Horror Economics (I)

3 marzo 2008 michele boldrin
All'accumularsi di segnali di recessione da un lato e di un cambiamento radicale nella distribuzione mondiale dell'attività economica (e di tanti prezzi relativi) crescono i profeti del cambio epocale e, soprattutto, della grande catastrofe. Discutiamone, prendendo come spunto recenti affermazioni di quei profeti dell'economia dell'orrore che si esprimono nella lingua del bel paese là dove il sì suona.

Caveat I. La morale a cui vorrei arrivare, alla fine della terza puntata, NON È che tutto va bene madama la marchesa, tutt'altro. A mio avviso i dati, i fatti e la teoria economica suggeriscono che non di una normale recessioncina si tratta (come pensavo, erroneamente, circa un anno fa sulla base dell'evidenza allora disponibile) e che alcuni cambiamenti radicali, germogliati e cresciuti nell'ultimo quindicennio, sono oramai maturi ed operanti. Tali cambi nel panorama economico mondiale, nel ruolo che l'economia USA svolge nel medesimo e nel modo in cui l'economia USA funziona, non sono cosa da poco e richiedono, credo, cambi sostanziali nelle politiche economiche nazionali ed internazionali. Di queste credo sia il caso di discutere, perché molta è l'incertezza sul che fare e sostanziale la nostra ignoranza delle implicazioni di lungo periodo di tali cambiamenti. Fare del catastrofismo gratuito per attirare su se stessi l'attenzione mediatica, o per raccogliere una manciata di voti prodotti dal timore popolare per il cambiamento, non è cosa né buona né giusta. Certamente non è fonte di salvezza per il cittadino comune.

Caveat II. Discutere di previsioni catastrofiche e di complessi scenari in cui "tutto ciò che può andare storto va" e quindi crollano il tempio, le case circostanti ed anche i villaggi limitrofi, non è mai cosa facile. Per una semplice ragione: tali scenari si basano sull'accumularsi di una serie di ipotesi di base tutte teoricamente possibili, ma ognuna di esse altamente improbabile. Come tutti sanno, se un singolo evento ha probabilità bassa (diciamo un 1/20) ed un altro evento, indipendente dal precedente, pure, la probabilità che entrambi gli eventi si realizzino simultaneamente è uguale a 1/400. Se poi gli eventi che simultaneamente devono verificarsi sono, per esempio, quattro o cinque ed ognuno ha probaiblità 1/20, la probabilità della loro simultanea realizzazione è, rispettivamente, 1/160000 e 1/3200000. E questi sono numeri molto piccoli, mentre molto alti sono i loro complementi ad uno, che misurano la probabilità che qualcos'altro, meno catastrofico ma in genere più difficile da capire, succeda.

Non vi è nulla di male nel considerare anche eventi così improbabili: quando si fanno dei piani per il futuro è metodo ragionevole considerare tutto il possibile. Ma, quando si devono approntare politiche, occorre ricordarsi che di tutte le politiche possibili una sola è attuabile in ogni dato momento nel tempo. Non solo, molto spesso (e nel caso in questione, come argomenterò alla fine) le politiche adeguate alle circostanze che appaiono come più probabili escludono, anzi sono antitetiche, a quelle che si adatterebbero alle circostanze meno probabili. Peggio ancora: nelle circostanze in questione le politiche appropriate per il caso dell'improbabile catastrofe risulterebbero essere estremamente dannose se si verificassero gli eventi che, sulla base di quanto ci è dato conoscere in questo momento, appaiono come i più probabili. È quindi saggio, fra le politiche possibili, mettere in atto quelle adeguate alle situazioni più probabili e non quelle adeguate alle situazioni meno improbabili. Sulla base di questa banale nota metodologica, consideriamo gli scenari catastrofici.

Mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo articolo, che cercherò di mantenere nei limiti del ragionevole non citando direttamente gli argomenti che discuto ma facendo riferimento ad articoli disponibili in rete. Sarò costretto comunque a farlo in tre puntate: l'alternativa sarebbe lanciarmi in affermazioni apodittiche, non argomentate, e completamente prive di supporto statistico. Insomma, affermazioni tanto improbabili quanto quelle che mi appresto a discutere. Cominciamo da Nouriel Roubini, senza dubbio il più visibile, in Italia, fra i profeti di sventura.

Ipotesi 1. Che i prezzi delle case negli Stati Uniti possano crollare (nel giro di un anno o due) tra il 20 e il 30 per cento
rispetto al picco della bolla e che tra i 10 e i 20 milioni di famiglie (mica male l'intervallo di confidenza) si possano vedere costrette a vendere le proprie case è affermazione ingiustificabile sulla base di quanto sappiamo al momento. Potrebbe succedere? Certo, potrebbe, ma al momento la caduta media è di circa il 6% dal picco (dati dettagliati, dati sommari). Occorre anche saper interpretare queste variazioni: esse misurano la differenza fra i prezzi delle case vendute nel 2007 rispetto ai prezzi delle case vendute nel 2006. Poiché le case che cambiano di proprietà nel giro di un anno sono una frazione piccola dello stock totale (non ho i numeri sotto mano, ma se la memoria non mi inganna non dovrebbero superare il 6-7%) e poiché, quindi, una grande quantità di persone possiedono case comprate dieci, quindici o venti anni fa a prezzi bassissimi rispetto agli attuali, il fatto che il valore ipotetico della casa di costoro sia calato anche del 10% dal suo picco di un anno fa, non vuol dire un beato nulla. Queste famiglie, e stiamo parlando probabilmente dell'80-90% delle famiglie americane, deve pagare un mutuo residuo molto piccolo rispetto al valore di mercato attuale della casa. Non solo, anche fra quel 20-25% circa di famiglie che ha acquistato la propria casa negli ultimi 4 o 5 anni (fra cui il sottoscritto: la casa dove vivo ora l'ho acquistata un anno fa) non tutti si trovano davanti a cadute vertiginose del valore dell'immobile, anzi. Se date un'occhiata ai dati che ho appena citato, vedrete che in molte zone la caduta è di pochissimi punti percentuali, ed in altre i prezzi delle case sono addirittura saliti durante il 2007. Per quanto posso osservare dalle transazioni in corso nell'area dove vivo ora, i prezzi sono stabili o in leggera ascesa. Quasi simile la situazione nella zona dove vivevo prima, MN, che pure era stata una protagonista, in piccolo, della bolla: la flessione dei prezzi è dell'ordine del 3-5%. Insomma, di quel 20-25% di famiglie a "rischio" non più della metà (la mia stima è di un terzo, ma teniamoci larghi) si trova in aree in cui i prezzi stanno cadendo di percentuali superiori al 6-7%. Quante possano trovarsi in aree dove la caduta è del 20-30% non so, ed NR non indica le fonti delle sue previsioni. Occorre ora fare un altro aggiustamento: fra questo 10-12% di famiglie che possiedono case il cui valore è caduto del 10-15%, un certo numero riceve redditi alti e non ha alcun problema di continuare a pagare la rata del mutuo. È vero, è possibile che anche alcuni di costoro, a fronte del fatto che stanno pagando 100 per una casa che ne vale 80, decidano di lasciar andare tutto comprandosi un'altra casa. Ma, per ovvie ragioni di costi di transazione, perdite in conto capitale, caduta del credit rating, etcetera, moltissime famiglie non lo faranno. Io non conosco nessuno che teorizzi di voler fare una tale panzana, e fra le decine di amici che vivono ad LA e che dopo la bolla dell'inizio anni '90 si trovarono con una casa che valeva il 30% (ebbene sì: in alcune zone del paese è già successo, e nessuna fine del mondo sembra essere avvenuta), nessuno decise di fare default. Pagarono per vari anni un mutuo esagerato rispetto al prezzo della casa, alcuni fecero re-financing a tassi più bassi, altri ricontrattarono con la banca ricevendo sconti ragionevoli. Tutti ora possiedono case che, anche dopo il crollo attuale, valgono il doppio o l'80% in più di quanto le pagarono. Insomma, una stima pessimista è che un 4-5% delle famiglie USA si trovino in difficoltà e possano considerare di abbandonare la casa che ora possiedono, smettendo di pagare il mutuo, e trasferendosi in una più piccola. Se guardiamo di nuovo ai dati, questo implica che circa 6-7 milioni di famiglie sono a rischio di default. Non un numero piccolo, ma tra la metà ed un terzo di quanto preveda NR. Cosa giustifichi le sue previsioni non ci è dato sapere ed NR non svela la propria formula magica ...

