore a circa 2900 euro.

Questo sistema di detrazioni genera dei disincentivi alla partecipazione di donne sposate a mariti che guadagnano un reddito medio-basso e che per il loro livello di educazione, avrebbero accesso solo a lavori poco qualificati (o part-time). Infatti, anche un lavoro part-time stagionale farebbe perdere il diritto alle detrazioni e potrebbe costringerebbe la famiglia a pagare la retta dell'asilo nido.

I dettagli del sistema fiscale italiano si possono trovare in questo documento dell'OECD:

 http://www.keepeek.com/Digital-Asset-Management/oecd/taxation/taxing-wages-2014/italy_tax_wages-2014-26-en#page7

Per meglio comprendere gli effetti negativi di questo sistema di detrazioni, abbiamo fatto un esercizio (la riforma (1)) dove le detrazioni per coniuge e figli a carico (proporzionali al reddito) sono state sostituite da una sola detrazione di circa 1800 euro indipendente dal reddito familiare. La sola condizione per aver diritto a questa detrazione fissa è di aver percepito un reddito da lavoro. Anche gli assegni familiari, in questo esercizio, non dipendono più dal reddito, ma solo dal numero di figli.

La finalità dell'esercizio è di far capire che una detrazione indipendente dal livello del reddito  della famiglia, riduce i disincentivi alla partecipazione delle donne sposate a mariti che percipiscono un reddito medio-basso. In questo ipotetico sistema fiscale infatti, le donne avrebbero incentivo a lavorare non solo a tempo pieno ma anche part-time (avendo sempre diritto alla detrazione).

 

Grazie molte per la spiegazione esauriente (anche troppo:-) )

Mi permetto una provocazione non polemica ma per avere opinioni e delucidazioni:

siamo certi della relazione di causalità tra detrazioni coniuge a carico e lavoro femminile? L'ipotesi di partenza del vostro articolo è che, "ripensando" le detrazioni, si rimuova una esternalità che attualmente disincentiva le donne a cercarsi un lavoro. Questo presuppone che siano attualmente disponibili dei lavori "validi" per queste donne. Dove con "validi" intendo tali da compensare i costi per recarsi al lavoro, per l'eventuale l'asilo, per l'eventuale badante, per il tempo sottrato ai lavori di casa (che giusto o sbagliato che sia, attualmente gravano soprattutto sulla moglie/madre). Quindi lavori "validi" che verrebbero accettati se non fosse che gli sgravi fiscali li rendono meno appetibili.

Però, se analizziamo l'esempio della tabella 2, la moglie occupata pur con tutte le riduzioni sugli sgravi, porterebbe il reddito familiare da 23T€ a 29T€. Io sono convinto che nessuna famiglia reale con due figli da mantenere che campa con solo 23T€ euro rinuncerebbe a 6T€ in più all'anno. Certo la tassazione è penalizzante ma non abbastanza da rinunciare a 6T€. Se qualcuno ci rinuncia è perchè questi 6T€ in più, questo lavoro, in realtà non esiste. Quindi i disincentivi creati dalla tassazione sono più teorici che effettivi e forse è su altri aspetti che bisogna intervenire per favorire il lavoro femminile in Italia.

Come detto sopra, questa provocazione è per avere delucidazioni e opinioni al riguardo. Sono comunque convinto anch'io che il sistema fiscale di detrazioni ed incentivi vada ripensanto. Infatti la conclusione del vostro articolo è comunque condivisibile:

Pensiamo possano tuttavia servire come spunto di riflessione affinché in possibili future modifiche del sistema fiscale si possa tener conto, nel rispetto dei vincoli di bilancio e di eventuali obiettivi redistributivi, delle implicazioni sull’offerta di lavoro, con particolare attenzione all’occupazione femminile.

ma temo anche che, proposte di questo genere, possano essere strumentalizzate per avere, con la scusa di una riforma volta ad incentivare l'occupazione, l'occasione per tagliare le detrazioni tout court al solo scopo di recuperare soldi. Tra l'altro il M5S ha accusato il governo Renzi di aver fatto proprio questo recentemente e il governo Renzi ha invece negato, lasciandomi abbastanza confuso riguardo a quanto sia realmente successo.

