Lettera aperta al PD (I)

2 maggio 2008 giorgio topa
In un bel romanzo di Nick Hornby, High Fidelity, il personaggio principale è ossessionato dalle liste "top-five": i suoi top-five split-ups, i suoi top-five musicisti preferiti, ecc. Provo anch'io allora a fare la mia lista delle top-five azioni di governo a cui potrebbe cominciare a pensare il PD, invece di litigare e fare alchimismo di alta casta come al solito. Cose terra terra, semplici semplici, in vista del 2013 (2033? 2108??).

Lo spettacolo offerto dagli esponenti politici del cosiddetto PD dopo le elezioni è stato veramente desolante. Rutelli che si dichiara a favore del prestito-vergogna all'Alitalia sperando di racimolare qualche voto (venendo sonoramente e giustamente sconfitto); Cacciari che difende Veltroni a spada tratta e dice "non so cosa poteva fare Veltroni di diverso"; Veltroni che tira dritto, "fa finta di niente" e "congela" non solo i capigruppo a Camera e Senato, ma anche se stesso.

Già si vedono le prime avvisaglie di rese dei conti prossime venture, ma a guardar bene sono sempre gli stessi nomi che girano: Parisi, Letta, Fassino, Marini, Bersani, Fioroni... fino all'intramontabile D'Alema. Silenzio di tomba invece sui cosiddetti "contenuti": ovvero su quali temi, su quali proposte concrete costruire una opposizione fattiva e un possibile programma per il futuro.

Trovandomi in vena di fantasticherie, provo a scrivere una lista semplice semplice, e intenzionalmente incompleta, di cose da fare. Cose peraltro dette e stradette, soprattutto su questo sito. Magari i miei saggi e fantasiosi co-redattori, e i nostri ancora più saggi e fantasiosi lettori, avranno voglia di riempire il mosaico, tessera per tessera (di mosaico, non di partito). Mi rivolgo al PD, anche se si tratta di cose che sarebbe auspicabile venissero fatte da qualsiasi governo, siano essi di destra di sinistra di sopra o di sotto. È che la coalizione-BS mi sembra sinceramente inguardabile, viste le troiate immonde che stanno pronunciando Berlusconi, Tremonti, e compagnia cantante.

1. Riduzione sostanziale delle tasse e della spesa pubblica. Tagliamo le spese improduttive, i sussidi al Mezzogiorno che alimentano solo la criminalità organizzata e le mille caste locali; vendiamo la Rai, Alitalia, ... Introduciamo la possibilità di licenziare i dipendenti pubblici e abbassiamo sensibilmente le aliquote dell'imposta sul reddito.


2. Riforma di università e pensioni.
Questa l'ho copiata pari pari da un post di Michele del 2006. Aboliamo il valore legale del titolo di studio, trasformiamo le università in fondazioni autonome che possono assumere chi vogliono e dare i titoli di studi che vogliono. Introduciamo un sistema di "buoni del Tesoro per l'educazione" che servano anche a finanziare le pensioni. Già che ci siamo innalziamo anche l'età minima pensionistica mettendola in linea con il resto dell'Europa.

3. Riforma del mercato del lavoro. Introduciamo meccanismi concreti ed efficaci di licenziamento, eliminiamo i contratti nazionali e la concertazione sindacale, lasciamo che imprese e lavoratori si accordino liberamente su forme di rapporto di lavoro che non siano micro-regolate dal legislatore; adottiamo un sistema moderno di ammortizzatori sociali: sussidi di disoccupazione e Negative Income Tax.

4. Giustizia e Sicurezza. Poniamoci come obiettivo quello di portare l'Italia in linea con il resto dell'Europa, secondo criteri semplici e misurabili. Rendiamo certa la pena, diamo più risorse alle forze di polizia e giudiziarie per metterle in grado di rappresentare lo Stato sul territorio. Il "come" specifico lo lascio ad Alberto e Axel.

5. Questo lo lascio in bianco. Mettete voi la vostra riforma preferita: il federalismo fiscale, una legge seria per l'immigrazione, le liberalizzazioni, l'eliminazione di mille rendite di posizione (l'ordine dei giornalisti, quello dei notai, i tassisti, ...), la riforma della sanità, lo smaltimento della monnezza, eccetera.

Facciamo volare alta la fantasia, ma per l'amor del cielo parliamo di cose concrete e non di come rimescolare per l'ennesima volta il mazzo di carte del PD con gli stessi immutabili incrollabili nomi.

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2. Riforma di università e pensioni. Questa l'ho copiata pari pari da un post di Michele del 2006. Aboliamo il valore legale del titolo di studio, trasformiamo le università in fondazioni autonome che possono assumere chi vogliono e dare i titoli di studi che vogliono. Introduciamo un sistema di "buoni del Tesoro per l'educazione" che servano anche a finanziare le pensioni. Già che ci siamo innalziamo anche l'età minima pensionistica mettendola in linea con il resto dell'Europa.

Colgo l'occasione per una segnalazione e una domanda.

Poichè sono più che d'accordo sulla trasformazione delle Università in fondazioni, segnalo che il Portogallo ha recentemente adottato una legge organica sul regime giuridico delle istituzioni di istruzione superiore che prevede (Artt. 129-137) la possibilità di trasformare, a richiesta, le Università statali in fondazioni, proprio come aveva vagheggiato Nicola Rossi un paio di anni fa e come prevede(rebbe) il programma del PdL. Poichè si tratta di un Governo socialista, si potrebbe argomentare che a fortiori una simile idea può essere portata avanti dal PD. Naturalmente io vedrei meglio la trasformazione forzosa di tutte le Università, ma se questo non si può fare, allora mi sono convinto, anche avendo visionato la legge portoghese, che ha senso sostenere la proposta Rossi/PdL.

