L'inglese per tutti

10 giugno 2013 Marcks

Sull'uso dell'inglese nella formazione scolastica e universitaria.

La vicenda è nota, qui l'esordio e qui alcuni sviluppi. Sostanzialmente il TAR della Lombardia ha rigettato la decisione del Senato Accademico del Politecnico di Milano volta a introdurre come lingua veicolare per l'insegnamento l'inglese, dando così ragione ai docenti che avevano impugnato quella scelta, ritenendola lesiva della loro libertà a continuare ad insegnare in italiano.

Ora, la questione è assai dibattuta e alle volte si assiste all'esibizione di argomenti contrari all'introduzione della lingua inglese (ma fosse francese o turca sarebbe uguale) che francamente appaiono poco stringenti. Nè sì può dire che la decisione del TAR di cui sopra sia un atto giuridico completamente scollegato dal modo di ragionare di alcune elites italiane, che anzi sembrano vedere nella decisione del TAR la cristallizzazione giuridica della loro ostilità nei confronti dell'inglese e delle avvertite pretese egemoniche che la sua utilizzazione implicherebbe. Già Galli della Loggia, blasonato editorialista del Corriere della Sera, nel lontano 2007 aveva espresso scetticismo per la decisione di un altro ateneo di attivare corsi in lingua inglese, e già su questi schermi si era preso un po' di ironia di Alberto.

Adesso è la volta del Politecnico di Milano e ancora si avvertono diffuse reazioni all'uso dell'inglese.

Tralasciando le questioni giuridiche, ovvero le specifiche interpretazioni della leggi che hanno giustificato la sentenza del TAR (e sono certo che con un po' di fantasia ermeneutica sarà possibile stirare le stesse leggi per far loro dire l'esatto opposto, ma staremo a vedere) rimane che, come molti hanno notato, l'introduzione dell'inglese nei corsi di laurea potrebbe rappresentare effettivamente un modo per modernizzare il nostro sistema formativo, renderlo più internazionale, cioé aperto a studenti stranieri nonché rendere possibile ai nostri studenti di collocarsi meglio nel mitico "mondo del lavoro". Sembrano cose così scontate e ragionevoli che non si vede dove dovrebbe sorgere il problema. E invece i problemi sono sorti.

In prima battuta mi si lasci però dire che il nostro paese un problema con l'inglese ce l'ha eccome. Innanzitutto basta essersi confrontati con studenti provenienti dal Nord-Europa o dall'est europeo, per constatare come in quei paesi si studino assiduamente una o più lingue, oltre a quella nazionale. Ricordo ancora l'imbarazzo cocente che noi studenti Erasmus italiani provavamo nell'esprimerci in inglese a confronto con studenti di altri paesi (in genere solo i ragazzi spagnoli e greci facevano peggio), e infatti se si trattava di interagire con tedeschi, olandesi, cechi, danesi, polacchi ecc. ecc., beh non c'era storia: se noi italiani ci facevamo capire era solo grazie alla nostra agilità a gesticolare e a sostituire le parole che non conoscevamo con tecniche diciamo ostensive, indicando cioé gli oggetti. Ma questi sono aneddotti, anche se non meno veri di quello che si sperimenta ogni giorno, anche nelle grandi città: quando abitavo a Roma mi capitava di vedere il personale dei locali commerciali incapaci di parlare l'inglese con i turisti; ma non solo: pure sui mezzi pubblici l'accertamento del possesso del "titolo di viaggio" (chissà come si tradurrà questa cosa in qualunque lingua...) costringeva ad estenuanti trattative che si concludevano sempre al di fuori del mezzo perché i tempi della conversazione rischiavano di impedire la prosecuzione della "corsa". Tra l'altro, la nostra ignoranza delle lingue è molto ben distribuita nella società in genere e ha radice profonde. Infatti, a leggere certi accorati editoriali degli accademici della Crusca, o le severe riflessioni di giornalisti abili a scorgere la morte della patria e delle nostre tradizioni anche in frangenti meno che drammatici, quale può essere un corso universitario, non ci si capacita come possano essersi verificati episodi imbarazzanti come questo, che chiariscono non solo come le elites italiane non siano tanto lontane dall'ignoranza generalizzata, ma che quel timore di egemonia anglofona è un rischio davvero remoto; almeno se si può assurgere ai vertici incontrastati di politica, soldi e sport senza sapere una parola di inglese. Senza contare che la nostra attitudine italica ad americanizzarci in forme anche ridicole si è accompagnata spesso a una totale ignoranza dell'inglese e della cultura americana (che pensiamo riassunta in un viaggio Franco Rosso New-York, Boston, LA, ex Marlboro Country), come dimostra questo felice spezzone, girato in tempi non sospetti. Ovviamente all'attuale situazione hanno concorso, e concorrono tutt'ora, le circostanze con le quali sono insegnate le lingue nelle scuole italiane: scarsità di laboratori linguistici, insegnanti non madrelingua perché sennò i sindacati (e i loro protetti) bestemmiano (in tutte le lingue) e un'impostazione dell'insegnamento che continua a dare ancora troppa importanza alle letterature (o alla filologia) nel momento dell'educazione linguistica...tutti tratti di un'impostazione culturale nell'approccio con le lingue che ritornano quando, adottando argomenti di difesa della lingua italiana e del suo uso, si giustifica questa tutela con l'esistenza della sua letteratura, della sua tradizione, dell'importanza di evitare egemonie di sorta e così via.

E infatti, i tratti ricorrenti delle battaglie culturali per la protezione della lingua italiana sono comunque ricorrenti. Sì va dall'idea che ci sia una tradizione letteraria e linguistica che meriterebbe una protezione anche rispetto alle esigenze dei parlanti attuali, come che le lingue vivessero di una vita propria, che starebbe al giudice (o al letterato) di tutelare, preservare e tramandare e non piuttosto un oggetto vivo, che cambia e che si rinnova, e può, come abbondano gli esempi, morire ed essere dimenticata. Al fondo di concezioni simili vi sono echi ababstanza evidenti di visioni della lingua e del linguaggio tipiche del Romanticismo. Secondo tali concezioni la lingua non sarebbe un veicolo di comunicazione funzionale all'interazione fra  persone, bensì un'emanazione dello Spirito del Popolo, dei suoi valori e delle sue tradizioni, per cui valicare la soglia del proprio linguaggio, specie in ambito educativo, per un popolo significherebbe smarrire il senso più profondo della propria cultura, della propria storia e dei valori fondanti della civiltà alla quale si appartiene. In questo senso, impartire lezioni in inglese tradirebbe un concetto di formazione più esigente e comporterebbe l'esautoramento della cultura di provenienza. Al limite estremo di queste posizioni ci sono quelli che pensano che imparare una lingua nuova sia come aprire un mondo completamente nuovo di giudizio e di pensiero, come che le lingue fossero mutuamente incommensurabili. Ma è ovvio a tutti, tranne evidentemente a certi accademici, che la lingua è un mezzo che la gente usa per comunicare e che il ricorso a forme di tutela  giuridiche per specifiche forme linguistiche (in condizioni peraltro nelle quali non è in discussione per gli studenti la possibilità di seguire comunque corsi in lingua italiana in altre sedi uninversitarie) sottintende una visione della società abbastanza inquietante. 

Inoltre, questa visione, romantica, nel senso di ingenua, non regge due minuti di serio esame. Ci sono paesi, come la Cina, aggressivamente nazionalisti e con visioni egemoniche della loro propria lingua nazionale, anche rispetto alle lingue minoritarie che sono presenti nel paese, che si internazionalizzano organizzando corsi in inglese e comunque mettendo le loro elites in contatatto con inglesi e americani, per finalità che sono di sviluppo economico e militare. Adesso i cinesi imparano l'inglese e studiano altre lingue, e se la loro visione sarà quella giusta un domani bisognerà imparare il cinese. Senza contare che la stessa lingua inglese non appare affatto egemonica nel senso tradizionale del termine, dal momento che la sua "imposizione" appare più il frutto di una proiezione in campo linguistico di egemonie di altro tipo: scientifico, commerciale, industriale ecc. ecc. E questo  dovrebbe chiarire un aspetto elementare: più che pretendere di tutelare l'italiano a colpi di dottrina, leggi, commi e simili, sarebbe meglio che quanti parlano l'italiano difendessero la loro lingua tornando a fare esattamente quello che si faceva negli anni d'oro della nostra tradizione letteraria e linguistica: crescere economicamente, fare figli, svilupparsi, attirare stranieri nella nostra terra, esportare le nostre merci e così via. Pensare che una lingua possa essere difesa sperando nell'impossibile efficacia performativa di un giudice e delle sue sentenze è pura illusione. 