Okkio

andrea moro 26/5/2014 - 13:19

Lascio a Stefania una risposta dettagliata, ma okkio che il confronto non e' fra 6K in piu' o 6K in meno. A tutti piacerebbe avere 6000 euro in piu'. Il problema e' che devi scambiarli con ore di lavoro, ed e' questo il motivo per cui le famiglie "reali" come dici tu, con due figli a carico, preferiscono (spesso) che la mamma resti a casa. 

La vera domanda e' quanto importante sia una diversa configurazione delle detrazioni (che alla fin si risolvono con una differenza di poche centinaia di euro) nel cambiare la scelta. L'evidenza empirica dice che e' importante. Molte famiglie si trovano attorno a quel margine per cui la differenza di poche centinaia di euro fa la differenza nella scelta fra lavorare e non lavorare.

Il problema e' configurare le detrazioni in modo ragionevole, come spiega Stefania, soprattutto nel "phasing out", cioe' nella fascia di redditi di livello medio in cui queste detrazioni vengono diminuite.  E il modo in cui e' stata realizzata la famosa riforma degli "80 euro" non fa ben sperare perche' introduce, come scritto altrove in questo sito, incentivi perversi. 

Condivido la precisazione che ha fatto Andrea. Vorrei aggiungere un paio di cose.

Purtroppo il basso livello (per presenza territoriale e alto costo) dei servizi all'infanzia in Italia, rende molto importante il trade-off tra lavorare fuori casa (e pagare una baby-sitter o un asilo) e restare a casa. Noi, nel nostro esercizio, ci focalizziamo sulle detrazioni per dimostrare che (anche cominciare da) una loro diversa configurazione potrebbe avere degli effetti importanti su questo trade-off.

Resta comunque, a mio avviso, importante sottolineare che anche il lato della domanda di lavoro  (le imprese) deve essere considerato nel quadro che si sta studiando. Per esempio un incentivo all'assunzione (part-time, per esempio) potrebbe venire da un abbassamento del costo di lavoro finanziato dalla diminuzione/riconfigurazione delle detrazioni.  

Ringrazio entrambi delle risposte e, causa limite ai commenti, rispondo qui a tutti e due (sia mai che scopro il senso della vita nelle prossime 24 ore e non ho la possibilità di condividerlo :-) )

Il problema e' che devi scambiarli con ore di lavoro, ed e' questo il motivo per cui le famiglie "reali" come dici tu, con due figli a carico, preferiscono (spesso) che la mamma resti a casa (...) Molte famiglie si trovano attorno a quel margine per cui la differenza di poche centinaia di euro fa la differenza nella scelta fra lavorare e non lavorare.

Capisco l'ipotesi ma ad esempio: la tabella 2 considera i 6T€ al netto della retta d'asilo, quindi ore di lavoro risparmiate per la madre. Non insisto perchè non ho dati a supporto della mia tesi però rimango scettico sul fatto che questo sistema di detrazioni sia disincentivante per un numero "consistente" di famiglie. Può avere il peso ipotizzato in alcuni casi ma non riesco a vederlo come "nodo" della questione. Questo non cambia il fatto che il sistema potrebbe (e dovrebbe) essere migliorato, in particolare se in combinazione con interventi sull'offerta di lavoro come dice Stefania qui:

Resta comunque, a mio avviso, importante sottolineare che anche il lato della domanda di lavoro  (le imprese) deve essere considerato nel quadro che si sta studiando. Per esempio un incentivo all'assunzione (part-time, per esempio) potrebbe venire da un abbassamento del costo di lavoro finanziato dalla diminuzione/riconfigurazione delle detrazioni. 

A proposito di questo punto:

Purtroppo il basso livello (per presenza territoriale e alto costo) dei servizi all'infanzia in Italia, rende molto importante il trade-off tra lavorare fuori casa (e pagare una baby-sitter o un asilo) e restare a casa. Noi, nel nostro esercizio, ci focalizziamo sulle detrazioni per dimostrare che (anche cominciare da) una loro diversa configurazione potrebbe avere degli effetti importanti su questo trade-off.

L'ho sempre pensato anch'io ma recentemente ho scoperto, con mio grande stupore, che in Germania i costi e la presenza di servizi per l'infanzia non è molto dissimile da quella che trovo nel nord Italia (cioè: fa schifo uguale :-)). Parlo di scoperta empirica, cioè ne ho parlato con colleghi/e ed ho visto che pagano e sacramentano e hanno difficolta a trovare posti all'asilo più o meno come da noi. Forse la grossa differenza con noi, che magari annulla il trade-off, è negli aiuti alle famiglie con figli (che mi sembrano decisamente più alti).

