Meno debito, meno spesa corrente, meno tasse. Il caso del Comune di Ferrara.

24 gennaio 2014 Luigi Marattin

Si dice spesso che la ricetta ottimale per la finanza pubblica italiana in questa fase storica (“meno spesa, meno debito, meno tasse”) sia nota a molti, ed è probabilmente vero. Si dice anche però che essa sia politicamente molto difficile da realizzare, dati gli attriti e le resistenze che si annidano nel tessuto socio-economico, nella debolezza della politica e nel patto implicito tra portatori di interessi e rappresentanti politici per la tutela dei reciproci interessi di breve periodo. E questo è sicuramente vero. Tuttavia, alcune realtà hanno provato a sfidare la sorte e a dimostrare che in questo tormentato Paese – una volta tanto – la migliore cosa possibile non è sempre impossibile.

L’esperienza qui presentata è quella di un Comune di dimensioni medio-piccole (Ferrara, circa 135 mila abitanti) e inserito in una regione con molte meno disfunzioni della media nazionale. Per cui si può senz’altro dubitare della sua rappresentatività a livello nazionale, così come è difficile immaginare che le politiche qui di seguito raccontate possano essere sic et simpliciter estese ad una dimensione diversa o più ampia. Tuttavia, rimane interessante raccontare questa storia. Che non è certamente l’unica, ma è quella che conosco meglio, essendone una (piccola) parte.

E’ una storia che racconta il modo che l’Amministrazione Comunale – e la maggioranza che la sostiene, formata da un partito che ha la maggioranza assoluta e due liste alleate aventi un consigliere ciascuno –  ha scelto per affrontare la gestione della finanza pubblica e delle aziende di proprietà comunale.

Nel 2009, all’inizio del mandato della nuova amministrazione guidata dal Sindaco Tiziano Tagliani, il Comune di Ferrara era il capoluogo più indebitato dell’Emilia Romagna, con uno stock di debito pari a 167,4 milioni di euro. In questi cinque anni è stato ridotto a 118,7 milioni, per una riduzione pari al 29% in termini nominali e superiore al 40% in termini reali. Il beneficio di tale risultato non è solo misurabile in una maggiore equità intergenerazionale, ma anche in un concreto risparmio di spesa corrente. Nel 2008 il servizio del debito (che negli enti locali, a differenza dello Stato, non è solo la quota interessi ma anche il rimborso della quota capitale) pesava sulla spesa corrente per circa 17,9 milioni di euro; quest’anno invece solo per 11,2 milioni di euro, riducendo del 37,1% la parte di spesa corrente destinata a servire e ripagare il debito e liberando cosi' risorse per utilizzi più produttivi. Visto che (come documentato ad esempio su nFA) l’aggiustamento fiscale italiano nel triennio 2010-2013 sul lato della spesa  è stato sopportato soprattutto dagli enti locali, solo una parte dei 6,7 milioni di euro risparmiati sul servizio del debito hanno potuto essere reimpiegati in abbattimento della pressione fiscale locale (come vedremo tra un attimo) o in spesa pubblica più produttiva. La maggior parte di questo risparmio è finita in cospicui assegni diretti in Via Venti Settembre a Roma all’indirizzo dei tre  ministri delle Finanze succedutisi in questi tre anni.

