Lavorare stanca: digli di smettere

17 luglio 2007 giorgio topa
Leggo su Corriere.it i commenti del segretario generale della UIL Angeletti sui lavori usuranti. Veramente strabilianti.

L'intervista si commenta da sola. Maestre d'asilo, portieri, baristi... Sono tutti lavori usuranti. Riporto una frase su tutte, riferita ai baristi stressati:

«Nemmeno il barista può scegliere. Se ha davanti dieci persone che
chiedono il caffé non può andare a fumarsi una sigaretta. Può soltanto
accelerare il ritmo di lavoro. La discriminante è il lavoro
condizionato e gli orari».

Illuminante, veramente illuminante.

E intanto Mario Draghi si sgola inutilmente, "voce di uno che grida nel deserto"...

25 commenti (espandi tutti)

L'articolo è imbarazzante, è da questa mattina che volevo segnalarlo in qualche modo ma giorgio mi ha rubato il tempo. Se l'idea che passa è che ogni lavoro che si svolge su "turni" è usurante siamo freschi....mi stupisco che non abbia nominato tramvieri e ferrovieri, probabilmente ci penseranno da soli a breve.

L'unica cosa sensata mi sembra riguardi i pompieri, e magari le maestre di asilo, per cui effettivamente posso testimoniare che l'impegno "fisico" è decisamente più provante rispetto a una maestra di scuola elementare....ma siamo sempre al limite della follia. E poi cosa succede se uno non fa lo stesso lavoro per tutta la vita? Si usura solo a metà? Probabilmente il caro sindacalista ritiene giustamente che ogni lavoro e ogni contratto debbano durare a vita......

La la parte migliore è quella in cui dice che l'uinica categoria che non fa certamente un lavoro usurante è quella dei professori universitari. Lasciando da parte il fatto che sia usurante o meno, rilevo che l'affermazione di Angeletti è in contraddizione con il fatto che siamo l'unica categoria che, negli anni, si è vista abbassare forzatamente l'età della pensione.

D'altra parte mettiti nei suoi panni: ad ogni (a77a+a che dice trova qualcuno nel governo che gli da' ragione.
Ad un certo punto uno si chiede: perche' non provarci?


Cio' che sconcerta e' la visione secondo cui il lavoro che ci segliamo e' parte di un destino ineluttabile, che non ci dara' tregua fino alla tanta agognata pensione. Angeletti e molti altri in Italia hanno letto Carlo Levi e Pavese, ma non hanno capito un accidenti. Non era assolutamente intento di Levi, ne' di Pavese, suggerire che non ci fosse rimedio alla situazione in cui vivevano i contadini nei rispettivi luoghi ci confino. Entrambi ne comprendevano la possibilita' di riscatto. Invece, 60 anni dopo, Angeletti ci viene a dire che il destino non si combatte: nasciamo, viviamo, e muoriamo, nello stesso posto, e pazientemente sopportiamo la routine dello stesso lavoro, giorno dopo giorno, fino a quel fatidico giorno in cui, finalmente, ce ne staremo in casa a rompere i cabasisi a moglie, figli, e nipoti.

Prima di andare all'universita', come e' d'uso sulla riviera romagnola, ho lavorato durante l'estate. Gli ultimi due anni, ho fatto il barista. Come tutte le occupazioni, ha lati positivi e negativi. Se, caro Angeletti, lasciassimo lavorare il mercato, coloro che si ritroverebbero baristi sarebbero esattamente coloro per cui tali lati positivi contano molto, e quelli negativi non altrettanto. Aggiungo che, ovviamente, molti baristi aspirano a diventare migliori baristi, si' da spostarsi dal baretto in periferia al caffe' in centro. Altri aspirano a comprarsi un bar. Altri ancora (questo e' il caso per qualsiasi occupazione), a cambiare lavoro. Questo perche' non c'e' nessun destino, Angeletti! Il futuro ce lo creiamo noi! SINDACATO PERMETTENDO, ovviamente.

segnalo il forum che il corriere ha aperto sull'articolo. il paese (quel piccolo pezzetto che legge il corriere online e partecipa al forum) pare piu' ragionevole di Angeletti (nel senso che la pensa come noi). E' il resto del paese? Essendo che Angeletti non e' pirla, immagino stara' in gran parte con lui. 

dobbiamo cercarcelo da soli, sto forum?  