PS

Un' altra cosa che mi ha stupito è che gli stipendi femminili sono sensibilmente più bassi di quelli maschili (ad occhio un 20%) eppure il lavoro femminile è comunque più diffuso che da noi.

Provo a convincerla con i dati. Ho ripreso i dati EUSILC 2012 che ho usato per la tabella 1.

Ho cercato le coppie sposate che si trovano in una situazione simile a quella dell'esempio nella colonna 2 della tabella 2, cioè che hanno un reddito inferiore o uguale a 24.000 euro e dove la moglie non lavora. Ora, queste famiglie sono il 26,5 per cento di tutte le famiglie con coniugi di età compresa tra i 25 ed i 60 anni. Se considero le famiglie che hanno figli a carico, queste rappresentano il 22,2 per cento del totale di coppie sposate.  Penso che siano delle percentuali piuttosto importanti.

Sicuramente, ma io non sto "contestando" che siano tante le famiglie nella situazione descritta. Io sto "contestando" che queste famiglie rinuncino a 6T€ e, quindi, che lo facciano a causa delle detrazioni. Mi sembra poco plausibile sulla base della mia esperienza. La mia sensazione è che lavori part time come quello descritto siano semplicemente pochi (un esempio di quello che intendo si veda  qui, a pagina 214, anche se è roba vecchia, e qui) e questo mi sembra dovuto a come la tassazione grava sul datore di lavoro, più che sulle detrazioni. Al riguardo trovo molto interessante l'appunto di Alessandro Riolo sul nero e la sua risposta.

Ripeto: non contesto la necessità di ripensare le detrazioni solo che, per aumentare il lavoro femminile, mi sembra sia prioritario, e porti maggiori benefici, agire sugli incentivi/esternalità delle aziende.

E' solo una mia idea e mi dispiace parlare per ipotesi con chi invece il problema lo studia veramente come lei, ma non è per fare discorsi da bar solo per imparare.

A proposito ringrazio anche Andrea Moro per il paper che leggerò il prima possibile.

Rinunciano ai 6K non solo in base alle detrazioni ma in base a detrazioni + fatica di lavorare. Non dimenticare che se rinunci ai 6k stai a casa. 

C'e' sicuramente un problema di costi fissi nel generare lavori part-time, il che impone alla fine un salario orario inferiore. Il problema e' che spesso a questi si aggiungono costi sindacal-burocratico-fiscali che rendono piu' costoso l'avere due gemelli identici a 4 ore l'uno che uno solo a 8 ore.  

Rinunciano ai 6K non solo in base alle detrazioni ma in base a detrazioni + fatica di lavorare. Non dimenticare che se rinunci ai 6k stai a casa. 

Sì, consideravo anche questo nella mia ipotesi.

A titolo di esempio, questo paper usa dati americani, la policy e' di dare un tax credit (cioe' una tassa negativa) a donne con redditi bassi. L'effetto sulla partecipazione femminile e' di diversi punti percentuali. Il massimo credito pero' e' notevole, quasi 4mila dollari per chi ha redditi da 9 a 15mila circa (nel 1999), e a scalare per chi ha redditi inferiori o superiori a quelle soglie. 

L'articolo è scritto in modo davvero chiaro e interessante, però c'è una sorta di convitato di pietra in questa discussione che non viene citato, mi riferisco al cosiddetto quoziente familiare.   Va detto che Renzi ha già dichiarato di puntare alla sua introduzione, quindi la questione è più che attuale.

Inutile dire che con questo sistema tutti i problemi di incentivi che l'articolo segnala riguardo alle detrazioni e ai trasferimenti alle famiglie si estenderebbero interamente all'imposta sul reddito.

Inoltre si incentiverebbe in maniera ancora più distorta la famiglia monoreddito, visto che normalmente la progressività dell'imposta su base individuale aiuta ad evitare che ci sia un componente della famiglia che produce reddito, mentre l'altro si dedica ai carichi familiari restando fuori dal mercato del lavoro, e quindi ovviamente non è tassato.  Naturalmente ogni famiglia ha sempre la libertà di organizzarsi come meglio desidera, però è quantomeno legittimo chiedere che questo particolare modello non venga indebitamente incentivato dal sistema fiscale.

