Letture per il fine settimana 5-3-2011

5 marzo 2011 sandro brusco

Questa settimana: un provvedimento bipartisan per evitare che la gente legga troppo; tassare il cinema per sussidiarlo; un esercizio di memoria; la qualità dei servizi pubblici in Italia;

Buona lettura e buon fine settimana.

50 commenti (espandi tutti)

Il link allo studio sull'efficienza dei servizi pubblici non funziona

Grazie della segnalazione, ora dovrebbe essere a posto. Ho trovato particolarmente interessante la figura 3 a pagina 12, che mostra da un lato il numero di insegnanti per studenti e dall'altro i risultati scolastici misurati dal test INVALSI. Appare, come atteso, la maggiore inefficienza media delle province meridionali, ma anche alcune province del nord non brillano.

In un commento avevo scritto che i nostri politici si ispirano a Superciuk, che prende ai poveri per dare ai ricchi. Direi che le prime due letture confermano empiricamente la mia teoria. Purtroppo non si vedono Alan Ford all'orizzonte.

Corrado, ma Alan Ford è ancora in edicola? Come sta Geremia?

So che è ancora in edicola, ma non lo leggo più da quando smise Magnus, quindi non ti posso dar notizie di Geremia (io adoravo Grunf e le sue assurde magliette "nostalgiche"). Curiosità: ho scoperto che il gruppo TNT è popolarissimo nella ex Jugoslavia.

Per quel che so io è in edicola Alan Ford, ma non più "Il gruppo TNT" che usciva con cadenza mensile.

La cariatide si è data al bunga-bunga.

Ma offre ancora i fiori vecchi alle ragazze che incontra ? E Grunf si schianta sempre con il suo biplano ? Alle volte quando dobbiamo rappezzare qualche cosa che stiamo facendo mi viene da dire "sembriamo il gruppo TNT", ma i giovani non capiscono...

Immagino che la norma che regolamente gli sconti sui libri, avrà l'effetto positivo di far andare all'estero i siti che vendono libri online. Esempio tipico di liberalismo alla bugiardoni

Il provvedimento sugli sconti ai libri sembra uno di quei tanti casi in cui il legislatore fa battaglie di retroguardia per proteggere settori decotti. Il libro cosi' come lo conosciamo e' destinato a scomparire, la diffusione di e-readers e tablets implica che il business model tradizionale sia della produzione che (soprattutto direi) della distribuzione sara' da buttare entro breve come la recente vicenda di Borders mostra chiaramente. Intanto 2 giorni fa la IBS.it ha lanciato il suo e-reader italiano Leggo IBS

Anziche' favorire e rendere meno costosa la transizione, il nostro legislatore svende il futuro per un pugno di voti. Applausi di scherno. 

Sono pienamente d'accordo con l'opinione del prof. Brusco riguardo l'introduzione di una tassa sui biglietti del cinema. Una scelta davvero demenziale!! Però secondo me dovremmo porci anche un'altra domanda: affidarsi solo al mercato (permettendo all'offerta di aggiustarsi liberamente sulla base delle sole preferenze dei consumatori) senza prevedere alcuna forma di sussidio per il cinema di qualità, sarebbe davvero una scelta ottima da un punto di vista della qualità del cinema? Basta vedere le classifiche dei film più visti in Italia negli ultimi anni per rabbrividire! Se si seguisse solo la domanda della maggioranza dei consumatori allora il cinema italiana si ridurrebbe alla produzione solo dei cinepanettoni e di qualche altro film comico scadente (come quello di Zalone, ma questa è solo un'opinione personale :-)). Qualcuno potrebbe dire, a ragione, che solo attraverso l'istruzione e la cultura (ma l'Italia davvero vuole puntare sulla diffusione della cultura?!) è possibile aumentare la domanda di film di qualità. E' vero ma ciò porterebbe dei risultati solo nel lungo periodo. Capisco che i sussidi non siano la soluzione migliore in quanto riducono l'efficienza, ma allora che fare (di certo non tassare!) per evitare che quel poco di cinema di qualità che è rimasto in Italia non chiuda i battenti? Un saluto a tutti.