 

Dai, non e' complicato trovarlo, il forum. E' in prima pagina di Corriere.it

(amenoche' tu non voglia sostenere che cercarlo usuri...)

PS: voglio sperare che Angeletti non ci creda davvero, in senso letterale, alle troiate immonde che dice, ma che le dica solo come parte del processo di bargaining col governo sulle pensioni (infatti quando il cronista gli chiede dove vuole arrivare, lui risponde «Dipende dal governo. Se pensano di discutere di lavori usuranti per risparmiare, hanno sbagliato strada»).

L'ineffabile Paolo Ferrero invece no, lui ci crede veramente. Roba dell'altro mondo. 

Angeletti ci crede eccome. Perche' ti pare dovrebbe essere diverso da Ferrero? Entrambi vengono dalla scuola economica delle "preferenze senza budget constraint", dove tutto quello che vuoi (tutto quello che e' "giusto") si puo' ottenere, basta alzare le tasse e/o il debito pubblico, e la curva di LAffer non esiste, non esiste trade off tra incentivi e insurance, la crescita non e' importante quanto la distribuzione uguale dei redditi, e compagnia cantando.

D'accordo. Pero' lasciamo stare la curva di Laffer, che e' una porcata come la curva di Phillips.

D'accordo. Pero' lasciamo stare la curva di Laffer, che e' una porcata come la curva di Phillips.

Cheap shot quello sulla curva di Phillips, in questo contesto e senza motivazioni.

Sicuramente hai argomentazioni valide per supportare il tuo claim.

Si, dai: facciamo un dibattito sulla curva di Phillips! Per farlo, pero', bisogna che prima qualcuno ci dia un pelino di evidenza empirica che la suddetta esiste. Evidenza che non sia quella (che era "evidenza si fa per dire") del Phillips stesso ... rimango in fiduciosa attesa.

 

Non è Angeletti. Ancora una volta: è l'Italia! Leggete ad esempio qui:

http://www.siapol.it/sezione.php?d=1223

http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/cinque-funzionari...

e questo è il massimo:

http://www.psicopolis.com/psicopolis/lavoro.htm

Perfino la Chiesa Cattolica appare anni luce avanti:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1989/documents/h...

ma allora il problema stavolta non è il cattocomunismo.

 

 

 

Empirics: chi ha provato a trovare valori di aliquote marginali tali che una loro diminuzione provocherebbe un aumento del gettito, ha trovato valori di circa l'80% (paesi Scandinavi).

Theory: prova a scrivere un modello in cui il gettito fiscale e' decresente nell'aliquota marginale, per le aliquote massime che vediamo nei paesi sviluppati. Le elasticita' di offerta del lavoro di cui hai bisogno do not make any sense.

Non conosco bene questa letteratura, ma son d'accordo con gianluca, a naso. To be fair, devo anche segnalare un articolo di un mio collega, Andy Haughwout, insieme a Bob Inman di Wharton. Fanno un'analisi empirica basata su quattro citta' negli USA, e sostengono che Houston New York e Philadelphia sono vicine al picco della loro "revenue hill".

Va detto che l'articolo si basa soprattutto su property tax e sugli effetti sull'occupazione. Niente a che vedere con gli effetti sull'offerta di lavoro individuale. I lavoratori che perderebbero filadelfia e new york non e' che lavorano meno se aumentano le tasse, vanno a lavorare da un'altra parte.

Una cosa importante non e' solo il picco, ma anche la slope around the peak:

http://sfb649.wiwi.hu-berlin.de/papers/pdf/SFB649DP2006-023.pdf

e l'effetto dell'elasticita' dell'offerta di lavoro dipende tantissimo dalla functional form dell'utilita' che scegli (per inciso: Ulhig dice che siamo a sinistra del peak, ma che i guadagni di efficienza a tagliare le tasse sarebbero decisamente molto elevati con una perdita di gettito minima).

