L’intervista di un genio

16 agosto 2008 michele boldrin
Il titolo, per una volta, non è ironico. L’intervista rilasciata ieri da Giulio Tremonti al Corriere prova che l’uomo un genio è: della mistificazione. Perché il vero regista di questo governo è lui, BS fa solo la parte più brillante in una trama scritta altrove.

Perché occuparsi
di un’intervista fondamentalmente minore ed in cui l’intervistato non dice
nulla di nuovo? Perché questa intervista è un capolavoro del MinCulPop – che è
ciò che il Corriere è diventato da quando la scommessa su VW è andata buca e i
padroni del vapore hanno ordinato a Mieli di lavorare per la Grosse Koalition e
la stabilità a ogni prezzo – e permette di capire quale sia lo scheletro
ideologico della sequenza di balle su cui le politiche economiche di questo
governo si fondano, e si fonderanno.

L’intervista mi
ha stuzzicato anche per una seconda ragione: sono in Italia da due mesi (non
temete, in meno d’una settimana me ne vado) ed ho letto i giornali con attenzione;
ultimamente ho anche cominciato a guardare le notizie alla televisione. L’impressione
di un regime è fortissima, asfissiante. Questo vale soprattutto per i due
principali canali RAI (con il TG3 che conferma la regola mettendo in onda solo
veline del loft PD) visto che a tutti sembra ovvio che i canali Mediaset
facciano propaganda per il loro proprietario (a Fede ho resistito solo 4 minuti,
poi basta: ma come fate?). La parte piu grave, però, sono i grandi giornali
cosidetti “indipendenti”: Corriere, Stampa e Sole in testa, con dietro
Messaggero, Gazzettino, Mattino di Napoli, eccetera: il coro esegue
polifonicamente lo stesso spartito, quindi meglio dare un’occhiata allo
spartito.

Eccone l’impianto.
Il capitalismo mondiale è in crisi e gli USA ne sono l’epicentro. Le cause
della crisi sono da un lato la globalizzazione e dall’altro la speculazione
mercatista, il libero mercato, la concorrenza. Sta agli stati, ai governi,
rispondere a queste cause di crisi riacquistando un protagonismo fondamentale
nella gestione dell’economia: libero mercato e concorrenza portano alla crisi,
serve altro. Riscopriamo il corporativismo cristiano-europeo, al centro delle
quali stanno governi forti e paternalisti che coordinano associazioni di
produttori nazionali e ne difendono i mercati e le prerogative. Tale politica
oggi non puo essere svolta solo a livello di nazione, va svolta a livello di
Europa continentale (nella perfida Albione hanno sede alcuni dei nemici
peggiori). Per ottenere tale risultato occorre la cooperazione di tutte le
parti sociali e risulta quindi necessario, sulle questioni fondamentali della
politica economica, superare la dicotomia governo/opposizione: esistono supremi
interessi nazionali che vanno difesi dall’aggressione esterna, sia essa
americana, cinese o della speculazione internazionale. In una situazione come
questa, una situazione straordinaria con cause tutte esterne, diventano
secondarie le cause nazionali di divisione. Vanno quindi accantonate la
questione morale, anzitutto, ma anche l’evasione fiscale da un lato e l’oppressione
fiscale dall’altro, la mancanza di crescita nei redditi effettivi di settori estesi della popolazione e della produttivita del lavoro in generale, l’assistenzialismo
meridionale e l’illegalità che governa quella fetta di paese, lo sfasciarsi progressivo dell’apparato dello
stato, l’accelerarsi della decadenza del sistema scolastico ...

Questo copione ha
ovviamente vaste implicazioni che riguardano sia l’ordine pubblico, che il sistema
di valori dominante, che la distribuzione del reddito e del potere politico,
economico e mediatico all’interno del paese - sembrano essersene accorti
persino a Famiglia Cristiana, seppur nel loro stile predicatorio-buonista - ma
discutere questi aspetti ci porterebbe troppo lontano, ed è ancora troppo
presto per dire dove si finirà esattamente. L’asse portante, in ogni caso,
rimane quello economico come articolato nell’intervista in questione.

Il giornalista,
tale Mario Sensini, offre imbeccate servil-strumentali che permettono al signor
Ministro d’esibire la sua enorme sapienza. La quale non si fa desiderare:
linguaggio ampolloso, latinorum a go-go, metafore ardite, affermazoni epocali
sin dalla prima riga. L’intervista non si apre con una domanda ma con una sentenza: agosto, apparentemente, ha scalzato aprile ed è il più crudele dei
mesi, quello nel quale esplodono le crisi. Il nostro ci ricorda che quella dei
mutui si manifestò l’anno scorso di questi giorni ma si scorda di notare che
lui, a quel tempo, prediceva il 1929 e l’imminente fine del mondo, mentre un anno
dopo il mondo gode di decentissima salute. Fa niente.

La parte di
politica internazionale fa tristezza, ed anche la voglia di dire cose troppo cattive,
ma non è questo il punto. Il punto essendo che gli USA sono fuori gioco e sta
alla ritrovata Europa giocare la partita con la ritrovata Russia imperiale: il
quadro di riferimento è quello della seconda metà del XIX secolo.

Poi viene
l’associazione chiave del Tremonti-pensiero a quello di Ratzinger. Di nuovo, tralasciamo
la baggianata sui grandi passaggi epocali che la chiesa sa correttamente interpretare
(il pensiero rinascimentale e poi scientifico, la rivoluzione francese, quella
industriale, l’unità d’Italia, l’avvento dei fascismi europei ...)
accontentiamoci di questa falsità: 

«L’aspetto
orrendo della speculazione è sul grano, sul mais, sugli alimenti. Anche sul
petrolio. Nel giro di sei mesi il prezzo è salito vertiginosamente e poi
precipitato. E’ la prova che dietro c’era la speculazione. Da un lato questa ha
divorato se stessa, causando recessione, dall’altro ha subito i colpi
dell’azione forte di molti governi».

Sì: dice proprio
così, ed il Sensini-Rigoletto non gli chiede di dare qualche esempio d’azione
“forte” dei “molti governi” ma continua chiedendogli di parlare della crisi
USA. Sì, di quella USA, non di quella italiana! GT racconta una balla grande
come una casa ed il Sensini non riesce nemmeno a chiedergli: scusi, signor
ministro, mi spiega come una variazione di un 20% nello spazio di sei mesi
possa causare una recessione che negli USA ancora non c’è e che invece c’è in
Italia, Germania e Francia dove, grazie all’apprezzamento dell’euro, il prezzo
del petrolio è cresciuto molto meno e la speculazione finanziario-mercatista
non s’è vista, come dice lei?

No, il nostro gli
chiede degli USA, e GT ne approfitta per spiegarci che sono oramai allo
sfascio, tutto per colpa della scienza economica triste fatta con le formule
matematiche. La prova: i giudici hanno ordinato a due banche fraudolente di
ricomprarsi i titoli piazzati con sporchi trucchi. In Italia, quando già governava
lui, le varie Cirio, Parmalat e il sistema bancario nel complesso (buoni
argentini) fregavano i piccoli risparmiatori con titoli di cacca senza che
nessuno ordinasse loro di ricomprarseli. Morale: le crisi epocali si evitano lasciando
che i banchieri nazionali truffino impuniti. Non scherzo: l’ingegneria
finanziaria sporca era una passione del GT prima maniera, nonostante le
prediche odierne.

Aggiunge poi, il
vostro ministro, che invece in Europa la situazione è più equilibrata. Strano,
oggi lo stesso giornale ci informa in prima pagina che l’area euro è già in
recessione ... Ah le statistiche: prodotti del diavolo matematico e triste. Ma
le perle vengono dopo: le pensioni italiane sono sicure e gli unici settori
dell’industria italiana dove le cose non vanno bene sono quelli delle
privatizzazioni sbagliate (esempi non dà, cosa intenda chi lo sa, ma di certo
le privatizzazioni gli sembrano una jattura), e l’unico punto debole (come lo
imbecca il Mario Rigoletto) sono i conti pubblici che GT ha messo in ordine con
la finanziaria anticipata. E dentro i conti pubblici che lui ha messo in
sicurezza trovano la medesima anche i risparmi delle famiglie. Cosa vuol dire?
Non lo so, ma il giornalista deve aver capito perché non chiede chiarimenti.
Qualcuno mi illumina? Mi illumino da solo: occorre far passare il messaggio che
i conti dello stato e quelli delle famiglie sono la stessa cosa, la corazza
dello stato paterno protegge (non dice “dentro” a caso) i risparmi delle
famiglie. Competitività, produttività, crescita, concorrenza non servono a
nulla, lo stato conta.

Poi viene tutta
una parte in cui GT maramaldeggia spiegando ai sinistri cio che
dovrebbero fare e non fanno. Cosa dovrebbero fare? Glielo suggerisce il
Rigoletto, e lui felice condivide

La commissione Attali in
Francia, il ruolo di Giuliano Amato nella consulta per Roma, dimostrano che c’è
terreno per coltivare esperienze bipartisan.

«Ed è la via
giusta. [...]».

58 commenti (espandi tutti)

Avevo notato anch'io l'intervista. Mi e' sembrata cosi' allucinante da farmi venir voglia di leggere il libretto di Tremonti che apparentemente tutti hanno letto questa primavera. Non so se l'hai visto. E' una cosa allucinante. Non e' leggibile (non e' vero che la gente lo ha letto; non puo' essere vero), e' barocco all'inverosimile, ed errato in ogni argomentazione di fondo. Adesso cerchero' ma non credo che abbia ricevuto recensioni oneste nella stampa (a parte Gianluca qui da noi , naturalmente).

Sulle recensioni, consiglio questo leggendario editoriale di Mieli.

Main highlight:

alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che
produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel
resto del pianeta

Manca solo...

il problema non è le barzellette che raccontano adesso. il problema sono tutti quelli che credevano e credono ancora al corriere imparziale, indipendente e super partes. io Mieli lo ricordo ad Anno Zero mentre, confrontandosi con Travaglio (eh sempre lui!), non riusciva ad ammettere che Andreotti fosse stato "condannato" per associazione mafiosa ma prescritto. non riusciva proprio a dirlo, le parole si rifiutavano di uscirgli dalla bocca. incredibile quell'uomo.

Sempre a proposito di quanto compare sulla stampa in questi giorni, "Newsweek" ha pubblicato un articolo intitolato "Miracle In 100 Days/ How Berlusconi brought order to chaotic Italy, and what comes next".
"Il Giornale" ha scritto che l'articolo é un grande successo.
In molti continuano a ripetere che l'articolo é un grande successo e "un riconoscimento internazionale".
Ma é proprio così? E' plausibile sostenere che l'articolo é "un riconoscimento internazionale"?

Di seguito alcune frasi estrapolate dall'articolo (e citate anche da coloro che considerano l'articolo un grande successo).
Il soggetto é Berlusconi:

"... he has also wasted little time in consolidating his authority. One of his first acts: pushing through a bill that gives the top four national officeholders, including the prime minister himself, immunity from prosecution while in office. The bill passed overwhelmingly last month, and put an end to outstanding criminal proceedings against Berlusconi (which he and supporters say were politically driven). That this new law was a possible conflict of interest did not go by unnoticed, but Italians are feeling too poor to pay it much attention...",

"Ever the showman, Berlusconi held cabinet meetings in Naples...",

"...he tackled the perception that violent crime is on the rise (despite data showing otherwise), and that foreigners are to blame for it...",

"Italians like him now, but what they really want is economic stability. Cleaning up trash and harassing immigrants won't be enough".

Non sarà che, a parlar di miracoli un giorno sì e l'altro pure, la cosa, indipendentemente dalla realtà, diventa patrimonio comune delle coscienze domiciliate sul suolo italico?