Ai non esperti di finanza locale non è forse sufficientemente noto che il debito negli enti locali non ha esattamente la stessa dinamica che ha nell’amministrazione centrale dello Stato. In quest’ultima, infatti, l’emissione di passività è consentita anche per il finanziamento della spesa corrente; negli enti locali invece, solo per spesa in conto capitale. C’è quindi un modo molto semplice per ridurre velocemente lo stock del debito finanziario di un Comune: smettere di fare investimenti. A Ferrara abbiamo scelto un’altra strada. Abbiamo scelto di preservare un livello adeguato di investimenti pubblici, consci dell’importante ruolo da essi svolto non solo nello stimolo di domanda aggregata (secondo diversi studi empirici ad essi è associato il moltiplicatore più elevato) ma anche dell’importanza dello stock di capitale pubblico (e della sua qualità) nelle dinamiche della produttività totale dei fattori. Consci, infine, che la stragrande maggioranza degli investimenti pubblici da almeno vent’anni sono realizzati dagli enti locali, e non dallo Stato centrale. Allora abbiamo semplicemente continuato a realizzare investimenti (sebbene, certo, ad un livello inferiore a quello che aveva portato all’accumulazione di un debito insostenibile!) ma cambiando la fonte di finanziamento: non più emissione di debito, ma dismissioni patrimoniali. In altre parole, prendendo a prestito il linguaggio della contabilità aziendale, abbiamo azzerato l’emissione di nuove passività, compensando però la naturale diminuzione dell’attivo patrimoniale che ne sarebbe seguita con dimissioni di componenti non necessarie delle immobilizzazioni e partecipazioni finanziarie. Così facendo, il flusso di investimenti rimaneva adeguato alle necessità della città, e il naturale ammortamento delle rate dei mutui – a fronte di emissioni di nuovo indebitamento prossime allo zero – abbatteva velocemente lo stock del debito. Ovviamente la valutazione sulla destinazione dei proventi da dismissioni patrimoniali è stata fatta di volta in volta sulla base di un corretto confronto sui costi-opportunità. In un caso (la dismissione di una quota significativa di azioni della multi-utility Hera, di cui si dirà meglio in seguito), i proventi sono stati destinati direttamente al rimborso anticipato del debito, invece che al finanziamento di nuovi investimenti, in modo da abbattere ulteriormente la spesa corrente e destinare quei proventi alla riduzione delle tasse comunali sul reddito da lavoro e da impresa.

Dal 2009 al 2014 la spesa corrente discrezionale del Comune di Ferrara (esclusi cioè i fondi vincolati provenienti da Regione, Stato o Unione Europea, su cui non si esercita la discrezionalità politica dell’ente locale) si è ridotta in termini reali del 22,85%. In termini nominali parliamo circa di 12,5 milioni di euro, anch’essi destinati in gran parte – come contributo del Comune di Ferrara – al consolidamento dei conti pubblici dello Stato.

Come è stato possibile ridurre debito e spesa in questo modo? Con due sole parole: volontà politica. E’ stata la volontà politica che ha permesso al Sindaco di parlare con le associazioni di volontariato che occupavano immobili comunali di pregio e convincerli ad accettare sedi più piccole e funzionali (e magari condivise) in modo da permettere l’alienazione di quegli immobili. E’ stata la volontà politica a far sì che Massimo (Maisto, assessore a Cultura e Turismo e vice-sindaco) decidesse di spostare la sede del suo assessorato da un palazzo signorile del centro di Ferrara ad uno più piccolo fuori dalle Mura Estensi, per consentire di sfruttare al meglio gli spazi e procedere alla vendita di quell’immobile. E’ stata la volontà politica a far sì che Aldo (Modonesi, Assessore al Patrimonio e ai Lavori Pubblici) internalizzasse il nuovo corso dell’amministrazione, sapendo che ogni euro di investimenti aggiuntivi doveva essere finanziato da un euro di alienazioni patrimoniali, creando così anche i giusti incentivi interni all’attività di governo. E’ stata la volontà politica che ha consentito a Chiara (Sapigni, assessore ai Servizi Sociali) e al Sindaco di riclassificare assieme all’assessore al Bilancio tutta la spesa comunale in welfare e scuola, euro per euro, in maniera chiara e intellegibile, per scoprire che era possibile tagliare milioni di euro senza compromettere in maniera sostanziale i servizi. Anzi, aumentandoli, visto che da settembre apriremo un asilo nido nuovo di zecca e circa 140 posti di edilizia popolare in più. Per scoprire che non tutto ciò che porta l’etichetta “spesa sociale” è in realtà al servizio dei più deboli, e renderla piu' efficiente non implica “macelleria sociale”. E’ stata la volontà politica a permettere a Luciano (Masieri, assessore allo Sport), Massimo e Chiara di dimezzare i contributi alle associazioni sportive, sociali e culturali, accompagnandole in un percorso volto a farle camminare con risorse proprie. E’ stata la volontà politica a permettere a Rossella (Zadro, assessore all’Ambiente) di utilizzare maggiormente le opportunità concesse dai fondi europei per la necessaria tutela ambientale, a Deanna (Marescotti, assessore alle attività produttive) di aiutare le attività economiche con meno burocrazia e non necessariamente con più contributi a fondo perduto. E’ stata la volontà politica a permettere a Roberta (Fusari, assessore all’urbanistica) di completare tutti i – particolarmente complessi – percorsi di approvazione dei nuovi strumenti urbanistici in tempi rapidi  sfruttando appieno le proprie risorse interne ed avendo a disposizione un budget complessivo di circa 60 mila euro.