Ancora: se usi il concetto di curva di Laffer in senso restrittivo (effetto sulle ore), probabilmente e' vero che le elasticities non hanno senso. Ma se pensi agli effetti sulla decisione di lavorare o no, per esempio, o sulla scelta de tipo di lavoro, allora probabilmente non sono del tutto campate in aria.

La terminologia "curva di
Laffer" e' inappropriata e tende a generare reazioni infastidite in chi
lavora nell'area della finanza pubblica, per tre ragioni.

Una, personale: Laffer era (forse
lo e' tuttora, ma facendo il consulente si e' tolto dai nostri piedi) un imbarazzante cialtrone, come anche questo sito a volte ne esperimenta (per un totale di
uno, al momento). In particolare, come tutti i personaggi di quel tipo, era uno che raccontava balle truculente fra
le quali quella di avere un PhD da Stanford - "Doctor Laffer, or should I say Mr.
Laffer ..." disse un giorno Paul Samuelson, e quella balla, almeno, venne
pubblicamente sbugiardata.

Due, tecnica: la funzione T(tax)=
(tax)*[PIL(tax)] soddisfa trivialmente T(0)=0 ed anche T(1) = 0 (poiche'
lavorare stanca, PIL(1)=0, direi). Essendo banalmente continua, deve avere un
massimo per qualche 0<tax<1. Ci arriva anche un bancario, e non serve un
finto PhD per "scoprirlo".

Tre, pure tecnica: Laffer e
compagnia vendettero la "curva" come un toccasana scientifico secondo
il quale bastava diminuire le imposte per far crescere il gettito. Questo
falso scientismo servi', e fu usato, come foglia di fico per coloro
i quali non volevano tagliare la spesa pubblica durante sia la prima che la
seconda amministrazione Reagan. Il mio amico e collega Murray Weidenbaum (che oltre ad essere ricco e' anche un signore intelligente) si
dimise da Chair del Council of EA della prima amministrazione Reagan esattamente per questa ragione: perche'
sapeva che i cosidetti "supply siders" mentivano sapendo di mentire e non aveva stomaco. Oggi
Bush continua a non tagliare le spese nascondendosi dietro alla medesima foglia
di fico.

Tutto questo, pero', non implica
che sia falso - e che tale falso sia per tutti ovviamente tale - affermare che
riducendo l'imposizione si possa aumentare il reddito ed anche, forse, il
gettito fiscale. E' una questione empirica complicata, richiedente una tale
quantita' di stime, controlli (nel senso di "ceteris paribus"),
modellistica e dati che non credo possa essere risolta facilmente. Di certo,
non mi risulta che qualcuno abbia trovato il modo di convincere la professione
che la risposta giusta e' di un tipo o dell'altro. Il paper che Gianluca cita
e' uno dei cento che si potrebbero citare. In questo particolare caso il
risultato e' negativo, ma lascia il tempo che trova e chiunque sappia usare
Google Scholar puo' citarne altri venti che sostengono d'aver provato
l'opposto. L'unica risposta ragionevole, al momento, mi sembra essere che e'
perfettamente possibile che un paese sia dal lato "sbagliato" della
curva: trattasi di questione empirica che va studiata ed analizzata caso per
caso.

Inoltre, e qui son disposto ad
espormi, ridurre il tutto ad un modello aggregato, ed all'elasticita'
dell'offerta aggregata di lavoro al salario reale, occulta il problema e
confonde l'analisi. Non credo si possano fare molti passi avanti facendo
giochetti piu' o meno sofisticati con forme funzionali per l'utilita' del tempo
libero o introducendo strane rigidita' qui e li' (chesso', indivisibilita' e
lotterie ...). Mi sembra assolutamente ovvio, invece, che sia il livello che la
struttura della tassazione influenzano non solo la quantita' media di ore
lavorate, non solo il tasso di partecipazione aggregato, ma anche e soprattutto
tre altre cose. (1) La composizione di tale offerta di lavoro (donne, tipo di
occupazione, giovani ed anziani, emerso o no). (2) L'investimento in capitale
umano che gli individui fanno (ed il paese dove lo offrono). (3) Il livello
aggregato e la composizione dell'investimento in capitale fisso che un paese
riceve. Questi tre fattori contano infinitamente di piu' - per la crescita, il
livello e la composizione del reddito (evadibile o meno) e quindi il gettito
fiscale - che l'elasticita' della mitica offerta aggregata di lavoro,
un'autentica scempiaggine keynesiana che faremmo meglio a perdere invece che
continuamente ri-trovare.