Ps: non capisco poi in cosa consisterebbe la discriminazione degli studenti che non conoscano la lingua inglese se dovessero essere attivati dei corsi in quella lingua. Qui davvero non capisco se siamo nell'ambito del diritto condendo o cosa? Voglio dire: forse che il riconosciuto e verificato possesso di pre-requisiti di matematica necessari per un corso di economia sono una forma di discriminazione? No, evidentemente. E allora perché prevedere che lo studente debba poter comunque seguire le lezioni in italiano? Da un punto di vista sociologico sembra quasi una tesi pensata per tutelare gli italiani come se gli studenti del Politecnico fossero come  i Kurdi in Turchia negli anni '90, quando era proibito l'uso della loro lingua, una situazione dalla quale siamo ben lontani in Italia: infatti, pochissimi conoscono l'inglese e certamente non c'è una egemonia del suo uso. Forse si teme allora una sorta di piano inclinato, con la graduale ma inesorabile eliminazione dell'italiano, che come tutti sanno esiste da quando il mondo era una palla di fuoco? Anche se poi alla fine la domanda delle domande è questa: ma può una questione del genere essere lasciata a sentenze, ricorsi, e appelli? No forse, no, non è possibile perchè l'inglese è importante comunque e magari pure facile come dice quella faccia da schiaffi del bambino nella pubblicità.

51 commenti (espandi tutti)

I cinesi

andrea moro 10/6/2013 - 02:52

stanno non solo imparando l'inglese, ma stanno sussidiando l'insegnamento del cinese nelle scuole pubbliche americane

wow

francesco rocchi 10/6/2013 - 14:14

Se i Cinesi si dimostrassero in grado di far imparare agli Americani una lingua straniera, per di più in ideogrammi, avrebbero dimostrato una irrangiungibile superiorità a cui potremmo solo inchinarci...

Mi pare che ogni volta che si tocca questo argomento si parta per la tangente con discorsi sui massimi sistemi, senza considerare questioni di ordine prettamente pratico: ha senso che in un aula con 150 persone tutte italiane, si debba parlare in inglese "perché le lauree magistrali sono in inglese", in particolare se questo comporta un calo della qualità della didattica?

Almeno da come mi è stata spiegata da una mia parente che insegna al Politecnico, il discorso era che tutte le lauree magistrali diventavano completamente in inglese, a prescindere dalla nazionalità degli studenti che frequentavano i corsi.

La persona in questione è professore ordinario con millemila pubblicazioni all'attivo, ma, come molti attuali cinquantenni (fascia d'età ben rappresentata nel corpo docente universitario), non ha mai studiato inglese a scuola (ma, nel caso specifico, francese), e come molti si è arrabattata negli anni un inglese tecnico.

Questo è sufficiente per documentarsi su testi inglesi (che sono ovviamente la norma nel campo), leggere e scrivere articoli e in generale interagire con il mondo della ricerca internazionale, ma per sua stessa ammissione le lezioni in inglese le vengono necessariamente peggio perché manca una padronanza della lingua paragonabile a quella della lingua madre, e più in generale la difficoltà aggiuntiva della lingua è una complicazione in più da gestire.

Altro caso: nella mia università ho seguito un corso nell'edizione inglese (unico corso in inglese della laurea triennale in fisica, non si è mai capito perché);  al di là dei contenuti del corso, l'esposizione in inglese anche qui lasciava a desiderare.

Ripeto: a che scopo peggiorare la qualità della didattica gratuitamente? La matematica è un prerequisito per una facoltà scientifica perché è necessaria per comprendere la materia.

Fare lezione in inglese no, è un "dettaglio implementativo" del corso, di cui si può tranquillamente fare a meno se è di ostacolo allo scopo fondamentale del corso, ovvero alla comprensione dell'argomento trattato - che naturalmente dipende da qualità e chiarezza dell'esposizione.

L'inglese scritto è senz'altro una necessità - i testi sono sempre in inglese (per una banale questione di qualità dei testi e per il fatto che testi specialistici normalmente non vengono tradotti), e più in generale il mondo della ricerca legge e scrive inglese -, ma non ha senso per questo costringere persone che farebbero ottime lezioni in italiano a fare lezioni mediocri in inglese (di fronte ad un pubblico italiano) "perché sì".

L'inglese scritto è senz'altro una necessità - i testi sono sempre in inglese (per una banale questione di qualità dei testi e per il fatto che testi specialistici normalmente non vengono tradotti), e più in generale il mondo della ricerca legge e scrive inglese -, ma non ha senso per questo costringere persone che farebbero ottime lezioni in italiano a fare lezioni mediocri in inglese (di fronte ad un pubblico italiano) "perché sì".

Appunto! Scrivere e leggere sì e parlare no? mas per favore!!

Di fronte alla profondità argomentativa del "ma per favore" non credo di aver nulla da ribattere.

La persona in questione è professore ordinario con millemila pubblicazioni all'attivo, ma, come molti attuali cinquantenni (fascia d'età ben rappresentata nel corpo docente universitario), non ha mai studiato inglese a scuola (ma, nel caso specifico, francese), e come molti si è arrabattata negli anni un inglese tecnico.

 

Ottimo esempio: l'ostilità all'insegnamento in inglese deriva dall'incapacità di (alcuni) docenti a tenere una lezione decente in inglese. Non credo ci voglia molto, in un corso di ingegneria. Magari i docenti in questione potrebbero farsi dei Power Point molto dettagliati e leggerli e fare un crash course (corso intensivo) in inglese per la pronuncia. Mi rimane una curiosità. Come fa il suo parente ad interagire con i colleghi e gli studenti stranieri, andare ad un convegno etc?  Le sue "millemila" pubblicazioni le ha prodotte stando nella sua stanza e parlando solo con colleghi italiani - o magari delegando il lavoro a co-autori/studenti che sanno l'inglese?

 

Come fa il suo parente ad interagire con i colleghi e gli studenti stranieri, andare ad un convegno etc? Le sue "millemila" pubblicazioni le ha prodotte stando nella sua stanza e parlando solo con colleghi italiani - o magari delegando il lavoro a co-autori/studenti che sanno l'inglese?

Mi pare che l'impressione sia passata è che si tratti di analfabeti "inglesicamente parlando"; non è così, come detto sopra con l'inglese tecnico preparato in anticipo non ci sono grossi problemi. La mia parente partecipa regolarmente a conferenze internazionali, collabora con professori di altre nazioni, pubblica esclusivamente in inglese e fa parte dell'editorial board della principale rivista internazionale del suo settore di ricerca (edita ovviamente in inglese); oltre a questo, già insegna in alcuni corsi tenuti in inglese, ed è proprio da questa esperienza che derivano le sue perplessità.

Il punto è che una cosa è scrivere o parlare ad una conferenza, dove tutto è fondamentalmente preparato; un'altra è fare una lezione di qualità senza avere l'agilità sulla lingua usata, poter spiegare al meglio esempi che vengono in mente sul momento o in base ad una domanda eccetera - si perde in qualità su tutta la parte della lezione che è necessariamente almeno in parte improvvisata, oltre a perdere in generale in qualità della comunicazione.

In altri termini, si perde la differenza tra una lezione decente e una lezione di qualità, ossia il valore aggiunto del venire a lezione rispetto allo studiare sui libri per i fatti propri.

e fare un crash course (corso intensivo) in inglese per la pronuncia.

Come detto, non è un problema di pronuncia, ma di padronanza della lingua; comunque, corsi di inglese potrebbero indubbiamente essere di aiuto - ma in tal caso (1) il Politecnico dovrebbe prendersene carico prima di decidere "per decreto" che da domani si fa solo lezione in inglese, e (2) si dovrebbe capire dove far stare corsi del genere nell'agenda già sovraccarica di molti professori.

