Horror Economics (II)

10 marzo 2008 michele boldrin

Dove sostengo che - al di là delle enormità che proferisce, nonostante l'opacità dei suoi ragionamenti, al di sotto del borioso registro della sua prosa da compito in classe al classico – Giulio Tremonti è per una volta riuscito a dire una cosa mezzamente saggia. Usando un minimo di economia e un paio di fatti cercherò di spiegare perché è così.

Non escludo che GT (noto ai lettori di questo blog come il "commercialista da Sondrio")abbia profferito tal saggezza per caso. Brani d'economia dell'orrore come i seguenti lo suggeriscono.

È finita in Europa l'"età dell’oro". È finita la fiaba del progresso economico continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la “cornucopia” del XXI secolo. Una fiaba che pure ci era stata così ben raccontata. Il tempo che sta arrivando è un tempo di ferro. I prezzi – il prezzo delle merci e del petrolio, il prezzo del denaro e degli alimentari – invece di scendere, salgono. [...] Quando la storia compie una delle sue grandi svolte, quasi sempre ci troviamo davanti l’imprevedibile, l’irrazionale, l’oscuro, il violento e non sempre il bene. Già altre volte il mondo è stato governato anche dai demoni. [...] Quello che doveva essere un paradiso salariale, sociale, ambientale si sta infatti trasformando nel suo opposto. Va a stare peggio chi stava già peggio. Sta meglio solo chi stava già meglio. E non è solo questione di soldi. Perché la garantita sicurezza del benessere che sarebbe stato portato dalla globalizzazione si sta trasformando in insicurezza personale, sociale, generale, ambientale.

Se non siete pasciuti consiglio “Politica”, è uno spasso. Il mio obiettivo, però, è di argomentare che GT ha ragione sulla questione del libero commercio con l’Asia - e torto su tutto il resto, ma questo lasciamolo per la terza puntata di Horror Economics.

Mi dichiaro dunque (lo sono da tempo: mi convinse Ed Leamer 18 anni fa) a favore di un moderato e transeunte neo-protezionismo.

 

Sul piano economico la "globalizzazione liberista" è, in via di principio, una cosa vantaggiosa per tutti. Lavoro e capitale sono liberi di muoversi laddove le “condizioni ambientali” (i “fixed factors”, come li chiama Ron Jones) sono più favorevoli all’attività produttiva che intendono svolgere, minimizzando il costo di qual che sia il bene/servizio (bene, d’ora in poi) ch’essi intendono produrre. Poiché i beni si commerciano liberamente e sono prodotti ai costi minimi, essi andranno ai consumatori che meglio li valutano, massimizzando quindi il benessere sociale. Detto altrimenti: a globalizzazione funzionante ognuno produce nel posto giusto ed a costi minimi il bene che sa produrre relativamente meglio di qualsiasi altro, ed i consumatori consumano quello che vogliono pagandolo al minor prezzo. Il giardino dell’eden (con la minuscola), insomma.

La globalizzazione liberista è dovuta ad una sequenza d’innovazioni. Rinfreschiamoci la memoria: le riforme economiche avviate in vari paesi asiatici ed est-europei dagli anni ’80 in poi; la creazione del WTO e l’adesione al medesimo di paesi precedentemente chiusi al commercio internazionale, India e Cina soprattutto, ma anche Messico, Brasile, Russia ...; lo sviluppo del sistema di comunicazioni digitali via internet; un incessante progresso nel settore dei trasporti aerei e navali; innovazioni finanziarie che hanno portato alla creazione di “banche” planetarie e che permettono di muovere capitali su scala mondiale a costi di transazione infinitesimi. Sia chiaro: contrariamente a quanto i teorici dell’orrore economico vogliono farci credere, tutte queste sono ottime e benefiche innovazioni. Però, c’è un però.

 

Quest'insieme di innovazioni ha avuto le seguenti conseguenze. Più di tre miliardi di persone (chiamiamoli "A") ha cominciato a produrre, consumare e vendere beni secondo metodi e criteri che prima erano l'appannaggio di un numero più ristretto di persone, i circa 700 milioni che sino a fine degli anni '80 vivevano in Nord America, Europa dell'ovest e Giappone (chiamiamoli B). Il costo opportunità del lavoro offerto da (una frazione molto grande di) questi 3 miliardi di persone è enormemente basso; anche la loro produttività è bassa, ma non altrettanto perché in molti dei paesi in cui A vive esistevano sistemi educativi di massa ragionevolmente efficienti, oltre che tradizioni millenarie di frugalità, dedizione al lavoro, senso del commercio e della libera iniziativa. Grazie alle altre innovazioni descritte sopra è oggi relativamente semplice - lo è da un decennio e lo sarà ancor più fra un altro - trasferire la produzione di un'enorme quantità di beni di medio-alta qualità in questi paesi, ed agevolmente finanziare l'investimento che questo comporta. In pratica, solo i beni tecnologicamente più avanzati (gran parte della ricerca scientifica, l'educazione superiore, le attività finanziario-assicurative sofisticate, la ricerca e sviluppo legate ai settori informatico, farmaceutico, bio-ingeneristico, avionico-spaziale, dei trasporti, la parte progettuale del sistema moda e disegno, e poche altre cose) rimangono un chiaro vantaggio comparato di quei 700 milioni (che ora sono 850) che vivono nelle zone del mondo in cui sino agli anni '80 il sistema di libero mercato era confinato. Per un numero sempre più alto di beni il vantaggio comparato di produrli sta passando ai tre miliardi di nuovi arrivati, mentre i vantaggi comparati degli 850 milioni di B si stanno riducendo.

Nessun problema, dice la teoria economica "acquisita": il fatto che molti di quelli che erano i vantaggi comparati di B siano ora passati ad A è un bene, non un male. Gli stessi beni, o un numero maggiori di beni, vengono ora prodotti a costi più bassi. Poiché questi beni vengono liberamente commerciati essi arriveranno anche nei negozi di B ad un prezzo inferiore all'anteriore. Giustissimo, dico io, questo ragionamento non fa una grinza, ed infatti è vero che un numero enorme di beni di medio-alta qualità sono ora a disposizone in quantità maggiori che 20 anni fa, e ad un prezzo più basso. Il problema è, aggiungo, che una fetta sempre più ampia degli 850 milioni di B sembra incapace di comprarseli perché non sa produrre nulla di nuovo e ciò che produce deve venderlo a prezzi che implicano un valore aggiunto molto basso.

Impossibile o al più temporaneo, dice di nuovo la teoria economica "acquisita", e ti spiega il perché. L'innovazione rende A più produttivo e questo mette in difficoltà B. Questo dura per poco: se B si sforza, stimolato dalla concorrenza, diventa tanto produttivo quanto A ed il mercato per il bene che ora producono entrambi cresce perché il costo di produzione cala rapidamente. Mal che vada il capitale e lavoro di B si separano, vanno ognuno per la propria strada, cercano qualcos'altro da fare e diventano così bravi a farlo che rende loro un reddito uguale o maggiore (perché i prezzi dei beni son scesi) di quello anteriore all'arrivo di A; anche in questo caso sia A che B stanno meglio di prima. Insomma, al più ci sono dei temporanei costi di aggiustamento ma, una volta superato lo shock iniziale tutto funziona per il meglio.

In effetti, se uno guarda l'esperienza storica dal 1948 in poi risulta difficile dare torto alla teoria economica "acquisita". Dopo la seconda guerra mondiale sei paesi europei sono entrati nella CEE, hanno cominciato a commerciare uno con l'altro e le cose sono andate come la teoria economica "acquisita" predice: qualche costo di aggiustamento, ma dopo pochi anni tutto meglio. La CEE ha cominciato a commerciare sempre più liberamente con gli USA - lentamente, a dire il vero, e molto "un pelino alla volta": sessant'anni dopo i "cieli" tra USA ed Europa stanno finalmente aprendosi ... - e ad aggiungere un paese europeo dietro all'altro, sino a diventare la EU27, e tutto ha funzionato come la teoria economica "acquisita" suggerisce, anche se c'è stato qualche costo d'aggiustamento extra e qualche sussidio o compenso qua e là si son spesi. Gli USA han fatto lo stesso: han liberalizzato il loro commercio con vari paesi asiatici, il Giappone in particolare, ed anche in questo caso tutto ha funzionato meravigliosamente. Beh, insomma, qualche problema c'è stato: un presidente Bush ci è rimasto così male che ha vomitato in pubblico per cercare di attenuare i costi di aggiustamento, ma da almeno quindici anni possiamo dire che tutto è sotto controllo. Idem per NAFTA, anche se son altri quindici anni che la stiamo "implementando" e non abbiamo ancora finito di farlo (chiedere, per esempio, ai camionisti ed ai produttori d'arance, limoni e barbabietole da zucchero ...). Insomma, è andata più o meno come la teoria economica "acquisita" predice per sessant'anni, perché dovrebbe cambiare ora?

Perché? Perché 100/300 (NAFTA) =1/3; perché 70/210=1/3 o 50/300=1/6 o 75/375=1/5 (vari allargamenti EU); perché 300/450=2/3 (USA ed EU, più o meno), e via elencando. Ed invece 3000/750=4, e quest'ultimo rapporto (un po' a spanne per ottenere un numero intero) descrive l'arrivo di A nel mondo di B a partire dal 1990! Gli ordini di grandezza contano, eccome che contano, nei processi di aggiustamento. Quattro è DODICI volte più grande di un terzo e VENTIQUATTRO volte più grande di un sesto: e se NAFTA (che pure stiamo ancora "implementando") ha creato il casino che ha creato negli USA, chiediamoci cosa il Big Bang dell'arrivo di A nel mondo di B possa creare e stia creando.

Quando le cose hanno un ordine di grandezza dieci o venti volte più grande, il processo di transizione descritto tre paragrafi prima può andare diversamente. In particolare, può (dopo che il lavoro ed il capitale di B si son separati) continuare così. Il capitale di B scopre che vi sono in A lavoratori produttivi abbastanza da fare un prodotto che compete con quello che i lavoratori in B prima facevano, ma costosi un decimo dei medesimi. Nel frattempo, i lavoratori di B cercano di trovare delle cose da fare in cui siano di nuovo i primi del mondo, ma scoprono di non riuscire a trovarle. Sarà perché hanno tra i 40 ed i 50 anni, sarà perché hanno fatto solo la scuola media inferiore in un paese in cui t'insegnano il latino e Leopardi ma non come funziona un sistema operativo, sarà perché trasferirsi a 300 km di distanza è una specie di salto nel buio in un paese dove l'intero sistema è costruito per impedire la mobilità territoriale, sarà perche in giro per il paese di chimici e biologi buoni che mettano su una farmaceutica d'avanguardia e magari t'assumano come autista di camion, o addetto al riscaldamento, o factotum in laboratorio, non ce ne sono poi molti anzi quasi nessuno perché tutti fanno gli avvocati, i notai ed i commercialisti oppure emigrano, sarà perché Malpensa invece d'essere un aeroporto è una vergogna per cui i grandi congressi internazionali li fanno altrove e la tua idea di fare il catering con il Mario e l'Elisa non sembra funzionare, o sarà perché in giro per Napoli ci sono le spazzature da dieci anni e quindi i turisti milionari han rinunciato di venirci, sarà come sarà ma tu il nuovo vantaggio comparato non lo trovi proprio. Per cui t'accontenti di cercare di produrre ancora le cose che producevi prima accettando lo stesso stipendio reale di dieci o quindici anni fa perché, ripete ogni mattina il principale prima di mettersi a lavorare al tornio di precisione, "ea concorensa dei cinesi me copa, porca mastea".

Cose del genere, ovviamente, accadono in tutte le transizioni. E la teoria economica "acquisita" suggerisce che da un lato si possono attenuare con appropriati "trasferimenti" e che, dall'altro, sono quantitativamente piccole rispetto ai guadagni globali. Questo è perfettamente logico, ma a volte lo è solamente. I trasferimenti, questa volta, non ci sono stati. C'erano stati, e fin troppo, sia con la CEE che con i suoi progressivi allargamenti; ci son stati con NAFTA e ci son stati in Italia ed in Europa quando sono arrivati giapponesi e coreani (la "riconversione industriale" degli anni '70 e primi anni '80) ma questa volta non ci son stati per nulla. Che sia anche perché continuiamo a farli, i trasferimenti, alle persone sbagliate, tipo gli agricoltori che stiamo proteggendo da una transizione finita da due decenni? Sia quel che sia, i trasferimenti compensativi della teoria "acquisita" nessuno li ha visti, ed A è venti volte (cento volte, se si controlla per i differenziali nel costo del lavoro) maggiore di prima. Per questo sono cavoli amarissimi, e per questo il maledetto momento in cui si comincia tutti a guadagnarci dalla globalizzazione liberista sembra non arrivare mai!

La teoria economica "acquisita" ama gli stati stazionari ed i mondi senza "frizioni". Personalmente - sia quando penso alla politica che alla ricerca - io preferisco studiare le dinamiche di transizione nei mondi con le "frizioni". Le "frizioni", in economia, NON sono quelle cose che ti fa il barbiere sui capelli dopo lo shampoo e che ti piacciono tanto, né quel pedale che schiacci per cambiar marcia. Sono cose del tipo: spostare 5000 lavoratori dalla produzione di maglioni alla produzione di computers richiede anni di riqualificazione professionale, mobilità territoriale ed investimenti in nuovi impianti; oppure: spostare 500 artigiani che producono mobili all'attività di scrittura di software per videogiochi richiede un tempo ... infinito, perché è impossibile farlo. Le frizioni, detto in due parole, sono il mondo reale che la teoria economica "acquisita" tende a scordarsi. E qui chiarisco perché continuo a mettere "acquisita" fra virgolette: perché c'è abbondante ricerca economica d'ottima qualità che le transizioni e le frizioni non le considera perdite di tempo poco eleganti ma aspetti rilevanti del mondo in cui viviamo, aspetti da tenere in considerazione quando si cerca di valutare una politica o l'altra. Che non goda della simpatia dell'establishment, non ci piove. Che venga frequentemente scordata quando si ricorre alla "teoria economica acquisita" per dibattere un avversario politico, anche su questo non ci piove. Ma è buona economia, e non ho ancora trovato qualcuno capace di dimostrarmi convincentemente che, quando si studiano le riforme, i costi di transizione non dovremmo inserirli nel calcolo del benessere sociale.

Se così facciamo e veniamo all'Italia (in particolare, ma anche all'Europa ed in misura minore agli USA) scopriamo che la scelta tutta politica di lasciare che la Cina (e l'India e svariati altri) entrassero con un big bang nel WTO, non è stata particolarmente illuminata e va probabilmente rivista. Per la banalissima ragione detta sopra, nel caso dell'Europa e degli USA: la grandezza dell'impatto rende enormi i tempi ed i costi di aggiustamento, lasciando decine di milioni di lavoratori incapaci di aggiustare i propri vantaggi comparati in tempo utile (utile dal loro punto di vista, ossia prima di morire). Per un paio di addizionali e drammatiche ragioni (ma sempre banalissime per i lettori di questo blog) nel caso italiano. Perché in Italia i soggetti economici esposti all'impatto della globalizzazione liberista NON sono i quasi quattro milioni di dipendenti pubblici, né la grande maggioranza dei più di sei milioni di lavoratori autonomi e professionisti, né i circa tre milioni (qui vado a naso, i conti esatti non ho avuto tempo a farli) di lavoratori dipendenti molto protetti dei settori dei grandi servizi (telefonia, trasporti, elettricità, acqua, gas, banche ed assicurazioni, ...), né (ma questi sono qualche centinaio di migliaia al più) i molto sussidiati coltivatori diretti, né i quasi tre milioni che operano nel turismo e nelle costruzioni (moltissimi dei quali sono poi immigranti da A). No, quelli che devono fare i conti con A sono i 7-10 milioni di lavoratori dell'industria e dei servizi commerciabili (e non protetti) privati. Quelli che sono esposti da sempre alla concorrenza internazionale, quelli che pagano le tasse per quasi tutti, quelli che cinquant'anni fa hanno fatto il miracolo economico e che poi, miracoletto dopo l'altro, han tenuto in piedi il paese, quelli che dovrebbero innovare ma non ci riescono per le tante ragioni che anche su nFA abbiamo documentato e che non sto a ripetere. Insomma, esposta al big bang è la classe operaia, che suda che soffre e lavora assieme ai managers, i tecnici industriali, ed i piccoli imprenditori. Questa, signore e signori, è B: quella parte del paese che la Casta va massacrando da decenni.