Sul c.d. "valore legale", ho già argomentato più volte che si tratta del sarchiapone del dibattito universitario italiano. Molti buttano dentro questa locuzione nei loro discorsi, ma non si capisce bene cosa intendano. Ho provato innumerevoli volte a fare azione pedagogica, e anche a chiedere una spiegazione "operativa", cioè che cosa bisognerebbe fare/modificare nella legislazione per attuare questa prescrizione. In questo modo sarei in grado di capire e attribuire la denominazione corretta, fra i concetti a disposizione, a tale operazione. Mai ho avuto risposta. Da questo punto di vista devo ora riproporre qui la domanda, perchè altrimenti non sono in grado di commentare e andare oltre.

Renzino l'Europeo

Ti rimando ad un vecchio articolo di Andrea su questo sito, con annessi commenti (fra i quali uno tuo, vedo!). Quel post contiene anche un link ad una definizione legale (quanto precisa non lo so) dello stesso. Sintetizzando quella discussione, mi pare che il valore legale del titolo di studio, cosi' com'e' definito oggi in Italia (cioe' con annessa certificazione centralizzata di un dato curriculum, e costituendo un requisito base per i concorsi pubblici) comporta diversi problemi:

- costituisce una forte barriera all'entrata per lavoratori in possesso di titoli diversi (vedi gli oneri aggiuntivi per far "riconoscere" un titolo di studio straniero)

- costituisce una forte barriera all'entrata di enti universitari privati, o comunque "diversi". Mi pare di capire, ad esempio, che oltre ad imporre vincoli rispetto ai curriculum, il requisito di certificazione da parte del ministero comporta che una data universita', anche privata, non possa assumere piu' di una certa percentuale irrisoria di professori usando contratti di diritto privato. La stragrande maggioranza dei professori dev'essere assunta tramite concorsi pubblici, con tutte le restrizioni annesse e connesse.

- distorce le assunzioni nella pubblica amministrazione. 

Non solo un legislatore, e quindi non ho idea di cosa si debba "fare/modificare nella legislazione per attuare questa prescrizione". Direi che togliere al ministero il potere di certificare in modo centralizzato il valore di un dato titolo di studio, e togliere il requisito di avere un titolo di studio "col timbro" per i concorsi pubblici siano due passi fondamentali per indurre una vera concorrenza fra enti universitari davvero autonomi. Quest'ultima (la concorrenza) e' la cosa davvero importante.

con le mie scuse a Mario Mattoli e a Alida Maria Laura Altenburger baronessa
von Marckenstein
und Frauenberg del Sacro Romano Impero Germanico (la protagonista).

Caro Giorgio, di una cosa ho (sempre più) seri dubbi. Qui non c'è nulla da sognare. Una modesta cartina al tornasole, se il Pd vuol esser credibile agli occhi miei, da fare subito, non come i tagli fiscali. Sostegno e richiamo del suo elettorato a firmare e votare per l'abolizione dell'ordine dei giornalisti.

Non serve a nulla, mostra indipendenza riguardo ad una mafietta modesta, che non ha armi, non ha taxi, non ha nessun fucile in Insubria. Il valore simbolico, ai miei occhi ad ogni modo, mi potrebbe persino indurre a votar per loro.

Tutte le cose di cui hai parlato meriterebbero centralità al prossimo ipotetico congresso straordinario. Io però insisterei sul punto I, che è stato messo in soffitta un po' da tutti ultimamente. Per me, quindi, il quinto punto potrebbe essere lo "smarcarsi" in modo netto ed inequivocabile da quanto detto e fatto fin'ora in materia di tasse: comunicare chiaramente che Visco_Stasi non ha capito niente e Padoa Schioppa_le_tasse_sono_bellissime anche meno. Una bella e martellante campagna in cui si ammette l'errore. E di seguito rilanciare soprattutto su un taglio deciso, "rivoluzionario", dell'imposta sul reddito delle PF e di impresa. Di conseguenza, per rientrare dal deficit, tagli i sussidi alle imprese (a proposito, secondo nFa è sensato eliminare gli incentivi per cambiare le automobili come credo?), blocchi il turnover in varie categorie di pubblico impiego, vendi quel che si può vendere (altra domanda a nFa: la quota pubblica nell'Eni va smobilizzata come credo?), ripristini lo "scalone"...

Filippo, ottima idea.

Per implementarla, e lo dico con tristezza non con ironia, forse dovresti cominciare a "cacciare" dal PD non tanto e non solo VV, TPS, Prodi e compagnia, ma quant'altri (e sembrano essere la stragande maggioranza del PD) hanno inneggiato a VV_Stasi in questi giorni ed alle sue tasse bellissime due anni fa. Good luck: fai prima a farti un partito tuo!

 

sigh :(

Purtroppo hai ragione.

Senti Giorgio, una domanda da non economista.

Una cosami frulla in mente da un po'. variare come viene applicata la tassazione.

Parto dal presupposto che i soldi lasciati in azienda servano per essere investiti.
In questo caso è così stupida l'idea di portare le tasse sui redditi dell'azienda a un livello bassissimo (10%?) per pagare i servizi che l'azienda usa (strade, infrastrutture ecc)  e poi tassare invece in capo al percettore gli eventuali utili distribuiti?
In fondo in azienda di tasse ne paghiamo già una montagna, tra i mille rivoli tipo tassa rifiuti (e in azienda di rifiuti non ne fai, certo non in proporzione a quanto paghi) ICI, concessione governativa e CCIAA, bolli auto, tasse sui consumi energetici. Per poi arrivare al risultato, in tasse, del lavoro e degli investimenti dell'azienda attraverso i suoi occupati.

In pratica penso ad una estremizzazione della detassazione degli utili reinvestiti.

Una ipotesi shock come questa in un paese come l'Italia, fatta di tantissime piccolissime attività sottocapitalizzate avrebbe nel medio termine secondo me effetti benefici.

Ma io non sono un economista e non vedo magari le controindicazioni.

In questo caso è così stupida l'idea di portare le tasse sui redditi
dell'azienda a un livello bassissimo (10%?) per pagare i servizi che
l'azienda usa (strade, infrastrutture ecc) e poi tassare invece in
capo al percettore gli eventuali utili distribuiti?

In Irlanda le hanno appunto portate piu' o meno a questi valori (tra il 10 e il 12.5%), e da allora il paese e' diventato il piu' ricco dell'EU dopo il Lussemburgo in termini di PIL per persona ($43,600 nel 2006)... Ma vallo a spiegare ai nostri governanti.

