''Mainstream'' ed eterodossi: diamo i numeri!

8 ottobre 2010 Luca De Benedictis e Michele Di Maio

Vi presentiamo i risultati di una indagine sugli economisti italiani, ciò che pensano dell'economia italiana e la loro appartenenza a diverse scuole di pensiero.

La discussione

Nei mesi scorsi, nFA ha ospitato una accesa discussione seguita alla pubblicazione sulla stampa italiana della ''Lettera dei 100 economisti''. Oltre che sui contenuti della Lettera, la discussione è anche stata una buona occasione per parlare dei rapporti tra mainstream ed eterodossia nelle scienze sociali. L'incipit di questo articolo su nFA rilevava però che il confronto sul ruolo delle scuole di pensiero fosse stato prevalentemente pubblicistico, basato su evidenza aneddotica o fondato su analisi soggettive, essenzialmente perché dati appropriati e studi accademici sul tema sono assai scarsi.

Una nostra recente analisi, basata su una survey originale, può fornire i dati per poter affrontare quantitativamente alcune questioni relative all'insegnamento dell’economia in Italia, gli economisti italiani e la loro appartenenza a diverse scuole di pensiero. Per chi volesse approfondire, qui potete trovare la pagina web della ricerca con il questionario, i dati e i paper. Questo post riassume i risultati della ricerca.

Preliminari: il questionario

Il questionario on-line inviato il 27 aprile 2007 a 1511 economisti italiani conteneva una serie di domande sulle caratteristiche personali (età, sesso, luogo di nascita, luogo di lavoro, orientamento politico, etc.) e accademiche (carriera, interessi di ricerca, scuola di pensiero, conoscenza della letteratura sul declino economico italiano, etc.) dell’intervistato e sulle sue opinioni sullo stato dell’economia italiana, le cause della situazione economica e le politiche più adatte alla ripresa.

La compilazione del questionario non richiedeva nessuna competenza specifica (come era indicato nell’invito alla compilazione) e quindi nessuna pre-selezione è stata effettuata rispetto ai temi di ricerca degli intervistati. Le domande erano in tutto 32 e ci volevano circa 20 minuti per poterlo compilare con attenzione. La survey si è conclusa il 1 giugno 2007.

Abbiamo ricevuto 496 risposte; il tasso di risposta del 33% è comparabile con quello ottenuto in altre indagini analoghe. Le risposte dei membri dell’American Economic Association vanno dal 34% di Alston et al. (1992), al 31% di Fuller e Geide-Stevenson (2003), al 36% di Whaples e Heckelman (2005), al 27% di Klein e Stern (2006a) e al 40% di Waples (2006).

Per l'analisi ci siamo concentrati sulle risposte dei 335 economisti accademici italiani residenti in Italia. Al questionario hanno anche risposto economisti che lavorano in istituzioni diverse dalle università e 65 economisti italiani residenti all’estero, che però non tratteremo in questa sede. Ci riserviamo un follow–up sugli economisti italiani residenti all'estero e sugli economisti non accademici nel caso la presente susciti un qualche interesse tra i lettori.

Prima di entrare nel vivo dei risultati, c’è un aspetto della nostra indagine che la rende diversa da tutti i precedenti lavori sulle opinioni degli economisti, svolti negli USA e in Europa (contenuti nella  bibliografia del paper e in buona parte ottenibili dalla nostra pagina web). Mentre questi selezionavano un campione casuale da una popolazione di riferimento arbitrariamente definita (per esempio l’American Economic Association) noi ci siamo basati su una riponderazione ex-post del campione che lo rendesse rappresentativo degli economisti accademici italiani (in base alle tre variabili per le quali è disponibile un’informazione sulla popolazione degli economisti accademici italiani sulla homepage del MIUR). La riponderazione necessaria è stata per altro marginale (ha compensato la sottorappresentazione dei ricercatori del Sud e la sovrarappresentazione dei professori ordinari). Abbiamo quindi un campione rappresentativo della popolazione degli economisti accademici italiani.

Ora diamo i numeri

Dall’analisi delle risposte al questionario possiamo dare i numeri su molte cose che riguardano gli economisti italiani e la loro opinione sullo stato dell’economia italiana (al 2007). Ai lettori di nFA, vogliamo fornire tre informazioni. La prima è dare una idea del peso numerico delle diverse scuole di pensiero; la seconda è descrivere le differenze in termini di caratteristiche individuali degli appartenenti alla diverse scuole; la terza indica se l’appartenenza a scuole di pensiero diverse è correlata alla differenza di opinione tra gli economisti sull'economia italiana. La terza informazione fa anche il punto sul ruolo dell’aggregation bias nelle differenze tra economisti mainstream ed eterodossi (che tradotto vuol dire: nel confronto tra le opinioni espresse conta come aggreghiamo le diverse scuole di pensiero).