Achtung! Achtung! Come direbbe Nietzsche: confondi causa ed effetto.

OK: i film più visti sono i cinepanettoni ed i Checco Zalone; produciamo pochissimi film decenti che passino il canton ticino, ma questo succede adesso. E adesso i film sono sovvenzionati !

"Roma città aperta" o "La dolce vita" non lo sono stati.

Il "perchè" lo lascio discutere a qualcuno più in gamba di me, ma l'evidenza dei fatti dice che più il cinema è sovvenzionato più i film sono scadenti, non il contrario.

PS
Tralascio il fatto che preferirei che i soldi che mi vengono scippati come Irpef vengano usati per aiutare anziani e malati mentre se voglio andare al cinema son disposto a pagare di tasca mia.

Visto che siamo d'accordo sul lungo periodo, la domanda è che fare nel breve. Io credo niente. Prova a rispondere alla seguente domanda: è meglio che non ci siano sussidi o che ci siano dei sussidi decisi da Bondi o qualcuno degli altri signori che pensano che la cultura si promuova aumentando il prezzo dei libri e mettendo tasse sui biglietti del cinema? A me la risposta pare ovvia. Nota che queste sono le alternative reali. Inutile fantasticare di un mondo inesistente in cui i sussidi vengono decisi da autenici saggi che hanno unicamente a cuore l'elevazione dello spirito. Le decisioni verranno prese dai politici, e i politici di entrambi gli schieramenti sono scarsi assai e lo saranno per lungo tempo.

Sono un po' più ottimista di te sulla domanda di cultura in Italia. Secondo me ce n'è abbastanza per mantenere in vita un'industria culturale di dimensioni decenti; ma anche se così non fosse, per cui non esiste possibilità in Italia di sostenere un'industria culturale autonoma, mi pare molto improbabile che tale industria possa decollare grazie a qualche decina di milioni di sussidi.

Chiaro che poi la domanda per entertainment di massa alla cinepanettoni è più forte della domanda di cultura, ma non vedo perché la cosa dovrebbe preoccupare. Quelli, come (suppongo) il 99% dei frequentatori di questo sito, a cui i cinepattoni non interessano non fanno altro che evitare di andarli a guardare, no?

Non sono proprio sicuro, ma forse ci sono gli estremi per fare ricorso alla Commissione Europea. Se ho capito bene questa tassa colpisce il consumo di TUTTI i film, sia quelli italiani che quelli non italiani, ma il ricavato andrebbe a finanziare soltanto i film italiani.

Ci vedrei quindi un problema di discriminazione verso i film non italiani da trattare sulla base delle norme sulla concorrenza e/o sul mercato interno.

Si potrebbe anche fare un ricorso al Consiglio d'Europa: se io sono un Turco che vive in Italia e considero il cinema turco un'espressione essenziale della mia cultura, potrei sentirmi leso da questa tassa che in qualche modo mi ostacola o mi penalizza quando vado a vedere un film turco, mentre i film italiani sono compensati.

Non mi sembrano due casi fortissimi, ma magari vale comunque la pena di provare.

Quanto alle questioni di principio io sono contrario al finanziamento pubblico della cultura: l'intellettuale che prende soldi dal principe ne diviene inevitabilmente servo. Non che questo gli impedisca talvolta di fare delle cose eccellenti, basta pensare a Virgilio (Publio Marone), ma in una società opulenta circolano abbastanza soldi perchè anche gli intellettuali si facciano finanziare dai loro fruitori.

Se ricordo bene ci hanno pensato. Il fondo è finanzia il cinema europeo o roba simile

Credo che lei abbia ragione riguardo i sussidi. Meglio non intervenire, che intervenire facendo danni!

Per quanto riguarda l'alta domanda di cinepanettoni, inizialmente neanche io mi preoccupavo; poi con il passare degli anni ho visto il moltiplicarsi di questa tipologia di film (ora anche in estate e in primavera lanciano film di quel livello!) e ho cominciato a preoccuaparmi. In ogni caso non perdo la speranza sul rinsavimento di molti italiani.:-)))

Buon fine settimana a tutti.