I risparmi così ottenuti, come detto, hanno dovuto principalmente essere destinati allo Stato centrale sotto forma di ripiano dei consistenti tagli ai trasferimenti effettuati in questi anni. Ma non solo. Nel bilancio 2014 (approvato, come facciamo tutti gli anni e in segno di serietà, nel dicembre dell’anno precedente) abbiamo ridotto del 17% l’addizionale comunale sull’Irpef, e abbiamo azzerato la TASI sugli immobili diversi dall’abitazione principale. A Ferrara inoltre – unico capoluogo in Emilia Romagna – non si paga la cosiddetta mini-IMU. Negli anni scorsi inoltre abbiamo reso gratuite le pratiche amministrative (Dichiarazione Inizio Attività e Segnalazione Certificata di Inizio Attività) per le imprese, e avevamo pure – prima che il governo ce la vietasse, vai tu a sapere il perché – l’aliquota IMU al minimo per qualsiasi attività produttiva che costruisse a Ferrara o rilevasse un’impresa fallita.

Sul versante delle società comunali, abbiamo dismesso alcune società che consideravamo non più consone alla missione istituzionale di un Comune (il consorzio ParcAgri, la Locazione Case Srl) o che possono anche essere svolti da soggetti privati sotto la regolazione pubblica (il Consorzio Provinciale di Formazione Professionale, e la società per la Derattizzazione e la Disinfestazione). Le rimanenti società (parcheggi, cimiteri, verde pubblico, reti idriche, farmacie comunali e onoranze funebri) sono state raggruppate in un’unica Holding, con amministratore unico. Tutti gli altri organi amministrativi – di ciascuna società, tranne una – sono stati azzerati. Questo non solo ha consentito un significativo risparmio di indennità, ma ha anche consentito un accentramento del controllo e una diminuzione di costi delle società stesse, quali il dimezzamento dei dirigenti e procedure comuni di gestione della liquidità e di controllo di gestione. Recentemente abbiamo venduto l’intera quota azionaria della multi-utility Hera Spa non vincolata dal Patto di Sindacato (l’accordo parasociale tra i soci pubblici di Hera che ne costituisce la “stanza di comando”), e abbiamo annunciato l’uscita del Comune di Ferrara dal Patto stesso alla sua scadenza, alla fine dell’anno in corso. Perche? Perché crediamo che affermare che i patti di sindacato sono strumenti che non hanno sempre aiutato lo sviluppo industriale, e affermare che nei servizi pubblici locali occorre separare rigidamente proprietà e regolamentazione, significhi qualcosa di più che semplicemente ripetere a pappagallo questi concetti. Ogni tanto significa anche fare qualcosa di concreto in merito, certo nel nostro piccolo.

La storia appena raccontata non vuol essere una stucchevole (auto)celebrazione nè, come detto, pretende di costituire un modello la cui replicazione sia possibile velocemente e senza costi. Così come è senz’altro vero che anche nel Comune di Ferrara (territorio storicamente debole dal punto di vista economico) tanto, tantissimo rimane da fare. Questa storia vuole solo suggerire tre punti:

  1. Una gestione sana delle finanze pubbliche non è solo una questione economica: è anche un tema politico. La competenza tecnica di chi ha la diretta responsabilità delle finanze di una comunità locale o nazionale è condizione (forse) necessaria, ma sicuramente non sufficiente. In un paese in cui la risorsa pubblica è sempre stata utilizzata per acquisto e mantenimento di consenso politico, un suo utilizzo efficiente e sano non può che essere, ergo, un tema di natura prettamente politica.
  2. Nessun processo di risanamento delle finanze pubbliche può avvenire in tempi brevi. Quando nel 2010 a Ferrara iniziammo questo percorso, annunciammo chiaramente che i benefici si sarebbero visti solo in seguito, e che nel breve periodo i cittadini avrebbero dovuto sopportare qualche costo. Nel 2011 ad esempio fummo costretti ad un aumento delle aliquote Irpef e un lieve ritocco delle tariffe dei parcheggi; ma una volta realizzato il dividendo del risanamento, esso è stato immediatamente restituito ai cittadini: nel 2014 l’aliquota Irpef sul primo scaglione è del 10% inferiore a quella del 2009, le aliquote IMU/TASI sono tra le più basse d’Italia, e lasciare l’automobile nel parcheggio in pieno centro storico costa al massimo 3,20 euro al giorno. E’ perciò fondamentale avere un orizzonte temporale (e un respiro politico) sufficiente a realizzare un proficuo scambio intertemporale tra transitori costi immediati e duraturi benefici futuri.
  3. Tali processi di risanamento riescono meglio (molto meglio) con sistema istituzionale che garantisca stabilità di governo, e con scelte politiche che rendano le maggioranze strette e coese. Quasi nessuna delle scelte che abbiamo fatto sarebbe stata possibile con una maggioranza (quale quelle presenti in passato) composta da svariati partiti e partitini in cerca esclusivamente di potere di veto e visibilità personale. 