 

1. La maggioranza relativa dei rispondenti non si riconosce in nessuna (unica) scuola di pensiero. Dando uno sguardo alla tabella 1 e sommando coloro che nella survey si definiscono ''eclettici'' e i ''nessuna scuola'' si ottiene un buon 45%. Le ragioni posso essere le più disparate e non possiamo affrontarle in dettaglio. Quanti sono ''mainstream''? Circa il 20%, poco meno del 30% se includiamo anche i neo-keynesiani. Quanti sono gli eterodossi? Beh, sempre intorno al 20% e comunque distribuiti tra diversi approcci tra i quali il più numeroso è quello post-keynesiano. Siamo sicuri che vi sarete messi a fare i vostri conti aggregando in vario modo le diverse compagini. Su questo torneremo in seguito. Resta il fatto che la maggioranza degli economisti accademici non ritengono di appartenere a nessuna, unica, scuola di pensiero (e guardate che non sono solo giovani nichilisti, matematici o econometrici o economisti aziendali) o cambiano il proprio reference point metodologico a seconda della loro ricerca.

 

La tabella 1 riporta la distribuzione degli economisti italiani rispetto alle scuole di pensiero.

 

Scuola di pensiero

Numero rispondenti

Percentuale

Eclettico

95

28

Neoclassico/Mainstream

59

18

Nessuna scuola

56

17

Keynesiano/Post-Keynesiano

36

11

Keynesiano/Neo-Keynesiano

27

8

Instituzionalista/Neo-Instituzionalista

23

7

Evolutivo

17

5

Marxista/Sraffiano/Neo-Marxista

13

4

Behavioral

5

1

Regolazionista

3

1

Austriaco/Neo-Austriaco

1

0

Totale

335

100

 

2. [Parte uno. Non ci sono grandi sorprese] Gli economisti apparenti a diverse scuole di pensiero sono diversi. Gli economisti mainstrem sono più giovani degli istituzionalisti, dei neo-keynesiani, dei post-keynesiani e dei marxisti, che sono i più anziani di tutti. Per quanto riguarda il genere, risulta che i tra i marxisti e quelli che non si riconoscono in nessuna scuola di pensiero ci sono relativamente meno donne che nelle altre scuole. Gli economisti mainstream occupano posizioni più elevate nell’accademia rispetto ad economisti appartenenti ad altre scuole e questa differenza è massima rispetto ai marxisti. Per quanto riguarda le variabili politiche, i nostri risultati mostrano che i mainstream sono significativamente più market-oriented (il ché è in qualche modo rassicurante!) e meno di sinistra (rispetto all’arco parlamentare italiano del 2007) degli altri economisti e che ancora una volta la differenza più rilevante è da registrarsi nei confronti dei marxisti e dei post-keynesiani.

 

[Parte due. Questo forse è meno ovvio] La correlazione tra orientamento politico e la scuola di pensiero è bassa e in alcuni casi non significativa. Questo risultato è meno sorprendente di quanto non ci si attenda, essendo il risultato di una aggregazione: mentre per alcune scuole la correlazione è molto alta, per altre è molto bassa, il che fa si che, considerando l’insieme delle scuole, la correlazione sia bassa e spesso non significativa. Resta quindi che le due cose, orientamento politico e pensiero economico, non sono la stessa roba. Essere marxisti e di destra è assai raro, essere neoclassici e di sinistra è possibile, assai spesso.

 

3. La semplice divisione tra economisti mainstream ed eterodossi non regge alla prova dei fatti. Per tornare alla questione di prima, se dividiamo gli economisti in due grandi cluster, i mainstream (neoclassici e neokeynesiani) e gli eterodossi (tutti gli altri), e includiamo questa variabile dicotomica come esplicativa di una  regressione la cui variabile dipendente sia di volta in volta la risposta (multinomiale, con quattro categorie: assolutamente d’accordo, abbastanza d’accordo, abbastanza in disaccordo, assolutamente in disaccordo)  ad una delle domande sulla situazione economica italiana, sulle sue cause e sulle proposte da promuovere, possiamo rilevare che, una volta controllato per le diverse caratteristiche individuali, la variabile dicotomica mainstrem/eterodosso non è quasi mai significativa. In altri termini, l’informazione sulla scuola di pensiero, se espressa in termini dicotomici, non fornisce nessuna indicazione ulteriore che permetta di spiegare l’opinione dei diversi economisti sulle diverse domande poste nel questionario.

 

La spiegazione è semplice: le due categorie sono in realtà troppo ampie per individuare una differenziazione tra gruppi (piuttosto che all’interno dei gruppi) per quanto riguarda le opinioni circa le cause delle difficoltà dell’economia italiana e la valutazione dell’efficacia di una specifica politica economica. L’eterogeneità tra gli eterodossi prevale rispetto alla diversità nei confronti dei mainstream, e viceversa.