è meglio che non ci siano sussidi o che ci siano dei sussidi decisi da Bondi o qualcuno degli altri signori che pensano che la cultura si promuova aumentando il prezzo dei libri e mettendo tasse sui biglietti del cinema? A me la risposta pare ovvia. Nota che queste sono le alternative reali.

Secondo me sei troppo ottimista e le alternative reali sono

 

  1. sussidi decisi da Bondi et al. finanziati dalla tassazione generale o 
  2. sussidi decisi da Bondi et al. finanziati da una tassa sul cinema soltanto 
  3. qualche via di mezzo, tipo sussidi finanziati da una tassa su tutto il settore media.

 

Francamente non credo che Bondi et al. si toglieranno di mezzo facilmente, quindi tanto vale scegliere la tassa sul cinema che' un po' piu' simile a una partita di giro ed e' probabilmente meno distorsiva.

 

Scusami, ma perché la tassa sul cinema sarebbe meno distorsiva?

Posso capire l'argomento per cui i danni sarebbero limitati al solo settore cinematografico di cui magari poco ci importa, ma a me sembra una tassa molto alta (1 euro su un biglietto da 7.5 =13%, oltre a tutte le tasse già presenti) che potrebbe distruggere il settore, altro che sostegno!

Mi sembra nello stesso spirito della tassa sugli alberghi per sostenere la città di Roma.

Supponiamo che si parli di caramelle invece di film: se metto una tassa di un centesimo per caramella e sussidio i produttori di caramelle a un centesimo per caramella, allora e' come se non facessi nulla. Uno spreco di risorse amministrative, ma non un gran danno.

Ovviamente la politica dei sussidi ai film non e' cosi' innocua (ad esempio, perche' si tassano tutti i film e si danno i sussidi solo ai film degli amici o perche' si tassano i film visti al cinema e non quelli visti in DVD, etc.), ma per lo meno non si dovrebbere distorcere tanto la scelta tra film, libri, mele, nastro adesivo, etc.

Valter, la tassa e' sul biglietto - il cui prezzo e' stabilito per legge o per cartello - e il sussidio e' alla produzione. Il tuo argomento sulle caramelle funziona solo se il mercato e' competitivo (e il sussidio e' passato ai consumatori). Nel caso del cinema non e' cosi' e gli effetti della tassa sulla domanda ci sono tutti, indipendentemente dal sussidio. Anche se il sussidio andasse agli stessi film (e non a querlli degli amici) si traformerebbe in rendite ai produttori, che gia' godono di monopolio. 

A mio modesto parere il punto più rilevante è che i film tassati (i.e. cinepanettone) non sono gli stessi che verranno poi sussidiati (i.e. Barbarossa leghista, il prossimo barbareschi e una robaccia pallosa "de sinistra"). Se così fosse, questo non sarebbe parecchio distorsivo?

Poi magari ne beneficiano ristoranti e discoteche, fantastico.

Sei troppo pessimista, Sergio. Il nostro legislatore, nella sua infinita sagacia e al fine di eliminare possibili effetti distorsivi, infatti finanzia anche i cinepanettoni. Visto come è facile risolvere i problemi? :-)

Il commento su:

una robaccia pallosa "de sinistra"

mi ha fatto venire una frase immortale di Homer Simpson: ''a sad man smoking a cigarette IS NOT A MOVIE''.

Dopo circa 20 giorni dalla nostra discussione sui sussidi al cinema, arriva la soluzione del governo italiana: abolizione della tassa sul biglietto e introduzione di un'accisa di 1 oppure 2 centesimi sul litro di benzina!!!! Evvaii!!! E' semplicemente una vergogna!!! Con tutti i rami secchi da tagliare nella spesa pubblica italiana, si permettono anche di aumentare le tasse!!! Ma d'altronde il governo non "mette le mani nelle tasche degli italiani"!!! Poi mi domando: questo gettito servirà per finanziare i "grandi film" della pseudo "intellighenzia italiana"? Che bizzarro paese che è il nostro!!! Tassare i cittadini e le famiglie che utilizzano l'auto per viaggiare, per trasferire le risorse ad una "nicchia di intellettuali"!!! Ma bravi...!!!

P.s.: la mia domanda è: ma su beni che producono esternalità negative non dovrebbero essere introdotte solo imposte pigouviane per ridurre i benefici marginali del consumatore? Dunque perché i governi tassano sempre sui carburanti per fare cassa? Il gettito di una tassa piguviana non dovrebbe essere utilizzato per ripagare chi subisce l'esternalità negativa (cioè l'inquinamento)? Non si dovrebbero utilizzare tali risorse per finanziare i trasporti pubblici, il verde pubblico, ecc.??? Forse il mio è il mondo dei sogni...!!! :-)

per trasferire le risorse ad una "nicchia di intellettuali"

Non esser negativo, si finanziano anche delle immense porcate e grandi artiste di Bulgària. Io mi domando solo perchè hanno fatto questi mesi di pantomima ridicola. Ogni volta il tacon se pèso del buso.

Si forse ho esagerato un po', visto che comunque parte di quei sussidi andranno a fior di professionisti dello spettacolo, compresi costumisci, coreografi, ecc. Però il concetto di fondo non cambia: sussidiare l'industria non va bene. Non è così che si crea lavoro! La politica deve rimanere fuori quanto più possibile dall'economia.

Ma certo, ci sono tanti altri motivi per cui la tassa proposta e' distorsiva. Se e' per questo gia' il tassare il biglietto del cinema e non il DVD e' distorsivo e magari abbastanza da far si' che sarebbe meglio usare la tassazione generale. Quando ti metti a fare ragionamenti di n-th best non sai mai dove vai a finire.

Infatti avevo scritto "probabilmente meno distorsiva" mica avevo scritto "non distorsiva"!

Comunque, questo e' un punto secondario: quello primario e' che, nell'attuale situazione politica, i sussidi al cinema ce li terremo per un bel pezzo.

P.S.

Giusto per chiarire: Se ci fosse una ragionevole probabilita' che i sussidi andassero veramente ad aiutare opere meritorie, innovative, etc. che contribuissero a una qualche nozione di cultura come bene pubblico e che altrimenti avrebbero poche possibilita' di essere finanziate ... (riprendo fiato un attimo) ... allora sarebbe giusto usare la tassazione generale per minimizzare le distorsioni. Se si tratta di finanziare cinepanettoni etc., e' meno ovvio che tassare il consumo di cinepanettoni etc. sia una soluzione peggiore.

Valter, la tassa e' sul biglietto - il cui prezzo e' stabilito per legge o per cartello - e il sussidio e' alla produzione.

Non capisco il tuo argomento Alberto: cosa viene passato al consumatore dipende dalle elasticita' relative di domanda e offerta. In ogni caso, mi pare che in monopolio l'unico modo possibile per ristabilire l'efficienza e' un price cap, un price floor fa l'opposto!!

Il Senato ha approvato il disegno di legge teso a limitare gli sconti che si possono applicare sul prezzo di copertina dei libri, ossia teso ad alzare il prezzo dei libri favorendo il potere monopolistico di editori e librai.
[...]
Tanto che parliamo di politiche dementi in campo culturale, ricordiamo un provvedimento proposto a febbraio su cinema e dintorni e recentemente approvato con il decreto milleproproghe. La sostanza è che si impone una tassa di un euro sui biglietti di cinema in modo da raccogliere soldi (circa 90 milioni l'anno) per sussidiare il cinema nazionale. Ossia, si fa pagare di più chi va al cinema, riducendo quindi gli spettatori, in modo da dar soldi a chi fa film che nessuno vuole vedere.