In questo caso è così stupida l'idea di portare le tasse sui redditi
dell'azienda a un livello bassissimo (10%?) per pagare i servizi che
l'azienda usa (strade, infrastrutture ecc) e poi tassare invece in
capo al percettore gli eventuali utili distribuiti?

Non e' un'idea per niente stupida, come rileva Enzo portando l'esempio dell'Irlanda, e come avrai visto dal post parallelo di Michele con la sua proposta di riforma delle imposte (ma vedo che Michele ti ha gia' risposto li').

Ciao Giorgio,

penso che per il punto 1 tu l'abbia fatta un po' troppo facile.

Mentre per i punti seguenti effettivamente si potrebbe attuare tramite un pacchetto di leggi, per il punto una legge non basta.

Intanto, nessuno a parole e' contro "tagliare la spesa per abbassare le tasse". Anzi probabilmente BS sarebbe ben felice di abbassare le tasse: per lui piu' che per altri sarebbe la garanzia di rivincere le elezioni.

Eppure nessuno sa come tagliare la spesa pubblica.
La possiblita' di licenziare i dipendenti pubblici non e' sicuramente sufficiente. E probabilmente una legge che la permetta sarebbe disattesa nei fatti.

Anche in UK, dove hanno deciso di tagliare la spesa sanitaria, sono riusciti ad aumentarla e a diminuire la qualita' del servizio. Mi pare che per il punto 1 ci siano veramente pochi esempi da copiare.

Qui bisogna veramente scatenare la fantasia ...

Io penso che per interrompere il meccanismo della spesa pubblica sia prima necessaria una riforma istituzionale che sia ingrado di spezzare i meccanismi clientelari.

Faccio un esempio: se i forestali della regione Y se li pagano i Y-esi (o Y-ani) con le loro tasse. E se non hanno soldi per pagarli la regione Y viene commissariata e l'ICI viene mesa alle stelle e le tasse sulla benzina pure .... ci siamo intesi.

 

 

Eppure nessuno sa come tagliare la spesa pubblica.

E' un compito titanico ma mettendocisi d'impegno qualcosa si potrebbe ottenere.  Si potrebbe iniziare col blocco del turn-over e con una mobilita' vera degli statali (come c'e' in Germania) per coprire i settori scoperti col personale in esubero altrove: basta pensare ai 34 centralinisti assunti da Bassolino che ricevono 1 telefonata alla settimana, oppure ai 2-3000 spazzini sempre assunti da Bassolino che vengono pagati per non far nulla per mancanza di automezzi e/o di discariche. Si possono anche assegnare piu' risorse a scoprire i falsi invalidi, a bloccare le loro erogazioni e a recuperare le somme indebitamente percepite. Scoprire falsi ciechi che guidano e cosi' via e' facilissimo ma chissa' perche' li scoprono solo per caso. Ovviamente tutte queste misure sono impopolari presso gli interessati, ma non e' escluso che possano far guadagnare piu' voti di quanti ne sottraggano. Sicuramente non e' servito molto al PD e a  Bassolino fare queste assunzioni inutili e clientelari, non aumentare l'impegno contro i falsi invalidi, pagare i forestali calabresi, e cosi' via. Certo si tratta di misure che richiedono coraggio e anche intelligenza nell'applicazione pratica: sembra che queste qualita' non abbondino in entrambi gli schieramenti.

Bozo giustamente accenna al fatto che nel quadro istituzionale corrente, spesso non vi sono incentivi sufficienti a spingere i politici a tagliare la spesa pubblica. La mancanza di questi incentivi e' particolarmente evidente nel caso in cui il taglio di spesa implichi la mera rimozione di un trasferimento di denaro ad un certo numero di soggetti, per esempio le guardie forestali in Calabria. Un tale provvedimento danneggerebbe in maniera consistente poche migliaia di soggetti e beneficierebbe marginalmente 57 milioni di persone (il resto della popolazione). Questa differenza di intensita' fa si' che nel caso dei primi, il provvedimento costituirebbe un determinante fondamentale della scelta di voto, mentre non altrettanto succederebbe per i secondi. Quindi un politico che consideri il licenziamento delle guardie forestali, si trova a soppesare una perdita certa di poche migliaia di voti contro una probabilita' molto bassa di guadagnarne alcuno.

Il federalismo fiscale, cui accenna Bozo alla fine del suo intervento, aiuterebbe anche in questo senso, soprattutto in casi in cui (come quello delle Guardie Forestali), la spesa e' localizzata. Infatti il beneficio del provvedimento sarebbe diviso tra un numero ben inferiore di soggetti.

Vorrei anche evidenziare come in Italia vi sia un chiaro deficit cognitivo circa gli effetti avversi della tassazione, soprattutto per quanto concerne gli effetti di incentivo. Lo stesso si puo' dire degli effetti distorsivi della miriade di contributi elargiti dallo Stato. In questo senso, gli economisti potrebbero giocare un ruolo utile, dando un contributo educativo. Ricordo che molti anni fa, Romano Prodi venne chiamato ad una serie di lezioni di economia in televisione, che ebbero un buon successo. La cosa si potrebbe replicare, su scala maggiore, e con insegnanti piu' capaci (purtroppo il buon Romano ha dimostrato coi fatti si saperne poca, di economia).

Vorrei anche evidenziare come in Italia vi sia un chiaro deficit
cognitivo circa gli effetti avversi della tassazione, soprattutto per
quanto concerne gli effetti di incentivo. Lo stesso si puo' dire degli
effetti distorsivi della miriade di contributi elargiti dallo Stato.