 

Quindi, la classificazione manichea ortodossi/eterodossi non aiuta a spiegare la diversità di opinione tra gli economisti. L’appartenenza ad una scuola di pensiero ha valore esplicativo solo se la classificazione è più articolata (come quella originale della tabella 1).

 

Prendiamo ad esempio la questione del declino economico italiano. Alla domanda: “Lei ritiene che i risultati registrati dall'economia italiana negli ultimi anni possano configurare una fase di declino?” l’85% degli economisti italiani si dichiara d'accordo, tra cui il 23% è assolutamente d’accordo. Se attribuiamo un valore numerico crescente, da 1 a 4, alle quattro categorie assolutamente in disaccordo, abbastanza in disaccordo, abbastanza d’accordo e assolutamente d’accordo, e scomponiamo le risposte per scuola di pensiero, otteniamo il grafico della figura 1.

La retta rossa rappresenta la posizione media del campione. In linea generale, gli economisti delle diverse scuole di pensiero rispondono in media allo stesso modo, con l’eccezione dei marxisti che sono tendenzialmente meno ''declinisti'' e dei behavioralist che lo sono di più. Controllando per le caratteristiche individuali ogni differenza scompare.

 

In domande specifiche sulle cause e le politiche economiche, le scuole di pensiero, categorizzate come nella tabella 1, giocano un ruolo significativo nello spiegare le differenze di opinioni. Questo accade per tre quinti delle domande. Per alcune di queste – come per esempio la flessibilità del mercato del lavoro o il ruolo della Banca Centrale Europea nel sostenere la domanda – le differenze appaiono assai marcate.

 

 

CONCLUSIONI

 

I risultati della nostra analisi confermano alcuni pareri condivisi ma offrono anche alcune nuove indicazioni in termini di quantificazione, caratteristiche e peso delle scuole di pensiero nello spiegare opinioni differenti tra gli economisti. Anche su temi di politica economica italiana.

Purtroppo, la natura della nostra indagine non ci permette di individuare quale sia il fattore esogeno nella determinazione delle opinioni degli economisti. In particolare, mentre non possiamo dire niente rispetto alla possibilità che sia l’ideologia a guidare la scelta di una scuola di pensiero o se è la scuola di pensiero a determinare la visione politica di un economista, quello che possiamo dire è che – anche controllando per numerose caratteristiche individuali, orientamento politico incluso - la scuola di pensiero conta (assai spesso, anche se non sempre come nel caso della domanda sul declino) nella spiegazione delle opinioni degli economisti. Inoltre, come mostriamo nel paper, la scuola di pensiero diventa più rilevante quando si tratta di opinioni circa le politiche economiche (normative economics) invece che di questioni legate alle cause (e quindi in un certo senso più positive economics) delle difficoltà dell’economia italiana.

Speriamo che – nonostante la necessaria omissione di molti elementi dell’analisi - questi risultati possano essere un utile contributo alla discussione e che possano, più in generale, far venire voglia di chiedersi: come si formano le opinioni degli economisti? Se pensiero politico e pensiero economico, qual è l’uovo e quale è la gallina? Dateci la vostra opinione sulla direzione di causalità, tra orientamento politico e scuola di pensiero. Non potremmo citarvi come elemento discriminante nei prossimi paper, ma comunque sarebbe una utile conferma (o meno) dei nostri apriori.

39 commenti (espandi tutti)

Che differenza c'e' fra post-keynesiano e neo-keynesiano?

Garegnani e i suoi amici sono post-keynesiani (oltre che sraffiani)

Mike Woodford e' neo-keynesiano

Alberto Bisin scrive:

Garegnani e i suoi amici sono post-keynesiani (oltre che sraffiani)

Mi permetto di segnalare la distinzione (per quel che valgono le etichette e le differenze in queste cose) tra post-keynesiani (ad es. la Robinson, Pasinetti, Kaldor) e neo-sraffiani (definiti da Frank Hahn Neo-ricardians) (Garegnani, Steedman, Schefold)...

Le distinzioni all'interno degli stessi autori non è poi così netta: ad es. Garegnani quando si occupa di domanda effettiva è post-keynesiano (cioè si occupa di un classico problema affrontato da JM Keynes), viceversa nel "dibattito sulla teoria del capitale" è pienamente neo-sraffiano.

Ad ogni modo, la domanda e l'indagine di Michele Di maio e Luca de benedictis mi pare di capire non riguardi i contenuti delle scuole di pensiero (sigh!) nè tantomento la produttività scientifica dei componenti le scuole stesse.

 

 

 

I rispondenti si autodefiniscono rispetto alla scuola di pensiero di appartenenza.