Non credo ci voglia molto, in un corso di ingegneria. Magari i docenti in questione potrebbero farsi dei Power Point molto dettagliati e leggerli

Questa non è una lezione "decente", questa è esattamente quello che intende lei per lezione schifosa, e una cosa simile a quella che ho dovuto subire io nel corso in inglese che ho seguito. Oltre ad essere un male per gli studenti, è frustrante per i docenti.

Repeat: perché in nome di un'astratta internazionalizzazione io studente (che a priori non ho alcun problema con l'inglese) devo ottenere lezioni che sono la lettura delle slide (=inutili), se gli stessi docenti nella loro lingua madre potrebbero fornirmi una didattica di qualità superiore di diversi ordini di grandezza? E che vantaggi darebbe a degli studenti, in termini di apprendimento della lingua inglese, seguire lezioni in un inglese traballante?

Infine, mi pare che nell'articolo si siano persi di vista i perché fondamentali di questa mossa del politecnico, di nuovo, per divagazioni sui massimi sistemi; il Politecnico è partito in quarta con questa iniziativa in primis per motivi di immagine e "apparenza": come già ricordato più sotto da Karl Friedrich Hieronymus, un gran numero di corsi sono già erogati in inglese (qui si tratterebbe invece di imporre l'inglese su tutti i corsi, senza la possibilità di altre scelte), ma vuoi mettere quanto fa più "ganzo" dire "noi facciamo tutto in inglese".

In secondo luogo, molti non hanno capito che il ritorno che sperano di ottenere è di fare un'università internazionale low cost. Le tasse universitarie italiane (comprese quelle del Politecnico) sono piuttosto economiche rispetto ad altri paesi europei - non parliamo delle università americane. L'idea di fondo quindi sarebbe attirare un "turismo universitario" da paesi dove l'università costa molto di più, abbattendo completamente l'ostacolo della lingua - io famiglia americana invece di accendere un mutuo per mandare mio figlio a studiare in un'università americana spendo molto meno a mandarlo e mantenerlo a Milano facendolo studiare al Politecnico per 5 anni.

Se questa può essere una strategia vincente o meno se ne può discutere, ma, come detto sopra, è importante non perdere di vista quali sono i motivi veri da pesare sui piatti della bilancia, sostituiti spesso con vuote questioni di principio e astratti discorsi sui massimi sistemi.

Quando ci si mette in concorrenza con le altre università che forniscono corsi di studi in inglese su scala europea, o addirittura globale, si dovrebbero valutare correttamente anche altri possibili effetti collaterali. E' ben vero che in alcuni dei paesi citati le tasse sono più alte, ma i servizi che vengono erogati a fronte di quelle spese sono difficilmente comparabili con i nostri. Cito solo un esempio: l'edilizia scolastica. Milano per chi arriva da fuori è tuttora una città molto cara dove un posto letto sulle bacheche in facoltà è offerto a €400/mese in camera doppia e €600/mese in singola ed il Politecnico oggi non offre granché dal punto di vista delle residenze per stranieri, nonostante i progetti immobiliari del Rettore.

Oltre a questo sarebbe bene anche valutare correttamente la questione sul lato della domanda. Non capita di trovare molti studenti americani o nord-europei in giro per il campus Leonardo. Forse continuano a preferire i loro atenei al nostro.

 

 

Il punto è che una cosa è scrivere o parlare ad una conferenza, dove tutto è fondamentalmente preparato; un'altra è fare una lezione di qualità senza avere l'agilità sulla lingua usata, poter spiegare al meglio esempi che vengono in mente sul momento o in base ad una domanda eccetera - si perde in qualità su tutta la parte della lezione che è necessariamente almeno in parte improvvisata, oltre a perdere in generale in qualità della comunicazione.

 Non so a quali conferenze internazionali partecipi la sua parente, ma nella mia esperienza non è possibile farlo senza avere una ottima padronanza dell'inglese. Bisogna saper rispondere a domande molto più insidiose di quelle di qualsiasi studente e bisogna sapere interagire per tutta la giornata esclusivamente in inglese, discutendo non solo del proprio paper e degli altri durante le sessioni, ma anche di qualsiasi argomento (il Bunga Bunga è stato per parecchio tempo uno degli hits) a cena. Una persona in grado di fare questo non ha nessuna difficoltà ad improvvisare una lezione in inglese. E chi non è in grado di farlo, fa solo del turismo congressuale a spese dei contribuenti italiani o degli organizzatori.

PS  Lo sa qual'è la cosa più difficile da fare in inglese? Tradurre i menu dei ristoranti per gli ospiti stranieri.

Bisogna saper rispondere a domande molto più insidiose di quelle di qualsiasi studente

Non so in che ambito di studi sia specializzato, ma nella mia esperienza, in ambito scientifico più si sale di livello tecnico, meno la lingua diventa rilevante, per un motivo molto semplice: c'è un "common ground", si sa tutti di cosa si sta parlando, e la comunicazione rimane nel "gergo" dell'ambito di studi in questione (in cui tra l'altro il 90% dei termini rimangono in inglese anche parlandone in italiano).

Al contrario, dovendo spiegare un argomento ad una platea che ne è digiuna la questione è molto più complicata, proprio perché bisogna introdurre concetti nuovi, eventualmente attingendo esempi dalla vita quotidiana, ed è lì che la questione diventa più spinosa, come sa benissimo anche lei, visto che dice:

PS Lo sa qual'è la cosa più difficile da fare in inglese? Tradurre i menu dei ristoranti per gli ospiti stranieri.

... e sull'interazione spicciola comunque ci si riesce ad arrangiare, perdendo poco-nulla del contenuto scientifico dei convegni.

In ogni caso, mi pare si sia perso di vista il punto del discorso, ovvero che articoli come questo (e ovviamente il corrispettivo di parte opposta) sono sostanzialmente chiacchiere e luoghi comuni, buoni per il temino di Alberoni sul Corriere, in cui si riconducono in maniera questionabile problemi pratici a concettoni astratti per dimostrare i propri teoremini.

Cito il commento di Marco Ruzzante: "i problemi non sono la cultura umanista degli italiani eccetera, il problema è che i professori non sanno tenere lezioni in inglese"; e dall'altro lato, il Politecnico non introduce i corsi in inglese perché è buono e bravo e vuole catapultarci nella modernità, lo fa per un ritorno di immagine e perché spera in un ritorno economico. Sicuramente ci sono altre motivazioni, ma sono sempre di ordine molto più pratico di tutte le baggianate che si sono dette sull'argomento.

I professori non sanno fare lezione l'inglese? Si può discutere su come risolvere questo problema, su come organizzare corsi di inglese, eccetera, così come si può discutere su quanto senso possa avere la mossa del Politecnico dal punto di vista della effettiva domanda che c'è di una magistrale completamente in inglese.

Di tutto si può discutere, ma, di nuovo: se vogliamo fare una discussione che abbia un senso sull'argomento è da questo genere di discorsi che bisogna partire, non da premesse assurdamente astratte e che nulla hanno a che vedere con quelli che sono i problemi reali della vita universitaria.