Per quanto riguarda il deficit cognitivo, mi viene in mente l'articolo di Giavazzi sul Corriere. Che tristezza che mi ha messo ...
Per quanto riguarda i contributi mi vengono in mente, fra i tanti, quelli, inutili come tanti, per la r&s nelle imprese. Quei contributi vengono usati dalle imprese per sgravare le ore lavorare dai dipendenti quando svolgono ricerca. Ma:
- se sia veramente ricerca nessuno lo sa
- se la ricerca fosse utile all'azienda, allora questa la svolgerebbe senza bisogno di contributi
Pero' col nome che portano, i contributi per la ricerca ottengono sempre un certo consenso pubblico.
mi ricordo che furono un cavallo di battaglia di Confindustria ai primi tempi dell'era Montezemolo, Portavoce dell'istanza era Pistorio di STS Microelectronics.
Sarebbe meglio capire come migliorare le collaborazioni imprese - universita'. Si dice che altrove le universita' mantengano i diritti sui brevetti mentre in Italia non sia cosi'. Ma ne so meno di zero, quindi mi fermo qui.

Secondo me un "metodo" possibile per realizzare il punto I, già discusso su
questo sito, se non ricordo male caro ad Alberto Bisin e meno agli
altri redattori: starving the beast! (che, sempre secondo me, relazionato ai
vincoli di bilancio pubblico europei, potrebbe funzionare
bene...soprattutto per un paese come l'italia che è sempre a rischio
cartellino giallo e che senza il cartellino giallo si guarda bene dallo
stare attento). Ergo: crea emergenza. Cerca di diminuire "drammaticamente" il rapporto entrate/PIL, magari rimodellando quelle imposte che sono la fonte principale di entrate per l'erario tipo L'irpef. Francoforte e Maastricht insorgeranno e proporranno l'espulsione dell'Italia dalla UE: a quel punto, o tagli la spesa (e perdi il voto di quelli che penalizzi, ma comunque porti a casa il consenso per un piano fiscale "popolare") o rialzi le tasse e torni al punto di partenza (e certamente perdi le elezioni).

Sparo, giusto per cominciare. Abolizione legge 488/99 e similari. In sostanza tutti gli incentivi alle imprese verrebbero aboliti in cambio di riduzioni della tassazione. E con loro potresti abolire tutte le commissioni che si occupano dell'analisi dei business plan, che qualche euro costeranno. Poi azzeramento delle consulenze da parte di enti locali (a naso siamo nell'ordine di miliardi di euro) e poi ci vorrebbe una qualche forma di responsabilita' personale degli amministratori pubblici - magari esagero, ma a leggere i servizi sulle esposizioni in derivati di comuni e regioni mi e' salita un po' la mosca al naso...

"azzeramento delle consulenze da parte di enti locali": c'è qualche studio sull'ammontare complessivo? Qui secondo me scovi il perché delle jaguar e ville al mare di tanti professorini di economia aziendale :)

Abolizione legge 488/99 e similari. In sostanza tutti gli incentivi
alle imprese verrebbero aboliti in cambio di riduzioni della tassazione.

E' la sostanza di una delle idee di Michele nel post immediatamente sopra. Ma perche' esattamente vuoi abolire la legge 488/99? Confesso la mia totale ignoranza.

abolire tutte le commissioni che si occupano dell'analisi dei business
plan, [...] Poi azzeramento delle consulenze da
parte di enti locali

Quali commissioni? E quali consulenze? Raccontaci un po', che pare interessante. Gracias! 

Eh giorgio mi stai chiedendo di ricordare il succo del mio esame di scienza delle finanze, correva l'anno 2001 :) Allora vediamo un po', la 488 se non sbaglio fa da legge quadro per i contributi a fondo perduto, e mi pare di ricordare che come ammontare di spesa sia piuttosto consistente. Non chiedermi numeri perche' li cannerei.

Per quanto riguarda le consulenze negli enti locali, ti rimando a questo link che parla della relazione della corte dei conti. Detta relazione l'avevo anche scorsa, ma anche qui la memoria mi fa difetto. Come proxy, comunque, considera che recentemente ho letto che nel caso del commissariato per i rifiuti in Campania metà del budget di spesa riguardava consulenze.

edit: qui puntata di report su aiuti a fondo perduto.

Incredibile, un giornalista che si occupa dell'argomento consulenze. QUI. Ovviamente quanto descritto si ripete a livello di Province, Comuni, Comunità Montane, Consorzi vari ecc. ecc. ecc.

Bell'articolo, che fa capire ancora una volta che l'idea di "destra"
e "sinistra" è ormai utile solo ai burocrati parassiti per perpetuare
il loro regno.

Mi scopro sempre più seriamente a pensare di cercar fortuna all'estero.

Caro Giorgio,

potrebbe essere anche una lettera aperta al PdL, visto che tra l'altro hanno vinto le elezioni, o da loro proprio non ci speri? 

Punto 1 . Sulla riduzione delle tasse vorrei ricordare come, con l'ultima finanziaria di TPS e VV (competenza 1.1.2008),  l'IRES (ex IRPEG per chi manca da un pò dall'Italia) è stata ridotta dal 33% al 27,5% e l'IRAP (imposta che sostituiva il contributo al Servizio Sanitario Nazionale pari all'8,60% delle retribuzioni e l'ILOR, pari al 16,2% del reddito imponibile al netto dell'IRPEG) ridotta dal 4,25% al 3,90%.

La base imponibile dell'IRAP è costituita dal reddito imponibile ai fini IRES + (e per molti è un importo molto elevato) il costo del lavoro e gli oneri finanziari.  La sua introduzione doveva favorire (e le favorisce davvero) le società con intensità di lavoro (visto che aboliva appunto l'8,60% del contributo al SSN) e capitalizzate (tendenzialmente con meno oneri finanziari rispetto a quelle sottocapitalizzate). Un errore significativo è stato quello di collocarla, in bilancio, sulla riga delle imposte e non, come doveva a mio giudizio essere fatto, proporzionalmente tra la voce "costo del lavoro", la voce "oneri finanziari" e sul rigo delle imposte per la sola parte relativa all'utile lordo.  Tra l'altro distorce un parametro molto utilizzato dagli analisti per le valutazioni di azienda, ovvero l'EBITDA (margine lordo ante ammortamenti) tendendo a sovrastimarlo.