Infine vorrei chiedere il vostro parere su questa affermazione del giornalista di "Newsweek":

"Berlusconi has pledged to reduce spending (in contrast to his first term), but doing so will make it harder to fulfill a pledge to cut taxes or to stimulate growth".

Perché, se Berlusconi riducesse le spese, dovrebbe essergli più difficile abbassare le tasse?

Alcuni commenti all'intervento di pippi, che condivido in pieno.

1) Anch'io proprio non ho capito cosa intendesse dire il gioornalista con la frase sul taglio della spesa. Con molto sforzo posso immaginare che quando dice che ''it makes it harder to stimulate growth'' potrebbe avere in mente qualche arcaica nozione di crescita guidata dalla spesa pubblica. Ma perché mai dovrebbe essere difficile poi ridurre le tasse? Non riesco a immaginare nulla, se non che il giornalista ha preso una cantonata (difficile pernsare a un semplice errore di stampa, dato il contesto).

2) Sia la stampa pro-belusconiana citata da Pippi sia quella anti-berlusconiana (si veda qui e qui) danno per scontato che l'articolo segnali chissà quale cambio di linea editoriale di Newsweek se non dell'intera stampa americana o, perché no, mondiale. Non è così. Nei paesi civili non c'è il controllo ferreo della linea e dei contenuti di qualsiasi articolo. Spiace ricordarlo, ma l'Italia è per Newsweek un paese marginale. L'articolo è stato scritto da un giornalista italiano, Jacopo Barigazzi (tra parentesi: non sono riuscito a verificare se sia assunto in pianta stabile a Newsweek o se sia semplicemente un freelance; qualcuno lo sa?). Segnala quindi l'opinione di un giornalista italiano.

3) È un po' triste questa fregola proviciale con cui si cita la stampa estera, anche quando (come in questo caso) ospita semplicemente l'articolo di un giornalista italiano. È triste ma è razionale. I media italiani hanno un livello di indipendenza bassissimo dal potere politico, per cui qualunque cosa dicano ha credibilità vicina a zero. Logico quindi che si cerchi conferma sulla stampa estera. Il messaggio nenche tanto implicito è: ''a noi non potete credere perché siamo nelle tasche dei politici, ma guardate cosa dicono questi che sono fuori dall'Italia e quindi indipendenti...''

È un po' triste questa fregola provinciale con cui si cita la stampa estera

Sì,
ma è la norma, purtroppo. La cosa ancora più triste, però, è l'asserita
o negata autorevolezza - relativa anche al medesimo giornale - a
seconda che il parere espresso sia favorevole o contrario alla propria
parte poltica. E, nell'ambito di un commento sgradito, uno sport
ampiamente praticato - da ambo le parti - consiste nella ricerca
spasmodica di un paragrafo, una mezza frase, un accenno, un appiglio
qualsiasi da utilizzare per affermare che, in realtà, il significato
vero è ben altro ..... :-)

Il messaggio nenche tanto implicito è: ''a noi non potete credere
perché siamo nelle tasche dei politici, ma guardate cosa dicono questi
che sono fuori dall'Italia e quindi indipendenti...''

Ecco, io di questo non sono tanto convinto: a mio parere la
stampa italiana non ha tale percezione, anzi ritengo che le citazioni
dall'estero siano considerate un modo di confermare la propria autorevolezza (sono io che dico il vero, non gli altri, come si può capire leggendo che cosa dicono oltralpe ....).

Confesso di averlo letto. Me lo mandò un caro lettore del nostro blog e direttore di giornale, chiedendomene una recensione. Non ci son riuscito, sembra scritto da una combinazione convessa di Lacan e Vattimo, con spruzzate di Cacciari. È un libro-buffonata, che prova tra l'altro l'inanità culturale dell'autore: vuole fare il grande uomo politico di centro-destra e scrive con lo stesso stile, lo stesso vocabolario, la stessa superficialità e la stessa logica dei peggiori filosofucci postmoderni comunist-cretinoidi.

Se riesci a farne una recensione comprensibile sei bravo, perché non ha alcun senso. Idem per il precedente, Rischi fatali: avevamo appena iniziato a fare il blog quando lo lessi e credo di avere delle note da qualche parte. Un'altra cosa allucinante, senza capo né coda. Ma La paura e la speranza è peggio, pura impostura pseudo-intellettuale. 

P.S. Per ragioni mie questa estate sto leggendo La Stampa oltre al Corriere. Non c'e' confronto in termini di quanto siano distesi. Il Sole non lo leggo e non lo so, ma il Corriere e' cosa allucinante.

Pero' forse mi sbaglio. Marco Boleo mi ha gentilmente mandato questa recensione del libro di Tremonti di Luca Rirolfi, apparsa su La Stampa. Mah,...

Da pochi giorni in libreria, il nuovo libro di Tremonti - La paura e la
speranza (Mondadori) - fa già discutere di sé. Ed è logico che sia
così: non solo perché Tremonti ha spesso idee interessanti, ma perché è
l'estensore del programma del Popolo della libertà e sarà il prossimo
ministro dell'Economia se, come probabile, le prossime elezioni le
vincerà il centro-destra. Alcune idee del libro non sono nuove, perché
già esposte in lavori precedenti come Rischi fatali (2005), Il fantasma
della povertà (1995), La riforma fiscale (1995). Tremonti, come la
sinistra antagonista, ha una visione decisamente pessimistica dei
processi di globalizzazione, di cui sottolinea gli effetti negativi
sull'ambiente (a livello planetario), sulle condizioni di lavoro (nei
paesi emergenti), sull'occupazione e il reddito (in Occidente), sullo
stile di vita e la morale (consumismo). Una visione molto vicina a
quella di uno dei più accorati e originali libri antiglobal di questi
anni, il pamphlet dello scrittore Bruno Arpaia Per una sinistra
reazionaria (Luanda 2007). Con l'importante differenza che, per
Tremonti, il male non è il capitalismo in sé ma sono i tempi e i modi
della globalizzazione, ovvero la rinuncia della politica europea a
governare un processo che ha assunto un ritmo troppo rapido e
disordinato.L'aspetto interessante, però, è che molte cose che ora
appaiono evidenti - ad esempio il rischio di impoverimento di ampi
strati delle popolazioni europee - Tremonti le diceva già dieci anni
fa, quando l'euforia della crescita le faceva apparire eterodosse e
stravaganti. Altre idee sono invece relativamente nuove, e stranamente
poco discusse nella raffica di interventi e prese di posizione che si
sono susseguiti in questi giorni, per lo più dominati dalla disputa su
pregi e virtù della globalizzazione. Peccato, perché l'aspetto più
interessante del libro di Tremonti non è la sua analisi dei costi
sociali della globalizzazione, svolta nella prima parte del libro («La
paura»), ma il ragionamento politico che sorregge la pars construens
del suo discorso, svolta nella seconda parte («La speranza»). Ridotto
all'osso il ragionamento di Tremonti mi pare questo. La domanda di
Welfare è destinata a crescere. L'Europa non vuole e non può rinunciare
al suo Welfare, ma per salvare e rafforzare lo Stato sociale ci
vogliono riforme incisive. Le riforme, a loro volta, non possono che
poggiare su due pilastri. Il primo pilastro è «più politica», ossia più
democrazia e più forza dei governi (innanzitutto a livello europeo). Il
secondo pilastro è meno Stato e più sussidiarietà, ossia più terzo
settore, più volontariato, più istituzioni sociali, più comunità. Il
problema è che entrambi i pilastri richiedono un consenso ampio, che
non può che fondarsi su un capovolgimento della cultura del '68, e
quindi sul ripristino di alcuni valori fondamentali: l'autorità, il
senso di responsabilità individuale, la cultura dei doveri, la
solidarietà comunitaria. Senza di essi, o meglio senza il sostegno
convinto della gente a simili valori, anche i sogni del riformismo
liberal sono destinati a infrangersi contro gli egoismi individuali,
contro le resistenze delle corporazioni, contro la forza degli
interessi organizzati. Perché l'intensità dei problemi che l'Europa
continentale deve affrontare è enormemente cresciuta, e
corrispondentemente è cresciuto «il quantum di consenso politico che è
necessario per governare». Insomma Tremonti prova a dirci che la
fiducia nelle virtù del mercato non fa i conti con l'immensa inerzia
che le riforme devono vincere, e che senza un deciso ribaltamento della
cultura dei diritti non andremo da nessuna parte. Perché i grandi
cambiamenti non si fanno dall'alto, come credono i tecnocrati
illuminati, ma richiedono il sostegno e l'adesione dei popoli.
Un'analisi ardita, che susciterà critiche, perplessità e discussioni.
Ma che non si può liquidare con il semplice richiamo ai luoghi comuni
dell'ortodossia liberista.

l’impressione
di un regime è fortissima, asfissiante

 un altro comunista! non è che tu compri famiglia cristiana e la usi per nasconderci il manifesto? :) buone vancanze

Molto indicativo l'uso che fai del termine "comunista"...

Tu cosa leggi, "Il Giornale"?

La scienza economica non è solo "triste", è anche falsa, se non si
sviluppa nelle incertezze tipiche delle scienze sociali e pretende di
modellare la realtà in formule matematiche.

Di "incertezze tipiche" ne trovo almeno due nell'intervista. Prima:

Nel giro di sei mesi il prezzo [del petrolio] è salito vertiginosamente e poi precipitato. E’ la prova che dietro c’era la speculazione.

Dai grafici nell'articolo di Andrea si vede che stiamo parlando di una variazione del 20%. Questo prova che c'e' una speculazione? Proviamo a utilizzare un pretenzioso modello di domanda e offerta, quello che (ricordo bene!) la maestra ci aveva spiegato in quarta o quinta elementare. I Sauditi a luglio hanno aumentato la produzione di greggio di circa il 10% (a circa 10 mln di barili al giorno dai circa 9 mln di fine primavera). E' irrealistico che questo, anche tenendo tutto il resto costante, abbia provocato la riduzione degli ultimi mesi? Dire di no: la domanda di greggio sara' pure un po' elastica. Non ho idea di quali siano i numeri rilevanti, ma di certo si puo' far di meglio che atteggiarsi a ieratici scienziati sociali e procedere a incertezze tipiche.

Seconda:

E’ più importante il potere d’acquisto o il posto di lavoro? La
questione dei prezzi è drammatica dappertutto in Europa, ma la
stabilizzazione del sistema è strategica. Questa è la scelta finora
dominante in Europa. Una scelta di sicurezza e non di rischio, di lungo
e non di breve periodo

Esiste un tradeoff tra potere d'acquisto e protezione dell'occupazione? Non lo so. Certo che se ci fosse preferirei vedere la mia produttivita' crescere e cambiare lavoro e luogo di residenza di tanto in tanto piuttosto che impoverirmi progressivamente nello stesso posto. Ma ci vogliono modelli per analizzare queste domande. I modelli, almeno, fanno vedere le cose chiaramente. Le incertezze tipiche sono in effetti comode perche' permettono invece di rendere tutto fumoso e dire oggi che f(X) e', ovviamente, crescente per poi dire domani che, ma come non lo vedete?, e' decrescente a scalini.

E una scelta di sicurezza del posto di lavoro sarebbe una scelta di lungo periodo e non di breve? Piuttosto il contrario, direi. Scelta dominante in Europa? E com'e' che il potere d'acquisto in Italia e' ormai sotto la media europea a 27? Mah!

 

La storia della Russia è una storia imperiale. All’impero dello zar ha fatto seguito il social-imperialismo dell’Urss e ora la Russia, tornata Russia, prosegue con altri mezzi, con il gas e con il petroliola sua eterna politica.