Sono d'accordo sul quoziente familiare. In effetti, nell'articolo più lungo scritto con Fabrizio Colonna, proponiamo anche l'esercizio di simulazione di un sistema fiscale che include il quoziente familiare e dimostriamo che gli effetti negativi sono simili a quelli generati dal sistema attualmente in vigore.

Una soluzione, non certo l'unica, è quella di passare dalla tassazione individuale a quella del nucleo familiare, lasciando sostanzialmente immutate le deduzioni ma appicando ai nuclei familiari una scala di aliquota differente (e ridotta quasi della metà, per i redditi medio bassi). Inoltre si puo' prevedere una deduzione particolare quando entrambi i coniugi lavorano, come parziale compensazione dei costi superiori che questa famiglia deve affrontare. (Nota: il quoziente familiare è altra cosa)

Sono confrontato da piu' di 25 anni con questo sistema (in vigore in CH) e devo dire che i pregi superano i difetti. A testimonianza del fatto che questo sistema è neutro (non penalizzante) per le donne, le donne svizzere rappresentano il 45 per cento della forza lavoro e la metà dei diplomati di livello terziario.

Tra l'altro la tassazione del nucleo familiare (e le famiglie monoparentali tientrano nella definizione) permette poi di avere i dati per efficaci politiche sociali per le famiglie sotto la soglie di povertà o prossime a tale soglia. Nel senso che non solo si sa statisticamente quante sono ma esattamente quali sono.

Ritengo che il fisco italiano vada profondamente rivisto: non è solo un problema di aggiustare deduzioni o detrazioni. Non è penalizzante solo per le donne che vorrebbero lavorare o che lavorano: è penalizzante per tutti.

Non so

Guido Cacciari 30/5/2014 - 05:46

E' vero, in Svizzera il sistema duale (individuo oppure famiglia) sembra essere apprezzato.
Ma a me sembra un po' troppo complicato, e soggetto ad arbitri sulle aliquote. E mi sembra violare un po' il carattere isonomico del diritto.

Non basterebbe semplicemente individuare un reddito minimo assoggettabile ad imposta diretta, ed applicarlo a tutti, anche ai coniugi o figli a carico?
Lasciando poi la facoltà di sommare due redditi associandone uno come "a carico"?
Se ad esempio tale reddito fosse 10.000E, una famiglia di 3 persone non sarebbe imponibile fino ai 30.000E. Una di 4, fino ai 40.000.

Vuoi distinguere tra bambini ed adulti e differenziare? Non sono daccordo. Cadresti ancora nella complicaizone e nell'arbitrio. Perché, i figli non costano un sacco di soldi in termini di tempo e attenzione?

Mi potresti obiettare: ma i figli costano un sacco alla società, per l'istruzione etc. Allora, chi ha 6 figli non paga niente e costa tanto. Ti rispondo che l'errore, allora, sta nella gratuità dei servizi per i figli. E nel fatto che, spesso, siano firniti dal settore pubblico che è sempre inefficiente e costa troppo. Vuoi garantire un servizio essenziale anche ai meno abbienti? Gli presti i soldi. Non lo rendi pubblico.  Che significa poi scadente, costoso, corrotto, ingiusto.

Ma questo è un altro argomento.

Io mi stupirei se una buona parte della discrepanza non fosse attribuibile ad evasione fiscale di sopravvivenza. 

Certo, neanch'io. Ed è anche per questo che il sistema va riformato per dare incentivo alle donne di lasciare il lavoro in nero.

Le donne sono meno occupate degli uomini.
Ci credo.
Ma se la scelta è libera, non vedo dove sia il problema.

Chi ha deciso che bisogna abolire la specializzazione dei ruoli in una famiglia?
E che la tradizionale specializzazione è prodotto di una "cultura sbagliata", anziché essere naturale e spontanea?
E che dobbiamo incentivare il lavoro di un sesso disincentivando contemporaneamente l'altro (giocoforza)?

Ricordo uno dei fondamenti dell'economia: la "mano invisibile" di Smith altro non è che la specializzazione. Perché vogliamo ostacolarla?

E come si concilia questo approccio con un un diritto di famiglia che ha come unica giustificazione il supporto della famiglia tradizionale? La cosiddetta "pensione di reversibilità" ha come unica giustificazione il fatto che, a causa della separazione dei ruoli, se il coniuge che lavora scompare, l'altro non ha di che mantenersi.

