Letture per il fine settimana 23-4-2011

23 aprile 2011 sandro brusco

Questa settimana: guerra e tassazione progressiva; effetti collaterali del referendum sui servizi idrici; la grande recessione e i trasferimenti intragenerazionali; sul programma economico del PD; qualcosa di riformista sul precariato.

Buona lettura e buon fine settimana.

44 commenti (espandi tutti)

Il link per Andrea Boitani e Marco Ponti non funziona.

Scusassero! Ho messo a posto, grazie per la segnalazione.

Quando ho visto l'articolo di Alberto su il Fatto, a me e' subito venuto in mente questa scena.

Non e' che ci si potesse aspettare una reazione molto diversa, vista la tipologia dei commentatori di quel giornale.

 

Che bella (e divertente) la risposta di Bisin ai commenti.

C'è un passaggio, nell'articolo di Nannicini, che mi ricorda un dibattito già visto in nFA:

Negli ultimi quindici anni, la frazione di lavoro temporaneo è aumentata, ma non esplosa. Questo può voler dire solo una cosa: visto che gran parte dei nuovi contratti è di natura temporanea, una parte di questi conduce alla stabilizzazione (in caso contrario, la frazione di lavoro temporaneo dovrebbe crescere esponenzialmente nel tempo).

Ricordo che un interlocutore non voleva accettare questa conseguenza logica dei dati, che Michele - mi pare - si sforzava di spiegargli. Fa piacere leggerne ora anche in un sito che direi - interpretando Sandro - non essere sospettabile di collateralità con i "biechi liberisti nemici del popolo" ..... :-)

"Negli ultimi quindici anni, la frazione di lavoro temporaneo è aumentata, ma non esplosa." -> sarebbe utile spiegare perchè è utile o inutile (e a chi ) poichè  cambiano solo i contraenti mentre i contratti (posti di lavoro) sono sempre gli stessi ... alimentati solo da quelli che per i pensionamenti diventano temporanei ... oltre a quei pochi "posti" veramente nuovi di nuove società e di quelli dovuti a sempre più numerose cessioni di ramo d'azienda (che poi spariscono) ... ogni riferimento al caso Fiat è puramente voluto :-)

I link riportati nell'articolo di Nannicini fanno veramente impressione. Un partito veramente conservatore sul mercato del lavoro.

Purtroppo, il regalo non sarà solo per Alemanno: infatti è ormai esplicita e dichiarata la volontà di buona parte degli amministratori locali di non fare gare per diminuire il costo dei servizi locali, anche in caso di sprechi vistosi o gestioni dissennate: sono certi che le loro imprese non potranno fallire e che i contribuenti (e gli utenti) alla fine saranno chiamati a pagare.

Dall'articolo di Boitani. Per la serie: non solo gli elettori pagano per gli sprechi vistosi ma si sobbarcano i costi di quegli sprechi manifestando consenso. Peggio di così?

Tra l'altro, se la gestione pubblica, per esempio, delle condutture ha prodotto sprechi del prezioso liquido in forme che sono, da un punto di vista ambientale, oltraggiose, come si può ancora difendere la pubblicità dell'acqua senza se e senza ma? 

Ricollegandomi all'articolo del prof Bisin sul Fatto, segnalo questo articolo interessante (credo) apparso su voxeu che parla della Danimarca e degli effetti del "precariato".

 

 

Non ho ancora letto il paper, ma ho dei dubbi:

1) il paper mi pare teorico e calibrato coi dati della grande recessione, quindi '29: saranno state buone notizie per i ragazzi del '99, ma a quelli odierni credo interessi poco;

2) da teorico però tendo a considerare il modello buono per spiegare anche la crisi odierna. Ora, se parliamo dei prezzi delle case, però, non mi è chiaro però perchè un crollo dei prezzi (se di crollo davvero si tratta) dovrebbe penalizzare gli anziani. Il crollo penalizza in caso di vendita: ma l'anziano non vende la casa, se la tiene fino all fine. O no? Al limite ci smenano gli eredi (toh: i giovani, manco a farlo apposta).

3) Poi a me il problema oggi pare che sia il crollo dell'occupazione più che la diminuzione dei salari.

4) Mi riservo comunque di rivedere le mie impressioni a caldo dopo aver letto il paper linkato.

 

''Great recession'' si riferisce alla recessione del 2008-2009. Quella del 1929 è comunemente chiamata ''great depression''. Il paper riguarda gli Stati Uniti. Qua vendere la casa al raggiungimento della pensione e andarsene in affitto in qualche villaggio della Florida non è così strano. La ricchezza è molto più concentrata che in Italia, quindi una grossa fetta della popolazione non eredita. Per cui sì, per i giovani il crollo dei prezzi delle case è stato un indubbio vantaggio. L'effetto netto è questione empirica, e per questo gli autori calibrano il modello. Poi, come sempre, le stime possono solo essere as good as the model is.

Grazie, la confusione è colpa mia!

Ma che palle gli americani che chiamano tutto "Great" e "Big"...

mi è chiaro però perchè un crollo dei prezzi (se di crollo davvero si tratta) dovrebbe penalizzare gli anziani. Il crollo penalizza in caso di vendita: ma l'anziano non vende la casa, se la tiene fino all fine. O no?