In conclusione, questo piccolo e forse insignificante case-study vuol solo far sorgere il dubbio che anche sulle scelte di finanza pubblica, in questo sgangherato Paese, la miglior cosa possibile non è proprio sempre impossibile.

Luigi Marattin e' ricercatore in economia all'Universita' di Bologna e assessore al bilancio del Comune di Ferrara

16 commenti (espandi tutti)

L'articolo di Marattin, oltre che chiaro e concreto, mi sembra politicamente importante. Suggerisce una strategia: focalizzare gli sforzi (di analisi e di azione) sulle realtà locali, in modo da creare casi esemplari che possano riprodursi per imitazione, e da usare anche come strumento di persuasione.

Mi rendo conto che è difficile e che tentativi sono stati già fatti, con scarso successo. Forse, a livello locale, conviene agire all'interno dei principali partiti esistenti -- com'è avvenuto a Ferrara.

Che ne pensa Marattin, anche in base alla sua esperienza?

Fermo restando che, a mio modo di vedere, l'esempio ferrarese rappresenta il giusto modo di fare le cose, mi chiedevo come potesse essere replicato altrove.

In un piccolo paese, già fortemente indebitato, senza prospettive e in cui  il patrimonio pubblico è contenuto, cosa si potrebbe fare? Dismettere? Chi investirebbe in un piccolo comune senza opportunità da qui a cinque anni? Si rischierebbe di svendere e non centrare l'obbiettivo. Il patto di stabilità impone di tenere sotto controllo i bilanci, quindi è intile pensare di tagliare da subito le aliquote per raccoglierne i frutti poi. In paesi come questo, in paesi come il mio(purtroppo), la coperta è veramente corta. Siamo una realtà che vive soprattutto di agricoltura e pesca, con un terziario che pesa veramente poco e un secondiario quasi inesistente. Si vive nei mesi estivi soprattutto di turismo, ma la crisi ha ridotto notevolmente i flussi e le imposte sulla seconda casa, rende ancora più difficile trovare affitti adeguati rispetto al valore offerto dal paese. In comuni di questo genere, non ancora giuridicamente, ma nella realtà quotidiana, già in default, l'unica via d'uscita, è o non è l'aumento della spesa pubblica? Quella virtuosa ovviamente.

Premesso che per qualsiasi spesa, pubblica o privata, è difficile calcolare e quantificare la sua "virtuosità". Così come qualsiasi investimento, anche se certamente esistono dei limiti e molti investimenti possono essere evitati.

Non si capisce come un comune senza reali prospettive di crescita e di maggiore produttività di breve-medio periodo possa pensare di aumentare la leva del debito. Quindi, come può essere una soluzione l'aumento di spesa pubblica? Esso si tradurrebbe inevitabilmente nel futuro in maggiori imposte e quindi in minore potere d'acquisto per i cittadini. Inoltre, in caso di mancate liberalizzazioni e concorrenza nel mercato dei servizi, l'aumento di spesa pubblica come si tradurrebbe? In maggiori e migliori servizi? La realtà italiana generale evidenzia tutt'altro.
Se un Paese decide di vivere di soli settori primari, non può pensare di poter offrire servizi e beni di qualità e in quantità sufficiente a soddisfare la domanda locale. O le ammistrazioni e la comunità decidono di muoversi per invertire la rotta oppure l'indebitamento ingiustificato è solo il primo passo al suicidio. 

Capisco e sono anche d'accordo, ma per invertire la rotta, non servirebbe comunque che qualcuno(istituzioni o privati) si caricasse dell'onere di credere nel territorio? Devo ammettere che la situazione del mio comune forse è relativamente migliore rispetto ad altre. Se non altro, possiamo contare su un porto di notevoli dimensioni, che, a quanto ne so, è stato già concesso a privati. Ma una vera e propria ottica di risanamento, è visione, comunque, di lungo, se non, lunghissimo periodo. Nel frattempo i negozi chiudono, la gente non spende e i giovani lasciano il paese. La domanda insomma è: per comuni in questo stato, è possibile un altro finale?