Vero

Marco Ruzzante 10/6/2013 - 15:37

Vero, i problemi non sono la cultura umanista degli italiani eccetera, il problema è che i professori non sanno tenere lezioni in inglese. Passano più tempo a pensare a come dire le cose che non a quello che stanno dicendo, con il risultato che buona parte della lezione, per lo studente, è tempo perso. Ciò accade pure nell'università italiana più internazionalizzata. Non è un discorso di libertà ma di qualità della didattica.

anacronismi

gaetano 10/6/2013 - 19:03

ho letto attentamente il tuo commento e lo ritengo decisamente anacronistico.
Poteva funzionare 40 anni fa quando comunicare o spostarsi fisicamente era un privilegio di pochi.Oggi tali "privilegi" sono alla portata di tutti, il che significa che ognuno di noi ma soprattutto le future generazioni vivranno la loro vita sociale e lavorativa in un contesto globalizzato dove la lingua per comunicare sarà consideratà una "facility".
Se non puoi comunicare al pari degli altri parti con un handicap importante.
Ritengo che oggi la sfida sia "l'alfebetizzazione" alla lingua inglese per tutti.
E siamo già in forte ritardo..........
ciao
Gaetano

Io sto frequentando un Bachelor di Economia alla Bocconi con insegnamento totalmente in inglese (anche gli esami naturalmente). La maggior parte dei nostri professori sono italiani ma...l'inglese lo parlano anche se alcuni non perfettamente. Ma questo non risulta essere un problema perché le posso assicurare che la materia arriva comunque dritta al cervello, senza "traviamenti" di sorta. Il discorso dei professori cinquantenni che non lo parlano (anche se io avevo letto da qualche parte i lamenti di un phd del poli) o delle complicazioni che potrebbe avere la lecture mi puzza molto di "Apologia dei Perdenti", ovvero cercare una scusa per giustificare la propria arretratezza

È naturale che nel suo bachelor incontri professori che riescono a comunicare in inglese senza eccessivi problemi, per una semplice questione di sampling bias; ovvero, se la Bocconi ha 100 professori di cui 40 non hanno alcun problema a tenere lezioni in inglese, è naturale che sia soprattutto da questi che si attinga per tenere un corso di studi in inglese (ovviamente compatibilmente con le specialità di ciascun professore).

È naturale ed è giusto procedere inquesta maniera, visto che si valorizzano le risorse umane di cui si dispone e si amplia l'offerta formativa; in questo modo vincono tutti.

La situazione del Politecnico è differente per un motivo molto semplice: la proposta, come ho già ripetuto alla nausea, era di abolire completamente i corsi in lingua italiana alla magistrale. A questo punto, è ovvio che non si può più fare una selezione dei più adatti a fare lezione in inglese, visto che tutti i professori sono necessariamente coinvolti. Questo, a differenza del suo bachelor, è un uso stupido che si fa delle risorse umane disponibili, visto che si costringe tanta gente a lavorare peggio di come potrebbe, oltre a ridurre l'offerta formativa (non si offre più allo studente una possibilità che prima c'era).

L'altro errore fondamentale di questa scelta è la repentinità e la dubbia pianificazione che ci sta dietro: "dall'anno prossimo, tutto in inglese". Calma, andiamo per gradi; iniziamo a riqualificare le risorse umane - corsi di inglese -, e intanto attiviamo via via sempre più corsi in inglese dove è possibile e sensato (=c'è domanda).

 

Quanto all'"apologia dei perdenti", è completamente fuori strada. Con i miei commenti non sto giustificando o compatendo nessuno, sto solo cercando di riportare con i piedi per terra una discussione che è diventata di massimi sistemi e luoghi comuni (da cui il titolo del mio primo commento), e che non considera quali sono gli aspetti concreti che stanno alla radice delle posizioni (favorevoli o contrarie) di chi da questa scelta è effettivamente toccato.

Scrivere un articoletto di questo tipo è facile: basta dipingere lo "scenario" in maniera favorevole alla propria posizione. Sono a favore della decisione? Il Politecnico è il Progresso che si scontra con le solite arretratezze e non-voglia di cambiare italica; i professori sono dei retrogradi, perdenti e ludditi linguistici del 21esimo secolo. Sono contro? Il Politecnico è l'autorità oppressiva, che vuole imporre dall'alto un'astratta internazionalizzazione che nessuno ha chiesto; i contrari a questa decisione sono gli eroi che vogliono difendere la nostra cultura. E a seconda illustrerò esclusivamente statistiche a favore della mia posizione: come gli italiani siano i peggiori in europa in inglese; o come, dal lato opposto, già gli italiani non sanno la loro lingua, figurati imporre l'inglese a pedate.

Baggianate in entrambi i sensi, ma che danno una risposta emozionale molto superiore rispetto ad elencare pro e contro più concreti di questa decisione e cercare di decidere razionalmente; molto più facile far diventare la questione una improduttiva guerra di valori.

A questo punto, è ovvio che non si può più fare una selezione dei più adatti a fare lezione in inglese, visto che tutti i professori sono necessariamente coinvolti.

Questo è vero per i docenti che insegnano alle lauree magistrali, ma il Politecnico offre anche lauree triennali. Quindi un docente può benissimo insegnare solo in italiano alla triennale.

Inoltre, la battaglia di civiltà è stata ingaggiata dalla minoranza che ha ricorso al TAR  chiedendo quindi un intervento esterno. Se avessero accettato pragmaticamente la sconfitta e l'inizio del nuovo regime, forse avrebbero scoperto che non era male. Oppure la maggioranza pro-inglese avrebbe scoperto dopo alcuni anni, che l'idea era errata (p.es. se si fosse verificato un crollo di iscrizioni) e sarebbe tornata indietro. Dalla mia esperienza, anche senza aver mai messo piede al Politecnico di Milano, sospetto che dietro alla querelle ci sia qualche scontro di potere accademico. 

Corsi in inglese mi risulta siano diffusi in diverse università tedesche. Dico Germania perché ad esempio Heidelberg ma non solo, è piena zeppa di studenti provenenti da tutta l'Asia indotti dalla necessità/interesse/curiosità di apprendere il tedesco indotti dalla presenza commerciale/industriale tedesca nei loro paesi. Presenza che si affianca alla presenza in quei paesi di università ed istituzioni culturali tedesche. E mi parrebbe un modo sano di tutelare una lingua invece di pretendere di salvarla mettendola nella naftalina dell'isolamento azzeccagarbugliesco.

In molte Università ci sono. Interi corsi di laurea non singoli insegnamenti ci sono in molte Università. A Trieste sono responsabile di una triennale economica interamente in Inglese che conta oltre 350 iscritti e 135 matricole in aumento ogni anno, oltre un terzo stranieri. Il punto, e lo dice un fanatico dell'internazionalizzazione, è che non  devono essere l'unica offerta formativa presente nella facoltà-dipartimento. Su questo divergo da molti. Una famiglia Italiana  che paga le tasse credo che abbia ancora il diritto di vedere iscritto il proprio figlio in un corso di laurea in italiano se lo desidera. Comunque la si pensi è più saggio non procedere per salti.  L'internazionalizzazione è un processo lungo e delicato per un paese con una cultura forte e antica come la nostra. Gli  ostacoli sono sia interni , del corpo docente, sia esterni. Adelante con juicio, direbbe Michele.

Forse OT: ma non bisognerebbe iniziare dalla sostituzione delle ore di latino e greco alle superiori con ulteriori ore di inglese o di una seconda lingua?

Ahem

francesco rocchi 10/6/2013 - 14:17

Non per difendere il Latino e il Greco (non mi interessa), ma le ore dedicate alle lingue straniere non sono poi poche. E' il metodo, che è povero.

Al cosiddetto liceo "scientifico" che ho fatto io le ore di inglese erano 3, 4, 3, 3, 4. Ora ho saputo che quelle 4 in seconda e in quinta sono scese a 3.
No, le ore dedicate alle lingue straniere "vive" non sono poche. Sono pochissime.

Ma il mio sogno di un liceo veramente "scientifico" con tedesco o cinese al posto del latino, una o due ore di inglese in più al posto di Dante e Manzoni, e un'ora di antibufala al posto della religione sembra non trovare consensi.

le ore dedicate alle lingue straniere non sono poi poche

Questa é l'esperienza di mia moglie dai 12 anni ai 18, la settimana é di 40 ore di lezione frontale, in una scuola paragonabile al nostro Liceo Classico (Anadolu Lisesi, Liceo Anatolico):

  • 12 anni: Preparazione: 35 ore di inglese (grammatica, scritto, parlato, basi di matematica e scienza), 5 ore in turco, (educazione fisica, musica, arte, religione, storia). Mia moglie ricorda che in quell'anno praticamente vivevano in Inglese, la sua vita era dormire, mangiare e studiare l'Inglese, e venivano esaminati ogni 2 giorni con un quiz in classe di 15 minuti, piú 1 esame di 1 ora al mese, che facevano media.
  • 13 anni: I Ginnasio: 20 ore di lezione in Inglese, 20 ore in Turco.
  • 14 anni: II Ginnasio: 20 ore di lezione in Inglese, 20 ore in Turco.
  • 15 anni: III Ginnasio: 20 ore di lezione in Inglese, 20 ore in Turco.
  • 16 anni: I Liceo: 24 ore di lezione in Inglese (fisica, chimica, biologia, matematica), 4 ore in tedesco di tedesco, 12 ore in turco (letteratura, storia, religione, educazione civica, geografia, musica, arte).
  • 17 anni: II Liceo: 24 ore di lezione in Inglese, 4 in Tedesco, 12 in Turco.
  • 18 anni: II Liceo: 24 ore di lezione in Inglese, 4 in Tedesco, 12 in Turco

Mia moglie rimarca che i docenti di Tedesco non parlavano altra lingua che il Tedesco.