La colonna portante dell'economia italiana è stata esposta ad uno shock competitivo cento volte maggiore dei precedenti proprio negli anni in cui il carico fiscale su di essa saliva, la qualità dei servizi pubblici scendeva, la scuola e l'università pubblica si disfacevano e la capacità del sistema Italia di offrire supporto a processi di riconversione, adattamento ed innovazione veniva brutalmente meno. In questa situazione estremamente sfavorevole - e di cui B è in parte responsabile perché, alla fine, l'orrenda Casta che da decenni massacra il paese anche B ha collaborato ad eleggerla - la capacità di ristrutturarsi, d'innovare e di pagare quei costi d'aggiustamento che possano generare nuovi e migliori vantaggi comparati, tale capacità viene meno. In tale situazione risulta quindi non solo immorale, ma anche poco utile e controproducente, spiegare che nello stato stazionario staremo tutti meglio e che occorre aumentare e non ridurre il grado di liberalizzazione e concorrenzialità a cui B è esposta. In primo luogo perché o ben il grado di liberalizzazione e concorrenzialità dell'economia si comincia ad aumentarlo per davvero ed in modo brutale, riducendo drasticamente il carico fiscale che B sopporta, licenziando un milioncino di dipendenti pubblici e facendo lavorare i rimanenti, eliminando i privilegi dei sei milioni di autonomi e professionisti (ed un paio di milioni di essi così facendo), imponendo che il Sud si mantenga, eccetera, eccetera, oppure è meglio smetterla di far praticare la moralità concorrenziale solo ad una minoranza della popolazione, e sempre la stessa perdippiù. In secondo luogo perché, come le tensioni continuamente crescenti sia negli altri paesi europei che negli USA confermano, anche laddove il sistema pubblico è altra cosa, la Casta è solo classe politica e le categorie protette sono meno e meno protette, anche in quei paesi il processo di aggiustamento allo "stato stazionario" della globalizzazione liberista predetto dalla teoria economica "acquisita" sembra molto, ma molto duro da sopportare per svariate decine di milioni di persone.

Perché, poi, nella realtà allo stato stazionario non si arriva mai: siamo sempre in transizione e le innovazioni sono troppo frequenti per permettere il raggiungimento d'una situazione stabile. La politica dovrebbe governare i processi e le transizioni, non aspettare gli stati stazionari, che sono poi altamente instabili. Non solo: nella realtà le scelte politiche le dovremmo fare per massimizzare l'utilità di quelli che esistono hic et nunc, non di quelli che verranno. Ricordatevi San Michele aveva un gallo: quando li portano alla prigione attraversando in barca la laguna, Manieri spiega che "non noi, ma i figli dei figli dei nostri figli vedranno la luce del socialismo ...". Ecco, non vorrei che per difendere l'idea della globalizzazione a scapito della realtà dei processi di transizione non ci traformassimo in ideologhi socialisti del XIX secolo. L'ideologia, di qualunque colore sia, non la trovo affatto interessante.

70 commenti (espandi tutti)

Caro Michele, benvenuto (o bentornato, o benrimasto-ma-non-avevi-mai-dato-l'-impressione-di-esserci) nel mondo gradualista di di Ferdinando Galiani. Son lieto di apprendere che anche gli economisti Euclidei conoscono... Ginevra (cfr. http://socserv2.socsci.mcmaster.ca/~econ/ugcm/3ll3/galiani/bleds.htm , Second dialogue).

Il punto metodologico è: qual è il confine entro il quale tener conto dei costi di transizione? Perché, ad esempio e fatte le debite proporzioni, non dovrebbero essere parimenti considerati anche nel caso microeconomico di tutte quelle famiglie a cui porteranno via la casa perché per molti anni degli pseudo-notaio-fai-da-te, frutto immediato di una liberalizzazione avventata di quella specifica professione, sbaglieranno a registrare il relativo atto di compravendita?

 P.s.: Solo una piccola obiezione: finché nelle scuole italiane si insegneranno latino e Leopardi continueremo ad avere un (piccolo) vantaggio comparato (o credi forse che i nostri stilisti e designer non siano figli della nostra cultura classica?). Quando insegnaranno (solo) ad usare un sistema operativo, saremo alla pari dei cinesi... e quindi del tutto rovinati!  

Il tuo post scriptum però secondo me è consolatorio e poco aderente alla realtà (D&G hanno una formazione classica? Magistretti, Ponti o Castiglioni hanno beneficiato così tanto del latino e di Leopardi?)

Ma guarda che non serve mica sapere che scuola hanno fatto quelli che citi tu. Basta sapere che sono italiani, cioè nati, cresciuti e vissuti nel paese del bello, del gusto, ecc. (vogliamo chiamarla esternalità positiva?) Ovvero, per continuare nella metafora, nel paese costruito (anzi, vorrei dire edificato, nel senso etimologico del termine) da chi ha studiato il latino, Dante e pure Leopardi... O non penserai mica che architetti, stilisti, designers, innovatori, ecc. siano tutto nature e niente nurture? All'anima del determinismo DNA-centred! 

Ps: se poi si vuole aprire una bella discussione schumpeteriana su come e dove si fa innovazione oggi, se solo nelle big firms o (anche) nelle SMEs, che sia benvenuta.

Non condivido al 100% neanche questa tua risposta. Ma tant'è. Io commentavo solo la tua frase "...una piccola obiezione: finché nelle scuole italiane si
insegneranno latino e Leopardi continueremo ad avere un (piccolo)
vantaggio comparato". Ti farei fare due passi nella mia città per aiutarmi a trovarlo questo bello e questo gusto che dici tu...Parafrasando Joyce, credo proprio che l'Italia sia come un uomo che per vivere mostra il cadavere della nonna! :( 

Se passeggio nella mia (ci si riunirà tutti a luglio...) il bello ed il gusto li vedo, eccome se li vedo, ma, e qui hai ragione da vendere, temo ancora per (relativamente) poco... E soprattutto il nuovo, quanto a "bello e gusto", bé... lasciamolo perdere: anyone for tramvia? 

100/300 per Nafta e 3000/750 per la Cina vuol anche dire che se in A (Europa-US) riesco a fare un frip-frop (qualunque prodotto) competitivo ne vendo 100 in Mexico e Canada (Nafta) e 3000 in CIna. Se capisco bene questo non entra nei tuoi conti, ma potrei sbagliarmi.

Concordo naturalmente sul fatto che in Italia chi paga la Cina sono i lavoratori dell'industria, che sono anche quelli che  pagano tasse sempre piu' alte. Le transizioni, per evitare che qualcuno ci muoia abbisiognano di trasferimenti da chi vince a chi perde, e ad oggi i trasferimenti in Italia stanno andando da chi perde a chi non gliene frega nulla perche' protetto a vita da tutte le Cine. 

Articolo molto bello, è da parecchio che cerco qualcuno che esprima in modo chiaro l'anello di congiunzione tra i vantaggi espressi dalle teorie liberiste e la quotidianità di chi è costretto a "riconvertirsi".

Se possibile ti chiedo di indicarmi le tue fonti e qualche lettura divulgativa, grazie.

Il punto metodologico è: qual è il confine entro il quale tener conto dei costi di transizione? Perché, ad esempio e fatte le debite proporzioni, non dovrebbero essere parimenti considerati anche nel caso microeconomico di tutte quelle famiglie a cui porteranno via la casa perché per molti anni degli pseudo-notaio-fai-da-te, frutto immediato di una liberalizzazione avventata di quella specifica professione, sbaglieranno a registrare il relativo atto di compravendita?

in astratto, secondo me, non esiste un confine ottimale. il confine lo definisce la politica. tenendo conto spiegato da Boldrin. voglio dire: se parti dal fatto che non è vero che la globalizzazione è solo bene (come qualcuno ha voluto credere per anni), allora da politico (e da cittadino quando voti) devi decidere anche quale sia il tuo confine accettabile.

con riferimento a Boldrin:

La politica dovrebbe governare i processi e le transizioni, non aspettare gli stati stazionari, che sono poi altamente instabili. Non solo: nella realtà le scelte politiche le dovremmo fare per massimizzare l'utilità di quelli che esistono hic et nunc, non di quelli che verranno.

intanto questa frase (non so perché) mi fa venire in mente quanto ripetuto da un economista spesso attaccato su nFA (something like: nel lungo periodo saremo tutti morti...). più nella sostanza, io ci andrei molto, ma molto piano con certe affermazioni. altrimenti poi ti ritrovi con certi sistemi pensionistici che ti pagano baby pensioni dorate e non-baby pensioni "immeritate". a scapito di chi? a scapito di quelli che quando venivano fatte quelle leggi erano i "quelli che verranno" del post.

a parte questa osservazione, concordo con l'idea di fondo di Boldrin. il mondo è in perenne transizione, è tutt'altro che statico (o stazionario).

in astratto, secondo me, non esiste un confine ottimale. il confine lo definisce la politica. tenendo conto spiegato da Boldrin. voglio dire: se parti dal fatto che non è vero che la globalizzazione è solo bene (come qualcuno ha voluto credere per anni), allora da politico (e da cittadino quando voti) devi decidere anche quale sia il tuo confine accettabile.

Concordo. E quindi ribadisco che sono MOLTO contento di leggere un articolo di questo tipo su nFA. Diciamo che, per quanto mi riguarda, va a colmare l'unico - o uno dei pochi (ché sennò qui si montano la testa...) - punti deboli dei magnifici autori di questo blog, ovvero la loro a volte eccessiva fiducia nelle ricette automatiche derivanti dai modellini analitici "back-of-the-envelope" (anche se a volte la envelope è moooooolto grande...). Ricette che, invece, come molto bene dice Michele, vengono meno non appena si complicano un pochino i modelli stessi, p.e. includendo i costi di transizione oppure, aggiungo io, anche elementi di incertezza non quantificabile (la true uncertainty di Keynes e Knight, in quanto diversa dal mero risk) o di non completa razionalità degli agenti (who is the representative agent?). Come già ho scritto una volta, l'economia NON è una scienza come la fisica, e neppure come la medicina, baby, and there's nothing you can do about it (All the President's Men, 1976). In questo la lezione del buon Galiani 1770 è ancora perfettamente valida.

Ottimo articolo, persino troppo. Però quando fu definita la scaletta dei tre articoli "Horror Economics", probabilmente questo non era stato pensato poichè la polemica tremontiana è venuta dopo (anche se in effetti Tremonti è anni che gira sull'argomento). Sembravano essere articoli più orientati ad una analisi del sistema finanziario. Poco male, anzi, benissimo, perchè per quel che mi riguarda mi è stata offerta una prospettiva che non avevo considerato che accresce il mio tentativo di comprensione delle cose.

Se la terza parte dovesse tornare ancora sulla finanza, avrei un paio di domande (sempre che siano pertinenti: se sono stupide me lo si dica chiaramente, tanto non sono un addetto del settore quindi non ho un amor proprio da difendere :-) )

E' possibile che la crescita del sistema finanziario degli ultimi due decenni abbia buttato all'aria l'equilibrio tra capitale monetario, credito ed accumulazione?

Vi è uno scostamento in crescita fra l'andamento del profitto complessivo e l'incremento del debito complessivo ? Cioè, l'indebitamento agisce contro i profitti in modo pericolosamente eccessivo? tanto da essere una causa di lungo periodo di un system-risk?

A me pare che tu prenda per buona l'esistenza di una discontinuita' che e' asserita da parecchie parti, ma che in pratica non c'e' stata: quella del manufacturing nel primo mondo e' stata una morte molto, molto annunciata. Prendi il caso dei tessili: da quanto tempo era che si sapeva che il Multi Fibre Arrangement era temporaneo, e che sarebbe stato prima o poi rimpiazzato dalle normali regole del GATT (poi WTO)? Da quando era nato, cioe' dal 1974! I paesi industrializzati hanno avuto 30 anni per gestire la transizione: lo sapevano i governanti, gli industriali e i sindacalisti. Che hanno fatto? Nulla: nel 2005 EU e USA hanno chiesto al WTO altri tre anni di quote, e ciononostante l'EU ha bloccato in dogana decine di milioni di capi perche' tali quote erano state esaurite "troppo rapidamente".

Lasciati dire la mia impressione sulla differenza tra East Asia e Italia (e in certa misura il resto del "primo mondo"): nella prima, per migliorare il proprio tenore di vita si imparano cose utili e si lavora; nella seconda si cercano "soluzioni" per via politica: che finiscono solo per dare piu' potere alla Casta (sempre entusiasta sul "primato della politica"), ritardare il cambiamento strutturale e in definitiva impoverire il paese. Il protezionismo e' il tipico rappresentante di queste malaugurate iniziative, e fa il massimo del danno soprattutto in condizioni di emergenza (come a suo tempo mostrato dallo Smoot-Hawley Tariff Act). Good luck to you all...

Enzo mi ha anticipato, peraltro avevo in mente esattamente l'MFA come esempio dei meccanismi perversi che discendono dal concedere "misure straordinarie" per attenuare l'impatto di grossi cambiamenti. In un contesto di agenti razionali, quanto è credibile la minaccia che dopo la prima deroga non ve ne saranno altre, se pronunciata dal medesimo soggetto che l'ha concessa? Non penso che le aziende del distretto del tessile di Biella, per dirne una, non immaginassero che le produzioni a basso valore aggiunto sarebbero state spazzate via dalle produzione Made in Shenzen; tuttavia, l'esperienza passata dimostrava loro che è lecito in questi casi attendersi un cospicuo aiuto statale, mentre piu' difficile era considerare che lo stato di questi tempi non è in grado di aiutare nessuno, visti i soldi che spende nel perpetuare i propri apparati.

Imporre dazi o misure di questo tipo significa solo far pesare sulle tasche di tutti misure per salvaguardare il livello di benessere di alcuni; mi starebbe pure bene, se mi venisse garantito che si tratta di una fee per ottenere uno stato piu' moderno, con una burocrazia semplice e friendly, un mercato del lavoro flessibile, un livello di imposizione accettabile, una giustizia veloce e tutte le altre riforme di cui si discute qui e altrove fino alla nausea. Purtroppo so benissimo che NON succederà niente di tutto questo, e quando i provvedimenti temporanei saranno scaduti se ne chiederanno degli altri per affrontare la prossima crisi. Quindi capisco il ragionamento di Michele ma proprio non lo condivido, anche se mi si accuserà di fare il busone col culo degli altri.

Perfettamente d'accordo con entrambi (ho cercato di dire cose simili più in basso, giustamente in ritardo).

Ma Michele sa bene che regulations temporanee non esistono, perche' hanno incentivi perversi a non risolvere i problemi per cui ;e regulations sono state "temponaneamente" imposte. L'inconsistenza temporale della politica e' meccanismo potentissimo.

Io resto con i miei conti  back of the envelope  che Nicola non ama: tutte le volte che li faccio mi danno inequivocabilmente free trade.

Resto dell'idea che il punto importante di questo articolo e' notare che i trasferimenti necessari per affrontare le trasformazioni dovute alla Cina siano di natura opposta a quelli che le istituzioni occidentali sono preparate ed inlcinate ad effettuare.  

In una situazione di globalizzazione di queste proporzioni, quale sarebbe l'impatto di introdurre un politica protezionista in un solo paese? A me sembra che sarebbe ancora piu' deleterio perche' renderebbe piu' difficile avere accesso a prodotti piu' economici ad una classe che si impoverirebbe comunque (perche' comunque diminuirebbero le esportazioni di tutti i beni non competitivi).

E' un po' come quelli che ce l'hanno tanto con wal-mart: chi compra da wal-mart lo fa perche' ne ha la necessita' economica non certo perche' fa chic; gli chiudi wal mart e lo metti nei guai. O sbaglio?

 

I paesi industrializzati hanno avuto 30 anni per gestire la transizione: lo sapevano i governanti, gli industriali e i sindacalisti. Che hanno fatto? Nulla: nel 2005 EU e USA hanno chiesto al WTO altri tre anni di quote, e ciononostante l'EU ha bloccato in dogana decine di milioni di capi perche' tali quote erano state esaurite "troppo rapidamente 

secondo me la discontinuità c'è stata dagli anni novanta in avanti. comunque, indipendentemente da ciò, l'argomentazione di Boldrin regge. cioé, data la situazione attuale come variabile di stato, lasciare che la transizione si dipani senza controllo crea un numero di loosers troppo grande.

altro discorso è chiedersi: se avessero fatto qualcosa già nel 1974, oggi avremmo meno loosers? io non lo so. immagino che Boldrin dirà la sua. ma resta il fatto che nel 1974 era abbastanza difficile prevedere un break strutturale come la caduta del muro, la rivoluzione di internet e la rivoluzione produttiva in cina...

 

altro discorso è chiedersi: se avessero fatto qualcosa già nel 1974,
oggi avremmo meno loosers? io non lo so. immagino che Boldrin dirà la
sua.

Il punto e' che non e' stato fatto nulla in 30 anni di preavviso, e gli imprenditori, sindacalisti e politici che oggi si dichiarano presi di sorpresa mentono sapendo di mentuccia. E' a loro che gli operai disoccupati devono presentare il conto.

ma resta il fatto che nel 1974 era abbastanza difficile prevedere
un break strutturale come la caduta del muro, la rivoluzione di
internet e la rivoluzione produttiva in cina...

Ma guarda che questi sono tutti stati eventi fortunati, che hanno aumentato la produttivita' e allargato i mercati: come in tempi passati lo furono la scoperta dell'America, o l'invenzione della stampa a caratteri mobili, della macchina a vapore o del telaio Jacquard. Tutti a suo tempo crearono frizione (e richieste di protezione piu' o meno temporanea, e talora rivolte anti-tecnologiche), ma i paesi che abbracciarono il cambiamento furono quelli a trarre il massimo vantaggio dagli eventi.