Per ridurre al minimo gli errori nella compilazione abbiamo fornito una lista chiusa di scuole di pensiero con l’opzione di aggiungerne a scelta del rispondente una nel caso la propria non risultasse nell’elenco fornito.

La lista delle scuole è quella adottata nel paper di Axarloglou, K. e Theoharakis, V. (2003) [Diversity in Economics: An Analysis of Journal Quality Perceptions. Journal of the European Economic Association, vol.1, No. 6, pp.1402-1423] a cui abbiamo aggiunto la categoria Eclettico. La nostra lista inoltre include tutte le scuole discusse in Colander, D., Holt, R.P.F., e Rosser, J.B. (2003). [The Changing Face of Mainstream Economics: Review of Political Economy, Vol.16, Issue 4, pp.485 – 499]

Nel questionario in realtà si chiede loro di definirsi sulla base del loro "orientamento metodologico". Sono considerati sinonimi?

verifica

andrea moro 8/10/2010 - 15:58

Avete provato a verificare l'autoclassificazione controllando cosa effettivamente questa gente scrive? Per esempio, avete provato a vedere che tipo di ricerca fanno quelli che si classificano sotto "eclettico"? Vista l'ampiezza della campione, sospetto che molti responders siano fra quelli che o non fanno ricerca o pensano che scrivere su un giornale sia pubblicare. Non so se abbia senso classificarli come "economisti".

Da quanto capisco, gli "economisti" sono i professori strutturati di economia, presumo per alcuni  SSD del  SECS (P01?? etc.). Sarebbe meglio precisarlo

Per valutare la produttività un indice semplice potrebbe essere il numero di pubblicazioni EconLit nell'ultimo decennio, senza impantanarsi in valutazioni più complesse. Sarebbe interessante confrontare la produttività del campione con quella dell'universo (i 1511) e poi calcolare la produttività per scuole.

PS la prima frase sarà incomprensibile per i non iniziati. Non preoccupatevi. Non siete ignoranti voi, siamo pazzi noi (professori universitari italiani)

Esatto. Gli "economisti" sono i professori strutturati di economia nei SSD Secs-P/01; Secs-P/02; Secs-P/03; Secs -P/04; Secs-P/05; Secs-P/06; Secs-P/012.


Non per fare il precisino, ma SECS P 04 (Storia del pensiero) e P012 (storia economica) hanno una relazione abbastanza complessa con economia, almeno in Italia (tanto per usare un eufemismo). Uno potrebbe anche sospettare che i professori di Econometria (P05 e P06) non siano del tutto coerenti con la definizione di "economista". Potete eliminare queste risposte e vedere se i risultati sono robusti?

Ok ma non era esattamente questa la mia domanda, e capisco l'esigenza di usare un criterio oggettivo di appartenenza alla categoria. Pero' andando a memoria pensando alla gente che ha insegnato al sottoscritto, c'era gente che, quando andava bene, scriveva sul sole 24 ore, e quando andava male nemmeno quello. Magari gli eclettici sono questi, li vogliamo davvero definire "economisti"?

Scrive Andrea Moro:

pensando alla gente che ha insegnato al sottoscritto, c'era gente che, quando andava bene, scriveva sul sole 24 ore, e quando andava male nemmeno quello. Magari gli eclettici sono questi, li vogliamo davvero definire "economisti"?

Mi scusi Andrea Moro, ma a me sembra palese che non sia questo l'intento di De Maio e cioè distingure fra coloro che sono in odore di Nobel e quelli papabili per l'igNobel...

Mi pare ancora una volta (l'ho già scritto qui in risposta a Alberto Bisin) che l'autore del post si ponga la domanda (così dice lui) se "sia nata prima la gallina dell'uovo" e per fare questo, motivando, prende una definizione (di economsta) non meno arbitraria di quella utilizzata in altri lavori che poi menziona e approfondisce nel suo paper...

Ora non vorrei fare l'avvocato d'ufficio del post e di De maio, ma spostando la discussione su quanto siano bravi e pubblichino bene un certo gruppo di economisti (che si definiscono tali o che sono stati assunti da una struttura pubblica per esercitare quella professione accademica), credo si possa (?) perdere di vista le motivazioni e il contributo (if any) del presente scritto vanificando così l'obiettivo dell'autore...

Hai capito male. Il punto mio e' che c'e' un sacco di gente che non fa proprio nulla. Magari scrivessero qualche trattato di economia usando chissa' quale paradigma metodologico. Sospetto che il grande numero di eclettici stia in questo gruppo. 

In effetti sarebbe un dato interessante. Io sospetto che chi non fa nulla non ha nemmeno risposto al questionario. Però i nostri sospetti, finché non si mostra un qualche dato, valgono più o meno come il due di fiori quando la briscola è a bastoni. Gli autori dell'indagine hanno sottomano una qualche misura della produttività degli eclettici comparata agli altri?