So che oggi in molte scuole fanno meno ore frontali alla settimana, ma nell'anno di Preparazione fanno sempre almeno 20 ore di lezione di Inglese in Inglese.

Per dare un altro paragone, questo é l'attuale quadro orario del Liceo Italiano a Istanbul:

Preparazione: 30 ore in Italiano, 3 ore in Inglese, 6 ore in Turco

Nei 4 anni di Liceo successivo, gli studenti fanno in ogni caso 9 ore di Inglese in Inglese, mentre la proporzione tra Italiano e Turco varia a seconda dei 3 indirizzi. Fanno ancora 39/40 ore frontali a settimana.

中國人為大家

palma 10/6/2013 - 10:23

中國人為大家

Ci penseranno loro ad insegnarcelo. Non dobbiamo preoccuparci. L'invasione è gia cominciata (vedi qui )

PS

Fatevi un regalo. Andateci all'Aumai. E' un'esperienza dal notevole valore didattico. Tutto il personale è cinese (anche se qualcuno, bonta loro, parla l'italiano). I prodotti hanno prezzi supereconomici (la qualità temo sia proporzionale all'esborso, però non lo so per certo. Non ho fatto acquisti). Alle casse ho notato che controllano tutte le banconote sopra i 10 euro indice che non si fidano per nulla della clientela italica. Si esce con una sensazione fortissima che l'Italia sia la testa di ponte per l'invasione cinese.

chissàchilosa! :-)
forse: la cina è artificiale, è tutto finto.
i miei esperti sostengono essere caratteri non semplificati, di taiwan, hong kong o singapore e che non vuol dire niente. ma sono solo traduttori con venti anni di esperienza, mi sa che è meglio chiedere alla barista sotto casa.

grazie

dragonfly 15/6/2013 - 17:11

ma palma ha usato sei caratteri e tu otto (diversi, anche)!  è ellittico anche in cinese? c'è di che barcollare...:-)

è poi salva la competenza delle mie consulenti, mi vogliono ancora bene.

Forse è il caso di puntualizzare alcuni aspetti della vicenda del Politecnico.

  • - Il ricorso è stato presentato perché il provvedimento non mirava ad istituire corsi alle lauree magistrali in inglese, questi ci sono già ed in alcuni casi esistono interi percorsi di studio (anche alla triennale) in lingua inglese, ma perché il suo obiettivo era istituire SOLO corsi in inglese. Quindi nessun corso in italiano, ma neanche in cinese, tedesco o spagnolo. Vi risulta che le università scandinave abbiano cancellato ogni possibilità di insegnare nelle lingue nazionali?
  • - Molti dei docenti che hanno presentato ricorso, conoscono bene l'inglese, lo praticano in abito accademico internazionale partecipando a convegni o scrivendo papers su riviste internazionali e in alcuni casi insegnano già in corsi erogati in lingua inglese.
  • - L'imposizione per decreto, o per per sentenza, di una realtà senza tenere conto della realtà dei fatti, qui ben documentata è sempre, a mio avviso, una soluzione dannosa che crea più problemi di quelli che si prefigge di eliminare.
  • - Alcune scelte del Rettore e del Senato appaiono più di forma che di sostanza, (19 Lauree Magistrali su 34 sono già erogate in inglese), così come alcuni frequentatori del sito web dell'Ateneo Milanese avranno notato che il motto "dal 1863 Ingegneria, Architettura Design" è recentemente mutato in un più in "dal 1863 Tecnologia, Creatività, Cultura", secondo alcuni più adatto ad un dopolavoro ferroviario che ad una università.

le lingue

marco esposito 10/6/2013 - 11:35

Mi immagino che si sono avute le stesse reazioni dei docenti di musica nelle altre nazioni, visto che il linguaggio della musica lirica è l'italiano.

Nello specifico: organizzare un percorso di studi interamente in lingua inglese significa solo che chi è interessato a quel percorso se lo farà in inglese perchè, immagino, l'inglese è la lingua più diffusa in quel percorso di studi, così come l'italiano è la lingua del percorso di studi in musica lirica e il latino di quella di teologia, da questo punto di vista sarebbe interessante capire quanto era necessario l'inglese per quella laurea e quanto no. Se non era indispensabile era una stupidata, se lo era è una stupidata non averlo fatto. Segnalo infine che fosse il cielo poi venissero poi anche docenti interamente in madre lingua a insegnare, almeno il corso sarebbe un vero corso.

La frase finale è quella più importante: 

"Anche se poi alla fine la domanda delle domande è questa: ma può una questione del genere essere lasciata a sentenze, ricorsi, e appelli? No forse, no, non è possibile perchè l'inglese è importante comunque e magari pure facile come dice quella faccia da schiaffi del bambino nella pubblicità."

Il problema è proprio una legge pensata non per regolare ma per governare. Se il Senato Accademico avesse deliberato che tutti gli studenti devono indossare un cappello a tuba e parlare italiano con accento britannico, sarebbe certamente sciocco, ma dovrebbe essere una sua decisione sovrana. 

Magari questa dell'inglese è una fesseria, ma è una fesseria voluta dall'Università. A lei, non ai giudici, vedere come va a finire.

Forse ho detto un'ovvietà non pertinente, ma il punto è anche questo.

Non ho niente di intelligente da aggiungere alla discussione tranne i commenti di due nipoti:

Maschio, Ingegneria, Poli Milano, mooooolto "fluent in english": i professori sono talmente concentrati sulla "lingua", che l'insegnamento della "materia" ne risente. Devono pensare più a come dicono le cose, che a quello che dicono.

Femmina, altra Università, altra facoltà, pressochè bilingue: siamo in otto, tutti Italiani con una docente che deve parlarci in Inglese di diritto italiano. Ha problemi così grandi con la lingua che mi sento in imbarazzo per lei, vorrei aiutarla, ma non capisco perchè dobbiamo sottoporci a questo strazio. 

Il problema sono i professori. Non sanno insegnare in inglese. Quindi mancano di una professionalità essenziale per tutte le discipline, tranne forse quelle umanistiche e legge (per gli addetti ai lavori, aree 10, 11 e 12). A fortiori il discorso vale per i professori che vogliono insegnare alla laurea magistrale del Politecnico di Milano, che (presumo) vuole essere all'avanguardia in Italia. Fra l'altro, se ho capito bene, l'obbligo di insegnamento in inglese non si estende alle lauree triennali. Nel breve periodo, quindi, un professore incapace di insegnare in inglese può trovare una collocazione didattica senza alcun problema.

Ok, il problema sono i professori, quindi? Il ragionamento continua a stare in piedi: passare all'uso esclusivo dell'inglese è un errore e le argomentazioni di Boninu rilevano in misura molto marginale sul dibattito. Un decreto che obbliga l'inglese in tutti i corsi non ha senso, anche se ogni due anni fai dei test per vedere se i prof hanno migliorato la lingua, perché le università non hanno una struttura così mobile da poter rimuovere o ricollocare i professori al volo e gli stessi professori, con tutte le cose che hanno da fare, non hanno un incentivo serio ad impegnarsi nel migliorare. Fintanto che si possono fare corsi sia in italiano che in inglese va benissimo, così assicuri standard didattici sia ai ragazzi italiani che agli stranieri/exhange.

si mettono i professori che non sanno l'inglese ad insegnare alla triennale in italiano e si fanno insegnare alla magistrale quelli che sanno l'inglese. E da ora in poi non si assume nessuno che non sappia insegnare in inglese

Io non so se tenere corsi esclusivamente in inglese sia giusto o no nel caso della magistrale del Politecnico, che mi sembra un caso molto speciale.  Ritengo però che se la maggioranza dei professori, in quanto rappresentata nel Senato accademico approva, la minoranza debba adeguarsi e non invocare un aiuto esterno dalla magistratura amministrativa che non ha alcuna competenza specifica in materia universitaria. In tal modo si è impedito un esperimento utile per il sistema (e comunque reversibile)  in nome di principi astratti. Un tipico modo di procedere dell'amministrazione pubblica italiana che in altri campi ha fatto danni enormi.