Scommetto che poi, tra un paio di anni, qualcuno se ne uscirà con qualche statistica tirata fuori dal deretano, sbandierando a destra e a manca che gli italiani leggono sempre di meno, e vanno poco al cinema. E di chi sarà mai la colpa? Di Internet e della pirateria informatica ovviamente. E giù con qualche altra legge del piffero: ergastolo per chi scarica p2p, sedia elettrica per tutti i bloggers non registrati in apposito Albo Nazionale, fucilazione sul posto a chi osa vendere carta stampata ad un prezzo inferiore a quello stabilito dal Politburo.

Ovviamente non tutti i cinema dovranno aumentare i prezzi dei biglietti

"non le parrocchiali perché, Dio vuole, sono esenti dalla tassa"

e anche questa settimana il primo ministro puttaniere è perdonato e può ricevere la Comunione.

 

E' quando si trovano addiritura tutti d'accordo su iniziative come questa delle sconto sui libri che mi ri-convingo che non ci sono vie d'uscite pacifiche da questa cosiddetta democrazia.

Anyway, in tema di promuovere libri e cultura: in europa gli e-books non sono considerati libri ma bene di consumo essendo scaricati dal web (?!) per questo non sono soggetti alle riduzioni sull'iva che hanno i libri http://ec.europa.eu/taxation_customs/taxation/vat/traders/e-commerce/index_en.htm

Quindi in italia l'iva sui libri sta al 4%, sugli ebooks al 20% (qui in uk e' 0% e 20%).

Francesco Bripi, Amanda Carmignani e Raffaela Giordano, della Banca d'Italia, hanno raccolto in uno studio sulla qualità dei servizi pubblici in Italia. Utile e interessante

Avevo gia' notato e anche recentemente segnalato questi studi di Bankitalia, una delle poche istituzioni apparentemente ben funzionanti nel bordello dello Stato italiano.  Gli elettori dovrebbero avere il buon senso di non votare e se possibile spedire a lavorare con qualche sberlone elettorale tutti i buffoni che fanno politica e che non sanno a memoria alcuni elementi di base della situazione italiana, e cioe' (cito lo studio di Bankitalia, con alcune sottolineature):

Da oltre un decennio l’economia italiana cresce a tassi sistematicamente inferiori a quelli delle altre economie dell’area dell’euro e del complesso della UE (dal 1996 al 2008 il tasso di crescita medio annuo del PIL italiano è stato di poco superiore all’1 per cento, inferiore di circa 1 punto a quello delle altre economie europee). La bassa crescita riflette l’ancora più modesta dinamica della produttività, il cui sviluppo non può prescindere da un’adeguata offerta pubblica di servizi e infrastrutture. Il ruolo che importanti servizi pubblici, quali l’istruzione, la giustizia civile, la sanità, i servizi pubblici locali, svolgono nel sostenere la crescita nel lungo periodo è ampiamente documentato in letteratura. Essi contribuiscono ad aumentare la dotazione di capitale umano, a creare un ambiente favorevole all’insediamento e allo sviluppo delle imprese, ad accrescere l’offerta di lavoro, anche attraverso la conciliazione tra vita familiare e lavoro. I lavori discussi qui di seguito mostrano che vi sono ampi margini di miglioramento della qualità di questi servizi.

[...]

I lavori mettono in luce l’esistenza di ampi divari territoriali con riferimento a entrambe le dimensioni di analisi. In generale, si segnalano significativi ritardi del Mezzogiorno rispetto alle altre aree del Paese. I divari riguardano i servizi offerti a livello centrale (istruzione e giustizia), regionale (sanità) e locale (trasporti locali, rifiuti, acqua, distribuzione del gas e asili nido). I differenziali non sembrano, inoltre, essersi ridotti nel tempo.

Nel confronto internazionale le performances delle regioni del Nord sono in alcuni casi sensibilmente inferiori a quelle rilevate nei paesi più virtuosi (è questo il caso del sistema giudiziario, in cui la durata dei procedimenti è significativamente superiore a quella riscontrata nei principali partner europei), mentre in altri sono sostanzialmente in linea con questi (come risulta dalle indagini sui sistemi scolastici e da alcuni indicatori di performance dei sistemi sanitari).

