Ma come perdono il loro tempo?

14 aprile 2007 andrea moro
Ogni tanto leggo il blog di Beppe Grillo; e' schizofrenico (o magari lo sono io), a volte sono d'accordo al 100% altre, spesso, in totale disaccordo. Ma almeno e' divertente. Duecento commenti per ogni post dopo due minuti, la maggioranza completamente irrilevanti rispetto al tema, ma tanto basta partecipare. Ma il titolo dell'articolo non si riferisce a questo.

Mi spiego. Ho trovato divertente l'iniziativa
di Beppe Grillo di partecipare alla prossima assemblea degli azionisti
Telecom invitando i suoi lettori ad inviargli le deleghe di voto (beppegrillo.it ha migliaia di lettori, e' uno dei blog piu' letti al mondo,
non solo in italia). Non ho ancora capito bene cosa voglia fare con
queste deleghe. Mi aspetto il peggio, ma fa lo stesso, faccio il tifo per lui giusto per
farmi quattro risate e vedere cosa succede.

E qualcosa succede, certo che succede... e non siamo nemmeno arrivati
all'assemblea... Succede che Antonio di Pietro decide di aderire
all'iniziativa con tanto di annuncio sul suo sito. Succede che la
CONSOB se ne accorge ed invii una lettera al ministro e lo inviti a
desistere ad aderire ad una attivita' illegale. Cosi', siccome la borsa
in Italia e' un modello di mercato trasparente, alla CONSOB non sanno proprio cosa fare, e siccome devono giustificare lo stipendio, tanto vale che perdano un po' di tempo a
mettere i pali fra le ruote al Don Quixote di turno.

Meglio sorvolare, anche perche' il lettore fedele nel frattempo si e' chiesto: "ma come, e' illegale
chiedere deleghe di rappresentanza alle assemblee degli azionisti?
". A
quanto pare si', secondo la lettera inviata dalla CONSOB a Di Pietro.
La sollecitazione di deleghe mica si puo' fare col Blog, puo' farla
solo un intermediario (e neanche uno qualsiasi: "impresa di investimento, banca, societa' di
gestione, ..." approvato dalla CONSOB).

"Domani devo andare dal
Dentista, fammi un favore, ci vai tu all'assemblea?
" No, non si puo'
fare. Sarebbe troppo semplice, caro il mio piccolo azionista. Bisogna passare dall'intermediario sotto casa che poi ti manda
dal notaio dietro l'angolo a firmare la delega. Ma quanto costa questo
giochetto? Peggio dei geologi di Alberto, almeno quelli la firma la
mettono! L'intermediario a cosa serve esattamente?

Ma non finisce qui. La lettera dice anche che Pinco Pallino azionista qualsiasi mica
puo' andare dall'intermediario e dirgli "guarda, per favore sollecitami
delle deleghe
". No, il committente (dell'intermediario) deve avere
almeno l'1% del capitale. Ma neanche questo basta. Ce ne vogliono cinquanta, di Pinchi Pallini. Dice la legge: "A sua volta la raccolta di deleghe
di voto e' un'attivita' riservata alle associazioni di piccoli
azionisti [...] che non esercitano attivita' di impresa, composte da
almeno 50 persone fisiche ciascuna delle quali e' proprietaria di un
quantitativo di azioni non superiore allo 0.1 per cento del capitale
".
Siete in 49? Nisba! Il vostro amico Giuseppe gioca a fare il day trader e si e' per
sbaglio comprato lo 0.11%? Tutti a casa!. E mi raccomando, che non pensiate di svolgere attivita' d'impresa. Partecipare all'assemblea deve essere un'attivita' ludica, altrimenti gli anziani della media borghesia cosa fanno, mica possono fare le gite in pullman.

E ancora una volta mi
chiedo, ma chi le scrive queste leggi? Ma che mente contorta bisogna
avere? Pensavano che Keynes dicesse sul serio quando suggeriva di far
scavare buche per poi riempirle?

34 commenti (espandi tutti)

A me pare che in questo caso non siamo di fronte a una legge scritta male e arzigogolata ma semplicemente a una legge che ha obiettivi da noi non condivisi. Quando si fanno comparazioni internazionali sulla corporate governance, la facilità di raccogliere deleghe è una delle misure standard del grado di protezione del management esistente. Non stupisce per niente che la legge italiana renda la raccolta delle deleghe così difficile. Non è una misura della stupidità del nostro legislatore. È una misura del suo asservimento a chi controlla (senza necessariamente possedere) le imprese. 

Oops, Sandro mi ha battuto per 9 minuti.

Grazie del chiararimento, la ratio della legge l'avevo capita, con la chiusa dell'articolo volevo fare una battuta da finto ingenuo che mi e' riuscita male... piuttosto sono ancora stupito della CONSOB, ma possibile che non abbiano altro da fare? Loro sono preposti a tutelare gli investitori, hanno davvero paura che Grillo possa turlupinare i suoi lettori? Forse sono ingenuo davvero.

Solo due commenti molto ovvii:

- la CONSOB non è preposta a tutelare gli investitori, specialmente se piccoli. Non lo ha mai fatto. Come l'evidenza insegana, la CONSOB è preposta tutelare gli amici del governo in carica, in primis, del governo a venire (noto come opposizione) in seconda istanza, di Mediobanca, Generali, Agnelli, Pirelli, De Benedetti, B e pochi altri nel resto del suo tempo. A quanto mi risulta non esiste un solo atto della CONSOB, da quanto venne creata, che possa contraddire tale affermazione.

- Keynes, purtroppo, non scherzava. E nemmeno scherzano questi. Forse sei ingenuo davvero ...

 

 

Mi scuso in anticipo per l'ovvieta' del commento che segue. La normativa cui si riferisce Andrea e' strumentale all'obiettivo di assicurare il controllo di imprese quotate ai grandi azionisti, anche in situazioni in cui questi ultimi hanno una quota relativamente bassa di cash-flow rights. E' vero che la normativa e' contorta. Ma non potendosi espressamente scrivere nella legge che "gli azionisti con meno dello 0.1% hanno il ruolo di farsi turlupinare", queste disposizioni astruse sono second best (per i mandatari dei vari De Benedetti, Benetton, Pirelli, Agnelli, e cosi' via). Le stesse norme sono coerenti con altre attivita', quali il continuo opporsi dei vari governi ai progetti di merger & acquisition provenienti dall'estero e la tolleranza delle strutture piramidali di proprieta' che caratterizzano tutte le grandi imprese italiane. Il recente caso dell'interessamento di AT&T a Telecom Italia fa scuola. Probabilmente qualche investment banker ha fatto due conti con Excel e ha constatato che Telecom Italia e' gestita in maniera penosa. Quindi ha fatto un paio di telefonate ad aziende del settore e ha fatto il sale pitch. In una Paese civile, i politici se sarebbero stati zitti, e le autorita' di controllo (CONSOB e Anti-trust) avrebbero semplicemente verificato il rispetto della normativa sull'OPA e analizzato la struttura di mercato post-acquisition. Il tutto, per salvaguardare gli interessi dei piccoli azionisti e dei consumatori. Le dichiarazioni dei politici italiani sono state una pena assoluta. La piu' oscena e' stata quella di quei signori (della maggioranza) che hanno sollecitato Berlusconi a fare una contro-offerta. Ma ci rendiamo conto? E la diatriba sullo scorporo della rete? Perche' non vi si e' pensato al momento della privatizzazione di Telecom? Mi sembra chiaro. Perche' concedere una rendita monopolistica ad un referente "imprenditoriale" italiano assicura ricche prebende ai politicanti. Mentre estrarre le stesse da AT&T o chi per loro sarebbe molto piu' difficile. Le oscenita' continuano.

Dopo l'indicazione di Andrea sono finito a leggere il post di Grillo sui 'Chinese troubles' a Milano, subito sotto il post su Telecom. Ecco cosa dice il nostro su come risolvere il problema dell'integrazione.

I ghetti sono pericolosi per chi ci vive, odiati da chi li circonda. L’integrazione è l’obiettivo che
abbiamo per chi arriva nel nostro Paese? E allora integriamoli e
proibiamo i ghetti. In un quartiere non deve poter vivere più di una
certa percentuale di nordafricani, di cinesi, di filippini, insieme
agli italiani. Lo stesso nelle scuole.

Capito come si risolve il problema? Si dice a un cinese che vuole affittare una casa: no, qua ci son troppi cinesi, vai altrove. E a un proprietario si dice: tu la casa la puoi affittare solo a persone di una certa etnia.

Lasciamo perdere l'incubo burocratico della cosa (le quote le imponiamo per strada? per quartiere? per comune? Come si fa a controllare che i titolari dei contratti degli affitti non siano prestanome che poi danno le case a quelli delle etnie 'sbagliate', mandiamo continuamente la polizia in casa della gente?). Lasciamo perdere che questo è uno strumento che si può facilmente usare per espellere gli immigrati (basta dire: 'nel nostro comune/quartiere/strada ci deve stare solo un 1% di stranieri', con la scusa che sennó non si integrano). 

Quello che veramente disturba è l'istinto dirigista che tanta gente di buona volontà in Italia manifesta in così tante occasioni. Nessun ragionamento sugli incentivi, su perché mai gli immigrati tendono a concentrarsi. Nessun ragionamento sui costi di enforcement. La soluzione proposta è sempre ed esclusivamente la soluzione burocratica di comando.

È particolarmente triste perché questa non è  la soluzione proposta da un burocrate o un politico che cerca di espandere il proprio potere. È invece la spia di un problema culturale grave. Beppe Grillo, e tanta altre gente sostanzialmente di buona volontà e senza particolari interessi, pensa veramente che imponendo quote e dirigendo tutto dall'alto si risolvano i problemi. Ripeto, è terribilmente triste ed è un segnale tremendo di quanto il paese sia accartocciato.

Beppe Grillo, e tanta altre gente sostanzialmente di buona volontà e
senza particolari interessi, pensa veramente che imponendo quote e
dirigendo tutto dall'alto si risolvano i problemi.

Mah, uno che dice "dovevate venire in 80.000 A manifestare perchè se arriva il messicano vi manda a casa in 30.000" a me non sembra un onesto difensore ne' degli azionisti ne' dei consumatori: e' un populista che richiede interventi politici per bloccare la disciplina del mercato, l'unica in grado di migliorare il rapporto prestazioni/prezzo del servizio e remunerare i capitali investiti.

E' vero, il paese e' accartocciato, ma non da oggi: e non e' nemmeno disallineato da una Francia che teme gli idraulici polacchi o da una Polonia che teme i capitalistri stranieri. L'eurosclerosi e' un male diffuso.

La posizione di Grillo e altri sui cinesi, in questo contesto, non sorprende, e quel che hai scritto non e' affatto fuori tema: siccome quella cinese e' una minoranza che non chiede elemosine e non ha paura di competere, non riceve particolari simpatie ne' dalla destra corporativa ne' dalla sinistra assistenzialista. Non a caso le accuse piu' comuni ad essa mosse sono quelle di "non volersi integrare" e di "rovinare l'economia del paese", le stesse che in passato supportarono pogrom e persecuzioni verso un'altra etnia di successo, quella Ebraica.

Si, ma ha ragione sandro che e' triste perche' grillo e' uomo di buona volonta'. se uno oggi legge la sua dichiarazione all'assemblea telecom (cosi' torniamo in tema) trova una fila di cose buone. io  leggevo e pensavo: "ma sara' mai possibile che le cose meno sbagliate nel dibattito di economia in Italia  le dice grillo?"' ma poi si arriva alle conclusioni, "fermiamo i messicani e gli americani", un completo non sequitur dai ragionamenti precedenti.

triste davvero

In base a quanto riporta il WSJ online, AT&T avrebbe interrotto le trattative con Olimpia. Non pensi che sia ragionevole credere che questo dietro-front sia dettato dalla ventilata proposta di separare l'infrastruttura di rete dalla Telecom?

A questo punto Beppe Grillo non avrebbe tutti i torti: gli americani e i messicani sarebbero stati intenzionati ad acquisire Telecom, principalmente per ottenere il controllo della rete fissa.

Penso di dire una banalita' se affermo che un'infrastruttura irreplicabile come la rete fissa telefonica dovrebbe essere gestita sotto uno strettissimo controllo pubblico al fine di garantire effettiva concorrenza nei servizi di telefonia e quelli a valore aggiunto e per assicurare l'universalita' del servizio (e.g. l'utilizzo dei servizi di telefonia anche alla vecchietta che vive in cima alla montagna).

In Italia, al contrario, l'AGCM e l'AGCOM si sono spesso rivelate compiacenti nei confronti dell'incumbent assicurando un unfair vantaggio competitivo nella gestione di questa importante infrastruttura.

Sembra non perdano il loro tempo. AT&T, avendo capito la solfa e non avendo alcuna voglia di investire alcuni miliardi per poi farseli praticamente rubare da qualche folle pezzo di legislazione Gentiloni-Bertinotti sull'esproprio proletario della rete fissa ha, giustamente, detto: "Grazie, nella repubblica di banana non investiamo. Metteremo i nostri soldi in un paese serio." Fine della storia. Fra due giorni abbandona Carlo Slim, cosi' Prodi ed amici vari saranno riusciti nell'intento di punire Tronchetti perche' ha provato a fare il capitalista indipendente e che sceglie di testa sua a chi vendere, e a permettere alle fidate Mediobanca, Intesa e Generali di riprendersi la telefonia fissa italiana per uno sputo. Fantastico.

Giulio: la rete fissa e' un monopolio naturale solo nella testa di chi pensa con le tecnologie di 30 anni fa, Grillo incluso. Se non sbaglio vivi a NYCity: ti rendi conto quante reti alternative e perfettamente sostitute ti arrivano in casa? Oltre al telefono vi e' la TV via cavo, ed in certe aree vi sono due cavi, perche' c'e' anche quello in fibra ottica. Inoltre il tuo cellulare riceve, e con la banda larga puoi usarlo per ricevere internet oltre che, ovviamente, per fare il telefono di casa. E fanno quattro ... poi, fra un anno o due, avremmo WIMAX attraverso cui possiamo far arrivare tutto. Dov'e' il "monopolio naturale"? Non solo, la rete fissa italiana e' primitiva, imbarazzantemente primitiva e chiunque voglia adeguarla agli standard tenologici attuali dovra' spenderci dai 6 Miliardi di Euro in su, quindi la rete di per se non vale nulla.

Cio' che vale, e qui veniamo al punto, e' il diritto di costruire/ammodernare una/la rete, e questo diritto (legale, basato su concessione dello stato) puo' essere usato per costruire un monopolio legale, non naturale! Di questo si parla: Prodi & Co. vogliono ricostruire per vie legislative e politiche un monopolio che il progresso tecnologico ha fatto evaporare, per poterlo poi dare (in cambio di cosa, ve lo lascio indovinare) a qualche amico loro in modo che costui estragga rente di monopolio dagli ignavi consumatori italiani. Questa e' la sostanza della discussione, che prova ancora una volta che questo governo fa le liberalizzazioni delle estetiste solo per coprire che li' dove vi e' denaro e valore intendono proteggere i monopoli dei loro amici ed ergerne di nuovi. E gli &%$@#@#*& come Grillo, per il quale a differenza di altri non ho mai avuto alcuna simpatia e le cui battute ho sempre trovato insipide oltre che pronunciate con un'insopportabile voce chioccia, gli tirano la volata diffondendo una generica, qualunquista e populista chiacchera anti-business, anti-stranieri, anti-globalizzazione, anti-investitori, eccetera. Le due facce del medioevo italiano che si sostengono reciprocamente facendo finta di contrastarsi. Penoso.

 

E' vero, a New York c'e' la tv via cavo e la fibra ottica, ma in Italia nessuno (a parte Fastweb) ha mai tentato di costruire una rete fisica alternativa a quella di Telecom Italia...non sono io che penso con tecnologie vecchie di 30 anni, ma e' l'Italia che e' 30 anni indietro rispetto agli USA.

Allo stato attuale Telecom Italia detiene- in condizione di semimonopolio- l'accesso all'ultimo miglio (le tecnologie wireless sono tuttora troppo costose, in quanto vi e' un problema di capacita') e questo limita, senza ombra di dubbio, la competizione nel settore della telefonia fissa.

Al 31 Dicembre 2006, Telecom Italia deteneva il 71.9% di traffic market share nel segmento telefonia fissa (71.7% nel '04). Capisco che gli italiani sono restii ai cambiamenti e non abbandonerebbero mai la vecchia SIP, ma non ritieni che questo dato sia- quanto meno- sospetto?

E l'altro importante tema dell'Universalita' del Servizio? In condizioni di totale de-regulation alcune parti del territorio nazionale potrebbero trovarsi sprovvisti di rete telefonica. (considerando che in Italia le reti wireless sono ancora poco sviluppate)

Con questo non voglio dire che Beppe Grillo ha ragione ma semplicemente che, allo stato attuale, la gestione della rete fissa andrebbe gestita con maggiore attenzione (sarebbe interessante capire come si e' mossa l'OFTEL in UK negli anni '80...).

 

Giulio, fai confusione.

I tre primi paragrafi riportano lo status quo, non implicano nulla su cio' che e' possibile. In Spagna il cavo, eccetera, ci sono ed i privati stanno costruendo le reti. Fine. Se in Italia non ci sono occorre chiedersi quale meccanismo regolativo e quale barriera all'entrata impedisce che qualcuno trovi profittevole fare queste reti. L'Italia e' un mercato di quasi il 50% piu' grande che la Spagna e (ancora per un anno o due) leggermente piu' ricco, quindi? Quindi non vi e' monopolio naturale, ma artificiale, legale, creato dai politici per far far soldi ad amici loro ed a a se stessi. Ripeto, fine della storia. Confondi i dati del problema (preferences and technology) con il risultato di equilibrio che viene determinato dal sistema legale-regolamentario: e' quest'ultimo che va cambiato se si vuole ottenere un equilibrio ed un'allocazione differenti!

Non so cosa sia <<l'Universalita' del Servizio>>, cos'e'? Un dogma tipo l'immacolata concezione? Un nuovo video gioco? Esiste un'universalita' del servizio anche con le Ferrari? Com'e' che non ho ancora ricevuto la mia Maranello? E per la pressione dell'acqua, esiste? Com'e' che nei rifugi di montagna c'e' poca acqua e non ci si puo' fare la doccia abbondante come in centro a Roma?

 

 

Non affermo che la situazione non debba cambiare, ma che in questa fase transitoria sia necessario un controllo sulla rete.  Se si potesse rappresentare graficamente l'intensita'/complessita' di regolamentazione di un settore industriale in base alla fase del processo di liberalizzazione in cui si trova, mi aspetterei:

1) Un basso livello di controllo quando il servizio e' gestito dal governo (la vecchia SIP) 

2) Un elevato onere di regolamentazione ex ante ed ex-post in fase di privatizzazione al fine di allineare gli interessi pubblici con quelli dei privati  

3)  Un controllo ex-post di rispetto dei criteri minimi di concorrenza, in una fase matura.  

Visto che in Italia ci troviamo ancora nella fase 2), penso che un controllo attento dell'autorita' sia indispensabile 

L'universalita' del servizio di telefonia ( “assicurare accesso ed erogazione di un livello minimo di servizi di una data qualità a tutti utenti che ne fanno richiesta, ad un prezzo ragionevole, ed a prescindere dalla loro ubicazione geografica”) e' stato uno dei cardini del processo di privatizzazione-liberalizzazione in Europa e penso che sia un elemento di civilta' ed eguaglianza fra tutti i cittadini, a prescindere dall'ubicazione geografica in cui vivono.

Faccio fatica a discutere con affermarzioni apodittiche.

Puoi darmi un'articolazione esplicita, meglio ancora sarebbe un modello, di 1)-3)? Cosa implicano?

Idem per il concetto di universalita' del servizio: Cosa vuol dire? Come si misura? Posso avere la rete fissa se decido di farmi una casa sotto il Sasso della Croce, in Val Badia? O nell'isolotto di Perejil, territorio sovrano del Regno di Spagna?

 

Non sono un economista, quindi non sono a conoscenza di nessun modello a riguardo.

Il mio era semplicemente un ragionamento basato sul "buon" senso.

Slim non abbandona perché a lui interessa solo TIM Brazil, splendida gallina dalle uove d'oro. E questo doveva essere il piano dell'accoppiata nord e centroamericana: al messicano le attività sudamericane, allo statunitense il resto. Probabilmente troverà un altro socio disposto a subentrare, scommetto un europeo. Quando ATT ha capito in quale ginepraio si andava a cacciare visto che l'uso della rete sarebbe stata assoggettato a delle regole ancora non scritte, sicuramente più intrusive di quelle attuali, e per la quale aveva deciso di pagare quanto finora nessun altro era disposto a fare, ha deciso di togliere il disturbo. Non c'é niente da fare, gli americani continuano ad essere molto sensibili alla nozione dei diritti di proprietà, e si spaventano subito, povere anime, quando sentono qualcuno che minaccia l'esproprio proletario. Ma perché non gli spiegano che in realtà basterà farsi benvolere dai locali, i quali sono un pò dei selvaggi ma l'esproprio lo minacciano, ma non lo faranno. Su come trattare con questi primitivi gli suggerisco di farsi una chiacchierata con Murdoch. Quando stava per entrare in stream prima e tele+ dopo, i politici lo dipingevano come uno al cui confronto Attila e Tamerlano, erano delle dame di san vincenzo. La sua impresa vive tranquilla e macina allegramente profitti. Grande paese il nostro, ma pure i tosti yenkees non scherzano!

Sono d'accordo, ma lasciami fare una puntualizzazione. Essere 'onesto' non significa aver ragione. Hai perfettamente ragione che Grillo è un populista che dice spesso cose senza senso. Ma, almeno per quel che ne so, le sciocchezze che dice non le dice perché è pagato da qualcuno o perché ha interessi occulti.

Quando dice 'i messicani vi licenzieranno' non è perché è stato bustarellato dalla cordata delle banche italiane (spero). È perché, purtroppo, ci crede. 

Quando dice che i poteri pubblici devono decidere la composizione etnica dei quartieri non è perché è un fan dello stato di polizia. È perché non capisce che così si finirebbe allo stato di polizia. E si può continuare, come giustamente osserva Andrea di simili dabbennaggini il sito è pieno.

Ora, di Grillo in sé e per sé ce ne possiamo anche fregare. È un comico divertente ma non ha mai dato prova di essere pensatore profondo. Dice, in buona misura, le prime cose che gli passan per la testa. Ma il suo blog, come ricorda  Andrea, è tra i più letti del mondo. Si picca inoltre di essere indipendente.

Da qui nasce la disperazione. Non sono solo la sinistra assistenzialista e la destra corporativa a farne di cotte e di crude. Perfino le persone indipendenti e disinteressate saltano fuori con le idee più stralunate. E grazie a queste idee stralunate hanno un seguito massiccio, suppongo tra persone che si considerano a loro volta indipendenti e disinteressate e dovrebbero essere la constituency naturale di chi vuol cambiare il paese.

Se guardi un po' in giro per quel sito, e' pieno di cose del genere. Sono d'accordo che la cosa intristisce assai.     

Beppe Grillo scrive:

I ghetti sono pericolosi per chi ci vive, odiati da chi li circonda. L’integrazione è l’obiettivo che
abbiamo per chi arriva nel nostro Paese? E allora integriamoli e
proibiamo i ghetti. In un quartiere non deve poter vivere più di una
certa percentuale di nordafricani, di cinesi, di filippini, insieme
agli italiani. Lo stesso nelle scuole.

Concordo: B.Grillo e' un populista che propone soluzioni tristemente dirigiste. Ma cosa puo' inventarsi una persona che vive nel Belpaese dove tutto procede a mezzo di grida manzoniane? E poi, esistono soluzioni sperimentate con successo, che magari non si basino su discriminazioni immigrato / cittadino o addirittura su base di nazionalita' e/o religione? Mi sembra sia troppo comodo criticare senza fornire la soluzione "corretta" o quantomeno ridiscutere l'obiettivo proposto.

Per quanto mi riguarda, concordo con B.Grillo sul fatto che l'integrazione (non l'assimilazione) deve essere l'obiettivo di una societa' civile nei confronti degli immigrati. E concordo sul fatto che la concentrazione degli immigrati crea problemi di integrazione, anche se non si tratta dell'unico elemento problematico. Ancora piu' importante e' evitare la concentrazione nelle classi scolastiche. E naturalmente gli incompetenti che si occupano di Scuola in Italia hanno gia' pensato a consentire che si formino classi con l'80-100% di immigrati, che non potranno che essere futuri emarginati.

Penso anche che ogni Stato sovrano abbia ancora piena sovranita' nell'accettare o respingere l'immigrazione e personalmente fisserei una quota massima di incremento netto del numero di immigrati all'anno pari al 10% dei numero di nuovi nati, quindi circa 50mila immigrati / anno per l'Italia. E per tutti i residenti regolari nei 10 anni prima della cittadinanza adotterei restrizioni sulla residenza a livello di comune (o circoscrizione nei grandi comuni) per impedire concentrazioni oltre il 10% rispetto ai residenti con cittadinanza. E' ovvio che il provvedimento non potrebbe avere completo successo, soprattuto in un paese ad illegalita' diffusa e giustizia non funzionante come l'Italia, ma almeno mostrerebbe un minimo di buona volonta'. Per quanto riguarda le classi scolastiche, non mi sembra che sia possibile regolare la materia con una semplice legge, ma adotterei ogni ragionevole provvedimento per tenere gli alunni immigrati sotto il 15% per classe.

Va aggiunto che anche con i provvedimenti elencati l'immigrazione di massa in Italia rimarra' un problema grave, perche' lo Stato italiano e' esattamente il contrario della Open Society di Popper che la teoria vuole adatta ad integrare immigrati: lo Stato e' pesante e intrusivo e non leggero e trasparente, la legge e' complicata e non semplice, e non viene assolutamente applicata in modo efficace ne' equo, la mobilita' sociale e' infima, le relazioni parentali, di fazione e tribali prevalgono sulla meritocrazia.

Cos'altro? Perche' non rendere obbligatoria la fascia al braccio con la bandierina del Paese di origine? E contingentare l'accesso agli autobus e ai ristoranti? Non solo le soluzioni che suggerisci sono assolutamente inefficaci. Sono anche razziste. In circa 80 anni (189-1970), gli Stati Uniti hanno accettato 5 milioni di italiani, in quella che era una societa' dominata dal modello anglo-sassone, cui gli italici erano tanto alieni quanto gli algerini a quella italiana odierna. Gli insediamenti degli italiani avevano una densita' enorme. Tanto e' vero che fino agli anni 40, a New York, quando un italiano andava a nord di Houston Street, diceva di "andare all'America". Eppure l'integrazione c'e' stata. Senza quote o discriminazioni di quelle che suggerisci tu. Un suggerimento quindi e': in cerca di soluzioni, non guardiamo ai metodi del duce, ma, piuttosto, a soluzioni che si sono mostrate efficaci.

Cos'altro? Perche' non rendere obbligatoria la fascia al braccio con la
bandierina del Paese di origine? E contingentare l'accesso agli autobus
e ai ristoranti? Non solo le soluzioni che suggerisci sono
assolutamente inefficaci. Sono anche razziste. In circa 80 anni
(189-1970), gli Stati Uniti hanno accettato 5 milioni di italiani [...] Un suggerimento quindi e': in cerca di soluzioni, non guardiamo ai
metodi del duce, ma, piuttosto, a soluzioni che si sono mostrate
efficaci.

Preferirei lasciar fuori fascismo e razzismo, che in Italia corrispondono troppo spesso ad assenza di argomenti e faziosita' di parte. Tra l'altro, presentare l'immigrazione USA nel periodo 1890-1970 come esempio da seguire e soluzione che funziona mi sconcerta; mi limito a citare alcuni estratti da Wikipedia su come e' stata gestita:

The first naturalization law in the United States was the Naturalization Act of 1790,
which restricted naturalization to "free white persons" of "good moral
character" who had resided in the country for two years and had kept
their current state of residence for a year.

The next significant change in the scope of naturalization law came in 1870, when the law was broadened to allow African-Americans to be naturalized. Asian
immigrants were excluded from naturalization but not from living in the
United States.

After the immigration of 123,000 Chinese in the 1870s, who joined the 105,000 who had immigrated between 1850 and 1870, Congress passed the Chinese Exclusion Act
in 1882 which specifically limited further Chinese immigration. ... The act excluded Chinese laborers from immigrating to the United States for 10 years and was the first immigration law passed by Congress that targeted a specific ethnic group.

Congress also banned persons because of their health or lack of
education. An 1882 law banned entry of "lunatics" and infectious
disease carriers. After President William McKinley
was assassinated by a second-generation immigrant anarchist, Congress
enacted the Anarchist Exclusion Act in 1901 to exclude known anarchist
agitators. A literacy requirement was added in Immigration Act of 1917.

In 1921, the United States Congress passed the Emergency Quota Act
establishing national quotas on immigration. The quotas were based on
the number of foreign-born residents of each nationality who were
living in the United States as of the 1910 census.

The crucial 1923 Supreme Court case United States v. Bhagat Singh Thind created the official stance to classify Indians
as non-white, which at the time retroactively stripped Indians of
citizenship, since zealous prosecutors argued Indian Americans had
gained citizenship illegally. The California Alien Land Law of 1913
(invalidated in 1952) and others similar racist laws prohibited these
aliens from owning land property, thus effectively stripping Indian
Americans from land rights.

A more complex quota plan replaced this "emergency" system under the Immigration Act of 1924
(Johnson-Reed Act). The reference census used was changed to that of
1890, which greatly reduced the number of Southern and Eastern European
immigrants. An annual ceiling of 154,227 was set for the Eastern
Hemisphere. Each country had a quota proportional to its population in
the U.S. as of the 1920 census.

In 1932 President Roosevelt and the State Department essentially shut down immigration during the Great Depression
as immigration went from 236,000 in 1929 to 23,000 in 1933. Total
immigration in the decade of 1931 to 1940 was 528,000 averaging less
than 53,000 a year.

Immigration and Nationality Act of 1952
(the McCarran-Walter Act) revised the quotas again, basing them on the
1920 census. For the first time in American history, racial
distinctions were omitted from the U.S. Code. As could be expected,
most of the quota allocation went to immigrants from Ireland, the United Kingdom and Germany who already had relatives in the United States.

Immigration and Nationality Act Amendments of 1965
(the Hart-Cellar Act) abolished the system of national-origin quotas.
There was, for the first time, a limitation on Western Hemisphere
immigration (120,000 per year), with the Eastern Hemisphere limited to
170,000. Because of the family preferences put into immigration law,
immigration is now mostly "chain immigration" where recent immigrants
who are already here sponsor their relatives. Family related
immigration is often outside the quota system. At the time, the
then-chairman of the Senate Immigration Subcommittee Senator Edward
Kennedy remarked that -- "The bill will not flood our cities with
immigrants. It will not upset the ethnic mix of our society. It will
not relax the standards of admission. It will not cause American
workers to lose their jobs."
(U.S. Senate, Subcommittee on
Immigration and Naturalization of the Committee on the Judiciary,
Washington, D.C., Feb. 10, 1965. pp. 1-3.)

Un dettaglio sull'immigrazione italiana negli USA:

The years 1910 to 1920 were the high point of Italian
immigration to the United States. Over 2 million Italians immigrated in
those years, with a total of 5.3 million immigrating between 1820 and
1980. About a third of them returned to Italy, after working an average
of 5 years in the US.

Aggiungo, dopo oltre due mesi, una seconda replica all'affermazione:

In circa 80 anni (189-1970), gli Stati Uniti hanno accettato 5 milioni
di italiani, in quella che era una societa' dominata dal modello
anglo-sassone, cui gli italici erano tanto alieni quanto gli algerini a
quella italiana odierna. Gli insediamenti degli italiani avevano una
densita' enorme. Tanto e' vero che fino agli anni 40, a New York,
quando un italiano andava a nord di Houston Street, diceva di "andare
all'America". Eppure l'integrazione c'e' stata. Senza quote o
discriminazioni di quelle che suggerisci tu. Un suggerimento quindi e':
in cerca di soluzioni, non guardiamo ai metodi del duce, ma, piuttosto,
a soluzioni che si sono mostrate efficaci.

spinto da quanto leggo nel testo di Massimo Livi Bacci (tra l'altro, un fautore dell'immigrazione), La popolazione nella storia dell'Europa, ed. Laterza fare l'Europa. Mi sembra giusto e opportuno contrastare con altri dati la favola dell'immigrazione libera e incontrollata che avrebbe accolto tutti senza restrizioni negli Stati Uniti. Per avere un quadro piu' corretto di quanto e' avvenuto storicamente, cito da Livi Bacci (pag. 234):

La grande migrazione e' stata il fenomeno demografico piu' impressionante dell'Ottocento per dimensione e per implicazioni nello sviluppo di piu' continenti. Ma con la prima guerra mondiale vengono a cessare le condizioni che l'avevano resa possibile; si allenta la domanda nei paesi di tradizionale destinazione; si attenua l'offerta da parte dell'Europa per il rallentamento della crescita demografica. Questi due fenomeni hanno pero' agito lentamente, mentre fattori piu' contingenti - la guerra e le politiche migratorie degli Stati - hanno troncato bruscamente l'ondata migratoria. [...] Il freno piu' efficiente all'emigrazione fu posto dalle restrizioni adottate dagli Stati Uniti, culminate nel National Origin Act del 1924, che non solo impose una quota al numero annuo di immigrati (poco piu' di 150mila persone contro le 900mila all'anno del periodo dopoguerra) ma fu congegnata in modo da penalizzare le aree di provenienza della "nuova immigrazione", cioe' l'Europa meridionale e orientale. La quota italiana - circa un quarto dell'immigrazione totale anteguerra - fu ridotta a meno del 4 per cento del totale ammissibile.

Alberto, e' vero che l'Italia non e' un'Open Society popperiana, ma l'immigrazione e' uno dei pochi fenomeni che ne puo' forzare l'apertura. Quando politici e sindacalisti si renderanno conto del fatto che senza maggiore flessibilita' e minore tassazione del lavoro ufficialmente regolamentato la disoccupazione salira' alle stelle, perche' tutti comunque pagheranno badanti ucraine e idraulici polacchi in nero, forse accetteranno piu' riforme. E se non le accetteranno, almeno i consumatori riusciranno a farsi aggiustare i lavandini senza pagare il pizzo a uno stato parassitario che sa solo battere cassa. (And don't get me started con i  tassinari...).

Come almeno un post precedente
mostra, la mia analisi del processo immigrazione e di come gestirlo non
si discosta molto da quella di Alberto Lusiani. I fatti che evidenzia,
con riferimento agli USA, sono cogenti ed utili a capire perche' il
processo di immigrazione abbia qui dato, nel complesso, risultati
positivi anche se con eccezioni. La visione romantica delle porte spalancate e dell'ognuno fa quel che si vuole non corrisponde al vero nemmeno negli Stati Uniti del 1800, che erano un paese vuoto: non capisco perche' tale mito debba continuare ad essere avocato come modello per i paesi europei che vuoti non sono di certo. Questo pero' non implica, tanto per fare un esempio, che sia una
politica intelligente "proibire" i ghetti via leggi o anche solo
regolamentazioni amministrative locali: quale sarebbe la logica? La
tendenza spontanea di qualsiasi gruppo di immigranti e' l'auto-difesa
ed il supporto reciproco, quindi si cerca di vivere assieme: quindi il
ghetto. Idem per i negozi dove si vendono i propri cibi e financo i propri vestiti, le associazioni per i legami con i paesi di origine, le feste rionali tradizionali, eccetera. Poi, al crescere del reddito e dell'integrazione economica la
gente si muove e la natura 'ghettosa' del ghetto evapora, altre etnie arrivano, eccetera. 

La domanda da farsi, ovviamente, e' come si facilita e si rende spontanea la crescita del reddito e l'integrazione economica (e.g. la scuola,  il che non raccomanda classi piene di immigrati) e come si ottiene l'adozione da parte del gruppo immmigrante dei valori fondamentali della cultura che accoglie (e.g. come si fa la salsa che lega tutto nel melting pot: qui i puritani ci sono riusciti, nel bene e nel male, in Italia in cosa consiste la salsa?). Insomma, credo occorra andarci cauti, lasciando stare riflessi ideologici troppo rapidi e rendendosi conto che di un problema completamente nuovo si tratta. A me non sembra nemmeno chiaro quale sia la funzione che tale processo dovrebbe massimizzare: qualcuno ce l'ha chiara? Lo dica. Dobbiamo prefiggerci di far "italianizzare" i cinesi o dobbiamo guardare solo alla crescita del reddito e lasciare che l'Italia si "cinesizzi" o ""indianizzi" se questo e' necessario? Vogliamo che certe tradizioni culinarie e regole di comportamento vengano adottate o ci va bene che il paese si riempia di orrendi ristoranti cinesi? (Parentesi anti-mito: i ristoranti cinesi all'estero fanno in media schifo, quelli in Cina sono buoni solo se siete ricchi e disposti a spendere ... ora lo so che Enzo mi spieghera' che lui ad Hong Kong conosce un posto ecc. ecc., ma io in Cina ho mangiato bene solo con amici disposti a spendere parecchio). Si possono fare mille di queste domande, su alcune ho opinioni, su altre no, ma il tutto e' basato su istinto e preferenze completamente soggettive, quindi credo sia il caso di discutere della funzione obiettivo prima di tutto.

In ogni caso - ed assumendo la mia funzione obiettivo che si riassume in "allegro non troppo" - mi sembra ovvio che se ne arrivano tantissimi (> .25M all'anno) il processo di assorbimento si rende
impossibile, ed e' per questa ragione che occorre limitare i flussi in
entrata e, soprattutto, garantirsi che ci sia un "mix" appropriato sia di paesi d'origine che di capitale umano. La
libera immigrazione e' una follia, perche' vi sono grandi esternalita'
sia positive che negative generate dal processo d'immigrazione, ed
occorre gestirle. La domanda importante credo sia "come" gestire l'immigrazione, argomento su
cui in Italia (ma anche fuori) si discute poco e si fa ancora meno.
Credo sia tecnicamente complicato gestire bene i flussi in entrata,
perche' mancano dati, conoscenze e teorie. Per esempio, Sandro ed io,
nella discussione
che ispiro' il mio post citato all'inizio, abbiamo stime chiaramente divergenti di quanto
tempo ci voglia per integrare decentemente un etiope in Italia ...
credo che di questo sarebbe il caso di discutere, lasciando stare vaghe
accuse di razzismo a chi propone di limitare e controllare i flussi. Ripeto, si fa ovunque ed e' la cosa piu' ovvia: dobbiamo forse lasciare che tutti coloro che vogliono sbarcare affamati ed incontrollati a Lampedusa lo facciano, altrimenti veniamo accusati della violazione di qualche diritto umano? 

Se l'immigrazione extra-EU e' buona medicina per l'anemia
socio-demografica italiana posso assicurarvi, per esperienza diretta,
che, anche se le cure di ferro fanno bene, occorre regolarle e gestirle
attentamente, pena severa diarrea ancor piu' dannosa e molesta
dell'anemia ...

Vorrei anche capire una cosa che non mi risulta chiara nel discorso di Lusiani: in che senso le due parole
"assimilazione" ed "integrazione" denotano due "obiettivi" differenti?
Faccio due esempi: gli irlandesi mi sembrano perfettamente sia
integrati che assimilati nella societa' USA, pero' continuano ad avere
St. Patrick's Day, con la parade, la birra verde e tutto il resto; a
New Orleans e St. Louis si celebra allegramente e massivamente Mardi
Gras, eccetera. Insomma, l'integrazione porta all'assimilazione e
quest'ultima permette di trasformare in patrimonio di tutti alcune
importanti e specifiche connotazioni culturali del gruppo assimilato, accrescendo la ricchezza e vivacita' culturale della societa' globale.
Che differenza ci vedi tu e perche' una sembra desiderabile mentre
l'altra no? 

 

Dobbiamo prefiggerci di far "italianizzare" i cinesi o dobbiamo
guardare solo alla crescita del reddito e lasciare che l'Italia si
"cinesizzi" o ""indianizzi" se questo e' necessario?

Il mio punto di vista e' probabilmente reso implicito dalle mie scelte di vita, ma a me pare che se l'Italia si cinesizzasse e/o indianizzasse avrebbe tutto da guadagnarne... E magari l'economia comincerebbe a crescere invece di stagnare.

Per i ristoranti cinesi, se essi si diffondono e sottraggono mercato alle trattorie convenzionali evidentemente una ragione c'e': il rapporto prestazioni/prezzo che offrono e' migliore. Dopotutto gli avventori non sono mica forzati a entrarci a colpi di kung-fu... I piagnistei dei proprietari di ristoranti italiani mi ricordano quelli dei cinematografari europei sull'"egemonia culturale" americana (da risolvere, you guessed it, con quote d'accesso e altre restrizioni). A nessun fornitore piace avere concorrenza, ma come Adam Smith ritengo che "[c]onsumption is the sole end and purpose of all production; and the interest of the producer ought to be attended to, only so far as it may be necessary for promoting that of the consumer".

Per quel che riguarda i fatti citati da Alberto L., e' verissimo che nella storia americana il nativismo alla Bill 'The Butcher' Cutting ha spesso giocato un ruolo importante, ma lo stesso puo' dirsi del protezionismo economico: il successo degli Stati Uniti e' avvenuto perche' la concorrenza promossa da immigrazione e free trade c'e' stata nonostante l'opposizione che si esprimeva attraverso essi. All'epoca la xenofobia nativista proveniva soprattutto da "sinistra", dalla working class che si sentiva minacciata dall'afflusso di manodopera a basso prezzo e non sindacalizzata (vedi i tumulti anti-cinesi in California successivi alla costruzione della ferrovia Central-Pacific, e le posizioni di gente come Jack "first of all a white man and only then a socialist" London).

Per quel che riguarda i fatti citati da Alberto L., e' verissimo che nella storia americana il nativismo alla Bill 'The Butcher' Cutting
ha spesso giocato un ruolo importante, ma lo stesso puo' dirsi del
protezionismo economico: il successo degli Stati Uniti e' avvenuto
perche' la concorrenza promossa da immigrazione e free trade c'e' stata
nonostante l'opposizione che si esprimeva attraverso essi.

Tuttavia noi abbiamo un esempio storico che ha funzionato (piu' o meno) con quella legislazione e non con le porte aperte a tutti. Abbiamo esempi storici di successo con una legislazione delle porte aperte a tutti? Non mi risulta. Se vogliamo trarre qualche esempio dal passato piuttosto che seguire utopie ideologiche, non si puo' che prevedere una legislazione restrittiva sull'immigrazione.

Aggiungo come curiosita' che norme per impedire la concentrazione di immigrati in ghetti sembra siano state messe in atto con successo a Singapore, leggendo questo messaggio su Italians. Certo la' il sistema di governo e' autoritario e funziona; immagino che oltre a fare le norme sono riusciti anche a farle rispettare, al contrario di quanto succederebbe in Italia.

Tuttavia noi abbiamo un esempio storico che ha funzionato (piu' o meno)
con quella legislazione e non con le porte aperte a tutti.

Con tutte le limitazioni, gli Stati Uniti sono stati molto piu' aperti di quanto sia mai stata l'Europa. Il nativismo del XIX secolo rimase piu' che altro una forza d'opposizione, e prevalentemente in direzione anti-cattolica (ossia, anti-Irlandese). Le restrizioni piu' serie cominciarono negli anni '20 e poi col New Deal, in parte a causa della Grande Depressione e in parte come conseguenza dell'introduzione di politiche di welfare (con le conseguenti paure che gli immigranti godessero un "free lunch" pagato dalle tasse dei nativi -- non ho mai capito perche' la stessa paura non debba sussistere per i nativi in welfare).

Abbiamo
esempi storici di successo con una legislazione delle porte aperte a
tutti? Non mi risulta.

Be', l'Hong Kong della prima meta' del XX secolo era molto vicina a cio', e l'economia del territorio crebbe rapidamente. Di nuovo, le restrizioni arrivarono negli anni '70 a braccetto con misure di welfare (edilizia e sanita' pubbliche) e con una (sbagliatissima, IMHO) attenzione alle paure dei lavoratori meno qualificati sulla stabilita' dei loro salari. Dico che e' sbagliatissima sia per ragioni economiche (gli anni '80 e i primi anni '90 furono caratterizzati da elevata inflazione) che per ragioni morali (gli scontenti venivano esattamente dallo stesso posto dei nuovi arrivati, e se le condizioni non stavano piu' loro bene erano liberissimi di tornarsene la').

Aggiungo come curiosita' che norme per impedire la concentrazione di
immigrati in ghetti sembra siano state messe in atto con successo a
Singapore, leggendo questo messaggio su Italians.
Certo la' il sistema di governo e' autoritario e funziona; immagino che
oltre a fare le norme sono riusciti anche a farle rispettare, al
contrario di quanto succederebbe in Italia.

Va detto anche che nel Sud-Est Asiatico (Malaysia, Singapore, Indonesia e in parte anche Indocina) la situazione e' piuttosto diversa da quella europea o americana. Mentre in Europa i nuovi arrivati spesso finiscono con l'alimentare l'underclass (vedi le banlieu di Parigi o l'East End londinese), la' i non-nativi, per lo piu' Cinesi e Indiani importati dalle amministrazioni coloniali come braccianti o talora stabilitisi li' come mercanti, hanno rapidamente conquistato una posizione di preminenza economica rispetto ai nativi (i cosiddetti "Bumiputra", o "figli della terra" in Malay). In Indonesia, che e' un caso particolarmente lampante, il circa 5% della popolazione che e' di etnia cinese controlla la vasta maggioranza delle imprese private. Singapore, dove i cinesi etnici rappresentano piu' dei tre quarti della popolazione, e' in una posizione molto delicata perche' e' vista come "Chinese Central" dai paesi confinanti, i cui governi sono invece in larga misura espressione delle etnie numericamente maggioritarie (Malay, in Malaysia e Indonesia). Evitare dissidi razzial-religiosi per Singapore e' una questione di estrema importanza, rilevante non solo per l'ordine pubblico ma per la stessa sicurezza nazionale, e va riconosciuto al suo governo il merito di aver saputo evitare al paese una sorte simile a quella dello stato d'Israele.

Aggiungo come curiosita' che norme per impedire la concentrazione di
immigrati in ghetti sembra siano state messe in atto con successo a
Singapore, leggendo questo messaggio su Italians.

Torno brevemente su questo punto perche' mi mi sono improvvisamente ricordato di un'ottima ragione pratica che il governo di Singapore ha di evitare concentrazioni etniche: il sistema elettorale first-past-the-post (uninominale secco). In Singapore, come spesso accade in Asia, il voto e' fortemente influenzato dall'etnia di appartenenza, e il supporto al People's Action Party deriva in larga misura dalla componente cinese (che rappresenta anche la upper e middle class). In una situazione come quella corrente, senza quartieri a nette prevalenze di minoranze, il sistema elettorale consente ai due terzi del voto di tradursi in una maggioranza di 82 seggi su un totale di 84...

Nota anche che, contrariamente a quel che succede in Europa, gli immigranti non vanno ad alimentare l'underclass, dato che le policies correnti favoriscono l'import di lavoratori qualificati (preferibilmente laureati). Questi requisiti furono in qualche misura rilassati a partire dal 1989, ma al piu' per accettare gente con diploma di scuola media superiore anziche' solo laureati e professionisti come in precedenza; e anche li', avendo come target prevalentemente cinesi di Hong Kong (all'epoca nervosi per i fatti di Tiananmen).

Vorrei anche capire una cosa che non mi risulta chiara nel discorso di Lusiani: in che senso le due parole
"assimilazione" ed "integrazione" denotano due "obiettivi" differenti?
Faccio due esempi: gli irlandesi mi sembrano perfettamente sia
integrati che assimilati nella societa' USA, pero' continuano ad avere
St. Patrick's Day, con la parade, la birra verde e tutto il resto;

Ritengo che lo Stato che accoglie immigrati debba avere un ruolo attivo perche' siano integrati nella societa' e nell'economia, con l'obiettivo che abbiano stessi diritti e doveri dei residenti, stesso rispetto della legge senza essere discriminati nella sua applicazione, stesse opportunita' nell'educazione e nell'economia senza essere discriminati. Invece ritengo che lo Stato dovrebbe astenersi dall'agire sia per promuovere una loro assimilazione culturale, sia per mantenere una loro diversita' sempre culturale, per esempio mettendo a libro paga statale gli imam musulmani, una delle nuove teorie in voga in Francia e Italia.

L'assimilazione in realta' e' auspicabile, ma credo debba avvenire in maniera naturale senza azione dello Stato.

Questo pero' non implica, tanto per fare un esempio, che sia una
politica intelligente "proibire" i ghetti via leggi o anche solo
regolamentazioni amministrative locali: quale sarebbe la logica? La
tendenza spontanea di qualsiasi gruppo di immigranti e' l'auto-difesa
ed il supporto reciproco, quindi si cerca di vivere assieme: quindi il
ghetto. Idem per i negozi dove si vendono i propri cibi e financo i
propri vestiti, le associazioni per i legami con i paesi di origine, le
feste rionali tradizionali, eccetera. Poi, al crescere del reddito e
dell'integrazione economica la
gente si muove e la natura 'ghettosa' del ghetto evapora, altre etnie
arrivano, eccetera

Avevo gia' scritto che non mi aspetto che i provvedimenti che suggerivo sarebbero stati necessariamente efficaci, specie in Italia, ma li consideravo quantomeno un atto nella giusta direzione. La logica e' che l'immigrazione sparsa e in misura limitata rispetto alla popolazione residente viene accettata meglio e da' piu' stimoli e possibilita' agli immigrati di integrarsi. Se invece si creano i ghetti, e l'immigrazione e' massiccia, iniziano i problemi, come le frizioni tra italiani e cinesi in via Sarpi, o tra italiani e immigrati in via Anelli a Padova, e nelle scuole compaiono le classi con l'80-100% di imigrati, che sono gia' fatti reali in molte province, sicura anticipazione di disastri futuri.

A me non sembra nemmeno chiaro quale sia la funzione che tale processo
dovrebbe massimizzare: qualcuno ce l'ha chiara? Lo dica. Dobbiamo
prefiggerci di far "italianizzare" i cinesi o dobbiamo guardare solo
alla crescita del reddito e lasciare che l'Italia si "cinesizzi" o
""indianizzi" se questo e' necessario? Vogliamo che certe tradizioni
culinarie e regole di comportamento vengano adottate o ci va bene che
il paese si riempia di orrendi ristoranti cinesi?

Per quanto mi riguarda i cittadini di uno Stato dovrebbero prima decidere quanti immigrati ammettere (e sottolineo che considero questo un diritto sovrano non espropriabile), contemporaneamente avendo ben chiaro che dovranno essere integrati economicamente al loro ingresso, e diventeranno cittadini dopo 10 anni di residenza regolare, se rinunciano alla loro precedente cittadinanza e mostrano di essere ragionevolmente informati e compatibili rispetto alla societa' ospite. Da quel momento in poi cittadini e neo-cittadini contribuiranno insieme a determinare l'identita' culturale dello Stato. La scelta primaria deve essere fatta al momento dell'accettazione regolare dell'immigrato nello Stato. In seguito ritengo sbagliato che lo Stato intervenga sulla cultura dell'immigrato, deve invece intervenire per la sua integrazione nell'economia e nelle leggi del paese ospite, deve fornire l'educazione che viene fornita agli altri cittadini. Dovrebbe anche essere ben chiaro a chi decide che l'identita' culturale futura dello Stato non potra' che cambiare proporzionalmente al numero e alla distanza culturale degli immigrati accettati.

... vorrei free-ride questa accesa discussione ed attirare la vostra attenzione su questa proposta di regolamento per i concorsi universitari:

http://www.universitas.bo.it:80/stato2007.htm

Il succo è all'art.4 Cosa ne pensate? Quali sono i pregi e difetti?

Aspetto vostri commenti (e forse la notizia merita un articolo a sé).

Scusate l'intromissione.

L' ANSA alle 19.37 del 19 Aprile 2007 riporta la seguente notizia colta a Firenze in occasione dell'ultimo congresso dei DS. ''All'interno del mercato le regole le stabiliscono gli operatori in piena autonomia, responsabilita' e liberta'. I governi e le authority possono solo intervenire per verificare se le regole vengono rispettate o meno''. Lo afferma il ministro delle Riforme Vannino Chiti, dopo la disponibilita' mostrata da Mediaset di far parte della cordata di imprenditori italiani per Telecom.''Se nel mercato - aggiunge Chiti a margine dei lavori del congresso DS - emerge una soluzione positiva per Telecom, nell'imprenditoria italiana, credo non possa dispiacere a nessuno''. Chiti é persona autorevole avveduta e ragionevole. Se ci dice che le regole le stabiliscono gli operatori ci dice qualcosa che in molti sospettavamo e che però un poco ci sorprende. Mi permetto però di osservare che se le cose vanno in questo modo forse non c'é autonomia, nel senso che gli operatori (quando l'assetto non é monopolistico) si mettono d'accordo fra loro per fissare congiuntamente le regole. Dal che discende che la responsabilità alla quale allude non può che avere come destinatari, come é giusto che sia, gli azionisti delle imprese. Quanto poi alla libertà é giusto che non sia condizionata, perché se uno mette insieme i due termini (ovvero libertà condizionata) rischia di essere frainteso. Se poi questo é solo un lapsus, beh allora senza scomodare il dottore viennese, questa dichiarazione ci dice ancora più cose. Un grazie di cuore a Chiti.

Ottimo punto, davvero. A ulteriore prova che, come sosteniamo da tempo, questi di come funziona una societa' liberale e di mercato non hanno la piu' vaga alba.

Quando vogliono fare i liberali, come nel caso che riporti, finiscono per dire che gli insiders ad un certo mercato/settore possono, mettendosi d'accordo fra loro, fare e disfare le regole come meglio a loro aggrada ...

Fa sorridere anche l'affermazione secondo cui i governi e le autorithies intervengono per verificare che le regole (fissate dagli insiders) vengano rispettate ... chi era quello che parlava negativamente dei governi parlamentari come "comitati d'affari della borghesia capitalista"? Ah, ma ora hanno fatto il PD, quindi certa zavorra ideologica alle spalle se la son lasciata. Ora teorizzano che i governi devono essere i comitati d'affari della borghesia capitalista ...

Hai ragione, il caro Chiti dice di piu' di quanto credo volesse dire.  

 

Leggo or ora sul sito di Repubblica la seguente notizia flash:

Nasce il Partito Democratico e la base dei delegati ds, in un sondaggio elaborato dalla Swg, indica il valore cardine (40 per cento di consensi) nella ricerca dell'uguaglianza sociale. Seguono lo studio e la formazione per tutti (18%), solidarietà con i più deboli (14%), pari opportunità (11%), crescita economica per tutti (10%), ultimo il riconoscimento del merito individuale (7%).

Vi paiono le opinioni della base di un partito liberale? Vi stupite allora della confusione (o malafede?) dei vertici?

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