Le gabbie

15 agosto 2009 alberto bisin

Quelle salariali. Ha ragione la Lega a richiedere salari differenziati tra Nord e Sud in funzione del costo della vita? Come per ogni buona domanda, la risposta corretta e', dipende. Ma piu' no che si, a mio parere.

Franceschini e Scajola hanno reagito quasi con le stesse identiche parole alla proposta (il giorno dopo rimangiata) di Calderoli di re-introdurre le “gabbie salariali”: la gente non arriva alla fine del mese, altro che gabbie salariali, dicono i nostri eroi.

Una discussione invece pacata e interessante viene da Pietro Garibaldi sulla Stampa, qualche giorno fa.

Proviamo a fare ordine. Chi non abbia fegato per una lezioncina teorica (cos'e' un prezzo relativo?) condita da finti esempi puo' aspettare un articolo di Sandro, che arrivera', chiaro come sempre, con tanto di grafici di domanda e offerta di lavoro.

Lasciamo stare la forma – le “gabbie” hanno raccolto negativa reputazione in passato per ragioni che non e’ il caso di rivangare – e guardiamo alla sostanza, salari determinati contrattualmente in termini reali e non nominali, di questo sta parlando Calderoli.

Cosa significa salari determinati contrattualmente in termini reali? Significa che governo, sindacati, e confindustria aprono  un tavolo (si’, e’ ironico) e si accordano su un numero, diciamo il numero 8, intendendo con cio’ che il salario base  a Biandrate  nell’anno 2010 e’ di 8 Euro all’ora. A Pizzo Calabro si costruisce quindi - con metodi predeterminati (e un occhio acuto al moral hazard, che non sara’ mai che il droghiere alza i prezzi solo quando arriva il dirigente dell’Istat per la rilevazione) – un indice dei prezzi p relativi a quelli di Biandrate.  E ogni lavoratore di Pizzo Calabro riceve un salario base nell’anno t pari a 8p. Ogni paese del Belpaese fa come Pizzo Calabro: Garbagnate, Biandrate, Portogruaro, e Fiume – ops, Fiume no. Vabbe’ magari e’ piu’ facile fare sta procedura per regione che non per paese (che anche il problema di moral hazard e’ meno grave per regione).. Ma procediamo coi finti esempi di paese che hanno nomi piu' espressivi.

E’ questa di fissare salari determinati contrattualmente in termini reali una procedura sensata? Non molto. Per capire cosa Calderoli stesse cercando di proporre (prima di rimangiarselo), consideriamo il seguente esempio. Supponiamo che a Pizzo Calabro  decidano di togliere uno 0 da tutti i prezzi: il pane, che stava a 1 Euro il chilo, adesso sta a 10 centesimi al chilo, il ristorante Al Terremoto ha un prezzo fisso a 1.5 caffe’ incluso, e cosi’ via. In buona sostanza a Pizzo Calabro hanno adottato una nuova unita’ di conto, chiamiamolo Euro/0. Beh, in questo caso, ovviamente, non ha molto senso pagare i lavoratori 8 Euro/0 all’ora, a Pizzo Calabro. Solo la CGIL non capirebbe che in questo caso i lavoratori a Pizzo Calabro andrebbero pagati 80 centesimi di Euro/0 all’ora. Al mercato dei cambi un Euro/0 varra’ 10 Euro (se valesse di piu’ andremmo tutti a Pizzo Calabro a fare la spesa e al ristorante; se valesse meno, la Coop di Biandrate sarebbe piena di calabresi).  Questo e’ quello che ha in mente Calderoli. Se a Pizzo Calabro il pane sta a 10 centesimi di Euro/0 al chilo e nel resto del paese a 1 Euro al chilo e’ semplicemente stupido fissare i salari a 8 all’ora, qualunque sia l’unita’ di conto. Si puo’ fare 8 Euro o 80 centesimi di Euro/0, fa lo stesso. Ma non 8 Euro/0. Questo e’ ovvio. E cosi’ ragiona Calderoli: come se, senza gabbie, stessimo pagando i lavoratori di Pizzo Calabro 8 Euro/0 all’ora.

Ma non e’ questa la situazione. A Pizzo Calabro usano Euro come a Biandrate. E’ a Pizzo Calabro ci vogliono 700 Euro al mese per sopravvivere, mentre a Biandrate ce ne vogliono 1.000. Com’e’ 'sta storia? Coim’e’ possibile. E’ che c’e’ piu’ domanda per vivere a Biandrate che a  Pizzo Calabro. Poiche’ siamo tutti d’accordo che Biandrate e’ uno schifo (piove, c’e’ la nebbia, il cielo e’ grigio, e la gente parla un dialetto che li fa sembrare un po’ tonti) deve essere che a Pizzo Calabro e’ ancora peggio in qualche altra dimensione. Non e' difficile, provo a tirare a indovinare: non ci sono strade, la scuola fa schifo, all’ospedale ci sono i topi, la ‘ndrangheta fa il bello e il cattivo tempo,... E poi non c’e’ lavoro, ma di questo dobbiamo parlare ancora, rimandiamo alla fine una discussione sul perche' non c'e' lavoro a Pizzo Calabro.

Insomma, la questione non e’ come dice Calderoli, che a Pizzo Calabro  i prezzi son bassi e quindi dobbiamo diminuire i salari. Ma piuttosto che, a parita’ di salario,  i prezzi a Pizzo Calabro son bassi cosi' che non tutti emigrino a Biandrate. Non e' un caso che i prezzi piu' bassi a Pizzo Calabro siano i prezzi dei beni "non-tradable" locali, la casa, alcuni servizi, etc.

Fintanto che il paese  tutto (l'Italia) usa una singola valuta (l'Euro), e fintanto  che il paese resta  aperto al commercio e al movimento di capitale e lavoro al suo interno, i prezzi – anche l’indice del costo della vita – paese per paese o regione per regione – non sono una variabile indipendente. Evidentemente non e’ solo la Cgil a far confusione con le variabili indipendenti e il modello superfisso.

Ma ho lasciato stare la questione del lavoro. Riprendiamola. A Pizzo Calabro c’e’  meno lavoro. E’ un caso? C’entra la questione con le gabbie salariali? C’entra si’. Gli 8 Euro all’ora fissati dal tavolo nazionale non tengono conto della produttivita’ del lavoro nelle diverse regioni. Questo e’ un punto importante e  allora bisogna essere piu’ specifici: parliamo di salario/produttivita'  dell’industria privata che produce beni venduti sui mercati nazionali/internazionali ad un unico prezzo (non beni "non-tradable" locali a prezzo diverso per paese o regione). Se, a parita’ di occupazione, la produttivita’ del lavoro e’ piu’ bassa a Pizzo Calabro (per le strade, le scuole, gli ospedali, la ‘ndrangheta), fissando il salario a 8 Euro si ottengono due risultati: 1) minore occupazione a Pizzo Calabro (piu’ bassa l’occupazione piu’ alta la produttivita’ del singolo lavoratore), 2) un vigoroso settore di produzione illegale in “nero”, a salari inferiori a 8 Euro all’ora.

Guarda caso entrambi i risultati valgono per Pizzo Calabro. Una delle ragioni per cui a Pizzo Calabro il costo della vita e’ relativamente basso e’ che non c’e’ lavoro (o meglio, c’e’ tanto lavoro nero a basso salario), e non c’e’ lavoro a causa della contrattazione nazionale – in presenza di differenziali di produttivita’. Alla fine, Calderoli sara’ anche confuso ma e’ pur sempre colpa della Cgil. D’altra parte sono loro (ok, anche la Uil) a dire cose tipo:

Morena Piccinnini, Segretaria Confederale  CGIL:

«Siamo contrarissimi [alle gabbie, ndr] perchè il lavoro è uguale e dunque deve essere pagato ugualmente in Italia ovunque»

Luigi Angeletti, Segretario Uil:

«i salari sono il compenso per il lavoro che si fa non per dove o si fa»

senza capire che lavoro a diversa produttivita’ e’ stesso lavoro tanto quanto Berlusconi e’ Blair e Hillary e’ Carla’.

E, dulcis in fundo, arriviamo alla questione del lavoro nel settore pubblico. Qui i salari sono cosi’ superiori alla produttivita’ che l’impiego pubblico non e’ che sussidio (in media, ok, in media; ho anch’io un cugino a Pizzo Calabro che e’ un ottimo bidello). Il problema non sono le gabbie o meno, e’ il salario a fronte di lavoro rubato all’agricoltura.  Una prova? Vi ricordate il caso degli insegnanti campani che lavoravano gratis alle scuole private pur di avere miglior punteggio per la graduatoria pubblica? Quod Erat Demonstrandum.

Qualcuno sembra aver capito la questione,

Renata Polverini, Segretaria Ugl:

«la differenziazione salariale vanificherebbe l’obiettivo, inseguito per tanto tempo, e raggiunto con grande fatica con la riforma contrattuale, di premiare i livelli di produttività, [....]

se non fosse che poi a scanso di equivoci, chiede soldi:

[....] riforma che il governo dovrebbe sostenere anche con politiche fiscali di incentivo»

Oh, dimenticavo, la sapete l'ultima?