<em>Equity Release<em>
<em>Home Reversion Plan<em>

Simply explained

<em>The benefits to you<em>

  • You receive a cash lump sum to spend on whatever you want.
  • You can continue to live in your home rent free until you die or go into long term care.
  • A Home Reversion Plan is portable so you can still move if you want to, as long as your new home meets the eligibility conditions at the time.
  • The 'inheritance protection' guarantees a minimum payment to you or your estate if you die or need to move into long term care within the first four years of the plan.
  • If you sell less than 100%, you may be able to guarantee an inheritance for your family from the sale of the property.
  • The 'house price inflation' guarantee means you may receive a payment when you die or move into long term care, if your property value increases above a certain level over the term of your plan.
  • We encourage you to involve your family in the decision process and they can attend any of the appointments you have with one of our advisers.

Gli svantaggi sono lasciati come esercizio per il lettore.

Salve,

vorrei , per quello che conta , dare un consiglio a chi si "avventura" nella discussione del precariato in Italia. Paese nel quale si scivola dal merito all'ideologico in poco tempo.

Secondo me bisognerebbe insistere su un punto poco reclamizzato ( non mi veniva altro termine ). E cioè questo : "E poi perché la protezione è del posto di lavoro, non del lavoratore".

Spesso si confonde la difesa della "scrivania" con la tutela delle competenze che un lavoratore vuole siano riconosciute nella società. Cioè il discorso ( lo metto giù grezzamente ) deve essere : "io lavoratore perdo il posto di lavoro ma non voglio che sia perso con esso tutto quello che ho fatto e imparato; non voglio , in altre parole, che le mie competenze siano disperse"

Vorrei anche dire che spesso ( non voi che' ho gia' visto questa divisione ) non si separano i lavori di "concetto" con quelli a basso valore aggiunto. Non voglio con questo dire che esistono lavori di serie a e di serie b ; tutti i lavori hanno uguale dignita' ma hanno pero' diverse debolezze ed esigenze.

La precarietà ,per un lavoro come il mio e per come la vedo io, non esiste ( lavoro come consulente per i servizi IT ) ed anzi spesso è l'azienda che mette i bastoni fra le ruote se voglio cambiare lavoro ( i preavvisi , la non concorrenza ... ). Mentre mi rendo conto che alcuni lavori hanno bisogno di maggiore protezione perchè le persone conivolte ( vuoi per la bassa istruzione , vuoi per il basso tasso di competenze richieste ) avrebbero maggiori difficoltà a ricollocarsi.

Anche qui secondo me andrebbe chiarito che il dualismo al limite dovrebbe essere non tra protetto/non protetto ma tra skill/no skill.

Voglio dire : va bene io posso anche fare un lavoro diverso da quello che faccio ora. Magari imparo a fare altro ma per la società ha senso che una persona che ha competenze verticali su una tecnologia venga "rimossa" dal lavoro che sa fare meglio ? Ovviamente la risposta "se il mercato del lavoro è saturo per quel settore è giusto che faccia dell'altro" non va bene in Italia appunto perchè ( e qui entra in gioco la mia esperienza personale che non fa statistica ma nel mio campo si verifica spesso ) il mercato è saturo perchè molti incompetenti "galleggiano" al posti dei meritevoli.

Allora , e qui torno al punto , siccome c'è un incompetente si prendono 3 precari che fanno il suo lavoro e mettono le pezze ai casini che combina ( anche qui parlo per esperienza in prima persona ). Non so , secondo me dovreste riuscire a far capire che la sicurezza nel futuro non la da' il badge aziendale ma saperlo programmare. 

 

"Lo sapevamo già" diranno i nostri lettori, leggendo l'editoriale di Bill Emmott (ex direttore di The Economist) che ho linkato da La Stampa.

Verissimo: lo sapevamo già e lo andiamo ripetendo da quando abbiamo iniziato il blog che i fatti quelli sono.

Allora, perché mettere in evidenza un articolo che ripete ovvietà? Perché se ne sono accorti anche all'estero? No, all'estero (che alla fine è dove stiamo anche 6/7 di noi redattori) le sanno da anni queste cose. Anche per esse il flusso di FDI verso l'Italia s'è ridotto ad un rivoletto minuscolo.

No, la notizia è che, per poter scrivere su un grande giornale italiano che tutti mentono: ministri, politici, alti funzionari, giornalisti, banchieri, industriali, accademici al soldo dell'uno e dell'altro, tutti insomma, occorre chiamare Emmott. Ed è già tanto che a La Stampa abbiano avuto il coraggio di chiederlo, ad Emmott, di scrivergli l'editoriale.

Però avrebbero potuto chiederlo ad Alberto Bisin, gli sarebbe pure costato (un po') meno :-) O avrebbero potuto pubblicare in buona evidenza la stessa notizia su il Sole 24Ore e chiedere ad uno qualsiasi di noi di commentarla. Non preoccupatevi, non sto cercando lavoro editoriale: ne ho fin troppo e non trovo nemmeno il tempo per scrivere i due o tre editoriali mensili che Il Fatto mi chiede. Non è lì il punto, anzi ...

Il punto è che c'è la censura in Italia. La censura volontaria, anzitutto: tutti quelli del giro - con le solite isolatissime eccezioni, che poi sono ai margini o fuori dal giro come Oscar Giannino o Mario Seminerio o ... non me ne viene un altro ma son certo che c'e' ... aiutate la mia stanca memoria please - mentono. Come ha notato Emmott, appunto, mentono giornalisti, accademici, dirigenti del tesoro, banchieri, eccetera. Lo fanno volontariamente. Perché? Lascio a voi la risposta, a me sembra ovvia.