Ricordo ancora che non molti anni fa (diciamo 1996) l'aliquota IRPEG era il 36% e quella ILOR il 16,2%, con una incidenza netta del 46,36% che rischiava di aumentare ancor più per tutta una serie  di poste fiscalmente non deducibili - Iva auto, manutenzioni eccedenti il 5% dei cespiti, spese promozionali, ecc.). Sempre con l'ultima finanziaria i criteri civilistici per la redazione del bilancio (IAS) valgono anche come criteri fiscali e pertanto non vi saranno più "variazioni in aumento".

 Ancora sul Punto 1. Una delle voci più importanti della spesa pubblica (e che incide anche sul costo del lavoro) è l'onere pensionistico. Stabiliamo che la durata media delle pensioni sia di 2 anni (e non i 7 che abbiamo guadagnato come allungamento della vita media) rispetto a 25 anni fa. Licenziare i dipendenti publlici può andar bene, ma la vedo dura: mi basterebbe che venisse introdotta anche per il settore pubblico la cassa integrazione straordinaria e la mobilità.

 

Sempre con l'ultima finanziaria i criteri civilistici per la redazione
del bilancio (IAS) valgono anche come criteri fiscali e pertanto non vi
saranno più "variazioni in aumento".

 Allora devo cambiare fiscalista, io ho avuto 150.000 euro (in una piccola azienda) di oneri indeducibili, tra i costi telefonici ed internet deducibili all'80%, costi auto, spese di "rappresentanza" perché mi ostino ad offrire la cena se un cliente mi viene a trovare, e amenità simili qualche decina di migliaia di euro di tasse se ne va sempre. Variando il tax rate sull'utile netto che con l'effetto imponibile Irap vola spesso oltre il 50%.

Sulla riduzione delle tasse vorrei ricordare come, con l'ultima
finanziaria di TPS e VV (competenza 1.1.2008),  l'IRES (ex IRPEG per
chi manca da un pò dall'Italia) è stata ridotta dal 33% al 27,5% e
l'IRAP (imposta che sostituiva il contributo al Servizio Sanitario
Nazionale pari all'8,60% delle retribuzioni e l'ILOR, pari al 16,2% del
reddito imponibile al netto dell'IRPEG) ridotta dal 4,25% al 3,90%.

 Vero, ma non dimenticare che il tutto è stato fatto con la soliti tipica tecnica italiana del gettito invariato, praticamente abbasso le tasse ma le tasse che incasso sono le stesse.
Quindi allargando la base imponibile.
E al solito chi paga di più e chi meno?
Visto che uno dei principali differenziali è la deducibilità degli interessi parziale se superano una quota; guadagnano le grosse aziende che sono in grado di fare planning sull'indebitamento magari sfruttando holding e tesoreria globale e ci perdono i piccoli super indebitati.

Da un mio osservatorio personale su bilanci che vedo normalmente (molti) avevo visto un 30/40% di aziende che avrebbero avuto probabilmente un peggioramento del tax rate.

Senza contare le migliaia di aziende che a causa del meccanismo (e posizionamento nel bilancio come dicevi tu) IRAP hanno il bilancio in utile pre-tax e le tasse mangiano abbondantemente l'utile portandola in perdita.

Tax rate a quel punto oltre il 100% 

Non devi cambiare fiscalista. La finanziaria ha effetto dai redditi 2008.

Il posizionamento sul bilancio è comunque pura estetica, non cambia la sostanza. Serve solo, appunto, a non dire che il tax rate è del 100%, come certe volte compare nei confronti.

 Se l'allargamento della base imponibile è dovuto al rispetto dei  criteri civilistici e deg IAS, vuol dire che prima la base imponibile era inferiore al reddito effettivo.

Centinaia di società di leasing sono vissute ed hanno lucrato non tanto sulla possibilità di finanziare gli investimenti (questo dovrebbe essere il leasing!) ma sulla gabola fiscale di poter dedurre in 7 anni l'ammortamento di un fabbricato o in 2 anni l'ammortamento di una autovettura.

Caro Mario,

no, non ci spero molto nel Pdl. Credo che si faranno prendere da impulsi peronisti e faranno una gran confusione (hanno gia' cominciato con la storia di Alitalia, e mi aspetto disastri da Tremonti). Pero', sono sempre disponibile ad essere sorpreso in positivo. Se anche le facesse il Pdl, queste cose, a me andrebbe benissimo (Fra parentesi, devo dire che a giudicare dalle prime cose che ha detto Alemanno - a parte la storia della teca dell'Ara Pacis di cui non so nulla - l'uomo non mi sembra per niente male). 

no, non ci spero molto nel Pdl. Credo che si faranno prendere da
impulsi peronisti e faranno una gran confusione (hanno gia' cominciato
con la storia di Alitalia, e mi aspetto disastri da Tremonti). Pero',
sono sempre disponibile ad essere sorpreso in positivo.

Chissa', magari Tremonti raccontava balle per ragioni elettorali... Who knows, maybe the plans will change... Who knows, maybe he's not deranged...

(In quel caso, pero', l'ottimismo della volonta' di Norah si e' poi preso un schiaffone in faccia dal Bush reale...)

Lo spettacolo

palma 2/5/2008 - 15:35

non e' desolante. La mia tesi e' che la cultura che ha vinto e' una cultura democristiana. Al partito democratco che democratico ovviamente non e' (si veda la formazione della liste) e che partito e' meno ancora (essendo appunto formato da tronchi, tronconi, tronchetti etc. residuali dei vari partit della guerra fredda), potrebbe interessare di meno delle dotte idee degli economisti. Il loro interesse e' la loro sopravvivenza e la sopravvivenza delle varie Carloni, Serafini, etc. Qusta verra' presentata come scontro di correnti ed ha il compito centrale di mantenere intatta una struttura oligarchica che, naturalmene, finge di esser eletta da elezioni primarie.

Abolire le provincie, che a quanto pare sono quasi del tutto autoreferenziali;proibire agli enti locali di servirsi di società partecipate (in linea di pincipio non mi piace, ma visto il recente fiorire di municipalizzate...).

Forse potrebbe essere un corollario del punto 1.

Certo, oppure come parte di un pacchetto di riordino degli enti locali di stampo federalista.