Raffaele Bonanni, Segretario Generale della Cisl:

[Le gabbie, ndr] sarebbero un ritorno all’Unione Sovietica, scavalcando le parti sociali proprio dopo aver definito il nuovo impianto contrattuale che dà forza alla contrattazione locale e aziendale. Non è una proposta seria»

 

 

 

 

 

53 commenti (espandi tutti)

Condivido l'impianto generale dell'articolo ma non penso che si possa giudicare una proposta della LN che (per quanto so io) non esiste scritta e articolata in maniera seria.  Quello che si puo' cercare di giudicare sono delle intenzioni che traspaiono da affermazioni molto manipolate dal circo mediatico italiano e comunque per quanto si puo' capire anche alla loro origine piu' simili alle chiacchiere da bar che a proposte concrete. Quello che personalmente critico alla LN e' di cianciare tanto senza mettere per iscritto o spiegare pubblicamente per bene cosa concretamente propongono, su questo tema.

Personalmente ritengo che salari differenziati siano necessari e utili direttamente o indirettamente a tutti i cittadini italiani, sia del Nord che del Sud, specialmente nel pubblico impiego. La LN e' praticamente l'unico movimento di una qualche consistenza che 1) fa indubbiamente e direttamente gli interessi dei suoi elettori ad ottenere salari differenziati 2) sia pure confusamente propone qualcosa del genere, almeno in qualche proclama di cui rimane opportuno verificare la consistenza e la coerenza con proposte legislative serie.

Ritengo indifendibile la posizione dei sindacati e delle altre forze politiche (inclusa la stampa confindustriale) che si oppongono alla differenziazione dei salari con pretesti vari (dalla "rigidita'" al principio teorico del compenso nominale uguale per uguale lavoro).  Tutte queste forze politiche agiscono contro l'interesse sia dei lavoratori del Nord che hanno salari reali inferiori a parita' di lavoro, sia dei cittadini del Sud che devono vivere in un sistema economico caratterizzato da elevata disoccupazione che maschera il fatto che 2/3 dell'economia privata e' in nero e/o illegale, non tanto per inclinazione culturale, che probabilmente anche esiste, ma per la forza di un contesto di mercato in cui i salari legali nominali sono artificialmente eccessivamente spinti verso l'alto sia dagli stipendi pubblici nominalmente uguali al centro-nord sia dai contratti privati nazionali con baricentro nel centro-nord.

L'opposizione alla differenziazione salariale da parte di queste forze politiche e' ulteriormente riprovevole perche' segue la tradizione vigente in Italia di comperare consenso politico mediante spesa pubblica eccessiva e improduttiva a beneficio di dipendenti pubblici delle aree povere e sottosviluppate del Paese (e a "imprenditori" assistiti del centro-nord): una ricetta che se anche non e' riuscita ancora ad uccidere del tutto la vitalita' economica del centro-nord, sicuramente ha condannato alla poverta' e al sottosviluppo il sud.

Le gabbie

anxia 15/8/2009 - 12:57

Se ho ben inteso il senso di una parte dell'articolo, limitare entro le reali necessità le assunzioni nel pubblico impiego potrebbe produrre effetti benefici e innescare un circolo virtuoso. Non disponendo di una comoda valvola di sfogo nel pubblico impiego dilatato a dismisura (e magari anche di altre valvole di sfogo), si indurrà la necessità di trovare un'alternativa e magari parte del sommeso emergerà? E magari anche un serbatoio elettorale che non fa che alimentare lo status quo comincerà ad essere intaccato. Il rinnovo della classe dirigente, piuttosto che dall'intervento della magistratura, potrebbe venire, e ben più incisivamente, dal rosicchiamento degli interessi clientelari.

Oppure, all'opposto, l'emersione del sommerso, se la negoziazione salariale locale (il mio lessico e le mie categorie in materia sono quelli che sono, al di là dell'approssimazione lessicale e concettuale, credo che si capisca) si rivelasse misura insufficiente, potrebbe non essere sostenibile e potrebbe rischiare di portare al tracollo?

Il punto comunque è: chi ha realmente interesse a llimitare quegli interessi clientelari, dato l'abbraccio mortale tra classi dirigenti locali meridionali e classe dirigente nazionale? La classe dirigente nazionale per autoconservarsi necessita di quel serbatoio elettorale e per questo ha sempre accondisceso. Come  giungere ad un punto di rottura? Si deve attendere l'implosione dell'intero sistema? Lo so, semplifico troppo, ma leggo e mi sto impegnando a capire ...

Le gabbie

Camillo Rubini 15/8/2009 - 15:37

Se davvero:

1. Calderoli è un acuto pensatore e non solo un provocatore professionista,

2. i salari nominali sono uguali al Sud e al Nord e

3. l'indice dei prezzi è più basso al Sud

ne segue necessariamente che i lavoratori del Sud, in media, sono più ricchi di quelli del Nord: a parità di condizioni, possono permettersi di acquistare più beni e di spassarsela alla grande. Questo differenziale nei salari reali dovrebbe indurre un flusso continuo di lavoratori dal Nord al Sud, attratti dai facili guadagni dovuti ai comportamenti sindacali. Se qualcuno ha dei dati disponibili, sarebbe interessante capire se questo fenomeno stia accadendo realmente.

Questo differenziale nei salari reali dovrebbe indurre un flusso continuo di lavoratori dal Nord al Sud, attratti dai facili guadagni dovuti ai comportamenti sindacali. Se qualcuno ha dei dati disponibili, sarebbe interessante capire se questo fenomeno stia accadendo realmente.

Non capisco se stai scherzando o se sei nato ieri. Sei a conoscenza dell'ammontare delle domande di trasferimento dei dipendenti pubblici da Nord a Sud e del fatto che il flusso dei trasferimenti dei dipendenti pubblici da Nord a Sud nei decenni passati (che lo Stato italiano ha concesso per favorire il clientelismo e contro gli interessi del servizio pubblico) ha determinato il fatto misurabile che i dipendenti pubblici ogni 100 residenti sono significativamente superiori nel Sud Italia rispetto al Centro-Nord (vedi ad es. blog.menostato.it)?

Tra parentesi, pur in presenze di un numero maggiore di impiegati pubblici nel Sud, assistiamo ad un flusso significativo e anche questo documentato di cittadini meridionali che vengono nel centro-nord per avere quei servizi pubblici introvabili o di qualita' troppo scadente nelle regioni di origine.

Re(1): Le gabbie

bergamo 15/8/2009 - 16:24

così per curiosità, sul totale delle richieste di trasferimento quante sono quelle di dipendenti pubblici nati al Sud che, trasferitisi al Nord per lavoro, vogliono tornare a casa ?

Perchè non mi pare legittimo assumere, come credo faccia lei implicitamente, che i dipendenti pubblici  agiscano esclusivamente in funzione del reddito atteso. Non lo fanno loro e non lo fa nessun essere umano, eccetto, forse, gli economisti.

così per curiosità, sul totale delle richieste di trasferimento quante sono quelle di dipendenti pubblici nati al Sud che, trasferitisi al Nord per lavoro, vogliono tornare a casa ?

Perchè non mi pare legittimo assumere, come credo faccia lei implicitamente, che i dipendenti pubblici  agiscano esclusivamente in funzione del reddito atteso. Non lo fanno loro e non lo fa nessun essere umano, eccetto, forse, gli economisti.

Innanzitutto la migrazione dove il salario reale e' maggiore e' un comportamento razionale e conosciuto e non si vede perche' non dovrebbe essere considerato.

Poi uno Stato decente dovrebbe fare delle indagini - per esempio con interviste campionarie - per capire se la pressione per tornare a Sud dei dipendenti pubblici dipende dagli affetti familiari, dai maggiori salari reali, dalla disponibilita' di proprieta' immobiliari, dalla nebbia, o meglio quanto conti ognuno di questi fattori.  Purtroppo credo che lo Stato italiano non si sia preoccupato di analizzare questo fenomeno ma semmai di gestirlo nella maniera piu' efficiente per ottenere consenso elettorale e magari soldi in cambio di aiutini illegali.

A mio parere sarebbe sufficiente contare il numero di domande di trasferimento per unita' di tempo e di numero di dipendenti pubblici in funzione del costo della vita delle sedi di assegnamento. Se esistono dei picchi dove il costo della vita e' elevato (es. Milano, Venezia centro storico) allora sarebbe abbastanza evidente che i dipendenti pubblici migrano anche ricercando destinazioni dove i loro salari reali sono maggiori.  Personalmente ho evidenza aneddotica di una ricerca particolarmente intensa di trasferimento altrove, e quindi di turnover particolarmente elevato,  da parte dei dipendenti pubblici assegnati a MI e VE centro storico.  Certo, uno Stato serio che possiede un istitituto di statistica potrebbe fare studi piu' dettagliati e approfonditi - se l'efficienza del servizio pubblico rientrasse tra i suoi interessi.

cosi' come molti degli emigranti italiani (ma anche marocchini) rientravano in patria dopo qualche anno (lasciando un lavoro e investendo il gruzzoletto), cosi' e' normale che gli emigranti meridionali, se possono, cercano di rientrare. Non bisogna essere un cervello in fuga per volersene tornare a casa. Il fatto che vi sia una quota di meridionali che vogliono tornare a casa non dimostra che il costo della vita e' la molla principale. Peraltro, un barese che lavora a Venezia o Milano non cerca di farsi trasferire a Trapani, ma a Bari o vicino, sia nel privato che nel pubblico. Cosa ci sia di male mi sfugge. Tenuto conto poi del fatto, che la maggioranza di questi non tornera' mai a casa. 

nulla di male eccetto per i casi in cui l'avvicinamento è riconosciuto come diritto a prescindere dalle esigenze del datore di lavoro, come spesso succede(va?) per i posti statali.