 

Ottimo commento! Delegare al gudice un punto simile è sbagliato perché lo si sarebbe dovuto affrontare nei giusti termini di un sano sperimentalismo: si prova e si aggiusta il carico durante la marcia. Inutile, invocare guerre stellari a colpa di Dante contro mostarda, o lingua e patria.

Il politecnico di Milano già oggi offre in inglese la maggioranza dei propri corsi. La proposta bocciata dal Tar prevedeva che TUTTI i corsi di laurea magistrale e dottorato fossero offerti in inglese. Le motivazioni giuridiche sono state, da quello che ho capito, principalmente tre: l'italiano è una lingua protetta dalla Costituzione (???) e quindi non la si può eliminare dall'insegnamento universitario, anzi quasi va protetta; l'internazionalizzazione non si raggiunge solo con l'inglese (forse qui c'ha ragione); esiste un presunto diritto, addirittura costituzionale, alla libertà di insegnamento (e un collegato diritto allo studio) per cui non si può imporre una specifica lingua ai docenti. Tralascio l'analisi ulteriore delle motivazioni giuridiche, come pure le questioni culturali connesse.  Quindi mi pongo un'altra domanda (no, non è un tentivo di spostare l'argomento).

E' nell'interesse di quel politecnico offrire tutti i corsi in inglese? E ancora, è nell'interesse del contribuente finanziare una università del genere, visto che il costo è sussidiato pesantemente dal contribuente?

Una università solo in lingua inglese attira una tipologia di studenti (quelli internazionali, e gli italiani che vogliono "internazionalizzarsi") e allontana un'altra tipologia di studenti (quelli che non conoscono adeguatamente l'inglese e quelli che non vogliono deitalianizzarsi). Non  sono in grado di dire se in termini di capacità attrattiva il risultato finale è positivo o negativo. A occhio, la tendenza ad adottare l'inglese dovrebbe essere più forte per quelle università che si trovano in paesi dalla lingua poco comune (norvegese, finlandese,  etc.) e meno per quelli con lingue nazionali più popolari (tedesco, italiano etc.).  Queste stesse domande se la saranno posta appunto altre università prima e quindi avranno agito di conseguenza, ed è quindi interessante vedere cosa hanno fatto le migliori della classe. Da un ranking qualunque (tanto sono tutti uguali) mentre ero in sala d'aspetto dal dentista ho preso le top 10 delle università in ingegneria e ho controllato quante di queste avessero abbracciato totalmente l'inglese, abbandonando completamente la lingua locale (la lista è sotto). Il campione non è rappresentativo, e posso aver preso fireflies for lanterns. Ho escluso ovviamente quelle inglesi. Ad eccezione di una svedese, Linkoping, nessuna della lista ha abbracciato il modello Total English, quasi tutte hanno solo alcuni corsi (specie master e dottorato) in inglese, chi più chi meno, quelle in lingua tedesca meno, mantenendo una sostanziale offerta in lingua locale. Forse il TAR ha salvato il politecnico da se stesso.

 

Top European Universities Rankinging in Science and Engineering

1 UNIVERSITY OF CAMBRIDGE-UK

2 SWISS FEDERAL INSTITUTE OF TECHNOLOGY ZURICH -Switzerland

3 UNIVERSITY OF OXFORD-UK

4 UNIVERSITY OF EDINBURGH - UK

5 UNIVERSITY OF OSLO -Norway

6 LINKOPING UNIVERSITY -Sweden

7 UNIVERSITY OF HELSINKI -Finland

8 UNIVERSITY COLLEGE LONDON -UK

9 ROYAL INSTITUTE OF TECHNOLOGY -Sweden

10 UNIVERSITAT WIEN -Austria

11 NORWEGIAN UNIVERSITY OF SCIENCE & TECHNOLOGY -Norway

12 UTRECHT UNIVERSITY -Netherland

13 UNIVERSITY OF GRONINGEN -Netherland

14 TECHNISCHE UNIVERSITAT WIEN -Austria

15 UNIVERSITA DI BOLOGNA -Italia

16 FREIE UNIVERSITAT BERLIN -Germany

 

proposta di legge di iniziativa popolare (mia)

1) tutti i film e telefilm in TV sono obbligatoriamente trasmessi in lingua originale con i sottotitoli. (in svezia, olanda, danimarca ecc ecc tutti parlano inglese più che decentemente...)

2) tutti i ragazzi in età scolare fanno obbligatoriamente a spese dello stato un comenius ed un erasmus o equivalente. La provincia sudtirolo già lo fa (con i nostri soldi)

3) i genitori sono obbligati a propinare ai figli (fin da poppanti) film in DVD in lingua originale con i sottotitoli (poi senza).

p.s. oltre trent'anni fa dovetti tenere svariate edizioni di un corso tecnico-informatico di una settimana in inglese, partendo da una conoscenza poco più che scolastica della lingua, grande sforzo, grande stress ma si impara velocemente.

p.s. 2
la maggior parte degli insegnanti non gradisce insegnare in inglese perché non lo conosce a suffiecienza

proposta di legge di iniziativa popolare (mia)

 

 

1) tutti i film e telefilm in TV sono obbligatoriamente trasmessi in lingua originale con i sottotitoli. (in svezia, olanda, danimarca ecc ecc tutti parlano inglese più che decentemente...)

 

 

2) tutti i ragazzi in età scolare fanno obbligatoriamente a spese dello stato un comenius ed un erasmus o equivalente. La provincia sudtirolo già lo fa (con i nostri soldi)

 

3) i genitori sono obbligati a propinare ai figli (fin da poppanti) film in DVD in lingua originale con i sottotitoli (poi senza).

 

 

4) Attirare in italia tantissimi insegnanti di madreligua inglese che NON parlino l'italiano.

 

 

 

p.s. oltre trent'anni fa dovetti tenere svariate edizioni di un corso tecnico-informatico di una settimana in inglese, partendo da una conoscenza poco più che scolastica della lingua, grande sforzo, grande stress ma si impara velocemente.

 

 

p.s. 2 la maggior parte degli insegnanti non gradisce insegnare in inglese perché non lo conosce a sufficienza

 

Vorrei stroncare la tua proposta in maniera brutale e sommaria, siccome è da maleducati articolerò le obiezioni (scusa la prolissità) :-)
1) Nei paesi che citi la ragione originaria e principale per cui scelsero di sottotitolare i programmi è che costava doppiarli per mercati così piccoli. Infatti lo stesso succede in Ungheria, in tutti i Balcani, Grecia inclusa, e non direi che sono tutti magicamente bilingue, questo perché la qualità della scuola è la variabile principale.

Ad esempio in Germania non sottotitolano NIENTE***, doppiano tutto come da noi ed il livello di diffusione e conoscenza dell’inglese è più che valido, senza doversi sorbire i film con un occhio alle immagini ed uno ai sottotitoli.

Nota: comunque da quando esistono internet e i dvd la questione non si pone più per chi veramente vuole imparare

2) qui l’idea mi piacerebbe. Non per imparare le lingue, ma come esperienza formativa. Tuttavia in un paese dove lo stato non può finanziare cose ben più importanti e primarie, riguardo scuola e salute, sarebbe solo uno spreco di risorse.

Sono cose da paese ricco, tipo Danimarca, o da regione oppressa e soggiogata da un malvagio invasore, tipo Sud-Tirolo :-)

Faccio una mia controproposta: licenziamo gli insegnanti di inglese, con i soldi risparmiati si offrono rimborsi per corsi full immersion agli studenti che ne fanno domanda.

Rimborso che si potrà incassare solo dopo aver passato un esame che dimostri l’effettivo grado di apprendimento.