Venendo a casi concreti, mi
sembra abbastanza credibile pensare che negli USA siamo probabilmente ancora
sul lato crescente della funzione T(tax), ma non e' detto che lo stesso sia
vero ovunque. Fenomeni come l'Irlanda, il Cile, i paesi Baltici, o anche solo
l'Inghilterra e la Spagna, sono incomprensibili senza tenere in conto questi
effetti del sistema fiscale. Simmetricamente, se vogliamo capire la depressione
portoghese iniziata nel 1995 o quella italiana, iniziata leggermente prima, sempre
su tali effetti del sistema fiscale ci dobbiamo concentrare. La ragione
fondamentale per cui ho severamente criticato sia la finanziaria 2007 che
l'intera politica economica e fiscale del governo Prodi e' esattamente questa.

lavorare stanca? giusto.

soprattutto quando si lavora molto.

Sembra che anche privatizzare l'Alitalia stanchi. Infatti, sono riusciti a creare le condizioni per smettere.

Phillips Curve

bossone 17/7/2007 - 20:10

A me sembra che la Phillips Curve sia "alive and well". Ma siccome io sono un nessuno, rimando a Mr. Bernanke di una settimana fa al NBER Summer Institute . Mi sa che lui di Phillips Curve ne deve capire un pochino...o no?

Non ho mai conosciuto un prete che andasse in giro a raccontare che la sua religione e' una sonora balla, ne' una cartomante che sostenesse l'infondatezza dell'astrologia ed i suoi annessi ... tu forse conosci qualche banchiere centrale che abbia mai dichiarato d'essere molto meno utile di quanto la credenza popolare lo ritenga?

Suvvia ... l'evidenza a sostegno della curva di Phillips, ora, si riduce alle affermazioni di Ben Bernanke secondo cui egli ha una funzione da svolgere? Ricordo un seminario a porte chiuse alla Fed di Mpls, circa 3 o 4 anni fa, al quale partecipava proprio anche BB. Il tema era, guarda caso, se la curva esisteva e se aveva un qualsiasi grado di utilita' pratica, specialmente per la politica monetaria. Lo ricordo fare affermazioni molto, ma MOLTO meno sanguigne ... forse i testi delle presentazioni sono ancora disponibili nell'area ricerca del sito.  

Qualcuno ha qualcosa di piu' sostanziale che provi l'esistenza dell'araba fenice di turno? 

Michele,

non studio Neo Keynesian economics o monetary policy pero' Thomas Sargent (che non mi sembra esattamente della stessa parrocchia di Bernanke) nel 1998 scriveva:

‘‘Despite its disrepute within important academic and policymaking circles, the
Phillips Curve persists in US data. Simple econometric procedures detect it.’’

Thomas Sargent, 1998  The Conquest of American Inflation, Princenton University Press, Princenton, NJ.

‘‘Despite its disrepute within important academic and policymaking circles, the Phillips Curve persists in US data. Simple econometric procedures detect it.’’ Thomas Sargent, 1998

 

‘‘Despite its disrepute within important academic and policymaking circles, the Phillips Curve persists in US data. Simple econometric procedures detect it.’’ Thomas Sargent, 1998

 

 

"Se si pensa di affrontare il tema previdenza con la calcolatrice non
va bene, non va proprio bene. Non trattiamo con la calcolatrice perche'
dietro i numeri, ci sono sempre condizioni, problemi"

Guglielmo Epifani, segretario generale CGIL

Trovata qui

Sempre per definire le specificità culturali di un paese

 

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