Se uno viene assunto alle poste di Biandrate e decide di tornare a Pizzo Calabro dovrebbe lasciare il posto.Almeno se l' ufficio di Pizzo Calabro è al completo.

a pizzo calabro, uno si puo' trasferire se vi e' un posto vacante. L'alternativa sarebbe quella di fare un concorso apposta per il posto di pizzo. Se poi vuoi dire che si apre un posto apposta per fare un favore all'impiegato di biandrate, allora te la devi prendere con l'amministrazione postale, e con il mammasantissima che ha fatto da facilitatore.

Certo che me la prendo con amministrazioni e mammasantissima più che coi postini (un po' anche con loro, perchè il mammasantissima non lavora gratis).

Però la norma è che i trasferimenti avvengono anche se i posti non ci sono, come documentato per esempio qui.Certo, la colpa è soprattutto dello stato che dovrebbe impedire queste cose più che di chi cerca un posto intrallazzando.

Il fatto che vi sia una quota di meridionali che vogliono tornare a casa non dimostra che il costo della vita e' la molla principale.

Primo nelle scienze umane non si dimostra nulla, secondo migrare dove i salari reali sono piu' alti (per es dall'Africa all'Europa) e' un comportamento razionale e praticato, e non puoi certo "dimostrare" non venga praticato anche per i meridionali che chiedono il trasferimento a Sud.  Sarebbe opportuna uno studio serio e senza imbrogli, ma non sembra che la materia interessi a chi governa lo Stato italiano. Siccome aneddoticamente conosco il turnover intenso dei dipendenti pubblici assegnati a sedi costose come Milano e Venezia centro-storico, sono convinto che un'indagine seria mostrerebbe quanto la migrazione dei dipendenti pubblici sia influenzata dalla ricerca di salari reali superiori.

Peraltro, un barese che lavora a Venezia o Milano non cerca di farsi trasferire a Trapani, ma a Bari o vicino, sia nel privato che nel pubblico. Cosa ci sia di male mi sfugge.

Scherzi per caso?  Il problema e' che nella situazione di degrado e sfascio dello Stato italiano la migrazione dei dipendenti pubblici da Nord a Sud non viene contrastata dai corrotti e malfunzionanti apparati statali e accumula dipendenti pubblici pagati ma non necessari a Sud lasciando scoperti posti pubblici necessari a Nord. Data la creativita' diffusa nel Belpaese, questi risultati si ottengono con le modalita' piu' varie e ridicole. Cio' aumenta la spesa pubblica a Sud (peraltro con risultati nulli o controproducenti) e produce risultati miserabili nei servizi pubblici a Nord.

 

trasferimenti dei dipendenti pubblici da Nord a Sud nei decenni passati

non è certo per il reddito presunto maggiore che chiedono lo spostamento. lo chiedono per tornare a casa. è molto più semplice dunque. tra l'altro leggevo su repubblica di non so che giorno che i salari dei dip.pubblici sono anch'essi differenziati tra nord e sud italia perchè c'è una specie di contrattazione di secondo livello. ovviamente al nord si guadagna di più. la vera differenza è che al sud c'è in media un lavoratore per famiglia, al nord si tende al due. quindi il potere di acquisto del lavoratore medio del mezzogiorno è a tutti gli effetti da dimezzare.

ne segue necessariamente che i lavoratori del Sud, in media, sono più ricchi di quelli del Nord

Camillo, questo non segue da #2 e #3 (tralsciamo la #1, che e' un non sequitur) a meno che il tasso di occupazione e la sua composizione settoriale sia la stessa al nord e al sud -- che non e' il caso. Inoltre si sta parlando di reddito da lavoro, non di ricchezza.

Il reddito reale da lavoro del dipendente pubblico al sud e' maggiore di quello dello stesso dipendente pubblico al nord (e anche qui ci sarebbe da aggiustare per la diversa qualita' dei beni pubblici locali, come spiega Alberto B.), ma questo non si estende ai lavoratori del sud in media.

Questo differenziale nei salari reali dovrebbe indurre un flusso continuo di lavoratori dal Nord al Sud, attratti dai facili guadagni dovuti ai comportamenti sindacali.

Certo, ma questo non succede perche' la situazione attuale e' un equilibrio: dati i costi di mobilita' tutti stanno bene dove sono alla propria combinazione di salario reale, beni pubblici locali, e amenita' varie.

Le gabbie

bergamo 15/8/2009 - 15:41

una domanda agli economisti di buona volontà.

Che evidenza esiste che redditi da lavoro e produttività sono in relazione?

grazie

@Alberto Lusiani:

se la proposta della lega non è articolata in modo serio non puoi prendertela con la stampa che travisa: quella provoca per far caciara e questa fa caciara per vendere giornali.

AB interviene per informare chi non è interessato alla caciara.

@anxia:

limitare le assunzioni pubbliche a sud di per se dovrebbe aumentare il sommerso: aumenta l' offerta di lavoro nel privato a parità di domanda, l' effetto immediato dovrebbe essere una compressione dei salari privati ed una maggiore facilità di reclutare personale in nero.Altro discorso la differenziazione salariale: diminuire i salari minimi legali nelle aree disagiate favorisce l' emersione.

Sopra parlo di effetto immediato perchè il modello superfisso è una cazzata, e nel lungo periodo può succedere di tutto.Molti distretti industriali sono nati per l'abbondanza di manodopera a basso costo e son finiti con benessere diffuso ed un sacco di microimprenditori che comprano il Cayenne e vanno a disturbare Michele sulle dolomiti.Ma non c'è nessuna garanzia che accada nulla di simile.

@Camillo Rubini

la 2 e la 3 sono vere solo per i dipendenti pubblici, ed infatti il flusso verso sud di dipendenti pubblici assunti al nord esiste.

Nel privato spuntare al sud un salario nominale a quello di mercato al nord è difficile: quelli che ci riescono viono meglio dei colleghi settentrionali, ma sono pochi.

@bergamo

non sono economista, ma ti rispondo a occhio.

  1. un salario superiore alla produttività non è sostenibile perchè al datore di lavoro converrebbe licenziare
  2. se il mercato del lavoro è efficiente e c'è piena occupazione chi viene pagato molto meno della sua produttività non ha grosse difficoltà a trovare un posto meglio pagato
  3. se c'è disponibilità di manodopera produttiva a basso costo gli imprenditori hanno interesse ad espandersi o creare nuove imprese fino a raggiungere la situazione del punto sopra

Ovviamente nel mondo reale la corrispondenza tra produttività e salari non è così stretta per vari motivi: i mercati reali non sono perfettamente efficienti, (3) richiede tempo, la produttività cambia nel tempo,in Italia (1) è sostanzialmente illegale, molti preferiscono tenersi un lavoro malpagato per motivi personali,ecc.

Re: Le gabbie

anxia 15/8/2009 - 17:10

gentile marcello, dal contesto credo di aver dedotto in che cosa consista il modello superfisso, ma potresti spenderci due parole? oltre che a me, magari faresti cosa gradita ad altri lettori (mentre rilevo che, a parte me, tra coloro che postano, economisti e non, tutti ne masticano con disinvoltura e competenza)

la replica che hai fatto a me si può sintetizzare come segue oppure no?

nell'immediato lagrime e sangue, nel lungo periodo non è possibile fare previsioni, data la complessità e la molteplicità dei fattori in gioco

 

nell'immediato lagrime e sangue, nel lungo periodo non è possibile fare previsioni, data la complessità e la molteplicità dei fattori in gioco

Lacrime e sangue nell'immediato sarebbero la conseguenza di interventi sbagliati, o di interventi corretti ma non graduati nel tempo.  Con un'azione politica intelligente e graduata si potrebbero limitare gli effetti traumatici transitori e ottenere primariamente vantaggi (maggiore occupazione, maggiori investimenti nel Sud). Questa opzione sembra pero' impraticabile in Italia per la qualita' scadente delle classi dirigenti.

Per il modello superfisso leggi qui, per gli habituè ormai un classico.

Per il resto, inizialmente mi aspetto lacrime e sangue dalla riduzione dell' impiego pubblico, ed effetti misti dalla differenziazione salariale: questa dovrebbe ridurre i salari, promuovere l' emersione dell' economia ed incrementare l' occupazione.Non chiedermi se e e quando gli effetti positivi supereranno quelli negativi, non ho gli strumenti per abbozzare una risposta.Sono molto più disinvolto che competente.

se la proposta della lega non è articolata in modo serio non puoi prendertela con la stampa che travisa: quella provoca per far caciara e questa fa caciara per vendere giornali.