Lasciando perdere il fenomeno bizzarro che in italiano politichese "autorefenziale" significa "inutile" (mentre ci sono una infinita classe di espressioni autoreferenziali che sono quasi indispensabili, si veda p.es H. Cappelen & E. Lepore, Language turned onto itself, Oxford 2007) l'idea e' politicamente  suicida. Esattamente perche', anche solo a far l'esempio di Roma, la provincia (Roma) e' in mano al Pd, e non proporra' mai di commettere seppuku prima di un congresso.

Suggerisco, modestamente, un po' di realismo.  

Chiedo venia, quello che volevo dire è che pare usino la quasi totalità del proprio bilancio per autosostenersi (ossia, per spese non direttamente legate alla produzione di alcun bene o servizio).

Quanto al realismo, negli altri punti c'erano la vendita della Rai e la privatizzazione dell' università (che mette a repentaglio tutte le baronie), la semirottamazione dei sindacati.

Non credo che nessuno realisticamente si aspetti quanto sopra dagli attuali gruppi dirigenti (o dalla maggioranza, se è per quello). Credo che l' idea di fondo del post sia appunto quella che la sinistra ha le ossa talmente rotte da esser quasi costretta ad un cambiamento radicale, di cui si propone una possibile direzione.Quanto al realismo, è nei primi due capoversi dell' articolo.

Lettera aperta

palma 4/5/2008 - 17:13

Vero, mi scuso. Accampo a parziali scuse stanchezza ed eccesso di sensibilità a come si usa il termine autoreferenziale (deformazione professionale.)

Sul realismo, c'è da discutere. Lo scandalo vivente della Rai con il presidente che esibisce il ventre a Capalbio (non sto scherzando) ha una qualche possibiltà di essere eliminato continuando ad insistere sull'egoismo della gente e convincendone sempre di più a non pagare il canone. Certo mancherà la punizione dei vari Petroni, Annunziata, Saccà etc.. Sono della stessa opinione adottata da Mdc con Zanu-Pf-Bob Mugabe, se se ne va, "siam perfino disposti a star zitti."

Vi e' un vantaggio tattico. Il senatore Rutelli, coniuge con conflitto di interessi (la moglie e' della Rai), e' in discesa, in seguito alla assai penosa esibizione nella capitale.

Di nulla, figurati.Anzi, mi scuso per la reazione stizzita.

Temo però tu sia troppo ottimista sulla RAI: anche se nessuno pagasse il canone la finanzierebbero con qualcos'altro, e la discesa di Rutelli al massimo ne influenzerà gli equilibri interni. Ovviamente spero di sbagliarmi.

P.S. grazie per la puntualizzazione su "autoreferenziale".

 

 

E' di oggi (sul corriere della sera e sull ISTAT) l'osservazione assai triste che, riassunta, indica come

meta' della popolazione italiana non raggiunge la licenza (delle medie "inferiori" dai 10 ai 13 anni.)

Qualcuno invece di sparare alla globalizzazione, alla mancanza dei dazi, e cosi' via, si potrebbe occupare della formazione del capitale umano italiano che va, per usare terminologia assai tecnica da economista come piace a Nfa, a remengo? 

la lettura dell'opuscolo ISTAT che Palma consiglia. Lo trovate qua.

I dati socio-economici sono, per la maggior parte, disaggregati regionalmente; questo permette, fra le molte altre cose, toccare con mano (ok, occhi) alcuni dei meccanismi attraverso cui l'apparato dello stato funziona come un'idrovora che succhia dal Nord al Sud, lasciando sostanziali "residui" dalle parti di Roma.

Interessante notare a pag. 33 e 34 che il Sud investe piu' soldi in instruzione e vanta allo stesso tempo un numero piu' elevato di persone con istruzione secondaria. Dato che il Nord vanta livelli di produttivita', occupazione, etc. etc.  piu' alti non solo del Sud ma di molti altri paesi d'Europa, sembrerebbe che il problema italiano non sia veramente quello di un basso livello di istruzione. Strano. E' forse il caso che per vincere una guerra c'e' bisogno di pochi generali e molti fanti e i problemi nascono quando i generali non sanno quello che dicono (vedi dirigente telecom parlando della grande vittoria di "Napoletone" a Waterloo)? 

Tra l'altro, mi chiedo quale sia il nesso di causalita' tra spesa in instruzione e numero di diplomati/laureati. Non credo che la gente del Sud studi di piu' per le politiche di incentivi o la qualita' dell'insegnamento. Credo che tale scelta sia dovuta al fatto che l'outside option nel Sud e' essere disoccupati mentre nel Nord molti dei miei amici senza diploma hanno trovato lavoro senza troppi problemi.

Fra l'altro, i due grafici a pag. 33 (quello per regioni in alto e quello per aree in basso a sinistra) sembrano contraddirsi. O forse sono io che non li capisco? Inoltre, che misura del Pil utilizzano al denominatore, il Pil regionale o quello nazionale? Nel primo caso, puo' darsi che si spendano piu' soldi per studente al Nord che al Sud.

Interessante notare a pag. 33 e 34 che il Sud investe piu' soldi in instruzione e vanta allo stesso tempo un numero piu' elevato di persone con istruzione secondaria

Il surplus di laurati/diplomati del sud prende la strada del nord e contribuisce a colmare il deficit di basso livello di istruzione.

Del resto basta fare un po' due conti della serva e verificare quanti sono i medici/commercialisti/avvocati/ingegneri/architetti/informatici ecc. di cui si serve chi vive al nord che sono invece  nati al sud.

E' in piccolo quello che accede in amerika con i vari graduates e post-graduates che arrivano da Cina, Europa ecc.: senza di loro l'economia americana non andrebbe avanti.

Del resto è naturale che i "cervelli" cerchino i luoghi più professionalmente attraenti: il nord lo è rispetto al sud e l'Amerika lo è rispetto all'Italia. 

il Sud investe piu' soldi in instruzione e vanta allo stesso tempo un numero piu' elevato di persone con istruzione secondaria.

La seconda statistica (a p.34) e' sulla percentuale di persone che possiede AL PIU' la licenza media inferiore - quindi e' casomai un indicatore di sottosviluppo. E al tempo stesso il Sud spende piu' soldi in istruzione!