3) ma uno a casa sua potrà far quel che vuole? :-)

4) pensiamo prima a come trattenere gli insegnanti italiani madrelingua bravi, (che altrimenti vanno in amerika, aprono blog e rompono i coglioni a tutti gli “intellettuali” italiani :-)

Cito un cantante sopravvalutato:” il giorno della fine non ti servirà l’inglese”, ma nemmeno per scaricare la frutta ai mercati generali, o per fare il muratore, è obbligatorio saperlo. L’importante è che quelli che vogliono veramente impararlo siano messi nelle condizioni di apprenderlo, non che lo apprendano tutti.

Non credo sia un caso che l’idea della trasvalutazione dei valori a Nietzsche sia venuta in Italia.

Noi siamo quelli convinti che, costruissimo più piste ciclabili come all'estero, la gente andrebbe di più in bicicletta,  mentre all’estero la gente va di più in bicicletta…per quello hanno costruito le piste ciclabili.

Intendo dire: l’articolo si riferisce all’ambito universitario, mentre tu parli della diffusione dell’Inglese a livello generale. Ma...siamo sicuri che ci sia tutta questa domanda? Vedi file fuori dagli istituti linguistici? Certo, a parole, tutti vorrebbero sapere l’inglese come, sempre a parole, tutti da domani si metteranno a dieta.

PS

*** in realtà sottotitolano in TEDESCO le notizie. Lo fanno per i non udenti. Non capisco perché da noi si sia invece scelto di avere un riquadro con uno che traduce a gesti.

 

 

 

D'accordo in parte

Turz 14/6/2013 - 12:00

Intendo dire: l’articolo si riferisce all’ambito universitario, mentre tu parli della diffusione dell’Inglese a livello generale. Ma...siamo sicuri che ci sia tutta questa domanda? Vedi file fuori dagli istituti linguistici? Certo, a parole, tutti vorrebbero sapere l’inglese come, sempre a parole, tutti da domani si metteranno a dieta.

Il fatto che non ci sia domanda non significa che non sia una cosa importante, da incentivare (vale per l'inglese come la dieta).

Oggi sono pochissimi i lavori per i quali l'inglese non serve assolutamente a niente. Soprattutto considerando:
1) che praticamente tutti per lavorare devono usare il computer (penso a chiunque sia lavoratore autonomo e quindi deve tenere la contabilità);
2) che col mercato globale è praticamente impossibile non avere né clienti né fornitori né colleghi stranieri, soprattutto se si pretende di considerare l'Italia un paese non dico sviluppato ma almeno in via di sviluppo, e quindi si cerca di investire su lavori ad alto valore aggiunto, non sulla muratoria o sullo scaricamento di frutta (e comunque sarebbe un vantaggio per lo scaricatore italiano poter parlare con lo scaricatore venuto da Lagos o da Calcutta in inglese anziché a gesti).

Condivido in parte l'obiezione sui doppiaggi (però attenzione che i vicini olandesi, danesi e fiamminghi sanno l'inglese enormemente meglio dei pur bravini miei conterranei tedeschi). Il vero problema è che non si può impedire alle case cinematografiche di doppiare i film in italiano/francese/tedesco, né alle TV di trasmetterli, né alle persone pigre di preferirli rispetto a quelli in lingua originale.
Sono io l'unico "pirla" che guarda apposta i film in lingua originale e che costringerà eventuali figli a fare lo stesso.

E ovviamente sono d'accordo che ognuno a casa sua fa come gli pare, nessuna legge può "entrare in casa della gente" (salvo ovvi casi estremi tipo gli stronzi che picchiano la moglie).

P.S.: Al posto degli insegnanti di inglese licenzierei (o meglio: riqualificherei) quelli di lingue morte.

Il fatto che non ci sia domanda non significa che non sia una cosa importante, da incentivare (vale per l'inglese come la dieta).

Posso essere d'accordo ma non è con iniziative come quelle che si otterrà il risultato. Iniziative che, se si rivolgono a persone che non ne vogliono sapere, finirebbero per essere paternalistiche o velleitarie. Bisogna affrontare il problema alla radice: non è ammissibile che dopo anni di scuola si esca quasi digiuni di inglese, a dire il vero non è nemmeno ammissibile che si esca dalle medie non parlando correttamente l'italiano (e succede anche questo). Se non si risolve prima questo, inutile imbarcarsi in altre iniziative secondo me.

i vicini olandesi, danesi e fiamminghi sanno l'inglese enormemente meglio dei pur bravini miei conterranei tedeschi

Vero ma, non so perchè, io guarderei ai risultati greci più che a quelli danesi, per predire quel che succederebbe da noi :-)

Al posto degli insegnanti di inglese licenzierei (o meglio: riqualificherei) quelli di lingue morte.

Non lo so, toglieresti la possibilità di far pesare di aver fatto il classico e l'utilizzo del latinorum invece di termini chiari. Comportamenti storici delle nostre elitè che li distinguono dalle barbare elitè straniere, che son solo capaci di produrre prosperità e benessere ma sono ignare della cultura antica :-)

Battute a parte, non saprei dire se l'insegnamento delle lingue morte sia ancora utile nè se siano effettivamente apprese dagli studenti, mentre so per certo che c'è un problema con l'apprendimento dell'inglese. Non voglio buttare la croce sugli insegnanti ma, visti i risultati, qualcosa bisogna pur fare al riguardo di come la lingua viene insegnata !

PS

Non sei l'unico pirla. Anch'io a volte guardo i programmi in originale (con o senza sottotitoli) proprio per migliorare l'inglese. Però non puoi imporlo a chi vive beatamente anche senza sapere l'inglese e vuol solo rilassarsi quando guarda un film.

Pazienza se i ragazzi del film negli hot dog ci mettono la mostarda, invece della senape e le bambine sono tutte eccitate, invece di agitate :-)

 

 

"Internazionalizzazione" non vuol dire niente. Quali sono i benefici concretamente misurabili a cui questa riforma mira, e qual è il meccanismo concreto con cui dovrebbero prodursi? Questo il Politecnico ha sempre rifiutato di spiegarlo, che io sappia.

L'obiettivo è che gli studenti imparino l'inglese? Al Politecnico è richiesta la conoscenza dell'inglese già solo per iscriversi a una laurea magistrale, quindi il problema dovrebbe essere già risolto. Per di più, non è affatto detto che le capacità degli studenti migliorino solo perché ascoltano lezioni in inglese da un professore che non ha un'ottima conoscenza della lingua, anzi. E questo non è un problema di provincialismo italiano: il professore cinese o indiano con un accento strano (un classico nelle università americane) sortirebbe lo stesso effetto.

Forse l'obiettivo è attirare studenti stranieri? Ma a che titolo? Le università americane sono piene di studenti stranieri, ma ci sono due categorie ben distinte: lo studente straniero bravo, su cui l'ateneo investe (e spesso hanno assegni di ricerca, tuition waiver eccetera), e lo studente straniero ricco, da cui l'ateneo guadagna fior di quattrini (vedi le ondate di ricchi cinesi che le università USA fanno a gara ad attirare - senza nulla togliere ai cinesi della prima categoria, ovviamente).

Attualmente gli studenti stranieri del Politecnico stanno a metà: non sono particolarmente bravi (direi anzi che la media è più bassa di quella degli italiani), né portano un beneficio economico, anzi, costano perché sono quasi tutti sussidiati (e se fanno ridere le dichiarazioni fiscali di certi italiani, figuratevi cosa dichiarano gli stranieri). La maggior parte viene da paesi di fascia media (India, per dire), pochi però dalla Cina, qualcosina dall'Europa dell'est, praticamente nessuno dal mondo occidentale.

Fra l'altro, questi studenti stranieri (così come gli italiani) hanno già la possibilità di seguire praticamente tutti i corsi in inglese. Quindi dubito che ci siano studenti bravissimi (o ricchissimi) che vorrebbero venire al Politecnico, ma non lo fanno per via dell'ostacolo linguistico. Davvero il Politecnico spera di veder crescere enormemente la sua attrattiva per il solo fatto di eliminare l'italiano? Ho i miei dubbi.