Lettura consigliata a chi pensa che l'arrivo di manufatti a basso costo sia una tragedia: la parodistica Petizione
dei fabbricanti di candele, ceri, lampade, candelieri, lampioni,
smoccolatoi, spegnitoi; e dei produttori di sego, olio, resina, alcool
ed in generale di tutto ciò che concerne l’illuminazione
di Frederic Bastiat.

non discuto affatto che si sia trattato di eventi fortunati. e, infatti, non sono uno di quelli che vede nella globalizzazione il male da combattere. tutt'altro. io sto molto meglio grazie a internet e alla globalizzazione.

concordo anche che quei paesi che in passato furono i primi ad abbracciare il cambiamento, sono stati anche quelli che ci hanno guadagnato di più.

la questione qui mi sembra leggermente diversa (può darsi che io non abbia colto lo spirito dell'articolo di Michele). il mio punto di partenza è questo: ci sono le frizioni. e queste frizioni, questa volta, sono grandi. si può non essere d'accordo su questo, ovvio. come dice Michele, secondo me queste frizioni sono grandi perché troppi "losers" non hanno abbastanza tempo per "recuperare". uno potrebbe dire: che mi frega? nel complesso il welfare aumenta. tuttavia per me che l'operaio 50enne perda il posto di lavoro, non sia in grado di riqualificarsi e abbia un "welfare" negativo mi sembra un grosso problema per la società.

ma la conclusione di Michele non mi sembra del tipo: rigettiamo la globalizzazione e l'apertura del mercato. piuttosto: cerchiamo di essere sempre tra i primi ad abbracciarla, ma "regoliamola" quanto necessario per ridurre il danno ai losers, specie se sono troppi. d'altra parte la politica non è un modello di GE spersonalizzato.

insomma, piccoli accorgimenti al mercato libero (non li chiamo nemmeno interventi) possono aiutare.

Pietro X, il punto di Enzo non e' solo che non ci sia stata la discontinuita', ma che non c'e' stata proprio a causa del protezionismo. Se questo e' vero, e io credo che lo sia, allora no che il ragionamento di Michele non regge.

non capisco, Alberto. il protezionismo ha impedito la discontinuità in che senso? e il protezionismo di chi?

ci sono oggi 2 paesi che offronto una enorme quantità di beni e servizi (tra cui fattore lavoro) al mondo occidentale. i loro prodotti li vedo ovunque, non mi sembra si possa negare. in che modo il protezionismo ha impedito ciò?

o forse il tuo punto è: c'è stato un protezionismo. in assenza di esso la quantità di quei beni e servizi che oggi vedo sul mercato sarebbe stata 100 volte più grande (=discontinuità)?

 

non capisco, Alberto. il protezionismo ha impedito la discontinuità in che senso? e il protezionismo di chi?

Il sistema di quote previsto dal MFA ha permesso per tre decenni alla piccola industria tessile di cullarsi nell'illusione di poter sopravvivere in un settore a basso valore aggiunto pagando salari (e tasse, e contributi previdenziali) a livelli pari a quelli italiani. Ovviamente un po' meno di provincialismo e di fiducia nello "Stellone" italico avrebbe permesso di prevedere quello che sarebbe successo nel 2005, e di cambiare gradualmente. Non e' successo.

Il Big Bang c'è stato perché i mercati interni di India e Cina erano nulli negli anni novanta, e sono tutt'ora trascurabili rispetto al totale dei beni prodotti in quei paesi. Proprio il rapporto 3000/750 indica che a mano a mano che cresceranno i bisogni interni, e le capacità di soddisfarli, l'impatto verso l'esterno diminuirà corrispondentemente. E non occorre dimenticare che, specialmente in Cina, il cambiamento economico non ha avuto un corrispettivo a livello politico. Quindi io sarei meno pessimista. Comunque è tardi per arginare il fenomeno: i buoi sono già scappati...

I motivi per cui non sono d'accordo con quanto scritto da Michele sono tanti. Corro il rischio di passare un po' per ignorante (visto che il Boldrin di solito dice cose fondate, mentre io congetturo) e elenco i primi che mi vengono.

1)"Mi dichiaro dunque a favore di un moderato e transeunte neo-protezionismo."
Io no, perché non credo nella buona capacità dei governi (e SOPRATTUTTO DI QUELLI ITALIANI) di "governare i processi e le transizioni". Non credo che un periodo di dazi/sussidi alla produzione industriale italiana che soffre la concorrenza asiatica sarebbe utile per ridurre i costi sociali dell'aggiustamento; quasi certamente, però, avremmo un'altra categoria di lavoratori quasi pubblici, un'altra lobby potente (7-10 milioni di voti!) che il giorno prima della fine dei sussidi occuperebbe qualche autostrada per rinnovarli.

2) Ma chi paga poi tutto ciò? Se si trattasse solo di escludere gli asiatici dal WTO, potremmo dire la collettività, i consumatori; ma vabbè, dobbiamo governare la transizione. Se però, come credo, dal WTO non esce nessuno e il neoprotezionismo si deve tradurre in qualche vantaggio fiscale/sussidio in favore dei tornitori padovani, dobbiamo chiedere qualche tassa in più. Chissà a chi toccherà. Previsione mia: aliquota supplementare per contratti flessibili per giovani stagisti.

3) Eticamente non mi paice l'idea che chi scrive le regole del gioco si prenda la libertà di escludere il più debole quando diventa più forte, e poi di riscriverle di nuovo quando ha aggiustato i problemi e può di nuovo competere alla pari.

4)"Non solo: nella realtà le scelte politiche le dovremmo fare per massimizzare l'utilità di quelli che esistono hic et nunc, non di quelli che verranno." C'è un sacco di gente in italia che c'è già e che non beneficia per niente di questo neoprotezionismo e che, oltre a sopportarne il "nuovo" costo, deve già ciucciarsi quello di un'istruzione superiore e universitaria scadente, dell'immobilità territoriale e sociale della nostra bella penisola.

Horror Economics (II)

10/3/2008 - 20:24

Ho sempre condiviso al 100% i tuoi articoli michele ma questa volta permettimi di farti notare alcune cose:

 1)Se la classe operaia soffre non è colpa solo della cina. Se le tasse sono al 50% non è colpa della cina, se le infrastrutture fanno pena,la flessibilità idem,etc etc non è colpa degli occhi a mandorla. Mettere dazi sui prodotti mi sembra solo un modo per evitare i problemi cercando un caprio espiatorio.

 2)Per protezionismo intendi dazi ? Se vogliamo mettere dazi dobbiamo fare sul serio. Mettere un dazio dell'1% non avrebbe nessun effetto sulla classe operaia. Per fare diventare conveniente produrre in italia bisognerebbe mettere dazi al 10000% , in pratica torniamo all'economia chiusa.

3)quali prodotti, quali settori vanno protetti ? Ci sarà la fila di sindacalisti neo-protezionisti che richiederanno protezioni

 4)Mettiamo pure che questi dazi funzionino al meglio, e l'inflazione ?

5)Se noi ci prendiamo la libertà di alzare barriere non vedo perchè altri paesi non dovrebbero alzarle verso i nostri prodotti tecnologicamente piu avanzati .. quindi alziamo le barriere ovunque e vediamo che succede...

 

Una politica che a mio parere potrebbe funzionare sarebbe quella di dare sgravi/incentivi alle imprese che innovano di più,che investono in R&S,etc. Magari cercando di creare un ambiente favorevole tra banca-impresa-università cercando di sostenere al massimo i settori su cui la concorrenza cinese non può vincere (mi viene in mente la ducati,la ferrari,tutte le firme di lusso,etcetc).

E' vero il processo sarà lungo,difficile e chi pagherà di piu sarà la classe operaia. Ma detto fra noi, se non investi sulla tua formazione (studi) , non ti aggiorni (inglese,informatica,etc) e non sei disposto a muoverti be allora ti adegui e vivi con 500 euro al mese.

 

Inoltre vorrei sottolineare che se da un parte la formula 4x vale per la concorrenza vale anche per le esportazioni(alle nostre aziende si aprono mercati di miliardi di persone povere affamate di consumi)

 

Intanto, essendo il mio primo commento: complimenti, riuscite a farmi comprendere una materia, l' economia, che mi è quasi totalmente ignota.

venendo al dunque da icompetente mi viene un dubbio: se pure l' articolo fosse giusto, non crediamo che qualsiasi grado di protezionismo in Italia non sortirebbe l' unico effetto di creare altre sacche di privilegio? Non credo che, qualsiasi sia la classe dirigente nei prossimi anni, (comunque non molto diversa da quella degli anni scorsi), intenderà il protezionismo se non come una protezione di se stessi e dei propri interessi.

Riguardo il latino e Leopardi mi permetto di non concordare affatto: l' apertura mentale che offre, ancora oggi e nonostante il crollo del sistema scuola, un liceo classico, all' estero se lo sognano: pure se dopo si decide di fare gli ingegneri.

Condivido la richiesta di superare i modellini più semplici quando si parla di policy, mi piace meno la frase finale sullo hic et nunc, ma forse ho frainteso. 

Qui Brad DeLong su argomenti simili, con tanto di citazione da un gran libro di Polanyi: http://www.project-syndicate.org/commentary/delong75

Mi permetto alcune osservazioni (da non specialista).

Escludere la Cina dal WTO? interessante! chi glielo va a dire ai cinesi? puzza di terza guerra mondiale. Già per un po' di dazi si incazzano, figuriamoci se li si esclude dal WTO: quanto meno invadono Taiwan per ritorsione. Mi sembra un discorso utopistico, che stona nel contesto di questo blog.

Probabilmente, una buona leva su cui premere potrebbe essere quella dei diritti: non c'è neanche bisogno di arrivare a quelli sindacali, bastano i diritti umani. Ad esempio, minacciare l'esclusione dal WTO di quelli che non li rispettano. Tuttavia, ho paura che i diritti umani e la democrazia oramai abbiamo perso qualsiasi appeal: se Bush va ad inaugurare le Olimpiadi di Pechino, se l'Inghilterra impedisce ai propri atleti di esprimere il dissenso politico contro la Cina, per i diritti umani non c'è futuro.

Due cose sulla formazione scolastica (adoro questo argomento): prima di tutto, non c'è nessuna necessità di studiare l'inglese, tanto tra poco servirà molto di più il cinese. L'inglese "da computer" si impara anche senza studiarlo, quello oxoniense non serve nella vita. L'informatica, poi, è una cosa ambigua: se si tratta di saper usare il computer, anche quello non c'è bisogno di insegnarlo, i quindicenni di oggi sono molto più bravi dei trenta-quarantenni. Se si tratta di informatica vera, allora il discorso è diverso: per fare il programmatore di alto livello ci vuole soprattutto tanta matematica, la programmazione in sé è una cosa secondaria (forse qualcuno non sarà d'accordo).

A proposito degli studi classici: difenderò fino a esalare l'ultimo respiro il liceo classico italiano. Prima di tutto, perché è un unicum, non ha paragoni nel mondo, da difendere come patrimonio culturale irripetibile. Secondo, perché, per qualche misterioso motivo, la formazione classica permette di eccellere in qualsiasi campo dell'attività umana, incluso il campo dell'economia (sarò banale se cito i soliti Ciampi laureato in lettere antiche e Draghi con la maturità classica?). Mi si dirà: forse semplicemente vanno a fare il classico quelli che sono già bravi di loro, che eccellerebbero comunque, a prescindere dal tipo di formazione. Può darsi. Mi chiedo se esistono degli studi sulla correlazione tra gli studi classici e la riuscita nella vita adulta, tipo la prima retribuzione o il tempo di disoccupazione prima del primo impiego (ma penso che non esista, se no si saprebbe). Per conto mio, posso dire che nella mia facoltà (dove si va a studiare cinese, hindi, arabo, giapponese ecc) quelli che escono dai licei classici (o scientifici, ma tanto Leopardi c'è comunque) sono mediamente più bravi. Eppure, non hanno studiato cinese, ecc., al liceo, ma greco e latino.

La crisi dell'educazione scolastica in Italia si risolve solo con l'abbandono del permessivismo sessantottista, e con tanta matematica e fisica in più, anche al classico. Sono nato in un altro paese, e sono venuto in Italia a 13 anni: mi ricordo che il livello della matematica che mi si insegnava a quell'età nel mio paese in Italia l'ho rivisto solo quattro anni dopo, verso la fine del liceo. 

Per il resto, sono pronto a sostenere un dibattito sull'utilità degli studi umanistici per il progresso, anche tecnologico, dell'umanità, con tanto di esempi concreti, ma non vorrei usurpare lo spazio di questo blog, dove sono solo un ospite.

ipotesi 1: secondo me michele ci sta fregando.

si professa protezionista transeunte (ma siccome ha studiato rational choice sa che non c'e' nulla di piu' permanente di un temporaneo programma pubblico) e poi chiude l'articolo dicendo che bisogna fare le riforme liberali (e su questo sono d'accordo: se si vuole la globalizzazione perche' il mercato alloca efficientemente almeno fatelo funzionare 'sto mercato). cioe' tutta'sta solfa protezionista per tornare a dire che bisogna fare le riforme liberali per affrontare la globalizzazione?

ipotesi 2: nel caso in cui michele voglia veramente essere protezionista transeunte, ai calcoli back of the envelope di alberto aggiungerei la seguente considerazione sugli effetti del protezionismo transeunte.

[FULL DISCLOSURE: non sono contrario a priori ad una transizione smooth verso il nuovo equilibrio e considero il ragionamento di michele corretto. penso pero' che sia parziale nel senso che non ci sta dando la panoramica completa] se vogliamo avere un quadro completo due opzioni di policy in termini di costi-benefici vanno comparate. una e' quella discussa da michele, l'altra e' la sorellina che michele non ha guardato che dico in due parole sotto.

ovvero michele dice: "proteggiamoci un poco che riadattarci e' difficile e costoso". un po' di protezionismo ci risparmierebbe transizioni troppo dolorose. beh, sono d'accordo. tale situazione va pero' confrontata (in termini
di welfare, se volete) con la seguente.

ammettiamo che ci proteggendoci un poco riduciamo i costi della transizione. tale
protezione pero' porta altri costi (alcuni illustrati sopra in commenti precedenti, altri li
illustro in cio' che segue) oltre ai benefici illustrati nell'articolo.
mi chiedo, e' possibile che l'integrale dei costi di
transizione, a transizione completata, sia comunque piu' grande nel
caso protezionista che nel caso liberista a causa di una transizione
piu' lunga e di una serie di costi non riportati nell'articolo (discorso equivalente se guardiamo agli integrali dei benefici meno costi nei due casi)?
non e' che facciamo la fine di F.D.Roosevelt che a voler
limitare i costi della grande depressione ha allungato i tempi della
ripresa e causato problemi strutturali di lungo periodo?

in parole povere, non e' che per ridurre i costi della transizione causati dalla globalizzazione ci andiamo ad infilare in un altro ginepraio con costi (altri, e non considerati nell'articolo da michele) ancora piu' alti? del tipo: che incentivo avranno a cambiare le imprese se protette? che cosa succedera' alla nostra competitivita' di lungo periodo se ci proteggiamo? come faranno le risorse a riallocarsi se non propriamente stimolate dai prezzi relativi di mercato? e se perdiamo il treno? e come reagiranno gli altri paesi ad un aumento di protezionismo? la cina sara' contenta di vedere i nostri mercati chiusi? siamo sicuri che esista una cosa chiamata protezionismo transeunte? cioe' michele assume che il suo programma "protezionista transeunte" non cambiera' altri elementi del modello... mentre invece tante altre cose potrebbero succedere...

cioe' in seguito alla prima guerra mondiale abbiamo proceduto verso il protezionismo commerciale e finanziario per ragioni interne "di riaggiustamento", dopo la globalizzazione dei primi decenni del XIX sec. in quel caso e' iniziata la corsa alla chiusura totale e poi il casotto che sappiamo. non penso che il nazismo sia di nuovo alle porte, ma quello e' un esempio del fatto che una volta che ci si inizia a chiudersi non si sa mai quando ci si ferma (e di solito al protezionismo si accompagna il socialismo).

in parole povere, non e' che per ridurre i costi della transizione causati dalla globalizzazione ci andiamo ad infilare in un altro ginepraio con costi (altri, e non considerati nell'articolo da michele) ancora piu' alti? del tipo: che incentivo avranno a cambiare le imprese se protette? che cosa succedera' alla nostra competitivita' di lungo periodo se ci proteggiamo? come faranno le risorse a riallocarsi se non propriamente stimolate dai prezzi relativi di mercato? e se perdiamo il treno? e come reagiranno gli altri paesi ad un aumento di protezionismo? la cina sara' contenta di vedere i nostri mercati chiusi? siamo sicuri che esista una cosa chiamata protezionismo transeunte? cioe' michele assume che il suo programma "protezionista transeunte" non cambiera' altri elementi del modello... mentre invece tante altre cose potrebbero succedere...

certo, può essere. ma anche no. ci vorrebbe un super modello teorico capace di incorporare tutta l'eterogeneità del mondo, tutte le frizioni e tutte le variabili di stato che caratterrizano oggi l'economia di... Mondo. dopo di che dovremmo risolverlo (senza dimenticare che dobbiamo scegliere come pesare le utilità dei diversi agenti/stati/continenti). a quel punto sapremmo dove stanno i costi più alti.

in alternativa si può fare quello che suggerisce Michele. usare le conoscenze economiche per cercare di fare qualche ragionamento concreto su cosa sia meglio fare da policy maker. e in questo contesto, data la discontinuità/break/change of path, forse è meglio ragionare su qualcosa da fare.