Spiegazione: Adesso ci sono le olimpiadi e per fare un dispetto ai cinesi ricordo il compagno Mao con la fregnaccia del social-imperialismo. Poi per far vedere che sono istruito, strizzo l'occhio a von Clausevitz, fa sempre fine. Poi siccome ho incontrato il Papa che usa questa parola (eterno) sia al maschile con la maiuscola, che al femminile con la minuscola, la uso pure io. Al femminile, beninteso, se no appare troppo pretenzioso.

Vuole una previsione?

 Io qui, a costo di passare per maleducato, l’avrei interrotto e detto garbatamente ma fermamente no.

Petrolio per petrolio, il quadrante strategico dell’impero si sposterà da Sud verso i fondali marini e i ghiacci in scioglimento del Nord.

Il nostro capitan Nemo: Ancora più a Sud: i fondali marini! e che ti ha fatto il Perito Moreno? Perché escluderlo? Anche lui non se la passa bene.

La storia prosegue, l’avventura umana è ancora imperfetta e la pace è ancora "in experimentum".

Dai Giulio perché copi senza citare. Forse il tuo addetto stava sotto l'ombrellone, piuttosto che andare a memoria é andato sul sicuro. Sullo stesso giornale che ti intervista due giorni fa il profetico Augé aveva detto, "l’avventura umana è ancora imperfetta non è riuscita a eliminare la violenza, la guerra; non conosce una pace mondiale, meno che mai l'armonia universale, che è rimasta nei libri di filosofia."

Il vero regista di questo governo è lui, BS fa
solo la parte più brillante in una trama scritta altrove.

Non credo proprio che la trama di questo governo sia scritta altrove. Chi ha ricevuto i voti per ora e' in primo luogo Berlusconi, e li ha ricevuti con la forza delle sue TV e della sua organizzazione, non cerrto grazie all'appoggio di Agnelli, De Benedetti, Passera, Profumo, non certo grazie ai giornali (tranne quelli di proprieta' e ben poco altro) e nemmeno grazie della gran maggioranza delle elites culturali e politiche. Tremonti e' un collaboratore di Berlusconi certo piu' subordinato che in posizione relativa di comando. Tremonti e' efficace (come presa sul parco buoi elettorale italiano) sia nei dibattiti TV sia nelle interviste sui giornali come questa, e questo lo pone in posizione preminente sia in FI che nel PDL, ma non c'e' dubbio che chi ha veramente la forza in termini di capacita' di raccogliere e organizzare il consenso e' principalmente Berlusconi

La trama di questo governo pertanto deriva dai piani di Berlusconi con un modesto contributo da parte del suo partito, che rimane ampiamente succube, dai piani dei dirigenti di AN e dai piani dei dirigenti della Lega.  Tremonti da' contributi tecnici e contribuisce ad elaborare la trama, ma comunque in posizione subordinata.  E non vedo proprio nessun grande vecchio "altrove" che stia scrivendo alcunche'.

Il Corriere della Sera rimane quello di sempre, e' proprieta' delle elites confindustriali del Nord e degli Agnelli in primo luogo, quindi sostiene in primo luogo il PD (fordista e assistenzialista della grande impresa collusa con lo Stato), in secondo luogo AN e UDC, e avversa meglio che puo' Berlusconi e la Lega, come peraltro Mieli ha onestamente chiarito nel suo noto editoriale. Per il momento e' ancora forte il vento del consenso che ha portato al sucesso la presente maggioranza di centro-destra, e il Corriere della Sera - come sempre ha fatto in passato - china la testa (come raccomanda la nota massima mafiosa). Se ci sara' un accordo con gli Agnelli lo si vedra' se Berlusconi nomina ministro un loro fiduciario (come nel 2001) oppure se il governo approvera' le facilitazioni fiscali per la rottamazione auto (come ha fatto sia Prodi/1996 che Prodi/2006). E la prova di accordo potra' essere confermata solo quando il Corriere fara' campagna elettorale per il CD contro il CS, fatto mai successo e che non mi sembra possibile nel breve-medio periodo. IL Corriere potra' fare propaganda per il CD contro il CS solo se il CD non includesse FI e Lega e quindi fosse solo AN+UDC.

A volte scrivo anche io come un deconstrutto, e non mi faccio capire. Chiedo scusa e cerco di spiegarmi.

Non ho dubbi che le elezioni le abbia vinte BS, e non ho dubbio che GT sia solo un suo dipendente. E non credo vi sia alcun grande vecchio.

Questo non toglie che, a mio avviso, l'unico piano di BS consista nell'usare il potere politico acquisito per risolvere i propri guai giudiziari, fare qualche ulteriore affare e "godersi" quel tipo di popolarità che a lui piace e riempie la vita: i bagni di folla, le collaboratrici graziose e soprattutto gentili, i paparazzi che lo fotografano per Novella2000 con la famiglia e la signorona, i giornali che parlano di lui, insomma l'osanna mediatico dell'italietta che vede in lui tutto ciò che avrebbe voluto essere. Ora, come nel 1994 e nel 2001, BS non ha nessun altro "piano" in mente, nessuna visione del paese e del suo futuro, nessuna idea di riforma strutturale o roba del genere. Vuole governare, essere osannato, fare affari e far finta di risolvere problemi (e.g. l'immondizia di Napoli, dove l'operazione al momento sembra riuscita, o Alitalia, dove invece sta fallendo miseramente). Per BS l'Italia è un principato che l'osanna e dove lui acquista ville; altri problemi non ne vede.

Il fatto è che un governo deve anche "governare", cioé fare delle cose che vadano aldilà della propaganda populista tipo l'abolizione dell'ICE (guarda caso, giusto oggi han cominciato a rendersi conto del danno che han fatto persino ai loro stessi comuni), la detassazione degli straordinari o i bei soldatini a presidiare i punti più visibili e meno a rischio dei centri città. Questo è particolarmente vero in un paese in grave crisi strutturale come l'Italia, un paese in declino, un paese dove le contraddizioni socio-economiche crescono e continueranno a crescere con l'ulteriore rallentamento dell'economia. Chiunque guardi ad un orizzonte un pelino più lungo di quello di BS (che, nel suo narcisismo, all'orizzonte vede solo il Quirinale) si rende conto di dover fare una politica economico-sociale ed offrire delle risposte a quella parte del paese che non s'accontenta delle imbarazzanti esibizioni del presidente-spazzino. A questa Italia, che alla fine è l'Italia che conta economicamente anche se non necessariamente sul piano elettorale, le risposte le stanno dando solo Tremonti e Maroni. Dato che le relazioni sociali, il livello intellettuale e la capacità di elaborazione del secondo sono quelle che sono, GT emerge come la testa pensante di questo governo. Ruolo che svolge con grande passione ed entusiasmo, da accademico frustrato quale egli è - questa è una cosa che i lettori di nFA dovrebbero apprezzare, visto che esempi ne abbiamo avuti anche qua: l'accademico frustrato è un personaggio pericoloso, che non riesce ad accettare il fatto di "non arrivarci" e ci riprova continuamente, ed a volte anche ossessivamente, ad elaborare grandi teorie sociali alternative a quelle accettate dalla maledetta accademia che non l'ha voluto nelle sue schiere ...

Ma non vi è solo questo. Per le sue origini politico-culturali e (diciamo così) socio-ambientali, all'interno di questo governo il commercialista da Sondrio è l'unico referente credibile per i padroni del vapore che operano sull'asse MITO e per le loro appendici. Non scordiamoci da dove viene il commercialista: anzitutto le relazioni che la sua attività di fiscalista hanno generato nell'arco di trent'anni, la sua lunga collaborazione con il Corriere della Sera, il suo ruolo nei ministeri socialisti degli anni '80 ed inizio anni '90. Anche se l'uomo - a riprova della sua genialità mistificatoria - si vende come la voce delle partite IVA, della piccola e media impresa, dell'imprenditoria artigianale del Nord e Centro, egli è in realtà un punto di riferimento solido (anche se controverso) per la grande industria del Nord, le banche e le fondazioni bancarie (che devono al medesimo la loro attuale esistenza e l'insalubre potere di cui godono). Letta Sr. svolge lo stesso ruolo rispetto agli antichi poteri romani, ma questi non godono di un potere economico autonomo comparabile a quello dei precedenti. Da qui l'allineamento naturale fra il nostro eroe e gli organi d'informazione controllati da questi poteri medesimi.

Su questo aspetto, e sul Corriere in particolare, permettimi Alberto (Lusiani) di criticare la tua analisi che soffre, diciamo così, di staticità. La MITO che conta (quando dico "MITO" includo Treviso, Genova, eccetera, capiamoci) non ha mai avuto nessuna appartenenza ideologica ma ha sempre e solo seguito la saggia regola del
plus ca change, plus c'est la meme chose: i governi sono autobus su cui si sale e si scende, si paga il biglietto, ci si fa trasportare dove si deve; al più, ci si tura il naso se il conduttore puzza. Con il PD di VW hanno fatto una scommessa, che è andata molto buca: poiché sanno di averli in tasca hanno sperato vincessero, chiudendo la partita. Hanno sbagliato, e si son trovati in una brutta situazione che ora devono aggiustare. Non è cosa facile anche perché da quasi due decenni le elites MITO, che in Italia in realtà non vivono, continuano ad ignorare e disprezzare il fenomeno leghista e, soprattutto, l'emergenza di una piccola imprenditoria del centro-nord che è a loro totalmente aliena.

Proprio per questo la loro posizione attuale è quella di spingere la Grosse Koalition, la cooperazione in nome della governabilità e degli interessi nazonali (loro), il taglio delle ali estreme (nelle quali, sia chiaro, sta anche l'IdV e chiunque chieda il rispetto della legge ed il ripristino della moralità pubblica: avete dato un'occhiata a come Corriere, Stampa e Sole hanno trattato sia i vari lodi pro-BS che il caso Del Turco?), una politica economica attiva a difesa degli interessi "nazionali". A queste elites il programma di politica economica peronista - perché tutti continuano ad associarla a Colbert? Colbert non c'entra nulla con quanto GT dice: quanto GT dice è Peron puro e duro! - che Tremonti va proponendo, elaborando ed eseguendo non può non andare perfettamente bene. Non scordiamoci che queste elites economico-finanziarie si sono sviluppate ed hanno raggiunto lo condizione di supremazia che ancora mantengono durante il ventennio.  

Commento fin troppo lungo, chiedo scusa.  

 

Se posso permettermi di interpretare il pensiero di Michele, credo che Tremonti possa essere considerato l'amministratore dlegato del governo, laddove SB è l'azionista di maggioranza che incassa i dividendi e controlla l'operato del suo amministratore.

Il tutto, poi, va anche considerato senza perdere di vista l'orizzonte temporale delle prossime elezioni tra quattro anni e mezzo. Dando per scontato che il governo duri per tutta la durata della legislatura, Silvio non potrà essere nuovamente il candidato premier dato che avrebbe circa 78 anni, ergo si pone la necessità di avere per allora un delfino designato. Fini mi pare fuori dal gioco, con un grande avvenire ditero le spalle ed oggi ingabbiato nel ruolo istituzionale, mentre GT è indubbiamente in prima fila e non è improbabile che sarà sempre più lui ad assumere le posizioni di primo piano e più appariscenti nel governo, senpre che, naturalmente, la congiuntura economica non lo bruci come già avvenne durante lo scorso goveno Berlusconi, quando però Fini e Casini avevano molto più peso.