Ma c'è anche la censura involontaria e forzosa su quelli come noi (non solo noi, ma anche noi e, devo tristemente riconoscerlo, in primis noi) che hanno la sfacciataggine di ripetere che il re è nudo e la situazione pietosa. Cosa che, by the way, quel 50-60% della popolazione che la situazione di declino la paga quotidianamente sulla propria pelle, conosce benissimo; solo che da un lato non sa come articolarla in un quadro globale e, dall'altro, non ha maniera di esprimerlo nei luoghi deputati del dibattito politico che sono poi, alla fine, cinque o sei programmi televisivi e tre o quattro quotidiani. E questo italico "silenzio degli agnelli" si deve anche al fatto che quelle poche decine di "tecnici" che, come i redattori di questo blog, documentano che da tre anni a questa parte Tremonti mente in compagnia di BS, di Brunetta, di Sacconi ...  e che prima di loro mentivano Padoa Schioppa e Prodi ... e che ora Fassina, Bersani e compagnia dicono follie e promettono soluzoni tanto impossibili quanto ridicole ... e che anche la sciura Emma dice spesso cose che non dovrebbe dire mentre non dice quelle che dovrebbe dire e, soprattutto, non compie gli atti ed i gesti che dovrebbe invece compiere ... ecco, quelli che rompono le palle ripetendo e documentando queste banalita' (nel senso di cose ovviamente vere) vengono silenziosamente censurati. Non esistono sui media che gli "agnelli" (con la "a" minuscola) leggono e guardano, ossia nei media che contano sul piano politico.

Questo nostro martellante e sempre più sguaiato ripetere che il re, la regina, i principini e persino i valletti sono in mutande, ci ha fatto diventare assolutamente indesiderati e non benvenuti non solo nei salotti buoni, che lì non c'è mai stato posto per gente come noi, ma praticamente ovunque. Puzziamo, insomma.

Non è un'esperienza nuova, ci sono abituato e non mi preoccupo. Idem, ne son certo, per gli altri. Ma è bene si sappia: in Italia oramai c'è la censura della casta su coloro che la sbugiardano provando che racconta balle al popolo mentre continua a truffarlo. Sto parlando di tutta la casta, sia chiaro: di Bersani e D'Alema oltre che di Tremonti e Berlusconi.

Ci vuole Bill Emmott per dirlo, in un articolo che purtroppo noteranno in 214, forse 217. E poi si ritorna alla chiacchera ed alla menzogna generalizzata. Tanto, quelli che raccontano le cose come sono e magari mettono il dito sulla piaga e poi lo puntano sui responsabili sono dei cafoni intolleranti e maleducati. Dire ai bugiardi che mentono è intolleranza, nel Bel Paese.

Meno male che almeno Bill Emmott ancora può dirlo. Attendo con timore il giorno che censureranno pure lui.

Meno male che almeno Bill Emmott ancora può dirlo.

E lo dice perché è invidioso.

"Posso capire gli stranieri, invidia, interessi, odio, stiamo sui coglioni ecc..,non capisco i miei conterranei, sopratutto pennivendoli che in patria o all'estero sputtanano peggio degli stranieri. Infine una domanda, perchè ti incazzi? Verranno tempi migliori, abbi fede."

http://www.nowitaly.com/giornale/politica/120457/silvio-berlusconi-luomo-delle-pubblicit-italia-allestero-esalta-cultura-germania-esempio-poca-democrazia.htm

Tra la gente comune che discute, l'invidia compare spesso come causa delle opinioni straniere sull'Italia:

http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20110303123725AAWTTm0

Ma non è neanche  una peculiarità italiana. Anche chi, qualche anno fa, notava l'insiostenibilità finanziaria della crescita irlandese era "invidioso".

Anonimo dei miei stivali: chi sono i "pennivendoli"?

 

Non ne ho idea. Il commento non è mio, è di un certo Attalo, e lo ho riportato. Faccio ammenda per non aver chiaramente riferito di averlo riportato. Le ho fatto perdere del tempo.

Ma l'ho riportato perché mi è rimasto impresso come miglior esempio "dell' auto-illusione nazionale, nel tentativo di sfuggire alla dolorosa realtà".

Secondo me, uno dei pilastri di questa autoillusione è la credenza popolare secondo cui i critici stranieri dell'economia (e della politica) italiana siano mossi da sentimenti di invidia (e gli osservatori italiani dall'estero o sono venduti o sono autolesionisti).

Lei afferma che i critici vengono ritenuti "puzzoni", "cafoni intolleranti" e "maleducati". Io, da embedded, penso invece che, tra la popolazione generale, sia molto più diffusa e pregante la credenza che i critici sono semplicemente "invidiosi" del "Belpaese". Come riporta quest'altra opinione dell'uomo della strada (presente nell'altro link):

A noi sembra strano, ma ci sono molte cose di noi che all'estero ci invidiano: la storia, l'arte, la cultura, lo stile di vita, la genialità, ecc.
Io sono stato per brevi periodi in Francia e in Inghilterra ed ho notato queste cose.
Poi ricordati che chi disprezza compra!

D'altra parte le chiusure dei due commenti autocelebrativi:

verranno tempi migliori, abbi fede

Poi ricordati che chi disprezza compra!

Dimostrano effettivamente che tra la gente italiana giro qualche dubbio sulle capacità e qualità dell'Italia c'è.

P.s.

Un consiglio: la sua risposta al mio commento può essere facilmente interpretata dall'italiota medio (che non conosce la sua professionalità e il suo orgoglio nel ribadirla) come la classica "coda di paglia". Se ne ricordi la prossima volta (spero presto) che parteciperà a Ballarò, o un interlocutore mediamente furbo potrebbe utilizzare questo suo atteggiamento contro i suoi stessi argomenti.