"usare le conoscenze economiche per cercare di fare qualche ragionamento
concreto su cosa sia meglio fare da policy maker. e in questo
contesto, data la discontinuità/break/change of path, forse è meglio
ragionare su qualcosa da fare."

che e' esattamente quello che ho fatto, proponendo ulteriori fondamentali dimensioni da considerare. 

Mi sembra vi siano tre questioni serie da affrontare: (i) la consistenza
temporale del "neo-protezionismo" che invoco e, più in generale, i modi concreti in cui attuarlo; (ii) il mio ignorare che i 3000 milioni di A non solo producono ma
comprano anche i beni prodotti da B; (iii) l’aspetto redistributivo, ossia chi
paga per le liberarizzazioni, se c’è un “timing” appropriato per le medesime e se "la Cina" è la causa di tutti i mali (chiaro che no!).
Sono state sollevate anche delle
osservazioni “tecniche” abbastanza male assortite, comunque le discuto in (iv).
Poiché l’editor di nFA m'ha fatto stasera, per imprudenza e fretta mia, il peggior scherzo in due anni, credo non riuscirò ad andare oltre il punto (ii), visto che devo riscrivere tutto. Scusatemi, domani continuo.

(i) Avrei dovuto essere meno lapidario (ma l'articolo è già troppo lungo così)
e chiarire che le proposte concrete che GT ha avanzato non sono certo le mie. Non
ho usato l’espressione “mezzamente saggia” a caso: GT ha individuato un
problema, i rimedi che propone sono assurdi oltre che controproducenti. Questo
è parte della terza puntata d’economia dell’orrore, quindi tralascio.
Un lettore osserva che forse i buoi sono già scappati, ed è parzialmente vero.
Un altro suggerisce che far uscire la Cina dal WTO potrebbe portare a conflitti militari: condivido, anche se chiedo appunto di riflettere sui fatti riportati nella prima parte di quel commento. Non voglio dilungarmi sul perché si decise un'entrata così rapida della Cina e
del resto dei paesi asiatici "emergenti" in WTO, acqua passata. Ma tenete in mente che l'imperialismo, al contrario di quanto steorizzava Vladimir Illich, non è la fase suprema del capitalismo ma una cosa alquanto più vecchia. Va comunque detto che, se si fosse adottata in quel caso una procedura simile a
quella adottata in tutti i trattati di libero commercio sottoscritti dal 1950
in poi, ed in NAFTA soprattutto, la transizione sarebbe stata molto più
agevole. Sin dai tempi della CECA le liberarizzazioni commerciali internazionali si sono fatte “passin passetto”,
e per questo hanno funzionato e si sono susseguite. Se al posto della CECA avessere
fatto subito la UE, o anche solo la CEE, oggi con tutta probabilità non ci
sarebbero né l’una né l’altra.

Questa osservazione, perfettamente generalizzabile, risolve il problema della
consistenza temporale. I trattati di libero commercio includono da sempre
clausole attuative distribuite su lunghi orizzonti di tempo. Ognuna di esse
conferisce vantaggi e costi a tutte le parti, rendendone quindi giocoforza
l’implementazione a tempo debito. La non implementazione della clausola implica
o multe salatissime (non doveva servire a questo il WTO?) o la messa in
discussione dell’intero accordo. Poiché il costo di quest’ultima scelta diventa rapidamente
proibitivo - basti pensare a NAFTA: per quale ragione pensate Obama abbia
spedito il suo uomo in Canada? Perché i canadesi si chiedevano se era diventato
pazzo a sostenere che lo ridiscute! – l’attuazione in tempo debito delle
clausole diventa una politica temporalmente consistente. Detto altrimenti, i trattati di commercio internazionale non sono promesse fatte da finti governi benevolenti, ma giochi (ripetuti) fra molti agenti strategici. La grande maggioranza dei trattati sono "renegotiation proof", se son ben fatti. Che le tensioni su WTO-Cina siano ovunque così forti è evidenza che ben fatto quel trattato non era. Si sarebbe potuto fare di più e di meglio con la Cina ed il resto dell’Asia? Un po' si è fatto, ma chiaramente non abbastanza viste le enormi contraddizioni che stanno
sorgendo ovunque in Europa e negli USA.

In ogni caso, oggi la situazione è quella che è. Io credo sia
ragionevole porsi l’obiettivo, non tanto come Italia ma come UE+USA+Giappone, di una
ridiscussione complessiva delle regole WTO, con particolare riferimento al
commercio di prodotti manifatturieri fra UE+USA+Giappone da un lato, e mondo asiatico dall’altro. Rifare
la scaletta temporale, insomma, con particolare riferimento alla Cina. Folle? Francamente
non vedo nessun problema morale o politico nel riaprire le trattative con un
paese come la Cina, che mi sembra ridicolo voler presentare come il paradiso
della concorrenza, della libera iniziativa, del mercato e delle libertà individuali e collettive. Fosse anche la Cina un paradiso – che non è, come sa
chiunque l’abbia visitata - non farebbe nessuna differenza. [Domanda: perche da
paradiso comunista la Cina è automaticamente diventata, per qualche occidentale, paradiso capitalista,
mentre non è mai stata né mai sarà alcuno dei due?] I dati dicono che corrisponde agli
interessi nazionali di UE+USA+Giappone rallentare l’espansione del libero
commercio con Cina, India, eccetera. I governi nazionali per questo servono,
per difendere gli interessi nazionali. Il problema politico, quindi, consiste
nel vedere se esiste convergenza fra questi paesi sull’utilità di riaprire la
trattativa. Io argomento che tale convenienza esiste. La consistenza temporale, ripeto, è una non questione. Dibattiamo dunque sul merito: nella misura in cui un consenso si crei, si può riaprire la discussione, altrimenti no. Per contraddire questo mio argomento qualcuno dovrebbe dimostrare che non è negli interessi di chi vive oggi in Europa, e di chi ci vivrà nei prossimi 50 anni, rallentare l'espansione del libero commercio con l'Asia di prodotti della manifattura. Rimango in attesa di un argomento quantitativo che vada al di là dell'affermazione (di fede, ma probabilmente corretta) che, nello stato stazionario che arriverà fra vari decenni, quelli che saranno sopravissuti staranno meglio di quelli che son vivi ora. Anche io credo in questa proposizione di fede però, sapete cosa? Ai dipendenti del mio amico Renzo, che ha una fabrichetta di scarpe in riviera del Brenta e che sta pensando di licenziarli tutti 264 per trasferire la produzione altrove (la scelta, guarda caso, è fra India e Cina), frega un belin della mia proposizione di fede.


(ii)
Non comprano forse i nostri prodotti, i 3000 milioni di produttori in A? Apparentemente no, non al momento almeno. Serve forse che riporti qui la bilancia commerciale della Cina (e di molti altri paesi asiatici negli ultimi anni) con USA, EU, o Giappone? Spero di no, ma just in case. Insomma, qualcosa comprano ma non sembra comprino neanche lontanamente tanto quanto compriamo noi. Ora, potrei lanciarmi qui in una lunga (e non necessariamente pedissequa né idiotesca) discussione sul capitalismo di "stato" cinese, sulla natura nazionalistica del medesimo, sulla distribuzione del reddito e della ricchezza che sottostà ai dati di bilancia commerciale che ho appena riportato, e via dicendo. Se non altro per mancanza di tempo, tralascio, ma questa discussione andrebbe fatta. Girano un pelino troppi miti sulla Cina che, ripeto, è passata da paradiso comunista a paradiso capitalista, mentre è un posto molto diverso, e molto meno paradisiaco. Ma tralasciamo, che il tempo manca, questo non irrilevante dettaglio. Il ragionamento secondo cui guadagniamo con una mano (più di) quello che perdiamo con un'altra non fila in generale.

Per i teorici dell'economia, consiglio la lettura di L. McKenzie "The Classical Theorem on Existence of Competitive
Equilibrium", Econometrica, 1981, soprattutto la parte relativa all'ipotesi di "non decomposibilità" della dotazione iniziale, ossia alle assunzioni sotto le quali "if someone has income everyone has income". Una comprensione attenta del modo in cui innovazioni troppo drastiche possono letteralmente rendere "inutili" le dotazioni di un grande numero di agenti (i quali, quindi, non hanno "income" ed il sistema diventa "decomponibile") favorirebbe anche la comprensione del perché al momento sembra che da un lato noi (e.g. USA+EU+Giappone) si faccia fatica a vendere a Cina&Co tanto quanto loro vendono a noi e, dall'altro e soprattutto, perché esista un sottoinsieme di noi che proprio non ha nulla da vendere a Cina&Co, e a quell'altro sottoinsieme di noi forse nemmeno. Esempi matematici, nel contesto di un'economia dinamica con innovazioni e senza esternalità alcuna, disponibili su richiesta. Il primo di essi mi guadagnò, in quel di Mpls, un'abbondante quantità di birra pagata dal buon Tim Kehoe ben 12 anni fa ... insomma, è da un po' di tempo che ci penso. La questione, messa altrimenti, è distributiva oltre che di efficienza, ed il problema è sempre quello dei "compensatory transfers". Sto parlando, mi rendo conto, con un linguaggio un po' tecnico, ma mi rivolgo soprattutto agli economisti che questa osservazione critica m'hanno fatto, spero gli altri mi scusino. È banale mostrare che, seppur il reddito totale cresce a seguito dell'entrata di nuovi produttori nel mercato, il reddito reale di una fetta arbitrariamente grande delle popolazione si riduce. Questo mi sembra essere oggi, per la semplice scala del big bang asiatico oltre che per la composizione particolare delle dotazioni di Cina ed India, il problema da capire, e discutere. Aggiungo un'ulteriore osservazione: la teoria dice che in paesi in via di sviluppo, in cui il reddito sta crescendo e ci si aspetta che cresca, gli investimenti sono inferiori dei risparmi e si importa capitale estero, insomma si sopporta un deficit nella bilancia commerciale. Sino ad ora, in effetti, così è successo quasi ovunque nel mondo. Ma l'opposto, il brutalmente drammatico opposto, sta accadendo in Cina. Non suggerisce questa macroscopica contraddizione che, forse, di un differente apparato teorico vi è bisogno per capire quanto sta succedendo?

Per i meno addetti ai lavori, l'argomento è semplice. Vi sono 3000 milioni di asiatici che un giorno forse vorranno consumare prodotti che noi si produca. Ma non ora. Ora producono, accumulano e consumano soprattutto roba loro. Siccome lavorano a salari che per noi sono da fame mentre per loro sono alti (relativamente all'alternativa, che è di tornare nella comune comunista di campagna o nella miniera in Gansu) dei prodotti della manifattura italiana non sanno che farsene. Da un lato sono troppo costosi, dall'altro sono facilmente sostituibili da prodotti di qualità molto inferiore, prodotti localmente e venduti ad un prezzo infinitamente minore. Fra cinquant'anni anche costoro saranno probabilmente interessati ad acquistare i prodotti della riviera del Brenta, o a venire in vacanza sul Tirreno che si sarà trasformato in una specie di enorme disneylandia popolata da cinesi ed indiani. Allora gli italiani opportunamente ristrutturati si arrichiranno vendendo mare, sole, arte ed amore alla classe media asiatica. Ma, nel frattempo, occorre trovare qualcosa da fare per circa 50 anni. L'unica cosa da fare, per chi oggi ha 40 o 50 anni e sa fare solo scarpe, è accettare di produrre le stesse scarpe ad un salario che non cresce mai e probabilmente cala. Il salario non cresce e forse cala perché il prezzo delle scarpe vendute fa lo stesso e questo succede perché occorre competere con i prodotti dell'ex contadino di Gansu, al quale il mio amico Renzo sta pensando di far produrre le scarpe che, per quarant'anni, erano state prodotte a Fiesso. Tutto questo, sia chiaro, conviene altamente a quelli come lo scrivente, il cui reddito reale sta crescendo alla grande. Io vendo servizi d'alta qualità in giro per il mondo, ho poca competizione (particolarmente poca competizione cinese ed indiana) ed infanti mi confronto, assieme a qualche decina di migliaia di altri fortunati, ad una domanda enorme dei miei servizi. Il grosso di questa domanda viene, infatti, da cinesi ed indiani, come sa chiunque si sia occupato di ammissioni (graduate o undergraduate) in una buona università USA. Il mio salario nominale quindi cresce e, perdippiù, il prezzo dei beni di consumo che acquisto cala, grazie all'ex minatore di Gansu. In altre parole, io sto molto bene grazie alla globalizzazione liberista. I dipendenti del mio amico Renzo, con un paio dei quali andavo ad arrampicare in Dolomite trenta e passa anni fa, meno.

Del resto, tipo della discontinuità che non c'è stata (ma dormivate tutti fra 1989 e 1991?), ne parliamo domani. Del classico no, che nemeno mi diverto ...

In i) mi pare che ti contraddici. Prima dici che i Trattati di tarde sono time consistent perche' sono Trattati e non si discutono e c'hanno multe. E poi suggerisci di ridiscutere i Trattati con la Cina. In ii) il disaccordo e' su quanto temporanea sia la bilancia commerciale cinese. Io credo che lo sia molto ma molto piu' di quanto pensi tu. In 10 anni  li invaderemo di prodotti. Non ho nulla per sostenere questo belief (ne' tu per dire che ci vorranno 50 anni)

Un altro teorico (perdippiù dello steady state) all'opera.

Quello che tu "credi" è abbastanza irrilevante, quello che invece "succede" è leggermente più importante: se vent'anni and counting di bilancia commerciale in rosso violaceo ti sembrano poca evidenza che abbiamo poco da vendergli, allora forse i fatti non possono farti cambiare idea. Aggiungiamo l'altro fatto: ci sono ancora circa 600 milioni di cinesi (ossia, circa la metà) che sono "fuori" dal modo di produzione capitalistico, quindi occorreranno altri 20 anni circa perché anche questi ci entrino, con le ovvie implicazioni pratiche. Beliefs di 10 vs 50: prenditi Taiwan, moltiplicalo per 60, guardati la sua bilancia commerciale (con Italia, con USA, con Francia, scegli tu) oggi (cioé: quasi 50 anni dopo che ha iniziato a crescere). Prova a calibrare il modellino di commercio internazionale che hai in mente sui dati di Taiwan, dimmi cosa ti viene fuori con Main Land. 50 anni è il limite inferiore di un intervallo di confidenza decente.

Un altro teorico (dei giochi, questa volta) all'opera.

Ho detto che i trattati di libero commercio, quando fatti bene, sono renegotiation proof. Quando fatti male, chiaramente no: la perfezione non è di questo mondo e sulle cose fatte in passato, inclusi i trattati, si dibatte per vedere se è il caso di migliorarle cambiandole. Il casino mondiale su Cina ed India mi sembra dimostrare che male è stata fatta la cosa; io e molti altri abbiamo anche argomentato perché. Invece d'invocare contraddizioni immaginarie, consiglio di entrare nel merito della teoria e dei fatti la prossima volta. Se tutto ciò che vogliamo fare è polemizzare sui massimi sistemi (libero commercio verso protezionismo) con argomenti scritti a caso ed in fretta, io preferirei evitare e mi chiamo fuori sin da ora.

circa 600 milioni di cinesi (ossia, circa la metà) che sono "fuori" dal
modo di produzione capitalistico, quindi occorreranno altri 20 anni
circa perché anche questi ci entrino

questo lo sai o lo credi? lo sai, perche' la dfinizione di sapere e' "quello che credi tu".

20 anni di bilancia in rosso vuol dire abbastanza poco al ritmo a cui le cose stanno cambiando negli ultimi 5-10 anni in Cina. Taiwan e' piccola e specializzata, completamente diversa storia, da quanto ne so. 

i trattati di libero commercio, quando fatti bene, sono renegotiation proof. Quando fatti male, chiaramente no

Questo tipo di trattati sono renegotiation proof (se fatti bene) a livello aggregato (cioe' se il decisiore e' il paese); ma se il paese e' composto da tanti lobby che votano. L'Ohio vuole rivedere NAFTA come tu vuoi rivedere i trattati con la Cina. Sono mica stupidi in Ohio, loro ci perdono. Il fatto che tu voglia proteggere non significa che il trattato sia fatto male. Ma solo che le persone per cui tu fai lobby (non te stesso, ma ad esempio l'industria privata italiana) ci perdono. Anche questa e' una definizione self-centered di cosa e' renegotiation proof e cosa e' buon trattato.

Comunque hai ragione che cosi' a pezzi e bocconi non si va da nessuna parte. Tu ci hai messo parecchio sforzo analitico a sostenere la tua posizione. Faro' altrettanto. Ma purtroppo non subito che sto guardando alla giustizia in Italia e la cosa mi consuma. Mi pare che Enzo difenda bene le posizioni free trade senza bisogno del mio aiuto

 

Francamente
non vedo nessun problema morale o politico nel riaprire le trattative con un
paese come la Cina, che mi sembra ridicolo voler presentare come il paradiso
della concorrenza, della libera iniziativa, del mercato e delle libertà individuali e collettive.

Scusa, ma che c'entra tutto cio' con le considerazioni commerciali?  Il commercio si fa perche' conviene a entrambe le parti, non perche' i partners hanno governi che trattano bene i propri cittadini (i quali ultimi, oltretutto, dall'export dei prodotti che lavorano traggono notevole beneficio economico).