I divari territoriali riscontrati sembrano derivare – sostanzialmente in tutti i settori analizzati – da differenziazioni non tanto nei livelli di spesa quanto nel grado di efficienza nell’utilizzo delle risorse impiegate, riconducibile in molti casi ai diversi modelli organizzativi adottati o a una regolamentazione non sempre capace di evitare comportamenti opportunistici da parte dei soggetti coinvolti (enti locali, gestori, ecc…).

Bankitalia non puo' ovviamente andare troppo oltre e denunciare la compravendita del consenso con la spesa pubblica corredata di sprechi e ruberie, ma quel tanto di tecnico che scrive e' sufficiente per iniziare a fare politica in maniera decente.

Quale contributo informativo alla discussione, segnalo che in Germania già nel 1888 fu realizzato un accordo fra gli editori, volto a stabilire un vincolo al prezzo dei libri (Buchpreisbindung).

Ben 110 anni dopo, nel 1998, l'Unione Europea contestò la prassi tedesca, per cui nel 2002 fu approvata una legge che disciplinava questa prassi, ponendole dei limiti.

Vedo che in wikipedia la voce che tratta il tema sostiene che una legge in tal senso esista in Italia già dal 2005: a cosa si riferisce?

Costo libri

agori 6/3/2011 - 12:24

http://leggesulprezzodellibro.wordpress.com/2010/11/09/in-francia-la-leg...

 

Pare che in Francia ci sia già una legge simile, cosa ne pensate? Riporto la motivazione dell'articolo:

Si tratta, in buona sostanza, della estensione della legge Lang, in vigore oltralpe dagli anni ‘80, al mercato editoriale digitale, ovvero dell’imposizione del prezzo unico del libro fissato dalle case editrici. Un modo nient’affatto originale ma, come dimostra la pluriennale esperienza francese, molto efficace, per preservare l’indipendenza e la varietà di offerta editoriale nel paese.

Immagino che la domanda sia posta agli economisti che scrivono nel forum o ai commentatori che vivono in Francia.

Se posso comunque dire la mia: è interessante come ogni volta che viene varata una legge, che porta aumenti ai cittadini, si citino paesi stranieri dove questa è gia in vigore. Mai una volta che dei paesi stranieri vengano imitati sgravi e agevolazioni: solo le tasse.

Nello specifico, francesi o meno, mi sembra una decisione comunque protezionista e quindi, alla lunga, sbagliata anche per "l'indipendenza e la varietà di offerta editoriale" perchè, che lo sia per i lettori, mi sembra ovvio.

Eppure trovo la cosa sensata, perchè qui si parla di cultura e non di abbigliamento, automobili eccetera.

Prova a seguire questo ragionamento: i piccoli venditori vendono ANCHE libri di nicchia (che la grande distribuzione non offre!) che possiamo assumere essere di qualità (chiaramente non è vero sempre). Ma per tenersi in piedi devono vendere anche i libri che vanno per la maggiore (mediamente non di qualità) e qui entrano in competizione con la grande distribuzione, venendo travolti completamente. Ora, se i piccoli venditori spariscono, spariscono con essi anche i piccoli editori, e con i piccoli editori anche i libri di qualità.

 

Capisco il ragionamento ma, quanto è vero nei fatti?

A Milano (tolte le librerie specializzate che vendono SOLO libri di nicchia e quindi risentono relativamente della concorrenza sui "best sellers") io trovo più facilmente i libri "di nicchia" nelle grandi librerie FNAC, Feltrinelli, Mondadori o, al limite dai reminders, che non nelle piccole librerie che non li tengono perchè: "non sono molto richiesti".

A me non pare che sia differente parlare di cultura o di abbigliamento, quando il tema è economico e riguarda sostanzialmente un approccio protezionistico che alloca risorse in modo inefficiente a scapito del consumatore. Sia perché la declinazione pratica dell'idea che la cultura vada protetta non può prescindere dalla definizione di un'improbabile ed opinabile classifica di qualità - dove mettere i paletti, e chi lo debba fare, è con tutta evidenza opinione affatto personale - sia perché al giorno d'oggi la rete consente di avere accesso all'acquisto di qualunque libro, dunque l'eventuale scomparsa dei piccoli negozi non mi sembra un grave danno. Tra l'altro, i bassi costi fissi di un'attività commerciale on web suggeriscono buone possibilità d'ingresso per nuovi operatori, che potrebbero anche essere ex-titolari di negozio fisico, magari specializzati e/o consorziati.

Insomma, direi che sia sempre meglio guardare al futuro, piuttosto che proteggere il passato a spese del tax-payer.

Qui in effetti si cerca di dimostrare quanto dici: oltre alla grande distribuzione dei best-seller si può fare affare anche con libri di nicchia, purchè siano molti. E la vendita online sembra avere questa seconda caratteristica.

Però vorrei far notare come il blocco dello sconto sul prezzo, per quanto possa essere una misura protezionistica e quindi sbagliata, salvaguardi la piccola distribuzione e quindi i libri di nicchia senza una decisione politica presa dall'alto. Ovvero, molto meglio questo di un eventuale finanziamento deciso dal ministro Bondi (come avviene nel settore cinematografico), non credi?

salvaguardi la piccola distribuzione e quindi i libri di nicchia

Come fa notare anche Andrea Moro, in un commento sotto, su cosa basi questa convinzione?

A me sembra sia l'opposto più è grande la libreria più trovo libri di nicchia.

Io direi che sono sbagliati entrambi - il divieto di sconto per i libri ed il finanziamento della cinematografia deciso da Bondi, o da Veltroni che è lo stesso .... - per lo stesso motivo: non si consente al mercato di funzionare correttamente, e si pone a carico del tax-payer il costo di tale azione.

Ed inoltre non si capisce perché debba essere salvaguardata ad ogni costo la piccola distribuzione - anche qui, dove mettiamo il paletto? Impediamo a chi ha un negozio di ampliarsi o di aprirne un secondo in un altro quartiere? - che, come ti dice Andrea Moro più sotto citando un caso concreto, non è affatto detto abbia i meriti che tu le attribuisci.

Questo è esattamente il ragionamento che a suo tempo mi spingeva a solidarizzare con gli edicolanti spaventati dalle ipotesi di indiscriminata apertura del mercato di giornali e periodici a supermercati, bar, ecc..

Oggi però l'evoluzione tecnologica ha cambiato il contesto: per un verso la disponibilità di altri mezzi di trasmissione delle informazioni, per altro verso la possibilità di distribuire i libri stessi tramite canali di vendita web rendono più improbabile l'estinzione dei piccoli editori.

i piccoli venditori vendono ANCHE libri di nicchia (che la grande distribuzione non offre!) 

E' lo stesso motivo per cui si vuole mantenere il monopolio dei quotidiani ai giornalai. Prova ad andare a cercare il nostro libro su voltremont da un piccolo venditore. Questa idea che product variety sia garantita dall'esistenza di giornalai e librai non c'e' nei fatti.

Mah, sinceramente non credo che i piccoli editori abbiano un rapporto privilegiato con le piccole librerie. I punti di forza delle piccole librerie (e quindi il beneficio che portano alla comunità) sono, penso, il rapporto confidenziale con i clienti, e la maggiore elasticità nell'offerta (in rapporto alle realtà locali ad esempio); l'offerta nei rivenditori delle catene è in genere ottima. Su questi aspetti devono puntare per sopravvivere, e non parlo spietatamente (considerando anche che il compagno di mia sorella è un "piccolo libraio" che tra l'altro sta reggendo abbastanza bene l'apertura in città di una Feltrinelli, una Lovat e una Mondadori).

Non essendo un economista, non so se il divieto di sconti non possa avere senso nell'ambito di una legislazione "anti-monopolio" o "anti-dumping" (?), quindi su questo non mi pronuncio.

Suppongo che preservare le piccole librerie a scapito dei centri commerciali possa voler dire anche, nella visione di alcuni, contrastare la mercificazione della cultura (compri 3 Dan Brown paghi 2) ma allo stesso tempo per tanti giovani squattrinati uno sconto del 30% può dare una mano a procurarsi una buona edizione di Erodoto o di Tolstoj.