 

la MITO che conta [...] non ha mai avuto nessuna appartenenza ideologica

Certamente il loro supporto preferenziale al PD non ha nulla di ideologico. La sola connotazione ideologica che hanno e' una predilezione per il laicismo di probabile derivazione massonica. Tuttavia nel presente e nel breve medio termine le forze politiche che dirotteranno risorse statali verso le grandi imprese assistite di Confindustria "per il bene del Paese" sono nell'ordine il PD, AN, l'UDC. Per il PD in particolare dirottare risorse nella grande industria e' questione di vita o di morte altrimenti dal Nord transpadano scompaiono, senza gli operai delle grandi imprese di Torino e di Marghera. L'asse e' tra statalisti e grande industria assistita. FI e Lega tendono a rappresentare, in particolare nel Nord transpadano, imprenditori e dipendenti della piccola-media impresa che non ha bisogno dello Stato anzi per la quale lo Stato (e le grandi imprese di Confindustira) sono solo un peso e un freno. Questo asse tra statalisti e grande impresa non e' ideologico ma basato su interessi di soldi e di potere, quindi in era post-ideologica ancora piu' saldo che se fosse ideologico. Il sistema risale ai famosi dazi sul grano e sui prodotti industriali del 1880, poi si e' stabilizzato col Fascismo ed ha prosperato con l'IRI, la Cassa del Mezzogiorno e via via fino alle rottamazioni dei governi Prodi.

Se ci sara' un accordo con gli Agnelli lo si vedra' se Berlusconi nomina ministro un loro fiduciario (come nel 2001) oppure se il governo approvera' le facilitazioni fiscali per la rottamazione auto (come ha fatto sia Prodi/1996 che Prodi/2006).

E puntuale arriva la proposta:

Aiuti al settore auto: mille euro per «rottamare» e niente bollo per 3 anni


Corrierone

luigi pisano 16/8/2008 - 19:03

Maria Laura Rodota' lancia la sfida dalle pagine del suo forum:

Grazia Sabato, 16 Agosto 2008 
Tristezza
Oh, il corriere non si puó più leggere.
 


Rodotà Sabato, 16 Agosto 2008 
Se non vi piace ditelo. Emailate in massa alla direziome. Siate brevissimi, segnalate cose vi fa orrore e cosa vi piacerenne leggere. Sarà un utilissimo miel-a-thon- Poi verrò licenziata.
 

 

Per chi ci crede...

 

Con lo stesso zelo con cui prima diceva che tutto il bene era nell’Urss, adesso dice che tutto il male è nel governo di Silvio Berlusconi. Il governo vara un piano casa? E’ un regalo ai costruttori. Il governo tassa i petrolieri? E’ un danno ai consumatori.

Nel 1967 Giulio, allora ventenne, coltivava interessi nazional popolari e non disdegnava il festival di Sanremo. E' di quell'anno la canzone che ne segnò irreversibilmente l'immaginario. Si parla, per i più giovani, dell'indimenticabile Pietre di Pieretti-Gianco, il cui sublime attacco é una vera e propria Weltanschauung che ha lasciato su Giulio indelebili e ben visibili tracce

Tu sei buono e ti tirano le pietre.
Sei cattivo e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,
sempre pietre in faccia prenderai.

 

 

 

Io applaudo per il titolo!

Ecco, appunto. Perché il contenuto lascia a desiderare. Dopo aver letto l'articolo per due volte credo di poter sostenere che quanto FG vorrebbe argomentare sia condivisibile, ma che il modo in cui lo sostiene e l'argomento logico che svolge ne stravolgano il senso.

In sintesi: FG dice che è necessario tagliare drasticamente sia le tasse sul reddito da lavoro che la spesa pubblica corrente. Questa tesi di fondo - ci mancherebbe altro! - mi sembra perfettamente condivisibile. Ma per articolare questa tesi Francesco sceglie un argomento alquanto opinabile.

Anzi, oserei dire (persino uno sfacciato come me ha una certa riverenza per gli antichi maestri) che FG svolge un argomento poco coerente. Da un lato sembra voler dire che occorre imitare le politiche economiche USA del 2007-08, ossia che occorre attuare politiche fiscali di sostegno dei consumi. Dall'altro lato sembra voler dire che occorre tagliare le tasse sui redditi da lavoro (cosa che ovviamente condivido senza riserve). Io credo che le due cose non siano necessariamente coerenti l'una con l'altra e che, nelle circostanze concrete dell'Italia del 2008-2011 (orizzonte della Legge Finanziaria), esse possano costituire obiettivi fra di loro contradittori.

Cominciamo da un dato apparentemente secondario: l'elenco delle "cause delle crisi" USA che FG offre all'inizio del suo articolo mi sembra molto discutibile. Nel 1974-75 la crisi ebbe poco a che fare con il Watergate e molto con il prezzo del petrolio, prima, e con le politiche inflazionistiche e di "sostegno della domanda" poi. Queste ultime politiche - d'ispirazione "keynesiana" e simili a quelle attuate dalla Fed nel 2001/04 e dalla Fed&Congress nel 2007/08 - generarono quasi un decennio di "stagflazione". Questo è un fatto fuori discussione e di cui molti sembrano già essersi scordati. La crisi del 2002 (ma non era 2000-2001?) oltre che all'esaurimento quasi naturale di un ciclo di crescita, mi sembra chiaramente dovuta alla fine delle follie dot-com supportate dall'allegra (eufemismo) politica monetaria di Greenspan. Insomma, se vi è stata una "causa evitabile" della crisi 2000-2001 essa consiste nella politica monetaria di Greenspan, del tutto identica a quella che poi ha causato anche la crisi attuale. Enron e gli altri scandali finanziari di allora e di oggi furono e sono solo un effetto secondario di tali politiche, oltre che il sintomo di un virus che ancora seriamente infetta Wall Street e paraggi. Certo non causarono la crisi.

FG omette questi evidenti fatti: riconoscerli sarebbe equivalente ad inficiare ex-ante (una parte del)la tesi che intende sostenere, ossia che abbiamo bisogno (non si intende se solo in Italia o nel complesso dell'area Euro) di politiche fiscali (e monetarie?) di sostegno alla domanda di consumi. Evocare per l'Italia le stesse politiche che hanno causato tre delle quattro serie crisi economiche USA (la crisi seria che fa eccezione fu quella del 1982 quando, per bloccare la spirale inflazionistica creata dalle politiche keynesiane precedenti, Volcker generò una stretta creditizia di dimensioni storiche) non sarebbe, evidentemente, un argomento molto convincente. Infatti - fra le altre cose perché i fatti che ho appena ricordato fatti sono - quello che proponi non è un argomento convincente, Francesco.

Cosa dice l'argomento? Sembra dire quattro cose che io non riesco a mettere insieme: (i) che occorre apprendere dalla lezione USA, ossia attuare politiche fiscali di espansioni dei consumi; (ii) che occorre ridurre le tasse sul reddito da lavoro; (iii) che i tagli alla spesa pubblica che Tremonti ha inserito in finanziaria non sono sufficienti e che tagli più drastici sono opportuni; (iv) che occorre non preoccuparsi del pareggio di bilancio.

Di fronte a questi suggerimenti, la mia reazione è la seguente.

(iv) è irrilevante, quindi scordiamocelo. Il problema non è proprio se c'è o non c'è pareggio di bilancio quest'anno o il prossimo. L'unico problema è quello della sostenibilità del rapporto debito/PIL e del fatto che questo venga o non venga percepito dai mercati come rischioso. Su questo parametro economico fondamentale, e non sugli artificiali ed insensati numeretti di Maastricht- Bruxelles, vanno misurate le politiche fiscali.

(i) è erroneo, quindi scordiamocelo per davvero. Tutta l'evidenza storica indica che queste politiche fanno danno. Quella recente degli USA mostra che o fanno danno o servono a nulla. Perdippiù, punto FONDAMENTALE, la recessione italiana c'entra pochissimo con quella USA (non ancora avvenuta) o con quelle di Francia e Germania. La recessione italiana non è altro che la continuazione della stagnazione italiana che dura da un decennio e che il piccolo blip del 2006-07 non ha certo modificato: meno 0.3% o più 0.5%, che differenza fa? Il problema italiano è tutto fuorché un problema di scarsa domanda interna, come andiamo predicando e dimostrando da sempre. Come tutti continuano a ripetere, incluso FG, il problema italiano è un problema STRUTTURALE, quindi scordiamoci le oscillazioni cicliche dei consumi, che sono minime, e concentriamoci sul problema di fondo, per favore.

(ii) e (iii) sono le cose da fare, ma non CONGIUNTURALMENTE, come FG sembra suggerire, ma STRUTTURALMENTE. Occorre radicalmente tagliare tasse e spesa pubblica corrente, anno dopo anno, sistematicamente ed incessantemente. Per quanto tempo? Sino a che non abbiamo limato 10 punti percentuali di PIL di spesa ed 8 punti percentuali di PIL di tasse (cosicché il bilancio pubblico sia in pareggio nel lungo periodo). Questo governo non lo sta facendo né ha alcuna intenzione di farlo, cosa ch'era d'altra parte vera anche per il precedente.

Ho la quasi certezza che FG condivida quanto sta scritto nell'ultimo paragrafo, anzi sono certo che sia quanto il suo editoriale vuole sostenere. Ma allora, mi chiedo, perché non lo dici esplicitamente ed in questi termini, Francesco, invece di fare degli strani giri logici attorno al sostegno dei consumi e della domanda, Herbert Hoover e l'Amerika dalle politiche economiche della quale, per una volta, non abbiamo nulla da imparare?

Ora che ci penso, ho sbagliato io all'inizio di questo commento. È il titolo dell'articolo di FG che è sbagliato: non vi è nessuna lezione amerikana da apprendere in questo momento.

Il titolo avrebbe dovuto essere: Tagliare le spese correnti. Ridurre le tasse sul reddito da lavoro.

(i) che occorre apprendere dalla lezione USA, ossia attuare politiche fiscali di espansioni dei consumi

Non credo che Giavazzi dica questo. Nella prima parte, diciamo cosi
umoristica o sarcastica dell'articolo egli scherza o prende in giro
3monti per le sue affermazioni. Daltra parte anche Boldrin
nell'articolo qui sopra fa lo stesso. Giavazzi sottolinea che 3monti ha affermato che l'Europa/Italia gode di una migliore situazione dell'amerika, mentre le ultime statistiche dimostrano che non e' cosi. Giavazzi fa notare che 3monti ha previsto una nuova crisi del 1929, ma non ha preso misure adeguate a fronteggiare una tale catastrofe. Negli USA invece, pur non essendo cosi pessimistici, hanno preso diverse iniziative. (Iniziative in parte inutili direbbe Boldrin, ma lasciamo stare).

Nella parte seria dell'articolo invece, Giavazzi lascia da parte gli USA, proponendo misure che l'Italia/europa dovrebbe adottare. Queste sono quelle che Boldrin chiama (ii) e (iii).

Concordo che le due parti dell'articolo non vanno molto bene insieme e forse creano una certa confusione. I consigli di Giavazzi non hanno niente a vedere con l'america, che e' solo un pretesto, secondo me.

 

Grande Michele. Francesco sembra confondere manovre strutturali necessarie con manovre anticicliche che sono inutili e dannose. Anche io non potevo credere ai miei occhi quando leggevo. Forse che, strategicamente, Francesco voglia "usare" la recessione di cui tutti hanno paura spropositata per suggerire cose buone e giuste?

Il titolo avrebbe dovuto essere: Tagliare le spese correnti. Ridurre le tasse sul reddito da lavoro.

