Microfoundations VII: moralisti professionisti

29 giugno 2006 michele boldrin
Una componente fondamentale dell'elite italiana sono gli editorialisti ...

Il moralista professionista e' un'invenzione tutta italiana, per lo meno dal lato dei rewards. In nessun paese che io conosca, lo scrivere editoriali sui tre o quattro principali quotidiani conferisce una visibilita' sociale paragonabile a quella che gli editorialisti hanno raggiunto in Italia. L'editorialista professionista estero, sia esso per El Pais, The New Yor Times, Le Monde o The Guardian, e' un glorified journalist o un corrispondente speciale (un esempio: Tom Friedman del NYT), uno che scrive meglio della media (altro, esempio: Mario Vargas Llosa, su El Pais ed altrove) , che e' un po' piu' divertente o elegante della media e che, qualche volta, ha la capacita' di pensare analiticamente (sottolineando il "qualche volta", Paul Krugman). Ma niente di piu'. Il reward dell'editorialista professionista sono i soldi: lo stipendio del giornale, ed i libri piu' o meno popolari che pubblica e vende. E finisce li'. Nessun editorialista e' mai diventato ministro, ma nemmeno deputato; piuttosto e' vero il contrario: ex politici si son messi a scrivere editoriali dopo aver concluso la propria carriera.

Fuori d'Italia i "grandi giornali" non hanno solo editorialisti di professione, ma soprattutto editorialisti saltuari e non professionali. Questi pubblicano nella pagina "op(posite)-ed(itorials)" - a dire, la pagina opposta a quella degli editoriali non firmati della direzione del giornale. Questa accoglie articoli di professionisti non-giornalisti, ossia di persone che fanno tutt'altro lavoro e che provano a dire la loro su argomenti di cui sono chiaramente specialisti. In questo senso le op-ed pages sono una vera finestra aperta alla e sulla societa' civile: alcune volte gli articoli op-ed sono invitati, ma il piu' delle volte sono inviati al giornale che ne fa una cernita e li pubblica. Ovviamente il filtro e' spesso, ma chiunque legga The New York Times sa che appare abbastanza di tutto. E chiunque ci abbia provato sa che pubblicare e' tutt'altro che impossibile, se si ha qualcosa di intelligente da dire ed i titoli per farlo.

In Italia, invece, non solo le pagine op-ed non esistono ma l'editorialista e' sempre e solo un signore scelto e pagato dal giornale. Quasi sempre si tratta di accademici, e quasi sempre di accademici che lavorano nel campo delle scienze sociali (economia, scienza politica, sociologia) o in quelle cosidette "umane" (ossia letteratura, filosofia, storia), non ricordo nessun medico o biologo e certamente nessun imprenditore fra gli editorialisti italiani. Non solo, il moralista professionista in Italia, ha una funzione sociale particolare. Le elite italiane prendono molto seriamente cio' che scrive "X" sul Corriere o su Repubblica. Spesso, in una mistura tutta italiana di aruspi-complottismo, si interpretano gli scritti degli editorialisti piu' famosi come vere e proprie dissertazioni tecnico-scientifiche - e questo e' simmetrico: ricordo uno di loro che listava tutti i suoi editoriali nel proprio CV accademico - che sottendono ad operazioni politiche, segnali lanciati da un certo gruppo di potere o pressione ad un altro, dichiarazioni semi-ufficiali di apertura/chiusura a questa o quella ipotesi politica, e via andando. Insomma, gli editoriali firmati in Italia sono una cosa estremamente seria in quanto costituiscono lo strumento attraverso cui le elite politico-sociali dialogano e discutono tra di loro. Ancor piu' anomalo e' il fatto che, per parecchie persone, lo scrivere editoriali e' stato lo strumento chiave per iniziare una carriera politica di tutto riguardo. Tanto per non fare nomi, ed in ordine alfabetico, credo che le carriere politiche di Giuliano Amato, Giulietto Chiesa, Mario Monti, Marcello Pera, Gustavo Selva, Giovanni Spadolini, Giulio Tremonti, e svariati altri, sarebbero state ben altra cosa, o non sarebbero state del tutto, se questa peculiare istituzione non fosse esistita. Niente di simile succede in qualsiasi altro paese.

Le peculiarita' elencate implicano che:

(1) L'accesso alla possibilita' di esprimere la propria opinione su questioni socialmente rilevanti e' in Italia molto piu' ristretto che altrove, in quanto limitato ai pochi moralisti di professione, scelti attentamente dalle direzioni dei giornali (molto probabilmente, vista la tendenza dei giornali italiani a 'schierarsi politicamente', in cooperazione con la proprieta'). Un professionista non legato a gruppi politici o economici che abbiano rapporti con i maggiori quotidiani - ossia: un "cane sciolto" - per prestigioso che sia, ha grande difficolta' a far sentire la propria voce anche su questioni sulle quali e' un vero specialista. Questo implica un'obiettiva limitazione della liberta' di espressione ed un impoverimento della qualita' del dibattito.

(2) E' frequente incontrare sui grandi giornali esteri l'espressione di posizioni altamente anomale, controcorrente, estreme, provocatorie, e via dicendo. Che io ricordi, questo non e' quasi mai il caso in Italia. In particolare, nessun editoriale pubblicato dai tre grandi quotidiani 'indipendenti' (si fa per dire) - Corriere, Repubblica e Stampa - ha mai rappresentato una posizione "estrema" in relazione ad una qualsiasi questione politica o sociale. Ricordate per caso qualche editorialista sostenere che e' tempo di legalizzare le droghe, o la prostituzione, cose frequentemente sostenute invece sull'editorial page di FT o del WSJ? O che occorre dare agli omosessuali pieni diritti civili, incluso matrimonio ed adozione? Il pragmatismo moderato, altrimenti noto come "cerchiobottismo", e' la linea di condotta del moralista professionista italiano, con pochissime eccezioni, tutte recenti e dovute quasi tutte ad uno che non nomino, che conosciamo, e che scrive cose d'economia ... Di conseguenza, in Italia le minoranze alternative o dissenzienti, anche culturalmente e socialmente qualificate, hanno un difficile accesso al dibattito pubblico ragionato e visibile. Le minoranze intellettuali sono relegate ad autentici ghetti in cui nessuno le puo' sentire, a meno che non compiano gesti eclatanti, e generalmente non raccomandabili.

(3) Poiche' scrivere editoriali e' uno strumento per fare carriera accademica e, soprattutto, politica, questo implica un'ulteriore distorsione nel meccanismo di selezione delle elites di governo. Praticamente, le proprieta' dei giornali e le concentrazioni economico-politiche che vi stanno dietro, hanno la possibilita' di decidere come una fetta non risibile del personale politico viene selezionata. E, vale la pena di notare, e' una fetta importante: i nomi elencati prima a titolo di esempio non sono nomi di peones. La selezione di questo personale altamente qualificato non avviene attraverso la competenza misurata dalla concorrenza aperta ad altri, ma dallo scrivere editoriali nel giornale giusto, grazie alle connessioni, all'appartenenza ad un gruppo di potere gia' in essere.

(4) Piu' in generale, questo determina una specie di "salotto buono" della discussione pubblica e del dibattito fra "esperti". Un salotto buono il cui accesso e' altamente selezionato e filtrato, sia per le idee espresse sia per le persone. Questo coopera al mantenimento di una societa' poco aperta - chiusa, infatti - ed elitaria, in cui quelli che contano frequentano il medesimo salotto, condividono principi, legami, cultura, interessi. Niente devianti, niente estranei, niente sorprese, niente dibattito, niente cambiamento, niente progresso.

Poiche' sono sempre di piu' convinto che il problema di fondo dell'Italia, cio' che la fa sembrare ed essere cosi' diversa dal resto dei paesi civilizzati, siano i suoi peculiari meccanismi di selezione delle elites, questo fenomeno m'interessa, proprio perche' e' cosi' peculiarmente italiano. Un vecchio amico e maestro mio (che spero ci tenga ancora nei suoi "bookmarks") mi diceva che trovava curiosa, da cosi' lontano come siamo, la nostra attenzione ai fatti molto piccoli del bel paese. Credo questo sia uno di tali "piccoli" fatti. Seppur piccolo, a me sembra un fatto rilevante, un segnale dei meccanismi attraverso cui le eterne elites italiane mantengono il paese sotto controllo, ingessato, immobile, impermeabile alle idee nuove, al dibattito, alla competizione, all'innovazione che cambia e migliora. Un altro fattore di decadenza, insomma.

1 commento (espandi tutti)

il minimalismo

palma 11/7/2006 - 17:17

e' una buona idea estetica in musica, ma e' una necessita' in termini epistemic.
quelc he dice boldrin e' corretto MA
1. non e' esclusivo dell'italia (vedasi turchia, egitto, taiwan, south africa -- deiposti di cui ho un'idea precisa e che non sono esattamente dittature barbariche)
2. c'e' unmotivo forse meno "dichiarabile" della ovvia tendeza a lodare e servire il potere che passa. trattasi dello scarsissimo potere reale dei media e della stampa (non della televisione grazie al fanatismo per il calcio etc. che genera redditi).
tutti i giornali italiani sono pagati in misure variabili (ma conoscibili) dai governi. vi sono sussidi che vanno dalla posta ai costo di distribuzione, fino a bizzarre dichiarazioni che alcuni giornali sono "orgnai" di un partito (anche se e quando il partito non esiste --uno di questi casi e' IL FOGLIO che risulta essere organo di partito.
3. forse se i giornali avessero piu' lettoir, piu' reddito, avrebbero piu' indipendenza anche su argomenti come la pedofilia, l'omofilia, i matrimoni o meno tra sessi diversi o uguali, o le cellule staminali, o quel che vi pare in cui la gamma di opinioni leggibili e' spesso sui giornali italiani assai limitata.

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