Scrive Moro:

Hai capito male. Il punto mio e' che c'e' un sacco di gente che non fa proprio nulla. Magari scrivessero qualche trattato di economia usando chissa' quale paradigma metodologico. Sospetto che il grande numero di eclettici stia in questo gruppo.

Di sicuro ho capito male. Ma è probabile, mi permetto, che anche lei non abbia ben chiaro il post di Di Maio.

Michele de Maio si pone con coautore il problema di presentare "i risultati di una indagine sugli economisti italiani, ciò che pensano dell'economia italiana e la loro appartenenza a diverse scuole di pensiero". Per fare ciò ha(nno) mandato un questionario agli economisti italiani da loro definiti a partire dai settori scientifici disciplicari CUN: secs/p01, p02 e seguenti. Ottendendo come evidenza dai loro dati ad es. (punto 3) che "La semplice divisione tra economisti mainstream ed eterodossi non regge alla prova dei fatti".

Ora è possibile criticare l'impostazione metodologica, le tecniche di analisi usate e quant'altro, ma io sarei per rimanere al pezzo. Se loro scelgono di usare la fonte MIUR per definire cos'è un economista accademico, non possiamo chiedere che la loro analisi discrimini tra gli economisti degni di fregiarsi del titolo e economisti-asini.

Se poi uno, per una forte ragione, ha i motivi per filtrare gli accademici definiti dal MIUR economisti suddividendoli fra coloro che hanno pubblicato sui quaderni dell'Università telematica di Zagarolo e (che quindi come tali posso fregiarsi dell'onorevole etichetta di grandi economisti) e quelli che hanno pubblicato sul giornale che ha IF 31 (e perciò poveretti non sono grandi economisti) (e/o al contrario) allora rifà l'esercizio di Di maio, e ci illustra nuove conclusioni da commentare. Fino ad allora, credo forse sia più corretto commentare ciò che dicono piuttosto che ciò che non dicono gli autori, per non far torto a loro e non sviare il lettore su temi, estremamente interessanti, ma che non sono subito ricavabili dalla lettura del testo.

Re(5): verifica

massimo 8/10/2010 - 23:30

Per l'analisi ci siamo concentrati sulle risposte dei 335 economisti accademici italiani residenti in Italia

Credo sia impossibile dare un giudizio individuale analitico su 335 economisti diversi, intendo leggendo e valutando la loro produzione. Luca De Benedictis e Michele Di Maio si sono dovuti per forza limitare a contarli e raggrupparli.

Mah, malpassotu, forse c'è qualcosa che non capisco ma a me la questione posta da Andrea sembra infinitamente più semplice e sta nel significato del termine ''eclettico''. Questo può essere interpretato in due modi:

1) non aderisco in modo stretto ad alcun approccio metodologico specifico e quando faccio ricerca tendo a usare l'approccio che ritengo più opportuno per il problema che sto studiando;

2) non aderisco in modo stretto ad alcun approccio metodologico specifico perché non faccio ricerca di alcun tipo.

Converrai che le due interpretazioni non sono equivalenti ma sono entrambe plausibili. Andrea chiedeva semplicemente se chi ha fatto il questionario ha informazioni che possano illuminare sul significato che probabilmente è usato da chi risponde. Ossia, se uno dice che è eclettico e poi è dieci anni che pubblica solo su raccolte di saggi pagati dalla locale cassa di risparmio, è probabile che l'interpretazione corretta sia la seconda. Se poi questa informazione non c'è, amen, no big deal.

Capisco la preoccupazione di Andrea Moro, legittima e assolutamente attinente. Tuttavia, ribadisco: lo scopo del lavoro, per come l'ha presentato l'autore del post, non è valutare se colui che si definisce "eclettico" ricade nella definizione sub (1) o sub (2) della sua risposta.

Come sottolinea Massimo (una risposta prima della sua), l'esercizio di valutazione, (ripeto ancora, lontano dallo scopo dell'articolo), di 335 persone se siano o no economisti (eclettici?) è un'opera titanica.

Pertanto, il mio invito era a commentare l'articolo per quello che dice e non per quello che non può dire.

Ci sono un paio di cose interessanti.

Andrea Moro ha un forte apriori sul fatto che gli eclettici non pubblichino su riviste accademiche. Sandro Brusco dice che chi non pubblica non risponde neanche a questionari come il nostro. Ciò implica che non ci saranno eclettici nel nostro campione. Ma ci sono. Quindi una delle due affermazioni è falsa. Quale?

Rispondere per bene, dati alla mano, non è proprio semplice semplice.