Sottoscrivo al 100%. Quello doveva essere il titolo, e il contenuto avrebbe dovuto seguire il titolo senza lasciarsi prendere la mano da considerazioni congiunturali molto dannose: tradotto nel contesto pratico della politica italiana di oggi, FG sta consigliando a Tremonti di fare come ha fatto nel 2001, ovvero tenere ferme le tasse (diminuirle e' fantascienza...) aumentando la spesa pubblica a spese di un deficit crescente, con la scusa di stimolare l'economia italiana. E FG raccomanda questo proprio mentre Tremonti, al contrario del 2001, facendo un tentativo serio (nei limiti del contesto italiano) di contenere e ridurre la spesa pubblica, con una serie di messaggi (la cifra dell'inflazione programmata, la finanziaria triennale, i tagli ai ministeri) e anche con una serie di norme e circolari non banali da eludere sul turnover, i contratti a termine e le spese di funzionamento. Rispetto al 2001 AN ha meno peso, e non puo' piu' premere come nel 2001 per aumentare gli stipendi statali, contemporaneamente l'influenza della Lega contro la spesa statale e' piu' forte. In ogni caso e' tutto da vedere se Tremonti riesce a combinare qualcosa, ma non c'e' dubbio che occorre ridurre strutturalmente e di molto le tasse sul lavoro (e anche sull'IRPEF almeno per i redditi medio-bassi), e condizione prima perche' questo sia possibile e' ridurre la spesa pubblica, particolarmente quella clientelare e improduttiva.

Diamo ad FG quel che è di FG ed a GT quel che è di GT.

Come ho detto, l'articolo di FG è ambiguo ed avrebbe dovuto scriverlo diversamente. Così facendo avrebbe evitato di generare le ambiguità, ed i fraintendimenti, che ha chiaramente generato su quanto egli sta suggerendo di fare. A mio avviso FG NON sta suggerendo di aumentare la spesa e lasciar ferme le tasse. Anzi, è abbastanza chiaro che sta suggerendo di ridurre le tasse e ridurre la spesa in maniera molto più sostanziale di quanto questa legge Finanziaria preveda. Però, appunto, la metà iniziale del suo articolo fa confusione e svolge un argomento che praticamente contraddice quello con cui poi conclude. 

Per quanto riguarda GT, ammetto che non ho letto ancora i documenti finanziari che sta producendo, quindi mi astengo. Per il momento ho l'impressione di tagli simbolici ed a casaccio, ma è possibile che mi sbagli. Quanto dichiara non fa presagire niente di buono. Vedremo cosa faranno, quando e se lo faranno, su Alitalia per capire quale tipo di politica economica hanno in mente. Da questo punto di vista Alitalia è una cartina di tornasole, come lo sono le pensioni. 

Caro Michele se il buongiorno si vede dal mattino, e la Busarda ha ragione, non siamo messi niente bene.

A mio avviso FG NON sta suggerendo di aumentare la spesa e lasciar ferme le tasse

Hai ragione, mi sono riletto l'editoriale di FG ed effettivamente mi rendo conto di aver fatto delle considerazioni errate nel mio commento sopra. Cerco di aggiustare il tiro ora: FG raccomanda tre azioni:

  1. riduzione delle tasse sul lavoro
  2. riduzione della spesa pubblica

    La via maestra sarebbe quella di una riduzione delle spese correnti più coraggiosa di quella prevista

  3. rimandare piu' avanti nel tempo l'obiettivo di pareggio del bilancio, e quindi sforare temporaneamente, perche' l'economia e' in crisi

Quindi devo correggere la mia prima impressione, dovuta ad una lettura superficiale dalla quale mi erano rimasti impressi solo i punti 1 e 3, che sono vagamente (ma non punto per punto) corrispondenti all'azione di GT nel 2001: micro-riduzione delle imposte con aumento della spesa pubblica a spese del deficit con la scusa della crisi.

Il problema che vedo nell'attuazione delle tre raccomandazioni di FG e' in breve che i punti 1 e 2 sono sacrosanti e si combinano bene, mentre il punto 3, sforamento temporaneo del deficit, non si combina bene con la riduzione della spesa pubblica, che in presenza di qualunque risorsa disponibile (tesoretto, aumento del deficit) tende a salire per poi non scendere.

Ritengo pertanto essenziale non fornire alcun appiglio per aumenti anche congiunturali e temporanei della spesa pubblica. FG non raccomanda di tenere ferma o aumentare la spesa pubblica, ma raccomanda lo sforamento del deficit, che necessariamente fornisce risorse al bilancio dello Stato, che poi inevitabilmente in Italia fanno aumentare la spesa pubblica piuttosto che ridurre le tasse, come e' successo col "tesoretto". Riguardo al merito dello sforamento temporaneo, ritengo anche che la crisi contingente sia in Italia meno grave che altrove: l'encefalogramma economico e' quasi piatto per cui anche le oscillazioni verso il basso sono contenute. Il vero problema dell'Italia e' la crisi di lungo periodo che ci fa perdere lo 0.8% medio di PIL pro-capite ogni anno rispetto alle economie di Francia e Germania, che probabilmente corrisponde all'1% rispetto all'OCSE, e cio' dura da 15-20 anni. Per curare questa crisi di lungo periodo e' indispensabile ridurre la spesa pubblica e l'invadenza dello Stato nell'economia. In un contesto politico e sociale disastrato come quello italiano, ridurre la spesa pubblica e' impresa eroica che puo' solo essere realizzata in situazione emergenziale, sotto la pressione di possibili disastri imminenti, e sull'onda di un forte consenso elettorale. A me sembra, ma ci vorra' un anno per capire che e' vero, che GT stia sfruttando il consenso esistente, la solida maggioranza, la crisi economica generale, lo stato dei conti pubblici e la necessita' di raggiungere il pareggio, allo scopo di far passare una serie di misure di contenimento e riduzione della spesa pubblica. Si tratta di norme e circolari all'italiana, ridicole accozzaglie di commi burocratici del tipo non puoi assumere piu' di 2 dipendenti per ogni 10 che vanno in pensione, non puoi spendere per contratti a termine o consulenze piu' del 60% del 2006 e cosi' via. Una stupida riduzione a pioggia della spesa storica senza alcuna discriminazione per chi ha speso bene i soldi, non ha fatto debiti, non ha sforato obiettivi. Non c'e' strategia generale, non c'e' riforma complessiva. Ma questa e' la prassi italiana. Tuttavia sono misure a mio modesto parere seriamente orientate alla riduzione della spesa pubblica e avranno una certa misura di successo.

bel titolo, ma perché rinvigorire il keynesiano sogno che i consumi in america tengono perché c'è stato il (o la?) tax rebate, e che il pareggio di bilancio non è un obiettivo da perseguire, perché senza la discrezionalità dell'azione governativa nel rilanciare la crescita durante la crisi, i paesi, poveracci, affogherebbero senza speranze ....visto che di SOGNO si tratta?

The Tax rebate was a flop
http://www.wsj.com/article/SB121798022246515105.html?mod=psp_editors_picks
"The evidence is now in and that optimism was unwarranted. Recent
government statistics show that only between 10% and 20% of the rebate
dollars were spent. The rebates added nearly $80 billion to the
permanent national debt but less than $20 billion to consumer spending.
This experience confirms earlier studies showing that one-time tax
rebates are not a cost-effective way to increase economic activity."

(e mica lo dico io!).

ma è normale l'r^2 del 34% ?

Ma che te frega dell'R^2? E poi, cos'è un R^2 normale?

Le regressioni riportate in questo articolo sono perfettamente ragionevoli, ed ugualmente ragionevoli ne sono i risultati. Cosa se ne evince? Questo:

- Se invii ad una famiglia un assegno di circa 1000 dollari, costoro ne spendono una parte nelle settimane seguenti. Un'altra parte, più o meno piccola, la risparmiano o la spendono nelle settimane a venire. Cos'altro dovrebbero fare? Bruciare l'assegno?

- La maniera in cui spendono parte di questo assegno sembra perfettamente coerente con una versione terra-terra della "permanent income hypothesis". Spendono più su beni durevoli che su altro, ed in percentuale decrescente al crescere del reddito (famiglie di reddito più alto hanno una maggiore propensione al risparmio sul reddito marginale). Ricordo che persone di reddito superiore ai 180K (o erano 200K? Non ricordo) non hanno ricevuto alcun assegno.

C'è forse qualcosa di sorprendente in questi risultati? Assolutamente niente.

Ovviamente la spesa per consumo, nelle settimane immediatamente seguenti l'invio degli assegni, è cresciuta. Quindi? Forse che questo ha alterato anche solo di un epsilon la crisi economica USA? Ovviamente no, come già ampiamente previsto

Infatti, come anche le notizie odierne confermano, il bubbone immobiliare continua a fare il proprio corso, facendo i danni previsti. Si curerà ed i suoi effetti svaniranno? Certo, succederà perché non è la fine del mondo, checché ne dica il commercialista da Sondrio. Ma lo stimolo fiscale a tutto questo ha fatto solo fresco. Probabilmente ha causato un pelino dell'extra inflazione osservata proprio negli ultimi sei mesi. Nella misura in cui è stata e rimane una misura una tantum non causerà una variazione durevole nel tasso d'inflazione, ovviamente. Esattamente come la teoria predice.

Che altro poteva succedere? Il fatto che la spesa per l'acquisto di televisori, lavatrici e fosse anche automobili cresca di alcuni punti percentuali per alcune settimane - calando poi dopo: occorrerà aspettare altri 6-9 mesi per riuscire a misurare se c'è stato anche un effetto di sostituzione intertemporale che ridurrebbe l'effetto netto sulla spesa ... ma è tema complesso, lasciamo stare - che effetto potrà mai fare a chi non è in grado di pagare un'ipoteca di 300mila dollari o a chi ha ipoteche spazzatura in portafoglio o alle banche che non sanno se prestare o meno ad aziende a cui, in altri tempi, avrebbero prestato a tassi di favore? Nessuno, ovviamente.

In conclusione, ciò che è ridicolmente improprio ed ingiustificato sono le conclusioni di policy dell'articolo in questione, non i risultati. I risultati econometrici vanno perfettamente bene, ma le conclusioni non hanno alcuna relazione logica con i numeri presentati dalle tabelle. Sono, come si dice, un non-sequitur. 

Scusa Michele, non capisco.

Lasciamo perdere i dettagli dell'analisi econometrica. L'articolo mi pare lanciare 2 messaggi:

1) (theoretical considerations - a pinch of salt in the water?)  La teoria economica "mainstream" attuale avrebbe predetto un effetto sul consumo praticamente nullo. A nostro parere, e guardando i numeri, l'effetto e' invece consistente.

2) (policy considerations)  I rebates sono stati un successo da un punto di vista di policy.

Il tuo ragionamento mi pare inerente al punto (1), e dice sostanzialmente "nulla di straordinario, tutto previsto". Da questo ad attaccare il punto (2), pero', mi pare ce ne voglia. Se tu non contesti la validita' dei risultati econometrici, affermare che le conclusioni di policy dell'articolo sono un "non-sequitur" puo' significare una di queste due cose (o anche entrambe):

a)  (effetto quantitativo) gli autori hanno torto, i numeri sono piccoli e l'effetto e' basso.

b)  (metodologia)  queste analisi cosi' preliminari non sono economia, al massimo sono utili a far parlare di se'. Per avere risultati sensati, occorre aspettare qualche mese e svolgere un altro tipo di analisi empirica.

Tu non dici nulla di netto su questi due punti. Percio', non capisco come tu possa attaccare le conclusioni di policy dell'articolo.

 

Nota: sia chiaro che non ho posizioni da difendere per partito preso. E' solo che questo e' il primo articolo che leggo, firmato da economisti accademici, che descrive i rebates come un successo, e percio' mi va di rifletterci un po' sopra...

 

edit:  Ovviamente, nell'articolo "successo di policy" = "i consumatori spendono li sordi". Punto. E' questo che non ti piace?

E poi, cos'è un R^2 normale? (...)