P.s.

Un consiglio: la sua risposta al mio commento può essere facilmente interpretata dall'italiota medio (che non conosce la sua professionalità e il suo orgoglio nel ribadirla) come la classica "coda di paglia". Se ne ricordi la prossima volta (spero presto) che parteciperà a Ballarò, o un interlocutore mediamente furbo potrebbe utilizzare questo suo atteggiamento contro i suoi stessi argomenti.

Ringrazio del consiglio, che terrò in debito conto. Vedo che, comunque, a qualcosa è servita la mia risposta: hai chiarito il senso del tuo commento, precedentemente incomprensibile e separato le opinioni tue da quelle degli altri. Continuiamo a non sapere chi siano i "pennivendoli" ma almeno sappiamo che dovremmo chiederlo a tal Attalo ...

Come costui anche tu continui a rimanere anonimo, ma qualche passo avanti nel trasmettere messaggi comprensibili l'abbiamo fatto. It's a lot.

Per Ballarò vedremo al momento. Idem per l'interlocutore "mediamente furbo". Se la celebre "furbizia" nazionale bastasse per annullare gli argomenti, l'evidenza disponibile suggerirebbe che abbia iniziato a scarseggiare alquanto.

Non capisco anche la questione dell'invidia per la storia arte cultura genialità che fanno parte del passato in quanto oggi non mi venite a dire che jappo e silicon valley boys siano meno geniali di noi italiani (in Italia).

Detto ciò, all'estero non si critica l'italia come paese "fisico" (nel senso, ciò che si trova in italia perchè c'è per natura oppure l'abbiamo costruita nel passato, o meglio, l'hanno costruita chi viveva qui nel passato) ma certi comportamenti di alcune persone che sono state votate e che ci governano oppure certe amicizie con alcuni leader poco democratici tanto per fare due esempi. 

 

Parlando con stranieri (soprattutto ragazzi vista la mia età), mai nessuno ha criticato l'Italia in sè, è assolutamente falso per quello che vedo.

Ci invidiano perchè abbiamo Pompei, ci criticano perchè la facciamo cadere a pezzi...

L'articolo di Bill Emmott è benvenuto, ottimo etc etc etc. Tutti lo amiamo e leggiamo avidamente l'Economist. Ma anche lui trucca i dati (o, in una versione più benevola non ci staattento). Le esportazioni olandesi non possono essere superiori a quelle italiane, visto che il PIl olandese è meno del 30% di quello italiano. E' molto probabile che il dato comprenda anche merci transitate attraverso Rotterdam. Le statistiche storiche del commercio escludevano il transito, ma  non so come siano fatte ora

Hanno dei seri problemi a escludere il transito (il cosiddetto entrepôt trade). Ad esempio, secondo quasi tutte le fonti (OCSE, Comtrade, ecc.), il Belgio esporta molti piu' beni manufatti di quelli che produce!

Poi Emmott non trascura qesto argomento, dice letteralmente

"L’idea è bella, ma purtroppo le esportazioni annue dell’Italia la collocano non al secondo, bensì al quarto posto nell’Ue, con il sorpasso della Francia e dei Paesi Bassi. Se poi, come si dovrebbe fare se si misurano le entrate reali dalle esportazioni, si includono nel calcolo anche i servizi, l’Italia scende al quinto posto, battuta anche dal Regno Unito. Si potrebbe anche ammettere che nel caso dei Paesi Bassi alcune esportazioni sono in realtà re-esportazioni in quanto si tratta di prodotti trasportati su per il Reno e lavorati laggiù, ma anche con questa correzione l’Italia non riesce a riguadagnare il secondo posto.".

Cioè da quel che ho capito anche escludendo i Paesi Bassi l'Italia non è comunque seconda come dicono i "tromboni della pubblicità".

Le esportazioni olandesi non possono essere superiori a quelle italiane, visto che il PIl olandese è meno del 30% di quello italiano

Non vedo la ragione dell'impossibilita', Giovanni.  Avresti ragione se il rapporto esportazioni/PIL fosse costante tra paesi diversi. Ma non lo e', e tipicamente e' molto piu' alto in piccole economie molto aperte come quella olandese. Se il PIL olandese e' un terzo di quello italiano basta che l'Olanda esporti piu' di tre volte dell'Italia per ogni euro di PIL per avere un volume di esportazioni superiori.

I dati Eurostat per il 2010 dicono proprio questo, ovvero:

 

Esportazioni (beni e servizi) in % del PIL:

Italia: 26,8%

Olanda: 78,4%

 

Esportazioni (beni e servizi) in milioni di euro:

Italia: 414,728.4

Olanda: 463,483.0

Il che vorrebbe dire che

i) i settori non tradables (pubblica amministrazione, commercio al dettaglio, servizi alla persona) rappresentano solo il 21.6% del PIL olandese

ii) gli olandesi non consumano neanche uno spillo della loro produzione di tradables - la esportano tutta e reimportano l'equivalente. Va bene la product differentiation, ma mi sembra eccessivo

Mi sembra più probabile che le esportazioni siano gonfiate dal transit trade

La questione dovrebbe essere facilmente risolvibile guardando alla quota di import no? Se è transit trade dovrebbe essere corrispondentemente molto alta. Chiedo scusa per l'incapacità, ho provato a trovarla guardando la banca dati linkata da Giulio ma in 5 minuti non sono riuscito a trovare il dato. Mi appello a chi ha più dimestichezza.