La LN (stra)parla per aumentare il suo consenso, non per fare caciara.  La stampa disinforma e fa propaganda non per fare caciara ma per fare gli interessi politici ed economici dei suoi padroni, oltre che per inerzia e limitazioni intellettuali di diversi giornalisti afflitti da alcune ideologie bacate e fallite da tempo.

Nei limiti dell'umano critico chi lo merita: ho criticato chi si oppone alla differenziazione salariale perche' interpreta le chiacchiere della LN in maniera tendenziosa, e ho criticato la LN perche' su una materia che interessa i suoi elettori e che potrebbe beneficiare sia il Nord sia il Sud si limita a cianciare in maniera confusa e ambigua, senza fornire a chi vuole informarsi una proposta scritta o orale che spieghi concretamente i suoi obiettivi.

Infine, ho scritto ad AB che - considerato che la LN fa chiacchiere confuse sul tema e non consente di capire cosa concretamnente propone - considero fuori luogo analizzare e commentare una proposta che non esiste: le chiacchiere esistenti si possono interpretare in maniera troppo diversa.

 

 

se la proposta della lega non è articolata in modo serio non puoi prendertela con la stampa che travisa: quella provoca per far caciara e questa fa caciara per vendere giornali.

La LN (stra)parla per aumentare il suo consenso, non per fare caciara.  La stampa disinforma e fa propaganda non per fare caciara ma per fare gli interessi politici ed economici dei suoi padroni, oltre che per inerzia e limitazioni intellettuali di diversi giornalisti afflitti da alcune ideologie bacate e fallite da tempo.

Concesso. Resta un giochetto in cui le due parti giocano la stessa partita contro il pubblico.

  1. un salario superiore alla produttività non è sostenibile perchè al datore di lavoro converrebbe licenziare

o pagare pochissimo tanti altri. si presume che la produttività sia solo individuale. ovviamente non è così. la produttività del singolo lavoratore è oggettiva quando è misurabile secondo parametri concordati o imposti da una delle parti se il suo potere contrattuale è decisamente più forte di quello della controparte. ma nulla di più, si tratta pur sempre di una finzione, sopratutto quando si parla di prodotti o servizi che richiedono una lavorazione complessa.

se c'è disponibilità di manodopera produttiva a basso costo gli imprenditori hanno interesse ad espandersi o creare nuove imprese fino a raggiungere la situazione del punto sopra

le barriere in entrata possono essere millemila. altrimenti in africa ci sarebbe piena occupazione. non basta il basso costo della manodopera.

non penso che questi argomenti possano essere affrontati con metodi esclusivamente deduttivi. altrimenti si potrebbe anche dire che, diminuendo i salari del mezzogiorno, più gente sarà portata ad aderire alla organizzazioni criminali. è proprio il problema di certi quartieri di napoli, ad esempio.

  1. un salario superiore alla produttività non è sostenibile perchè al datore di lavoro converrebbe licenziare

o pagare pochissimo tanti altri. si presume che la produttività sia solo individuale. ovviamente non è così. la produttività del singolo lavoratore è oggettiva quando è misurabile secondo parametri concordati o imposti da una delle parti se il suo potere contrattuale è decisamente più forte di quello della controparte.

Il problema di misurazione esiste, ma un' imprenditore che sa fare il suo mestiere è abbastanza efficiente nel rilevarlo (o farlo rilevare ad altri), credo che il problema sia più serio per i terzi. Tra l'altro gran parte della forza contrattuale dipende appunto dalla produttività.Comunque tra i vari ecc. c'è anche questo.Sinceramente credo che la situazione che descrivi sia abbastanza comune dove l' imprenditore sa chi dovrebbe licenziare ma non può per legge.

se c'è disponibilità di manodopera produttiva a basso costo gli imprenditori hanno interesse ad espandersi o creare nuove imprese fino a raggiungere la situazione del punto sopra

le barriere in entrata possono essere millemila. altrimenti in africa ci sarebbe piena occupazione. non basta il basso costo della manodopera.

Sulle barriere all' entrata son d'accordo.Sull' Africa meno: oltre al costo anche la produttività è molto bassa.

Più in generale, non pretendevo di trattare l'argomento esaustivamente, di obiezioni valide ne puoi trovare quante vuoi, eccetto alla regola 1: puoi avere eccezioni ma in media è tautologica.

quindi?

giulio zanella 15/8/2009 - 18:29

alberto, quindi il tuo punto qual e'? la conclusione logica del tuo ragionamento mi pare questa: poiche' la contrattaziona nazionale produce tre cose,

1) minore occupazione a Pizzo Calabro (...), 2) un vigoroso settore di produzione illegale in “nero”, a salari inferiori.

e 3) un settore pubblico sovradimensionato e inefficiente a causa di rent-seeking, e poiche' le gabbie salariali altro non sono che goffi tentativi di trattare le variabili endogene come esogene, l'unica cosa del genere che puo' funzionare e' decentrare completamente (a livello employer-employee) la contrattazione sia nel settore pubblico sia nel settore privato.

Elementare Watson. Si Giulio. E' una domanda retorica? Basta anche a livello di impresa - per dar un qualche lavoro ai sindacati. 

No no, niente retorica: volevo solo accertarmi di aver capito la tua conclusione (che in sostanza e' la stessa di Pietro Garibaldi nell'articolo che hai linkato).

Io sono d'accordo (e dovrebbero esserlo anche i sindacati del settore privato perche', presumo, i loro iscritti sono prevalentemente al nord e quindi sono loro a perdere potere contrattuale con la contrattazione nazionale) ma c'e' il macigno del settore pubblico. E' praticamente impossibile che la contrattazione per i dipendenti pubblici possa essere decentrata (e mancano pure le misure di produttivita', lo ricorderemo a Brunetta quando torna dalle vacanze). Se venisse decentralizzata solo la contrattazione privata la rendita da pubblico impiego aumenterebbe in proporzione alle differenze nei prezzi e questo avrebbe l'effetto di moltiplicare quelli che lavorano (apparentemente) gratis.

ma c'e' il macigno del settore pubblico. E' praticamente impossibile che la contrattazione per i dipendenti pubblici possa essere decentrata (e mancano pure le misure di produttivita'

Per tutti questi motivi e' probabile che delle gabbie salariali vere siano alla fine la soluzione piu' pratica, solo per i dipendenti pubblici.  Idealmente si dovrebbero prendere i salari medi di compensi privati per posizioni analoghe, risultato di contrattazione decentrata. Anche usando i salari reali di oggi, pur viziati e distorti dalla contrattazione nazionale, si otterrebbe un utile ribilanciamento dei compensi pubblici. In questo modo verrebbe almeno eliminata la distorsione a favore dell'impiego pubblico nel Sud.

Un altro modo per arrivare ad un risultato simile ma piu' federale e piu' adatto a favorire responsabilita' e controllo delle finanze pubbliche, sarebbe quello che regionalizzare gli statali e vincolare in qualche misura (tipo FFO delle universita') il loro monte salari ad una quota uguale delle imposte sul consumo nelle singole regioni. Cio' soddisferebbe equita' ed efficienza. Inoltre il gettito delle imposte sui consumi e' relativamente maggiormente indicativo del PIL regionale incluso il sommerso.

D'accordo con tutti: le gabbie non servono se è possibile legare salario e produttività con una contrattazione individuale o decentrata. Quindi al massimo nel pubblico impiego. Forse sarebbero utili a ridurre gli incentivi al trasferimento nel Sud

Mi lascia molto perplesso la proposta di Alberto. Regionalizzare TUTTI gli statali, salvo l'esercito ed il servizio diplomatico? Non credo che neppure tutta l'imposta sui consumi (IVA, gettiro dei monopoli - che altro?) sarebbe sufficiente. Inoltre, volendo fissare il monte-salari, si porrebbe un grave problema di trade-off - avere pochi dipendenti efficienti e ben pagati vs molti inefficienti e sottopagati (ma pronti ad "arrangiarsi" con tutti i mezzi, compresa la corruzione). Temo che l'istinto delle masse e dei politici, soprattutto nel Sud, propenda per la seconda soluzione, con effetti devastanti sul già comatoso apparato statale

Mi lascia molto perplesso la proposta di Alberto. Regionalizzare TUTTI gli statali, salvo l'esercito ed il servizio diplomatico? Non credo che neppure tutta l'imposta sui consumi (IVA, gettiro dei monopoli - che altro?) sarebbe sufficiente.

In generale la regionalizzazione dell'impiego pubblico e' sicuramente possibile nonche' benefica ai fini di assicurare un servizi pubblici migliori, piu' efficienti e meno costosi. C'e' una discussione ben fatta riguardo una possibile regionalizzazione della spesa per i dipendenti statali su progettoitaliafederale.it. Cito:

Come si vede da ambedue le grandi suddivisioni emerge che le regioni possono accedere ad una quantità proporzionata di risorse autonome. Ad esse deve essere aggiunto la imposizione locale (ICI, quote di tasse automobilistiche, contributi sanitari ecc) che già oggi costituiscono il 5.7% del PIL. Sommando le imposte dirette (15.27%) ai tributi locali (5.7%) si ottiene un 21% che rappresenta una ottima approssimazione al 22% stimato come necessario.