Il mio salario nominale quindi cresce e, perdippiù, il prezzo dei beni
di consumo che acquisto cala, grazie all'ex minatore di Gansu. In altre
parole, io sto molto bene grazie alla globalizzazione liberista. I
dipendenti del mio amico Renzo, con un paio dei quali andavo ad
arrampicare in Dolomite trenta e passa anni fa, meno.

Il punto e': credi che il free trade complessivamente convenga a un paese anche se ha un deficit commerciale, o no? Se si' (come io credo) le preoccupazioni sugli squilibri interni che si generano andrebbero risolti esclusivamente all'interno di quel paese (per esempio con trasferimenti fiscali dai ricchi docenti ai dipendenti di Renzo :-) ). 

Ma quali ricchi docenti. Giu' le mani. Impediamo piuttosto ai cinesi di lavorare 18 ore al giorno e imponiamogli un regime sindacale e di diritti civili come il nostro prima di accettare i loro prodotti. :)

Francamente
non vedo nessun problema morale o politico nel riaprire le trattative con un
paese come la Cina, che mi sembra ridicolo voler presentare come il paradiso
della concorrenza, della libera iniziativa, del mercato e delle libertà individuali e collettive.

Scusa, ma che c'entra tutto ciò con le considerazioni commerciali? Il
commercio si fa perché conviene a entrambe le parti, non perché i
partners hanno governi che trattano bene i propri cittadini (i quali
ultimi, oltretutto, dall'export dei prodotti che lavorano traggono
notevole beneficio economico).

Come sarebbe a dire? Non si fanno i contratti ed i trattati perché conviene ad entrambe le parti? E non si rinegoziano quando non conviene ad una delle due parti o quando una delle due parti fa i trucchi, o entrambe le cose? Ora, ad una delle due parti non conviene per nulla, ed io suggerisco di rivedere il trattato. L'altra parte, ossia la Cina, potrebbe dire "Blocca tutto, noi abbiamo fatto tutto secondo le regole. Volete il mercato libero, la concorrenza, la libera entrata, la non discriminazione di questo e di quello, l'eguale trattamento di stranieri e cittadini, di amici dell'apparato del partito+generali dell'esercito e di semplici contadini, eccetera. E noi tutto questo lo stiamo facendo. Quindi non potete ridiscutere, noi seguiamo le regole". Io rispondo: NO, le regole non le seguite proprio, neanche un pelino le seguite. E se vuoi l'elenco delle regole commerciali e di libertà economica che infrangono te le faccio, ma spero mi eviti l'esercizio retorico. Ecco, per QUESTO c'entra quanto ho scritto.

<em>[C'entra anche - ma questo lo metto in piccolo, come una noterella secondaria - per ricordare a chi ci legge che la Cina non è il paradiso che qualcuno racconta, ricordar la qual cosa non fa mai male. Non serve neanche dirlo: ovviamente noi siamo freddi e calcolatori economisti, quindi che ce ne frega a noi dei diritti umani, dell'occupazione di terre altrui, della condizione di semi-schiavismo di milioni di cittadini, della natura autocratica del sistema economico e politico e del lavaggio del cervello a cui il cinese medio viene sottoposto? A noi frega assolutamente nulla, noi guardiamo ai benefici commerciali, ed io con voi. Per questo il ragionamento di fondo continuo a farlo sui benefici commerciali NOSTRI: dei loro mi frega un belin. Siamo o non siamo uomini d'affari e calcolatori? Perché dovrei commerciare con i cinesi affinché anche loro si sviluppino? Che si arrangino. Solo mi diverto a prender nota che Pinochet trattava i suoi cittadini molto meglio di quanto il PCC tratti quelli suoi che non fan parte del giro buono, tutto lì. Lo faccio per riempire noterelle scritte in caratteri minuti, solamente per i più curiosi fra i nostri lettori ...]
<em>

Il punto è: credi che il free trade complessivamente
convenga a un paese anche se ha un deficit commerciale, o no? Se sì
(come io credo) le preoccupazioni sugli squilibri interni che si
generano andrebbero risolti esclusivamente all'interno di quel paese
(per esempio con trasferimenti fiscali dai ricchi docenti ai dipendenti
di Renzo :-) ).

Vedo che anche tu ragioni con il modellino teorico semplificato e falso, in cui gli agenti sono omogenei, c'è il "paese complessivo" ed il governo nazionale è un benefico pianificatore. Ecco: sbagliato tutto. Ti informo che non esistono. L'agente rappresentativo non c'è, gli interessi delle diverse componenti del paese sono in conflitto, qualcuno ci guadagna, altri ci perdono, eccetera. I dati aggregati, illustrati con abbondanza altrove ed anche in questo sito, mostrano che se misuriamo il benestare del paese guardando al valore aggiunto medio per ora di lavoro, non sembra convenga. Dipende tutto dal commercio con la Cina? No, assolutamente no, per carità! Ma dipende ANCHE da quello, ed in certi settori dipende molto da quello. Quindi il problema va affrontato senza nascondersi dietro al dito del "fate i trasferimenti compensativi", un dito monco da molto tempo.

Venendo brevemente ai trasferimenti che suggerisci: discuterò ampiamente di politiche concrete nella terza parte, inclusa la questione "deficit commerciale di lungo periodo" che è rilevante e che né tu né Alberto volete fare lo sforzo di assumere per il problema che è; qui non serve dire molto sull'argomento "trasferimenti fiscali dai ricchi docenti ai dipendenti di Renzo" visto che è facile capire che la soluzione che suggerisci o non funziona per niente o è equivalente a ... DAZI SUI PRODOTTI CINESI!!!

Come abbondante teoria di qualità (public choice o mechanism design, scegli tu) suggerisce e come i fatti provano, i trasferimenti compensativi per via fiscale non sono nemmeno teoricamente fattibili. Per una ragione banalissima che chiunque abbia lavorato su trattati di liberalizzazione commerciale ben conosce: mentre è abbastanza evidente quali gruppi economici perdano, è piuttosto complicato individuare chi ci guadagna e di quanto. Quindi la tassazione compensativa "lump-sum" (che non distorce) non è proprio possibile: manca l'informazione su CHI tassare! Ma nemmeno quella distorsiva è fattibile a meno che ... a meno che non si ricorra ai DAZI che tanto ti spaventano (infatti IO non li propongo) e che GT, ora scopro con il tuo appoggio, propone!

Mi faccio capire con un esempio molto concreto e molto rilevante per il caso in questione: se importo prodotti tessili a buon mercato che imitano quelli di Benetton e sono prodotti (magari su licenza di Benetton stesso) a Shenzhen è abbastanza ovvio chi ci rimetta: i laboratori di maglieria italiani che lavora(va)no per Benetton. Chi ci guadagna? Benetton, forse, se riesce ad abbassare i prezzi meno di quanto gli scendano i costi. Benetton, quindi, forse possiamo tassarlo anche se sospetto suoni male perché è equivalente alla tassazione di profitti ottenuti con buona attività imprenditoriale. A me infatti l'idea non piace molto, e NON la propongo: segue però logicamente dalla TUA affermazione precedente - che, se leggo bene, è ora sottoscritta anche da Alberto. Siete quindi in due a sostenere che occorre tassare i profitti degli imprenditori capaci.

Continuiamo: gli "extra" profitti di Benetton sono, vista la presenza di Zara, H&M, ed altri competitori, ben poca cosa. A guadagnarci sono soprattutto i consumatori di prodotti Benetton (e Zara, eccetera) che sono forse tanti, forse pochi, ma senz'altro non facilmente individuabili e tassabili (lump-sum o no, non fa differenza) dal pianificatore benevolente che (nelle fantasie di Enzo e, scopro ora, anche in quelle di Alberto) fa la redistribuzione fiscale per compensare gli ex-dipendenti del mio amico Renzo (fa scarpe, e non per Benetton, ma fa lo stesso)! Una cosa, invece, il pianificatore (ma anche un governuccolo normale) può fare: mettere una tassa d'importazione o di vendita sui maglioni prodotti a Shenzhen e paraggi. Questa è l'implicazione logica di quanto Enzo, ora con il supporto di Alberto-the-theoretical-free-trader, suggerisce come soluzione del problema! Contenti voi ...

Conclusione: i nostri amici libero-scambisti fanno le stesse proposte pratico-operative di GT, ossia mettere i dazi e le gabelle sui prodotti cinesi che importiamo, così da compensare i perdenti. Questo almeno ora mi sembra acquisito, quindi abbiamo fatto qualche progresso. Ragionare seriamente serve.

 

Come sarebbe a dire? Non si fanno i contratti ed i trattati perché
conviene ad entrambe le parti? E non si rinegoziano quando non conviene
ad una delle due parti o quando una delle due parti fa i trucchi, o
entrambe le cose? Ora, ad una delle due parti non conviene per nulla,
ed io suggerisco di rivedere il trattato.

Evabbe', ma io mi riferivo alla tua motivazione sul fatto che la Cina non sia un "paradiso capitalista". E allora? Senza considerare che dalle mie esperienze personali l'opinione che i cinesi hanno del loro governo e' abbastanza positiva (anche perche' il loro tenore di vita sta salendo rapidamente da due decenni, che e' piu' di quel che si possa dire per la Land of the Free, per non parlare dell'Italia). Visitai l'URSS per lavoro nel 1982, e ti assicuro che non c'e' paragone tra le rispettive opinioni raccolte da conoscenti piu' o meno occasionali.

Comunque, ripeto, questo non c'entra nulla con i trattati commerciali, che sono una questione di pura convenienza economica; cosi' come nulla c'entrava Pearl Harbour con la concorrenza che le varie Toyota e Nissan davano a Detroit e dintorni negli anni '80. Ricordo di aver visto manifesti xenofobi appesi in uno stabilimento Chevrolet nei dintorni di Buffalo, NY: come in tutte le guerre, commerciali o no, dirigenti che sbagliano le loro strategie cercano di sobillare contro il "nemico straniero" i meno perspicaci tra i loro sudditi per farne carne da cannone. I socialisti talora non sono da meno di fascisti o leghisti: vedi i commenti di Edith Cresson nei primi anni '90 sui giapponesi come "formiche gialle che stanno cercando di conquistare il mondo".

Come abbondante teoria di qualità (public choice o mechanism design,
scegli tu) suggerisce e come i fatti provano, i trasferimenti
compensativi per via fiscale non sono nemmeno teoricamente fattibili.
Per una ragione banalissima che chiunque abbia lavorato su trattati di
liberalizzazione commerciale ben conosce: mentre è abbastanza evidente
quali gruppi economici perdano, è piuttosto complicato individuare chi
ci guadagna e di quanto. Quindi la tassazione compensativa "lump-sum"
(che non distorce) non è proprio possibile: manca l'informazione su CHI
tassare! Ma nemmeno quella distorsiva è fattibile a meno che ... a meno
che non si ricorra ai DAZI che tanto ti spaventano (infatti IO non li
propongo) e che GT, ora scopro con il tuo appoggio, propone!

Ehi ehi, non facciamo il gioco delle tre carte! Trasferimenti si potrebbero fare benissimo, per esempio detassando il lavoro dipendente, accentuando la progressivita' delle aliquote, dando sussidi di disoccupazione... Dubito che servirebbero (come illustra anche il post di Calvin qui sotto), ma misura populista per misura populista avrebbero almeno il pregio di non rischiare ritorsioni commerciali che eliminerebbero ogni speranza di ridurre il deficit con l'export, e soprattutto di non aumentare il costo della vita per chi compra prodotti a basso prezzo: che sono appunto quelli come i famosi dipendenti del tuo amico. Non stavi tu preoccupandoti per loro?

Ma non e' nemmeno questo il punto. Il punto e' attribuire responsabilita' dove esse risiedono anziche' a capri espiatori, non per fare del moralismo ma perche' questa e' condizione preliminare a ogni possibile rimedio. Il fatto e' che l'Italia sta soffrendo in modo particolare dalla concorrenza da Cina e dintorni perche' ha seguito una strategia perdente: invece di investire in istruzione e tecnologia, e cercare di muoversi in settori a piu' alto valore aggiunto, ha preferito la comoda strada della produzione a basso costo; e ora sta scoprendo che quando si ha un biglietto di terza classe non si puo' viaggiare in prima classe. Be', a onor del vero non tutte le ditte italiane hanno seguito questa strada: ti assicuro che qui in Hong Kong c'e' la coda di ricchi mainlanders davanti ai negozi di Bulgari, e Armani qualche anno fa ha aperto otto negozi proprio pensando a loro (per non parlare di quelli aperti direttamente sul territorio della PRC). Ma proprietari e dipendenti delle varie fabbrichette che pensavano di aver trovato una nicchia vedendo scarpe e calzini ai tedeschi hanno ricevuto una spiacevole doccia fredda. Mi spiace per i dipendenti di Renzo, ma, ripeto, dovrebbero prendersela con chi aveva una visibilita' maggiore di loro e per decenni non ha fatto nulla, ossia nell'ordine: i politici italiani, i sindacalisti italiani e buona parte degli imprenditori italiani.

Michele, solo un'osservazione ad un argomento che, come detto (classico a parte...), condivido in pieno. Quando dici:

Una comprensione attenta del modo in cui innovazioni troppo drastiche possono letteralmente rendere "inutili" le dotazioni di un grande numero di agenti (i quali, quindi, non hanno "income" ed il sistema diventa "decomponibile") favorirebbe anche la comprensione del perché al momento sembra che da un lato noi (e.g. USA+EU+Giappone) si faccia fatica a vendere a Cina&Co tanto quanto loro vendono a noi e, dall'altro e soprattutto, perché esista un sottoinsieme di noi che proprio non ha nulla da vendere a Cina&Co, e a quell'altro sottoinsieme di noi forse nemmeno. ... La questione, messa altrimenti, è distributiva oltre che di efficienza, ed il problema è sempre quello dei "compensatory transfers". ... È banale mostrare che, seppur il reddito totale cresce a seguito dell'entrata di nuovi produttori nel mercato, il reddito reale di una fetta arbitrariamente grande delle popolazione si riduce. Questo mi sembra essere oggi, per la semplice scala del big bang asiatico oltre che per la composizione particolare delle dotazioni di Cina ed India, il problema da capire, e discutere.

 mi viene in mente che nel recente passato è successa una cosa simile al momento dell'unificazione tedesca, con un bel sotto-insieme di tedeschi dell'Est che, da un giorno all'altro, non aveva più "nulla da vendere" a quelli dell'Ovest (e neppure ai pochi privilegiati dell'Est). Certo, le condizioni di partenza erano diverse, con il gap Ovest-Est dovuto in questo caso a tecnnologia, istituzioni, ecc. Ma rimane il fatto che chi prima ad Est produceva e vendeva in un mercato più o meno chiuso (e vale ricordare che all'interno del Patto di Varsavia la DDR era "delegata" all' "alto di gamma" nelle varie produzioni), poi si è ritrovato a non poter competere per parecchi anni nel mercato aperto della Germania unita perché senza più barriere e con i salari convertiti 1:1 in marchi dell'ovest produrre non era più viable, neppure, che so, nel caso dell'altissima qualità delle lenti Carl Zeiss. In pratica, da un giorno all'altro, le imprese della DDR si sono trasformate nell'equivalente del tuo amico Renzo della Riviera del Brenta. A me pare un precedente storico, o natural experiment, per il rischio che paventi, o sbaglio? Ricordo di averne discusso all'epoca con il mio supervisor a Warwick e di aver tentato di convincerlo che forse andavano calcolati anche i costi lungo il sentiero di transizione e non solo il benessere allo steady state. Ma lui (giustamente) mi scoraggiò per la difficoltà analitica dell'impresa (era affare di traverse hicksiane e lì mi arresi). Ti chiedo: sai se esistono studi quali-quantitativi su tale episodio storico? All'epoca so che ne uscirono diversi (ci ho fatto sopra la tesi di laurea e di master...), ma credo che solo dopo molti anni si riesca ad avere una visione non distorta di cambiamenti così radicali. 

E' soprattutto interessante vedere dove sta la Germania Est dopo 15 anni di trasferimenti pubblici da parte dell'Ovest. Essendo stato a Dresda l'anno scorso, direi che non se la passano benissimo...

Tralascio gli argomenti tecnici perchè non ho gli strumenti per risponderti,però mi sembra che tu la faccia facile a "ritrattare" con la cina. Cioè il discorso mi sembra basato sul "Mi conviene ORA mettere dazi?" SI ---> Cambio tutti gli accordi. 20 anni dopo "mi conviene levarli?" SI --> li levo. E se magari la Cina non fosse d'accordo (cosa alquanto probabile) ?Ci potrebbero essere ritorsioni di tipo commerciale (o altro..) ? Anche se gli USA rimangono sempre la prima economia al mondo, ora è piu difficile "fare i duri" con la russia di putin o la cina "capitalista"

Parliamo di cose concrete così ci capiamo meglio. Il mio punto è semplice, ridiscutiamo pure i trattati con la Cina e India in modo da limitare l'impatto sulle fabbriche di scarpe in riva al Brenta. Praticamente stai operando un trasferimento da tutti quelli che comprano in Italia beni Made in China agli stakeholder della fabbrica. Fair enough, anche se a voler essere consequenziali io direi di nazionalizzarla la fabbrica, così almeno i profitti tornano ai taxpayer e non al tuo amico - spiacente, ma lui sopportava il rischio d'impresa; inoltre probabilmente ha qualche soldo da parte e capacità imprenditoriale, quindi sarebbe inefficiente lasciarlo a fare scarpe. Quale che sia l'esito, dovrebbe essere chiaro che alla fine della fiera (10 anni? 20?) le scarpe cinesi a 25 Euro torneranno sugli scaffali e quindi o la fabbrica di scarpe va a morire quando l'ultimo operaio è andato in pensione (ridicolo), oppure innova in qualche modo: che siano i processi (per fare scarpe a 20 Euro) o il prodotto (diventando un altro Testoni o Ferragamo) non ci interessa.