Rispondo quindi in modo semi-serio (non avendo - come ho già detto - nessun apriori forte sul legame qualità/produttività e orientamento metodologico). Gli eclettici, proprio perché tali, dovrebbero pubblicare di più. Non costretti come me a mandare i propri lavori solo al Journal of My Only One Economics. Ma possono mandarli a tanti Journal of. Si amplia il portafoglio, si minimizza il rischio e la Prob(Pubblicare) aumenta. 

D'altra parte, chi non scrive ha tanto tempo da perdere e potrebbe compilare il questionario come se facesse il Sudoku. Oppure no. 

Un'altra cosa sugli apriori. Sandro Brusco dice a proposito del

 significato del termine ''eclettico''. Questo può essere interpretato in due modi:

1) non aderisco in modo stretto ad alcun approccio metodologico specifico e quando faccio ricerca tendo a usare l'approccio che ritengo più opportuno per il problema che sto studiando;

2) non aderisco in modo stretto ad alcun approccio metodologico specifico perché non faccio ricerca di alcun tipo.

Converrai che le due interpretazioni non sono equivalenti ma sono entrambe plausibili. 

Ma questo vale anche per tutte le altre categorie (1. sono x e y e uso questo approccio metodologico ai problemi che sto studiando; 2. sono x e y e non faccio ricerca di alcun tipo). Perché proprio gli eclettici sono diventati il focal group

 

 

 

Gli autori hanno fatto benissimo ad usare un criterio di selezione oggettivo, ma ancora una volta, voglio farti presente che c'e' una buona quantita' di docenti di economia che non ha scritto, mai, niente di niente. Davvero, non e' una questione di IF o di qualita' delle riviste. Scrivere per lavoce.info, o nfa, non e' fare ricerca. Anch'io ho scritto di fisica (qui, su nfa), ma questo non mi permette di classificarmi come fisico eclettico o fisico delle superstringhe. 

Concordo. Il punto della ricerca non è valutare chi sia bravo o meno (se siete appassionati di semplici classifiche basta andare su Repec e fare una ricerca per nazionalità) e correlare il tutto con le scelte metodologiche individuali. Il tema è interessante, ma non è il fulcro del nostro lavoro.

Su questo proprio non so che dire.

Perché gli eclettici dovrebbero essere i meno 'produttivi'? Perché non i 'non faccio riferimento a nessun orientamento metodologico', i marxisti, o i behavioralist o i neoclassici? Dato il valore di mercato di un paper in Italia mi aspetterei che i siano questi ultimi a non pubblicare mai e a scrivere sul Sole 24 ore.

Sarebbe interessante confrontare la produttività del campione con quella dell'universo e poi calcolare la produttività per scuole.

[scusate la formattazione, ma faccio fatica a capire come funziona questo editor di testo]

Non è cosi semplice (oltre che essere un bel lavorone per costruire il dataset). Sull'universo non abbiamo informazione dettagliata delle scuole di pensiero di 'appartenenza'. La si potrebbe ottenere indirettamente usando informazioni sulla membership a 'Società' (come l'Associazione degli economisti x e y) ma non credo che si andrebbe molto lontano. E poi si puo' essere economisti x e y anche senza avere la tessera de Society x e y. 

Andrea Moro chiede

Non so se abbia senso classificarli come "economisti".

 

Infatti. Non sono "economisti" sono un campione rappresentativo degli "economisti accademici italiani". Per poter essere rappresentativo il campione è tarato sulla popolazione di riferimento. Tutti gli accademici italiani sono censiti nel sito del MIUR. Di quelli appartenenti ai gruppi disciplinari che ricordava Michele abbiamo informazione su genere (sesso), Regione in cui lavorano e ruolo accademico. Tenendo conto di queste variabili (le uniche a disposizione) abbiamo pesato il nostro campione.

Per noi, quindi, gli "economisti accademici italiani" sono quelli che rappresentano la popolazione degli "economisti accademici italiani".

Sulla questione della qualità/produttività tornerò in seguito.

Ripeto la domanda: quanto pesano nel campione di risposte  gli storici economici e del pensiero economico e gli econometrici?  Si tratta di studiosi, magari validissimi nel loro campo, meno rappresentativi degli economisti in senso stretto. Infatti i) non hanno "necessità" di scegliere una scuola di economia e ii) hanno meno interesse diretto nell'andamento dell'economia italiana di un economista applicato (forse tanto interesse quanto un teorico dei giochi - non so). E' quindi possibile che una percentuale più alta di loro si dichiari "eclettica" per mancanza di orientamento preciso e/o che risponda alle altre domande sulla base della lettura del giornale. Non credo sia molto difficile controllare togliendoli dal campione

 

Giovanni Federico chiede (!)

Ripeto la domanda: quanto pesano nel campione di risposte  gli storici economici e del pensiero economico e gli econometrici? 