Li' si parla di regionalizzare le imposte dirette e le tasse sugli immobili (come in Svizzera) mentre le imposte indirette sarebbero federali.  Ma nello stesso sito si vede che le imposte indirette sono comparabili a quelle dirette, quindi anche le imposte indirette sarebbero sufficienti. Personalmente ritengo che la soluzione di regionalizzare le imposte dirette (come in Svizzera) sia superiore, ma e' possibile, come negli USA, regionalizzare anche le imposte indirette. E' quasi superfluo notare che sia Svizzera che USA sono Stati che funzionano estremamente meglio dello Stato italiano amminsitrato centralisticamente e con finanza derivata dal centro.

Re(2): quindi?

anxia 16/8/2009 - 08:51

questo avrebbe l'effetto di moltiplicare quelli che lavorano (apparentemente) gratis.

Costoro si estingueranno nel tempo in conseguenza della blindatura delle graduatorie. Ma certo i tempi prevedibilmente saranno lunghi.

Ad onor del vero almeno questa stortura è destinata ad essere spazzata via. Quelli che lavorano apparentemente gratis prestando un “servizio” privato, maturano un punteggio che consente loro di scalare graduatorie pubbliche per l’accesso al ruolo che, tuttavia, sono stata blindate e convertite in graduatorie ad esaurimento (gli iscritti in virtù dell’inserimento stesso, numeretto alla mano, godono comunque del diritto all’assunzione a t.i., ognuno al proprio turno). Alcune di queste graduatorie, per ammissione della stessa Gelmini, non sono smaltibili.

L’avvento del nuovo modello di reclutamento (chissà esattamente quale e soprattutto chissà quando) soppianterà le graduatorie con tutti i loro meccanismi perversi. Suppongo che al futuro reclutamento, che soppianterà le graduatorie, sarà destinata una quota, strappata al vecchio, progressivamente sempre più ampia fino a quando andrà a regime. Onestamente questa delle quote è soltanto una mia ipotesi, la questione è così irta difficoltà che nessuno ci si pronuncia per evitare una levata di scudi. L’abrogazione delle graduatorie ad esaurimento, già permanenti, dall’oggi al domani provocherebbe una rivoluzione.

Questo discorso non riguarda  le graduatorie d’istituto, quelle che consentono la gestione ordinaria delle scuole e che vengono scorse per nominare i supplenti (insomma quelle riguardo alle quali ogni anno a un certo punto viene fuori la denuncia dell’enormità delle spese telefoniche a causa della farraginosità, antieconomicità, arcaicità e rigidità del meccanismo regolatore)

 

l'unica cosa del genere che puo' funzionare e' decentrare completamente (a livello employer-employee) la contrattazione sia nel settore pubblico sia nel settore privato.

Che ne diresti di fare così per il privato ed indicizzare gli stipendi pubblici a quelli privati, comune per comune? Non vedo proprio come si possa far funzionare la contrattazione nel pubblico.

Mi pare dura da attuare: come li indicizzi i pubblici ai privati? Mi sono chiesto come si faccia in amerika e ho trovato che i "colletti bianchi" del governo federale vengono classificati in base a 15 gradi, ciascuno contenente 10 livelli. Ciascuno dei 150 livelli salariali viene poi aggiustato in base alle condizioni del mercato del lavoro locale. L'aggiustamento varia dal 12.5 al 28.7% del salario base. ecco i links a tutte le tabelle, comprese le locality pay tables.

In pratica, io credo che tutti i livelli salariali vengono contrattati con i sindacati, compresi quelli locali. Poi sospetto che ci sia una buon grado di discrezionalita' nel negoziare il "grado/livello" individualmente fra impiegato e responsabile (che ovviamente ha un vincolo di bilancio da rispettare). 

Pare dura anche a me.Pensavo ad un meccanismo del tipo: contratto a livello nazionale dei salari di riferimento, poi prendo il reddito medio del dipendente italiano, lo stesso valore per il comune in cui è basato il lavoro, e faccio una proporzione.

E' molto grossolano ma dovrebbe essere abbastanza semplice da implementare ed abbastanza equo.La contrattazione decentrata coi sindacati potrebbe funzionare anche meglio, purchè si riesca a fornire incentivi adeguati alla controparte pubblica, ma questo mi pare alquanto complicato.

molto interessante, andrea, mi chiedevo infatti se esistessero modelli di differenziazione locale negli stipendi pubblici.

il mio dubbio e' il seguente, chiedo lume ai giuristi: questo in italia non e' possibile a causa della legislazione sul contratto nazionale (che impedisce deroghe "locali" che vanno a scapito del lavoratore) oppure a causa del monopolio dei sindacati confederali (che non si riusci' ad eliminare coi referendum abrogativi del 1995) oppure a causa di entrambi? cioe', quali leggi bisogna cambiare per rendere possibile la differenziazione territoriale degli stipendi pubblici?

Attendevo un “post” che desse la possibilità di discutere di quello che è un mio pallino fisso: i differenziali di salari e produttività fra nord e sud.

La busta paga di un dipendente è composta di varie voci e trattenute, difatti nessuna azienda che abbia un solo dipendente può fare a meno della figura del “consulente del lavoro”, tipicamente è pagato un tot a busta paga (un altro costo per le PMI..).

Con questo volevo dire che vado a memoria, e non è proprio il mio lavoro fare le buste paga, io pago e basta.

Le voci sono: paga base (in base al contratto di settore...) scatti di contingenza, che oramai sono la quota più consistente, assegni familiari, ritenute (io ricordo quella ex-Gescal, chiesi cos'è, è un contributo per la costruzione delle case popolari..).

Questa introduzione la ritengo doverosa: essendo la mia una piccola azienda non ho alcun tipo di contrattazione di II livello, ma riconosco dei premi in caso di andamento favorevole, i premi seguono una tassazione separata, ma lasciamo stare, ogni volta ci si inventa qualcosa per evitare una pesante tassazione, ma mai a nero.

Problema: il Contratto Collettivo di Lavoro Nazionale, prevede ogni minimo dettaglio della paga, non c'è alcuna possibilità di differenziazione, a uguali mansioni uguale stipendio dalla Bolzano di AB a Lampedusa. Poi c'è la distorsione dei dipendenti pubblici, ma quella è stata ampiamente dibattuta, rilevo solo che Bossi ha detto che si devono alzare gli stipendi dei dipendenti pubblici al Nord (col risultato che pagherebbero anche più tasse, ma i capataz della lega non hanno grande dimestichezza con i numeri) , mostrando il solito lato demagogico della politica, in questo caso si avrebbe un trasferimento di ricchezza dai dipendenti pubblici a quelli privati, anche se la partita sarebbe tutta dei “sudditi” del nord. Dal privato al pubblico, contenti i leghisti..

Considerazione: o si rompe l'assurdità del CCLN settorizzato (edili, chimici,elettrici,bancari,postelegrafonici, etc., etc.) e si parte da una paga base uguale per tutta l'Italia, ma minima (sparo a caso € 500/mese), definita come salario minimo di ingresso, a cui poi far seguire una contrattazione di II livello azienda per azienda (ti offro x+y e se raggiungi il risultato z anche k), in cui far valere anche le differenze di produttività e di tipicità locale (la vita ad Avellino costa meno che a Napoli, ma ci sono solo 40 km di distanza),e facendo quindi in modo che sia il mercato a stabilire le paghe, e non il solito centralismo, oppure la discussione è inutile.

Ma il CCLN è il “feticcio” dei sindacati, e chi ha studiato Karl Marx capisce a cosa mi riferisco, e la Lega non ha assolutamente parlato di rottura del CCLN,ma solo di aumentare la contrattazione di II livello. Per i dipendenti pubblici, tra l'altro.

A giusto problema (differenze di produttività, differenze di qualità del lavoratore, contesto economico diverso) la risposta della Lega è sbagliata, ma il problema esiste, secondo me è uno dei fattori per cui fare impresa al Sud è quasi impossibile, e lo status quo conviene solo al ceto politico attuale che gode della rendita pubblica al Sud, e sfrutta il malcontento del nord mantenendolo in uno stato di fuoco languo e perenne.

Assente dal dibattito: il mercato e la libertà di impresa.

Buon ferragosto a tutti dalla splendida ogliastra, ora vado mi attende il cannonau. Incredibile, ma vero, l'Ogliastra è coperta in HDSPA, altro che UMTS !

P.s.

Alberto, non pensare che tutti i meridionali stiano lì a imbrogliare, tipo fingere un prezzo del pane più alto con il rilevatore dell'ISTAT (arriverà con i lmapeggianti accesi ? un cappello arancione ? Come lo si riconosce ?), ci sono anche meridionali onesti.

O che si sono sudati il 28/30 in economia politica, nel 1982.

 

Caro Marco, dai non farmi passare per "quello che i meridionali tutti disonesti sono". Non ci penso nemmeno. Tra un Cannonau e un altro, vedi se riesci a spiegarmi cosa intendono i sindacati in questi quando dicono "vabbe' ma e' tutto finito, noi abbiamo accettato contrattazione differenziata azienda-impresa, il problema non esiste" (poi ammettono che Cgil non ci sta, ma insomma, cosa hanno deciso? come cambieranno le cose?)