Benefici

Turz 14/6/2013 - 12:10

Avendo studiato Ingegneria, posso brevemente rispondere che il beneficio di studiare una materia scientifica in inglese è quello di conoscere i termini tecnici in inglese, che è la lingua di gran lunga più usata per le pubblicazioni scientifiche nel mondo.

Dato che l'università non deve insegnare nozioni (che diventano presto obsolete) ma concetti di base e metodi, e in particolare deve "insegnare a imparare", l'università ideale è quella che ti prepara a imparare nella lingua in cui hai a disposizione il più ampio materiale possibile per imparare. Al momento questa lingua è senza dubbio l'inglese.

I corsi in inglese al Politecnico ci sono già. Se uno vuole, può fare tutta la laurea magistrale (o almeno il 90%) in inglese. Qui non si tratta di introdurre l'inglese, ma di eliminare l'italiano.

Il tuo argomento è valido, ma dovrebbe spingere a usare entrambe le lingue (com'è già ora al Politecnico). Per un ingegnere italiano che si trova a lavorare in un'azienda italiana (cosa che, per fortuna, è ancora possibile), sarebbe ridicolo non sapere che il capacitor in italiano si chiama condensatore, tanto per fare un esempio.

Peggio ancora se finisse per parlare con quella ridicola mistura di italiano e di inglese che piace tanto nel mondo degli affari. Un ingegnere non può ridursi a parlare come un manager.

A parte la valutazione sulla qualità del Politecnico, cosa che dovrebbe dimostrare e non asserire in maniera tanto apodittica, rimane che l'eliminazione dell'ostacolo linguistico è uno dei più importanti per internazionalizzare un ateneo.

L'ostacolo linguistico non esiste, perché praticamente tutti i corsi del Politecnico (almeno ad ingegneria) hanno un equivalente offerto interamente in inglese. Qui non si tratta di introdurre l'inglese, ma di eliminare l'italiano.

Non ho parlato della qualità assoluta del Politecnico, ma di quella dei suoi studenti stranieri in confronto a quella dei suoi studenti italiani. Se fossero importati in quanto bravi, la loro qualità media dovrebbe essere superiore a quella dei locali. Così è in molte università americane, ad esempio, ma non al Politecnico, almeno per quel che riguarda ingegneria.

  Concordo con le conclusioni del Post, meno sulle molte considerazioni accessorie. Non credo sia vera, o comunque rilevante, l'idea che gli italiani non conoscono o siano negati per le lingue straniere. Che i cittadini di piccoli paesi (Olanda, Finlandia ad esempio) siano costretti a studiare lingue straniere, in particolare l'inglese, deriva da esigenze di mercato e di cultura, ed è naturale che questi popoli conoscano abbastanza bene una seconda lingua. Se invece paragoniamo gli italiani con i tedeschi, gli inglesi o gli americani, troviamo che questi tre popoli  (non) conoscono le  lingue straniere, all'incirca come gli italiani. Gli italiani hanno lo svantaggio, rispetto ad inglesi, francesi e spagnoli che la loro lingua è scarsamente o per nulla diffusa. Di contro gli italiani hanno una lingua che li accomuna già da molto prima della loro unità politica ed è  la lingua di straordinarie opere letterarie e poetiche: di qui l'orgoglio che si manifesta, come nel caso in questione, in circostanze nelle quali se ne farebbe volentieri a meno. Passo a discutere la delibera impugnata presso il TAR del Politecnico. L'aspetto giuridico interessa poco, e sarebbe auspicabile una estraneità dei giudici ai  problemi di questo tipo, anche se mi è capitato di ascoltare gli elogi della delibera . L'argomento più rilevante mi è sembrata la possibile compressione delle libertà dei docenti, costretti ad insegnare in una lingua diversa da quella natia. Qui, credo che andrebbe fatta una distinzione tra discipline umanistiche e discipline scientifiche. Mentre per queste ultime l'inglese è la lingua oramai universale, per le altre costringere gli insegnanti ad utilizzare l'inglese mi sembra una forzatura, anche per il motivo che l'esposizione degli argomenti richiede un lessico più ricco, e necessita  di sfumature inutili o dannose nelle scienze.  Direi quindi che l'obbligatorietà dell'insegnamento in lingua inglese dovrebbe riguardare le scienze, e solo i corsi avanzati (masters, dottorati). Viene incontro il fatto che a questi corsi dovrebbero insegnare i docenti più giovani, maggiormente impegnati nella ricerca, e quindi più disponibili ad insegnare nella lingua quotidianamente impiegata per la ricerca.  

concordo col commento di Nicoletti. Infatti, la delibera del Politecnico si riferisce a lauree magistrali (equivalenti al Master) per discipline scientifiche.

Più in generale, presumo che il senato accademico sappia quello che fa e che quindi abbia ponderato la decisione sulla base di informazioni più accurate di quelle a disposizione di noi outsiders.  L'Italia è il paese di 60 milioni di commissari tecnici della nazionale. Se poi la decisione si fosse rivelata un errore, sulla base dell'esperienza avrebbe potuto rivederla. Fare ricorso al TAR mi sembra un vulnus alla già ridottissima autonomia delle università ed anche un pericoloso precedente.

Io non ho mai affermato che gli italiani scontino un difetto cognitivo nell'apprendimento delle lingue. Piuttosto ho sottolineato che le condizioni di contesto nelle quali si è venuta ad inserire la sentenza del TAR sono tali da non configurare una sorta di predominio incontrastato dell'inglese, né a livello sociale in senso lato, moltissimi non conoscono l'inglese, né a livello accademico, dove i corsi in inglese sono assolutamente marginali.

Quanto alla distinzione che introduce, fra necessità di utilizzare la lingue inglese almeno per le discipline scientifiche ma non per quelle umanistiche non sono affatto d'accordo. Aggiungo un aneddotto personale a questo proposito. Nel 2004 ho frequentato un PhD in Scienze Politiche alla Luiss di Roma. Il PhD era essenzialmente in Teoria Politica, quindi si occupava di filosofia politica, con un focus sul metodo analitico e su autori, temi anglosassoni. Beh, allora era davvero un esperimento se vogliamo, ma secondo me è relativamente riuscito, visto che ha messo gli studenti in contatto direttamente con i testi e i filosofi americani, australiani e inglesi che venivano a fare le lezioni. Senza contare che ogni anno, almeno la metà dei dottorandi erano stranieri. Ok, parliamo di piccoli numeri, corsi da 8 massimo 9 persone, ma anche quello era un metodo di mostrare che l'internazionalizzazione era positiva anch nelle discipline umanistiche. Nessuno ha ovviamente per quel dottorato, disimparato l'italiano anzi, gli studenti stranieri sono stati invogliati, come alcuni hanno fatto, a imparare l'italiano  e la nostra cultura.

non è un corso di laurea propriamente umanistico, come non lo sono i corsi economici. Forse neppure giurisprudenza è un corso umanistico: in ogni caso, avrebbe poco senso insegnare il diritto italiano in lingua straniera (magari il diritto internazionale e quello comparato sì: ma in entrambe le materie è ancora rilevante anche il francese),

Le rivoluzioni cominciano dalle piccole cose... e l'internazionalizzazione del Politecnico non inciampa solo sui ricorsi alla magistratura amministrativa ma anche su cose più piccole, (vedi qui).

 

Nel frattempo il Garante per la trasparenza (link mancante: vedi precisazione seguente) ha chiesto la trasmissione in diretta, all'interno dell'Ateneo, della seduta del Senato accademico che avrebbe trattato del ricorso da presentare al Consiglio di Stato, visto il largo interesse all'interno dell'Ateneo (e non solo).

Solite schermaglie sulla tutela della privacy, niente diretta ed il Garante della Trasparenza (prof. Nicola Schiavoni) si è dimesso in dissenso con questa decisione. Ne avete appreso notizia dai giornali?

Completa l'opera la rimozione dal sito ufficiale del Politecnico di ogni riferimento alla presenza di un garante per la trasparenza come è possibile vedere qui, rispetto ad una copia cache della pagina.

Chissà se di questo passo gli scambi con le Università Cinesi non serviranno solo a rafforzare i rapporti accademici ma anche un nuovo modo di gestire il web?

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