Sono sempre più convinto che,in futuro, sopravviveranno solo centri urbani di grandi e medie dimensioni, nulla di sbagliato in questo, se non che, sarà difficile convincere i piccoli a formare un'unica entità territoriale, vuoi per ragioni storiche, culturali ecc.

ma per invertire la rotta, non servirebbe comunque che qualcuno(istituzioni o privati) si caricasse dell'onere di credere nel territorio?

Non è quello che ho scritto? ("O le amministrazioni e la comunità decidono di muoversi per invertire la rotta").

Nel frattempo i negozi chiudono, la gente non spende e i giovani lasciano il paese.

Come non si può definire questa situazione come la conseguenza di politiche economiche passate fallimentari incentrate su aumento debito, aumento spesa e aumento tasse?
Un'altra distorsione è la perenne propensione degli enti locali (e non solo) di dipendere finanziariamente dallo Stato centrale, senza introdurre meccanismi e incentivi per un migliore utilizzo delle risorse locali.


Non è quello che ho scritto? ("O le amministrazioni e la comunità decidono di muoversi per invertire la rotta").

Esatto! Il problema di fondo è che, secondo me, nella situazione attuale, è difficile trovare privati disposti ad assumersi il rischio di puntare su territori che difficilmente garantiranno ritorni a breve, a meno che, non si creino le condizioni adatte.

Chi può dettare le regole del gioco e difinire il quadro di riferimento, sono appunto le amministrazioni attraverso qualche tipo d'intervento: riduzione d'imposte che prevedano, come contropartita,un taglio alla spesa corrente( non sempre facilmente realizzabile, quando già si è tagliato tanto: parlo di enti in cui alcuni servizi essenziali sono garantiti davvero con il contagocce) oppure attraverso la realizzazione di opere pubbliche che segnino la svolta(in quest'ultimo caso, il problema del debito aggredisce nuovamente le possibilità di manovra).

È un cane che si morde la coda: il controllo del bilancio e del debito non consentono manovre incisive, gli investitori sono, così, scoraggiati e non si assumono il rischio, lo stagnamento genera altro declino.

Per spezzare questo circolo vizioso, a questo punto, penso che si debba ripartire da un ruolo più incisivo della istituzioni nell'economia del paese, che generi prospettive. Lo so che sa tanto della solita minestra sinistroide degli ultimi anni, ma quali le alternative? Aspettare che le cose si aggiustino dall'alto per avere un po' di respiro? Ma siamo sicuri che riusciremo a tenere ancora nella situazione attuale? O cercare di fare come Ferrara che ha valutato le proprie possibilità e si è giocata la carta vincente?

 penso che si debba ripartire da un ruolo più incisivo della istituzioni nell'economia del paese

Potrà sembrare un paradosso: le istituzioni e le amministrazioni devono esercitare le loro funzioni e stabilire determinate condizioni affinché il loro ruolo non sia così invasivo nella società e nel sistema economico, per liberare così nuove risorse, limitando gli sprechi permettendo una crescita economica più duratura. L'amministrazione di Ferrara è sulla buona strada; il problema è che in un'altra legislatura tutto può cambiare e c'è il rischio di ritornare da capo. Credo che certi meccanismi debbano essere inseriti in un qualche statuto per rendere difficile la possibilità di eventuali ribaltamenti legislativi di amministrazioni successive, e portare avanti una vera riforma di federalismo locale (non lo scempio di chi sappiamo).
Spero non resti solo un'utopia. 


Lei mi trova perfettamente d'accordo(per quanto possa non sembrare),specialmente sull'ultima parte: "una vera riforma di federalismo locale". È una questione di distribuzione del potere: chi lo detiene ha la facoltà di decidere a chi delegarne parte e di stabilire entro quali limiti esso può agire. La rabbia di molti enti locali, penso, derivi dall'impotenza di poter cambiare il corso degli eventi. Preferirei anche io che si ripartisse dalla periferia verso il centro, ma purtroppo la situazione, come sappiamo, è ben diversa: lo Stato accentra gran parte delle risorse, soprattutto adesso, e le ripartisce in malo modo. Tra l'altro molte delle risorse locali generate o detenute, col patto di stabilità, non possono essere neanche sfruttate. Insomma, chi come Ferrara ha le possibilità di ripartire e di risanarsi con le proprie forze, lo fa nei modi descritti, ma chi non può, è costretto a soccombere? Il fallimento di un Comune non può essere paragonato al fallimento di un'azienda. Se nel primo caso arriva il "curatore fallimentare", possiamo immaginare quali siano gli effetti.Per questo motivo,se lo Stato vuole essere assistenzialista, almeno in questa parte di storia(si spera non per il futuro), faccia quel che deve per salvare la situazione.