La mia busta paga comprende come competenze queste voci:

   salario minimo tabellare

   contingenza

   superminimo

   superminimo riassorbibile

   assegni famigliari

 

Le prime due voci dipendono dal CCNL, le seconde due dipendono dalla contrattazione che c'è stata tra me e il mio datore di lavoro ( prima della mia assunzione ) e il loro importo complessivo corrisponde circa al 30% del mio stipendio lordo. Per decenza non cito la rilevanza del'ultima voce ( assegni famigliari ).

Nel mio caso il 30% di quanto costo all'azienda deriva dalla mia produttività ( almeno presumo, visto che fu  oggetto di trattativa vis a vis col mio "paron", un industriale con la testa sulle spalle ), oltretutto il superminimo riassorbibile ( che incide per poco meno della metà di questo gruzzoletto ) può essere ridotto arbitrariamente ( ma legalmente per carità ) dal mio "paron" .

Queste le cifre.

Una domanda:

Vi pare congrua la mia gabbietta costituita da un 30% di stipendio lordo come quota contrattabile a livello di assunzione e un 15% di variabilità per rispondere alle situazioni contingenti?

 

Vi pare congrua la mia gabbietta costituita da un 30% di stipendio lordo come quota contrattabile a livello di assunzione e un 15% di variabilità per rispondere alle situazioni contingenti?

Non saprei rispondere a questa domanda, credo sarebbe utile anche conoscere l'importo assoluto della retribuzione.  Se il compenso e' 200mila euro / anno lordo, allora la "gabbia" e' insufficiente, se e' 20mila euro/anno lordi e' probabilmente adeguata se non eccessiva.  Secondo me il salario dovrebbe essere composto da una quota pari alla spesa medio-bassa non tassata in alcun modo per vivere decentemente (molto molto molto approssimatamente probabilmente da 500 a 1000 euro a seconda della provincia) e di una quota aggiuntiva proporzionale alla produttivita'.  In realta' per il datore di lavoro il totale del compenso lordo e' quanto dovrebbe essere proporzionale alla produttivita', la quota per vivere decentemente dovrebbe essere conseguenza del precetto al riguardo esistente nella Costituzione italiana.

L’obiettivo di legare il salario al costo della vita nello spazio ha preso il nome di gabbia salariale, e puo’ essere  tradotto in molti modi a secondo di come lo si persegue. Il risultato ovviamente cambia, e assai.

Se essa e’ una forma di indicizzazione del salario al costo della vita, questa reintrodurrebbe sotto altra veste la scala mobile, in quanto in ogni periodo (automaticamente o a ogni rinnovo del contratto) si dovrebbe verificare l’andamento del costo della vita nel tempo (come si faceva una volta e in parte si fa ancora) e nello spazio (la novita’ di agosto 2009). Per legge o per contratto. Non credo che i sindacati, posta la questione in questo modo, si possano lamentare. Quelli che potrebbero lamentarsi sarebbero invece i datori di lavoro, che vedrebbero venire meno la capacita’ finora goduta di erodere parte del costo del lavoro attraverso l’inflazione (a meno che l’adeguamento nel tempo e nello spazio sia solo parziale). Anzi, i sindacati potrebbero anche cogliere la palla al balzo, e chiedere che il costo della vita (divenuto a questo punto centrale nella determinazione del salario) includa un paniere di beni che tenga conto anche della loro qualita’ (nel ragionamento che segue la differenza tra aree meridionali e settentrionali puo’ essere sostituita anche tra aree metropolitane e aree rurali). Quanto vale l’opportunita’ di vivere a Milano se si hanno due figli e quindi di risparmiare sul costo legato agli studi universitari presso una delle efficienti universita’ milanesi rispetto a quello che vive a Santa Maria di Leuca, e che pur con sacrifici puo’ mandare i figli a una universita’ scrausa del Sud? Oppure il fatto che le possibilita’ di trovare lavoro per il coniuge sono diverse a Milano rispetto a Trapani? E via discorrendo (qualita’ dei servizi, dell’ambiente, degli alloggi etc.). Un sindacato, ma anche un partito politico, potrebbe vendere il prodotto “gabbia salariale” in questi termini e raccogliere addirittura consenso, se non altro per il solo fatto che si generano speranze di scombinare lo status quo salariale. Alla fine del processo puo’ saltar fuori che i salari del nord e del sud (si sa che gli elettori meridionali hanno uno speciale traino sui politici) risultino anche piu’ elevati. E in ogni caso la pressione sindacale per aumenti salariali non farebbe bene.

Se la gabbia salariale viene perseguita, invece, attraverso l’adozione di un processo di negoziazione decentrato, avremmo un sindacato che negozia a sud e un sindacato che negozia a nord. Magari a nord avremmo un sindacato che negozia per il nordest e un altro per il nordovest, e a sud un sindacato siciliano e uno per il resto del regno delle due sicilie. Qui si avrebbe una situazione completamente opposta alla precedente. Infatti, si avrebbe un fronte sindacale spaccato, con un effetto mediamente negativo sui salari, anzi una potenziale debacle per i salari, e un effetto positivo per i datori di lavoro, che vedrebbero aumentata la loro forza contrattuale. Se questa e’ la traduzione di gabbia salariale, allora e’ comprensibilissimo (ma mai dire mai) che i sindacati facciano fronte unico per opporsi all’idea, mentre dall’altro lato, i datori di lavoro sarebbero molto favorevoli, e forse pure i disoccupati. (ok esistono situazioni che in teoria porterebbe un sindacato meno centralizzato a essere piu’ concentrato sull’ottenimento di miglioramenti salariali  ma anche a essere meno responsabile in termini di visione generale).  Fermo restando che non si puo’ imporre a un sindacato l’obbligo di contrattare in modo decentrato. Inoltre, la storia insegna che una volta un sindacato si spacca, questo si indebolisce nel tempo (la forza relative dei settori cambia nel tempo) e non si riunifica piu’.  Mi pare un suicidio per il sindacato e per i suoi rappresentati.

Lo stesso obiettivo, peraltro giusto, perseguito con due modalita’ diverse potrebbe dare risultati opposti.

Infatti, si avrebbe un fronte sindacale spaccato, con un effetto mediamente negativo sui salari, anzi una potenziale debacle per i salari, e un effetto positivo per i datori di lavoro, che vedrebbero aumentata la loro forza contrattuale. Se questa e’ la traduzione di gabbia salariale, allora e’ comprensibilissimo (ma mai dire mai) che i sindacati facciano fronte unico per opporsi all’idea, mentre dall’altro lato, i datori di lavoro sarebbero molto favorevoli, e forse pure i disoccupati.

Non credo che la forza relativa di sindacato ed imprese ne sarebbe compromessa: alla suddivisione del sindacato corrisponderebbe quella delle imprese.Sicuramente ne uscirebbero ridimensionati i vertici nazionali dei sindacati (confindustria & c. compresi), ma non credo che mediamente gli associati ne risentirebbero più i tanto.Probabilmente al sud ne sarebbero avantaggiati imprenditori e disoccupati a scapito dei lavoratori, al nord mi aspetto il contrario.

Tra l'altro il ridimensionamento dei sindacati nazionali mi sembra una cosa positiva, vista la loro propensione agli inciuci.

Non so che esperienza abbia Francesco, ma qui in Lombardia gli stipendi dei lavoratori dipendenti sono spesso, a parità di compiti e professionalità, mediamente più alti nelle piccole imprese non sindacalizzate rispetto alle medie e grandi imprese in cui il sindacato è molto più forte.

Questo contrasta con la sua opinione sulla possibile debacle dei salari.

 

Non so che esperienza abbia Francesco, ma qui in Lombardia gli stipendi dei lavoratori dipendenti sono spesso, a parità di compiti e professionalità, mediamente più alti nelle piccole imprese non sindacalizzate rispetto alle medie e grandi imprese in cui il sindacato è molto più forte.

Questa osservazione aneddotica e' coerente con l'ipotesi che i contratti nazionali prodotti da sindacati e Confindustria penalizzano i lavoratori dipendenti delle aree piu' produttive e con maggiore costo della vita, come la Lombardia.

Alberto, ammesso che l'aneddoto corrisponda a realta', ci sono diverse spiegazioni alternative alla tua. Comparare grandi e piccole aziende puo' non essere appropriato, o per lo meno introdurre un confondimento. D'altronde mica sai cosa accadrebbe ai salari nelle grandi aziende se non ci fosse il sindacato...

Ad esempio:

1- Le grandi aziende potrebbero avere maggior forza contrattuale rispetto alle piccole perche' in un determinato territorio acquistano una vasta quota del lavoro disponibile. In assenza del sindacato quindi, che in fondo non e' che una forma di cartello della forza lavoro, i salari sarebbero ancora minori

2- I lavoratori potrebbero preferire di lavorare in una grande azienda rispetto alla piccola perche' l'art. 18 garantisce una maggior sicurezza del posto di lavoro in una grande azienda. Inoltre nelle grandi aziende ci sono condizioni di salubrita' degli ambienti di lavoro e accesso a servizi di medicina del lavoro generalmente migliori che nelle piccole aziende. Infine, in caso di infortunio o sopraggiunta inidoneita' alla mansione per cause extralavorative, in una piccola azienda segue piu' facilmente il licenziamento mentre in una grande il ricollocamento ad un'altra mansione e' solitamente possibile. In questi casi il lavoratore sarebbe disposto a pagare un premio negativo sul suo salario pur di avvelersi di queste forme di assicurazione derivanti dal lavorare in una grande azienda.

ed è esattamente così. nelle grandissime aziende gli stipendi sono, in alcuni casi, bassi però puoi farti trasferire nelle varie sedi, puoi beneficiare dell'assicurazione sanitaria (tutto rimborsato, occhiali e dentista compreso) e dei permessi studio. vai a chiedere i permessi studio nella piccola impresa. ti stendono un tappeto rosso, ti ci arrotolano dentro e ti buttano giù dalle scale. inoltre sei più protetto dalle angherie del padrone. perché si sa, i sindacalisti sono ignoranti e zotici ma pure tanti padroni lo sono, in una grande azienda si è molto più tutelati. ci sono i pro ed i contro, come in tutte le cose ovviamente.

Re(1): Le gabbie

bergamo 16/8/2009 - 19:03

interessante. Mi può citare i dati su cui si basa?

Grazie

L’obiettivo di legare il salario al costo della vita nello spazio ha preso il nome di gabbia salariale, e puo’ essere  tradotto in molti modi a secondo di come lo si persegue.

Io direi che ha preso il nome di "gabbia salariale" nel passato e nella propaganda politica odierna, ma l'abbozzo di proposta che viene fuori dal cocktail di esternazioni politiche recenti di chi vuole differenziazioni salariali non ha molto a che vedere con le vecchie gabbie salariali.

Se essa e’ una forma di indicizzazione del salario al costo della vita, questa reintrodurrebbe sotto altra veste la scala mobile.

Non sono d'accordo, si tratta di due problemi distinti.  La differenziazione salariale in base al costo della vita serve solo a determinare il rapporto numerico tra i salari, ad es., della prov. di Milano rispetto alla prov. di Agrigento. Tale rapporto evolvera' con i rispettivi costi della vita, ma questo non tocca necessariamente il valore assoluto delle retribuzioni.  Ritengo pertando non pertinente mescolare i due temi.

Quanto vale l’opportunita’ di vivere a Milano se si hanno due figli e quindi di risparmiare sul costo legato agli studi universitari presso una delle efficienti universita’ milanesi rispetto a quello che vive a Santa Maria di Leuca, e che pur con sacrifici puo’ mandare i figli a una universita’ scrausa del Sud?

Si tratta di domande non banali alle quali certamente non puo' dare risposta lo Stato, specie uno Stato di scadente qualita' come quello italiano.  Il meccanismo che consente probabilmente la stima migliore del valore di un territorio di residenza e' un mercato quanto piu' trasparente e aperto, quindi per esempio il livello delle retribuzioni risultanti da contrattazione locale nelle due localita'.  Date le enormi distorsioni politiche apportate dal contratti nazionali per pubblico impiego e grandi imprese, probabilmente il miglior indicatore del valore dei due territori si puo' ricavare dalle retribuzioni dei quadri medio-alti delle piccole e medie aziende locali, oppure da quelli dei professionisti (depurando dall'evasione).

Infatti, si avrebbe un fronte sindacale spaccato, con un effetto mediamente negativo sui salari, anzi una potenziale debacle per i salari, e un effetto positivo per i datori di lavoro, che vedrebbero aumentata la loro forza contrattuale.

Non sono d'accordo.  I sindacati "nazionali" contrattando salari uguali per tutti hanno l'effetto di dare salari reali superiori a chi e' meno produttivo e/o sopporta minori costi per vivere, e salari reali inferiori a chi e' piu' produttivo e sopporta maggiori costi.  Queste distorsioni provocano elevata disoccupazione a Sud e salari troppo esigui a Nord. Una contrattazione sindacale separata per aree geografiche consentirebbe di aumentare i salari (nominali e reali) delle aree piu' produttive e costose (come e' equo), e di diminuire i salari delle aree meno produttive e meno costose, aumentando l'occupazione e attraendo investimenti privati a Sud.

Inoltre, la storia insegna che una volta un sindacato si spacca, questo si indebolisce nel tempo (la forza relative dei settori cambia nel tempo) e non si riunifica piu’.

Quali sono gli esempi storici?  Se un sindacato rappresenta un'area economicamente omogenea, potrebbe essere sconveniente scomporlo. Peraltro, e' sempre meglio avere piu' sindacati in concorrenza, piuttosto che un monopolio sindacale, anche in un territorio omogeneo. Un sindacato che rappresenta con paraocchi ideologici e inesistente cultura di mercato territori profondamente diversi dal punto di vista economico e' di per se stesso un danno e uno svantaggio, come la storia di sottosviluppo economico del Sud Italia chiaramente insegna, e una sua scomposizione territoriale non puo' che essere utile.  Certo diminuirebbero i sindacalisti confederali con la villa o con le case di lusso affittate dagli enti previdenziali ad equo canone nel centro di Roma, situazioni pero' che nessuno rimpiangerebbe.

Alberto non posso risponderti su tutto, perche' le tue osservazioni  sono impegnative e in questo caso sparpagliate su diversi punti e io sono al mare. Quindi rispondo alle questioni per me piu' semplici. 

Non sono d'accordo, si tratta di due problemi distinti.  La differenziazione salariale in base al costo della vita serve solo a determinare il rapporto numerico tra i salari...

Non si scappa, la gabbia e' una forma di indicizzazione, in un caso e' legato al variare nel tempo del costo della vita nell'altro e' legato al variare nello spazio del costo della vita. In entrambi i casi si cerca di legare il salario a variazioni nel costo della vita (e il concetto e' quasi un salto nel passato, in quanto il costo della vita non e' strettamente correlato al concetto di produttivita' in un settore o impresa).

Quali sono gli esempi storici?

L'esempio storico piu' vicino all'Italia e' quello della CGIL, che nel '44 ha dato vita a Cisl e Uil. Tutti i tentativi di riunificazione sono poj falliti, o sono stati impediti, per varie ragioni.

Se un sindacato rappresenta un'area economicamente omogenea, potrebbe essere sconveniente scomporlo. Peraltro, e' sempre meglio avere piu' sindacati in concorrenza, piuttosto che un monopolio sindacale, anche in un territorio omogeneo.

Dipende dagli interessi di chi si sta parlando. Se l'interesse e' del lavoratore, questo non ha sicuramente interesse a negoziare con la controparte presentandosi diviso. Se stai pensando a una concorrenza in termini di servizi sindacali tra sindacati per accaparrarsi iscritti, forse questo potrebbe essere vero. I sindacati offrirebbero servizi in modo piu' efficiente. Ma siccome delle "conquiste" di un sindacato ne beneficiano anche i non iscritti, mi viene difficile intravedere un vantaggio nella concorrenza tra sindacati a fronte dei costi in termini di minore forza contrattuale.  e' una questione che possiamo lasciare aperta. In ogni caso, e' vero che un sindacato unitario penalizza i lavoratori piu' produttivi e favorisce quelli meno produttivi, ma e' lo stesso principio dell'assicurazione sanitaria, che ex post favorisce quelli che si ammalano. Il sindacato e' anche una po' assicurazione, anche se  "obbligatoria" in cui gli effetti si riverberano anche su i non iscritti.

Scusate tanto, ma a nessuno e' venuto in mente che la contrattazone collettiva potrebbe essere abolita sic et simpliciter, e il mercato determinare i livelli dei salari appropriati a ogni costo dlla vita in ogni realta' territoriale? Anche quello che questo complicherebbe orrendamente la contrattazione aziendale e' un mito: dove vivo, la contrattazione collettiva e' esistita solo per una settimana tra l'handover alla Cina e l'arrivo della nuova amministrazione, come misura populistica dell'ultimo governatore nel tentativo di crearsi benemerenze, e il livello di conflittualita' e' molto basso. Gli unici a sentirne la mancanza sono sindacalisti e politici populisti, a cui manca un'opportunita' per darsi importanza negoziando a nome di altri.

a nessuno e' venuto in mente che la contrattazone collettiva potrebbe essere abolita sic et simpliciter

Secondo me la contrattazione collettiva e' tanto piu' utile quanto poco sono istruiti e alfabetizzati i lavoratori, quindi in particolare per le mansioni meno remunerate.  Io vieterei per legge ogni contrattazione collettiva e ogni legislazione di salvaguardia speciale sul lavoro sopra una certa soglia di compenso (per es. 3000 euro netti al mese in Italia).  Per gli operai che guadagnano 900-1400 euro netti al mese, al livello di istruzione e competenza economica che esiste in Italia, non vedo altra soluzione che quella - peraltro scadente nel contesto italiano - della contrattazione collettiva, che pero' sarebbe meglio limitare alle province finche' il livello di istruzione e competenza economica dei sindacalisti non raggiunge standard decenti. Ma ovviamente tutti questi sono sogni nel breve-medio termine.

Scusate, io fatico a capire anche perche' non ho ben presente come avvenga la contrattazione.

Il legame tra costo della vita e salario e' un cavallo di battaglia della sinistra marxista, non dico della sinistra riformista, proprio della sinistra marxista (ricordate, da ognuno per quello che puo', ad ognuno per quello di cui ha bisogno). La scala mobile, come ricorda giustamente Francesco, era un meccanismo appunto fondato su questo principio. Ora la LN (che tra l'altro da' continuo sfoggio di orientamenti protezionistici che un tempo erano il vessillo dei cosiddetti No-Global) tira fuori sta storia delle "gabbie" o "indicizzazione del salario" o cosa non si capisce. Ma LN si e' improvvisamente alleata con rifondazione comunista? Temo di essermi perso qualche passaggio.

Cerco allora di chiarirmi i termini della questione che, nonostante il lungo dibattito, proprio mi sfuggono. Ditemi dove non ho capito.

1- Se il costo della vita al sud e' minore significa che beni e servizi costano meno. Ma se beni e servizi costano meno significa che:

a- Chi fornisce quei beni e servizi ha redditi inferiori (tanto che ad esempio i redditi dei professionisti sono un bel 30% in meno al Sud). Quindi il problema per queste categorie non si pone.

2- Dato 1, si deve concludere che il problema e' maggiore per i dipendenti pubblici e per i dipendenti delle aziende che si avvantaggerebbero di una rendita dovuta al maggior potere contrattuale dei lavoratori del nord.

Per il pubblico mi pare che il problema non sia risolvibile a meno di a) separare in modo impermeabile i bilanci amministrativi delle regioni e b) affidare ad una contrattazione regionale la stipula dei contratti. Senza a) mi sembra impossibile ottenere un meccanismo virtuoso di determinazione dei salari a livello regionale. Infatti senza rendere chiaro che il bilancio regionale per l'amministrazione non verra' sovvenzionato dallo stato centrale, le spinte ad utilizzare la contrattazione locale in termini clientelari dagli amministratori locali sarebbero ingovernabili. Nel caso contrario, mi pare naturale che chi paga (lo stato centrale) sia anche quello che decide i livelli salariali sul territorio nazionale (e la vedo proprio difficile che un governo nazionale contratti salari diversi in diverse regioni mettendo a rischio i suoi consensi: una roba del genere la puo' proporre solo un partito a fortissimo radicamento territoriale).

Per quanto riguarda i privati, non mi sono chiari i seguenti punti:

1- il contratto firmato dai sindacati con confindustria e' a) valido solo per gli iscritti o b) vale per tutti, iscritti e non iscritti? Perche' se a) e' vera' in fondo agli iscritti del nord pare non spiaccia regalare un po' di rendita ai colleghi del sud, magari a spese di concessioni sul loro salario...nel qual caso non starebbe certo allo stato rimettere a "posto" le cose. Se b) e' vera, diventa piu' complesso perche' non basterebbe gettare la tessera del sindacato (o di confindustria) per manifestare il proprio dissenso e salvarsi dalla solidarieta' forzata.

2- il contratto firmato dai sindacati e' a) valido solo per le medie-grandi aziende o b) e' valido anche per le piccole?

3- Esistono livelli di contrattazione periferici o esiste solo il contratto nazionale? Se esistono margini di contrattazione periferica e il contratto nazionale setta solo i minimi salariali allora non vedo dove stia il problema: forse la quota decisa perifericamente e' troppo bassa?

contrattazone collettiva potrebbe essere abolita sic et simpliciter

pare che Lapo Elkan e Napo Orso Capo stiano proponendo qualcosa del genere

Caro Alberto (Bisin), torno a commentare la tua interpretazione delle proposte della LN in tema di differenziazione salariali che commenti nel tuo intervento, a mio parere inopportunamente perche' proposte serie e concrete da parte della LN non sembrano esistere, a parte un miscuglio di esternazioni non sempre coerenti.  Ho cercato su web di capire quale puo' essere il pensiero piu' autentico degli esponenti della LN sul tema, raccolto da media non sostanzialmente schierati politicamente come Corriere della Sera, La Stampa e Repubblica.

Credo che il riassunto piu' pertinente sia una recente notizia di agenzia Reuters. Mi sembra che quanto affermano gli esponenti della LN sia significativamente diverso da quanto commenti, che probabilmente riassume la (dis)informazione diffusa negli ultimi giorni dei maggiori quotidiani di proprieta' delle grandi industrie italiane.

... guardiamo alla sostanza, salari determinati contrattualmente in termini reali e non nominali, di questo sta parlando Calderoli.

Cosa significa salari determinati contrattualmente in termini reali? Significa che governo, sindacati, e confindustria aprono  un tavolo (si’, e’ ironico) e si accordano su un numero, diciamo il numero 8, intendendo con cio’ che il salario base a Biandrate  nell’anno 2010 e’ di 8 Euro all’ora. A Pizzo Calabro si costruisce quindi - con metodi predeterminati [...] – un indice dei prezzi p relativi a quelli di Biandrate.  E ogni lavoratore di Pizzo Calabro riceve un salario base nell’anno t pari a 8p. Ogni paese del Belpaese fa come Pizzo Calabro: [...]

E’ questa di fissare salari determinati contrattualmente in termini reali una procedura sensata? Non molto.

La LN non appare proporre nulla del genere per i lavoratori privati perche' cito: "Nel privato basta lasciare spazio al mercato." Quindi fra l'altro niente Confindustria sul tavolo. La LN piuttosto propone interventi dirigisti per i dipendenti pubblici (posizione comprensibile e non inadeguata, anche se la soluzione migliore sarebbe fare riferimento ai salari privati come negli USA, ma temo questa sia fantascienza per l'Italia e tutti i suoi partiti). Cito:

La Lega, però, fa capire che il vero problema è quello del pubblico impiego, retribuito allo stesso modo a prescindere dall'efficienza e dal costo della vita.

[...]

 

"La questione nel pubblico è più facile da trattare perché mansioni e attività sono più uniformi, è più facile fare paragoni del potere d'acquisto. Me è più complessa perché servirebbe ampliare anche la quota di contrattazione decentrata, al momento molto limitata. Nel privato basta lasciare spazio al mercato. Nel pubblico si deve prevedere un intervento normativo", dice il senatore.

[...]

Quanto ai parametri territoriali per la definizione dei livelli di reddito Garavaglia privilegia "il livello provinciale, più appropriato per raggiungere un'uniformità".

Su questo tema invito chi vuole approfondire a leggere il sondaggio effettuato da Ipr Marketing per Repubblica.  A riprova indiretta del fatto che il tema sia piu' importante per i dipendenti pubblici (come enfatizzato dalla LN) ben il 61% dei dipendenti pubblici in tutta Italia concorda sulla necessita' di parametrare i salari al costo della vita, mentre i privati sono contrari (avvertono che in buona misura i salari sono gia' parametrati, probabilmente).

In linea generale cosa pensa dell’ipotesi di adeguare i salari e gli stipendi al costo della vita nelle diverse zone d’Italia, cioe’ dare ai lavoratori stipendi piu’ alti dove il costo della vita e’ maggiore e piu’ bassi dove il costo della vita e’ minore?

Dip pubblici Dip privati Imp. /Autonomi Non lavoratori

Sono favorevole 61 32 43 49
Sono contrario  37 57 55 40
Senza opinione   2 11  2 11

Inoltre come gia' scritto il 70% degli abitanti del Nord e' d'accordo con "In linea generale cosa pensa dell’ipotesi di adeguare i salari e gli stipendi al costo della vita nelle diverse zone d’Italia, cioe’
dare ai lavoratori stipendi piu’ alti dove il costo della vita e’ maggiore e piu’ bassi dove il costo della vita e’ minore?".

In definitiva, non vedo reali problemi di consenso per queste proposte.  Le resistenze vengono da chi (praticamente tutti i partiti politici italiani) persegue primariamente un determinato genere di consenso: il consenso comperato con la spesa pubblica nelle aree economicamente povere, afflitte da sottosviluppo e disoccupazione (legale) e dove quindi i voti costano meno. A questi si aggiungono e  collaborano gli obnubilati da alcune ideologie fallite.

per la cronaca

palma 17/8/2009 - 13:19

Il S. Bossi, nell'alta tradizione di "tirar el sas e sconder el braxo" nega che vi sia alcuna

proposta o di gabbia salariale o di introdurre un inno nazionale (o regionale) che sostituisca

"fratelli d'Italia"

si veda,

http://www.corriere.it/politica/09_agosto_17/bossi_inno_forzature_38dd0e...

Una domanda: perche' sono state abolite le gabbie salariali all'inizio degli anni 70? Perche' esiste il CCNL? c'e' qualche relazione con quanto scritto nel post?

Insomma, la questione non e’ come dice Calderoli, che a Pizzo Calabro  i prezzi son bassi e quindi dobbiamo diminuire i salari. Ma piuttosto che, a parita’ di salario,  i prezzi a Pizzo Calabro son bassi cosi' che non tutti emigrino a Biandrate. 

Ovvero, c'era una volonta' di frenare un emigrazione di massa che in quel tempo esisteva dal Sud al Nord ed era mal tollerata?

 

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