Non lo so: Feldstein se ne esce con un articolo in cui spara dati di contabilità nazionale che dimostrano che i consumi sono aumentati di una miseria, considerati i posti di lavoro persi ecc. ecc., rispetto all'entità dello shot, confermando quel che tutti credevo pensassimo. Feldstein ha la sua età, ma non credo si sia dato a un altro sport senza avvisare. LuigiP però posta questo articolo in cui si dice l'opposto (e non solo nelle conclusioni di policy). Il fatto che gli assegni girati dal governo vengano automaticamente e (quasi) completamente spesi subito diventa di colpo un'ovvietà:

- Se invii ad una famiglia un assegno di circa 1000 dollari, costoro ne spendono una parte nelle settimane seguenti. Un'altra parte, più o meno piccola, la risparmiano o la spendono nelle settimane a venire. Cos'altro dovrebbero fare? Bruciare l'assegno?

Si vede che avevo capito male ("The rebates added less than $20 billion to consumer spending...The rest went into savings, including the paydown of debt.", Feldstein, che confermava anche quelle ipotesi terra terra di reddito permanente senza tirare in ballo le cose complicate). Tanto che cercavo in qualche modo di spiegarmi come mai questi dicessero invece che l'incremento generato dallo shot fosse invece consistente.

ed ecco perché ho chiesto se è normale un r^2 del 34% .

[ho fatto un edit perché forse la risposta è già nei dati, se letti bene. Se 100billions è circa il 13.3% della PCE di non durevoli trimestrale, il 2.4% di crescita già avvenuta secondo i 2 corrisponde a 18.8 billions: più o meno la cifra indicata da Feldstein compessiva (20); la differenza rispetto al dato aggregato saranno le famose lavatrici].

Non conoscevo l'articolo di Feldstein (link?), ma mi sembra che i conti tornino, no?

L'insegnamento importante di questo dibattito è che certa gente (e mi riferisco ai due che hanno pubblicato il sommario delle loro ricerche su vox-eu) pur di spingere e sostenere le ipotesi politche che a loro vanno più a genio, è disposta a stravolgere il senso dei loro risultati stessi.  

Comunque, insisto, il problema NON è se il trasferimento fiscale ha fatto o non ha fatto crescere i consumi (insisto: cosa altro diavolo poteva far crescere?). Il problema è se è servito o meno a curare o alleviare le cause della crisi economica USA. E la risposta, in un caso e nell'altro, è un sonoro "NO, non è servito a nulla!".

P.S. Un giorno mi spieghi questa cosa degli R^2 ... cosa puoi inferire da un R^2? Io ci inferisco solo se i dati sono tutti allineati sull'iperpiano, oppure no! :-)

Link!

L'insegnamento importante lo condivido (certi economisti sono un po' delle puttane e i tax rebate non cambiano le cose).

Sugli r^2 ho poco di interessante/intelligente da dire; speravo solo che lo 0.34 indicasse un legame deboluccio per poter passare a tutto il can-can che hanno fatto da li in giù e chiedevo conferma.

Visto che siamo in tema, aggiungo un link dal blog di Mankiw, con una lunga esposizione del punto di vista della Casa Bianca (ma il vero post interessante, dove l'autentico significato di ''stimolo'' è svelato, è questo).

Sono un misero micro theorist, quindi non ho nulla da dire su tutta la vicenda, tranne che sono veramente sorpreso di come tutta questa faccenda di stimoli, demand management, countercyclical policies sia improvvisamente tornata di moda. Mi sono perso qualcosa negli advances in macro theory o è semplicemente come va il mondo?

Alberto, la tua analisi è corretta ma un poco datata.

Infatti è sicuramente vero che la grande impresa abbia un'affinità con quel PD che - lo ricordo - ha puntato su Colaninno jr. (ovvero, il figlio del finanziere - non imprenditore, è diverso - preferito di Massimino, inviso alla quasi totalità delle PMI) e sull'arrivista veneto legato al mondo Fiat (Calearo doveva servire alla disperata - impossibile per chi conosce la zona - impresa di sottrarre voti alla Lega in quel diffuso tessuto produttivo che compete sui mercati).

Il fatto nuovo, che tende a sparigliar le carte, sta nel cambiamento che sta avvenendo in Confindustria, all'interno della quale gli equlibri tradizionali sono in discussione. Non ho certezza, ovviamente, che la rivoluzione si compia, ma la tendenza - valutando composizione dei nuovi organismi direttivi e prese di posizione, pur tra alti e bassi - sembra interessante. Non sto sostenendo che le grandi imprese non abbiano più alcun peso, né che i mutamenti avverranno in tempi rapidissimi, tuttavia è visibile una maggiore attenzione al manifatturiero ed alla piccola-media dimensione, con le sue istanze di semplificazione, deconcertazione, liberalizzazione.

Se posso, però, allargare il discorso a partire dalla considerazione che la Lega rappresenti la piccola-media impresa transpadana (FI meno, a mio avviso), un ostacolo importante al cambiamento credo stia nell'attuale snaturamento della Lega "originaria", con l'evidente tendenza alla trasformazione in una specie di DC su scala locale, dovuto al mancato ricambio ai vertici con una nuova dirigenza dotata di capacità di visione, a dispetto della crescita di alcune individualità amministrativamente capaci ma, spesso, culturalmente deboli. A questa formazione politica sarebbe invece stato necessario un salto di qualità, basato sulla comprensione dei veri problemi di un nordest proteso verso il mondo, che le consentirebbe di presentarsi quale interlocutore credibile - per un'azione comune con la locale dinamica imprenditorialità, che dovrebbe fungere da esempio per tutto il Paese - anziché come fedele alleato del Premier in cambio di fettine di potere.

P.S. Modifica successiva: scusate la collocazione errata del commento, che avrebbe dovuto comparire come risposta all'intervento di Alberto Lusiani, pubblicato in contradditorio con Michele Boldrin.

Il fatto nuovo, che tende a sparigliar le carte, sta nel cambiamento
che sta avvenendo in Confindustria, all'interno della quale gli
equlibri tradizionali sono in discussione.

La presidenza D'Amato aveva dato l'impressione che Agnelli & Co. fossero stati sconfitti, invece sono riusciti subito a riprendere il timone con Montezemolo. Marcegaglia e' probabilmente meno legata di Montezemolo ai vecchi notabili confindustriali, ma in una certa misura e' stata cooptata. La sua elezione e' stata ben diversa da quella di D'Amato, non preventivata. Certamente i notabili sono fortemente minoritari e non da oggi, tuttavia sono un'elite organizzata, con i giornali e con forti legami con lo Stato. I piccoli e medi imprenditori sono la netta maggioranza degli associati, ma hanno due problemi. Il primo problema e' che rispetto ai notabili sono disorganizzati, scoordinati, non hanno un gruppo coeso che pensa ed elabora una strategia sensata, almeno questo e' quanto vedo io dall'esterno. Il secondo problema, che e' poi la maledizione di tutta l'Italia, e' che tendono a imitare i notabili (e' un fenomeno universale: la massa cerca sempre di imitare le elites che ha vicino). Cosi' succede che Benetton si mette a fare il casellante e collude con lo Stato per non fare investimenti e avere gli incrementi tariffari. Era un imprenditore valido e di successo ed e' finito ad imitare Agnelli e De Benedetti. Per fortuna almeno Del Vecchio e' rimasto a fare l'imprenditore, e con successo. La strategia delle PMI, che in netta maggioranza sono vincenti sul mercato, dovrebbe essere liberista, pro l'anti-trust, pro-ricerca, contro l'intervento dello Stato nell'economia, ma non vedo venir fuori nulla del genere.

Un ostacolo importante al cambiamento credo stia nell'attuale
snaturamento della Lega "originaria", con l'evidente tendenza alla
trasformazione in una specie di DC su scala locale

Un partito italiano, anche padano, non potra' che essere una specie di DC, o meglio avere alcune delle sue caratteristiche, non e' realistico sperare in un partito liberale di massa in Italia, tantopiu' se osteggiato a tutta birra proprio da Confindustria. Siamo in Italia, appendice meridionale dell'Europa continentale, probabilmente il meglio che possiamo sperare e' qualcosa di paragonabile alla CSU-CDU tedesca. I partiti liberali di massa possono esistere a mio parere solo in Paesi dove il potere e' (da secoli) saldamente in mano a elites che derivano la loro forza da attivita' economiche private, e che pertanto costruiscono e amministrano lo Stato al servizio delle imprese. Non sono molti i Paesi di questo genere, Inghilterra, USA, Olanda e pochi altri, lo era la Repubblica di Venezia. In Italia come in Francia e in Germania in potere e' in mano ad elites che traggono il loro potere e ricchezza non da attivita' economiche private ma dallo Stato stesso, inclusi i notabili Confindustriali, o direttamente con indennita' e prebende, o indirettamente con sussidi e istitituzioni statali come gli ordini professionali, le Universita'.

La Lega delle origini aveva attirato pezzi marginali di elites anti-conformiste (penso a Pagliarini, in parte anche Gnutti) che avevano avuto qualche spazio e modo di proporre modelli liberali distinti dallo statalismo cattocomunista tipico del Belpaese. Ma la Lega non e' mai stato un partito a predominanza liberale. Espulsi alcuni elementi eccentrici, e' diventato un partito vicino alla mentalita' mediana degli elettori padani. Ci vorrebbe un miracolo, un leader che sia estremamente carismatico e allo stesso tempo abbia una visione e una strategia fortemente anticonformista rispetto all'ambiente culturale di cui fa parte e di cui fanno parte militanti ed elettori: realisticamente non lo si puo' nemmeno sperare.

Chi dovrebbe proporre una strategia liberale sono le PMI, come ho scritto, e potrebbero fare probabilmente un partito di minoranza, con l'asset non trascurabile di poter sostenere veritieramente di essere quelli che tengono su in fin dei conti tutto il resto della Repubblica bananifera.

Il piccoli e medi imprenditori sono la netta maggioranza degli
associati, ma hanno due problemi. Il primo problema e' che rispetto ai
notabili sono disorganizzati, scoordinati, non hanno un gruppo coeso
che pensa ed elabora una strategia sensata, almeno questo e' quanto
vedo io dall'esterno.

Sebbene si possa far meglio - anche per quanto riguarda (ne prendo nota) la comunicazione verso l'esterno - questo problema è già abbastanza superato. In ogni caso bisogna sempre migliorare, quindi è ancora in corso un costante lavoro di coordinamento tra centro e territoriali, al fine di raccogliere idee & proposte e massimizzare la traparenza dell'informazione.

Inoltre, l'attenzione oggi riservata dal nuovo vertice confindustriale alle istanze della PI (che parrebbe molto più concreta rispetto al passato) potrebbe stimolare un maggiore impegno degli associati "piccoli", favorendo così anche il tentativo - a lungo fortemente sollecitato dalla base associativa - di ottenere un reale peso decisionale.

Nessuno, ovviamente, s'illude di rivoluzionare il sistema in due giorni, ma un cambiamento è possibile, pur tenendo conto che - come correttamente fai notare - i grandi protagonisti vantano solide presenze nei mezzi d'informazione (prima di tutti, il Sole 24 ore ....), nonché legami consolidati con lo Stato (cioé con la politica e la burocrazia), oltre a disporre di rilevanti possibilità economiche.

Il secondo problema, che e' poi la maledizione di tutta l'Italia, e'
che tendono a imitare i notabili (e' un fenomeno universale: la massa
cerca sempre di imitare le elites che ha vicino)

Fortunatamente tali comportamenti sono minoritari, pur se indubbiamente non mancano e probabilmente non saranno mai azzerabili (le scorciatoie troppo spesso fanno gola, quando se ne scorge la possibilità). Non sto dicendo, dunque, che siano da trascurare, solo che l'azione della PI non deve esserne condizionata, potendo contare su di un gran numero di realtà virtuose, magari anche solamente per necessità.