Sono davvero scoraggiato, mi creda, pensavo che la crisi, se non altro, avrebbe dato impulso al cambiamento, un cambiamento rapido, come conviene comportarsi in qualsiasi emergenza. Temo che gli sviluppi in senso federale siano ancora ben lontani dal realizzarsi,come ogni altra riforma seria in questo Paese. Temo che non si riesca a cambiare direzione in tempo, per questo chiedo che s'intervenga liberando risorse a supporto di chi,adesso, non ce la fa. Abbiamo barattato la nostra libertà per una manciata di privilegi,abbiamo sbagliato,ma purtroppo l'abbiamo fatto...

La rabbia di molti enti locali, penso, derivi dall'impotenza di poter cambiare il corso degli eventi. Preferirei anche io che si ripartisse dalla periferia verso il centro, ma purtroppo la situazione, come sappiamo, è ben diversa: lo Stato accentra gran parte delle risorse, soprattutto adesso, e le ripartisce in malo modo.

Perché se c'è chi vorrebbe più indipendenza e utilizzare come meglio crede le proprie risorse (ma non basta certamente questo a sistemare le cose), c'è anche chi dipendente quasi totalmente dallo Stato e dalle regioni più ricche e non vuole fare a meno di una politica assistenzialista e basata su clientelismo e corruzione (con il federalismo dovrebbero invece adottare riforme e tagli, cosa che non hanno alcuna intenzione di fare ora).


Per questo motivo,se lo Stato vuole essere assistenzialista, almeno in questa parte di storia(si spera non per il futuro), faccia quel che deve per salvare la situazione.

Dubito sia una buona proposta, il circolo vizioso continuerebbe anche dopo.
E' un po' come chi chiede di fare le riforme fuori dalla recessione e in fase di crescita (quando?). La storia italiana e la logica dicono che eventualmente a quel punto non se ne parlerebbe più.


Abbiamo barattato la nostra libertà per una manciata di privilegi,abbiamo sbagliato,ma purtroppo l'abbiamo fatto...

I politici hanno sbagliato e sfruttato la situazione grazie ad ignoranza e propaganda, e sono ancora lì gli stessi. Sì, noi italiani abbiamo continuato (e continuiamo, a quanto pare) a votare loro e a commettere gli stessi errori, pur di non accettare la realtà dei fatti credendo a favole e miracoli.

source: world bank 2012

Shadow economy determinants: public expenditures efficiency perception; ease of paying taxes, efficiency and efficacy of the legal system; average tax rate...

Qual e' la 'spesa pubblica virtuosa'?

Servono R%D; internazionalizzazione dei distretti di eccellenza; riforma fiscale, e meno pressione fiscale, privatizzazioni ed altro. (direi - 16bn su societa', almeno ed altri -16bn di costo del lavoro..). Chissa' perche', quando sento parlare di spesa pubblica mi vengono in mente anche solo <<Dai prof universitari ai dirigenti pubblici.La truffa del doppio lavoro in nero>>.

http://www.corriere.it/cronache/14_gennaio_26/dai-prof-universitari-dirigenti-pubblici-truffa-doppio-lavoro-nero-26da2320-865a-11e3-a3e0-a62aec411b64.shtml#box-community-scrivi

Toni duri?

http://infoaire.interno.it/statistiche2012/ripartizionestato_aao.htm

Sarebbe anche utile pubblicare uno spreadsheet/slide che faccia un po' di benchmarking con paesi 'virtuosi' sulla spesa. [ Legenda: in breve paesi virtuosi sono tutti i paesi che abbiano uno score superiore al 49 ! nel GCI (2012 #42; #9 gdp - Russia! - a breve 10 - India.. # debito]

Temi in Italia inesplorati. Les echos ( Etienne Lefebvre | 24/01 |<<Services publics : la citadelle assiégée>>

Il vero driver  per il cambiamento in Italia una legge sul conflitto di interesse