Non faccio fatica a credere che al Sud ci sia un numero rilevante di diplomati/laureati (ma di nuovo, la statistica riportata a p.34 non era su questo). Concordo in parte sul discorso dell'outside option, ma c'e' anche l'aspetto concorsi pubblici. Inoltre non basta avere un alto numero di laureati, bisogna vedere la qualita' dell'istruzione e in cosa si laureano (lettere e filosofia? lingue? legge?). Anche in Mauritania c'e' un alto numero di laureati (eredita' dell'amministrazione coloniale francese), ma sono per lo piu' laureati in letteratura francese e legge: campi che non servono molto alla crescita economica di un paese.

La seconda statistica (a p.34) e' sulla percentuale di persone che
possiede AL PIU' la licenza media inferiore - quindi e' casomai un
indicatore di sottosviluppo. E al tempo stesso il Sud spende piu' soldi
in istruzione!

Effettivamente ... the devil is in the details, especially statistical details! :-)

Inoltre non basta avere un alto numero di laureati, bisogna vedere la qualita' dell'istruzione e in cosa si laureano (lettere e filosofia? lingue? legge?).

Per questa informazione devi andare a pag. 59.

Poichè il diavolo come dice Michele è nei dettagli, la statistica nulla dice se i laureati a cui fa riferimento sono tutti indigeni o comprende anche i fuori sede.

Bisogna infatti tener conto che un buon numero di meridionali frequentano i vari politecnici, bocconi, luiss ecc., vero è che occorrerebbe sapere la loro incidenza sugli studenti delle singole università, ma qui i vari professori che leggono il blog potrebbero essere d'aiuto.

Grazie, Sabino! Mi sembra che la figura a p.59 confermi l'ipotesi che avanzavo: cioe' i laureati in materie tecnico-scientifiche sono di meno al Sud. Mi sembra di capire che i dati si riferiscono agli atenei dove le lauree sono ottenute (visto che i dati sono MIUR), quindi come dice tu si tratta di capire l'incidenza di studenti meridionali negli atenei del centro-nord. Occorre pero' anche vedere quanti di questi laureati poi tornano al Sud ovvero si fermano nel centro-nord (o vanno in amerika...).

C'e' un PhD student a EUI che sta facendo una tesi su questi flussi di studenti fra atenei, quali sono gli atenei che attraggono piu' studenti, da dove, come competono per attrarre studenti bravi, ecc. Se qualcuno ci legge da EUI, ditegli di contribuire alla discussione! 

Grazie Giorgio per avermi fatto notare che c'era il "segno meno". Quindi abbiamo al Sud piu' input (soldi spesi) ma meno output (livello di istruzione). Sarebbe interessante capire se questo e' un'esempio di come si spendano soldi innutilmente in certe parti d'Italia (cosa strana dato che gli insegnanti ricevono tutti lo stesso salario e, che io sappia, non ci sono commissari speciali o fantomatici consulenti come in altre aree) o se e' dovuto al fatto che, come fatto notare da Sabino, molti studiano al Sud (almeno fino alle superiori) per poi produrre al Nord. 

PS: Rimango con il dubbio di quale misura del Pil si utilizzi al denominatore.

PS: Rimango con il dubbio di quale misura del Pil si utilizzi al denominatore.

Speravo che qualcuno rispondesse ma visto che non accade provo io. Non lo so per sicuro ma ritengo che al denominatore ci sia il PIL medio italiano. La struttura generale della spesa statale italiana e' di essere in prima approssimazione costante in termini assoluti pro-capite su tutto il territorio nazionale, e in seconda approssimazione moderatamente superiore al Sud. Ci sono eccezioni piu' o meno grandi, ma per le grandi voci di spesa aggregate come l'istruzione questo dovrebbe essere il carattere generale. Se i dati dell'ISTAT fossero pesati col PIL regionale, le regioni del Sud dovrebbero avere spesa di istruzione un po' piu' che doppia rispetto alle regioni del Nord, perche' il loro PIL pro-capite e' approssimativamente la meta'. Invece la spesa riportata e' solo moderatamente superiore come ci si puo' attendere se il PIL usato e' quello medio pro-capite.

Colgo l'occasione per fare un'ulteriore osservazione su questo settore della spesa pubblica, per sottolineare la nocivita' dell'operato dello Stato italiano. Se dividiamo l'Italia in due aree semi-omogenee, il centro-nord e il sud (N.B. che anche nelle tavole ISTAT trovi, tra le tante, anche questa suddivisione), la spesa statale per istruzione (al centro-nord) diviso il PIL pro-capite (al centro-nord) risulta nettamente inferiore alla media europea. Facendo lo stesso rapporto al Sud la spesa risulta mi aspetto nettamente superiore alla media europea.

I risultati dell'istruzione dei 15enni italiani esaminati a livello internazionale in PISA-2003 e PISA-2006 sono che il Nord e' a livelli europei (tra Francia e Svezia), mentre il Sud e' nettamente ultimo in Europa e confrontabile solo, nell'ambito OECD, con Turchia e Messico.

Se le indagini ISTAT fossero fatte a beneficio di una migliore comprensione di come funziona l'Italia, invece che come ogni cosa in Italia a beneficio delle ideologie e di chi e' al potere, le conclusioni dovrebbero essere queste:

  • nel centro-nord Italia l'istruzione (almeno fino a 15 anni) e' di buon livello, europea, nonostante una spesa nettamente inferiore. Si potrebbe migliorare aumentando i salari degli insegnanti, attraendo in quel settore lavoratori piu' qualificati, migliorando anche la dignita' sociale della professione, abbastanza svalutata. Ovviamente sarebbe anche opportuno licenziare i nullafacenti denunciati da Giavazzi, premiare il merito, e cosi' via, ma tutto questo e' piu' cortina fumogena che altro, almeno al centro-nord. In questa parte d'Italia la bottom-line e' che almeno al nord, e almeno fino a 15 anni i risultati sono medi europei a fronte di una spesa nettamente inferiore.
  • nel sud Italia c'e' un fallimento dell'istruzione che non puo' essere imputato ad una spesa statale insufficiente, ma deve essere imputato oltre che all'arretratezza storica di queste regioni anche ad un fallimento sia dell'azione dello Stato sia della societa' meridionale in questo settore. Non c'e' bisogno di maggiori risorse ma di migliore organizzazione, di punire chi demerita e premiare chi merita. Peraltro sono convinto che e' impossibile che questo accada per legge, per azione di uno Stato che non coincide con la societa' meridionale. L'unica via d'uscita e' una presa di coscienza della societa' meridionale e una sua crescita culturale e civile che puo' avvenire solamente con un processo di competizione ed emulazione con le altre realta' italiane ed europee. Paesi un tempo arretratissimi e poveri, senza altra risorsa che l'intelligenza dei propri cittadini, come ad es. Irlanda e Grecia, hanno dimostrato che nel contesto della UE e' possibile convergere efficacemente verso parametri medi europei. L'Irlanda e' diventato perfino uno dei paesi europei piu' ricchi. Il Sud Italia invece e' sempre piu' l'area piu' povera dell'Europa occidentale, grazie alla droga dei trasferimenti di ricchezza da Roma, che generano tutti gli incentivi a non competere, a diventare sempre piu' poveri e per questo a chiedere sempre di piu' allo Stato. Proprio in questo modo la Casta improduttiva del Sud vive bene perche' intermedia la ricchezza da Roma, ma allo stesso tempo fa rimanere i meridionali nella poverta' sia per inefficienza e corruzione, ma in fondo anche per mantenere la giustificazione al flusso di ricchezza sola base del suo benessere.

Grazie per i chiarimenti. Mi piacerebbe avere una conoscenza amatoriale della fisica quanto la tua dell'economia.

Grazie Alberto - credo anch'io che al denominatore della variabile "spesa in istruzione e formazione – misurata in rapporto al prodotto interno lordo" ci sia semplicemente il prodotto interno lordo aggregato italiano. La documentazione stessa dice:

L’indicatore si ottiene rapportando percentualmente la spesa in conto corrente e in conto capitale in istruzione e formazione (sono inclusi quindi i trasferimenti alle famiglie e alle istituzioni pubbliche e private) al prodotto interno lordo (Pil).

La cosa che non avevo notato e' che - mi sembra - la spesa per istruzione e formazione viene rapportata al PIL in aggregato, e non pro-capite. In altri termini, prendo la spesa TOTALE per istruzione in ciascuna regione, e divido per il PIL TOTALE italiano. Siccome il denominatore e' costante across regions, sostanzialmente la variazione deriva unicamente dalla spesa complessiva per istruzione. Secondo me una misura piu' indicativa sarebbe la spesa per istruzione pro-capite, ovvero dividendo per la popolazione in eta' 6-13 anni in ogni regione. Credo che comunque la spesa pro-capite sarebbe maggiore al Sud che al centro-nord, ma non e' detto: dipende da come varia la popolazione in eta' scolare fra regioni. In ogni caso, questa misura (la spesa pro-capite) mi sembra la misura piu' corretta, non quella totale.

Ma dai! All'ISTAT sono ancora piu' dementi di quanto io abbia pensato essi siano? Ma non ci credo!!

Le regioni italiane variano da 150mila persone circa in Val d'Aosta a 10 milioni in Lombardia. Dai, non puo' essere vero!

Sei sicuro? Se hai ragione, questi non vanno licenziati, vanno messi in galera. 

anche a me sembrava "strano" (per non dire altro)... ma questo e' esattamente quello che dice la documentazione di quell'opuscolo a p.33. Magari hanno sbagliato a scrivere, sono stati imprecisi nella descrizione di quella variabile... mah!

L’indicatore si ottiene rapportando percentualmente la spesa in conto
corrente e in conto capitale in istruzione e formazione (sono inclusi
quindi i trasferimenti alle famiglie e alle istituzioni pubbliche e
private) al prodotto interno lordo (Pil).

La documentazione sopra riportata e' ambigua e non passarebbe una peer-review standard di un articolo scientifico. A meno che all'ISTAT non siano dei totali incompetenti, a me sembra evidente che l'indicatore e'  il rapporto tra "spesa per istruzione pro-capite" e "PIL nazionale pro-capite", un rapporto che e' sensato e che consente di confrontare paesi diversi e regioni diverse all'interno dello Stesso Stato.

Non credo proprio che abbiano usato dati come la frazione di popolazione in eta' scolare, che comunque in primissima approssimazione e' costante. Io personalmente non lo farei, perche' il mio concetto di istruzione comprende la riqualificazione, e ogni forma di istruzione e qualificazione degli adulti. Per esempio in Germania ci sono scuole che utilmente consentono agli adulti senza diploma liceale di conseguirlo, questa e' una spesa che va sicuramente inclusa nel comparto dell'istruzione. 

Per esempio in Germania ci sono scuole che utilmente consentono agli adulti senza diploma liceale di conseguirlo

Ci sono anche in Italia.

sembrerebbe che il problema italiano non sia veramente quello di un basso livello di istruzione. Strano.

Hai ragione a considerarlo strano ma basta leggere bene i numeri come anche altri hanno commentato per capire che l'Italia ha meno istruzione stimata come anni di scuola / cittadino rispetto altri paesi europei (proprio questo e' l'indicatore che penalizza l'Italia nello Human Development Report dell'ONU tra l'altro). Ma questa non e nemmeno tutta la storia: oltre ad avere meno anni di scuola, dai confronti internazionali come Pisa 2003 e Pisa 2006 appare evidente che la qualita' dell'istruzione impartita e' ultima in Europa: disaggregando si vede che i problemi stanno a Sud, e in parte al Centro. Come ha riassunto Mario Draghi in una sua recente relazione, un 7 al Sud equivale ad un 4 al Nord: secondo gli standard del Nord (e dell'Europa) la qualita' dell'istruzione meridionale e' insufficiente.

Il problema italiano quindi e' duplice: bassa scolarizzazione, e bassa qualita' della bassa scolarizzazione, e l'epicentro di tutto e' localizzato nel Mezzogiorno.

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