La strategia delle PMI, che in netta maggioranza sono vincenti sul
mercato, dovrebbe essere liberista, pro l'anti-trust, pro-ricerca,
contro l'intervento dello Stato nell'economia

Esattamente. Questo è il mio obiettivo: io conto poco, ma molti altri condividono l'impostazione e le proposte, sulle quali ottenere l'appoggio di Marcegaglia & Co, sono e saranno conseguenti.

potrebbero fare probabilmnente un partito di minoranza, con l'asset non
trascurabile di poter sostenere veritieramente di essere quelli che
tengono su in fin dei conti tutto il resto della Repubblica bananifera.

Qui, invece, la vedo dura. Non credo bastino la coerenza di comportamento e la consapevolezza di "tener su la baracca", peraltro indispensabili, senza avere disponibilità di grandi risorse economiche e temporali da dedicare alla cosa: so che molti - Michele in primis - non ritengono produttiva una strategia di questo tipo, ma a me sembra inevitabile la strada che, passando per la condivisione degli obiettivi con i vertici confindustriali, porti al tentativo di influenzare la politica, a prescindere dal colore (purché, ovviamente, non pregiudizialmente contraria). Occorre grande fermezza, a costo di rompere qualche rapporto e patirne conseguenze immediate, ma credo sia possibile.

ok ... GT è un genio della mistificazione, però i suoi decreti sono legge ... che succederà ? quali conseguenze ? 

per esempio l'art.3 delle sue

Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione,
la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la
perequazione tributari

che cosa mette in moto ???

scatole scatole scatole ... cinesi ???

sarà un commercialista ... ma per i suoi clienti ci sà fare o no ? ... e la Bancadel Sud ???

 

Articolo 3.
(Start up).

1.
Dopo il comma 6 dell'articolo 68 del testo unico delle imposte sui
redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre
1986, n. 917, sono aggiunti i seguenti commi:

 
        «6-bis. Le plusvalenze di cui alle lettere c) e c-bis)
del comma 1, dell'articolo 67 derivanti dalla cessione di
partecipazioni al capitale in società di cui all'articolo 5, escluse le
società semplici e gli enti ad esse equiparati, e all'articolo 73,
comma 1, lettera a), costituite da non più di sette anni,
possedute da almeno tre anni, ovvero dalla cessione degli strumenti
finanziari e dei contratti indicati nelle disposizioni di cui alle
lettere c) e c-bis) relativi alle medesime società,
rispettivamente posseduti e stipulati da almeno tre anni, non
concorrono alla formazione del reddito imponibile in quanto esenti
qualora e nella misura in cui, entro due anni dal loro conseguimento,
siano reinvestite in società di cui all'articolo 5 e all'articolo 73,
comma 1, lettera a), che svolgono la medesima attività,
mediante la sottoscrizione del capitale sociale o l'acquisto di
partecipazioni al capitale delle medesime, sempreché si tratti di
società costituite da non più di tre anni.
 

6-ter.
L'importo dell'esenzione prevista dal comma precedente non può in ogni
caso eccedere il quintuplo del costo sostenuto dalla società le cui
partecipazioni sono oggetto di cessione, nei cinque anni anteriori alla
cessione, per l'acquisizione o la realizzazione di beni materiali
ammortizzabili, diversi dagli immobili, e di beni immateriali ammortizzabili, nonché per spese di ricerca e sviluppo.».

con le stesse domande....

 

Articolo 6-ter.
(Banca del Mezzogiorno).
 

        1. Al fine di
assicurare la presenza nelle regioni meridionali d'Italia di un
istituto bancario in grado di sostenere lo sviluppo economico e di
favorirne la crescita, è costituita la società per azioni «Banca del
Mezzogiorno».

          2. Con decreto del
Ministro dell'economia e delle finanze da adottare, nel rispetto delle
disposizioni del testo unico delle leggi in materia bancaria e
creditizia, di cui al decreto legislativo 1o settembre 1993,
n. 385, e successive modificazioni, entro centoventi giorni dalla data
di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, è
nominato il comitato promotore, con oneri a carico delle risorse di cui
al comma 4.
          3. Con il decreto di cui al comma 2 sono altresì disciplinati:
 

            a) i criteri
per la redazione dello statuto, nel quale è previsto che la Banca abbia
necessariamente sede in una regione del Mezzogiorno d'Italia;

 

            b) le
modalità di composizione dell'azionariato della Banca, in maggioranza
privato e aperto all'azionariato popolare diffuso, e il riconoscimento
della funzione di soci fondatori allo Stato, alle regioni, alle
province, ai comuni, alle camere di commercio, industria, artigianato e
agricoltura e agli altri enti e organismi pubblici, aventi sede nelle
regioni meridionali, che conferiscono una quota di capitale sociale;

              c) le modalità
per provvedere, attraverso trasparenti offerte pubbliche,
all'acquisizione di marchi e di denominazioni, entro i limiti delle
necessità operative della Banca, di rami di azienda già appartenuti ai
banchi meridionali e insulari;
              d) le modalità
di accesso della Banca ai fondi e ai finanziamenti internazionali, con
particolare riferimento alle risorse prestate da organismi
sopranazionali per lo sviluppo delle aree geografiche sottoutilizzate.
 

        4. È autorizzata la
spesa di 5 milioni di euro per l'anno 2008 per l'apporto al capitale
della Banca da parte dello Stato, quale soggetto fondatore. Entro
cinque anni dall'inizio dell'operatività della Banca

Pag. 22-23
  tale importo è restituito allo Stato, il quale cede alla Banca stessa tutte le azioni ad esso intestate ad eccezione di una.
          5. All'onere di cui al
comma 4 si provvede mediante corrispondente riduzione dello
stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del
bilancio triennale 2008-2010, nell'ambito del programma «Fondi di
riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di
previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2008,
allo scopo parzialmente utilizzando, quanto a 2,5 milioni di euro,
l'accantonamento relativo al Ministero per i beni e le attività
culturali e, quanto a 2,5 milioni di euro, l'accantonamento relativo al
Ministero della salute.
          6. Il Ministro
dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri
decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

 

 ....

Articolo 83.
(Efficienza dell'Amministrazione finanziaria)

...

25. È istituito presso il Ministero degli affari esteri il Comitato strategico per lo sviluppo e la tutela all'estero degli interessi nazionali in economia, con compiti di analisi, indirizzo,
supporto e coordinamento nel campo dei fenomeni economici complessi
propri della globalizzazione quali l'influenza dei fondi sovrani e lo
sviluppo sostenibile nei Paesi in via di sviluppo. La composizione del
Comitato, ai cui lavori partecipano qualificati rappresentanti di
Ministeri, nonché alte professionalità ed esperienze tecniche nei suoi
settori di intervento, è definita con decreto del Ministro degli affari
esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, con
il quale sono stabilite altresì le disposizioni generali del suo
funzionamento. Le funzioni di segreteria del Comitato sono assicurate,
nei limiti degli ordinari stanziamenti di bilancio, dalle strutture del
Ministero degli affari esteri. La partecipazione al Comitato è gratuita.

...

Dicevo nell'articolo dell'orrendo regime mediatico televisivo. A volte, dopo aver scritto una frase, mi viene timore sia esagerata, quindi cerco di ricontrollare i dati. In questo caso ho guardato piu' attentamente la TV.

Mi son sforzato di seguire attentamente i notiziari delle tre reti RAI: sono degni di Orwell! Il più patetico, in un certo senso, è quello di RAI 3 che letteralmente legge le veline che arrivano dal loft di VW. Gli altri due, almeno, cercano di inventarsi servizi nazional-popolari e vagamente relazionati a quanto sta avvenendo nel mondo (dalla Georgia alle olimpiadi in Cina o alla rinata Napoli). Su Rai 3, invece, leggono direttamente la velina con la dichiarazione di VW che ci fa sapere che lui sta con Chiamparino nella baruffa interna alla DC (oops, PD) piemontese. E sta anche con la Bresso, ha detto VW. Ma, dico io, CHICAZZOSENEFOTTE di chiamparino, la bresso e delle opinioni d'un fesso?

Re: Svendere la RAI

raf 18/8/2008 - 09:13

Ammetto che informarsi correttamente in italia è faticoso , ma non impossibile . Prima di capire cosa era successo in Georgia ho impiegato un giorno, poi mi sono visto sul satellite l'intervista della bbc al prenier georgiano in diretta ( ovviamente in lingua inglese ). Esiste anche euronews ed esiste anche internet. La migliore difesa contro fede ed il tg3 è non guardarli. Le contromisure quindi esistono e sono alla portata di tutti quelli che hanno voglia di utilizzarle. Certo non si può obbligare gli italiani a guardare in faccia alla realta e forse è questa la chiave di tutto.

Certo non si può obbligare gli italiani a guardare in faccia alla realta e forse è questa la chiave di tutto. 

Non si potrà obbligarli, ma si potrebbe almeno renderlo meno difficile. Purtroppo leggendo nfa sai gia che non fai parte di un campione rappresentativo della popolazione, neanche lontanamente. Il fatto, non irrilevante, è che la stragrande maggioranza della popolazione non ha internet, non ha la parabola o la scatola-come-si-chiama per vedere euronews, non conosce l'inglese (ne basta una di queste, non occorrono tutte) pur sapendo "messaggiare" col telefonino un messaggio da 200 caratteri in 10 secondi (intendo dire che quando interessa la tecnologia all'italiano non fa paura).

Fino a che la gente non vorrà guardare in faccia alla realtà non ci sarà niente da fare. Internet è più diffuso di quanto pensi . Mia cognata ha fatto carte false per avere l'adsl ( dio sa per farci cosa ) ma guarda solo rai 3. Ha in casa la possibilità di sapere come stanno le cose incrociando informazioni tra wikipedia e blog ma la rifiuta . E' un po come non andare dal medico per paura della diagnosi

 

Ha in casa la possibilità di sapere come stanno le cose incrociando informazioni tra wikipedia e blog ma la rifiuta .

prendo spunto per segnalare questo articolo: http://www.canisciolti.info/rubriche_dettaglio.php?id=8876

se quello che c'e scritto e' vero anche l'informazione su internet non e' cosi' libera come crediamo.

Questo commento mi incuriosisce. Cosa c'è nell'articolo che linki di sorprendente, o che faccia pensare che l'informazione disponibile sulla rete sia o non sia libera?

Da un lato in rete c'è di tutto, mica solo Grillo, o noi se è per questo. Ci sono cose "libere" e cose "meno libere"; ovviamente ci sono cose false, dubbiose, vere, possibili, interessanti e stupide. Uno cerca, legge, compara, pensa e si fa un'idea.

Dall'altro lato, l'articolo in questione documenta che Grillo, oltre ad essere a favore delle liste civiche fa anche propaganda per le medesime e firma appelli perché si facciano le liste civiche. Documenta inoltre che persone che lavorano nel campo dell'informazione, marketing, eccetera, collaborano con il medesimo e con le sue iniziative. Quindi? Cosa c'è di strano o misterioro in tutto questo? Grillo mica è dio: forse che qualcuno si è mai sognato che faccia tutte queste cose da solo! Questo, sia chiaro, indipendentemente dalla mia opinione sul signore che, lo ripeto da sempre, mi sta antipatico, non mi diverte e spesso dice fregnacce. Altre volte dice cose perfettamente corrette e legittime ed in alcune occasioni l'abbiamo anche appoggiato. 

Ma questo è irrilevante. Quello che non capisco è il senso del commento: cosa vuole provare o anche solo suggerire? 