A.D. 2014 .Viva GALILEI

Grazie per l'illustrazione di questo interessante caso di studio. Certo, la partenza era, se ho capito bene i numeri, di un debito comunale procapite di 1'240 euro, cosa non stravolgente se pensiamo all'entità del debito nazionale. Tuttavia andrebbe rapportato all'entità del flusso tributario annuale comunale (procapite) nel senso di quanti soldi entrano annuamente per tributi autonomi e per finanza centrale distribuita. E poi sarebbe anche interessante avere una stima del ritorno dell'investimento, nel senso che a fronte di investimenti (in parte coperti da indebitamenti, con il loro costo in interessi) sarebbe interessante sapere se sono stati stimati i ritorni economici di tali impegni. Ammesso che sia possibile una stima del ritorno economico di un asilo.

Tali processi di risanamento riescono meglio (molto meglio) con sistema istituzionale che garantisca stabilità di governo, e con scelte politiche che rendano le maggioranze strette e coese. Quasi nessuna delle scelte che abbiamo fatto sarebbe stata possibile con una maggioranza (quale quelle presenti in passato) composta da svariati partiti e partitini in cerca esclusivamente di potere di veto e visibilità personale. 

Potrebbe quindi essere utile creare una legge elettorale vietando le alleanze e le coalizioni tra partiti, e garantendo un premio di maggioranza al partito con percentuale più alta a fine elezioni? Sarebbe poco democratico probabilmente?

Il Case study è molto interessante e, senza dubbio, va nella direzione giusta.

Al netto delle diverse condizioni debitorie di molti entri pubblici, a cominciare dallo Stato, mi sembra interessante che Marattin ricordi come "Una gestione sana delle finanze pubbliche non è solo una questione economica: è anche un tema politico".

In altri passi ricorda la coesione e il forte consenso elettorale ottenuto. Salto altri aspetti, comunque importanti.

Questo, però, non è ancora sufficiente. La storia ci insegna che anche il forte consenso elettorale, magari monolitco, spesso non ha prodotto buona politica.

Pensiamo alla vittoria di Berlusconi nel 2008 (per favore, non ridete...), ma anche al governo della sinistra a Siena, ecc..

Quali sono state le effettive condizioni che hanno consentito l'instaurarsi di un circuito virtuoso e, soprattutto, quali saranno quelle che consentiranno il consolidamente della operazione in corso a Ferrara?

Credo che sarebbe stato interessante conoscere cosa ha consentito a quel gruppo di amministratori di creare le adeguate condizioni di consenso politico sul risanamento del bilancio.

La giunta è di centro-sinistra, lo sappiamo. Ma questo non dice nulla. Come è stato possibile intervenire in maniera così radicale rispetto al passato? Perchè i partiti politici hanno accettato (o, forse, promosso) questo cambiamento?

Ancora, lo dico senza spirito polemico, sarebbe stato altrettanto utile, direi corretto, che Marattin avesse riassunto le critiche che sicuramente sono state mosse verso quell'amministrazione (che non deve avere fatto una scelta comoda) e quale è il quadro politico che si è venuto a creare.

Questo per comprendere se il "modello Ferrara" può ispirare il lavoro di un diverso modo di concepire la politica, o semplicemente restare un contributo di scarso rilievo.

Salve, provo a rispondere a chi mi ha gentilmente invitato sollecitazioni o domande.  A Fabrizio Bercelli e Gianluca Bruno rispondo innanzitutto che - come già accennato nell'articolo - credo fortemente che ogni realtà sia diversa dall'altra, che le condizioni iniziali (e quelle politico-istituzionali) siano molto eterogenee, e che quindi sia davvero difficile immaginare che esempi come il nostro (e quelli di altri enti) possano essere usati come simbolo che vale integralmente e in ogni dimensione. Troppa eterogeneità, senza dubbio. Tuttavia, mentirei se dicessi che al momento penso cne  l'Anci stia svolgendo in maniera ottimale il suo ruolo di coordinamento e rappresentanza che istituzionalmente deve svolgere. Tanti amministratori condividono la critica che la sua governance (formale e informale) sia eccessivamente schiacciata su pochissimi grandi Comuni, e che la sua azione politica non sia permeabilissima all'utilizzo di best practices quale quella citata nel pezzo. 