E allora? Che fine fa questo concetto? E tutta la giurisprudenza sull'assegnazione dei figli alla madre? Cancelliamo tutto?

E' chiaro, piuttosto, che il diritto di famiglia necessita di una integrazione, ovvero della definizione di "famiglia", perché quando tale diritto fu concepito,  la sua struttura sembrava ovvia. Ora non lo è più, e sarebbe meglio ricordarla, salvo arrivare ai demagogici nonsensi odierni. Ma questo è un altro discorso.

E allora? Che fine fa questo concetto? E tutta la giurisprudenza sull'assegnazione dei figli alla madre? Cancelliamo tutto?

ti dovresti aggiornare, la giurisprudenza (anzi la legge) in materia è cambiata dal 2006.

L'"affido condiviso" significa solo che la responsabilità del figlio è (formalmente) condivisa.

Non che il luogo in cui abita è condiviso o in dubbio. Questo spetta sempre alla madre, salvo casi eclatanti legati a droga, prostituzione, carcere etc. Con tutto ciò che questo aspetto si porta dietro, ovvero il mantenimento etc., le scelte quotidiane ma anche  quelle importanti.

Senza contare poi gli assegni di mantenimento anche in assenza di figli.

In ogni caso, giovedì scorso ho divorziato da mia moglie con affido esclusivo a lei (solo per evitare liti legali - tanto non serve a nulla).

Rovescio quindi a te il tuo poco gentile commento finale.

Infine, non c'entra nulla con il concetto che ho espresso, che si oppone al tentativo forzare con incentivi (a cui corrispondono inevitabilmente disincentivi) fiscali, ovvero arbitrari privilegi e discriminazioni, una propria visione dell'organizzazione sociale.

E che, per di più, prescinde dalle garanzie che il diritto di famiglia ha istituito per difendere uno dei coniugi. Quello che allora veniva considerato per definizione (purtroppo non espressa chiaramente) non autosufficiente.

Cacciari, non ho capito bene cosa ti sia successo, ma non è più il caso in cui "spetta sempre alla madre". Non spetta proprio nulla. La legge 54/2006 ha modificato le norme del codice civile (art. 155 e seguenti) che regolano l'affidamento del minore in caso di separazione o divorzio prevedendo come regola generale l'affidamento condiviso. La regola generale è l'affidamento a tutti e due. L'eccezione è l'affidamento esclusivo a uno dei due.

Prima del 2006 l’art. 155 prevedeva che: “Il giudice che pronuncia la separazione dichiara a quale dei coniugi i figli sono affidati...”. 

Oggi l’art. 155 bis  prevede: “il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore”.

La differenza è sostanziale e non formale.

Secondo l'Istat fino al 2005  l’affidamento esclusivo dei figli minori alla madre è stata la tipologia di gran lunga prevalente, cioè circa l'80% degli affidamenti era alla madre. Nel 2011 gli affidamenti esclusivi alla madre sono scesi all'8,5%, mentre quelli condivisi sono stati il 90,3% .

Stabilita la regola generale e la diffusione statistica di questa regola in merito all'affidamento a tutti e due i genitori, rimane il problema della coabitazione o residenza del minore che comunque deve essere in linea con questo principio generale di condivisione. Il giudice precisa le modalità specifiche di esercizio della potestà congiunta e della "genitorialità"   definendo luoghi e tempi della presenza dei figli presso ciascun genitore. Oggi infatti non si parla più di "diritto di visita" come nel caso di avvidamento esclusivo precendente al 2006.

Fine dell'aggiornamento.

Sign. Cacciari, mi pare che l'intervento degli autori sia diretto a rimuovere distorsioni create dalla tassazione, cosa che piacerebbe ad Adam Smith. Vorrei però ricordare che Smith non conosceva il concetto di capitale umano, difficile da accumulare lasciando una bella fetta della popolazione a casa.

nel lasciar perdere per un attimo i tecnicismi, è chiaro che al netto di tasse e detrazioni perdute, la famiglia ha un guadagno netto importante nel mandare la donna a lavorare. Anche la simulazione fa capire che il sistema fiscale ha un impatto trascurabile. Il problema allora è l'educazione (e la cultura), come è palese dalla tabella 1.

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