C+I+G = Y-X+M

Se M cresce quando X cresce, ognuno dei due può tranquillamente diventare un multiplo di Y, senza ridurre necessariamente né C, né G ...

Per dettagli sul commercio estero Olandese e la sua evoluzione durante gli ultimi due decenni, vedi qui.

Yes, economic policies matter.

P.S. Dopodiché Voltremont ed i suoi Mangiamorte sul Sole ed altrove possono continuare a sparlare ed a mentire a piacere. Tanto, gli italiani son furbi: sanno che gli altri sono invidiosi e che, comunque, è tutto un complotto per negarci il posto al sole ...

Michele (e Sandro), vediamo di capirci. Io ho solo espresso il dubbio che le esportazioni totali (e non il grado di apertura che è già troppo sofisticato) siano una misura corretta di competitività e di benessere per un paese. La misura è stata proposta da Fortis (che Dio lo fulmini) ed implicitamente accettata come buona da Emmott (che Dio l'abbia in gloria). Secondo me ha poco senso ed ha poco senso anche il grado di apertura  Facciamo un esempio numerico. Tre paesi, con la stessa popolazione (100) e VA in non tradables (100)

Caso 1 [Germania] importa materie prime per 100 e riesporta manufatti per 200 in cambio di 100 di beni di lusso Totale  PIL 200 (pro capite 2) e export/PIL 100%

Caso 2 [Olanda] fa transitare sul suo territorio 300 di prodotti con un VA di 5 in trasporti. Totale VA 105 (1.05) ed export/PIL 285% Saldo netto export per l'acquisto di beni di lusso 5

Caso 3 [Taiwan] importa materie prime per 100, esporta semi-lavorati per 110, reimporta semi-lavorati per 150, riesporta semilavorati  per 180, reimporta semilavorati per 200 ed infine riesporta prodotti finiti per 220 . PIL totale 160 (1.6 pro-capite), export totale 510, export/PIL 318%. Saldo netto per l'acquisto di beni di lusso 60

Secondo il criterio Fortis il paese più competitivo sarebbe Taiwan, e l'Olanda sarebbe meglio della Germania con ambedue i criteri .

 

Sì, sì, d'accordo. Anc'io non vedo proprio perché dovremmo usare la quota di esportazioni come indicatore di benessere. Credo tra l'altro che Fortis abbia anche fatto peggio, tipo proporre l'esportazione di pomodori or something come indicatore. Non ho voglia di andare a vedere con esattezza perché non val la pena perdere ulteriore tempo con il soggetto.

Per rispondere alla domanda di Sandro:

Esportazioni 2010 (beni e servizi), % del PIL:

Italia: 28,5%

Olanda: 70,3%

Il che non prova che sia transit trade. Coerente, ad esempio, con la possibilita' che l'Olanda, una piccola economia, importi un sacco di materie prime e beni intermedi ed esporti beni finali. Come ha spiegato Michele, questo non implica che allora non resta nulla da consumare per gli olandesi.

E' un classico esempio che si fa agli studenti: le esportazioni possono essere superiori al 100% del PIL? La risposta e' si, e le economie manifatturiere relativamente piccole e molto aperte al commercio internazionale mostrano perche'.

Le esportazioni (di manufatti) possono essere maggiori del PIL, ma non della produzione, che comprende i beni intermedi. Giovanni ha ragione. Il problema del re-export per paesi come Olanda, Belgio, Hong Kong e Singapore e' ben noto, ma difficile da risolvere. In rete ci sono una marea di articoli di Feenstra su questo punto. Statistics Canada fino a qualche anno fa produceva un data set in cui cercavano di correggere per questo problema (e in cui le esportazioni da A a B erano uguali alle importazioni di B da A, cosa che non succede in nessun data set), ma purtroppo ne hanno interrotto la produzione.

Non ho detto che Giovanni ha torto, mi sono limitato a osservare che non e' ovvio che sia transit trade. Non possiamo sapere in che misura lo sia senza dati piu' dettagliati.

Il punto comunque era capire se Emmott avesse mentito alla pari di quelli che critica dicendo che l'Italia esporta meno dell'Olanda. I dati dicono che non ha mentito. Interpretarli e' poi un altro affare.

quel 50-60% della popolazione che la situazione di declino la paga quotidianamente sulla propria pelle,

Michele, ti posso chiedere a chi ti riferisci?

Io trovo che le pensioni erogate sono circa 23.3 milioni nel 2005.

Mi risulta anche che i dipendenti pubblici siano circa 3.4 milioni (memoria da un vecchio articolo su nFA che non riesco a ritrovare).

Ti riferisci anche a queste due categorie qui sopra? Penso di no, visto che per ora gli hanno solo bloccato qualche aumento, ma non hanno sospeso alcuna pensione, nè licenziato alcun dipendente pubblico.

Mi risulta che nel 2006 erano 47.258.305 gli aventi diritto al voto in Italia.

Pensionati + dipendenti pubblici = 26.7 milioni / 47.3 milioni = 56.5%

Secondo me dovremmo limitarci agli aventi diritto al voto. Concordi?

E immagino la pensiamo allo stesso modo su tutti quei dipendenti di ex monopoli di stato come Poste, Ferrovie, municipalizzate varie: non hanno ancora avuto modo di "sentire" alcun declino sulla propria pelle. Quanti saranno? E non vogliamo metterci proprietari, amministratori e, perché no?, dipendenti di tutte quelle imprese private che godono di concessioni favorevolissime e conseguenti rendite pagate dalla collettività?