Ipotesi 2. A causa del concatenarsi di posizioni determinato dall'uso di derivati, la caduta del settore immobiliare trascinerà con sé l'intero sistema finanziario. Fandonie, almeno in principio queste sono fandonie. Un derivato, per definizione, è un gioco a somma zero. Messo in maniera molto brutale (lo so che qualcuno m'impiccherà per questo, e cercherò di chiarire mano a mano che il bisogno si presenti) è una scommessa complicata scritta sul valore di un titolo fondamentale sottostante. Visto da un altro punto di vista, un derivato è una maniera per assicurarsi, per diminuire parzialmente la rischiosità del proprio portafoglio: ovviamente se riesco a passare parte del mio rischio a qualcuno il suo rischio è probabilmente cresciuto (probabilmente, perché non è nemmeno sempre vero.) Se il valore del fondamentale sale vince A e perde B, nel caso opposto perde A e vince B. Ciò che uno perde l'altro guadagna. Guardate in giro con attenzione e leggete con attenzione i giornali, per favore. Non tutte le banche ed istituzioni finanziare hanno perso soldi sui derivati legati ai subprime mortgages. Alcune hanno fatto tonnellate di soldi. Tutti han menzionato Goldman&Sachs perché gli enormi guadagni di questa banca han fatto sensazione, ma in giro ve ne sono molte altre. Parecchie banche italiane e spagnole, se capisco bene, ci han guadagnato alla grande. Idem, da quanto mi dicono cari amici ben più ricchi di me, per svariate dozzine di hedge funds che avevano visto il disastro arrivare un anno e mezzo fa e s'erano mossi in tempo. Certo, per fare chiarezza occorrerà del tempo e per molti mesi ancora faremo fatica a capire chi ha perso e chi ha vinto le scommesse [prima indicazione di policy: facilitare il più possibile che chiarezza di mercato si faccia su chi ha perso cosa e chi ha guadagnato cosa]. Ma scommesse a somma zero queste erano. La perdita NETTA del sistema sarà uguale alla perdita di valore del fondamentale, ossia dello stock di beni immobiliari USA più i costi di transazione che situazioni come queste generano e che possono essere sostanziali. Non amo fare l'indovino, ma direi che siamo di fronte a perdite in conto capitale dell'ordine del 4-5% del PIL USA nel peggiore dei casi, ossia circa l'1% della ricchezza nazionale. Tanti soldi? Certamente. La fine del sistema bancario? Ma neanche per scherzo!

Ipotesi 3. Crolla anche tutto il resto, ossia prestiti su carte di credito, prestiti ai consumatori, prestiti per acquisto di beni durevoli ... Non so che dire. Io il conto delle mie carte di credito lo pago. I dati rivelano una leggera crescita nel default su carte di credito, ma stiamo parlando di numeri molto piccoli. Può succedere? Certo. È probabile? Non credo proprio, alla luce di quanto si vede.


Ipotesi 4.
Crolla anche il settore dell'edilizia commerciale, ossia negozi, uffici, supermercati, palestre, cinema, bordelli e casinò di Las Vegas e chi più ne ha più ne metta. Di nuovo, non so che dire. Ho provato a cercare dati , e mi sembra che al momento il calo sia circa metà di quello discusso al punto 1. con riferimento all'edilizia per abitazioni. Valgono anche in questo caso tutti i caveats menzonati prima: il negozio di Tiffany sulla Quinta Avenue dubito perda di valore. Infatti, mi sbaglio o i prezzi di Manhattan continuano a crescere, anche se più lentamente?

Ipotesi 5., 6., 7. ... Mi sto stancando. Più leggo l'articolo di NR, sia nella versione in italiano che in quella in inglese, più mi rendo conto che stiamo discutendo di aria fritta, oppure di previsioni fatte da persone con capacità divinatorie fuori dal normale, e che non gradiscono spiegare come tali arti divinatorie si esercitino. Un disastro immane dietro all'altro, decine di migliaia di aziende che chiudono - al punto 8. NR parla di un tasso di fallimento delle imprese che può arrivare al 10-15% ma non dice cosa vi sia al denominatore anche se fa intuire che si tratta ... del totale delle imprese! Ma scherziamo? - perché nessuna banca è in grado fare prestiti a nessuno, milioni di disoccupati, la caduta verticale di consumi e degli investimenti, il panico, la fine del mondo, il prossimo copione per un qualche mega-horror-piece-of-crap-from-hollywood ... Tutto perfettamente possibile? Certo, tutto perfettamente possibile in qualche videogioco per chi voglia provare il panico da fine del mondo ed i brividi che esso provoca. Ecco il copione:

Ciò risulterà in un circolo vizioso di perdite, contrazione del capitale,
contrazione del credito, liquidazioni forzate e svendite massicce di asset a
prezzi inferiori ai fondamentali, portando a un ciclo di perdite e di ulteriore
contrazione del credito sempre più lungo. Le perdite in conto capitale daranno
luogo a ulteriori richieste di integrazione dei depositi di garanzia e a una
iscrizione nei bilanci di asset e passività rimaste fino a quel momento fuori
bilancio nel sistema finanziario ombra. L'evento che innescherà la successiva
fase di questo fenomeno a cascata sarà l'abbassamento del rating delle
assicurazioni mono-ramo e il conseguente veloce crollo dei mercati azionari,
che, a loro volta, porteranno a ulteriori richieste di integrazione dei depositi
e di iscrizioni a bilancio degli asset e delle passività rimaste fino a quel
momento fuori bilancio.

La cosa divertente è che alla fine di questa girandola di crolli, la stima di NR delle perdite TOTALI del settore finanziario USA ammonta a 1 trilione di dollari. Che non sono pochi soldi, sia chiaro, ma che, visto che il PIL degli USA viaggia fra i 14 ed i 15 trilioni di dollari, significa al più un ... 7% della torta annuale ed un 1.7% della ricchezza nazionale USA! Questo, ripeto, nel caso della catastrofe infinita in cui tutto ciò che può andare storto va stortissimo. La mia stima (basata sui dati riportati sopra e sull'ipotesi pessimista che le famiglie che fanno default sul mutuo non siano tutte nel 50% più povero della società USA, com'è altamente probabile, ma siano invece distribuite uniformemente in tutti i gruppi sociali, cosa alquanto improbabile) era di un 1% della ricchezza nazionale. Insomma, il scenario dell'orrore aggiunge, alla fine, uno 0.7% ...

Tanto rumore per nulla, decisamente. Ci risentiamo fra qualche giorno.

33 commenti (espandi tutti)

Sono anch'io sempre scettico verso i profeti di sventura (il mio Dr. Doom "preferito" nel XX secolo era tal Ravi Batra, che ogni qualche anno scriveva best-sellers populisti per profetizzare imminenti grandi depressioni, peggio del commercialista di Sondrio), pero' ci sono alcune cose da dire:

- E' vero che i derivatives di per se' sono giochi a somma zero, ma l'effetto dell'improvvisa fine della sottovalutazione del rischio, che era spensieratamemte diffusa negli anni passati, sta rischiando di far scendere per via indiretta il valore patrimoniale complessivo. Le monolines e le altre istituzioni finanziarie hanno in passato emesso CDS il cui ammontare complessivo era stimato l'anno scorso in 45 trilioni di dollari. Se le istituzioni che emesso questi CDS (le varie Ambac, MBIA etc.) cominciano a dover pagare per l'insolvenza di anche una piccola frazione delle obbligazioni sottostanti che i CDS assicurano, rischiano di perdere una fetta importante del loro capitale e vedersi tagliare il rating: il che fara' automaticamente abbassare il rating di tutte le altre obbligazioni coperte da CDS emesse da loro (non solo dei CDO tranches), e percio' diminuira' il valore di mercato di tali obbligazioni -- anche se assolutamente nulla e' cambiato nella solvibilita' di chi le aveva emesse (p.es., amministrazioni locali).

- L'eventualita' piu' paventata per i suoi possibili effetti sistemici e' non tanto quella di perdite da insolvenza in se' e per se', quanto di una stretta creditizia globale, causata in parte dalla crescente sfiducia reciproca tra le banche (vedi la crescita dello spread tra LIBOR e tassi di sconto, che e' un premio di rischio), in parte da possibili downgrades del rating delle obbligazioni di cui sopra (banche che le hanno a patrimonio vedrebbero scendere il proprio Tier 1 Capital, il che a sua volta le forzerebbe a limitare i prestiti), e in parte dall'improvvisa scomparsa del cosiddetto "shadow banking system" (che Roubini menziona al punto 9). Quest'ultimo aveva fornito credito e percio' liquidita' in modo poco visibile e non regolato, dato che era composto da non-banche o da conduits/SIV etc. appartenenti a banche ma fuori bilancio, e ora improvvisamente non c'e' piu' - anche perche', non avendo accesso alle discount windows delle banche centrali, e' stato colpito dalla crescita dei tassi LIBOR. Ed e' per questo, forse, che BB ha deciso di tagliare i tassi in modo cosi' aggressivo.

è anche vero (giusto per fare il bastian contrario) che l'unica banca fin'ora insolvente non aveva conduit/SIV fuori bilancio ma solo una "raccolta" eccessivamente sbilanciata sull'interbancario. Intendo: andrebbe valutato quanto i SIV fossero inseriti una strategia coerente di asset & liabilities matching; che capacità hanno le banche di rifinanziarsi (non male se si guarda a soc gen o anche al takeover di BoA su Countrywide). Inoltre: "e percio' diminuira' il valore di mercato di tali obbligazioni -- anche
se assolutamente nulla e' cambiato nella solvibilita' di chi le aveva
emesse (p.es., amministrazioni locali)": se nulla cambia nella solvibilità di chi le ha emesse ma il valore di mercato cala, siamo tutti invitati a farci un pasto gratis, almeno finché qualcun altro non se ne accorge.

Giusto per fare un po' anche il pessimista, leggevo che la geografia della recessione è molto poco uniforme, ma che la debolezza del mercato immobiliare rischia di indebolire l'espansione delle aree in crescita, che non riuscirebbero ad attrarre gente dalle aree in crisi (dove è difficile vendere la casa): incide davvero questa cosa?

che capacità hanno le banche di rifinanziarsi (non male se si guarda a
soc gen o anche al takeover di BoA su Countrywide).

In questa ricapitalizzazione e' interessante il ruolo che stanno giocando i cosiddetti "Sovereign Wealth Funds", che gestiscono le immani riserve valutarie di paesi con elevati surplus commerciali in Asia e Medio Oriente. Forse, in questo modo, questi paesi riusciranno a recuperare qualcuno dei crediti che hanno verso i loro clienti nei paesi ad alto deficit come gli Stati Uniti, ottenendo beni reali come partecipazioni in istituzioni finanziarie anziche' semplici cambiali chiamate "Treasuries"... Sinora, l'accumulazione di crescenti riserve stava procedendo come una "folie à deux" tra le due parti - o meglio, a un consapevole gioco delle parti nello spirito del Sonetto 138 di Shakespeare ("on both sides thus is simple truth suppressed"). La cosa antipatica di questa soluzione e', purtroppo, il ruolo di preminenza che essa da' ai governi nazionali, anziche' ai loro cittadini.

Inoltre: "e percio'
diminuira' il valore di mercato di tali obbligazioni -- anche
se assolutamente nulla e' cambiato nella solvibilita' di chi le aveva
emesse (p.es., amministrazioni locali)": se nulla cambia nella
solvibilità di chi le ha emesse ma il valore di mercato cala, siamo
tutti invitati a farci un pasto gratis, almeno finché qualcun altro non
se ne accorge.

Il valore scende perche' scende il rating non di chi le aveva emesse, ma di chi le aveva assicurate (elevandolo cosi' a quello proprio, che era triplo-A). Se ora quest'ultimo crolla, e' come se il fideiussore di un prestito diventasse improvvisamente ancor meno affidabile del debitore originale, vanificando il proprio contributo...

Sì, sul pasto gratis ho detto una stronzata :)

Una domanda, seria. Tu (Enzo) scrivi

Le monolines e le altre istituzioni finanziarie hanno in passato emesso CDS il cui ammontare complessivo era stimato l'anno scorso in 45 trilioni di dollari.

Ho letto questa cifra da varie parti. Da dove viene e quali sono i suoi fondamenti? La cosa mi incuriosisce, e vorrei capire (ma non ho il tempo per farlo) cosa direbbe un modello teorico sulla fonte dei miei dubbi.

Mi spiego: Io capisco che, se io re-assicuro con Gigio la mia assicurazione del tuo swap che a sua volta è stato emesso per assicurare un'esposizione assicurativa che avevi offerto a Toni su un tot di obbligazioni che lui aveva emesso per ..., e tutti finiamo ad essere clienti delle monolines, il valore nominale che queste assicurano può diventare più grande del valore degli underlying assets, anche di uno o due ordini di grandezza. Ok, capito.

MA: il PIL USA non arriva a 15 trilioni. Il Kapital/Output ratio, mi dicono i colleghi che se ne intendono, è di 4 quando ci si mettono dentro tutte le attività residenziali, altrimenti è di 2.3. Questo vuol dire che il valore di K negli USA è circa 60 trilioni. E questi ne assicurano da soli i 3/4?

Ho letto questa cifra da varie parti. Da dove viene e quali sono i suoi fondamenti?

Wikipedia, nel suo articolo sui CDS, da' come riferimento questo documento della BIS, dove la cifra per i contratti aperti in tutto il mondo (non solo US) e' stimata in $42.580 trilioni a giugno 2007 (tabella 4, a pagina 15). Il bello e' che solo a dicembre 2006 era $28.650 trilioni, e sei mesi prima prima $20.352 trilioni (nemmeno giocassero a "lascia o raddoppia"). E' una porzione abbastanza limitata del mercato globale dei derivatives over-the-counter (347 trilioni a giugno 2007 !!!) ma con una crescita comparativamente molto piu' rapida.

Non tutti questi CDS sono stati emessi da monolines, che secondo quest'articolo dell'Economist nel 2006 assicuravano "solo" $3.3 trilioni di emissioni (di cui 390 miliardi in CDO). Quello che e' preoccupante e' la proporzione col capitale delle monolines, che e' stimato dalla loro associazione in soli 34 miliardi di dollari, cioe' l'1% dei titoli che assicurano, e meno del 10% dei CDO tranches... Confronta con i ben piu' stringenti Tier-1 capital requirements delle banche imposti da Basel I e II.

E' per questo che c'e' tanta agitazione al momento sul futuro delle monolines da parte dei loro regulators (che non sono federali ma locali: dato che esse sono prevalentemente in New York, la persona cui spetta l'iniziativa e' il regulator delle assicurazioni nello stato di NY, Eric Dinallo). Una delle eventualita' considerate e' la separazione delle monolines in entita' gemelle, le prime lasciate ad assicurare i Municipal Bonds e altri titoli "normali", e le seconde con CDO tranches e altre scorie tossiche. In questo modo, gli effetti dell'abbassamento del rating delle seconde (o anche il loro fallimento) non si ripercuoterebbe sui Muni Bonds e sulle banche che li hanno a patrimonio. Un'altra eventualita' e' l'arrivo di nuovi assicuratori non contaminati da CDO: Warren Buffett si era giorni fa dichiarato disponibile anche a prendere in carico parte dell'esistente portafoglio delle monolines, anche se ha recentemente ufficialmente ritirato l'offerta.

Grazie Enzo. Ora i numeri sono decisamente più sensati. Anche 3300 miliardi sono una bestialità quando hai un capitale di 3.4 miliardi, ma almeno ci si capisce qualcosa.

Questa delle monolines e della loro natura "deviata" (almeno nell'ultimo quinquennio) è un altro classico caso del Miller-Meta-Theorem: l'innovazione finanziaria è sempre un passo più avanti della regolazione,  che affannosamente la rincorre determinando nuova innovazione per sfuggire proprio ai vincoli che la regolazione pone. Solo che - molte volte e sempre più spesso per quanto mi riguarda - ho l'impressione che il "segno"  del teorema di Merton vada rovesciato: l'innovazione finanziaria sembra voler sfuggire alla regolazione per offuscare, per far sparire l'informazione necessaria ad una valutazione razionale del valore dei titoli da parte del mercato. Insomma molta innovazione sembra  essere diretta non a generare una più "efficiente" (nel senso tecnico della parola) allocazione del rischio con annessa creazione di informazione pubblica e simmetrica, ma l'esatto contrario.

Sembra tesa ad inventare strumenti che permettano la creazione di asimmetrie forti nel possesso dell'informazione - gli "insiders", ossia i banchieri, versus "il resto", ossia i risparmiatori anonimi che non possono capire quanto succede, perché l'innovazione finanziaria intenzionalmente offusca l'informazione. Asimmetrie informative che permettono l'assunzione di rischi che, non essendo trasparenti, non sono propriamente valutati e che portano, quando le cose vanno male, all'eterno moral hazard, con l'intervento del denaro pubblico per evitare il disastro e le perdite a carico dei "piccoli operatori ignavi", mentre i furbetti del quartierino hanno già girato l'angolo con la bisaccia gonfia delle loro "ruberie". Perché ruberie mi sembrano essere. Tema per una tesi controversa, ma originale, sulla natura e funzione dell'innovazione nei mercati finanziari. Qualche valente giovane è interessato/a?

Non ti seguo del tutto. I monoline insurers hanno sicuramente fatto porcate, ma svolgono anche una funzione utile e difficilmente sostituibile nei mercati finanziari. Alcune considerazioni:

1) Le monolines nascono proprio per ridurre le asimmetrie informative. I muni bonds sono prodotti molto complessi (sono emessi da istituzioni particolari; sono legati a flussi di cassa specifici e spalmati nel tempo, e spesso legati alla realizzazione di opere o altri avvenimenti futuri...). Valutare correttamente strumenti del genere non è da tutti. Così qualcuno si è preso la briga di specializzarsi ed "assicurare" questi bonds, creando in effetti dei nuovi prodotti finanziari detti "wrapped bonds"(WB). In pratica, le monolines si impegnano affinché chi compra un WB riceva interessi e principal come indicato dal bond sottostante; per questo, ricevono una fee. I WB prendono quasi sempre il rating della società che li "assicura", perché di solito è molto alto (AAA). Questo aumenta la liquidità del titolo e permette un'enorme espansione dei mercati in questione.

Essendosi specializzati nel "valutare cose strane", le monolines hanno continuato su quella strada, lanciandosi su un sentiero che sembrava dritto e profittevole, quello delle asset-backed securities. Anche in questo caso, si tratta di strumenti molto specifici e difficili da valutare. Negli scorsi anni, poi, erano strumenti che "tiravano" un sacco, e sembravano offrire buon rendimento con poco rischio di default.

In tutti questi casi, l'intervento delle monolines ha permesso di "aprire" dei segmenti di mercato: ci sono mercati che senza di loro non potrebbero esistere (e che, quindi, sono de facto già chiusi e lo rimarranno per un po'). Queste sono ovviamente le zone dove la puzza di marcio è più forte...

2) Se il rating di una monoline viene abbassato, si abbassa anche quello dei WB che essa vende (a meno che il sottostante non abbia già di suo un rating pubblico e molto elevato). Questo crea molti problemi, perché tipicamente chi compra un WB HA NECESSITA' DI AVERE IN PORTAFOGLIO TITOLI CON RATING MOLTO ALTO, per esempio per rispettare i vincoli di capitale di Basilea 2. Qui vien fuori con forza il problema del rating, della sua funzione poco chiara e della sua auto-referenzialità.

3) Il problema delle regole è importante. Ad oggi non ci sono indicazioni chiare, per esempio, sui requisiti di capitale di queste società. Le grosse monolines NON sembrano, per ora, avere problemi per trovare investitori (parlo anche di quelle in crisi, come MBIA ed Ambac). Prima di impegnarsi in un piano di ricapitalizzazione, però, hanno bisogno di capire una volta per tutte quale livello di capitale soddisferebbe il legislatore e/o le società di rating. Questi ultimi soggetti non sono ancora in grado di fornire simili risposte, e questo peggiora le cose: più passa il tempo, più la situazione diventa difficile, meno l'investire nelle monolines diventa attraente.

4) La soluzione di "spaccare" le monolines mi sembra difficilmente percorribile. Le tranches giudicate peggiori si dissolverebbero immediatamente. Infatti, come argomentato al punto (2), un declassamento significativo scatenerebbe una pioggia di vendite, scatenando un circolo vizioso. Su queste premesse, trovare investitori x ricapitalizzare sarebbe impresa ardua. Insomma, sarebbe fallimento sicuro. Oltre alle ripercussioni sui mercati, questi fallimenti si trascinerebbero dietro un'infinità di processi: gli investitori si fidano delle monolines anche perché sanno che queste ultime hanno in portafoglio anche titoli di ottima qualità.

Avevo altro da dire, ne sono sicuro... quando mi ricordo continuo...

Luigi secondo me non volendo hai fatto una analisi che RAFFORZA quanto detto da Michele non il contrario. Tu dici  correttamente:

I muni bonds sono prodotti molto complessi (sono emessi da istituzioni particolari; sono legati a flussi di cassa specifici e spalmati nel tempo, e spesso legati alla realizzazione di opere o altri avvenimenti futuri...). Valutare correttamente strumenti del genere non è da tutti. Così qualcuno si è preso la briga di specializzarsi ed "assicurare" questi bonds, creando in effetti dei nuovi prodotti finanziari detti "wrapped bonds"(WB). In pratica, le monolines si impegnano affinché chi compra un WB riceva interessi e principal come indicato dal bond sottostante; per questo, ricevono una fee. I WB prendono quasi sempre il rating della società che li "assicura", perché di solito è molto alto (AAA). Questo aumenta la liquidità del titolo e permette un'enorme espansione dei mercati in questione.

come tu vedi fai una analisi del male (asimmetreie informtive) perfetta. Siccome si titoli sottostanti sono di difficile valutazione, l'assicurazione prestata (che si esplica nel rating alto dato ai WB) in realtà ha un valore proprio perché gli investitori non hanno modo di comprendere a pieno il profilo di rischio. L'informazione veicolata con il nuovo WB rimane di pertinenza dei monolines. In pratica si spalma il rischio sottostante sul mercato, e in contropartita si ha una fee. Se non è un gioco con (nuova) assimmetria informativa questo non so cosa lo sia!

OK, OK, ma l'alternativa qual è? Mai voluto dare addosso a Michele, è che proprio fatico a capire dove vuole andare a parare.

Sembra tesa ad inventare strumenti che permettano la creazione di
asimmetrie forti nel possesso dell'informazione - gli "insiders", ossia
i banchieri, versus "il resto", ossia i risparmiatori anonimi che non
possono capire quanto succede, perché l'innovazione finanziaria
intenzionalmente offusca l'informazione.

Una perla che e' emersa recentemente (vedi p.es. quest'articolo del Daily Telegraph e questa copia di un articolo pubblicato sul FT ) e' che le assicurazioni fornite da AIG erano apertamente usate per permettere ad altre istituzoni finanziarie regolate di evadere i capital reserve requirements imposti da Basel I e II:

At the end of June, $307bn of AIG's CDS portfolio was used by financial
institutions, principally in Europe, to provide "regulatory capital
relief, rather than risk mitigation", the insurer said.

Questa candida affermazione sta scritta in un 10-Q filing di AIG, quindi non era esattamente un segreto. Quel che uno si chiede e' quali sonni dormissero i regolatori del settore assicurativo, nonche' i legislatori che apparentemente non trovavano incongruo che le banche fossero regolate a livello federale, ma le assicurazioni a livello di singoli stati...

 

Bah, Michele, fatico a capire...

L'articolo di Roubini cui tu fai riferimento, trascritto qui nella sua versione inglese, è palesemente un esercizio di worst-case scenario, utile soprattutto a mettere in luce alcune possibili "zone d'ombra" del sistema ed evidenziare collegamenti esistenti tra cose diverse. Il fatto che lui "non sveli le formule magiche" è quindi abbastanza naturale: stiamo parlando di un esercizio teorico. A meno che il succo di questa prima parte non sia attaccare queste poche righe:

To understand the risks that the financial system is facing today I present the "nightmare" or "catastrophic" scenario that the Fed and financial officials around the world are now worried about. Such a scenario - however extreme - has a rising and significant probability of occurring. Thus, it does not describe a very low probability event but rather an outcome that is quite possible.

Una nota di merito, poi. (Premetto che non sono un esperto, e mi limito a mettere assieme cose che ho letto negli ultimi mesi.) Un crollo del 20 e rotti % dei prezzi del residential real estate viene definito probabile da più parti. Krugman e DeLong ne parlano nei loro blog, a più riprese (per Krugman, qui, qui e qui, tanto per citarne un paio). Un altro confronto che può essere utile è quello col commercial real estate. Il CRE è considerato in condizioni migliori del RE residenziale, la bolla sembra essersi formata con meno irruenza: si vedano riferimenti comparsi nel NYTimes sul tema. Ciononostante, anche nel CRE si prevedono crolli molto bruschi:

 http://calculatedrisk.blogspot.com/2008/03/goldman-on-cre-price-decline-of-21-to.html

Se tanto mi dà tanto, il primo degli "steps" di Roubini è forse il meno improbabile...

EDIT: aggiungo un altro post di Krugman: http://krugman.blogs.nytimes.com/2008/02/13/bubble-bubble/

in particolare, si noti:

First, housing prices are sticky — it’s not like the stock market, where things fall quickly. In past bubbles, home prices have declined gradually, over years, as sellers painfully gave up exaggerated notions about what they could get.

 

Almeno che il succo di questa prima parte non sia attaccare queste poche righe: " [...] Thus, it does not describe a very low probability event but rather an outcome that is quite possible.

E ti par poco? Mica è necessario ripeterlo ad ogni riga che si ritiene questo lo scenario probabile, basta dirlo all'inizio! Anche in questo caso, poi, beata ambiguità: cosa vuol dire "quite possible"? Mah ..

Non mi sembra di "attaccare", semplicemente io riporto i dati e faccio delle stime esplicite su ciò che è, al momento, maggiormente probabile. NR, come tutti i profeti di sventura dalla notte dei tempi in poi, descrive la visione  dell'apocalisse che ha ricevuto per vie imperscrutabili. Tutto lì.

Per quanto riguarda poi Krugman, la cosa più interessante sono i grafici riportati nel sito di Tabarrok e la discussione lì contenuta. Una sola osservazione: il fatto che i prezzi delle case scendano lentamente (rispetto alla velocità con cui scendono i prezzi delle azioni nel mercato azionario) è dovuto al fatto che segnalo nel mio post (che ad ogni momento nel tempo solo una piccola percentuale dello stock è in vendita), il che rende meno probabili le super-catastrofi.

Ricollegandomi a quanto dice Michele a proposito della legge probabilistica di accadimenti indipendenti, vorrei solo far notare che il copione di NR ha questo di poco credibile: mostar il tutto come catena (causale) del primo avvenimento, Rileggetevi bene l'articolo e ricaverete la stessa impressione, da fine del mondo appunto. Il trucco sta nel presentare il primo accadimento (il più probabile a detta degli esperti, e non ho strumenti per dissentirne) come causa certa di una cascata di effetti, a loro volta causa certa di alti. E questa catena di Sant'Antonio avrebbe così la stessa probabilità di accadimento del primo evento scatenante. Ora, i fenomeni descritti sono certamente lontani dall'essere perfettamente un insieme di cause-effetti. Hanno interrelazioni difficili da stimare, nella migliore delle ipotesi. L'unica cosa certa mi sembra sia il fatto che NR stia giocando a rischio zero con previsioni (?) incerte. Se vincesse, (probabilità infima), noi avremmo il nuovo profeta del disastro stile 29, e lui un bel pay-off da notorietà. Se perdesse (complemento a uno di quanto sopra) noi rimarremmo con la solita (ingiusta) impressione che l'economia sia una simil-scienza, mentre lui potrebbe sempre giustificarsi con il giochino del worst possible scenario. Un bel gioco con adverse selection, non c'è che dire! 

Buffo che NR non faccia menzione dei prezzi del petrolio. Se devo essere pessimista, soprattutto sulla situazione usa, lo sarei su quello piu' che sulla bolla immobiliare. Io non riesco a vedere la bolla immobiliare come lo starter che e' visto li' considerato che una parte significativa di chi compra casa lo fa per viverci almeno un 5-10 anni, no?

Diverso il discorso sul petrolio pero'. Si prevede la benzina arrivi a 4$ al gallone entro l'estate, salvo imprevisti, e questi mattacchioni ancora sognano il canyonero.

Concordo, se proprio di catastrofismo si deve scrivere, cosa meglio del petrolio di questi tempi? Banale, ma sempre efficace.

In generale, io mi trovo d'accordo con quanto scrive il Financial Times in questo articolo. Buffo che un'ammontare enorme di horror economics (ma anche non horror, mai visto un tale proliferare di articoli finanziari dai tempi del botto delle borse asiatiche nel '98...) si dedichi ad esercizio di forecast basato sul solo dato USA, come fosse un'isola avulsa dal mondo globalizzato...

Horror economics (I)

3/3/2008 - 19:07

Copio e incollo un commento dal blog della mia facoltà:

 

Mi viene in mente che un economista (non ricordo chi, non ricordo dove, non ricordo quando, magari uno mi aiuta a ricordare) diceva che quando si viene richiesti di un punto di vista in un contesto sociale occorre "sparare" sempre in una delle due code della distribuzione degli eventi possibili; occorre essere assolutamente e irragionevolmente pessimisti o irragionelvolmente ottimisti. E' una tecnica di promozione personale. Se uno dice una cosa media non viene ricordato. Se invece uno "spara" su una coda, poi ne deriva o che si è ricordati come una persona che parlava d'altro o come di un essere assolutamente geniale, e lo si rimane per sempre. Basta azzeccare la "coda" giusta un paio di volte che l'effetto reputazione vale per sempre, fino ai 90 ann

Roubini dovrebbe riprendere quanto detto in questi due articoli sull'Italia, per informare coloro che avevano letto e creduto ai suoi scenari, se la probabilità di uscita dell'euro dell'Italia nel frattempo è aumentata o diminuita. Servirebbe presentare un nuovo quadro astrale per l'Italia. Forse la precessione degli equinozi lo ha confuso.

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1967.html

 http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=ALBF5

Roubini dovrebbe riprendere quanto detto in questi due articoli
sull'Italia, per informare coloro che avevano letto e creduto ai suoi
scenari, se la probabilità di uscita dell'euro dell'Italia nel
frattempo è aumentata o diminuita. Servirebbe presentare un nuovo
quadro astrale per l'Italia. Forse la precessione degli equinozi lo ha
confuso.

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1967.html

Roubini dice chiaramente "se non vi saranno riforme".

Le riforme non sono state fatte ed il pericolo è rimasto attuale: basta leggere gli odierni commenti sugli spread dei cct italiani.

La confusione attribuita a Roubini dev'essere di qualcun'altro. 

 

D'accordo prima della scorsa estate lo spread coi bund tedeschi era di 19 punti e ieri ha raggiunto i 54,1. Sulle riforme l'ultimo rapporto OCSE ci promuove sulle liberalizzazioni e la lotta all'evasione fiscale e ci boccia sulla mancata detassazione dei salari, sull'assenza della contrattazione di secondo livello e sulla scarsa produttività. D'accordo, quindi, che in Italia le riforme procedono a rilento. Ma quello che io mi chiedevo è di quanto è aumentata la probabilità di uscire dall'euro per l'Italia dal 2006 nel quadro tracciato da Roubini. (PS Pur non avendolo scritto ritenevo e ritengo anch'io lo scenario di Roubini per l'Italia "altamente improbabile").       

Lo spread tra bond di paesi diversi può essere un indicatore di un inizio di divaricazione. Per ipotizzare una uscita dall'euro occorre pensare ad una crisi finanziaria generalizzata, che localmente pesa in maniera drasticamente differente in due paesi diversi.

Se, per ipotesi fantasiosa, le banche italiane fossero gravemente compromesse con i mutui subprime, se la BCE fosse costretta ad immettere liquidità per salvare dette banche, i tedeschi potrebbero legittimamente chiedersi perché devono pagare anche loro per le scelleratezze altrui.

Chiaramente l'uscita dall'euro sarebbe soprattutto una scelta politica. Ma per ragioni finanziarie. 

Lo spread tra BTP e Bund è anzitutto l'indicatore del diverso merito di credito di Italia e Germania; questo allargamento è causato da una maggiore percezione del rischio, piu' che dall'aumento del rischio paese relativo all'Italia - altrimenti non si spiegherebbe perché l'avanzo primario e lo spread si muovono nella stessa direzione.

Quanto all'ipotesi fantasiosa, non mi sembra comunque sufficiente a determinare un'uscita dell'Italia dall'Euro. Se applichiamo lo stesso ragionamento, noi italiani (o i francesi, gli spagnoli, ecc.) potremmo chiederci perché la BCE dovrebbe intervenire per salvare le banche tedesche compromesse coi mutui subprime (e al momento la situazione è proprio questa, IKB docet). Il caso limite dovrebbe essere un default della Repubblica Italiana, ma qui siamo nel reame dell'altamente improbabile...

Lo spread tra BTP e Bund è anzitutto l'indicatore del diverso merito di
credito di Italia e Germania; questo allargamento è causato da
una maggiore percezione del rischio, piu' che dall'aumento del rischio
paese relativo all'Italia - altrimenti non si spiegherebbe perché
l'avanzo primario e lo spread si muovono nella stessa direzione.

Esatto: non dimentichiamo quanto si e' allargato lo spread tra i tassi LIBOR di dollaro, sterlina ed euro e i loro corrispondenti tassi di sconto... E per certe banche poi e' pure peggio: ieri FT riportava che l'islandese Kaupthing, a cui Fitch peraltro assegna un piu' che rispettabile rating A/F1, sta raccogliendo soldi con piazzamento privato di obbligazioni non assicurate perche' che assicurarle con CDS le costerebbe circa il 7% (dallo 0.3% che era otto mesi fa)!

La verita' e' che gli investitori stanno tardivamente riconsiderando il rischio di insolvenza, forse ora valutandolo anche piu' del dovuto.

http://www.ft.com/cms/s/0/604ce6c6-e564-11dc-9334-0000779fd2ac.html (non trovo equivalente senza registrazione)

Lending to non-financial corporations increased at an annual rate of
14.6 per cent in January – the fastest since the launch of the euro in
1999, according to European Central Bank figures. In December, lending
had increased by 14.5 per cent.

Roubini dovrebbe riprendere quanto detto in questi due articoli
sull'Italia, per informare coloro che avevano letto e creduto ai suoi
scenari, se la probabilità di uscita dell'euro dell'Italia nel
frattempo è aumentata o diminuita. Servirebbe presentare un nuovo
quadro astrale per l'Italia. Forse la precessione degli equinozi lo ha
confuso.

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1967.html

 http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=ALBF5

Vedo oggi che su Intrade ora e' trattato il contratto EURO.DROPPED.2010, basato sulla possibile uscita di uno dei paesi membri dalla zona Euro entro la fine del 2010. Gli scommetittori (peraltro pochi, e con spread Bid/Ask giganteschi) sembrano essere piuttosto sanguigni: oggi il contratto e' dato a 33.5. 

"Un derivato, per definizione, è un gioco a somma zero..."

"La perdita NETTA del sistema sarà uguale alla perdita di valore del fondamentale..."

Questo mi sembrano due grossi errori.

Il primo, perché le somme coinvolte sono così grandi e i soggetti coinvolti sono così importanti, da non potersi permettere un fallimento di questi. Sarebbe come dire che se uno speculatore italiano diventa straricco e Banca Intesa (per esempio) fallisce, allora va tutto bene perché "il derivato, per definizione, è un gioco a somma zero...".

Nella realtà, le banche centrali immettono liquidità in soccorso delle banche in difficoltà, facendo impennare l'inflazione. Vuol dire che, i danni, li paghiamo tutti noi.

Olte a ciò, faccio notare che ad una perdita del sottostante del 10% può corrispendere una perdita (innescata da un relativo prodotto derivato) del 100% e oltre.

 

La tua definizione di "errore" sembra la seguente: affermazione tecnicamente corretta, le cui implicazioni io [Mr or Ms pasdaq] non gradisco. Quindi protesto.

Contento te, contenti tutti. Anche perché, poi, affermi cose che ho già detto, a iosa, altrove e che derivano dalle mie affermazioni che consideri "erronee", ossia

Nella realtà, le banche centrali immettono liquidità in soccorso delle
banche in difficoltà, facendo impennare l'inflazione. Vuol dire che, i
danni, li paghiamo tutti noi.

Se Banca Intesa fallisce perché ha sbagliato investimenti in derivati (cosa che nella realtà non sembra essere il caso, ma è esempio tuo) vuol dire che BI è uno speculatore stupido, quindi è bene che fallisca. Lo "speculatore" che ci guadagna non solo sa fare il proprio lavoro, quindi è uno speculatore intelligente, ma probabilmente è un'altra banca. Quindi, mi dispiace, la ricchezza netta del sistema bancario non varia a causa della perdita di BI sul derivato. Varia per la perdita di valore del sottostante. Che poi uno sia affezionato a BI e consideri gli altri dei meri "speculatori", mi sembra una questione di gusti. Ed i gusti, come le opinioni, meglio lasciarli fuori dalla porta quando si discute di questioni finanziarie.

Olte a ciò, faccio notare che ad una perdita del sottostante del 10%
può corrispendere una perdita (innescata da un relativo prodotto
derivato) del 100% e oltre.

Certamente, il valore della perdita sul derivato può essere un ordine di grandezza maggiore della variazione nel valore del sottostante o dei soldi inizialmente investiti nel derivato medesimo! Ma, DI NUOVO, è un fatto che se io guadagno 100 con un'opzione che mi è costata 10, quello che mi ha venduto il diritto di opzione li perde quei 100. La somma è di nuovo ZERO, piacciano o non piacciano le conseguenze logiche di questo FATTO.

... Lo "speculatore" che ci guadagna non solo sa fare il proprio lavoro,
quindi è uno speculatore intelligente, ma probabilmente è un'altra
banca. Quindi, mi dispiace, la ricchezza netta del sistema bancario non
varia a causa della perdita di BI sul derivato. Varia per la perdita di
valore del sottostante. ...

Sono tendenzialmente a favore del fallimento degli speculatori stupidi.

La
cosa cambia un pochino ne momento in cui, a causa delle banche, si
ritrovano falliti aziende e famiglie che a loro hanno affidato i propri
risparmi.

La cosa cambia totalmente nel momento in cui, per evitare il fallimento di una banca, interviene una banca centrale a distribuire liquidità a tutti per tappare la falla di qualcuno. Così, tramite dinamiche inflattive, la falla di qualcuno la paghiamo tutti.

A questo punto il gioco non è più a somma zero!

Certamente, il valore della perdita sul derivato può essere un ordine
di grandezza maggiore della variazione nel valore del sottostante o dei
soldi inizialmente investiti nel derivato medesimo! Ma, DI NUOVO, è un
fatto che se io guadagno 100 con un'opzione che mi è costata 10, quello
che mi ha venduto il diritto di opzione li perde quei 100. La somma è
di nuovo ZERO, piacciano o non piacciano le conseguenze logiche di
questo FATTO.

 Ma se io perdo 100, e sono una banca, e rischio il fallimento, se interviene la BCE e mi "presta" 100 per tornare a speculare, allora il gioco non è più a somma zero!

Prima abbiamo 100+100, poi abbiamo 100 (io, la somma prestatami dalla BCE) + 200 (lo speculatore vincente, 100 di prima + 100 vinti a me nella speculazione).

E questi sono FATTI che stanno accadendo con particolare frequenza da agosto 2007 ad oggi.

Giovanni

 

Horror economics (I)

4/3/2008 - 19:41

Michele hai mica qualche dato sulla diffusione degli Home Equity Loans negli USA e nel gruppo di households con merito di credito subprime? Perché uno dei fattori di contagio da crisi del credito immobiliare a crisi del credito generalizzata dovrebbe essere questo.

per adesso tengono: guardate questo report di Miller Samuel. I prezzi mediani sono scesi nell'ultimo quarter 2007 dell'1.7%. I prezzi medi per piede quadro sono ancora leggermente aumentati (l'effetto di luxury sales, tutti i giapponesi ed europei che comprano...)

E' vero pero' che i tempi sul mercato si stanno allungando, e c'e' un sacco di new construction che sta per essere posta in vendita.... vedremo. 

Franco Debenedetti in un articolo su "il sole 24 ore" di oggi riporta delle considerazioni fatte anche da Michele Boldrin...... Lassù forse qualcuno ci legge

"In tempi difficili tengono banco i pessimisti. L'arcipessimista Nouriel Roubini, della NYU, quello che nel 2006 aveva previsto la nostra uscita dall'euro in cinque anni, è autore di uno scenario, ripreso anche con grande evidenza, in cui si succedono 12 eventi che, propagandosi dalla finanza all'economia, conducono a un "meltdown" catastrofico. Facendo delle liste, si incolonnano i fenomeni in modo sequenziale, e non si colgono i rapporti strutturali che ne determinano il concatenamento. Le probabilità che si verifichino 12 eventi (non correlati) è data dal prodotto delle probabilità di ogni singolo evento: per quanto elevata la probabilità di ciascuno, quella complessiva diventa molto bassa" 

http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/080305/hctar.tif

 

Franco Debenedetti in un articolo su "il sole 24 ore" di oggi riporta
delle considerazioni fatte anche da Michele Boldrin...... Lassù forse
qualcuno ci legge

...

http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/080305/hctar.tif

Il fratello Carlo sembra pensarla diversamente:

"Questa è una crisi destinata a durare. La mossa inusuale della Fed,
quando sarà stata digerita dai mercati nel suo significato reale,
rischia di confermare un senso di affanno."

...

"In realtà nessuno sa quando toccheremo il fondo del barile. Di certo la
caduta del mercato immobiliare americano non è un fenomeno che si
esaurisce in un trimestre. C'è il rischio che quanto abbiamo visto
finora sia solo un inizio."

...

"E' vulnerabile l'intero settore dei finanziamenti al consumo,
cominciando dalle carte di credito. Negli Stati Uniti spesso i
consumatori possiedono più di una carta di credito e le utilizzano fino
al massimo scoperto consentito. Alcune banche che emettono carte di
credito cominciano a segnalare insolvenze dei clienti fino al 30%."

Che qualcuno quaggiù mi legga nel pensiero?

;)

 

http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/economia/borse-calo-1/crisi-precedenti/crisi-precedenti.html

 

"A mio avviso i dati, i fatti e la teoria economica suggeriscono che non di una normale recessioncina si tratta (come pensavo, erroneamente, circa un anno fa sulla base dell'evidenza allora disponibile) e che alcuni cambiamenti radicali, germogliati e cresciuti nell'ultimo quindicennio, sono oramai maturi ed operanti. "

 Sarebbe probabilmente opportuno aspettare la pubblicazione della terza parte di "Horror economics" per capire di cosa si tratta. Non conosco molto bene le statistiche a riguardo (non sono un economista, nè minimamente del mestiere, m'interesso e basta), ma ho come l'impressione che l'impiego speculativo di capitale (finanza) abbia preso parecchio terreno rispetto ad un suo impiego produttivo (investimenti industriali), oppure sono io che non valuto bene gli effetti della globalizzazione e guardo solo alle cose come accadono all'interno del vecchio mondo occidentale? oppure mi sbaglio del tutto?

Tra l'altro mi sembra che la diminuzione dei costi avvenga sempre più a spese degli elementi della produzione (lavoratori, macchine, infrastrutture,...) che non grazie all'introduzione di capitale produttivo più avanzato.

E poi il mostruoso indebitamento, mi pare senza alcun precedente storico.

Ammetto di essere confuso. Lavoro da anni e mi sembra che la tendenza sia verso un continuo degrado della situazione, anche nell'output generale delle merci e servizi prodotti (beni e servizi di lusso esclusi: quelli sono fantastici!).

Mi fermo quà perchè in effetti l'unica domanda che avrei da inesperto è: E' possibile che la crescita del sistema finanziario abbia buttato all'aria l'equilibrio tra capitale monetario, credito ed accumulazione? Vi è uno scostamento in crescita fra l'andamento del profitto complessivo e l'incremento del debito complessivo ?

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