Risposta: sono il 21.5 per cento; un po più della metà sono economisti matematici e econometrici, un po meno sono storici e storici del pensiero.

Sono eclettici?

La percentuale di eclettici nei tre gruppi è: Storici del pensiero ec. (20.1%); Storici (63.5%); Econometrici e math (10.8).

Ma perché concentrarsi sugli eclettici? Perché non su quelli che indicano 'Non faccio riferimento ad alcun ..." (categoria molto ampia negli econometrici e c.).

Le dimensioni dell'eterogeneità tra gli economisti accademici italiani sono assai più numerose (ottimisti e pessimisti; nord e sud; donne e uomini; destra e sinistra). Nelle regressioni controlliamo per tutta questa eterogeneità. Implicitamente lo facciamo anche per quello che chiede Giovanni Federico, inserendo degli effetti fissi per field di ricerca (categorie JEL). Potremmo farlo per categorie JEL separate, ma i dati sono quello che sono, e la frequenza in alcune categorie JEL è troppo limitata.

Grazie. In realtà mi domando se storici economici ed econometrici possano essere definiti economisti e quindi classificati secondo scuole di pensiero etc. Io non classificherei fra i medici un biologo, anche se insegna a medicina

Esiste un documento che descriva sinteticamente le scuole di pensiero elencate nella prima colonna della tabella?

Io fossi in te lascerei perdere, davvero non ne vale la pena. 

Sarei curioso di riproporre questo questionario dopo 3 anni. Sarebbe interessante vedere come gli ultimi eventi hanno influenzato la visione della professore.

Sarebbe fattibile creare un questionario online (che richiede pochi minuti da compilare), mandare email agli economisti (non solo italiani, magari), per vedere cosa ne viene fuori?

Interessante articolo, comunque.

A parte il problema di self selection nelle risposte, che é limite comune a queste indagini, secondo me c'é un problema grosso con l'autoclassificazione.

Perché quelle etichette abbiano un senso, esse devono rappresentare una buona partizione del set dei possibili "orientamenti metodologici". Ammettiamo che lo siano (ho dei dubbi personali rispetto a quel poco che so, ma qualche problema lo si intuisce anche dai commenti qui sopra). Perché i risultati abbiano significato, si richiede che:

1) la determinazione della partizione sia condivisa da chi risponde (cioè che tutti sappiano cosa quelle etichette vogliono dire)

2) i rispondenti non facciano altro che guardare al proprio orientamento (al loro set di caratteristiche) e selezionare quello che più si avvicina al loro.

Dal numero elevatissimo di non autoclassificazioni (ma anche da alcuni commenti qui sopra), si capisce che molto non quadra. In particolare, credo che molti siano di per sé restii ad etichettarsi. Appiccicarsi un'etichetta vuol dire sminuirsi, e infatti ci sono molti "eclettici".

Un approccio più pulito (che ha comunque delle assunzioni tutte da verificare) é far sì che il rispondente espliciti le proprie caratteristiche, e la categorizzazione venga fatta ex post. Immagino i questionari siano anonimi, quind la verifica che auspica Andrea qui sopra probabilmente non é possibile.

Condivido.

Se io avessi partecipato al campionamento, tanto per dire, mi sarei definito "eclettico".

Non so cosa voglia dire, di preciso, ma vuol dire che siccome non mi riconosco in nessuna delle ettichette suggerite, mi prendo l'unica casella che mi lascia libero di deviare.

 

No, ce n'è un'altra.

La risposta prevedeva 11 alternative prefissate e una dodicesima aperta.

Quelli che proprio amano distinguersi dagli altri potevano scegliere quest'ultima. 10 rispondenti lo hanno fatto. Vado a memoria ma in una risposta si diceva 'Sono marxista ma leninista'. Va benissimo. Nell'analisi multinomiale queste osservazioni le abbiamo dovute riclassificare (il marxista-leninista è stato ricondotto a marxista) o escludere, se erano impossibili da associare ad altre categorie.

Quelli che invece non fanno '... riferimento ad alcun orientamento metodologico' rispondevano di conseguenza.

Quelli che ne hanno molti (anche magari, da quel che ne so io, ortogonali), diciamo tre o più, scelgono 'eclettico', dal greco eklektós che appunto vuol dire scelto, selezionato. Di volta in volta.

Dimenticavo, quelli che proprio non avevano voglia di rispondere, potevano saltare la domanda (che non era obbligatoria). Non lo ha fatto nessuno.

1) Ho trovato l'analisi stimolante.

2) Personalia: Io avrei avuto davvero molta difficolta' a classificarmi nelle categorie date. Probabilmente mainstream, anche se mi sento in una fringe del mainstream. Anche un po' behavioural. Poi, essendo teorico-teorico, penso che, come suggerisce Giovanni Federico, dovrei contare di meno e che la classificazione abbia meno senso/rilevanza per quelli come me.