rimando Frandello Forti al nostro ben fornito sito web (www.comune.fe.it, cliccando su "organi istituzionali", "giunta" e sul mio nome si trova una piccola sezione con materiale informativo, in aggiunta a quello ufficiale). Vado a memoria su alcuni dati chiesti: l'autonomia tributaria e' - come in molti comuni - ormai vicina al 90% ma per il semplice fatto che il Fondo di Solidarietà Comunale (i vecchi trasferimenti) sono formalmente considerati "entrate proprie" e non "trasferimenti dallo Stato". Per Ferrara comunque questi ultimi (cioè il Fsr) ammontano circa a 19 milioni, su una parte corrente intorno ai 110 (chiedo perdono preventivo per eventuali inesattezze ma sto citando a memoria).  Il gettito dei due tributi principali (Imu/TASI e addizionale Irpef) ammonta rispettivamente per il primo intorno ai 45 milioni, il secondo intorno agli 11.  Il resto delle entrate sono altri tributi minori (diritti sulle pubbliche affissioni, imposta pubblicità, occupazione suolo pubblico, ecc) ed entrate extra-tributarie (multe, proventi gestione servizi pubblici, utili da aziende partecipate), oltre ovviamente ad una serie di piccole entrate minori. Il tema della misurazione del ritorno degli investimenti pubblici e' come noto da sempre molto affascinante, ma - che io sappia - non esistono stime rigorose e attendibili a livello di enti locali.

per Aldo Agostini. Sulle condizioni politiche che hanno permesso l'instaurarsi di una volontà politica che ha determinato tutto questo, beh, credo che un ruolo importante l'abbia avuto un forte ricambio generazionale che realizzammo nella seconda metà degli anni 00 (rottamatori ante litteram, quindi...); nel giro di due anni a ferrara non c'era più una carica politica - escluso il sindaco del comune capoluogo, che tuttavia ha spiccate caratteristiche di innovazione a prescindere dall'età - occupata da qualcuno che avesse più di 40 anni. Il resto, per quanto riguarda il Comune, l'ha fatta la decisione del candidato sindaco e della maggioranza (nel 2009) di andare al ballottaggio pur di non avere le solite coaliziomi larghe con dentro partiti di sinistra cosiddetta radicale che rappresentavano un ostacolo al cambiamento.

per quanto riguarda le critiche che ci vengono mosse. Giusta considerazione. I bilanci del risanamento sono stati approvati con il voto favorevole o l'astensione di una larga parte dell'opposizione, che ha sempre - e molto responsabilmente - riconosciuto la correttezza del processo in atto.  Non siamo certo esenti da critiche, ovvio. Esse sono soprattutto concentrate in una lista civica che originariamente faceva parte del Movimento 5 stelle, ma che poi è stata espulsa. E' rappresentata in consiglio comunale da un unico eletto, che nelle precedenti amministrazioni (a cavallo tra anni novanta e duemila) svolgeva la funzione di Direttore Generale del Comune, prima che il rapporto di lavoro venisse risolto in sede giudiziaria per incompatibilità. Le critiche che ci vengono rivolte, dal punto di vista economico, riguardano la presenza di uno strumento finanziario derivato (un normale Irs con floor al 4 e CAP al 6) - acceso tra il finire degli anni novanta e l'inizio del duemila (precisamente 2002) - che ovviamente dal 2008 in poi fa registrare consistenti differenziali negativi a svantaggio del Comune. Dopo un primo tentativo di accordo con l'istituto di credito per una rescissione consensuale del contratto a fronte di un accordo transattivo, il contratto (e gli atti amministrativi conseguenti) sono stati annullati in autotela nel luglio 2012, per decisione dell'amministrazione. Ovviamente la banca ci ha portati in tribunale nel foro competente, quello londinese. Le critiche rivolte all'amministrazione riguardano il fatto che essa avrebbe dovuto chiudere il derivato prima del 2009, vendendo azioni HERA per estinguere il mark-to-Market dello strumento finanziario. Altre critiche - sempre dello stesso consigliere - riguardano il fatto che a suo dire la riduzione del debito e' stata pagata riducendo troppo gli investimenti (sul sito del comune sono presenti i dati che confutano questa tesi), e il rapporto a suo dire troppo servile con HERA. 

Sarbbe bello fare questo percorso in tutti i comuni, in tutte le province e regioni. Ricordiamoci anche dei consorzi di bonifica, delle comunità montane, enti parco, e chi più ne ha più ne metta.
Basterebbe un percorso seria che vada al di là della politica (di breve periodo) e che si collochi in un'ottica di risamento!

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