In conclusione, se escludiamo pensionati e dipendenti pubblici in senso stretto, gli altri, "quelli che la situazione di declino la pagano quotidianamente sulla propria pelle" a me sembra che siano meno del 44% del corpo elettorale e se ci mettiamo dentro tutta una serie di categorie "ambigue" andiamo molto probabilmente ben al di sotto del 40%.

Dov'è che sbaglio?

Se io, ad esempio, sono un dipendente pubblico e mia moglie no, e lei viene licenziata o deve chiudere bottega or whatever e non trova un altro lavoro, in realta' di questa cosa ne risentiamo molto tutti e due, anche se io conservo il mio posto pubblico. Ovviamente ne risentono anche i bambini, di sicuro se minorenni, ma anche se maggiorenni se ancora studiano.

E' molto difficile, comunque, dire quanti risentono del declino. A me verrebbe da dire tutti, compresi quei dipendenti pubblici che se il paese fosse migliore magari farebbero un altro lavoro nel settore privato.

A me verrebbe da dire tutti,

Yhea, ad esempio, consideriamo la Germania: i giovani a 20 anni si trovano un lavoro e vanno a vivere in affitto fuori di casa. Quanti dipendenti pubblici e/o pensionati mantengono o comunque son costretti a convivere con i figli perchè questi non potrebbero mantenersi da soli? Questa non è la normalità, ci siamo talmente dentro che ci sembra lo sia.

Giuseppe, capisco il senso del tuo ragionamento (che condivido nel fondo) ma la realtà è un po' più complicata, a mio avviso.

Anzitutto, non è necessariamente il caso che coloro che "pagano il declino" non ne siano responsabili e parte. I processi sociali sono, come sappiamo, meno semplici di quello che appaiono.

Questo vale, per esempio, per molti pensionati che ricevono una pensione (in, a naso, 1/4-1/3 dei casi) almeno parzialmente non guadagnata ma comunque bassa ed a volte miserrima. Vale anche per una grossa fetta dell'impiego pubblico (penso al mondo della scuola) dove non sono tutti necessariamente cialtroni (anzi, se guardo la qualità dell'istruzione obbligatoria al Nord come misurata da PISA, direi che decisamente non lo sono) ma vengono pagati una miseria, assolutamente una miseria, rispetto ai loro colleghi europei o americani. Di nuovo, essi sono in parte causa dei loro stessi danni, avendo appoggiato per anni le follie sindacali che hanno moltiplicato il numero degli insegnanti per redistribuire miseria e fare tessere, ma ciò non toglie che il declino lo vivano sulla propria pelle. L'elenco di "vittime di se stessi, oltre che della casta" è piuttosto lungo in quello strano paese ...

Vi sono, d'altro canto, le categorie che tu giustamente definisci "ambigue" e che forse compensano, ma lo dubito. Di certo c'è la gioventù, anche quella d'età inferiore ai 18, che da quanto percepisco se la passa non decisamente bene e guarda ad un futuro abbastanza privo di prospettive.

Insomma, che ci sia almeno un 50% del paese, probabilmente di più, che il declino in corso lo percepisce già molto chiaramente sulla propria pelle a me sembra un dato acquisito. Per calcolarlo esattamente bisognerebbe ripensare e rifare il saggio sulle classi sociali, tutte questa volta non solo alcune ... Ci fossero i soldi per raccogliere i dati lo farei, sono anni che ho in mente di farli questi conti. Ma a nessuna ricca fondazione italiana interessa, chissà perché ...

P.S. Forse mi sbaglio e sono troppo ottimista. Ottimista perché, essendo l'Italia un paese dove ancora si vota, condizione necessaria (ma assolutamente non sufficiente) per un'inversione è che quelli che stanno male siano almeno la maggioranza. Se sono una minoranza allora il caso è chiuso ...

Giuseppe, capisco il senso del tuo ragionamento (che condivido nel fondo) ma la realtà è un po' più complicata, a mio avviso.

Ti ringrazio e concordo sulla complicazione.

molti pensionati che ricevono una pensione (in, a naso, 1/4-1/3 dei casi) almeno parzialmente non guadagnata

A naso io direi molto di più di 1/4. Credo dipenda dai criteri che si usano per definire una "pensione guadagnata". Se il criterio è "aver versato la quota di contributi che la legge imponeva nel momento in cui uno è andato in pensione", allora la maggioranza è a posto e generalmente non si merita le pensioni da fame che percepisce.

Personalmente (e mi rendo conto che così scado nell'arbitrarietà, ma non ho le competenze economiche per esprimere il concetto in termini corretti...) ritengo che una pensione sia guadagnata quando il valore attualizzato (spero si capisca cosa intendo) dei contributi versati dal soggetto è pari (con qualche tipo di funzione che la distribuisce nel tempo) alla somma delle annualità che è plausibile che percepisca data la sua aspettativa di vita.

Messo così probabilmente è un criterio troppo astratto, ma qualcosa mi dice che tutti quelli che sono andati in pensione con 35 anni di contributi di cui 5 conteggiati "riscattando" gli anni di università, sono già oltre il limite. Moltissimi di quei 23.5 milioni sono lontanissimi anche da questo scarso traguardo.

Ho recentemente trovato dei dati, pare di provenienza OECD (io li ho recuperati qui), che mi dicono che l'Italia è fuori scala se guardiamo gli employed in età da pensione.

Country Early retirement age Normal retirement age Employed, 55–59 Employed, 60–64 Employed, 65–69 Employed, 70+
Austria 60 (57) 65 (60) 39% 7% 1% 0%
Belgium 60 65 45% 12% 1% 0%
Denmark none 65 77% 35% 9% 1%
France 62* 65* 51% 12% 1% 0%
Germany 65 67 64% 23% 3% 0%
Greece 57 65 51% 31% 8% 1%
Italy 57 65 (60) 34% 12% 1% 0%
Netherlands 60 65 53% 22% 3% 0%
Norway 62 67 ? ? ? ?
Spain 60 65 46% 22% 0% 0%
Sweden 61 65 78% 58% 5% 1%
Switzerland 63 (61), [58] 65 (64) 77% 46% 7% 2%
United Kingdom none 65 69% 40% 10% 2%
United States 62 67 66% 43% 20% 5%

Penso possiamo concordare che se, a parità di spesa pensionistica (e mi risulta che non siamo lontani dagli altri paesi sviluppati), abbiamo un numero di pensionati tra il 50% e il 150% superiore a quello di paesi comparabili l'effetto sia che il pensionato medio è 1) un morto di fame e 2) uno che al solo pensiero che qualcuno tocchi la spesa pubblica e gli riduca ulteriormente l'unica fonte di sussistenza che possiede vota subito dall'altra parte, anche perché è più giovane e sa che dovrà vivere di pensione altri 20-30 anni, mentre magari uno svedese di 75 anni è disposto a pensare anche ai suoi nipoti, posto che ci sia bisogno di ridurre la spesa pubblica svedese...
Ovviamente l'abbondanza di pensionati ha conseguenze anche sul reddito disponibile fra quelli che lavorano, ma questa è un'altra storia.

Non voglio farla troppo lunga, visto anche che non riesco a trovare da nessuna parte i dati sui dipendenti pubblici e tantomeno quelli "ambigui", ma vivendo qui (e in una delle zone dove pensioni d'invalidità e dipendenti pubblici sono meno abbondanti) ho la sensazione che la somma di tutte queste più o meno piccole distorsioni italiane abbia fatto sì che ben più del 50% sappia magari che c'è la crisi e abbia qualche parente che ha perso il posto, ma sia ancor più cosciente del fatto che LUI vive grazie a trasferimenti statali appena sufficienti e quindi non possa permettersi alcuna riduzione.

condizione necessaria (ma assolutamente non sufficiente) per un'inversione è che quelli che stanno male siano almeno la maggioranza. Se sono una minoranza allora il caso è chiuso ...

Mi fa piacere che concordiamo ;-)

Siamo proprio sicuri che i dati di cui parli non siano già disponibili, almeno parzialmente?

La mia sensazione è che siamo abbastanza lontani dal 50% per giustificare anche una stima grezza e l'importanza della questione mi pare ovvia.

Personalmente (e mi rendo conto che così scado nell'arbitrarietà, ma non ho le competenze economiche per esprimere il concetto in termini corretti...) ritengo che una pensione sia guadagnata quando il valore attualizzato (spero si capisca cosa intendo) dei contributi versati dal soggetto è pari (con qualche tipo di funzione che la distribuisce nel tempo) alla somma delle annualità che è plausibile che percepisca data la sua aspettativa di vita.

 

Con questo criterio, tutte le pensioni attuali e una quota consistente di quelle future NON possono essere guadagnate, indipendentemente dal corretto calcolo attuariale dell'aliquota di contributi. Infatti secondo il criterio retributivo, le pensioni sono in proporzione all'ultimo stipendio mentre i contributi sono in proporzione allo stipendio. L'ultimo stipendio è superiore alla media degli stipendi durante la vita lavorativa se il lavoratore ha goduto di scatti di anzianità o promozioni - come direi nel 99.99999% dei casi. Il criterio retributivo è stato abolito dalla riforma Dini del 1995, ma solo per i nuovi assunti e per quelli che nel 1995 avevano meno di 18 anni di anzianità ed è stato sostituito da quello retribuitivo (la pensione in rapporto ai contributi versati). Infatti i giovani avranno pensioni da fame.

Lo supponevo. Grazie per la conferma.

Con questo criterio, tutte le pensioni attuali e una quota consistente di quelle future NON possono essere guadagnate, indipendentemente dal corretto calcolo attuariale dell'aliquota di contributi.

Scusa, e perché? Dipende da che percentuale è la pensione rispetto all'ultimo stipendio, dall'aliquota contributiva e dall'aspettativa di vita. Scommetto che il 5% dell'ultimo stipendio per un mese di vita riesci a finanziarlo abbastanza facilmente in 35 anni di contributi, no?

 

 

Non avevo notato questo articolo (QED...)

Veramente impressionante, non per il contenuto che a noi pare ovvio ma esattamente per l'abisso (di stile e contenuto) tra questo e un qualunque editoriale economico di un editorialista (italiano) economico di professione.

Assomiglia a certi post che appaiono su nFA :-)

Ti ringrazio e concordo sulla complicazione.

Giuseppe credo che fai delle assunzioni un pò ardite, troppo schematiche e stabilisci delle correlazioni e dei nessi di causalità piuttosto opinabili. Il punto, ovviamente, non è negare la divisione che esiste tra chi è in posizione meno esposta alla crisi o l'esistenza di categorie che vivono del danaro pagato dai contrinuenti. Pagatori e percettori è la tua ipotesi.  Non è così e la categoria dei percettori è assai più variegata e trasversale di quanto si pensi o di quanto ipotizzi. Torno a condividere qui la mia convinzione che molti dei 'percettori' non si rendano neppure conto di esserlo ovvero non capiscono che continuare ad esserlo è deleterio per loro stessi. Questa è un'altra delle conseguenze indotte dall'assenza di un pubblico dibattito serio e decente sull'Italia, sulla crisi e su come fare ad uscirne. E sono sempre persuaso che se si costruisse il forte messaggio che serve per assicurare un futuro accettabile a tutti, nessuno se non pochi, si tirerebbe indietro. Sarò ottimista, ma credo ostinatamente nella massima che se neppure chiedi (di fare sacrifici spiegandone la ragione) la risposta sarà sempre NO!