Ora, il primo argomento dei liberisti dogmatici è che se l'imprenditore non ha fatto niente negli ultimi dieci anni nel mentre che montava la minaccia cinese, significa che probabilmente non è un buon imprenditore, quindi Schumpeter vorrebbe che chiudesse per poi aprire una nuova attività - o se non lo farà lui lo farà qualcun altro. Tu rispondi che, in Italia nel 2008 la distruzione creatrice funziona con tempi pari a quelli dell'amministrazione pubblica (ovvero biblici), e non abitando nella torre d'avorio bisogna preoccuparsi delle conseguenze materiali dell'invasione di scarpe cinesi. Ti rispondo che bisogna preoccuparsi ancor prima che la distruzione creatrice cominci a funzionare con tempi meno biblici, e buying some time alla fabbrica di scarpe dovrebbe avere un effetto tra il neutrale e il deleterio. Insomma stiamo curando i sintomi e non la malattia, e non essendo (ancora) Boldrin il nostro Fuhrer dubito che nei 20 anni di tempo che abbiamo comprato alla nostra fabbrica le cose cambino. Certo, forse nemmeno far fallire la fabbrica gioverebbe alla causa delle riforme market friendly di cui abbiamo bisogno come il pane, realisticamente gioverebbe al razzismo e magari all'odio per lo stato centrale. Dieci anni di sofferenza per il ritorno della Repubblica Veneta? Io sarei allettato.

Il secondo argomento è che tra 20 anni saremo punto e a capo, perché probabilmente il nostro imprenditore non è abbastanza forward looking, oppure semplicemente ha 50 anni, tra 20 anni ne avrà 70, e quindi meglio privatizzare un po' di profitti da investire in azioni cinesi, così anche la prole sarà a posto; nel caso in cui l'impresa sia stata nazionalizzata peggio mi sento, probabilmente tra 20 anni sarà ancora più inefficiente e di operai che rischiano il posto ce ne saranno 400. Sinceramente non ho capito se hai criticato questo argomento, se la critica è "bisogna essere realisti", ti ribadisco che stiamo curando i sintomi, a meno che nei programmi di NFA non ci sia un putsch.

Il terzo argomento è quello che il flusso di beni non è univoco, i cinesi acquisteranno sempre piu' roba da noi quindi dovremmo comprare le loro scarpe per vendergli la nostra consulenza, i nostri servizi finanziari, le nostre strutture turistiche, la nostra meccanica di precisione, le nostre lavorazioni dell'acciaio e chi piu' ne ha... Da quel che ho letto in giro, mi pare che la bilancia commerciale abbia qualche difficoltà a tenere conto dell'esportazione di servizi (se McKinsey apre una branch a Shangai in cui manda per periodi di 6 mesi i suoi team di Milano, il valore aggiunto è italiano ma contabilizzato in Cina), quindi magari la situazione è meno tragica di quel che sembra. O magari ho detto una boiata. Aggiungerei che conta pure dove produci il valore, l'esempio dell'Ipod è quello piu' abusato: Apple compra dalla Cina un Ipod che costa 15 a 20, e lo rivende in US a 80. Il valore è in US, dove vengono remunerati R&S, marketing e organizzazione, non in Cina, che si occupa delle attività a basso valore aggiunto.

Comunque aspetto il terzo capitolo per sapere che fare ,come diceva sempre il buon Vladimir Ulyanov.

Forse c'e` una soluzione alla crisi delle esportazione ed alla manodopera a basso costo Cinese:

http://www.corriere.it/economia/08_marzo_11/salari_italiani_ocse_b30731f6-ef72-11dc-872b-0003ba99c667.shtml 

I salari medi italiani vanno sempre piu` giu` rispetto alle altra nazioni europee. dati OCSE

Presto anche noi lavoreremo per 1 Euro l'ora (ma il datore di lavoro ne versera` 49 per mantenere i pensionati ed i sindacati).

Provo a finire i chiarimenti che mi sembrano dovuti. Seguendo la scaletta di ieri sera, vorrei considerare due gruppi di problemi: (iii) la questione redistributiva, ossia chi
paga per la liberarizzazioni, e la questione della riconversione, ben più importante della prima; (iv) questioni che ieri chiamavo "tecniche", a cui se ne sono oggi aggiunte altre.


(iii)
La ricerca economica ha riconosciuto da sempre che a fronte di liberalizzazioni commerciali vi saranno vincitori e vinti. La medesima ricerca sottolinea anche che, poiché la liberalizzazione aumenta la dimensione della torta a disposizione di tutti, esistono transfers compensativi che migliorano le condizioni di vita di tutti. Questi trasferimenti compensativi vengono frequentemente usati (ed anche abusati), mi concereteevitare una lunga lista di esempi anche attuali. Nel caso WTO-Asia essi non sono avvenuti. A mio avviso perché si è sottostimato l'effetto che la stessa avrebbe avuto, ossia si è sottostimato quanta forza lavoro a basso prezzo fosse a disposizione in questi paesi e quanto rapidamente i cambiamenti tecnologici intervenuti avrebbero permesso di trasferire tecnologie anche molto avanzate in quei paesi. Tutto è avvenuto su una scala e ad una rapidità ben superiore di quelle a cui ci si era abituati 20/30 anni prima con l'arrivo di Giappone, Korea, Taiwan, HK, Singapore, eccetera. La conseguenza paradossale di questa sottovalutazione (e di un pregiudizio ideologico-culturale notevole, ma tralasciamo) è che esiste pochissima letteratura che cerci di quantificare seriamente i costi di transizione dovuti a WTO-Asia. Questo è paradossale perché, per fare solo due esempi, gli studi quantitativi che esaminano la transizione ed i costi di NAFTA si contano a centinaia e lo stesso vale per la (tuttora ipotetica) transizione da sistemi pensionistici del tipo PAYGO a sistemi del tipo "capitalizzazione". In entrambi questi casi centinaia di ricercatori hanno studiato e quantificato la transizione. Guarda caso, in entrambi i casi svariate ricerche hanno mostrato che, per stime credibili dei parametri, non era ovvio che il tutto producesse un guadagno netto di benessere sociale. Sulla transizione PAYGO->capitalizzazione, infatti, la discussione è tutt'ora aperta (ci ho partecipato attivamente anche io) e l'impressione obiettiva è che si tratti di un caso classico in cui l'approccio {0,1} fa solo danni certi. Idem per NAFTA, su cui non ho lavorato ma ho imparato molto dal team che (per il Mexico) la discusse e la fece. Anche in quel caso il verdetto fu: take it easy, do it slowly. Consiglio seguito, risultato raggiunto con relativamente pochi morti e feriti. Nel caso WTO-Asia, ripeto, nisba. Silenzio assoluto. Ed ora ci sono i casini planetari.

La soluzione "compensare con trasferimenti i perdenti" è soluzione banalotta, di dottrina ed inattuabile. Ho già spiegato in un altro commento perché (a) non è attuabile in modo efficiente e, (b) la forma nella quale è attuabile corrisponde all'imposizione di tasse e dazi sulle importazioni (!) ma, visto che si fa finta di non capire, lo ripeto. Anzitutto, la seguente affermazione è strettamente erronea (se EM non lo capisce neanche questa volta, ci rinuncio):

Ehi ehi, non facciamo il gioco delle tre carte! Trasferimenti si
potrebbero fare benissimo, per esempio detassando il lavoro dipendente,
accentuando la progressività delle aliquote, dando sussidi di
disoccupazione...

Come ho dimostrato (a meno di avere a disposizione imposte lump-sum) il trasferimento compensativo corretto ed efficiente (sotto i vincoli infomativi ovvii) da chi guadagna a chi perde consiste nell'imporre dazi sui beni importati, i proventi dei quali vanno a compensare (lump sum, perché questo sì che si può fare) le imprese nazionali operanti nel settore all'atto dell'apertura commerciale. NON ho detto che lo voglio proporre, ho detto e dimostrato che è la conseguenza logica degli argomenti di EM (che non ho capito se AB ed altri condividono). Per quanto riguarda poi la seconda affermazione, anch'essa è erronea: non TUTTO il lavoro dipendente viene danneggiato dalla liberalizzazione. Per esempio, i dipendenti pubblici non di certo, e nemmeno quelli delle ferrovie o dei monopoli telefonici. Detassare il lavoro dipendente quindi trasferirebbe risorse ad un vasto numero di persone, un solo sottoinsieme delle quali affronta i costi della transizione. Idem per l'accentuazione della progressività fiscale, che c'entra come i cavoli a merenda. Forse i sussidi di disoccupazione mirati alla riconversione, stile scandinavo per capirsi, potrebbero servire, ma rimane il problema di finanziarli: con quali risorse? Dazi sulle importazioni, sospetto ... idem, ovviamente, per le detassazioni di cui sopra, anche quelle vanno finanziate. In sostanza, NESSUNA di queste misure (modulo i sussidi di disoccupazione finanziati da dazi sulle importazioni) riescono a risolvere il problema della compensazione dei perdenti (il "pareto transfer" nel jargon degli economisti) che anche i miei critici riconoscono essere necessario. Il problema quindi c'è, e le soluzioni proposte, ripeto, sono banali, di dottrina, difficilmente praticabili, inadeguate e ... populiste. Infatti, che lo siano lo riconosce EM stesso:

Dubito che servirebbero (come illustra anche il post
di Calvin
qui sotto), ma misura populista per misura populista avrebbero almeno
il pregio di non rischiare ritorsioni commerciali che eliminerebbero
ogni speranza di ridurre il deficit con l'export, e soprattutto di non
aumentare il costo della vita per chi compra prodotti a basso prezzo:
che sono appunto quelli come i famosi dipendenti del tuo amico. Non
stavi tu preoccupandoti per loro?

Tralasciamo l'umorismo finale (il post di Calvin lo discuto in seguito). Che le misure suggerite da EM non servano a compensare i perdenti trasferendo reddito dai vincenti credo d'averlo dimostrato, attendo prova al contrario. Sul populismo siamo ovviamente d'accordo. Rimane il fatto di fondo, che ben sottolinea pietro X

uno potrebbe dire: che mi frega? nel complesso il welfare aumenta.
tuttavia per me che l'operaio 50enne perda il posto di lavoro, non sia
in grado di riqualificarsi e abbia un "welfare" negativo mi sembra un
grosso problema per la società.

Piaccia o meno, il problema della "redistribuzione" c'è; se non c'è per la società (che non ho mai capito bene cosa sia), diciamo che c'è almeno per me: saranno le origini operaie che ho tradito. Ma c'è una altro aspetto che non è stato colto, forse per colpa mia perché non l'ho sottolineato abbastanza, e che è invece un problema cruciale. Ed è il problema della riconversione, che è più importante di quello della redistribuzione.

In termini semplificati, ritornando ai miei concorrenti A e B, lo descrivo così. A innova e spiazza B. B consiste in una serie di combinazioni di fattori produttivi, lavoro e capitale (L&K) per semplificare come al solito. Quelle combinazioni non vanno bene, sono obsolete, quindi meglio abbandonarle. Cosa buona e giusta, condivido. Ora, è perfettamente possibile (ed in società dinamiche è spesso il caso) che una volta abbandonata la combinazione sia L che K ne trovino un'altra, magari con diversi K&L, più produttiva della precedente (magari perché la cosa che ora B produce così a buon mercato permette d'introdurre un'altro bene che prima non era fattibile o conveniente). Ottimo, ripeto: questo è il bello del sistema di mercato e della libera concorrenza. I problemi sorgono quando da un lato L è o troppo vecchio, o troppo "arretrato" (poco capitale umano), o poco flessibile, o incapace di prendere a prestito risorse per "riconvertirsi" (o tutte queste cose assieme) mentre K ha la possibilità d'investire altrove, lontano da L, fuori dal paese B ... magari nel paese A. In questo caso l'assimetria fra K ed L diventa drammatica, ed ancor più drammatica diventa l'assimetria fra gli L "sfigati" (chiamiamoli LS) esposti alla concorrenza di A, e gli L "fighi" (chiamiamoli LF), che sono invece protetti da qualsiasi forma di concorrenza, sia per ragioni storiche, politiche, di potere personale o anche solo per pura fortuna. In questo caso LS non si riconverte perché non ha la capacità tecnica di farlo. Non è nell'insieme di scelte possibili. Questo implica che il processo d'innovazione "a scalini" si ferma in quei settori industriali in cui K&L operavano prima nel paese B, ed è facile mostrare che questo porta a stagnazione tecnologica. La stagnazione tecnologica ed il lento declino, relativo prima ed assoluto poi, sono il rischio che oggi varie zone d'Europa affrontano; fra di esse l'Italia (per le sue storiche debolezze, Casta in primis) mi sembra più a rischio di tutte.

Teoricamente tutto questo è una banalità; la cosa più interessante è capire i casi storici in cui questo è accaduto: studiare le città del Mid-West degli USA, da Detroit a Saint Louis (passando per Cleveland, Pittsburgh etc.) e la loro decadenza dagli anni '70 ad oggi è, per esempio, una lezione salutare. L'Argentina post anni '30 è forse l'esempio su cui gli italiani dovrebbero riflettere di più, soprattutto perché l'Argentina scelse una risposta ultra-protezionista e statalista alla propria crisi, causando disastri che durano ancora e da cui non sembra capace di riaversi. Non sono proprio così ingenuo come alcuni critici troppo rapidi vorrebbero farmi ... ed ho detto sin dall'inizio che le cure che GT propone (che sono riassumibili nello slogan "fare come in Argentina! Que viva el nuevo peronismo italiano!") sono non solo ridicole ed inutili, sono ALTAMENTE PERNICIOSE. Ma questo non toglie che il problema ci sia: ignorarlo fa solo convincere il paziente che un ciarlatano, che vende magiche pozioni in boccette con etichette in latinorum da ginnasio di provincia, sia l'unico medico a disposizione.

(iv) Il punto "tecnico" del mio ragionamento è che quasi ogni innovazione (e la liberalizzazione al commercio estero è una di esse) che aumenti l'efficienza produttiva del sistema globale fa probabilmente delle "vittime". Di per sé questo fatto non implica molto: quando le "vittime" sono in numero relativamente piccolo rispetto ai beneficiari e quanto la natura dell'innovazione (e del sistema socio-economico in cui avviene) è tale da permettere alle "vittime" di recuperare un ruolo produttivo e di avvantaggiarsi anch'esse dell'innovazione in un periodo di tempo relativamente rapido non vi è molto da preoccuparsi. Quando questo non avviene, quanto le "vittime" sono un numero molto alto ed hanno poche opportunità realistiche di recuperare nello spazio di vita a loro disponibile, allora la questione diventa una questione politica, ossia redistributiva. Ripeto, la differenza è di tipo quantitativo, e non si tratta del solito adagio keynesiano sul lungo periodo, che è quasi sempre fonte di equivoci. Affermazioni del tipo "non vi è stata alcuna discontinuità" sono francamente risibili, e sono già state contestate. Non so come si faccia a dire che i cambiamenti avvenuti tra il 1985 ed il 1995 non hanno rappresentato una discontinuità storica enorme. Qualche persona a caccia d'idee parlò al tempo di "fine della storia": una boiata che venne presa sul serio proprio perché tutti si resero conto che una grande discontinuità era avvenuta. Per la medesima ragione la menzione dell'accordo MFA, che è del 1974, è illogica: nel 1974 NESSUNO si sarebbe aspettato la Cina che gioca a fare il capitalismo, la fine del comunismo e tutto il resto. Lo stesso vale per altri esempi di "shocks" rapidamente assorbiti e "transizioni" affrontate relativamente bene: nessuno degli esempi portati si avvicina neanche lontanamente (in dimensioni, profondità e numero dei settori economici colpiti) a quanto stiamo ora discutendo.