3)  Considerazione a margine sulle surveys (io ho il dente avvelenato su quelle circa la felicita', Oswald, Layard & co): se non ci si riesce a mettere d'accordo sul significato di una variabile categorica con valori, come 'eclettico', che hanno un significato realtivamente chiaro nel linguaggio naturale, come pensare di mettersi d'accordo sull'intepretazione di punti su una scala numerica soggettiva (come la Likert)? Come mettere assieme il mio '3' su una happiness scale, per dire, con il tuo?

4) Risposta soggettiva e non argomentata alla vostra domanda. Penso che in linea di massima l'affiliazione ad una 'scuola di pensiero' sia determinata dalla propria visione politica (e non viceversa). Ma gia' mentre scrivo 'affiliiazione ad una scuola di pensiero' sento che c'e' qualcosa di profondamente sbagliato nel porre la questione in questi termini...

Marco,

come sempre dici le cose che vorrei dire in un modo migliore di come le avrei mai potute dire...

1) credo che molti - ha ragione Michele Boldrin - non riconoscendosi pienamente in un filone (meglio di scuola di pensiero), di ricerca , si limitino a segnalare la loro diversità con "eclettismo"... Inoltre, ritengo forse a torto, che buona parte degli "economisti accademici" italiani sotto i 50anni si autoclassifichino come: "io faccio macro, io internazionale, io mi occupo di law&economics ecc", piuttosto che "io sono un neoistituzionalista, io un giovane neoricardiano, io un neoclassico estremo". Da qui forse il forte bias per "eclettismo" (ipotesi tutta da verificare)...

2) Riguardo il tuo punto 3), anche io digerisco poco gli "happy people" e quando posso vado ai loro seminari giusto per rompere i maroni... mi diverto, ma subito dopo mi deprimo, perchè acquisto maggiore consapevolezza del misero statuto epistemologico della disciplina e di come l'economia sia un prodotto "modaiolo"... ora ad esempio "si portano molto" gli esperimenti...

3) Non so quanto sia verificabile la considerazione sub punto 4) del tuo post... di certo in Italia le scuole di pensiero si sono spesso aggregate più che per idee per tornate concorsuali....

1) grazie

2) Ce ne sono altri che si sono orientati allo stesso modo, visto che la risposta non era mutualmente esclusiva. Non tantissimi per nostra fortuna. Nel suo caso, e supponiamo che ci fossero stati due altre risposte che indicavano sia mainstream che behavioralist, l'avremmo classificata una volta come mainstream, una volta behavioralist e una terza volta l'avemmo assegnata random a una delle due categorie. Se ci fossero stati numerosi mainstream-behavoralist avremmo incluso questa nuova categoria. Non è stato possibile.

Nelle regressioni abbiamo poi controllato se i risultati variavano a seconda delle classificazioni. Essendo un numero limitato di casi, i metodi di riclassificazione sono risultati equivalenti.

3) Su questo punto non sono d'accordo. Non ne so niente di analisi sulla felicità e quindi taccio. Ma nel nostro caso i rispondenti sono well educated, sanno approssimativamente orientarsi nelle diverse categorie, e ciò che conta non è che ne siano pienamente coscienti, e che confrontandole indichino una categoria che meglio li rappresenti. Badi bene. Meglio, non perfettamente. Se tutti avessero espresso indicazioni differenti (335 orientamenti metodologici) o se avessero risposto casualmente, non avremmo identificato nessun effetto 'Scuola di pensiero'.

Infine, e più in generale, la Scuola di Pensiero è una variabile latente. Io la osservo nella sua realizzazione, non nella sua motivazione. 

Nella parte finale del nostro post, Michele ed io ponevamo la seguente questione:

... come si formano le opinioni degli economisti? Tra pensiero politico e pensiero economico, qual è l’uovo e quale è la gallina? Dateci la vostra opinione sulla direzione di causalità, tra orientamento politico e scuola di pensiero.

Non era una domanda retorica. Ci interessa per davvero la vostra opinione e la vostra esperienza personale. Non è una questione da poco identificare una relazione causale. Lo è anche in questo caso. Ad esempio, se l'orientamento politico si forma alle scuole superiori, questo puo' co-determinare durante gli anni di università una predisposizione a considerare 'interessante' un determinato orientamento metodologico alla ricerca economica, piuttosto che non un altro. Allo stesso tempo, la frequentazione di un docente universitario che abbia un preciso orientamento metodologico può influenzare il mio modo di guardare all'economia, e da qui anche il mio modo di guardare alla società, alla politica.

Mi chiedo se dal piccolo e distorto campione di nFA possa venire qualche suggerimento.

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