"Il formidabile riassorbimento della disoccupazione (prima della crisi degli ultimi anni), soprattutto quella di lunga durata e anche in presenza di una crescita vicina allo zero, è stato favorito dalle riforme del lavoro. Ed è meglio essere precari (con una ragionevole speranza di stabilizzazione) che disoccupati. Certo, alcune fasce di lavoratori deboli restano incastrate in una trappola di precarietà permanente. Ma vanno aiutati con strumenti di welfare e investimento in capitale umano, non vendendo loro illusioni o cavalcandone le (legittime) frustrazioni."

Così recita l'attacco che il Prof. lanca ai "conservatori di sinistra" (così vengono chiamati i socialdemocratici dai conservatori, quelli veri). 

Le domande sono poche e semplici.

1) Perchè molti studi recenti indicano una mancanza di correlazione tra l'indice EPL (employement protection legislation) ed il tasso di disoccupazione e tra la variazione dell'uno e dell'altro? Da cosa dipende la disoccupazione involontaria?

2) Siamo sicuri che il tasso di disoccupazione sia sceso per effetto dei contratti "flessibili" (utilizzando la terminologia dei conservatori veri) e non per il combinato disposto della moderazione salariale degli accordi del '92 e dell'aumento della domanda estera in deficit da parte soprattutto degli Usa (attraverso le bolle di Greenspan ed il deficit estero corrente e quello pubblico)? Infatti quando questa è finita nonostante l'esistenza della legge 30 il risultato è stato un aumento della disoccupazione sia tra i lavoratori "flessibili" che tra quelli "privilegiati" (con aumento del ricorso alla cassa integrazione guadagni per questi ultimi). Tutto ciò mi fa propendere per l'idea che non sia l'EPL a decidere il tasso di disoccupazione ma la struttura merceologica delle sportazioni ed il rapporto tra qualità dei prodotti esportati e salario reale interno, quindi le esportazioni nette di merci, ciò su cui ha sempe puntato l'economia tedesca.

3) Siamo sicuri che con gli "scalini" che dovrebbero portare pian piano maggiori e progressive tutele nel nuovo contratto unico di lavoro si arrivi alla stabilizzazione? Nessuno ha mai risposto chiaramente alla questione posta qualche anno fa da Epifani: perchè un imprenditore non dovrebbe licenziare liberamente un dipendente prima del periodo in cui si perfezionano le tutele progressive? Ogni meccanismo rigido in tal senso porta al licenziamento ed alla reiterazione del contratto, non si scappa.

Quindi perchè, nonostante ci siano queste 3 questioni che pongono grossi problemi sul tavolo, ogni volta che sento parlare o scrivere questi esperti di mercato del lavoro ho l'impressione che loro si autodefiniscano gli unici ragionevoli e tutti gli altri sarebbero dei "conservatori di sinistra" che non vogliono mai cambiare nulla.

Qualcuno può rispondere a queste 3 obiezioni in modo chiaro? Mi sembra che fino ad oggi non ci siano grandi risposte a queste problematiche conseguenze che deriverebbero dal contratto unico.

 

Solo due commenti sulla domanda 3, l'unica su cui forse ho qualcosa di significativo da dire:

perchè un imprenditore non dovrebbe licenziare liberamente un dipendente prima del periodo in cui si perfezionano le tutele progressive? Ogni meccanismo rigido in tal senso porta al licenziamento ed alla reiterazione del contratto, non si scappa.

Se capisco il ragionamento, un datore di lavoro >15 dipendenti OGGI con lo Statuto dei Lavoratori in piedi dovrebbe licenziare sistematicamente ogni dipendente il giorno prima della fine del periodo di prova...a me non risulta che questo accada in maniera diffusa e quindi non c'è questa volontà da parte del "padrone" tipo di liberarsi fin quando possibile dei "sottoposti".

Il fatto è che in economie normali, l'esperienza è generalmente premiale rispetto al costo (ovvero: meglio avere un bravo Tizio con 5 anni di esperienza a 1200€, rispetto ad un qualsiasi Caio senza esperienza a 700€)

Purtroppo, oggi in Italia molti (non mi chiedete di quantificarlo, per carità!) dei nuovi posti di lavoro sono per posizioni nelle quali tale relazione è debole, se non inversa (meglio tanti Caio uno dopo l'altro rispetto ad un solo Tizio).

Se questo accade è anche (non solo, ovviamente) per colpa delle rigidità dei contratti di lavoro: un imprenditore che vuole puntare su un Caio di oggi nella speranza che si trasformi nel Tizio di domani viene dissuaso se non può liberarsene qualora risulti essere il meno capace Sempronio.

Può non piacere (a me, istintivamente, piace poco) ma la realtà del mondo è quella che è e non si cambia con uno schiocco di dita.

P.S.: se non sbaglio, le proposte attualmente in giro di contratto a tutele progressive, considerano le reiterazioni come continuazioni: 2 contratti da 2 anni equivalgono, come tutele, ad un singolo contratto di 4 anni

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti