Giacinto Facchetti
Un ricordo.
Facchetti, come tutti quelli della grande Inter, non era una persona vera. Era un mito, un'entità suprema che ha illuminato l'infanzia della mia generazione. Non si poteva vedere di persona, né conoscere. Ricordo le poche volte che l'ho visto a San Siro, dalla siderale distanza dei 'popolari'. Sembrava irreale, perché lo era. Il vero Facchetti era quello delle figurine Panini, o della partita in differita in bianco e nero della domenica sera.
Il ricordo più vivo è ovviamente televisivo, Facchetti che alza la coppa degli Europei del 68. E un altro ricordo bizzarro, molto più avanti negli anni, Facchetti dirigente che entra in campo con un cappotto grigio per contestare una decisione arbitrale e viene espulso. Strano e cosí poco caratteristico del personaggio, ma a quel punto tanto l'infanzia era finita, e l'adolescenza pure.
Facchetti era un grande difensore, ma non veniva quasi mai ammonito. Facchetti era sempre serio, ma non era mai triste. Facchetti non segnava mai, ma era quello che faceva vincere le partite. Era l'esempio costante di come fosse possibile essere umili, tranquilli, corretti ma allo stesso tempo dei fuoriclasse mondiali. O forse questa era solo l'immagine televisiva, che andava più che bene per un bambino in cerca di eroi.
Ci piace però credere che fosse più di un'immagine, e ci rafforza in questa convinzione il modo in cui è morto. I giornali ci dicono che era 'malato da tempo'. Non lo sapevamo, e gli siamo grati per questo. In un ambiente in cui tutto diventa instantaneamente urlo mediatico, e ogni dolore la scusa per un'altra esibizione, diciamo grazie per l'ultima volta a Facchetti. Se ne è andato con dignità, senza sventolare la propria malattia e restando al suo posto fino all'ultimo.