Due osservazioni su uno dei commenti di Calvin, che condivido completamente sul piano concettuale. 1. Non ho detto da nessuna parte, ci sono stato molto attento sia nel testo che nei commenti, che occorre sussidiare i perdenti o cose del genere. Infatti, ho fatto dell'ironia su chi propone i sussidi, mostrando che implicano dazi se si vogliono fare bene, ed ho sottolineato che la teoria economica si lava pilatamente le mani del problema dicendo "bastano i pareto-transfers", esattamente come nella famosa barzelletta in cui l'economista dice "assume we have a can opener ...". Appunto, il can opener non c'è, ma la scatola con la carne è di latta, ed è chiusa: meglio inventarsi qualcosa. La malattia da curare, appunto, è che in Italia (ed anche in Europa, ed anche in molte parti degli USA) il processo d'innovazione tecnologica che fa crescere la produttività del lavoro nei settori "tradizionali" sembra essersi bloccato ed assieme ad esso (causa? effetto? boh...) le disuguaglianze di reddito hanno cominciato a salire vertiginosamente. L'arrivo dell'Asia ha fatto esplodere il bubbone in modo brutale: a mio avviso occorre ridiscutere il processo di apertura e trovare maniere intelligenti, e nuove credo, di gestire una transizione che probabilmente durerà varie decadi. I tempi necessari perché "tutti" gli italiani diventino disegnatori di moda, guide turistiche sofisticate, grandi cuochi, ed altre cose simili, sono molto LUNGHI: NEL FRATTEMPO SERVE GENERARE REDDITO PER SOPRAVVIVERE E RICICLARSI! 2) I grandi mercati dell'Asia mi sembrano un mito, per altri trent'anni circa. I dati son lì per tutti, studiatevi Korea, Giappone, Taiwan e compagnia. Hanno le bilance commerciali che hanno, e non è colpa mia! Per favore, evitiamo argomenti del tipo "Taiwan è un caso speciale", altrimenti scopriamo che sono tutti casi speciali. Arriveranno quei mercati? Certo, ma il problema è garantirsi che paesi come l'Italia, la Francia, la Spagna, l'Ohio, eccetera siano ancora in grado di produrre qualcosa di utile per quei mercati quando arriveranno a domandare beni e servizi dell'ex primo mondo. Li ho visti anche io i 7 (tanti erano l'ultima volta, ma era il 2003) negozi di Prada ad HK, ma eviterei di sostenere che lì sta la soluzione: è un problema di ordini di grandezza non comparabili.

Vorrei evitare di discutere i cheap shots del tipo "Lasciati dire la mia impressione sulla differenza tra East Asia e
Italia (e in certa misura il resto del "primo mondo"): nella prima, per
migliorare il proprio tenore di vita si imparano cose utili e si
lavora; nella seconda si cercano "soluzioni" per via politica ..." ed altri simili che descrivono le meraviglie del capitalismo socialista cinese o che riducono il tutto a "punire i responsabili". Mi sembrano completamente fuori luogo per svariate ragioni; una sopra tutte: le centinaia di anni d'inferiorità culturale, economica e tecnologica dell'East Asia. A meno che non si voglia sostenere che, tra il 1985 ed il 1995 una miracolosa mutazione "positiva" (genetica? culturale? forse il mio primo viaggio laggiù?) ha colpito 3 miliardi di persone in Asia, ed un'altrettanto miracolosa mutazione "negativa" (genetica? culturale? Chernobyl?) ha colpito i circa 7-800 milioni di abitanti del cosidetto primo mondo. Insomma, eviterei proprio queste argomentazioni: si riducono a sostenere che i cittadini cinesi hanno un'ottima impressione del loro governo (anche i cubani, lo dice chiunque vada a Cuba) oppure che la Cina di oggi (ma quale parte?) è meno peggio della Russia dei gulag! Come argomentazioni mi sembrano debolucce.

Il problema vero, a mio avviso, rimane invece il "che fare?". Molti commenti hanno sottolineato come le cose che io dico possano essere usate come leva per aprire una "scatola di vermi" da cui potrebbero uscire tutti i tipi di follie stataliste, sindacaliste, protezioniste, nazionaliste, eccetera. Giustissimo, legittimi timori. Se il problema fosse meno grave, le sue conseguenze meno drammatiche e la sua rilevanza (sia temporale che in termini dei milioni di persone che ne vengono danneggiate) minore, forse propenderei anche io (come ho fatto molte volte) per l'opzione: fregarsene, trovare qualche palliativo temporaneo, il peggio passerà rapidamente. Non mi sembra il caso. Credo sia quindi necessario guardare in faccia la questione e smetterla di guardare dall'altra parte facendo finta che si tratti di "naturale" progresso tecnologico che è "skill biased", o di "squilibri temporanei". Il cambio è davvero epocale ed ha dimensioni molto maggiori di quanto si sia visto durante il XX secolo. Alcuni economisti se ne accorsero subito, Ed Leamer queste cose le diceva alla fine degli anni '80 quando la Cina era appena appena apparsa all'orizzonte economico, e Ron Jones me le insegnava nei corsi a Rochester; potrei menzionarne molti altri, ma mi limito a pubblicizzare i miei amici. Il problema non è semplice e so benissimo di NON avere le soluzioni in tasca, ma credo di avere alcune delle domande giuste che vale la pena porsi, ed uno schema d'analisi che mi pare utilizzabile. Ci ritorno sopra, quindi, lunedì prossimo; almeno questo è il proposito.

A meno che non si voglia sostenere che, tra il 1985 ed il 1995 una
miracolosa mutazione "positiva" (genetica? culturale? forse il mio
primo viaggio laggiù?) ha colpito 3 miliardi di persone in Asia, ed
un'altrettanto miracolosa mutazione "negativa" (genetica? culturale?
Chernobyl?) ha colpito i circa 7-800 milioni di abitanti del cosidetto
primo mondo.

Nessun miracolo: il processo e' lo stesso seguito tra il diciottesimo e la fine del diciannovesimo secolo in paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, cioe' la rivoluzione industriale (prima della quale i tassi di crescita medi, ricordiamocelo, si aggiravano sul 3% al secolo); accoppiata, in paesi come India, Cina e ultimamente Vietnam, all'abbandono dello sciagurato import culturale che va sotto il nome di socialismo (ancora ostinatamente persistente come forma mentis nel primo mondo). Chi non aveva questa pietra al collo, come Giappone, Taiwan, Singapore e Corea del Sud, e' partito con decine d'anni d'anticipo, e inizialmente con tassi di crescita altrettanto elevati di Cina, India e Vietnam contemporanei.

Michele ti chiedo un favore : metti qualche dato. Qual'è il numero di lavoratori veramente a rischio (divisi per settori, dire 10 M di persone mi sembra troppo semplice)? L'azienda che fa i bulloni per la fiat o l'azienda che fa gli interni in pelle personalizzati della ferrari mi sembrano due realtà abbastanza diverse. Entrambe sono nel settore "auto",in entrambi ci lavorano "operai",etc ma questo non vuol dire niente. Quando parli di media/alta qualità non so a cosa ti riferisci. Io so che la maggior parte dei prodotti cinesi,oltre al costare molto poco,fanno anche pena (si rompono alla svelta,non hanno tutte le dotazioni di sicurezza,etc).

Il caso del tuo amico: se un imprenditore nel 2007 crede ancora di poter produrre scarpe di bassa qualità a basso costo nel "primo mondo" be allora forse è ora che chiuda bottega. Non mi sembra che Hogan,Tod's,etc abbiano tanti problemi,eppure sono dei produttori di scarpe. Cercare di difendere le nostre aziende a oltranza è inutile e dannoso,come dici sempre tu o le "facciamo fallire" oppure ci saranno sempre incentivi a non innovare (per le banche leggi prendersi rischi enormi).

E poi scusa ma questa fine del mondo non doveva essere già arrivata ? La cina non esiste da ieri,e per far fallire qualche fabbrichetta del tipico imprenditore "tutto fare" del nord est non servono certo centinaia di anni. Se anche avessi ragione,saremmo già a buon punto della crisi no ?

Di nuovo, condivido in pieno. Solo due noterelle:

1. non hai risposto alla mia domanda sul caso Germania Est: parli però di Argentina ed è un ottimo esempio (modestamente, lo uso anch'io a lezione con gli undergraduate).

2. quando dici "le centinaia di anni d'inferiorità culturale, economica e tecnologica dell'East Asia." non ti seguo. Sai bene che la Cina (specie la sua zona costiera) ha una grande tradizione di scambi, commerci, ecc. (guarda p.e. www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1715065,00.html). La sua arretratezza data ad epoca più recente (150 anni? o forse solo dal '900?).

 A questo punto aspettiamo con ansia la terza, e decisiva, puntata.

In sostanza, NESSUNA di queste misure (modulo i sussidi di disoccupazione finanziati da dazi sulle importazioni) riescono a risolvere il problema della compensazione dei perdenti (il "pareto transfer" nel jargon degli economisti) che anche i miei critici riconoscono essere necessario. Il problema quindi c'è, e le soluzioni proposte, ripeto, sono banali, di dottrina, difficilmente praticabili, inadeguate e ... populiste. Infatti, che lo siano lo riconosce EM stesso:

Ma quando mai, soprattutto in italia, la compensazione dei perdenti è fatta in modo "paretianamente efficiente"? Ma neanche da lontano...è un prendo da chi non mi vota e do a chi mi vota. Come ci dimostri te è pura utopia pensare di individuare chi socialmente beneficia dei prodotti a basso costo prodotti in oriente, tassarli e usare le risorse per sussidiare/riqualificare gli operai del tuo amico.
Ma...(e credo che il nodo centrale sia qui...)

esiste pochissima letteratura che cerci di quantificare seriamente i costi di transizione dovuti a WTO-Asia.

PRESUMO, e quindi quel che sto per dire si basa su questa presunzione da ignorante, visto che si pensa (per te ideologicamente) che il libero commercio sia la soluzione migliore sempre e comunque, che manchi anche una seria letteratura che quantifichi i benefici, assieme ai costi.
A naso: ho aperto il mio telefonino Nokia, ho estratto la batteria. Made in China. Non me ne intendo per niente, ma credo sia molta la tecnologia occidentale prodotta in oriente e i benefici li vediamo al supermercato; se ci sommi anche un po' dell'innovazione finanziaria che sicuramente spaventerà Tremonti (credito al consumo, carte revolving, carte di credito)...Insomma: i costi ci sono, ma visto che non sono quantificati neanche i benefici, non sono sicuro quanto te che vinca solo la Cina.

A proposito: tutti i benefici che arrivano dall'outsourcing produttivo (tecnologico o meno) in oriente una misura come il reddito non le coglie (mentre va benissimo per catturare i costi). Il consumo però sì (scommetto che tutti i dipendenti di Renzo guardano la TV su LCD HDready preso in offerta all'esselunga e hanno il telefonino, anche se il loro reddito, almeno momentaneamente è 0). Secondo me, prima di chiedersi che fare, bisogna fare bene i conti.

Ehi ehi, non facciamo il gioco delle tre carte! Trasferimenti si potrebbero fare benissimo, per esempio detassando il lavoro dipendente, accentuando la progressivita' delle aliquote, dando sussidi di disoccupazione... Dubito che servirebbero (come illustra anche il post di Calvin qui sotto), ma misura populista per misura populista avrebbero almeno il pregio di non rischiare ritorsioni commerciali che eliminerebbero ogni speranza di ridurre il deficit con l'export, e soprattutto di non aumentare il costo della vita per chi compra prodotti a basso prezzo: che sono appunto quelli come i famosi dipendenti del tuo amico. Non stavi tu preoccupandoti per loro?

ha già risposto Michele in modo più che esaustivo secondo me. ma una cosa la voglio aggiungere perché proprio non capisco. cioé i sostenitori del free-trade no-matter-what stile modello-di-GE-perfetto ti vengono a raccontare che non devi nemmeno sognarti di ripensare i trattati commerciali (non parlo di dazi che questi non c'entrano nulla con quanto suggerito da Michele 173 volte) e di interferire col free-trade e poi cosa propongono?!? aumento della progressività? ma scusa Enzo, chi ti dice che l'aumento delle distorsioni dovute al "rethinking free-trade" sia maggiore di quello provocato da un aumento della progressività (nota tecnica: la deadweight loss aumenta in modo più che proporzionale al livello delle aliquote)? siamo in second best, mi pare che non sia tanto facile quantificare...

Michele:

Sulla transizione PAYGO->capitalizzazione, infatti, la discussione è tutt'ora aperta (ci ho partecipato attivamente anche io) e l'impressione obiettiva è che si tratti di un caso classico in cui l'approccio {0,1} fa solo danni certi.

a che lavori/dibattiti ti riferisci? hai delle reference recenti da suggerire?

 

ha già risposto Michele in modo più che esaustivo secondo me. ma una
cosa la voglio aggiungere perché proprio non capisco. cioé i
sostenitori del free-trade no-matter-what stile modello-di-GE-perfetto
ti vengono a raccontare che non devi nemmeno sognarti di ripensare i
trattati commerciali (non parlo di dazi che questi non c'entrano nulla
con quanto suggerito da Michele 173 volte) e di interferire col
free-trade e poi cosa propongono?!? aumento della progressività? ma
scusa Enzo, chi ti dice che l'aumento delle distorsioni dovute al
"rethinking free-trade" sia maggiore di quello provocato da un aumento
della progressività (nota tecnica: la deadweight loss aumenta in modo
più che proporzionale al livello delle aliquote)? siamo in second best,
mi pare che non sia tanto facile quantificare...

Non ho detto che i trattati sono intoccabili, ma che secondo me e' controproducente toccarli in senso restrittivo (e i dazi sono tutto sommato misure meno dannose di non-tariff barriers, dato che queste ultime sono piu' discrezionali e quindi concedono piu' forza contrattuale ai governi: in altri termini, agevolano la corruzione dei politici da parte dei lobbisti).

Insomma, se capisco correttamente il suo pensiero, Michele e' d'accordo col fatto che il free trade sia vantaggioso nel suo complesso, ma sostiene che la sua implementazione "tutto d'un botto" abbia creato anche dei perdenti. Puo' darsi, ma perche' il modo migliore di tutelare questi perdenti dovrebbe essere limitare (anche solo temporaneamente) il free trade, posponendone anche i suoi vantaggi al paese, e non fornire ammortizzatori sociali ai soli "perdenti"? (Parlo dei lavoratori, ovviamente: gli industriali sono adulti, vaccinati, e responsabili abbastanza da poter subire le conseguenze delle loro decisioni sbagliate).

Nota anche che finche' alle industrie non competitive sara' data "ope legis" la possibilita' di vivacchiare in un cantuccio non si ci sara' alcun cambiamento di rotta, come mostrato da innumerevoli esempi nella storia del protezionismo, e il "go slow" diventera' un "never go".

Secondo me, comunque, ci sono pochi rischi che queste malaugurate iniziative si concretizzino: ci sarebbero resistenze fortissime da parte non solo degli esportatori, che si troverebbero esposti a ritorsioni commerciali, ma anche delle grandi catene di distribuzione e, in Europa, di interi paesi come la Svezia, l'Olanda o la Gran Bretagna, come gia' successe al tempo della "guerra dei reggiseni" nel 2005. Come ha sussurrato l'advisor di Obama ai Canadesi, queste sono solo chiacchiere retoriche a fini elettorali, e come tali andrebbero prese.

Insomma, se capisco correttamente il suo pensiero, Michele e' d'accordo col fatto che il free trade sia vantaggioso nel suo complesso, ma sostiene che la sua implementazione "tutto d'un botto" abbia creato anche dei perdenti. Puo' darsi, ma perche' il modo migliore di tutelare questi perdenti dovrebbe essere limitare (anche solo temporaneamente) il free trade, posponendone anche i suoi vantaggi al paese, e non fornire ammortizzatori sociali ai soli "perdenti"?

perché dipende da:

1) quanti sono i perdenti da qui all'ipotetico S-S

2) quanto siamo bravi noi a disegnare un sistema di "optimal compensating transfer program" (degno dei GE model di perfect everything), capace di identificare i veri perdenti e, quindi, senza aggiungere nuove e peggiori distorsioni. e senza che si trasformi di fatto in un dazio sui prodotti cinesi!

3) quante risorse abbiamo a disposizione nel breve-medio termine per mettere in piedi un simile ipotetico sistema visti gli altri problemi (enormi) che abbiamo da fronteggiare.

siamo arrivati impreparati al big bang. right. le imprese devono cambiare. right. dobbiamo aprirci alla concorrenza (quella vera, non quella di Bersani). ma il "go fast" rischia di essere molto pericoloso per l'operaio del nord est. molto pericoloso.

Mi spiace per i dipendenti di Renzo, ma, ripeto, dovrebbero prendersela con chi aveva una visibilita' maggiore di loro e per decenni non ha fatto nulla, ossia nell'ordine: i politici italiani, i sindacalisti italiani e buona parte degli imprenditori italiani.

Giusto. ma non si può passare la vita da disoccupati che si lamentano e se la prendono coi politici/sindacalist/imprenditori italiani che hanno sbagliato. immagina che il 13 aprile tu vinca le elezioni e diventi premier: che fai in merito alla questione? la ignori dicendo che il free-trade è giusto e che chi sta male se la deve andare a prendere con i signori elencati sopra? la fomenti pensando che i figli dei tuoi figli vivranno in un mondo migliore? oppure aspetti la terza parte del post di Michele e inizi a discutere di possibili soluzioni?

se siamo tutti d'accordo che qualcuno ci perde, se siamo tutti d'accordo che qualcun altro ci perde per la vita non si può dire: prendetevela con chi ha sbagliato prima. questo è sacrosanto e lo condivido pure io, ma non basta.

Filippo:

A proposito: tutti i benefici che arrivano dall'outsourcing produttivo (tecnologico o meno) in oriente una misura come il reddito non le coglie (mentre va benissimo per catturare i costi). Il consumo però sì (scommetto che tutti i dipendenti di Renzo guardano la TV su LCD HDready preso in offerta all'esselunga e hanno il telefonino, anche se il loro reddito, almeno momentaneamente è 0). Secondo me, prima di chiedersi che fare, bisogna fare bene i conti

hai ragione. bisogna fare bene i conti. e non è così semplice. ma prima dei conti (che non credo riuscirò mai a fare... ahimè) faccio una riflessione. se le piccole imprese del nord-est iniziassero a fallire in massa e a licenziare gli operai non ci sarebbe nemmeno bisogno di fare i conti. milioni di operai 50enni impossibilitati a riqualificarsi sarebbero un costo sociale troppo grande nonché un rischio enorme di rivoluzione rossa! meglio fare qualcosa prima. è solo un opinione perché è vero, non ho fatto i conti.