Quello che mi aveva incuriosito dell'articolo non era tanto Grillo, anche se il bersaglio e' lui, ma il fatto che ci siano tecniche di marketing per la rete molto avanzate. Come giustamente dici tu bisogna comparare diverse fonti mentre
c'e' il rischio di un approccio  acritico alla rete, cioe' si prende per buono quello che si trova su internet,  tipo: "l'ho trovato su internet quindi e' vero". Questo non vale per il navigato Boldrin ma potrebbe valere per la cognata di raf. Quelli che fanno marketing in rete non pensano certo al bersaglio Boldrin ma potrebbero avere una certa influenza su una fetta rilevante dei navigatori meno critici e meno abituati all'analisi di cio' che leggono.

Ah, su quello non ci piove. Nessun media è esente da possibilità di manipolazione, e media nuovi sono più facilmente utilizzabili per gabbare gli ingenui. Contrariamente a quello che predisse il signor McLuhan (sp?) il "medium NON e' il messaggio", e' il messaggio che conta!

 

 

Corriere ed. Roma citato da Dagospia:

Prende corpo la commissione Attali alla romana. Nel giro di consultazioni, hanno dato la loro disponibilità a collaborare col Comune una quarantina di persone, dal produttore Aurelio De Laurentiis al medievalista Franco Cardini

C'è dentro di tutto, ma c'è anche un particolare che balza subito agli occhi: nei contatti avuti dal Campidoglio per comporre la «commissione Amato», scarseggiano le donne. Anzi, a dir la verità, nella lista della quale è venuto a conoscenza il Corriere, di rappresentanti dell'universo femminile non ce n'è neppure una.

È un elenco parziale, e suscettibile di ulteriori modifiche. Perchè, oltre ai nomi indicati dal sindaco Alemanno, ci sono poi le personalità selezionate da Gian Maria Fara, il presidente dell'Eurispes incaricato inizialmente di dirigere i lavori della commissione. E ci saranno, anche, i «suggerimenti» di Giuliano Amato, che secondo le parole di Alemanno «ha piena autonomia nella scelta degli uomini».

Nel primo giro di sondaggi, sono stati una quarantina quelli che hanno dato la loro disponibilità. I nomi più da copertina sono quelli legati al mondo dello spettacolo: il produttore Aurelio De Laurentiis, proprietario del Napoli calcio, Franco Zeffirelli, l'altro regista Gabriele Muccino, autore dell'Ultimo bacio. Con loro, è stato sentito anche Federico Moccia, lo scrittore cult dei ventenni, l'uomo dei lucchetti di Ponte Milvio e di «Tre metri sopra il cielo».

Ma nella squadra ipotizzata dal Campidoglio, non c'è solo il cult movie. C'è Innocenzo Cipolletta, presidente delle Ferrovie dello stato, coinvolto da Francesco Rutelli nel «manifesto dei coraggiosi» a sostegno della candidatura di Walter Veltroni a leader del Pd.
E poi il presidente di Sviluppo Lazio Giancarlo Elia Valori, il direttore generale della Luiss Pierluigi Celli, il vice preside di Economia della stessa università Matteo Giuliano Caroli, uno dei manager più quotati della City di Londra come Panfilo Tarantelli, il presidente dell'Enea Luigi Paganetto.

Un elenco variegato, che passa per l'ex craxiano Massimo Pini, per l'economista Oscar Giannino, il medievalista Franco Cardini, il direttore dell'Adn Kronos (e consigliere della Roma) Pippo Marra, l'architetto Gianni Ascarelli. C'è poi l'immancabile Vittorio Sgarbi, e settori importanti del volontariato come monsignor Guerino Di Tora, direttore della Caritas, e come il già annunciato Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio. Un tentativo, per la verità, è stato fatto anche con Mario Monti, che aveva partecipato alla Attali francese: ma l'ex commissario europeo, come Luca di Montezemolo, ha qualche riserva.
E le donne? Arriveranno, forse.

Dio ce ne scampi...:)

Mi pare un magnifico esempio di consociativismo, nella migliore tradizione democristiana.

Del resto, da fiero oppositore del liberismo, il social-fascista Alalà-manno non poteva certo far diversamente ....

Ma ....... che cosa ci sta a fare, tra monsignori e cinematografari, Oscar Giannino ??????

Mi associo, e rincaro la dose.

Questa commissione sembra una classica corte dei miracoli di craxiana memoria: molto del peggio romano, con l'aggiunta di qualche anima bella e di finti intellettuali ossessionati dal presenzialismo. manca solo la ex-velina o ex-Miss Italia, ma ora che qualcuno ha notato che mancano le donne, vedrai che il buon Giuliano Amato ne infilerà un paio ...

La composizione della commissione, in teoria scelta personalmente da Giuliano Amato, la dice lunga sul signore in questione ... ma su di lui, e Bassanini, ha già detto perfettamente Rino Formica (not one of my heroes, in case you care). La "flessibilità politica" ed il senso di "adattabilità alle circostanze" di questo personaggio (che il 2 giugno 2008 aveva pubblicamente annunciato d'aver chiuso con la politica ... VW docet) considerato da molti in Italia un "fine intellettuale" (leggere ciò che ha firmato per credere) dovrebbero essere oggetto di studio attento. Potrebbero far intendere alcuni dei peggiori virus che infettano le elites socio-politiche italiane ...

Ma Giannino, che diavolo si è messo in lista a fare? Davvero pensa che una commissione presieduta da Amato e con con dentro Valori, Sgarbi, Paganetto, De Laurentis, Zeffirelli ... possa essere una cosa anche solo minimamente seria e non una buffonata propagandistica?

La risposta me l'immagino già: bisogna essere positivi, parlare con chiunque, non cadere nel disfattismo, darsi da fare, offrire proposte concrete, non isolarsi nella torre d'avorio, eccetera. Certo, ma prima di tutto questo c'è un'altra cosa che è bene evitare: evitare di prendere il popolo, e se stessi, per i fondelli.

 

"Riassumendo , un sindaco che è arrivato alla carica grazie alla propaganda mediatica sulla sicurezza, quasi sempre montata ad arte dai media del suo presidente del Consiglio, arruola nel suo pensatoio bipartisan proprio colui che nella terribile insicurezza preelettorale faceva il ministro degli interni. Bizzarrissimo testacoda, per cui si vince a sorpresa, quasi inaspettatamente, gridando che la città non è sicura, che la delinquenza impera, che il governo non ci difende. E poi si affida il disegno di rilancio della città proprio al ministro che, dalla poltrona del Viminale, avrebbe dovuto garantire quella sicurezza".

"Amato, il dottor Sottile che "lascia la politica" ma non molla la poltrona"

La ragione per cui i ragionamenti un po' arzigogolati come quelli di FG sul Corriere del 17 Agosto, di cui si discute sopra, non andrebbero fatti è perché spalancano le porte a ragionamenti come questo, sulla Stampa di oggi.

Qui non c'è niente di arzigogolato, solo cattivi consigli e pessima lettura di quanto sta accadendo e, soprattutto, di quanto accadde trent'anni e passa fa. L'ineffabile Deaglio suggerisce di evitare la stagflazione ripetendo esattamente, quasi letteralmente, le politiche che la produssero ed alimentarono tra l'inizio degli anni '70 e la prima metà degli anni '80.

Da cosa egli deduca e come egli possa affermare che l'economia (nel senso, credo, di quella parte del sistema economico che non è già controllato dallo stato) non è in grado di tornare da sola sul sentiero della crescita, non ci è dato sapere. Ma non importa, dall'apodittica affermazione segue la richiesta di deficit spending e di interventi statali.

Sia chiaro, siccome poi alla fine chiede una piccola riduzione della tassazione (ma solo sui redditi più bassi) non sarò io ad oppormi ad una riduzione delle tasse. Ma è importante notare che NON suggerisce di tagliare (più che proporzionalmente) le spese (com invece fa FG), ma semplicemente di continuare a spendere facendo ulteriore deficit. La qual cosa è insensata alla luce delle sue stesse affermazioni in altre parti dell'editoriale.

Deaglio, da quanto si evince, ritiene che le cause della crisi siano il rialzo dei prezzi delle materie prime e la restrizione di credito che ha fatto seguito alla crisi delle ipoteche USA. Il primo, e lo dice, è un fenomeno strutturale e di lungo periodo; la seconda è dovuta al fatto che svariate banche hanno pessimi stati patrimoniali e che esiste una forte incertezza su quali investimenti siano "buoni" e quali no.

Ora: i deficit spending sono, per natura, temporanei oltre che incapaci di modificare i prezzi relativi di petrolio ed alimentari. Ovviamente non hanno nessun effetto sugli stati patrimoniali delle banche e di certo non creano nuovi e sicuri investimenti. Idem per la detassazione dei redditi più deboli la quale, se dovesse far qualcosa, farebbe quello che ha fatto il regalino fiscale di Bush: far aumentare leggermente e temporaneamente i consumi più ovvii. Di certo non aggiusta il dissesto delle ipoteche o riduce la domanda di petrolio da parte delle nostre economie! Insomma, non servono dichiaratamente a nulla, e l'articolista stesso offre gli argomenti per arrivare a questa conclusione!

Il Giappone, tra il 1994 ed il 2002, è andato avanti con deficit di bilancio mostruosi facendo salire il proprio debt/GNP ratio al 160% in meno di un decennio: dalla recessione, che aveva cause molto simili alla presente, ne uscì solo quando abbandonò quella politica e lasciò che un certo numero delle sue banche ed altre grandi aziende fallissero. Ma al Deaglio, come alle decine di altri "keynesiani-pavloviani" che scrivono editoriali sui giornali in questi giorni, tutto questo non risulta o non importa. Hanno imparato una-regoletta-una a scuola 40 anni, e la ripetono pavlovianamente ogni volta che qualcuno chiede loro un'opinione. Perché non considerano mai l'altra opzione: ossia stare zitti?

La teoria soggiacente sembra una versione economica della pedagogia del ciuccio: appena il bambino frigna, lo si accontenta. Ci dice, il Deaglio, che i governi USA ed UK sono stati "forzati" a salvare le varie banche, come se non vi fosse stata la saggia alternativa di lasciarle fallire. Dice che ora dovranno salvare Fannie&Freddie, ma non ci dice che F&F sono di fatto pubbliche e se sono nei casini che sono è per colpa del sostegno pubblico, come dozzine di commentatori andavano alertando da anni.

L'uomo si spinge sino a suggerire la dimensione del deficit (0.5-0.7% del PIL: misurato come ed in aggiunta a quanto deficit già esistente, in Italia per esempio?) che

sarebbe sufficiente a tener lontana la recessione senza suscitare particolari stimoli inflazionistici. 

Dove lo abbia scoperto e come lo abbia calcolato, non si sa. Salvo poi aggiungere che 

Si tratta sicuramente di un’azione dal risultato incerto

Ecco, appunto ... molto incerto. Adottarla non implicherebbe coraggio ma diabolica stupidità, perché errare è umano mentre perseverare ... 

Non credo che questa propensione per la finanza allegra sia
un'opionione isolata.

Qualche volta ascolto "focus economia", la trasmissione
di radio24 a cui lo stesso Deaglio ed altri economisti vengono chiamati
regolarmente a contribuire: in quella sede si chiede spesso che lo
stato faccia qualcosa e si mette regolarmente sotto accusa la
politica monetaria BCE come troppo rigorosa.

Gli ho scritto qualche SMS evidenziando la contraddizione fra lo
stracciarsi le vesti per le crisi finanziarie ed il propendere per la
moneta o la spesa allegra, ma fanno solo qualche blanda ammissione.

La mia sensazione è che la propensione all'interventismo,
monetario e fiscale, propria di molte frange del potere economico,
non trovi alcun freno, visto che l'informazione è completamente
asservita. Allo stesso tempo credo che l'informazione economica dica spesso delle cose talmente ridicole che non sarà difficile creare un'informazione alternativa più seria, di cui la gente sente il bisogno.

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