Credo che la classe politica italiana abbia una conoscenza eccessiva di Pigou, e che applichi questa conoscenza in maniera del tutto dozzinale...

Mi aspetto la tassa sulle finestre e per l'aria... decisamente imbarazzante come cosa..

Grazie per il link.  Trovo interessante questa osservazione:

Scarpellini suggests that the late arrival of universal literacy meant that “many people were unable to develop a reading habit in time and ‘jumped’ directly to television”.

In effetti non ho più questa convinzione, anzi consultando la voce "the long tail"sulla wikipedia ho appreso come in realtà la vendita online sia già utilissima per la vendita dei libri di nicchia, quindi non vedo alcuna necessità di tenere in piedi le piccole librerie forzando le leggi del mercato.

Quello che facevo notare era che mentre nel caso cinema c'è il ministro Bondi che decide questo si e questo no (consentendo quanto di peggio ci possa essere in politica, come corruzione eccetera), almeno in questo caso ci sta un automatismo che agevola in blocco le piccole librerie, probabilmente a torto come avete fatto notare. Almeno non si passa dal politico di turno, questo dico.

Trovo demenziale oltre che controproducente pretendere di regolamentare con percentuali, massimi sconti, date, orari, classificazione dei generi etc. nel commercio al dettaglio.

L'unica cosa che conta - o dovrebbe contare - è che il prezzo sia chiaro ed evidenziato, così come l'orario e i giorni o le ore di chiusura. Per il resto non capisco perchè uno non debba poter aprire negozio alle 11 di sera e vendere all'ora che gli pare al prezzo che gli pare. Domeniche incluse.

Passando ai libri, si tratta di battaglia di retroguardia, che lascia il tempo che trova. Possibile che nessuno pensi che, se i libri complessivamente costano meno al lettore, se ne acquisteranno di più, e quindi tutti, editori e librai, guadagneranno di più? Non solo, ma al cliente intellettuale, che paga a caro prezzo la coltivazione dei suoi interessi, resterà qualche soldino in più in tasca per comprarsi qualcosa d'altro, magari per andare al cinema?

Prezzi inderogabili sui libri e balzelli sul cinema vogliono solo dire meno libri e meno film e meno cinema aperti. Se è questo che si vuole ottenere, che tutti si prendano sky e se ne restino a casa, che lo si dica chiaramente.

Da bibliotecario, posso confermare che i libri di nicchia si trovano più facilmente online (anche la mia copia di Voltremont viene da lì), non so se le librerie di nicchia vendono di più nei brick & mortar stores o attraverso Maremagnum o Amazon Markeplace, ma il trend penso che vada in quella direzione. 

In realtà, sono costretto a ricorrere a librerie "fisiche" per gli acquisti della biblioteca più per l'arretratezza del nostro sistema contabile che per altro (e perché alcuni ti fanno sconti più alti, ma a questo punto si tratta di autosfruttamento da parte di gestori di aziende individuali).

La ratio della legge sembra più che altro volta a evitare che la grande distribuzione (supermercati,  centri commerciali, addirittura catene di elettronica) si metta a vendere i blockbuster tipo Harry Potter con sconti da dumping, magari usando il libro come specchietto per le allodole. Però questa politica di vendita colpirebbe più che proporzionalmente le grandi catene di librerie generaliste o le cartolibrerie "sotto casa" rispetto alle librerie di nicchia vere (per chi conosce Roma, Viella, Bulzoni o Tombolini, che certo non campano vendendo Harry Potter).

approvata la legge che limita gli sconti applicabili ai libri.. ovviamente consenso bipartisan..

Al plauso trasversale delle associazioni di categoria, si è accompagnata una larga intesa politica. Siamo «tutti più protetti», ha detto Dario Franceschini (Pd), evidentemente nella doppia veste di politico e scrittore. Ombretta Colli (Pdl) ha citato Erri De Luca: «Carmina dant panem». Fuori dal coro solo i Radicali (astenuti), per cui la legge è corporativa e contro i lettori-consumatori.

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