Ma costruire un welfare efficiente ed efficientemente finanziato non puo' essere un problema separabile dalla decisione di liberalizzare i commerci? Penso che, in fondo, i libero-scambisti intendano questo più che compensazioni ad hoc. I "distrutti" dalla "distruzione creatrice" saranno soccorsi dal welfare nella misura in cui quella società ha già deciso prima di essere disposta ad aiutare i più deboli. Costruire un welfare...see. Cio' costringerebbe a concentrarsi su riforme interne che toccano interessi nevralgici, esercizio ostico a chi per decenni ha finanziato i propri piani con svalutazioni, inflazione e debito pubblico. Molto meglio tentare di farsi finanziare dalla Cina.

Se poi Tizio (WTO) contratta con Caio (Cina, India...) un' apertura dei mercati, salvo accorgersi che poteva chiudere posizionandosi molto meglio sulla linea dei contratti, è ovvio che riceverà dai suoi consiglieri una spinta alla rinegoziazione. Rinegozizione giustamente snobbata da chi è sempre pronto a rimpallarsi tra il francobollo dove inscrivere il proprio modellino e l' afflato universalistico e lungimirante che pervade ogni autentica visione liberista.

...non è che poi alla fine si scopre che l' ingresso della Cina nel WTO si è avuto a cambi fissi (scusate l' ignoranza di chi è troppo occupato durante il giorno ad incassare le sue rendite da albo)? Non è che ci siamo giocati quel bel meccanismo che trasforma i mega-surplus delle bilance commerciali in mega-rivalutazioni monetarie? E dire che una bella rivalutazione sarebbe quel che ci vuole: 1) frenerebbe l' alluvione di prodotti cinesi 2) accelererebbe la trasformazione della Cina in Cliente 3) metterebbe d' accordo liberisti-gradualisti e liberisti-doccia fredda.

Ehi, cosa fai, leggi le mie note? :-)

BB ha colto uno dei punti: free trade implica (e soprattutto richiede) prezzi liberi, anche quello della propria moneta è un prezzo.  Ora spero qualcuno non commenti che non sarebbe la panacea: no, ma conterebbe, ed esattamente per le ragioni menzionate da BB.

P.S. Da quale anticompetitivo albo raccogli le tue rendite? Curiosità, progresso ... 

BB ha colto uno dei punti: free trade implica (e soprattutto richiede)
prezzi liberi, anche quello della propria moneta è un prezzo.  Ora
spero qualcuno non commenti che non sarebbe la panacea: no, ma
conterebbe, ed esattamente per le ragioni menzionate da BB.

Non credo alla correttezza della prima frase: la "Prima Globalizzazione" dei decenni precedenti alla Prima Guerra Mondiale avvenne in condizioni di Gold Standard, e anzi, come ricorda quest'articolo, all'epoca si pensava che i cambi fissi fossero un requisito fondamentale per gestire situazioni di disavanzo della bilancia dei pagamenti. Pero' sono d'accordo col fatto che una rivalutazione dello Yuan sarebbe utile -- e toglierebbe alla Cina l'immenso grattacapo di come investire la crescente montagna di riserve valutarie. In effetti se ne stanno convincendo pure i governanti cinesi, come si vede dall'andamento del cambio col dollaro negli ultimi tre anni:

La piena convertibilita' in conto capitale dello Yuan non c'e' ancora piu' che altro per le paure delle autorita' cinesi sulla stabilita' del loro sistema bancario, ma e' opinione comune che sia solo questione di tempo. 

Non credo alla correttezza della prima frase: la "Prima
Globalizzazione" dei decenni precedenti alla Prima Guerra Mondiale
avvenne in condizioni di Gold Standard, e anzi, come ricorda quest'articolo,
all'epoca si pensava che i cambi fissi fossero un requisito
fondamentale per gestire situazioni di disavanzo della bilancia dei
pagamenti.

Pensavano male, a mio avviso. E la "globalizzazione" di fine XIX era una cosa abbastanza diversa, qualitativamente e quantitativamente, dalla presente. Ma in questa discussione non mi tiri, altrimenti perdiamo il norte. Il problema, comunque, non è quello teorico di cambi fissi/flessibili e servono/non le monete nazionali (interessante, ma ortogonale a quello che mi preoccupa ora).

Il problema è: nella situazione attuale, con le monete nazionali ora in essere, e tutto il resto, servirebbe (a noi, ma anche al popolo cinese infatti) lasciare che lo Yuan fluttui liberamente, o no? La mia risposta è: SI', servirebbe.

ok, qui mi trovi con te. Servirebbe a noi e  a loro.

ok, qui mi trovi con te. Servirebbe a noi e a loro.

Chi vuole dedicarsi alla meritoria opera di convincere in tal senso il governo cinese (che e' piu' che interessato ad ascoltare) ha da trovare convincenti risposte a due questioni:

1. Come evitare che una brusca rivalutazione dello Yuan ripeta l'effetto della rivalutazione dello Yen seguita all'Accordo del Plaza nel 1985: politica monetaria espansiva della BoJ per tentare di compensare gli effetti deflattivi della rivalutazione, suo fallimento e creazione invece di asset inflation nei mercati azionario e degli immobili, relativa bolla speculativa, sua improvvisa esplosione a fine anni '80 e due decenni di deflazione e stagnazione da li' in poi.

2. Come evitare panici finanziari, con fughe di capitali e necessita' di ricapitalizzazione da parte di azionisti stranieri (e relativa perdita di controllo su settori che il governo considera strategici, come banche e telecomunicazioni). In Asia, e non solo in Cina, l'Asian Crisis del 1998 fu percepita come, se non un complotto, almeno un'opportunita' prontamente sfruttata da gruppi finanziari basati in Occidente di comprare assets a prezzi di liquidazione; la Cina ne fu riparata proprio dalla non-convertibilita' dello Yuan (senza la quale oggi il suo cambio probabilmente sarebbe molto piu' sottovalutato di quello che e'). Che queste paure siano universali, e non solo limitate all'Asia, lo si vede anche dal sospetto con cui sono viste le operazioni di ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie massacrate dalla Subprime Crisis operate in questi giorni da Sovereign Wealth Funds medio-orientali e asiatici.

Oh, a proposito: per convincere altri a non praticare "nazionalismo monetario" come definito dal citato articolo sarebbe anche utile non avere come prossimo ministro dell'economia un signore a cui piacerebbe far uscire l'Italia dalla zona Euro...

Riassumendo: se il protezionismo, l'interferenza nel libero commercio, il controllo dei prezzi, l'inflazione artificiale del valore degli assets, e chi più ne ha più ne metta, lo fa il Partito Comunista Cinese va tutto bene. Se Boldrin propone di ridiscutere un trattato di libero commercio per renderlo meno folle, apriti cielo ... O forse ho letto male?

Riassumendo: se il protezionismo, l'interferenza nel libero commercio,
il controllo dei prezzi, l'inflazione artificiale del valore degli
assets, e chi più ne ha più ne metta, lo fa il Partito Comunista Cinese
va tutto bene. Se Boldrin propone di ridiscutere un trattato di libero
commercio per renderlo meno folle, apriti cielo ... O forse ho letto
male?

Certo che hai letto male, e come al solito sei ipersensibile verso quel che percepisci come dissenso. In primo luogo, sono sinceramente interessato a leggere i dettagli della tua proposta: come posso criticare quello che ancora non conosco? Sinora hai detto che non vuoi mettere dazi, e che suggerisci una rivalutazione dello Yuan. OK fin qui: c'e' altro?

In secondo luogo, vorrei sapere come pensi di combattere i due rischi che ho citato, perche' ogni speranza di convincere la Cina a modificare le proprie policies passa attraverso il convincimento che non generera' instabilita'. E non dico questo perche' io ci tenga particolarmente a compiacere il PCC, ma per elementare realismo. In Cina, per ragioni storiche, l'instabilita' e' ancora piu' temuta dai cittadini che dal governo, e altrettanto dicasi per la soggezione ai diktat stranieri: nessun governo, "comunista" o no, si azzardera' mai a mostrarsi debole o inetto in questi campi. Ricorda ad esempio che l'incapacita' di tutelare gli interessi nazionali fu l'elemento determinante per la caduta della dinastia Qing nel 1911 (nota interessante: un episodio particolarmente umiliante, quello delle Guerre dell'Oppio, nacque da problemi di disavanzi della bilancia dei pagamenti e da tentativi da parte dei partner commerciali di risolverli "creativamente" vendendo oppio); e che il Kuomintang perse il supporto popolare, e poi la guerra civile, essenzialmente per l'incompetenza (e la disonesta') dimostrate dalla famiglia Chiang/Soong nella gestione della politica monetaria della Republic of China, con conseguente iperinflazione.

Certo che hai letto male, e come al solito sei ipersensibile verso quel che percepisci come dissenso.

La differenza di opinioni, teorie, valutazioni e fatti che si conoscono è cosa buona; se avessi timore  di confrontarmi con tali differenze non passerei il mio tempo a discutere, sentenzierei e basta. Oppure scriverei in un blog in cui non fosse permesso discutere e commentare. Invece discuto (forse fin troppo, anzi senza forse) e, se non erro, esamino gli argomenti degli altri e li confronto i miei. Poi chi ha filo da tessere, tesse. Il "dissenso" è questione di ideologie e di verità rivelate, per le quali ho da sempre scarsissimo interesse; la discussione che stiamo avendo è l'ulteriore prova che di verità rivelate ed assolute non credo proprio di averne, né di predicarne. Pensa un po', metto persino in dubbio che il libero commercio fra paesi possa essere, in qualsiasi circostanza, beneficioso a tutti i cittadini d'entrambe le parti! Da questo punto di vista, potrei atteggiarmi a "dissenziente" od "eretico" e, vista la levata di scudi teorici a favore del  "free trade is always good", forse ne avrei qualche ragione. Ma non succederà, non ti preoccupare. Era solo una battuta ...

Stabilito questo chiedo:

- Cosa ho letto male? Tu hai descritto alcune, fra le molte, pratiche anticompetitive e stataliste del Partito Comunista Cinese. Io ci ho ricamato sopra l'ironia tesa a mostrare la contraddizione nella posizione che hai preso in questa discussione. Esattamente come era una contraddizione il suggerimento di compensare i perdenti per vie fiscali interne al primo mondo, che come credo d'aver chiaramente provato porta ai dazi.

- La contraddizione in questo caso, nel caso non fosse chiara, è che mentre i vantaggi del libero commercio per tutti i partecipanti sono abbastanza facili da invocare - allo stato stazionario, come ho argomentato senza che, finora, mi si dimostrasse il contrario - quando la libera competizione regna ovunque sovrana, le cose si fanno MOLTO più complicate se il partecipante più grosso pratica tutto fuorché la libera competizione. Poiché alcuni dei fatti che hai riportato qui (ed in altri commenti precedenti) provano che il partecipante più grosso distorce sistematicamente le regole della competizione, ho chiesto ironicamente se non stiamo per caso discutendo sulla base di due pesi e due misure. Perché, se usiamo due pesi e due misure, allora discutere diventa poco utile (detto altrimenti: ho si ha lo stesso support, o è inutile fare i bayesiani).

- Visto che ci siamo, il fatto che la Cina (e l'India, ma la Cina soprattutto) siano enormi rispetto agli altri giocatori è uno dei fatti su cui si basa il mio argomento. Perdippiù, e di nuovo questo vale soprattutto per la Cina, che non giochino per nulla secondo le regole del gioco competitivo (e lo Yuan è solo uno degli esempi) è un altro dei fatti su cui si basa il mio argomento. Gli altri fatti li ho dettagliati a iosa, non vale la pena ripeterli.

In primo luogo, sono sinceramente interessato a leggere i dettagli
della tua proposta: come posso criticare quello che ancora non conosco? 

- Sembri già sapere che dovrai criticare le proposte che farò, e poi mi parli di ipersensibilità? ... ok, ok, era una battuta, ma te la sei cercata!

- Ho l'abitudine di procedere un passo alla volta. Prima vorrei capire cosa sta succedendo, analizzare i fatti, vedere se a quelli di cui io sono a conoscenza ne vengono aggiunti altri (così è successo, anche se nessuno dei fatti aggiuntivi ha contradetto quelli da cui ero partito), capire se la mia analisi ed interpretazione dei fatti è coerente con la teoria economica (sembra esserlo, per il momento) e con la ricerca svolta sino ad ora (idem). Alla fine di questo, nella misura in cui io ritenga vi sia un problema PER UNA DELLE PARTI COINVOLTE (alcuni il problema non lo vedono, nel qual caso non so cosa dire: diciamo che la terza parte la scriverò per quelli che il problema nella situazione attuale lo vedono) provo a fare delle proposte. A me la discussione fatta sino ad ora alcune cose ha insegnato. Spero me ne insegni delle altre, visto che la settimana non e' terminata.

- Ho detto chiaro e tondo che non ho certo la ricetta in tasca, se ce l'avevo non perdevo tempo a fare l'analisi e a discutere sulla natura del problema. A mio avviso quello che abbiamo davanti è un problema completamente nuovo, non facile da capire, su cui si è lavorato troppo, troppo poco e con schemini concettuali rigidi e prefissati in testa. È un problema nuovo, come lo è il susseguirsi di bolle finanziarie che motivava il primo pezzo, a cui si danno troppo rapidamente e troppo facilmente risposte MOLTO VECCHIE. Questo è, in realtà, il tema intellettuale della terza parte dell'economia dell'orrore: GT (ed NR, e molti altri, ma uno deve pur scegliersi i suoi uomini di paglia e visto che GT ed NR sono visibili in Italia, ho scelto loro) dicono cose vecchissime, stantie, superate, storicamente fallimentari e provatamente tali. Il dramma è che le vendono come nuove, originali, illuminate, innovative, da grandi pensatori quali NON sono. Nell'ignoranza che caratterizza il dibattito di politica economica in Italia, e non solo lì, tali stantie banalità passano come novità. Ecco, questo è il tema di fondo del pezzo per lunedì. M'hai forzato a rivelarlo, così s'è sciolta la tensione dell'attesa che avevo faticosamente costruito: come guru sono proprio una cacca. 

come guru sono proprio una cacca

Ma davvero, uno non fa in tempo a eleggerti guru che già si ritrova a dover smantellare l'altare fatto nella stanzetta, bruciare libri, rinnegare e sostituirti con Enzo Michelangeli.

Ma davvero, uno non fa in tempo a eleggerti guru che già si ritrova a
dover smantellare l'altare fatto nella stanzetta, bruciare libri,
rinnegare e sostituirti con Enzo Michelangeli.

Per carita', sono il meno qualificato a cui rivolgersi per una carica del genere! Per ogni carica, in realta', tranne quella di "Slacker in Chief" :-)

Commercialisti...prealpini...ma non di Sondrio.

Devo dire che Tremonti mi ha stupito. Se penso che anni fa esordì con la proposta di rifinanziamento degli immobili per sfruttare la bolla. Sappiamo tutti com'è finita...

Innanzitutto una precisazione: in linea di principio sono assolutamente contrario a qualsiasi forma di protezionismo, sogno di vivere in un vero mercato libero. Purtroppo così non è: la guerra fredda l'hanno vinta i socialisti e con questa realtà dobbiamo convivere.

Per tornare al tema: sono assolutamente daccordo con Michele Boldrin, aggiungo che secondo me non ha senso parlare di liberalizzazione e libero commercio quando si vive in una economia pianificata. Ci dobbiamo difendere usando armi che ci consentono di vincere. Quindi su i dazi, e finalmente qualcuno ha il coraggio di dirlo.

Boldrin non ha parlato di dazi, though.

Non solo: la tesi di NoiseFromTrieste si basa sul'assunzione che le economie pianificate godono di un vantaggio incolmabile. Il che non spiega perche' il socialismo ha fallito cosi' clamorosamente in tutto il mondo (Cina inclusa, quando era praticato, cioe' fino a fine anni '70). Consiglio: informarsi sull'attuale struttura dell'economia cinese.

Interessante discussione, ma che non parte da un dato assoluto: la Cina e l'India hanno cominciato a svilupparsi perchè B, o meglio una sua parte, ha portato i soldi e le tecnologie,  e non credo che dopo averci messo tecnologie e quattrini le multinazionali accetterebbero dazi o altre forme di protezionismo. Se non altro perchè a loro volta sono in grado di "influenzare" le discussioni politiche nei paesi B. Il commercialista di Sondrio evoca scenari di cui conosce e capisce solo la parte che più gli interessa: parlare a quella parte di elettorato che si riconosce nel "modello lombardo": vendere le proprie merci a quella parte parassitaria ed assistita dell'Italia che si chiama meridione, maledicendolo, ma mantenendolo, ed evitare assolutamente l'ingresso della concorrenza nel suo mercato di sbocco.Già riconoscere questo ci porterebbe a discutere di cose più interessanti: lo spostamento di produzioni da B a A a chi giova?

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti